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Rayman Legends: musica a ritmo d’arte
La storia dell’ultimo capitolo della mascotte di Ubisoft, una saltellante melanzana viola sempre in cerca di rinascita e successo
Essere una mascotte è una grande responsabilità. Sei il simbolo e il portavoce di una realtà, devi essere sempre riconoscibile, devi adattarti a quanti più contesti possibile e, se necessario, occorre saperti reinventare senza stravolgerti troppo per essere costantemente nella mente del tuo pubblico.
I più grandi ambasciatori nel mondo videoludico sono proprio le storiche icone del medium, molto più dei creativi a cui esse devono i natali: Super Mario, Sonic, Pikachu sono solo alcuni dei nomi che riescono a scolpire interi immaginari costruiti in decenni di produzioni anche nella testa del giocatore più occasionale.
Sebbene la cultura dell’icona dei videogiochi sia altamente più radicata in Giappone (in cui il prodotto di marketing mascotte invade praticamente ogni ambito commerciale), anche in occidente non mancano proprietà intellettuali che decidono di essere trainate dal carisma di un personaggio simbolico.
È il caso del colosso dello sviluppo Ubisoft, che nel 1995 si presentava su Playstation, Atari Jaguar, Sega Saturn e MS-DOS con un platform a scorrimento laterale coloratissimo con una melanzana umanoide dagli arti scomposti: Rayman.

Melanzane in cerca di successo
Il gioco creato dalla mente di Michel Ancel venne immediatamente riconosciuto all’epoca come un gioiello visivo e musicale, con un’atmosfera senza tempo e una mascotte già pronta per essere lanciata nel pantheon delle icone videoludiche.
Per il secondo e terzo capitolo della saga, Rayman segue infatti lo stesso percorso del suo “collega” idraulico italiano e, pescando a piene mani dalla rivoluzionaria lezione di Super Mario 64, il team di Ancel comincia a costruire intorno alla melanzana viola un mondo interamente tridimensionale.
Tutti amano Rayman e i suoi giochi. Ubisoft sembra aver trovato la ricetta perfetta per il suo personale portabandiera in grado di produrre marketing semplicemente con la sua immagine.
Eppure, il destino di questa mascotte viene improvvisamente traviato da una serie di scomode circostanze. Già nel 2006, la piccola melanzana inizia a diventare immagine per altri personaggi nello spin-off Rayman raving Rabbits, in cui si cercava di spostare l’attenzione proprio sui conigli bipedi considerati dalla casa di sviluppo francese “la nuova frontiera delle mascotte”.
Il povero personaggio di Ancel dunque, se si esclude la deriva dei Rabbits, non rivedrà un suo gioco fino al 2011, anno che coincide con la prima prova per riportare Rayman al successo: Rayman Origins.

Foto da Rayman Origins
Come anticipa il nome, il gioco è un ritorno alla formula originale del primo capitolo datato 1995, con una struttura a livelli bidimensionali a scorrimento laterale.
L’esperimento di Origins culmina con l’ultimo capitolo della serie uscito per le console di scorsa generazione (PS4, Xbox One e Switch), che segna anche la lunga scomparsa della mascotte da avventure platform ad essa dedicate.
Rayman Legends nasce infatti in una Ubisoft molto diversa: il fenomeno Assassin’s Creed continua a macinare annualmente copie vendute, la serie Far Cry è seguitissima e l’azienda, anche se solo internamente, sta già guardando con profondo interesse alla dimensione di giochi online come Rainbow Six e Ghost Recon.
La melanzana si ritrova con una concorrenza molto più agguerrita, tuttavia rimane ancora un’eccellenza di critica e pubblico grazie al team di Ubisoft Montpellier che perfeziona il grandioso UbiArt Framework, un motore proprietario sviluppato dallo studio e dedicato alla realizzazione di giochi 2.5D.

Foto da Rayman Legends
Musica, Maestro!
Rayman Legends è un enorme compendio e celebrazione della storia della melanzana viola. In tutto sono presenti ben 120 livelli suddivisi in sette mondi, ognuno con una grande quantità di creaturine blu chiamate Teensy da trovare e salvare, nonché premi di vario genere qualora si completi ogni livello con una certa quantità di valuta di gioco.
Ogni mondo è studiato alla perfezione per proporre un mix di varie esperienze del platform a scorrimento laterale: insieme ai livelli classici si potranno trovare dei livelli invasione, ovvero corse contro il tempo in cui si verrà invasi da nemici di altri mondi, oppure livelli “salva la principessa” con prove d’abilità che sbloccheranno le diverse fanciulle regnanti dei vari universi esplorabili.
Ci si potrà cimentare nella sezione “Back to Origins”, una selezione dei migliori livelli del gioco precedente, pensato per coloro che non hanno potuto accedervi nella precedente generazione di console.
E ultimi, ma assolutamente non per importanza, i livelli musicali che si troveranno alla fine di ogni mondo.

La colonna sonora composta da Christophe Héral e Billy Martin è infatti l’elemento più affascinante di tutta la produzione. L’identità sonora e i brani orchestrali originali sono stati prevalentemente curati da Héral, con un muro sonoro fortemente ispirato e in grado di trasmettere al giocatore tutte le sensazioni di un concetto di riferimento.
In questo senso rimane emblematico il Medieval Theme, una delle tracce più iconiche che è possibile ascoltare nel primissimo livello e che restituisce tutte le suggestioni dell’immaginario fantasy-medievale.
Martin invece conclude l’operazione occupandosi di rifinire il sound design, gli arrangiamenti e di elaborare i sopracitati livelli musicali. Queste parti di gioco sono rielaborazioni di brani già esistenti e su cui si costruisce tutta la sezione giocabile, nonché i movimenti dello stesso Rayman.
Ad esempio sarà possibile sentire l’iconico brano Black Betty dei Ram Jam, Eye of the Tiger dei Survivor oppure il bellissimo Woo Hoo del gruppo giapponese 5.6.7.8’s. Il giusto salto da eseguire, oppure il tasto per attaccare i nemici del livello saranno perfettamente sincronizzati con gli strumenti e il ritmo della canzone che sentirete.
Se sarete abbastanza abili, sarà possibile anche fare il livello in questione ad occhi chiusi semplicemente anticipando il suono della canzone.
Bis del finale
Esattamente come Origins, nonostante il plauso di pubblico e critica, Rayman viene nuovamente dimenticato dalla sua casa madre, rientrando nel mondo dei videogiochi console solo in un cameo per il bellissimo Mario + Rabbits: Sparks of Hope, solamente come contenuto aggiuntivo a pagamento.
Già molti anni fa Ubisoft sospese definitivamente l’utilizzo del motore UbiArt Framework, poiché troppo complesso da utilizzare e difficilmente condivisibile con altri studi interni.
Questo pose fine anche allo stile estetico prediletto da Michel Ancel, il quale sfruttò la risorsa concretamente solo fino alla fine del 2014 in giochi bellissimi come Child of Light e Valiant Hearts.
Sono piccoli gioielli che purtroppo non torneranno solo per capriccio di una casa di sviluppo che negli anni ha sempre e solo guardato al guadagno facile spremendo e rovinando brand di enorme successo.
Negli ultimi anni però, dopo la crisi che ha attraversato il colosso francese, Rayman ha ricominciato a saltare fra lo studio di Montpellier e quello di Ubisoft Milano, riaccendendo la speranza degli appassionati della melanzana.
A maggio del 2026 viene infatti svelato un “nuovo” gioco dedicato alla mascotte, tuttavia si tratta del rifacimento dello stesso Rayman Legends, per l’occasione rinominato Retold. Una collaborazione tra i due studi che dunque stanno cercando, seppur con questa scelta priva di senso, a riportare in vita l’interesse per il personaggio in una nuova veste grafica.

Foto di Rayman Legends Retold
Trascurando la vaga utilità dell’operazione, che comunque presenta un colpo d’occhio eccellente, spero che questo sia l’inizio di un nuovo corso per questa mascotte che ha vissuto fin troppe vite alla ricerca del suo successo.
Un personaggio che ha fatto della qualità e del divertimento nei suoi giochi il suo marchio di fabbrica, con una musica sempre eccelsa in grado di rendere Rayman l’icona che è rimasta scolpita nella mente degli appassionati.
Che tutti possano nuovamente amare la melanzana viola, magari con un capitolo inedito in futuro che possa davvero raccogliere l’eredità inestimabile di Rayman Legends.

Cinema
Zodiac: il miglior film di Robert Downey Jr. prima dell’MCU fu un flop
Prima di diventare Iron Man, Robert Downey Jr. brillava in Zodiac di David Fincher accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo. Un film oggi amatissimo ma che all’epoca fu un flop al botteghino
L’Universo Cinematografico Marvel ha ufficialmente preso il via nel 2008 con Iron Man, cambiando completamente la carriera di Robert Downey Jr. Un anno prima, però, l’attore stava ancora cercando di ritrovare la propria strada a Hollywood dopo un periodo piuttosto difficile della sua vita.
Downey aveva già dimostrato il proprio talento molti anni prima, ma doveva ancora riconquistare lo spazio che aveva perso. Ed è proprio in quel periodo che arrivò a bussare alla sua porta per una parte in un film, David Fincher.
Parliamo di Zodiac, thriller del 2007 che oggi possiamo finalmente apprezzare per quello che è, ovvero un eccezionale adattamento e un film investigativo capace di costruire la suspense in maniera completamente diversa dal classico thriller sul serial killer. Downey Jr. fu affiancato in Zodiac da due attori che avevano già una propria reputazione e che, anni dopo, sarebbero entrati a far parte della storia dell’MCU, ovvero Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo.

All’epoca, però, non fu esattamente il successo che il regista e il suo cast sembravano promettere.
Ed è quasi divertente guardarlo oggi e vedere Robert Downey Jr., Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo condividere lo schermo prima di diventare, rispettivamente, Tony Stark, Mysterio e Hulk. Oggi sembra quasi un piccolo evento cinematografico, anche se nel 2007 nessuno poteva ancora immaginare quanto quei tre attori sarebbero diventati importanti per il mondo Marvel.
Ma soprattutto Downey offre nella pellicola una performance straordinaria, e a dire il vero, il suo Paul Avery ha qualcosa in comune con Iron Man. E le somiglianze tra i due personaggi sono piuttosto divertenti da notare.
La performance di Robert Downey Jr. in Zodiac è una delle migliori della sua carriera

Zodiac, uscito nel 2007 e oggi forse meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri film di David Fincher, è basato sulla storia vera del serial killer noto come Zodiac ed è un adattamento dell’omonimo libro di Robert Graysmith e del suo seguito, Zodiac Unmasked.
La pellicola segue le indagini che sconvolsero San Francisco tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando un criminale iniziò a uccidere persone e a inviare lettere e messaggi in codice ai giornali.
Ma il vero punto del film non è raccontare chi sia l’assassino. Fincher è molto più interessato a mostrare cosa può succedere alle persone che passano anni e anni cercando quella risposta.
Zodiac è quindi soprattutto un film sull’ossessione e la suspense nasce proprio da questa idea, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale. Al centro della storia troviamo il fumettista e scrittore Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, l’ispettore Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, e il giornalista Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr.
Ed è proprio Avery a rappresentare uno degli elementi più interessanti della pellicola.
Il personaggio è esattamente il tipo di ruolo che Downey Jr. sa interpretare alla perfezione. Anzi, guardandolo oggi, si potrebbe persino pensare che una parte di questa interpretazione abbia contribuito a plasmare, almeno idealmente, il Tony Stark che sarebbe arrivato appena un anno dopo.
Avery è un cronista di nera del San Francisco Chronicle, intelligente, sarcastico, sicuro di sé e profondamente convinto delle proprie capacità. Sa come ottenere uno scoop, sa con chi parlare e sembra sempre essere un passo avanti rispetto agli altri.
All’inizio è quindi facile capire perché sia così rispettato all’interno del giornale. E se ci pensate, sono tratti piuttosto simili a quelli dell’eroe dell’MCU. L’unica vera differenza è che Avery non è un eroe.
Ciò che colpisce maggiormente dell’interpretazione di Downey è però il modo in cui l’attore evita di trasformare Avery nel semplice stereotipo del “giornalista alcolizzato”.

Sì, il personaggio beve molto, fuma e con il passare del tempo inizia a perdere il controllo della propria vita. Ma il cambiamento avviene in maniera graduale e, proprio come accade per il film nel suo complesso, Avery viene lentamente consumato dal caso. Soprattutto quando l’assassino comincia a minacciarlo.
Ogni personaggio di Zodiac mostra in maniera diversa l’ossessione e le sue conseguenze. Per Avery questo significa iniziare lentamente a deteriorarsi, anche se continua a essere divertente e a comportarsi come un uomo convinto di sapere esattamente cosa sta facendo.
All’inizio questi aspetti sembrano semplicemente parte della sua personalità, ma con il procedere della storia iniziano ad assumere i contorni di un vero e proprio meccanismo di difesa. E vale la pena ricordare che Avery non è nemmeno il protagonista della storia. Eppure ruba la scena praticamente ogni volta che compare.
È forse proprio questo uno dei motivi per cui la performance di Downey in Zodiac può essere considerata una delle migliori della sua intera carriera. Non è necessariamente la sua interpretazione più trasformativa, ma è una prova attoriale in cui l’attore comprende perfettamente cosa deve fare.
Avery cattura l’attenzione senza sembrare che la stia cercando disperatamente. Downey gli permette di essere sgradevole quando serve, divertente quando ha senso e vulnerabile senza mai trasformare quella vulnerabilità in una scena di autocommiserazione.
È un tipo di recitazione che merita di essere applaudito, soprattutto oggi, quando spesso sembra che ogni emozione debba essere spiegata attraverso i dialoghi lasciando ben poco spazio all’interpretazione.
Anche la regia di Fincher fa la sua parte.
Il regista mantiene infatti l’assassino lontano dalla scena. Zodiac è sempre presente attraverso i racconti, le lettere, le prove e le paure dei protagonisti, ma nella maggior parte dei casi rimane fisicamente assente.
Ed è proprio in questi momenti che le interpretazioni diventano fondamentali per creare il giusto effetto thriller. Avery non è ossessionato dal caso come Graysmith, ma non ne esce nemmeno completamente illeso.
Se Zodiac funziona così bene, il merito è soprattutto di Downey e dell’intero cast. Un’indagine di questo tipo può avere conseguenze completamente diverse sulle persone che la seguono. Graysmith diventa ossessionato, Toschi continua a insistere e Avery inizia lentamente a perdere il controllo.
Sono reazioni diverse allo stesso problema e il film è interessante proprio perché mostra fin dove può spingersi ognuno di loro.
Perché Zodiac fu un flop al botteghino?

D’accordo, ma se Zodiac è davvero così bello, perché non funzionò al cinema?
Parte della risposta sta nel fatto che il film non era esattamente quello che il pubblico probabilmente si aspettava da David Fincher.
Il regista aveva già alle spalle il famigerato Se7en e, quando venne annunciato un nuovo progetto dedicato a un serial killer, era facile immaginare un’altra indagine cupa, piena di omicidi, violenza e scene pensate per scioccare lo spettatore.
Ma Zodiac non è quel film, o almeno non lo è principalmente.
La violenza c’è e alcune scene di omicidio sono ancora oggi piuttosto inquietanti, ma l’obiettivo di Fincher è concentrarsi soprattutto sulle persone che cercano di comprendere il caso, più che mostrare l’assassino in azione.
In effetti, il consenso della critica su Rotten Tomatoes riassume piuttosto bene questa differenza, descrivendo il film come un thriller più pacato e incentrato sui dialoghi, che si affida maggiormente all’evoluzione dei personaggi e alla ricostruzione degli anni Settanta piuttosto che ai dettagli grafici degli omicidi.
Oggi Zodiac vanta un punteggio del 90% da parte della critica sulla piattaforma e del 78% da parte del pubblico.
Un altro fattore che potrebbe aver contribuito al risultato al botteghino è inoltre la durata. Zodiac dura circa due ore e mezza, qualcosa che non rappresenta necessariamente un problema, ma che va tenuto in considerazione quando si parla degli incassi di un film, soprattutto considerando l’epoca in cui uscì.
La trama è costruita in maniera estremamente intrigante proprio grazie al modo in cui viene raccontata e strutturata, ma non offre al pubblico un finale tradizionale.
Non c’è infatti un momento di piena soddisfazione in cui l’assassino viene arrestato o ucciso e il film non spiega tutto in maniera conclusiva.
Immaginate quindi qualcuno che entra in un cinema negli anni Duemila aspettandosi un thriller classico e si ritrova davanti a un film in cui gran parte della storia è composta da poliziotti che discutono di prove, giornalisti alla ricerca di informazioni e Graysmith impegnato a decifrare codici e documenti.
Se amate questo genere di cinema è assolutamente fantastico, ma di certo non può funzionare per tutti.
Per chi non è interessato, probabilmente Zodiac può dare l’impressione di non arrivare mai davvero al punto, lasciando lo spettatore con la sensazione di non aver capito fino in fondo quello che ha appena visto.
Anche il marketing non aiutò particolarmente il film; la campagna promozionale di Zodiac enfatizzò infatti il lato più oscuro e macabro della storia, mettendolo in qualche modo in relazione con Se7en, mentre il film di Fincher era in realtà molto più riflessivo e investigativo.
In altre parole, alcune persone arrivarono al cinema con aspettative molto precise e finirono per rimanere deluse.
Gli incassi dimostrarono quanto fosse serio il problema.
Zodiac ebbe un budget di 65 milioni di dollari e ne incassò circa 84 milioni in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raccolse poco più di 33 milioni di dollari, con circa 13 milioni di dollari nel weekend di apertura.
Per una pellicola con un budget del genere, è tutt’altro che un grande risultato.
Il lato positivo è che l’accoglienza della critica fu molto positiva fin dall’inizio e questo probabilmente contribuì a consolidare la reputazione del film nel corso degli anni.
Sebbene Zodiac tenda ancora oggi a essere trascurato, viene ormai considerato uno dei migliori film di David Fincher e a dire il vero, è invecchiato davvero bene.
Oggi molte persone riescono a guardarlo e ad apprezzarlo per quello che è, rendendosi conto che il vero fascino della pellicola non sta tanto nello scoprire chi sia Zodiac, quanto nel vedere questi personaggi cercare continuamente di mettere insieme i pezzi di un mistero che sembra impossibile da risolvere.
Forse Zodiac aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo.
E per quanto riguarda Robert Downey Jr., la spiegazione è ancora più interessante.
Un film che avrebbe dovuto essere un successo e che invece fu considerato un flop finì per diventare, con il passare degli anni, uno dei tasselli più importanti della carriera dell’attore.
Appena un anno dopo, Downey sarebbe diventato Tony Stark in Iron Man e avrebbe iniziato una delle più grandi trasformazioni della storia del cinema contemporaneo. E in Zodiac possiamo rivedere quell’attore prima dell’MCU, affiancato da Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, due futuri protagonisti dell’universo Marvel.
Riguardando oggi Zodiac, è difficile non sorridere davanti all’idea che Tony Stark, Mysterio e Hulk fossero già tutti lì, sullo stesso schermo, molto prima che l’MCU cambiasse per sempre il cinema.
*Fonte del presente articolo: comicbook.com
Comics
Lanterns: Chi sono le Lanterne Verdi? Da Hal Jordan a John Stewart protagonisti della serie HBO Max
Scopriamo insieme chi sono le Lanterne Verdi protagoniste di Lanterns, la serie TV dei DC Studios in arrivo il 17 agosto su HBO Max
«Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel buio del male si perde, si guardi dal mio potere… la luce di Lanterna Verde!»
Per chi non lo conosce, questo è il giuramento delle Lanterne Verdi e sono sicuro che lo sentirete recitare più di una volta all’intero di Lanterns.
Ma prima ancora che Hal Jordan e John Stewart accendano i loro anelli nel nuovo show DC Universe, c’è una cosa che vale la pena sapere: essere una Lanterna Verde significa molto più che indossare un costume verde e creare giganteschi pugni di energia (di colore verde, ovviamente).
Dietro Lanterns, la nuova serie di HBO Max targata DC Studios, esiste infatti una delle mitologie più vaste e affascinanti della storia di DC Comics. Un universo fatto di pianeti alieni, guerre cosmiche, anelli del potere, organizzazioni millenarie e soprattutto di una forza apparentemente semplice, ma fondamentale: la volontà.
La serie debutterà il 17 agosto 2026 e avrà come protagonisti Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart. La storia sarà però ambientata principalmente sulla Terra e partirà da un misterioso omicidio nel cuore dell’America, trascinando le due Lanterne Verdi in un’indagine destinata ad avere implicazioni molto più grandi.
È un’impostazione che pare portare sullo schermo un mix tra avventura sci-fi in stile X-Files e il concetto di Lanterna Verde come ‘poliziotto intergalattico’ espresso da Grant Morrison nel suo ciclo qualche anno fa.
Ma è arrivato il momento di capire chi sono le Lanterne Verdi, cosa sono Oa e i Guardiani e quali sono i personaggi dei fumetti che potremmo vedere entrare in gioco nella serie.
Il Corpo delle Lanterne Verdi: la polizia dell’universo

Per capire chi siano Hal Jordan e John Stewart bisogna partire dal Green Lantern Corps (Corpo delle Lanterne Verdi).
In termini molto semplici, possiamo considerarlo una sorta di polizia intergalattica, anche se in alcuni cicli viene rappresentata più come con un’organizzazione dalla forte disciplina militare. I suoi membri appartengono a specie completamente diverse proveniente da diversi pianeti e hanno il compito di proteggere i vari settori dell’universo.
Secondo la mitologia DC, il Corpo esiste da oltre tre miliardi di anni ed è composto da migliaia di Lanterne, distribuite nei diversi settori dello spazio. La loro base è Oa, il pianeta che rappresenta il centro del potere delle Lanterne Verdi.
Il loro strumento principale è naturalmente l’anello del potere, che permette di volare, creare campi di forza, costruire armi e oggetti attraverso la cosiddetta luce solida e, in generale, trasformare la volontà di chi lo indossa in una forza concreta.
Ma è proprio qui che nasce il concetto fondamentale della mitologia moderna di Green Lantern: l‘anello non è potente soltanto perché utilizza una tecnologia aliena, ma lo è perché viene alimentato dalla forza di volontà di chi lo utilizza.
È un’idea introdotta nella mitologia moderna di Green Lantern e diventata progressivamente sempre più importante, soprattutto durante la lunga gestione dello sceneggiatore Geoff Johns.
Per capire il Green Lantern moderno, infatti, uno dei fumetti fondamentali da recuperare è Green Lantern: Rebirth del 2004, realizzato da Johns ed Ethan Van Sciver e tutto il ciclo di DC Deluxe: Il Corpo delle Lanterne Verdi di Geoff Johns, Dave Gibbons, Keith Champagne, Patrick Gleason. È proprio con queste storie che DC rilancia Hal Jordan e il Corpo, e prepara il terreno per una nuova, enorme espansione della mitologia delle Lanterne.
Ma dobbiamo tornare ancora più indietro per spiegare dove nasce il mito di Hal Jordan, non la prima Lanterna Verde terrestre, ma sicuramente la più carismatica e tra le più amate dai lettori.
Hal Jordan, la prima grande Lanterna Verde umana

Nel 1959, Showcase #22 di John Broome e Gil Kane introduce quello che sarebbe diventato il Green Lantern più famoso di tutti: Hal Jordan.
Hal è un pilota collaudatore e la sua vita cambia quando un’astronave precipita sulla Terra. A bordo c’è Abin Sur, un alieno appartenente al Green Lantern Corps e ormai prossimo alla morte. Il suo anello cerca un nuovo possessore e sceglie proprio Hal. Da quel momento, l’uomo diventa la Lanterna Verde del Settore 2814, quello che comprende la Terra.
Hal è coraggioso, impulsivo e spesso insofferente nei confronti delle autorità. Non è quindi sorprendente che il suo rapporto con i Guardiani dell’Universo, coloro che governano il Green Lantern Corps, sia stato spesso tutt’altro che semplice.
La stessa DC ha anticipato che, nella serie, Hal sarà una lanterna veterana che sta allenando John da circa due mesi e, tra i due esiste già un rapporto piuttosto complicato. John non è semplicemente il suo allievo, ma potrebbe diventare il suo sostituto.
Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno degli elementi più interessanti della serie, perché Hal e John sono due Green Lantern molto diversi.
John Stewart: disciplina contro istinto

John Stewart debutta nel 1971 sulle pagine di Green Lantern #87, grazie a Dennis O’Neil e Neal Adams.
La sua storia è molto diversa da quella di Hal. John è un ex Marine e un architetto e viene scelto inizialmente come Lanterna di riserva nel caso Hal non possa svolgere il proprio compito. Con il tempo, però, diventa molto più di una semplice alternativa.
John Stewart diventa uno dei leader più importanti del Green Lantern Corps e uno dei personaggi più rispettati della mitologia delle Lanterne.
Anche il suo modo di utilizzare l’anello riflette la sua personalità. Essendo un architetto e un ex marine abituato alla disciplina militare, John costruisce i propri costrutti di luce solida con una precisione quasi maniacale, realizzandoli dall’interno verso l’esterno.
È una differenza apparentemente piccola, ma racconta perfettamente il personaggio.
John è inoltre protagonista di alcune delle storie più importanti del Green Lantern Corps, soprattutto quando il fumetto ha iniziato a raccontare il Corpo come una vera e propria squadra, dando sempre più spazio alle Lanterne aliene e alle loro vicende.
La serie rappresenterà finalmente il debutto live action di John Stewart, interpretato da Aaron Pierre, dopo anni nei quali il personaggio è stato particolarmente popolare nelle produzioni animate DC.
Guy Gardner, il ‘bullo irascibile’ delle Lanterni Verdi

E poi c’è Guy Gardner, arrogante, irriverente, aggressivo e spesso incapace di tenere la bocca chiusa, Gardner è uno dei personaggi più particolari del Green Lantern Corps.
La cosa curiosa è che, nei fumetti, Guy avrebbe potuto essere il primo essere umano a ricevere l’anello di Abin Sur al posto di Hal. Semplicemente, si trovava più lontano dal luogo dello schianto. Guy debutta nel 1968, in Green Lantern #59, e nel corso degli anni diventa una presenza sempre più importante nel Corpo.
La sua personalità esplode soprattutto nelle storie degli anni Ottanta, trasformandolo nella Lanterna che tutti amano odiare.
Nel nuovo DC Universe lo abbiamo già visto in Superman (2015), interpretato da Nathan Fillion, e tornerà anche in Lanterns.
Il suo ruolo nella serie dovrebbe essere più limitato rispetto a quello di Hal e John, ma la sua presenza è importante perché permette di mostrare ancora una volta quanto possa essere variegato il Green Lantern Corps. Non esiste un unico modo di essere una Lanterna.
OA, il cuore del Green Lantern Corps

Ma chi decide chi può diventare una Lanterna Verde? E soprattutto, da dove arrivano gli anelli? La risposta è una sola e ha il nome di OA.
Il pianeta è il centro del Green Lantern Corps e ospita la Batteria Centrale del Potere, la gigantesca batteria che alimenta gli anelli verdi.
OA è anche la casa dei Guardiani dell’Universo, una delle razze più antiche dell’intero universo DC.

I Guardiani hanno creato il Green Lantern Corps per proteggere l’universo e mantenere l’ordine. Sono esseri estremamente intelligenti, razionali e apparentemente privi delle debolezze emotive che caratterizzano le altre specie. Ed è proprio questo che, nel corso dei fumetti, ha creato più di un problema.
Perché i Guardiani sono talmente ossessionati dall’ordine da arrivare spesso a prendere decisioni discutibili. Le Lanterne, invece, sono esseri viventi con emozioni, dubbi, paure e soprattutto una propria idea di ciò che è giusto.
Il rapporto tra il Corpo e i suoi creatori è quindi molto più complicato di quello tra semplici soldati e comandanti.
Sinestro, il maestro di Hal diventato suo nemico

Se Hal Jordan è il Green Lantern più famoso, Sinestro è probabilmente il personaggio che meglio rappresenta il lato oscuro di questa mitologia.
Prima di diventare il suo più grande nemico, il korugariano Thaal Sinestro era una delle migliori Lanterne del Corpo oltre ad essere soprattutto il maestro di Hal Jordan.
Sinestro crede fermamente nell’ordine, ma il suo concetto di ordine diventa progressivamente sempre più estremo. Per lui la libertà può trasformarsi in caos e, di conseguenza, l’universo deve essere controllato.
Quando i Guardiani scoprono i suoi metodi, Sinestro viene espulso dal Corpo.
Ma non accetta la sconfitta; il personaggio finirà per creare il Sinestro Corps, un’organizzazione che utilizza l’energia gialla della paura.
È uno dei passaggi fondamentali della grande gestione di Geoff Johns e trova una delle sue massime espressioni in Green Lantern: Sinestro Corps War.
E questo rende particolarmente interessante la sua presenza in Lanterns: sarà fino in fondo parte del Corpo delle Lanterne Verdi, o nel corso della stagione prevarranno le sue ideologie che lo porteranno lontano da OA?
A interpretarlo sarà Ulrich Thomsen, mentre il suo rapporto con Hal sarà chiaramente uno degli elementi più importanti della serie.
I Manhunters: il lato più inquietante della mitologia

Ed è qui che Lanterns potrebbe cominciare a mostrare il proprio lato più fantascientifico.
I Manhunters sono macchine create dai Guardiani prima della nascita del Green Lantern Corps.
Il loro compito originale era mantenere l’ordine, ma la loro incapacità di comprendere realmente le emozioni li trasformò progressivamente in una minaccia. Nei fumetti rappresentano quindi uno dei primi grandi errori dei Guardiani.
E proprio i Manhunters sono stati mostrati nel trailer ufficiale di Lanterns come una delle minacce legate alla storia della serie. Il materiale promozionale suggerisce inoltre che potrebbero essersi infiltrati sulla Terra assumendo sembianze umane.
Questo dettaglio è particolarmente interessante perché permette alla serie di mantenere l’impostazione da thriller investigativo senza rinunciare alla componente cosmica.
Le altre Lanterne che potremmo vedere

Naturalmente Hal, John e Guy non sono gli unici esseri umani ad aver indossato un anello verde.
Tra le Lanterne più importanti della storia DC troviamo Kyle Rayner, artista scelto in un momento particolarmente drammatico per il Corpo, e due personaggi più recenti come Simon Baz e Jessica Cruz.

Ma nella mitologia dei fumetti sulle Lanterne Verdi, risulta impossibile non inserire tra le più importanti Lanterne Verdi di altri pianeti, il celebre pianeta senziente Mogo, l’addestratore brutale ma dal cuore d’oro Kilowog, il leggendario e potentissimo custode della profezia Sodam Yat, la saggia spia pesci-uccello Tomar-Re e la diplomatica aliena Arisia Rrab. Chissà chi di questi comparirà all’interno della prima stagione della serie…
Lanterns: dal 17 agosto su HBO Max
La vera curiosità, a questo punto, è capire come tutto questo verrà portato sul piccolo schermo.
James Gunn e Peter Safran hanno descritto fin dall’inizio Lanterns come una storia investigativa ambientata sulla Terra, con Hal e John al centro di un mistero destinato però a collegarsi alla più ampia storia del nuovo DC Universe.
È una scelta che può sembrare quasi in contrasto con la natura cosmica di Green Lantern, ma potrebbe rivelarsi esattamente il modo migliore per introdurre questo mondo.
Insomma, non ci resta che attendere il 17 agosto per entrare nel mondo delle Lanterne Verdi. Appuntamento su HBO Max!
HBO Max
The Outsider: La miniserie horror HBO tratta dal libro di Stephen King
Se amate Stephen King dovete recuperare The Outsider, miniserie del 2020 disponibile su HBO Max, con protagonista un ‘male’ forse più pericoloso del pagliaccio Pennywise
Quando si parla dei mostri creati da Stephen King, il pensiero corre inevitabilmente a Pennywise. Il clown di IT è diventato un’icona dell’horror moderno grazie alla sua capacità di trasformare le paure dei bambini in un’arma letale, colpendo proprio coloro che gli adulti spesso non riescono ad ascoltare o proteggere.
Eppure, tra le creature nate dalla mente del Re dell’Horror ce n’è una che riesce a risultare persino più inquietante. Si tratta dell’entità protagonista di The Outsider, romanzo pubblicato nel 2018 e successivamente adattato da HBO in una miniserie di 10 episodi disponibile in piattaforma. Un antagonista che non si limita a nutrirsi della paura, ma trae forza da qualcosa di ancora più devastante: il dolore.
Un mostro che si alimenta della sofferenza
I lettori di Stephen King hanno subito notato alcuni punti di contatto tra Pennywise e la creatura di The Outsider. Entrambi sono esseri mutaforma che prendono di mira i bambini, ma le somiglianze finiscono praticamente qui.
L’adattamento televisivo HBO, interpretato da Ben Mendelsohn, Cynthia Erivo e Jason Bateman, racconta la storia di un’entità conosciuta con diversi nomi: L’Estraneo, El Cuco oppure semplicemente l’Uomo Nero.
Il suo metodo è tanto semplice quanto terrificante. Si introduce in una comunità, assume l’aspetto di una persona innocente e fa in modo che venga vista mentre commette l’omicidio di un bambino. Da quel momento osserva gli eventi da lontano, lasciando che il sospetto, il dolore e la rabbia facciano il resto.
Il vero nutrimento della creatura, infatti, non è la morte in sé, ma la devastazione emotiva che lascia dietro di sé. Famiglie distrutte, amicizie spezzate, comunità che si sgretolano e innocenti condannati a pagare per crimini mai commessi diventano il terreno ideale su cui prospera il mostro.
Creature di King a confronto: El Cuco è più spaventoso di Pennywise?

Se Pennywise terrorizza le sue vittime per poterle divorare, l’entità di The Outsider agisce su una scala molto più ampia.
La vicenda prende il via con il brutale omicidio del piccolo Frankie Peterson, delitto per il quale viene immediatamente accusato Terry Maitland, amatissimo allenatore di baseball locale. Tutte le prove sembrano inchiodarlo, ma Terry è completamente innocente. È stato infatti El Cuco ad assumere il suo aspetto proprio per incastrarlo.
Da quel momento il mostro osserva la tragedia consumarsi. I genitori di Frankie sono distrutti dalla perdita del figlio, mentre la famiglia Maitland vede la propria vita andare in pezzi sotto il peso delle accuse e dell’odio della comunità.
È questa la vera forza dell’antagonista. Non cerca semplicemente nuove vittime: alimenta una spirale di sofferenza che coinvolge chiunque entri in contatto con il caso. Per questo motivo risulta persino più inquietante di Pennywise. Non colpisce soltanto i bambini, ma corrompe l’intera rete di affetti che li circonda.
È il dolore il vero protagonista della serie

Come spesso accade nelle opere di Stephen King, il mostro è soltanto il simbolo di qualcosa di molto più reale.
In The Outsider il tema dominante è il lutto. Una presenza costante che accompagna praticamente ogni personaggio della storia.
Il protagonista è il detective Ralph Anderson, interpretato da Ben Mendelsohn, incaricato di guidare le indagini sull’omicidio di Frankie Peterson. In una piccola comunità dove tutti si conoscono, Ralph decide di arrestare personalmente Terry Maitland, convinto della sua colpevolezza.
Dietro questa scelta c’è però una ferita ancora aperta. Ralph e sua moglie non hanno mai superato la morte del loro figlio, scomparso anni prima a causa di una malattia infantile.
Quel dolore influenza inevitabilmente il suo giudizio. La rabbia e il senso di colpa rendono impossibile affrontare il caso con lucidità, contribuendo indirettamente alla tragedia che travolge Terry Maitland.
L’uomo, infatti, viene arrestato pubblicamente per un crimine che non ha commesso e poco dopo viene ucciso da un familiare della vittima, senza avere la possibilità di dimostrare la propria innocenza.
La disperazione della moglie Glory, rimasta sola a difendere il nome del marito, rappresenta uno degli esempi più crudeli della malvagità di El Cuco. La creatura continua infatti ad alimentarsi del dolore anche dopo la morte della sua vittima, dimostrando come il suo vero obiettivo sia la distruzione emotiva delle persone.
Un male assoluto che lascia segni indelebili

Nel corso della serie Ralph è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni e con il peso della responsabilità nella morte di Terry.
La ricerca della verità diventa quindi anche un percorso personale verso una possibile redenzione, pur sapendo che alcune ferite non potranno mai essere rimarginate.
È proprio qui che The Outsider si distingue da molte altre storie di Stephen King. L’Estraneo non è soltanto una creatura soprannaturale, ma una rappresentazione del male più assoluto, capace di manipolare le persone, distruggere famiglie e trasformare il dolore in un’arma.
Persino Pennywise, con tutta la sua brutalità, appare quasi “semplice” se confrontato con un’entità che pianifica ogni tragedia con l’unico scopo di assistere al collasso emotivo delle sue vittime.
The Outsider: un finale brutale e spietato

Chi conosce IT sa che, nonostante il prezzo pagato dai protagonisti, la storia lascia comunque spazio a una certa speranza.
The Outsider, invece, percorre la strada opposta.
Gli episodi conclusivi spingono tutti i protagonisti al limite, mettendoli davanti a perdite sempre più dolorose. L’entità dimostra inoltre un’altra inquietante capacità: manipolare psicologicamente chi le sta intorno.
Tra le sue vittime c’è anche il detective Jack, costretto a diventare uno strumento del mostro dopo essere stato sottoposto a sofferenze fisiche e mentali insopportabili. Lo scontro finale culmina in una violenta sparatoria che lascia sul campo numerosi personaggi ai quali il pubblico aveva imparato ad affezionarsi.
Nemmeno Holly Gibney, investigatrice privata interpretata da Cynthia Erivo, viene risparmiata dal dolore. Quando sembra aver finalmente trovato una persona capace di comprenderla e accettarla, la perde improvvisamente, ritrovandosi ancora una volta costretta ad andare avanti.
Uno dei migliori adattamenti di Stephen King

Il finale lascia anche un interrogativo destinato a rimanere aperto. Ralph e Holly riescono a fermare El Cuco, ma la serie non chiarisce mai del tutto se creature simili siano uniche o se possano tornare a manifestarsi in futuro.
Ed è proprio questa ambiguità a rafforzare il messaggio dell’opera. Così come il dolore non può essere cancellato, anche il male non è qualcosa che si elimina definitivamente. Si può affrontare, sopravvivere e imparare a conviverci, ma non esiste una soluzione semplice.
Per questo motivo The Outsider viene ancora oggi considerato uno degli adattamenti televisivi più riusciti di Stephen King. Un thriller psicologico che utilizza l’horror soprannaturale per raccontare il peso del lutto, trasformando El Cuco in uno dei mostri più inquietanti e significativi mai usciti dalla fantasia dello scrittore americano.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
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