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Fumetti

Comicon Napoli 2026: Fumetti del passato e del presente

Durante il Comicon Napoli 2026, si è tenuto un panel molto interessante sul fumetto e l’evoluzione del medium nel corso della sua storia attraverso le parole dell’esperto in materia Gino Frezza, che ha presentato il suo libro, Kinematici

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Per tutti gli appassionati di nona arte, l’appuntamento del secondo giorno del Comicon Napoli 2026 con protagonista Gino Frezza è stato sicuramente affascinante.

Per chi non lo conosce, Frezza è un rinomato studioso italiano del fumetto e dei media, che al panel Fumetti del passato e del presente. Un dialogo sui mutamenti della Nona Arte ha parlato del suo libro Kinematici, un’opera che non si limita a raccontare il fumetto, ma lo utilizza come lente per osservare come è mutato l’intero ecosistema che ci ruota intorno, partendo dagli inizi e arrivando sino all’attualità.

La memoria del Comicon e il peso delle origini

Una normale giornata al Comicon Napoli degli ultimi anni

Moderato da Diego Del Pozzo, l’incontro, prima ancora di entrare nel vivo del discorso, si apre con un momento personale sia per il moderatore che per il Dott. Frezza. La sala che ospita la presentazione, dedicata a Dino De Matteo, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla memoria.

Si torna indietro nel tempo, per la precisione al 1998 e al primo Comicon Napoli di Castel Sant’Elmo, dove è nato quello che all’epoca era ancora il “Salone del Fumetto” e non il grande festival internazionale della cultura pop che conosciamo oggi.

Del Pozzo era parte del nucleo organizzativo originario del Comicon, insieme a De Matteo, che oggi purtroppo, non è più in vita.

Da quei primi eventi che hanno visto protagonisti oltre lo stesso Frezza anche altre figure fondamentali, come Valerio Evangelisti, è partita la riflessione, che è contenuta anche all’interno di Kinematici, sull’evento nato come semplice Salone del Fumetto, e arrivato a essere il Festival della cultura pop che è oggi, che tutti conoscono come Comicon Napoli.

Il fumetto come sistema culturale

Frezza parte dal concetto che il fumetto non è un linguaggio isolato; è parte di un sistema più ampio che include cinema, televisione, letteratura, arti visive.

Un sistema che nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e che continua a evolversi ancora oggi.

Non è un caso che nel suo discorso emergano riferimenti a figure come Italo Calvino e Umberto Eco: autori che, pur non essendo fumettisti, hanno compreso prima di molti altri il valore culturale e simbolico del fumetto.

Il fumetto non è solo intrattenimento, ma è un dispositivo narrativo complesso, capace di dialogare con altri media e di influenzarli.

Le grandi trasformazioni del fumetto

Il fumetto ha attraversato diverse trasformazioni storiche, e per capire quella attuale è necessario guardare al passato.

Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Venti del Novecento, il fumetto si sviluppa come forma ibrida, ancora in cerca di una propria identità. È l’epoca delle tavole domenicali, delle strisce sui giornali, di un linguaggio ancora in formazione.

Negli anni ’30 c’è la svolta con l’arrivo dei grandi fumetti avventurosi, come Flash Gordon e Tarzan, che porta una narrazione più strutturata, epica e coinvolgente.

Flash Gordon

Si tratta di un mutamento che ha un impatto enorme anche in Italia, influenzando riviste e autori e contribuendo alla nascita di un pubblico sempre più ampio.

Fino agli anni Settanta, il fumetto è un vero e proprio medium di massa, non solo per la diffusione, ma per il tipo di relazione che instaura con il pubblico.

Frezza racconta episodi emblematici: lettori che protestano per la morte di un personaggio, comunità che si mobilitano, un coinvolgimento emotivo che oggi associamo ai social media ma che esisteva già allora, in forme diverse.

Il rapporto con la cultura dei comics americani

Uno dei temi più stimolanti del libro è il rapporto tra fumetto italiano e fumetto americano.

L’influenza degli Stati Uniti è evidente fin dalle origini, ma non si tratta di un semplice processo di imitazione, bensì di un dialogo continuo, fatto di adattamenti, reinterpretazioni, resistenze.

Un esempio emblematico è quello del Corriere dei Piccoli, che trasforma i balloon in didascalie in rima: una scelta che modifica profondamente il linguaggio del fumetto in Italia.

Allo stesso tempo, autori italiani sviluppano una propria identità, dando vita a tradizioni uniche, come quella del fumetto popolare.

Gli anni Sessanta e la rivoluzione italiana

Se c’è un momento in cui il fumetto italiano dimostra davvero la sua capacità innovativa, è negli anni Sessanta.

È l’epoca dei fumetti neri, dei personaggi ambigui, delle narrazioni più adulte tra cui spicca Diabolik, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli più duraturi del fumetto italiano.

Questa fase segna un cambiamento fondamentale: il fumetto non è più solo per ragazzi, ma diventa uno strumento per esplorare temi più complessi e controversi.

Nel racconto di Frezza emerge anche il ruolo cruciale degli editori; case editrici come Sergio Bonelli Editore e Mondadori non sono semplici produttori di contenuti, ma sono diventati negli anni dei veri e propri motori culturali, con scelte editoriali che hanno contribuito (e lo fanno tutt’ora) a definire il gusto del pubblico, a orientare il mercato, a costruire l’immaginario collettivo.

Autori, sperimentazione e contaminazione: Micheluzzi, Rubino a Zavattini

La seconda parte del libro si concentra su autori e opere, intrecciando analisi storica e critica. Tra le figure citate emerge Attilio Micheluzzi, a cui sono dedicati i premi del Comicon, un autore che incarna perfettamente la capacità del fumetto di dialogare con altri linguaggi, in particolare con il cinema.

Premio Attilio Micheluzzi

E proprio il rapporto tra fumetto e cinema fatto di influenze reciproche, scambi continui,  sperimentazioni è uno dei temi centrali del lavoro di Frezza.

Un passaggio particolarmente interessante riguarda Antonio Rubino, figura spesso sottovalutata ma fondamentale.

Rubino non è solo un autore di fumetti, ma anche un pioniere del cinema d’animazione italiano e il suo lavoro dimostra come, fin dalle origini, il fumetto fosse già in dialogo con altri media. Questo tipo di contaminazione non è un’eccezione, ma una costante nella storia del fumetto.

Un altro nome chiave è quello di Cesare Zavattini che prima di diventare uno dei padri del neorealismo cinematografico, ha lavorato anche nel fumetto, contribuendo a creare alcune delle opere più significative degli anni Trenta.

La sua presenza nel libro di Frezza non è casuale: rappresenta un ponte tra fumetto e cinema.

Che cos’è il fumetto oggi: tra crisi e rinascita

Arrivando al presente, Frezza parla di una nuova trasformazione. Il fumetto non è più il medium di massa che era negli anni Settanta, ma si è trasformato, adattato e reinventato.

Oggi il fumetto vive in un ecosistema diverso, in cui convivono graphic novel, webcomic, adattamenti cinematografici, serie TV. E proprio in questa complessità sta la sua forza.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è la sua capacità di aprire nuove prospettive.

È un libro che si rivolge non solo a chi vuole approfondire, ma anche a chi semplicemente ama il fumetto e vuole capirlo meglio.

Il fumetto come cultura pop totale

Alla fine, il messaggio di Frezza è semplice ma potente: il fumetto è una forma totale di cultura pop.

Non è inferiore ad altri linguaggi, ma è un medium complesso, stratificato, capace di raccontare il mondo in modi unici.

E il fatto che questo discorso venga fatto a una fiera come il Comicon Napoli, che oggi abbraccia tutte le forme della cultura pop, rende tutto ancora più significativo.

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Manga

Shibatarian: quando l’amicizia diventa un incubo tra cinema, horror e identità

Shibatarian di Katsuya Iwamuro è un manga che mescola horror, cinema e adolescenza con una storia folle e imprevedibile. Ecco cosa funziona e cosa no nell’opera pubblicata da Star Comics

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Parlare di Shibatarian senza raccontare troppo della sua storia è probabilmente una delle cose più complicate da fare con questo manga. Non perché la trama sia particolarmente difficile da seguire, ma perché gran parte del suo fascino nasce proprio dalla capacità di Katsuya Iwamuro di prendere una situazione apparentemente normale e trasformarla progressivamente in qualcosa di completamente diverso, percependo sempre quel sottile filo di inquietudine che cresce, però, pagina dopo pagina nella lettura dell’opera.

Il manga parte da un’amicizia tra due ragazzi delle scuole medie e dalla loro passione per il cinema, poi aggiunge un elemento che rende tutto decisamente più complicato, di cui vi parleremo tra poco.

Da quel momento Shibatarian comincia a muoversi continuamente tra generi diversi, passando dall’horror al thriller, dalla fantascienza alla commedia nera senza preoccuparsi troppo di rispettare i confini tradizionali. È proprio questa libertà a renderlo interessante e, allo stesso tempo, a spiegare perché non sia un manga facile da definire.

La serie, scritta e disegnata da Katsuya Iwamuro, è stata pubblicata originariamente su Shonen Jump+ a partire dal 2023 e si è conclusa dopo 36 capitoli raccolti in cinque volumi. In Italia è stata pubblicata da Star Comics, che ha pubblicato tutti e 5 i volumi da cui è composta.

Il risultato è un’opera breve ma particolarmente densa, che dietro una premessa da horror apparentemente assurdo nasconde una riflessione sull’amicizia, sulla solitudine e soprattutto sul bisogno di essere riconosciuti dagli altri.

Shibatarian: un’amicizia molto particolare…

Tutto comincia con Hajime Sato, uno studente delle scuole medie che durante la primavera del suo ultimo anno incontra un ragazzo decisamente fuori dal comune. Sotto un albero di ciliegio trova infatti un coetaneo sepolto fino al collo. Il ragazzo si chiama Hajime Shibata e, nonostante le circostanze tutt’altro che normali del loro incontro, tra i due nasce rapidamente un’amicizia.

Sato e Shibata condividono soprattutto la passione per il cinema e decidono di realizzare insieme un film per il festival culturale della scuola. È un punto di partenza quasi rassicurante, soprattutto considerando quello che arriverà dopo, perché il cinema diventa fin dalle prime battute qualcosa che permette ai due ragazzi di avvicinarsi e di esprimere una parte di loro stessi che normalmente rimarrebbe nascosta.

Il problema è che Shibata sembra non esistere per gli altri.

Nessuno lo conosce, nessuno sembra ricordarsi di lui e, soprattutto, la sua presenza nasconde qualcosa che Sato scoprirà molto presto. Shibata può infatti moltiplicarsi e le sue copie iniziano progressivamente a comparire in quantità sempre maggiori.

Quello che all’inizio sembra un mistero legato a un singolo ragazzo diventa così qualcosa di molto più grande. Gli Shibata aumentano, la situazione sfugge rapidamente di mano e Sato si ritrova coinvolto in un conflitto nel quale diventa sempre più difficile capire chi sia davvero Shibata e quale sia il suo obiettivo.

Il manga utilizza questa premessa per costruire una storia che non punta soltanto sulla paura ma anche sulla curiosità. Ogni volta che sembra di aver capito le regole di questo mondo, Iwamuro introduce un nuovo elemento e costringe il lettore a rivedere quello che pensava di sapere.

Il cinema è il cuore della storia

La passione per il cinema di Sato e Shibata non è un semplice dettaglio utilizzato per caratterizzare i protagonisti, ma è uno degli elementi attraverso i quali il manga racconta il rapporto tra i due ragazzi e, più in generale, il modo in cui una persona può cercare di costruire la propria identità.

Iwamuro ha parlato in diverse occasioni delle sue influenze, citando manga e film molto differenti tra loro. Tra le opere che hanno contribuito alla formazione dell’autore ci sono Tomie di Junji Ito, 20th Century Boys e I Am a Hero, mentre sul fronte cinematografico ha indicato titoli come Gremlins, Essere John Malkovich e Il ritorno dei morti viventi.

Sono riferimenti molto diversi, ma aiutano a capire il tono di Shibatarian. Il manga non cerca infatti di essere un horror puro e nemmeno un thriller tradizionale. Iwamuro sembra molto più interessato a mescolare elementi provenienti da generi diversi all’interno della stessa storia.

Il cinema diventa quindi anche un modo per parlare della realtà. Attraverso un film è possibile scegliere cosa mostrare e cosa nascondere, decidere quale immagine dare di una persona e trasformare qualcuno in un protagonista. Per Sato, che vive una condizione di sostanziale invisibilità, questa possibilità ha un significato ancora più importante.

È anche per questo che il rapporto con Shibata funziona meglio quando il manga rimane concentrato sui due ragazzi e sulla loro amicizia.

Essere qualcuno invece che uno dei tanti

Uno dei temi più interessanti di Shibatarian riguarda proprio la necessità di sentirsi speciali. Sato è un ragazzo normale, tanto normale che il suo stesso cognome è stato scelto da Iwamuro per rappresentare questa caratteristica. “Sato” è infatti uno dei cognomi più diffusi in Giappone e il protagonista, almeno inizialmente, rappresenta proprio una persona qualunque. Ma essere una persona qualunque non significa necessariamente volerlo essere.

Sato vuole essere visto e riconosciuto. Vuole avere qualcosa che lo distingua dagli altri e il cinema rappresenta anche una possibilità per riuscirci. È qui che il manga comincia a collegare la sua storia con quella degli Shibata, perché la moltiplicazione del personaggio produce esattamente l’effetto opposto.

Più Shibata esistono, meno valore sembra avere il singolo Shibata.

Quando tutti hanno lo stesso volto, la singola persona scompare.

Iwamuro ha spiegato che uno dei temi alla base dell’opera è proprio la ribellione contro la massa e il desiderio di non diventare una persona anonima. È un concetto che assume un significato particolare se inserito nel contesto attuale, soprattutto considerando il ruolo che hanno acquisito i social network.

La massa diventa una minaccia

Follower, like, visualizzazioni e condivisioni hanno trasformato il modo in cui percepiamo la popolarità e spesso anche il nostro rapporto con gli altri. Una persona può diventare improvvisamente molto conosciuta grazie a un contenuto che raggiunge milioni di utenti, mentre qualcun altro può vedere la propria reputazione distrutta nello stesso modo.

Iwamuro ha collegato proprio questa trasformazione all’idea alla base di Shibatarian, spiegando il timore di un mondo nel quale le persone possono essere ridotte a semplici numeri.

Da questo punto di vista la moltiplicazione degli Shibata diventa molto più di un espediente narrativo. Gli Shibata rappresentano una massa che cresce continuamente e che finisce per rendere impossibile distinguere il singolo dall’insieme. Il loro numero diventa la loro forza, ma allo stesso tempo cancella progressivamente la loro individualità. È una delle intuizioni più riuscite del manga perché permette a una storia apparentemente assurda di parlare di qualcosa che, in realtà, è estremamente contemporaneo.

Perché Shibata funziona così bene come figura horror

Il design di Shibata è un altro elemento particolarmente efficace. Non è un personaggio dall’aspetto mostruoso e non ha bisogno di un design complesso per risultare inquietante. Il suo volto è semplice, quasi anonimo, e proprio questa normalità diventa il suo elemento più disturbante quando viene ripetuta all’infinito.

Una persona con quel volto può sembrare innocua, ma quando lo stesso volto compare davanti al protagonista decine o centinaia di volte la percezione cambia completamente.

È un principio molto semplice, ma il manga lo sfrutta bene anche attraverso il disegno. L’esperienza di Iwamuro nel graphic design si percepisce nella costruzione delle tavole e soprattutto nell’utilizzo del bianco e del nero, con contrasti molto forti che contribuiscono a creare una sensazione di inquietudine.

Non siamo davanti a un horror costruito esclusivamente sul gore o sui jump scare. La paura nasce spesso dalla ripetizione, dall’idea di essere circondati da persone identiche e dall’impossibilità di capire quale sia l’originale.

Il grande pregio di Shibatarian è anche il suo principale rischio

La cosa che probabilmente rende Shibatarian più divertente da leggere è la sua imprevedibilità. Iwamuro non sembra avere paura di cambiare direzione e il lettore non può mai essere completamente sicuro di dove la storia voglia arrivare.

Questa caratteristica rende i capitoli particolarmente scorrevoli e permette al manga di evitare quella sensazione di già visto che spesso accompagna le storie horror. Anche il modo in cui vengono costruiti i cliffhanger contribuisce a mantenere alta la curiosità, con l’autore che sfrutta molto la composizione delle tavole e il passaggio da una vignetta all’altra. Il problema è che questa stessa velocità può diventare un limite.

Shibatarian affronta moltissimi temi e lo fa in appena cinque volumi. Ci sono l’amicizia, il bullismo, la solitudine, la vendetta, il bisogno di essere riconosciuti, il rapporto con la massa, i social network, l’identità e naturalmente il cinema. Alcuni di questi elementi vengono sviluppati bene, mentre altri finiscono inevitabilmente per rimanere più superficiali.

Anche alcuni personaggi secondari avrebbero probabilmente beneficiato di maggiore spazio. In determinati momenti il manga introduce figure che sembrano destinate a ricoprire un ruolo importante, ma la velocità della narrazione e la fretta portata dal chiudere in pochi capitoli la storia, non sempre permette di approfondirle come sarebbe stato possibile in una serie più lunga. Ed è un limite che si percepisce e di cui la storia ne risente in più passi.

Un manga che non ha paura di cambiare tono

Un altro aspetto che può dividere i lettori è il modo in cui Shibatarian passa continuamente da un registro all’altro. Una scena può essere inquietante e drammatica e poche pagine dopo trasformarsi in qualcosa di completamente assurdo o persino comico.

Non è necessariamente un difetto, perché questa caratteristica fa parte dell’identità stessa del manga. Iwamuro sembra voler giocare continuamente con le aspettative del lettore e con i generi che sta utilizzando.

Il problema arriva quando questo cambio di tono indebolisce una scena che avrebbe avuto bisogno di maggiore peso emotivo. In alcuni passaggi il lettore potrebbe avere la sensazione che il manga corra così tanto verso la prossima idea da non fermarsi abbastanza a sviluppare quella precedente.

È probabilmente il compromesso più evidente di Shibatarian: la serie preferisce essere sorprendente piuttosto che perfettamente equilibrata.

Il finale torna all’origine di tutto

Attenzione, da questo punto sono presenti spoiler sul finale del manga.

Dopo aver fatto crescere la storia fino a trasformarla in qualcosa di molto più grande rispetto alla situazione iniziale, Iwamuro sceglie di riportare il finale al rapporto tra Sato e Shibata.

Il conflitto conclusivo non è quindi soltanto una questione di sopravvivenza o una battaglia contro una quantità apparentemente infinita di copie. Il cuore della conclusione rimane il rapporto tra i due protagonisti e quella passione per il cinema che aveva rappresentato il punto di partenza della loro amicizia.

Il quinto volume porta a compimento il piano degli Shibata e il tentativo di coinvolgere l’intera popolazione giapponese, ma la storia torna infine alla domanda più importante: che cosa significava davvero quel film che Sato e Shibata volevano realizzare insieme?

È una conclusione che cerca quindi di chiudere il cerchio tornando alla dimensione più personale della storia.

Dopo cloni, violenza, follia e situazioni sempre più assurde, ciò che rimane è il rapporto tra due ragazzi che hanno trovato nel cinema un modo per sentirsi meno soli. Ed è probabilmente il modo più coerente per concludere Shibatarian.

Shibatarian è un manga da recuperare?

Non è un manga perfetto e non ci prova nemmeno a esserlo. La narrazione è a tratti velocissima, alcuni temi avrebbero meritato maggiore approfondimento e il continuo cambio di tono potrebbe non convincere tutti. Allo stesso tempo, però, sono proprio queste caratteristiche a renderlo riconoscibile.

Katsuya Iwamuro ha costruito una storia che riesce a essere contemporaneamente assurda e sorprendentemente umana. Dietro l’idea degli Shibata che si moltiplicano all’infinito c’è infatti una riflessione molto più semplice e comprensibile: il desiderio di essere visti dagli altri e la paura di essere soltanto uno dei tanti.

Il cinema diventa il mezzo attraverso cui Sato cerca di trovare la propria identità, mentre Shibata rappresenta progressivamente il contrario, una massa nella quale l’individuo rischia di scomparire.

Ci sono sangue, horror, situazioni assurde e una quantità decisamente spropositata di Shibata. Ma sotto tutto questo rimane una storia sull’amicizia e sulla solitudine, sul bisogno di avere qualcuno che ci riconosca e sulla paura di essere dimenticati.

Per un manga di cinque volumi che parte da un ragazzo sepolto sotto un albero di ciliegio, non è affatto un risultato da poco.

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Manga

Koomy amplia il catalogo manga con una prima selezione Planet Manga

Una prima selezione di oltre 600 volumi, tra cui L’Attacco dei Giganti, Blue Lock, Wind Breaker e Ken il Guerriero, arriva da oggi su Koomy

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Koomy, la piattaforma italiana per la lettura legale di fumetti, manga, graphic novel e webtoon in digitale, annuncia l’arrivo di una prima selezione del catalogo Planet Manga.

Da oggi, oltre 90 serie e 600 volumi sono disponibili per la lettura da smartphone, tablet, PC ed e-reader compatibili.

L’arrivo della selezione Planet Manga rappresenta il primo passo di un percorso volto a portare su Koomy i manga dei principali editori giapponesi, offrendo agli appassionati una selezione che spazia dai grandi classici alle serie contemporanee più amate, con l’obiettivo di avvicinare nuovi lettori alla piattaforma e arricchire l’esperienza degli utenti già attivi.

I titoli disponibili da oggi

La selezione copre generazioni e generi diversi, proponendo un’offerta molto ampia:

  • Classici e serie cult: Berserk, Ken il Guerriero e gli spin-off di Ken la Leggenda, Billy Bat, Alita, L’Uomo Tigre e Lupin III.
  • Grandi successi contemporanei: L’Attacco dei Giganti, Blue Lock, Wind Breaker, Bungo Stray Dogs e Shangri-La Frontier.
  • Azione, fantascienza e survival: BLAME!, Knights of Sidonia, Deadman Wonderland, Highschool of the Dead, Triage X e Full Metal Panic!.
  • Fantasy, isekai e soprannaturale: KonoSuba, Trinity Seven e N.Angel.
  • Supereroi e comics: gli speciali manga di Deadpool e X-Men.
  • Romance e storie contemporanee: Sasaki e Miyano e Il marito di mio fratello.
  • Volumi unici e libri: Chiedi a Iwata e i libri dedicati a Belle di Mamoru Hosoda.

Prima di acquistare, ogni lettore può leggere gratuitamente l’anteprima di un volume e capire se quella storia fa per lui. Con oltre 600 volumi disponibili, scegliere da dove iniziare non è sempre semplice: per questo Koomy ha creato dei Percorsi di lettura dedicati alla selezione Planet Manga, pensati per accompagnare la scoperta di nuovi titoli.

Chi vuole esplorare l’intera proposta può consultare l’elenco completo dei titoli Planet Manga disponibili su Koomy e scegliere il prossimo manga da leggere.

Dichiarazioni

Kristian Lentino, CEO di Koomy, ha dichiarato:

«Quando abbiamo lanciato Koomy, a marzo 2025, avevamo poche centinaia di titoli e una piccola community che ha scelto di credere nel progetto. Oggi contiamo oltre 12.000 utenti e un catalogo che supera i 2.000 titoli e i 4.000 volumi. Ma la cosa che ci piace di più è che i lettori non sono semplici spettatori in questo progetto: ci hanno suggerito opere, segnalato problemi e aiutato a far crescere la piattaforma. Portare su Koomy una selezione così importante è anche grazie a tutti loro. A loro va il nostro grazie e l’impegno a rendere la lettura digitale dei fumetti sempre più ricca, semplice e accessibile.»

Un catalogo in continua crescita

Con l’arrivo della nuova selezione Planet Manga, Koomy supera i 2.000 titoli e i 4.000 volumi disponibili in catalogo. Accanto a Planet Manga, la piattaforma ospita già editori come Panini Comics (con le linee Marvel, DC e Disney), Edizioni BD, Tunué, Saldapress, Sprea Comics, Tora Edizioni e altre realtà del fumetto italiano.

L’arrivo di Planet Manga si inserisce in una visione più ampia: rendere accessibili in digitale i grandi titoli internazionali e, allo stesso tempo, costruire uno spazio dedicato al talento italiano, dalle opere che hanno segnato intere generazioni ai progetti indipendenti ancora da scoprire e che hanno qualcosa da raccontare.

Modalità di acquisto e prezzi

I volumi Planet Manga sono acquistabili singolarmente, con prezzi che partono da 3,99 €.
Gli acquisti avvengono tramite Kooins, la valuta digitale di Koomy, acquistabile dal sito o dall’app. Gli abbonati a Koomy Plus ricevono Kooins inclusi a ogni rinnovo, beneficiando di un risparmio aggiuntivo sulla collezione personale. Tutti i volumi acquistati sono accessibili anche offline e conservati in una libreria personale permanente.

Informazioni su Koomy
Koomy è la piattaforma italiana dedicata alla lettura legale di fumetti, manga, graphic novel e webtoon in digitale. Permette di scoprire nuove opere, leggere anteprime gratuite, acquistare singoli volumi e creare una collezione personale accessibile anche offline. Attraverso funzionalità come la Lettura Smart (zoom automatico e scorrimento pannello per pannello), Koomy sviluppa un’esperienza pensata per rendere la lettura dei fumetti più semplice e comoda su smartphone e tablet.
*Ringraziamo Koomy per la condivisione del comunicato di cui sopra
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Comics

Cosmic Odyssey: il più grande fallimento di John Stewart come Lanterna Verde

38 anni fa Cosmic Odyssey mise John Stewart davanti alla sua più grande sfida come Lanterna Verde. Il fallimento su Xanshi avrebbe segnato per sempre il suo percorso eroico

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La serie Lanterns rappresenta l’ennesima occasione per riportare Lanterna Verde al centro dell’universo DC, questa volta con John Stewart tra i grandi protagonisti.

Per molti spettatori che non frequentano abitualmente i fumetti, il personaggio è diventato famoso soprattutto grazie alle serie animate Justice League e Justice League Unlimited. Nei fumetti, invece, Stewart è ormai da decenni uno dei principali Green Lantern della Terra. Ma arrivare a quel ruolo non è stato semplice.

Nel 1988, Jim Starlin e il futuro creatore di Hellboy, Mike Mignola, collaborarono a Cosmic Odyssey, un evento destinato a diventare fondamentale per la storia di John Stewart. Proprio qui il personaggio affrontò infatti uno dei più grandi fallimenti della propria carriera come Lanterna Verde, un errore che avrebbe continuato a perseguitarlo per anni.

Cosmic Odyssey e l’incontro tra Justice League e Nuovi Dei

I personaggi del Quarto Mondo creati da Jack Kirby non erano certo estranei all’universo principale DC. Per oltre un decennio avevano già interagito con gli altri eroi della casa editrice, ma Cosmic Odyssey contribuì a integrare ancora di più i Nuovi Dei all’interno degli eventi dell’universo principale.

Il crossover di Jim Starlin e Mike Mignola offrì inoltre alcuni interessanti team-up tra i membri della Justice League e i personaggi del Quarto Mondo.

In questa situazione persino Darkseid decise di schierarsi temporaneamente dalla parte degli eroi per cercare di fermare l’Entità Anti-Vita, anche se, naturalmente, il suo obiettivo segreto era riuscire a controllarla.

L’Entità Anti-Vita creò quattro Aspetti e li inviò nell’universo DC. Ognuno di loro piazzò delle bombe capaci di distruggere interi pianeti, innescando una reazione a catena che avrebbe potuto portare alla distruzione dell’universo.

Darkseid preparò quindi delle armi speciali per contenere gli Aspetti e divise il gruppo di eroi in diverse squadre, formate da membri della Justice League e dai Nuovi Dei.

John Stewart venne affiancato a J’onn J’onzz, il Martian Manhunter, per una missione sul pianeta Xanshi.

La scelta sembrava avere senso. Stewart aveva già avuto a che fare con quel mondo e, anche se all’epoca aveva lasciato il proprio ruolo all’interno del Corpo delle Lanterne Verdi, sembrava essere la persona giusta per affrontare la missione. Ma sarebbe stato proprio Xanshi a trasformarsi nel più grande fallimento della sua carriera.

John Stewart era convinto di poter salvare Xanshi da solo

Quando arrivarono su Xanshi, John Stewart e Martian Manhunter scoprirono che il pianeta era stato colpito da un virus devastante.

J’onn avvertì subito Stewart che il tempo a disposizione stava rapidamente diminuendo. Il problema, però, era che la sicurezza di John nelle proprie capacità stava iniziando a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.

Stewart decise infatti di prendersi del tempo supplementare per preparare una cura miracolosa che avrebbe potuto salvare la popolazione, prima di concentrarsi sulla minaccia principale.

Anche Martian Manhunter commentò la potenza dell’anello di Lanterna Verde, incoraggiando ulteriormente la sicurezza di Stewart. Ma la situazione peggiorò rapidamente.

L’Aspetto aveva preso il controllo di una stazione meteorologica computerizzata globale per rallentare ulteriormente i due eroi e riuscì persino a distruggere il loro dispositivo di contenimento.

Nonostante tutto, Stewart rimase impassibile. Il nemico non sembrava preoccuparlo e questo iniziò a mettere seriamente in allarme Martian Manhunter. E  poi arrivò la decisione che avrebbe condannato l’intera missione.

John Stewart scoprì la debolezza di Martian Manhunter al fuoco e decise di abbandonarlo. Lasciò J’onn intrappolato all’interno di una bolla protettiva e si diresse da solo verso il loro obiettivo.

La cosa più amara è che Stewart arrivò persino a dire ironicamente al marziano esiliato che non era esattamente nel suo elemento quando si trattava di affrontare questioni intergalattiche. Una frase destinata a diventare terribilmente significativa.

La bomba gialla e la distruzione di Xanshi

John continuò a fare affidamento sull’enorme potere del suo anello mentre volava verso il luogo in cui si trovava la bomba. Era convinto che nulla avrebbe potuto fermarlo.

Quando finalmente arrivò davanti all’ordigno, però, scoprì la terribile verità: l’Aspetto aveva dipinto la bomba di giallo. E, in quella fase della continuity, gli anelli del potere delle Lanterne Verdi non erano in grado di alterare ciò che era di quel colore.

John era quindi impotente. Martian Manhunter era ancora lontano e sul conto alla rovescia rimanevano soltanto pochi secondi. Stewart non riuscì a disinnescare la bomba.

L’ordigno esplose.

Il potente anello di John riuscì a proteggere lui e Martian Manhunter, ma Xanshi venne completamente distrutto.

E la tragedia fu ancora più terribile perché la distruzione non avvenne in maniera istantanea.

Martian Manhunter fu costretto ad assistere all’onda di devastazione che si propagava lentamente attraverso la popolazione del pianeta.

Cosmic Odyssey #2 dedica diverse pagine alla carneficina e alla distruzione di Xanshi. I mari del pianeta ribollono mentre i cittadini bruciano in agonia e metà del mondo viene devastata dall’esplosione. Poi arriva una seconda detonazione catastrofica.

Il cuore di Xanshi viene trasformato in antimateria e il pianeta viene scagliato contro la stella del proprio sistema, che viene a sua volta distrutta dal primo attacco dell’Anti-Vita.

Martian Manhunter trova infine John Stewart tra le macerie, completamente sotto shock. Attraverso il suo anello ha percepito il grido di morte di Xanshi.

Prova a spiegarsi, ma J’onn lo interrompe immediatamente e lo accusa di averlo costretto ad assistere alla distruzione di due mondi e gli promette che non lo perdonerà mai per quello che ha fatto.

Il fallimento di John Stewart diventa il suo trauma più grande

Le altre squadre riescono a portare a termine le rispettive missioni, avendo a disposizione molto più tempo per disinnescare le bombe rispetto a Green Lantern e Martian Manhunter.

L’Entità Anti-Vita viene infine fermata in Cosmic Odyssey #4, anche se la maggior parte degli eroi terrestri viene esclusa dallo scontro finale.

Martian Manhunter nota però che John Stewart, completamente devastato da ciò che è accaduto, si è allontanato dal gruppo e decide di andare a controllare come sta. John si assume completamente la responsabilità della distruzione di Xanshi.

Non attribuisce la colpa ai veri responsabili, ovvero coloro che avevano piazzato la bomba, ma considera il fallimento come una propria colpa. La situazione precipita fino a un punto estremamente oscuro.

In un momento di disperazione, Stewart arriva persino a puntarsi una pistola alla tempia e a contemplare il suicidio.

Martian Manhunter, però, non si lascia fermare dalla rabbia che prova nei confronti di John e interviene con un discorso che, pur essendo necessario, finisce anche per rafforzare alcune delle convinzioni sbagliate che Stewart ha sviluppato nei confronti della propria responsabilità. John reagisce con rabbia, giura di continuare a combattere e di diventare una Lanterna Verde migliore, maledicendo Martian Manhunter mentre lascia cadere la pistola e si allontana.

Ma accettare il proprio ruolo nella distruzione di Xanshi avrebbe richiesto molto più tempo.

Ed è proprio questo a rendere l’evento così importante nella sua storia.

La distruzione di Xanshi continua a perseguitare John Stewart

Cosmic Odyssey ha lasciato un’eredità piuttosto controversa per quanto riguarda John Stewart.

L’arroganza e l’eccessiva sicurezza mostrate dal personaggio e diventate la causa del suo fallimento su Xanshi erano infatti caratteristiche introdotte quasi esclusivamente proprio attraverso questa storia.

Prima di Cosmic Odyssey, Stewart si era distinto soprattutto per il suo senso di responsabilità. Era arrivato persino a chiedere un addestramento supplementare finché non si fosse sentito davvero all’altezza del proprio ruolo.

La storia di Starlin e Mignola aveva quindi modificato alcuni aspetti del personaggio per trasformarlo nel capro espiatorio perfetto della tragedia di Cosmic Odyssey.

Fortunatamente, gli autori che sarebbero arrivati negli anni successivi riuscirono a utilizzare quel fallimento per costruire storie molto più significative, permettendo a John Stewart di evolversi rispetto alla versione mostrata nell’evento.

Questo non significa però che la distruzione di Xanshi abbia smesso di tormentarlo, anzi: Green Lantern: Mosaic raccontò proprio il modo in cui Stewart affrontò il disturbo da stress post-traumatico derivato dall’evento, su un pianeta mosaico composto da razze e culture differenti.

Il personaggio venne inoltre preso di mira per vendetta da Fatality, l’unica sopravvissuta di Xanshi, e fu perseguitato dalle Lanterne Nere resuscitate durante l’evento Blackest Night della DC.

Anche il rapporto tra Stewart e J’onn J’onzz sarebbe stato ripreso e approfondito decenni più tardi da Scott Snyder durante la sua gestione della Justice League.

John Stewart non era mai caduto così in basso come dopo il fallimento su Xanshi.

E proprio per questo Cosmic Odyssey rappresenta ancora oggi uno dei momenti più importanti della sua storia editoriale.

L’evento affrontò immediatamente alcune delle conseguenze della tragedia, ma per raccontare davvero il trauma di John Stewart gli autori avrebbero avuto bisogno di anni.

È proprio questa lunga eredità a dimostrare quanto la distruzione di Xanshi abbia continuato a influenzare John Stewart, non soltanto come Lanterna Verde ma soprattutto come uomo.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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