Se il Mega Drive era asfalto e velocità, il Super Nintendo era velluto e armonia. L’altra faccia della stessa medaglia dell’adolescenza.
Stessi pomeriggi, stessa TV a tubo catodico, ma vibes diverse: meno aggressività, più meraviglia. Meno “guarda quanto sono figo tecnicamente”, più costruzione del mondo vero e proprio.
Dopo aver raccontato l’adolescenza in salsa SEGA, è il momento di girare la cartuccia e guardare l’altro lato dei 16-bit. Anche qui niente classifica oggettiva, né la solita lista dei capolavori che trovi ovunque. Questi sono cinque giochi che ho avuto davvero, consumato, e che hanno definito un modo diverso di vivere quell’età.
L’altra faccia dell’adolescenza, appunto.
Perché diciamocelo chiaro: se il Mega Drive era l’adolescenza ribelle — asfalto, synth aggressivi, ninja e shoot ‘em up — il Super Nintendo era quella più introspettiva. Colori più caldi, melodie più morbide, mondi più stratificati. Non meno intensa, solo diversa.
Probabilmente lo SNES è la console a cui sono più legato in assoluto. Non solo per i giochi — che già da soli basterebbero — ma per quello che rappresenta. È la macchina dei ricordi più nitidi, delle estati infinite, dei pomeriggi che sembravano non finire mai. È quel suono caldo all’accensione, i colori pieni, quella sensazione costante di stare vivendo qualcosa di speciale.
E proprio per questo questa classifica è la più difficile della serie.
Perché qui non si tratta solo di scegliere cinque giochi. Si tratta di lasciare fuori pezzi di memoria. Di decidere quali cartucce hanno definito davvero quell’altra faccia dell’adolescenza: meno aggressiva rispetto ai 16-bit SEGA, forse, ma più profonda. Più stratificata. Più mia.
Non troverete una lista oggettiva, non potrebbe esserlo. Troverete cinque titoli che ancora oggi, appena partono, non ti riportano solo a un gioco. Ti riportano a un tempo preciso.
Grazie al razzo: gli ovvi
Se per il Mega Drive la lista degli intoccabili era già lunga, con il Super Nintendo diventa quasi ingestibile. La console Nintendo ha avuto una line-up talmente piena di capolavori che la categoria degli “ovvi” rischia di diventare più affollata della classifica vera e propria.
Qui dentro finiscono i titoli che chiunque abbia avuto uno SNES ricorda senza sforzo. Quelli che stavano sulle copertine delle riviste, nelle vetrine dei negozi, nei pomeriggi a casa degli amici. I giochi che hanno definito la console e che ancora oggi saltano fuori automaticamente in qualsiasi discussione sui 16-bit Nintendo.
Però anche questa lista ha dovuto subire una scrematura. Perché se includessi davvero tutti gli ovvi dello SNES, non resterebbe spazio per altro.
Quindi quelli che seguono non sono tutti gli ovvi. Sono solo quelli impossibili da ignorare.
Il platform che definì una console
Quando parli di Super Nintendo, il primo nome che viene fuori quasi automaticamente è Super Mario World.

Non è solo il titolo di lancio. È proprio il suo simbolo. Il gioco che ha insegnato a un’intera generazione cosa poteva essere davvero un platform a 16-bit: preciso, pieno zeppo di segreti, costruito con un level design che ancora oggi viene studiato come esempio di perfezione.
Super Mario World è uno di quei casi rarissimi in cui funziona tutto. Il controllo è cristallino, la progressione naturale, i livelli ti sorprendono continuamente senza mai sembrare forzati. E poi c’è Yoshi, che non è solo una feature carina ma una meccanica che cambia proprio il modo di giocare.
Per me sta tranquillamente nella top 10 dei migliori videogiochi di sempre. Non per nostalgia, ma per solidità. È uno di quei titoli che puoi rigiocare oggi e scoprire che funziona esattamente come allora.
Qualche anno dopo arriverà Super Mario World 2: Yoshi’s Island, un’evoluzione radicale: più sperimentale, più artistico, quasi pittorico nella direzione visiva. Anche quello un capolavoro, solo diverso nello spirito.
Ma se devo pensare al Super Nintendo nella sua forma più pura, quella cartuccia resta Super Mario World. Non solo un grande gioco. Il manifesto della console, e di conseguenza della generazione intera.
L’esplorazione scolpita nella pietra
Altro titolo che sta di diritto negli “ovvi”: Super Metroid.

Se il primo Metroid su NES ha praticamente inventato un genere, Super Metroid l’ha definito una volta per tutte. L’ha proprio scolpito nella pietra. Mappa interconnessa, progressione basata sulle abilità, esplorazione guidata dalla curiosità più che dalle frecce luminose: tutto quello che oggi chiamiamo “metroidvania” passa da qui.
Ma la cosa assurda è quanto sia invecchiato poco. Anzi, praticamente zero. Super Metroid sembra progettato ieri: controlli precisi, level design che ti guida senza mai dirti esplicitamente cosa fare, ritmo perfetto tra scoperta e padronanza.
L’ho rifinito di recente — per l’ennesima volta — e la sensazione è sempre la stessa: un gioco di una pulizia quasi irreale. Nessuna meccanica superflua, nessuna forzatura. Solo esplorazione, atmosfera e design purissimo.
Non è solo uno dei capolavori dello SNES. È uno di quei rari videogiochi che finiscono tranquillamente nella top 10 di sempre senza che nessuno si scandalizzi. E con pieno merito.
La terza pietra della trilogia
A chiudere quella che per molti resta la sacra trilogia dello SNES c’è The Legend of Zelda: A Link to the Past.

Se Super Mario World è stato il manifesto del platform e Super Metroid l’esplorazione perfetta, A Link to the Past è la forma definitiva dell’avventura classica. Mondo aperto ma leggibile, dungeon costruiti come meccanismi di precisione, progressione che alterna scoperta e soddisfazione con una naturalezza disarmante.
Anche qui parliamo di perfezione, e rischierei solo di ripetermi. È uno di quei giochi che finiscono regolarmente nelle top 10 di sempre, e non per inerzia nostalgica ma per merito vero. Funziona tutto: ritmo, puzzle, combattimento, atmosfera.
Anche se la serie ha continuato a reinventarsi negli anni, per me resta ancora lo Zelda migliore. Quello che definisce l’essenza della saga nella sua forma più pura.
E con lui si chiude la triade inevitabile degli “ovvi” dello SNES. Tre giochi che non sono solo grandi titoli della console: sono pietre miliari del videogioco in generale.
Il salto nel futuro
Altro nome che rientra senza discussioni tra gli ovvi è Mega Man X.

Dopo anni di successi su NES, Capcom decide di portare la serie nei 16-bit senza limitarsi a un semplice aggiornamento grafico. Mega Man X è proprio un’evoluzione della formula classica: più veloce, più dinamico, più aggressivo nel ritmo.
Bastano pochi minuti per capirlo. Il dash cambia completamente la mobilità del personaggio, i livelli diventano più verticali, più acrobatici, più tecnici. È sempre Mega Man, ma con una fluidità che sullo SNES sembra naturale, come se la serie fosse nata proprio lì.
E poi c’è il level design: la lezione iniziale dell’Highway Stage è ancora oggi uno degli esempi più citati di tutorial invisibile. Ti insegna tutto senza dirti nulla.
Mega Man X riesce in una cosa difficilissima: rispettare una serie amatissima e allo stesso tempo reinventarla. Non è solo uno dei migliori episodi della saga. È uno dei platform d’azione più riusciti dell’era 16-bit. Ricordo ancora la spettinata che mi ha dato quando l’ho provato la prima volta all’epoca. Un’epoca in cui avevo ancora i capelli. Non proprio nella triade sacra dello SNES, ma decisamente nello stesso pantheon.
Quando la grafica sembrava venire dal futuro
Tra gli “ovvi” dello SNES non può mancare Donkey Kong Country.

All’epoca bastava vedere uno screenshot per capire che stava succedendo qualcosa di diverso. Gli sprite prerenderizzati di Rare sembravano arrivare da un’altra generazione: volumetrici, dettagliati, quasi tridimensionali. Nel 1994 era difficile non restare a bocca aperta. Lo SNES sembrava fare proprio delle magie.
Ma Donkey Kong Country non era solo vetrina tecnologica. Sotto quella grafica spettacolare c’era un platform solido, costruito con grande attenzione al ritmo e alla varietà. Livelli pieni di trovate, animali compagni che cambiavano il modo di affrontare le sezioni, segreti disseminati ovunque per chi aveva voglia di esplorare davvero.
E poi la colonna sonora di David Wise, capace di creare atmosfere quasi ipnotiche — dalla giungla alle caverne, fino alle iconiche ambientazioni acquatiche.
Forse oggi l’impatto visivo non è più lo shock di allora. Ma resta uno dei momenti in cui lo SNES ha dimostrato di poter stupire ancora, anche a fine generazione.
E sì, nel 1994 davanti a quella grafica la reazione era una sola: ma come diavolo fanno a far girare sta roba su uno SNES?
Il JRPG che ha fatto storia
Tra gli “ovvi” dello SNES c’è anche Chrono Trigger, uno di quei titoli che negli anni hanno smesso di essere solo un grande gioco per diventare un punto di riferimento dell’intero genere.

Dietro c’era una squadra che oggi sembra quasi irreale: Hironobu Sakaguchi, Yuji Horii e Akira Toriyama. Un incontro di talenti che all’epoca fu chiamato non a caso “Dream Team”.
Chrono Trigger prendeva le basi del JRPG classico e le rendeva più fluide, più accessibili, più moderne. Combattimenti senza transizione verso schermate separate, ritmo sorprendentemente scorrevole, una storia che giocava con viaggi nel tempo e finali multipli senza perdere mai chiarezza.
Ma soprattutto aveva una qualità rarissima: sembrava rispettare il tuo tempo. Niente lungaggini inutili, niente riempitivi. Ogni area, ogni evento, ogni battaglia aveva un senso preciso nel flusso dell’avventura.
Non è solo uno dei grandi giochi dello SNES. È uno di quei JRPG che ancora oggi vengono citati quando si parla di perfezione nel genere.
Il futuro secondo il Mode 7
Tra gli “ovvi” dello SNES c’è anche F-Zero, uno di quei giochi che servivano soprattutto a dimostrare una cosa molto semplice: cosa poteva fare lo SNES.

Titolo di lancio, F-Zero era la vetrina perfetta per il famigerato Mode 7, la tecnologia che permetteva di ruotare e scalare gli sfondi creando quell’effetto pseudo-3D che all’epoca sembrava pura fantascienza. Le piste si deformavano, si piegavano, scorrevano sotto la navicella con una fluidità che faceva sembrare il futuro già arrivato.
Ma F-Zero non era solo una demo tecnica travestita da gioco. Era anche velocità pura, difficoltà severa e un controllo che premiava chi imparava davvero le piste. Non c’erano scorciatoie facili: dovevi memorizzare le curve, gestire l’energia e guidare con precisione chirurgica.
E poi la colonna sonora. Quella miscela di rock ed elettronica che dava alle gare un’energia quasi fisica, perfetta per accompagnare la sensazione di velocità.
Oggi la serie è ricordata soprattutto per i capitoli successivi, ma il primo F-Zero resta uno dei manifesti più chiari dello SNES: un gioco pensato per dire, senza mezzi termini, benvenuti nei 16-bit.
Menzioni onorevoli (tra gli ovvi)
Anche dopo aver passato in rassegna gli “ovvi”, restano comunque fuori altri giganti dello SNES. Non per mancanza di merito, ma solo perché la line-up della console è troppo ricca.
Super Mario Kart Non solo un grande gioco, ma l’inizio di una delle serie più longeve e popolari della storia Nintendo. Il Mode 7 qui non era più una dimostrazione tecnica come in F-Zero, ma diventava il cuore di un’esperienza multiplayer destinata a definire un genere.
Final Fantasy VI Uno dei JRPG più celebrati di sempre. Ambizioso, epico, pieno di personaggi memorabili e con una colonna sonora straordinaria di Nobuo Uematsu. Per molti è il vertice della saga classica.
Contra III Più evoluzione che rivoluzione rispetto agli episodi precedenti, ma sempre sinonimo di azione serrata e difficoltà brutale. Contra era una garanzia, anche su SNES. E tutti ci ricordiamo Quel boss robot.

La classifica
Dopo aver tolto di mezzo gli “ovvi” — e nel caso dello SNES erano davvero tanti — resta la parte più difficile: scegliere.
Perché se c’è una console che associo ai ricordi più vivi, è proprio lo SNES. Non solo per i capolavori universalmente riconosciuti, ma per le cartucce che ho avuto davvero tra le mani. Quelle che finivano nella console pomeriggio dopo pomeriggio, quelle che conoscevi a memoria, quelle che ancora oggi, appena parte la musica iniziale, ti riportano indietro di trent’anni senza chiedere permesso.
Quindi questa non è una classifica dei migliori giochi dello SNES. Non potrebbe esserlo, e in fondo non avrebbe neanche senso dopo aver citato i mostri sacri.
Sono semplicemente cinque giochi che, per motivi diversi, hanno definito il mio Super Nintendo.
Cinque cartucce e una vita, appunto.
Ma prima, le menzioni onorevoli
La cosa difficile con lo SNES è che anche i giochi che restano fuori dalla top 5 sembrano comunque pezzi importanti della memoria. Alcuni di questi hanno sfiorato l’ingresso fino all’ultimo.
Cybernator Mech pesanti, atmosfera cupa e un senso di gravità rarissimo nei giochi dell’epoca. Non era frenetico, ma intenzionalmente lento e metodico. Uno di quei titoli che dimostravano come lo SNES sapesse essere anche sorprendentemente “adulto”.
Area 88 Shoot ‘em up tecnico e durissimo, tratto dall’omonimo manga. Gestione delle armi, missioni diverse, difficoltà senza sconti. Non il più spettacolare degli shooter della console, ma sicuramente uno dei più intensi.
Smash TV Caos puro. Arena shooter prima che il termine esistesse davvero, con ondate infinite di nemici e premi gridati come in un folle quiz televisivo. Perfetto per partite brevi e nervose. Ne abbiamo già parlato su essenza ludica.
NBA Jam Esagerato, veloce, completamente sopra le righe. Non era basket realistico: era spettacolo puro. E ancora oggi è difficile non sorridere appena senti il celebre “He’s on fire!”.
Ora iniziamo veramente
5. Wild Guns

Wild Guns è uno di quei giochi che rappresentano perfettamente la magia un po’ imprevedibile dello SNES. Non era un titolo che compariva automaticamente nelle classifiche dell’epoca, e forse proprio per questo è rimasto impresso con una forza particolare.
L’idea di base è semplicissima: uno shooting gallery stile arcade, con te che controlli il mirino mentre il personaggio si muove sullo sfondo. Ma nelle mani di Natsume questa struttura diventa qualcosa di incredibilmente raffinato. Il campo di battaglia si riempie di proiettili, nemici, esplosioni e bersagli mobili, ma tutto resta sempre leggibile. Caotico sì, ma mai confuso.
E poi c’è l’estetica: un western fantascientifico popolato da cowboy, robot e boss giganteschi che sembrano usciti da un anime anni ’90. È uno di quei mix improbabili che sulla carta potrebbero sembrare assurdi, ma in gioco funzionano alla perfezione.
Per me Wild Guns è stato molto più di una bella scoperta: è diventato quasi un’ossessione. L’ho giocato letteralmente fino alla mania, imparando i livelli, ottimizzando ogni movimento, cercando di spremere il sistema di punteggio fino all’ultima possibilità.
Tanto che, anni dopo, con la riedizione Wild Guns Reloaded su PS4, sono riuscito per un periodo a detenere addirittura il record mondiale di punteggio con uno dei personaggi.
Non è una cosa che capita con molti giochi. Ma Wild Guns ha quella qualità rara: quando il sistema di gioco è costruito così bene, la voglia di migliorare non finisce mai. E anche dopo decenni continua a funzionare con la stessa precisione chirurgica di allora.
4. Rock n’ Roll Racing

Non sono mai stato un grande appassionato di giochi di corse. In generale mi divertono, ma raramente riescono a tenermi incollato per settimane. Rock n’ Roll Racing è una delle poche eccezioni.
Il motivo è semplice: qui le gare sono solo metà del gioco. L’altra metà è un mix irresistibile di upgrade, armi, circuiti isometrici pieni di trappole e quella sensazione costante di stare partecipando a un campionato spaziale un po’ folle. Non si trattava solo di guidare meglio degli altri, ma di gestire il veicolo, investire nei potenziamenti giusti e sopravvivere al caos della pista.
Dietro c’era Blizzard Entertainment, ancora ai suoi inizi, e si vedeva già una certa attenzione per il ritmo e la progressione. Ogni vittoria serviva a migliorare la macchina, ogni sconfitta diventava una motivazione per tornare in pista più preparati.
E poi la colonna sonora. Probabilmente una delle più memorabili dell’intera console. Le reinterpretazioni a 16-bit di classici rock come Paranoid o Born to Be Wild davano alle gare un’energia incredibile. Bastavano poche note per entrare subito nel mood giusto.
Nonostante non sia un amante del genere, con Rock n’ Roll Racing succedeva sempre la stessa cosa: dicevo “ancora una gara” e finivo per restare davanti allo schermo molto più del previsto. Ed è probabilmente il complimento più sincero che puoi fare a un gioco di corse.
3. Parodius

Se gli shoot ‘em up tradizionali puntavano tutto su epica spaziale e battaglie drammatiche, Parodius faceva esattamente l’opposto: prendeva quel linguaggio e lo trasformava in una parodia delirante.
Dietro c’era Konami, che conosceva benissimo il genere grazie alla serie Gradius — e proprio da lì nasceva gran parte dello scherzo. Parodius ne riprendeva la struttura, il sistema di potenziamenti e la precisione del gameplay, ma li infilava dentro un mondo completamente fuori di testa.
Navicelle sostituite da polpi ballerini, pinguini, gatti pirata e altre assurdità assortite. Nemici che sembravano usciti da un cartone animato impazzito. Livelli pieni di gag visive che comparivano mentre lo schermo si riempiva di proiettili.
Però, sotto tutta questa follia, il gioco restava uno shoot ‘em up serissimo. Preciso, tecnico, impegnativo come i migliori del genere. È proprio questo contrasto a renderlo memorabile: la superficie è puro nonsense, ma il design è solidissimo.
Parodius è uno di quei giochi che dimostrano quanto lo SNES sapesse ospitare anche titoli strani, creativi, quasi anarchici. E forse è proprio questo che lo rende ancora oggi così affascinante: pochi shooter riescono a essere allo stesso tempo così ridicoli e così impeccabili nel gameplay.
2. Super Bomberman

Se c’è un gioco che per me rappresenta i pomeriggi passati davanti allo SNES con gli amici, è Super Bomberman.
Da solo è già un puzzle-action brillante: labirinti, bombe piazzate con tempismo chirurgico, power-up che trasformano lentamente il campo di battaglia in un inferno di esplosioni. Bastano pochi secondi per capire come funziona. Ma ne bastano ancora meno per far partire la competizione.
La vera magia arrivava con il multitap dello SNES, che permetteva di collegare quattro joypad contemporaneamente. E lì il gioco cambiava completamente. Non era più una partita: diventava un piccolo torneo domestico fatto di alleanze temporanee, tradimenti improvvisi e trappole studiate con una perfidia quasi scientifica.
Super Bomberman, per me, è soprattutto questo: pomeriggi interi passati a ridere, insultarsi come fabbri e sfociare nella violenza fisica mentre lo schermo si riempiva di esplosioni.
Insieme a Super Mario Kart, è uno di quei giochi che ci ha fatto perdere quantità imbarazzanti di pomeriggi di sole. Ma senza il minimo rimpianto.
E poi c’è un’immagine che chiunque abbia giocato abbastanza ricorda benissimo: la faccia dell’amico che capisce troppo tardi di essere rimasto intrappolato tra due bombe, mentre cerca disperatamente di scappare. Quel momento esatto, sospeso prima dell’esplosione, non ha prezzo.
1. Teenage Mutant Ninja Turtles IV: Turtles in Time

Questo è uno di quei giochi che, a essere onesti, avrebbe potuto tranquillamente finire anche tra gli “ovvi”.
Turtles in Time era la conversione casalinga di uno dei beat ‘em up più amati da sala giochi, e il nome delle Tartarughe Ninja all’inizio degli anni ’90 bastava da solo a garantire attenzione. Brand enorme, multiplayer immediato, azione spettacolare: tutti gli ingredienti per diventare uno dei titoli più ricordati dello SNES.
Ma al di là della fama, era semplicemente un beat ‘em up fatto benissimo. Ritmo serrato, livelli vari e pieni di trovate — dal celebre lancio dei nemici contro lo schermo fino ai viaggi nel tempo — e quella solidità tipica dei giochi firmati Konami in quell’epoca.
E poi c’era la cooperativa. Come tutti i migliori picchiaduro a scorrimento, Turtles in Time dava il meglio quando si giocava in due: caos, botte distribuite con entusiasmo e quel piccolo momento di rivalità quando qualcuno prendeva l’ultimo colpo sul boss.
Forse non è il gioco più “personale” della lista, ma è uno di quelli che hanno incarnato perfettamente lo spirito dello SNES: azione arcade, immediata, condivisa.
E quando le Tartarughe arrivavano sullo schermo, il divertimento era praticamente garantito.