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Ken il Guerriero: il manga senza tempo nato sotto il segno dell’Orsa Maggiore

Dalla mente di Buronson e Tetsuo Hara nasce Ken il Guerriero, un capolavoro che ha ridefinito il manga d’azione e la cultura pop anni ’80. Su PopCorNerd parliamo del significato profondo di Hokuto no Ken e del suo protagonista

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Mi risulta impossibile parlare di Ken il Guerriero senza pensare all’intramontabile sigla italiana dell’anime che trovate qua sopra, gentilmente concessa da YouTube, e che ha più di un significato per chi è nato e cresciuto negli ‘anni 80. Ken il Guerriero è stato (ed è ancora oggi) una serie animata che fa parte del percorso di crescita, esteriore ma soprattutto interiore, di ogni amante della cultura pop orientale.

Quel “cartone animato” (così venivano chiamati all’epoca), nel 1987, è stato il primo contatto vero e proprio del pubblico italiano con il protagonista Kenshiro, erede della scuola di arti marziali di Hokuto (dallo sguardo e dall’espressione imperscrutabile) e con il mondo post-apocalittico, cinico e violento, dove sono ambientate le sue drammatiche avventure, dove vige un’unica regola: solo i più forti sopravvivono.

Ma non è dell’anime che vogliamo parlare oggi su PopCorNerd, bensì dell’opera manga omonima da cui è tratto, realizzata da Buronson e Tetsuo Hara: Hokuto No Ken (Ken il Guerriero).

A differenza di quanto accade oggi, dove il manga precede sempre l’anime, il manga di Ken il Guerriero arriva in Italia “solo” nel 1990, quindi qualche anno dopo l’esordio della serie animata, grazie alla storica casa editrice Granata Press. Nonostante qualche difetto di stampa e alcune imperfezioni, nonché la lettura all’occidentale, quella rimane una delle edizioni più prestigiose e di valore — almeno a livello affettivo.

Nato sotto la “buona stella” dell’Orsa Maggiore, Ken il Guerriero è un fumetto rivoluzionario e, in Italia, è stato uno dei primi grandi successi e fenomeni manga, in un momento storico in cui i supereroi americani facevano fatica, ma erano da anni presenti nelle edicole italiane accanto ai classici campioni d’incassi nazionali (Tex, Diabolik, Topolino). Il fumetto orientale, invece, era ancora visto come qualcosa di “esotico”.

Ma il successo in TV di Ken tra i ragazzi e gli adolescenti dell’epoca permise la diffusione di un’opera che oggi conta diverse ristampe e continua a far parlare di sé, a distanza di quasi quarant’anni dalla prima edizione italiana. Basti pensare che Planet Manga, divisione orientale di Panini Comics, è pronta a rilanciare la saga di Ken al prossimo Lucca Comics & Games 2025 con una nuova edizione di lusso cartonata (complice anche la presenza del maestro Tetsuo Hara come ospite).

Ma entriamo nel dettaglio di un’opera che, nella sua apparente semplicità, ha catturato l’attenzione di milioni di lettori grazie alla sua forte componente emozionale e al fascino intramontabile di personaggi dall’onore incrollabile, e che ha fatto da apripista nel nostro paese a successi nipponici, come Dragon Ball, One Piece, Naruto e molti altri.

Buronson e Tetsuo Hara: gli autori dietro l’intramontabile mito

In foto: Buronson

Dietro la violenza, la malinconia e la compassione di Ken Il Guerriero, si nasconde una leggenda costruita da due autori che hanno trasformato le paure e i sogni degli anni ’80 in un’epopea immortale.

Ken il Guerriero nasce dalla penna di Buronson (alias di Yoshiyuki Okamura), già noto per storie poliziesche come Doberman Deka, e dotato di un talento raro nel creare protagonisti tragici, mossi da giustizia e dolore. Si tratta di uno degli sceneggiatori di manga più influenti della storia giapponese e, dopo Ken, sarà autore di altri manga cult tra cui spiccano Sanctuary, Strain e Heat.

Quasi sempre accompagnato, nelle sue opere, da artisti di grandissimo talento, in Ken il Guerriero Buronson trova il partner perfetto in Tetsuo Hara, un disegnatore all’epoca poco conosciuto, cresciuto a pane e Bruce Lee, e amante delle arti marziali, dei film d’azione giapponesi e americani. Questo suo amore per gli action movie made in U.S.A. si rifletterà profondamente all’interno di Ken.

L’incontro tra i due avviene nel 1982: l’idea originale parte proprio dal giovane Hara, che propone un manga incentrato su una misteriosa tecnica di digitopressione letale — quella che nel manga diventerà la Hokuto Shinken, arte marziale capace di colpire uno dei 708 tsubo (秘孔) presenti nel corpo umano e di uccidere l’avversario dopo pochi istanti. Sarà l’editor Nobuhiko Horie a suggerire di ambientare la storia in un mondo post-apocalittico, ispirato alla saga cinematografica di Mad Max creata da George Miller.

Nasce così Hokuto no Ken: un connubio perfetto tra arti marziali, drammaticità e futuro punk distopico.
Buronson plasma il mito, Hara gli dà il corpo, e insieme creano qualcosa che va oltre il semplice fumetto d’azione: un’epopea spirituale sulla forza e sulla compassione.

In foto: Tetsuo Hara

Ken: l’uomo dalle sette cicatrici che ha segnato una generazione

Alla fine del XX secolo il mondo venne avvolto dalle fiamme atomiche! I mari si prosciugarono, la Terra si spezzo e sembro che ogni forma di vita si fosse estinta. Eppure… la razza umana era sopravvissuta! Il mondo era ricaduto in un’era governata dalla violenza! – Ken Il Guerriero Extreme Edition #1

Tra le sabbie radioattive di un mondo in rovina, un uomo cammina da solo.
Sul suo petto brillano sette cicatrici a forma di Orsa Maggiore. Non parla molto, ma quando pronuncia la frase “Omae wa mou shindeiru” (Tu sei già morto) il nemico esplode in mille frammenti.

È Kenshiro, il protagonista di Ken il Guerriero (Hokuto no Ken), una delle opere più influenti della storia del manga. Così ha inizio la leggenda.

Ken, l’eroe che si erge tra i detriti di un mondo distrutto e un’umanità da ricostruire

Il mondo di Ken il Guerriero è un deserto di sangue e sabbia, governato da predoni e tiranni spietati, dove solo Kenshiro si erge come simbolo di giustizia e compassione, cercando di portare ordine, onore e giustizia a un’umanità che non crede più in nulla.

È un guerriero invincibile, all’apparenza granitico e dall’espressione impassibile, ma che nasconde un animo profondamente umano, segnato dal dolore e dall’amore perduto, Julia. Ed è esattamente così che ci viene presentato all’inizio dagli autori: sguardo dolce e malinconico, sorriso sul volto quando incontra per la prima volta Rin e Bat, ma che, quando passa all’azione, diventa deciso e spietato come i suoi avversari.

Rin e Bat (Lynn e Bart) nella serie animata

Nel suo cammino, Ken diventa una figura quasi messianica: colui che porta la luce nell’oscurità, battendo ogni nemico che gli si pari davanti.
La sua missione non è solo sconfiggere il male, ma ricordare all’umanità cosa significa essere umani.

Cosa rende Ken il Guerriero così immortale? Non la violenza, non le esplosioni, ma il suo messaggio.

In un mondo distrutto, la vera forza è la compassione. Kenshiro non combatte per vendetta, ma per dare senso al dolore. Ogni volta che tende la mano a un bambino o a un innocente, riafferma un’idea semplice ma rivoluzionaria:

anche in mezzo all’inferno, l’uomo può ancora scegliere di essere giusto.

Il mondo in cui si muove Ken è frutto del contesto storico in cui vivono Buronson e Hara quando danno origine al mito. La Guerra Fredda è al culmine, la minaccia atomica è ovunque e il cinema riflette quell’ansia: Blade Runner, Terminator, Mad Max 2.

Il mondo di Hokuto è il riflesso di un’umanità distrutta dalla propria arroganza, ma ancora capace di speranza.
Ogni villaggio salvato, ogni bambino protetto, è un simbolo di rinascita.

I personaggi di Ken: tra attori e celebrità degli anni 70’/80′

L’amore per il cinema d’azione dell’epoca si riflette nella caratterizzazione dei personaggi stessi.

Basti pensare allo stesso Ken, che inizialmente è ispirato a Bruce Lee, di cui Hara è un grande fan, anche solo nelle movenze e nelle tecniche di combattimento. Nel corso dell’opera, però, il personaggio trae ispirazione anche dal Sylvester Stallone di Cobra (gli occhiali da sole che indossa Ken nella seconda parte dell’opera) e dal Mel Gibson di Mad Max (nell’abbigliamento).

Raoh, invece, il più potente dei fratelli di Kenshiro, è un personaggio a metà tra Rutger Hauer (il Roy Batty di Blade Runner) e Gengis Khan, per le sue ambizioni di conquista.

E ancora, nel corso dell’opera principale, si possono vedere diversi omaggi a celebrità e cantanti internazionali di quegli anni: Shin, ispirato a Jon Bon Jovi; Yuda a Boy George; Souther, il Sacro Imperatore di Nanto, a Billy Idol; Falco, uno dei personaggi principali della seconda serie di Ken il Guerriero, a Dolph Lundgren nel ruolo di Ivan Drago, e così via.

Le scuole di Hokuto e Nanto: il pugno come filosofia

Nel cuore della saga ci sono due arti marziali leggendarie che si contrappongono:

  • Hokuto Shinken (北斗神拳) – “Il pugno divino dell’Orsa Maggiore”,
  • Nanto Seiken (南斗聖拳) – “Il pugno sacro dell’Orsa Minore del Sud”.

La prima colpisce dall’interno, attraverso i punti segreti del corpo umano (i Keiraku Hikō), distruggendo l’avversario dall’interno. È la via del controllo, della pietà, dell’autodisciplina.
La seconda è la sua antitesi: taglia, ferisce, danza come una lama di luce. È la via della bellezza, della passione, della morte.

Hokuto e Nanto non sono solo tecniche di combattimento, ma vere e proprie filosofie, che si riflettono negli scontri tra i loro maestri. Come in un poema epico, ogni battaglia è una lezione morale.

Il dualismo si concentra principalmente nella prima parte della storia, dove Ken, Raoh e Toki sono i più grandi combattenti della scuola di Hokuto, contrapposta a quella di Nanto che vede in Shin, Rei e Yuda i principali esponenti.

Raoh, il più potente della scuola di Hokuto e fratello di Ken

La competizione si sviluppa anche internamente tra i vari combattenti e, per l’appunto, si concentra principalmente tra Ken e Raoh: prima fratelli, poi nemici sul campo, portatori della sacra scuola di Hokuto di cui solo uno può essere il vero erede.
Il loro rapporto è quello che più rappresenta il bene contro il male, ma anche l’onore, il rispetto (tipici della cultura orientale) e la possibilità di redenzione, che si ritrova spesso nell’opera anche in altri personaggi.

Un mito senza tempo

Quarant’anni dopo, Ken il Guerriero continua a essere citato, reinterpretato, venerato.

È uno dei manga senza tempo di cui non basterebbero intere pagine per raccontare tutte le sfaccettature e di quanti autori, oggi diventati celebri, hanno tratto ispirazione e coraggio proprio da Ken.

Le nuove generazioni lo scoprono come una leggenda pop, ma il suo cuore resta intatto: la storia di un guerriero che cammina solo, portando sulle spalle il peso dell’umanità.

Le sue cicatrici non sono ferite: sono stelle.
E come le stelle, continuano a brillare, ricordandoci che persino nel buio più profondo c’è sempre un punto di luce.

Ken, sei tu
Fantastico guerriero
Sceso come un fulmine dal cielo
Ken, sei tu
Il nostro condottiero
E nessuno al mondo adesso è solo

Animazione

Hajime no Ippo: Cosa significa, davvero, essere forti?

La mia riflessione sui primi episodi di Hajime no Ippo, controparte animata dell’omonimo manga dedicato al pugilato creato da George Morikawa

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Ippo Makunouchi

Si dice che la dedizione e la costanza battono il talento. Che non importa quanto tu sia portato per qualcosa. Se sei disposto a lavorare più duramente degli altri, a rialzarti quando cadi e a continuare quando ogni fibra del tuo corpo ti chiede di fermarti, prima o poi riuscirai a colmare qualsiasi distanza. È una di quelle frasi che abbiamo sentito ripetere così tante volte da essere diventata quasi un luogo comune.

Eppure, guardando l’adattamento anime di Hajime no Ippo, ho iniziato a chiedermi quanto ci sia di vero.

Conosciuto anche con il titolo di Fighting Spirit, l’opera nasce nel 1989 sulle pagine del Weekly Shōnen Magazine, per poi essere adattata in una serie televisiva nei primi anni Duemila. Nonostante il manga del maestro George Morikawa goda di una certa popolarità, al momento non esiste un’edizione italiana dei circa 145 tankōbon pubblicati fino a gennaio 2026.

Nonostante questo vuoto nel panorama manga italiano, l’anime è disponibile su Netflix e conta ben tre stagioni per un totale di 127 episodi.

Come dice il proverbio, le cose belle accadono quando meno te le aspetti, e non posso che confermarlo. Ho iniziato a guardare Hajime no Ippo quasi per caso e mi sento davvero fortunato ad aver scoperto quello che considero uno degli spokon più entusiasmanti di sempre.

Una storia di riscatto sociale

Hajime no Ippo segue il percorso di crescita di Ippo Makunouchi, un timido studente delle superiori, vittima di bullismo e insicuro. L’incontro con la boxe cambia radicalmente la sua vita, permettendogli di scoprire una forza che non sapeva di possedere e una passione per il pugilato destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più grande.

Da ragazzo insicuro e introverso, Ippo intraprende così un lungo percorso fatto di allenamenti, sacrifici, sconfitte e vittorie, fino a trasformarsi in un temibile pugile. Ma il vero viaggio di Ippo non consiste soltanto nel diventare più forte sul ring, ma anche nella ricerca continua della risposta a una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che banale: cosa significa, davvero, essere forti?

Ippo Makunouchi

Ippo Makunouchi

Lo sviluppo dei personaggi è al centro della narrazione

Nonostante sia un anime incentrato sul pugilato e ricco di combattimenti al cardiopalma, il vero cuore pulsante della serie è il character development. Ogni personaggio porta con sé un passato importante che, in un modo o nell’altro, finisce per influire sulla crescita di Ippo.

Questo vale tanto per chi fa il tifo per lui quanto per i suoi avversari. Basti pensare al rapporto di amicizia e rivalità che nasce con Miyata, al rispetto reciproco con il temibile russo Volg Zangief o al legame con il suo allenatore Genji Kamogawa, che Ippo vede come una figura paterna e del quale si fida ciecamente.

Al momento della scrittura di questo speciale ho guardato i primi 59 dei 127 episodi che compongono la serie e mi sono sinceramente affezionato ad alcuni dei personaggi che circondano Ippo.

Primo tra tutti Mamoru Takamura, campione dei pesi medi e mentore di Ippo sin dai suoi primi passi sul ring. Anche se può sembrare una persona superficiale e spesso sopra le righe, i suoi consigli e il suo supporto sono fondamentali per la crescita di Ippo, che lo stima profondamente. Takamura regala inoltre alcuni dei momenti più esilaranti della serie, soprattutto a causa della sua incontenibile passione… per le donne.

Secondo solo a Takamura per importanza e peso nella storia di Ippo c’è il coach Genji Kamogawa. Il rapporto tra i due è paragonabile a quello tra padre e figlio. Ippo, da quello che sappiamo fino all’episodio 59, è cresciuto senza il padre e vede in Kamogawa una figura paterna di cui si fida ciecamente, oltre che un allenatore esperto e intelligente. Il loro rapporto di fiducia sembra però incrinarsi irreparabilmente quando il coach Kamogawa sottopone Ippo a un allenamento estenuante, portandolo quasi al burnout. Per la prima volta vediamo Ippo dubitare delle capacità del suo allenatore e chiedersi se i suoi metodi siano davvero quelli giusti. Sarà uno scontro memorabile contro “White Fang” Volg a costringerlo a ricredersi.

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura

Ultimo, ma non certo per importanza, c’è Ichiro Miyata, l’eterno rivale di Ippo. Dotato di un’elasticità impressionante, Miyata è il primo avversario di Ippo, anche se non in veste ufficiale. Il loro primo sparring, che avviene nei primissimi episodi, mette in evidenza l’enorme divario tecnico tra i due e non fa che alimentare in Ippo il desiderio di migliorare. I due prendono strade diverse quando Miyata parte per la Thailandia, dopo essere stato sconfitto da Ryo Mashiba in un incontro del Eastern Japan Rookie King Tournament, competizione alla quale Ippo partecipa per la prima volta come pugile professionista. Sono sicuro che prima o poi i due si scontreranno di nuovo e, quando accadrà, sarà un incontro carico di emozioni.

È grazie a personaggi come questi tre, e ad altri che non ho menzionato, che assistiamo alla graduale ma profonda trasformazione di Ippo, che passa dall’essere un timido ragazzo vittima di bullismo a diventare un temibile combattente, spinto da un’enorme forza di volontà e dal desiderio di non deludere quelli che credono in lui.

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo

Hajime no Ippo non è una serie perfetta

Nonostante i feroci combattimenti, i momenti carichi di tensione e una rappresentazione abbastanza fedele del nobile sport del pugilato, Hajime no Ippo non è una serie esente da difetti.

Dopo aver guardato una cinquantina di episodi mi sono reso conto di quanto la serie segua uno schema ben preciso e, alla lunga, ripetitivo, quasi fosse una combinazione di colpi. Lo schema prevede il susseguirsi di diverse “fasi”: lo studio dell’avversario, la presa di coscienza di non essere all’altezza dello scontro, l’allenamento, il combattimento, le difficoltà sul ring, il colpo di scena e, infine, la vittoria.

Questo schema ha accompagnato i primi otto incontri di Ippo, guidandolo verso altrettanti KO consecutivi. Una formula che funziona e che sa regalare momenti di grande tensione, ma che rischia di diventare prevedibile quando viene riproposta quasi invariata.

Almeno fino all’incontro contro Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma.

Il peso dei pugni di un campione

Eiji Date è uno degli avversari più interessanti che Ippo incontra sul suo cammino. Nonostante sia nella fase discendente della sua carriera, Date è un pugile esperto, capace di combattere con tecnica e cervello. È proprio lui a porre fine all’incessante serie di knockouts di Ippo, in uno scontro valido per il titolo nazionale dei pesi piuma.

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma

Il divario tecnico tra i due sembra assottigliarsi sempre più nel corso dell’incontro carico di tensione, anche grazie al coraggio e alla caparbietà del giovane challenger Makunouchi, capace di tenere testa al campione e al suo colpo migliore: il corkscrew, il “cavatappi”. Nonostante ciò, il match vede Ippo sconfitto, cadere al tappeto privo di sensi proprio mentre il coach lancia l’asciugamano sul ring, decretando la resa.

Questo incontro, che vede Ippo perdere per la prima volta, rappresenta uno spartiacque per il giovane pugile. Attanagliato dal rimorso di non aver fatto abbastanza, non riesce ad accettare la sconfitta e ripensa incessantemente alle parole di Date: “I tuoi pugni sono leggeri”. Parole che fanno riflettere Ippo, fino a fargli comprendere che il campione non si riferiva al peso o alla potenza dei suoi pugni, bensì a tutto ciò che un pugno porta con sé: rabbia, rancore e voglia di riscatto. In altre parole, lo spirito combattivo e il rifiuto di arrendersi.

È chiaro come la sconfitta contro Eiji Date sarà un tassello importante per la carriera pugilistica di Ippo.

"Avrei voluto vincere", qualche giorno dopo la sconfitta contro Date

“Avrei voluto vincere”, qualche giorno dopo la sconfitta contro Date

L’animazione e il sound design portano lo spettatore nel ring

Nulla da dire nemmeno sull’animazione, che conserva tutto il sapore degli anime degli anni Novanta, curata dallo studio Madhouse con il contributo di Nippon Television e la regia di Satoshi Nishimura.

Non avendo ancora letto il manga, non ho termini di paragone per valutare il livello artistico della sua controparte animata. Posso però dire che Hajime no Ippo rispetta e soddisfa pienamente le aspettative che si possono avere da un anime di questo tipo.

Le scene di combattimento, che si tratti di un allenamento o di un match ufficiale, sono realistiche sia nei movimenti dei pugili sia nella cura dei suoni. Si può sentire il rumore delle catene che sostengono il sacco mentre viene martellato di colpi, il fischio delle suole degli stivali dei pugili che si muovono agilmente sul tappeto del ring o persino il semplice impatto di un gancio destro capace di spezzare il fiato dell’avversario.

Insomma, guardando Hajime no Ippo mi è quasi sembrato di essere lì sul ring, con il fiato corto e la fatica che si fa sentire nelle gambe, in attesa della prima occasione utile per affondare un colpo.

Ippo e il suo letale "dash and dart"

Ippo e il suo letale “dash and dart”

Il viaggio continua…

Hajime no Ippo è lo spokon dedicato alla nobile arte del pugilato creato dal mangaka George Morikawa e tutt’oggi pubblicato in Giappone da Kodansha sulle pagine del celebre Weekly Shōnen Magazine. Nonostante il manga non sembri essere ancora giunto alla sua conclusione, la controparte animata dell’opera conta tre stagioni per un totale di 127 episodi, tutti disponibili sul catalogo italiano di Netflix.

Hajime no Ippo non è una semplice storia sul pugilato, ma un’opera che comunica un messaggio ben preciso: l’impegno e la dedizione verso qualcosa possono ripagare molto più del solo talento. Una lezione che la serie ci ricorda costantemente, attraverso ogni allenamento, ogni sconfitta e ogni vittoria, invitandoci a fare del nostro meglio nella vita, indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo.

Ho iniziato a guardare questo anime quasi per caso, senza aspettarmi molto, e mi sono ritrovato sul ring, a soffrire insieme a Ippo per ogni pugno, ogni sconfitta e ogni allenamento. Dopo 59 episodi non so ancora dove porterà il suo viaggio, ma so che continuerò a seguirlo. Perché forse è proprio questo che rende grande questo spokon: non importa quanto sia difficile l’incontro, finché hai ancora la forza di continuare a rialzarti.

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Anime

Mob Psycho 100: Reigen, il mentore per caso di Shigeo Kageyama

In Mob Psycho 100 c’è un personaggio che è un mentore diverso dagli altri senza poteri e bugiardo: Reigen. Eppure per Mob risulta tanto importante quanto fondamentale nella sua crescita da eroe.

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Negli anime shonen esiste una regola quasi non scritta: prima o poi, il protagonista incontra un maestro più anziano, più esperto e soprattutto più potente. Goku ha ricevuto i primi insegnamenti dal Maestro Muten, Naruto ha avuto Jiraiya, Izuku Midoriya quale modello si è ispirato a All Might e così via. Insomma, è nel destino del protagonista incronciare la strada di qualcuno che gli insegni a combattere, a controllare le proprie capacità e a raggiungere il livello successivo.

Poi c’è Reigen Arataka che non ha alcuna di queste caratteristiche. Non è un grande combattente, non è un guerriero leggendario e non è nemmeno un sensitivo. Anzi, non possiede alcun potere psichico.

È un sedicente esperto del paranormale che ha costruito la propria attività sulla capacità di parlare, convincere le persone e uscire dalle situazioni più assurde con una sicurezza quasi disarmante. Eppure è lui il mentore di Shigeo Kageyama, meglio conosciuto come Mob protagonista di Mob Psycho 1000 il manga (e poi anime) di ONE, autore anche di One Punch Man.

Reigen non è il classico maestro degli shonen e questa cosa in Mob Psycho 1000 funziona perché Mob non ha bisogno di qualcuno che gli insegni a diventare più forte perché lo è già. Quello di cui ha bisogno è qualcuno che gli insegni a rimanere umano.

Reigen non ha poteri e proprio per questo risulta fondamentale nonché uno dei personaggi più divertenti di Mob Psycho 100 proprio perché, sulla carta, non dovrebbe avere alcun motivo per essere lì.

Fa discorsi teatrali, utilizza trucchi da quattro soldi e si spaccia per un potente sensitivo. Riesce a convincere molte persone perché possiede una sicurezza tale da trasformare anche la più grande assurdità in qualcosa di credibile.

Il problema è che Mob sa perfettamente che Reigen non possiede alcun potere e continua comunque a considerarlo il suo maestro.

In un altro anime, un personaggio del genere sarebbe probabilmente destinato a diventare una semplice spalla comica, mentre Mob Psycho 100 fa l’esatto contrario; Reigen rimane importante perché comprende una cosa fondamentale: non tutti i problemi di Mob possono essere risolti con i poteri psichici.

Mob non ha bisogno di qualcuno che gli insegni a vincere, ma ha bisogno di qualcuno che gli insegni quando non vale la pena combattere.

Possedere un potere non significa avere il diritto di usarlo contro gli altri. Essere più forte non significa essere una persona migliore. Essere diverso non significa essere superiore. Sono concetti semplici, ma per Mob sono fondamentali.

Il vero ruolo di Reigen? Ricordare a Mob che è ancora un ragazzo

Uno dei problemi più ricorrenti degli anime shonen è che i loro protagonisti sono costretti a crescere troppo in fretta.

Devono diventare più forti, proteggere gli altri, sconfiggere il nemico e dimostrare di essere all’altezza del proprio potenziale e Mob potrebbe facilmente finire dentro questo meccanismo.

È uno dei ragazzi più potenti del mondo, ma allo stesso tempo è semplicemente uno studente delle scuole medie e Reigen lo capisce.

Mob dovrebbe poter vivere la propria adolescenza, dovrebbe poter entrare in un club scolastico, avere una cotta, preoccuparsi di problemi apparentemente insignificanti e persino fallire nelle cose più normali della vita.

Non dovrebbe essere trasformato in un’arma soltanto perché possiede un talento fuori dal comune e per questo Reigen non gli dice semplicemente di diventare più forte ma gli insegna, soprattutto, a vivere.

Lo invita a fare un passo indietro, a calmarsi e a ricordare che ha delle scelte. Lo aiuta a comprendere che la rabbia non lo definisce, che la paura non lo rende debole e che amore, vergogna e speranza fanno parte della sua vita tanto quanto i suoi poteri.

Reigen non può risolvere questi problemi al posto suo, ma può offrirgli un punto di partenza sicuro ed è proprio permettendo a Mob di essere un ragazzo che diventa il mentore adulto di cui ha realmente bisogno.

Reigen: bugiardo, egoista, idiota, ma presente per Mob quando serve

La cosa migliore di Reigen è che Mob Psycho 100 non cerca mai di trasformarlo in un santo.

Utilizza i poteri di Mob per migliorare la propria attività, mente, manipola le situazioni a proprio vantaggio ed è spesso egoista, orgoglioso e incredibilmente sciocco. È un impostore, ma non è una semplice macchietta.

Quando Mob è confuso, Reigen cerca di aiutarlo. Quando rischia di perdere il controllo, prova a proteggerlo. E quando gli altri iniziano a considerare il suo potere come qualcosa di straordinario o pericoloso, Reigen continua a parlargli come se fosse semplicemente un ragazzo. Questa è la sua vera forza.

Reigen è la giusta contrapposizione al classico stereotipo di maestro shonen

Quando gli altri personaggi trasformano il potere in una questione di destino, Reigen riporta tutto con i piedi per terra.

Non gli interessa quanto Mob sia speciale, ma gli importa che non utilizzi i suoi poteri per fare del male agli altri, che non si consideri superiore e che impari a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

In un mondo nel quale tutti sembrano chiedersi Quanto sei forte?, Reigen pone una domanda completamente diversa: Che persona vuoi essere?

È una differenza apparentemente piccola, ma rappresenta il cuore di Mob Psycho 100.

Il rapporto tra Mob e Reigen, però, non rimane sempre uguale. Mob con il tempo comprende di non averne più bisogno nello stesso modo di prima. Ma questo invece di portare a una rottura del rapporto, ha come risultato la crescita del legame tra il protagonista e Reigen. Mentre Mob diventa progressivamente più consapevole di se stesso, anche Reigen è costretto a confrontarsi con i propri limiti.

Questo perché non è un mentore perfetto così come non è nemmeno un adulto perfetto, ma è una persona piena di contraddizioni che cerca, spesso goffamente, di fare la cosa giusta e finisce per imparare a sua volta qualcosa da Mob. È questo che rende il loro rapporto molto più umano del classico schema “maestro-allievo”.

Il miglior mentore per Mob?

Alla fine di Mob Psycho 100, Reigen si rivela il mentore ideale per questa storia proprio perché non è perfetto.

È rumoroso, bugiardo, debole, falso, spesso imbarazzante ed egoista. eppure, quando guarda Mob, riesce a vedere qualcosa che molti altri personaggi non vedono.

Non vede un’arma o il ragazzo che potrebbe diventare il più potente di tutti, ma vede Shigeo Kageyama un semplice ragazzo che può sbagliare, avere paura, innamorarsi, perdere, crescere e scegliere chi vuole diventare.

E Reigen è il maestro giusto al momento giusto.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Anime

5 nuovi anime arrivati nel 2026 assolutamente da vedere

Oggi vi presentiamo 5 nuove serie anime uscite nel 2026 e che meritano di essere tolte dalla vostra Watchlist semplicemente perchè devono essere viste

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Il 2026 si sta confermando come uno degli anni più interessanti dell’era moderna degli anime. Le nuove produzioni non sono mancate e, contemporaneamente, numerose serie già affermate sono tornate con nuove stagioni, creando un’offerta talmente ampia da rendere quasi impossibile seguire tutto.

La stagione invernale ha puntato soprattutto sui ritorni importanti, riportando sul piccolo schermo titoli come Jujutsu Kaisen, Hell’s Paradise, Fire Force e molte altre serie. Con l’arrivo della primavera e dell’estate, però, l’attenzione si è spostata anche sulle produzioni completamente inedite.

E qui arriva il problema: con decine di nuovi anime distribuiti nel corso del 2026, riuscire a stare dietro a ogni uscita è tutt’altro che semplice. Inevitabilmente, alcune serie finiscono nella “watchlist” e rimangono lì, in attesa di essere recuperate.

Ma quali meritano davvero di essere visti? Abbiamo selezionato cinque nuovi anime del 2026 da vedere.

Sentenced to Be a Hero – Crunchyroll

Sentenced to Be a Hero ha impressionato fin dal debutto, tanto che Crunchyroll l’ha già indicata come il miglior nuovo anime del 2026 dopo la messa in onda del primo episodio. A contribuire all’impatto della première è stata anche la sua durata speciale, quasi un’ora, accompagnata da una qualità produttiva che non ha nulla da invidiare a molte moderne produzioni cinematografiche d’azione.

Ma sarebbe riduttivo attribuire il successo dell’anime esclusivamente alle sue animazioni e alla qualità della produzione. Uno dei suoi punti di forza è infatti la storia dark fantasy, capace di proporre una narrazione coinvolgente e originale senza appoggiarsi ai soliti cliché degli isekai che caratterizzano numerose produzioni contemporanee.

Se avete continuato a rimandare la visione nonostante tutto il parlare che si è fatto della serie, questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla.

Daemons of the Shadow Realm – Crunchyroll

Fin dal suo debutto, Daemons of the Shadow Realm è stato indicato da molti come il possibile erede di uno dei più grandi anime di sempre: Fullmetal Alchemist.

Il motivo è tutt’altro che casuale. Si tratta infatti della seconda serie realizzata dalla stessa autrice, Hiromu Arakawa, e presenta diverse delle caratteristiche che hanno contribuito al successo mondiale della sua precedente opera.

L’anime sceglie di non avere fretta e dedica grande attenzione alla costruzione del proprio mondo. I primi episodi, inoltre, hanno già regalato diversi colpi di scena capaci di sorprendere anche gli spettatori più attenti.

A questo si aggiunge il lavoro di Bones Film, che sta portando avanti la produzione con la stessa cura e dedizione riservate alle altre sue importanti produzioni.

L’anime ha debuttato durante la stagione primaverile del 2026 ed è ancora in corso. Questo significa che questo è probabilmente il momento migliore per iniziare a guardarlo: gli episodi da recuperare sono ancora relativamente pochi e aspettare troppo potrebbe trasformare il recupero in un’impresa decisamente più impegnativa.

Soprattutto perché, se le premesse saranno confermate, potremmo davvero trovarci davanti al successore di un autentico capolavoro.

Chainsmoker Cat – Netflix

Il mondo degli anime ci ha abituati alle storie più assurde, spettacolari e fantastiche che si possano immaginare. Molto più rare, invece, sono le produzioni che scelgono di raccontare storie realistiche attraverso personaggi adulti.

Nel 2026, però, due serie hanno cercato di colmare proprio questa lacuna: Smoking Behind the Supermarket With You e Chainsmoker Cat.

Entrambe meritano attenzione, ma è soprattutto la seconda a distinguersi grazie a un’idea tanto assurda quanto particolare.

Il suo elemento più curioso è infatti proprio il concept alla base della serie: una ragazza-gatto che spende tutti i suoi soldi in sigarette. Una premessa che potrebbe far pensare esclusivamente a una commedia dai toni bizzarri e irriverenti.

In realtà, dietro la sua comicità nera si nasconde una storia decisamente più toccante, che cerca di esplorare le motivazioni e le conseguenze delle abitudini autodistruttive delle protagoniste.

Chainsmoker Cat riesce così a essere contemporaneamente strano, divertente e sorprendentemente originale.

Se era già finito nella vostra lista degli anime da recuperare, consideratelo un segnale: è arrivato il momento di iniziarlo.

Jaadugar: A Witch in Mongolia – Crunchyroll

Con appena due episodi trasmessi, Jaadugar: A Witch in Mongolia si è già imposto come una delle produzioni più cupe della stagione estiva 2026 e come uno dei candidati più interessanti al titolo di miglior nuovo anime dell’anno.

Il titolo potrebbe far pensare a una classica storia soprannaturale fatta di streghe, magia e incantesimi. La realtà è però molto diversa.

Jaadugar: A Witch in Mongolia è infatti un seinen storico che racconta la storia di una schiava determinata a contribuire alla caduta dell’Impero Mongolo dall’interno.

La protagonista è Sitara, una ragazza cresciuta all’interno di una famiglia di studiosi. La sua vita cambia radicalmente quando la sua patria viene invasa e devastata dall’Impero Mongolo.

La tragedia alimenta in lei un forte desiderio di vendetta e Sitara decide quindi di dedicarsi a un’impresa apparentemente impossibile: orchestrare la caduta dell’impero dall’interno.

Naturalmente, trasformare questo proposito in realtà è molto più complicato di quanto possa sembrare.

E proprio con il susseguirsi degli episodi, la serie sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per trasformarsi in un’avvincente storia di spionaggio, capace di lasciare il segno.

Witch Hat Atelier – Crunchyroll

Se c’è un nuovo anime del 2026 che non dovrebbe assolutamente mancare nella vostra lista, quello è Witch Hat Atelier.

Il fantasy ha raccontato la magia in innumerevoli modi, spesso trasformandola in una forza misteriosa e quasi inspiegabile. Witch Hat Atelier sceglie invece una strada differente: la magia viene affrontata attraverso una struttura precisa e una vera e propria logica interna.

Ed è proprio questo approccio a renderla ancora più affascinante. La serie riesce infatti a dare alla magia delle regole ben definite senza privarla del suo senso di meraviglia e mistero, offrendo allo spettatore un modo completamente diverso di comprenderla.

A fare la differenza è anche il lavoro di Bug Films, che ha saputo tradurre sullo schermo il mondo magico della serie con un’esecuzione estremamente curata.

L’entusiasmo del pubblico è esploso in particolare con il quinto episodio, accolto con grande entusiasmo dalla community degli appassionati di anime e indicato da molti come l’episodio dell’anno.

Per tutti questi motivi, Witch Hat Atelier non è semplicemente uno dei migliori nuovi anime del 2026: è una delle serie che meritano di essere viste senza ulteriori rinvii.

E voi quale recupererete? Fatecelo sapere!

*Fonte del presente articolo: Comicbook.com

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