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Essenza Ludica K.O.: Who would win? I picchiaduro messi alla prova della realtà
Su Essenza Ludica si parla di chi vincerebbe una competizione teale tra i personaggi dei picchiaduro
Nei picchiaduro tutto è possibile: un pensionato può mettere al tappeto un demone millenario, un liceale può abbattere un lottatore di due metri e mezzo e una ragazzina di quaranta chili può spedire al tappeto un wrestler da centocinquanta con una presa spettacolare. È la magia del gameplay, dove il bilanciamento viene prima del buon senso e ogni personaggio deve avere una possibilità di vincere.
Ma cosa succederebbe se eliminassimo le esigenze del videogioco e portassimo questi combattenti nel mondo reale? Chi avrebbe davvero la meglio in uno scontro uno contro uno? In questa puntata di Essenza Ludica proveremo a rispondere proprio a questa domanda, analizzando ogni sfida con un approccio il più possibile realistico.
Non conteranno le barre della vita, le combo infinite o le super mosse cinematografiche. A fare la differenza saranno fattori concreti, che andremo a discutere più avanti. L’obiettivo non è stabilire chi sia il più forte nel proprio videogioco, ma capire chi avrebbe maggiori probabilità di uscire vincitore da un combattimento che obbedisce alle leggi della fisica… o almeno ci prova.
Naturalmente non esiste una risposta assoluta e una parte del divertimento sarà proprio discuterne. Perché, diciamocelo, i picchiaduro sono nati anche per alimentare quella domanda che ogni appassionato si è posto almeno una volta nella vita: “Sì, ma tra questi due… chi vincerebbe davvero?”
Il mito del marzialista invincibile
Da bambino ci sono cascato in pieno. Anzi, credo di essere stato in ottima compagnia. Come me, milioni di appassionati e, a giudicare da certi personaggi dei picchiaduro, anche molti sviluppatori di videogiochi erano convinti che le arti marziali fossero una sorta di lasciapassare per l’invincibilità. Nella mia testa il classico combattente mingherlino, maestro di kung fu o di qualche antica disciplina orientale, avrebbe sempre trovato il modo di sconfiggere il gigante di turno, indipendentemente dalla differenza di peso, forza o stazza.

Non era una convinzione nata dal nulla. Per anni cinema e produzioni orientali ci hanno raccontato proprio questo: il maestro apparentemente fragile che, grazie a tecnica, disciplina e anni di allenamento, riusciva a mettere al tappeto avversari enormemente più grossi e potenti. Era una narrazione affascinante, quasi mitologica, che finiva inevitabilmente per plasmare anche il nostro modo di immaginare il combattimento.
A rafforzare questa idea contribuivano anche i racconti tramandati quasi come leggende metropolitane. C’era sempre qualcuno, spesso il famoso “cugino”, che conosceva un maestro capace di abbattere un uomo con un solo dito, di spezzare mattoni a mani nude o di vincere qualsiasi rissa senza nemmeno scomporsi. Vere o inventate che fossero, queste storie alimentavano un’immagine quasi mistica delle arti marziali, trasformando i loro praticanti in figure ai limiti del sovrumano.
Poi si cresce e, inevitabilmente, cambiano anche le prospettive. Si scopre che il combattimento reale segue regole molto diverse da quelle del cinema e dei videogiochi. La vera rivoluzione arrivò negli anni ’90 con le prime edizioni dell’UFC, nate proprio con l’idea di mettere a confronto praticanti di discipline diverse per capire quali fossero realmente efficaci in uno scontro senza le limitazioni delle singole competizioni.
Il risultato fu un autentico terremoto. Alcune arti marziali, considerate quasi leggendarie nell’immaginario collettivo, si dimostrarono sorprendentemente poco efficaci in quel contesto. Altre, invece, dominarono gli incontri, mostrando una superiorità che pochi avrebbero previsto. Molti stili, eccellenti nelle rispettive competizioni o nell’autodifesa, faticavano enormemente quando venivano privati delle regole che li avevano plasmati, mentre discipline incentrate sul contatto pieno, sulla lotta e sul combattimento a terra si rivelavano devastanti.
Da quel momento il mito del “maestro imbattibile” iniziò a lasciare spazio a una visione molto più concreta del combattimento. Non esisteva più un’arte marziale definitiva, ma discipline più o meno adatte a un determinato contesto, e soprattutto divenne evidente che il confronto tra stili diversi era molto più complesso di quanto ci avessero fatto credere decenni di film, fumetti e videogiochi.
Essenza Ludica K.O. – Le regole dello scontro
Prima di iniziare, però, è necessario stabilire alcune regole. Questo non sarà un esercizio di fantasia, ma un tentativo di analizzare gli scontri sulla base di ciò che abbiamo imparato osservando decenni di combattimenti reali, soprattutto dopo la rivoluzione portata dalle prime UFC. Da allora il mondo degli sport da combattimento ha accumulato una quantità enorme di dati, incontri ed esperienze che permettono di distinguere abbastanza chiaramente ciò che appartiene al mito da ciò che funziona davvero.
Il primo principio è forse il più importante: il grappling tende a prevalere sullo striking. Un lottatore capace di portare rapidamente il combattimento a terra neutralizza gran parte dei vantaggi di chi combatte esclusivamente in piedi. Non significa che uno striker non possa vincere, ma statisticamente parte quasi sempre in una posizione di svantaggio contro un grappler di livello equivalente.
Il secondo criterio riguarda la fisicità. Nei videogiochi una differenza di trenta o quaranta chili è poco più di un dettaglio; nella realtà è spesso decisiva. Peso, altezza, forza e massa muscolare influenzano enormemente l’esito di uno scontro, tanto che gli sport da combattimento sono divisi in categorie proprio per evitare incontri troppo sbilanciati.
Anche la distinzione tra arti marziali tradizionali e sport da combattimento avrà un peso importante. Senza nulla togliere al valore culturale e formativo delle prime, l’esperienza ha dimostrato che chi combatte regolarmente a contatto pieno, contro avversari che oppongono una resistenza reale, parte generalmente con un vantaggio rispetto a chi pratica discipline dove il combattimento libero è limitato o assente.
C’è poi un aspetto che può risultare scomodo, ma che sarebbe disonesto ignorare. A parità di allenamento, un uomo possiede mediamente un vantaggio fisico significativo nei confronti di una donna in termini di forza, massa muscolare e potenza esplosiva. Per questo motivo gli eventuali scontri tra personaggi maschili e femminili verranno valutati tenendo conto della realtà biologica e non delle esigenze di bilanciamento tipiche dei videogiochi.
Infine, saranno esclusi tutti quei personaggi il cui stile di combattimento ruota attorno ad armi da fuoco, spade o altri equipaggiamenti, così come verranno ignorate tecniche palesemente soprannaturali: niente onde energetiche, pugni infuocati, teletrasporti o trasformazioni. L’obiettivo è capire chi vincerebbe affidandosi unicamente alle proprie capacità fisiche e tecniche. Perché, una volta spente le barre della vita e messe da parte le super mosse, è proprio lì che inizia il combattimento vero. Per questo uno dei picchiaduro più importanti, Mortal Kombat, viene escluso da questo articolo.
Street Fighter II Turbo: – Chi vincerebbe davvero?
Se prendessimo il roster di Street Fighter II Turbo e togliessimo di mezzo Hadoken, Sonic Boom, Yoga Fire e qualsiasi altra concessione al soprannaturale, il quadro cambierebbe radicalmente. Resterebbero uomini e donne con il loro bagaglio tecnico, la loro preparazione atletica e, soprattutto, i loro limiti fisici. Applicando i criteri stabiliti in precedenza, il podio dei combattenti più pericolosi sarebbe, a mio avviso, piuttosto netto.
🥇 1° posto – Zangief

Il gigante sovietico parte con un vantaggio enorme: lotta. Il wrestling, inteso come disciplina di combattimento e non come spettacolo, è storicamente una delle basi più efficaci in uno scontro reale e continua ancora oggi a dominare le MMA insieme al grappling. Se un atleta della stazza di Zangief riesce ad accorciare la distanza e a mettere le mani sull’avversario, l’incontro rischia di finire in pochi secondi. A questo si aggiungono una forza fuori dal comune, una massa muscolare impressionante e una resistenza eccezionale. Nel mondo reale sarebbe un incubo da affrontare.
🥈 2° posto – Sagat

La Muay Thai è una delle discipline di striking più devastanti mai concepite. Gomiti, ginocchia, calci e pugni: ogni parte del corpo diventa un’arma. Sagat, però, non è soltanto un maestro di questa disciplina. È anche un colosso che supera abbondantemente i due metri di altezza, con un allungo enorme e una potenza fisica impressionante. Pur soffrendo contro un lottatore puro capace di portarlo a terra, contro la maggior parte degli avversari avrebbe tutti gli strumenti per imporre distanza, ritmo e potenza.
🥉 3° posto – Balrog

La boxe ha dimostrato per oltre un secolo di essere una delle discipline più efficaci nel combattimento in piedi. Balrog incarna perfettamente il pugile costruito per fare danni: fisico possente, grande esplosività, allungo e una capacità di generare potenza impressionante. Certo, soffrirebbe un grappler esperto, ma contro chiunque fosse costretto a combattere in piedi partirebbe con un vantaggio enorme. E un solo pugno ben assestato potrebbe essere sufficiente per chiudere i conti.
Al di fuori del podio il livello si abbassa sensibilmente. Molti personaggi pagano semplicemente la differenza di stazza: per quanto possano essere tecnici, affrontare avversari che pesano decine di chili in più e possiedono un background da combattimento così solido è un’impresa quasi impossibile. Altri, invece, sono penalizzati dalla disciplina che praticano, spesso romanzata o comunque poco collaudata in un contesto di combattimento reale senza regole.
Honda e T. Hawk meritano un discorso a parte. Entrambi dispongono di una forza fisica impressionante e rappresentano autentici colossi, ma gli stili ai quali sono associati lasciano più di un interrogativo. Il sumo, per esempio, è uno sport estremamente impegnativo e produce atleti potentissimi, ma nasce con obiettivi e regole molto specifici, ben diversi da quelli di uno scontro reale. Anche il combattimento di T. Hawk è un insieme di tecniche ispirate alle tradizioni dei nativi americani, senza un corrispettivo moderno che ne dimostri l’efficacia in un confronto ad alto livello. La loro fisicità li renderebbe comunque avversari temibilissimi, ma difficilmente li vedrei prevalere contro specialisti della lotta, della Muay Thai o della boxe.
Chi potrebbe invece ritagliarsi un ruolo da outsider è Guile. Il suo addestramento militare e le competenze nel combattimento corpo a corpo gli garantirebbero una notevole versatilità, anche se è difficile stabilire quanto il suo stile sia realmente competitivo contro atleti specializzati. Discorso simile per Dee Jay: la kickboxing è una disciplina efficace, completa e ampiamente collaudata negli sport da combattimento, e lui possiede anche un fisico atletico e potente. Probabilmente non abbastanza per scalzare il podio, ma certamente sufficiente per giocarsela con gran parte del roster.
Tekken – Chi vincerebbe davvero?
Con Tekken il lavoro si complica parecchio. Il roster (useremo quello del 7, il più ampio al momento) è enorme e comprende combattenti provenienti dagli stili più disparati, ma anche robot, esseri geneticamente modificati, demoni e personaggi dotati di capacità decisamente incompatibili con il mondo reale. Più che in qualsiasi altro picchiaduro, quindi, le regole della rubrica diventano fondamentali.

Per questa analisi verranno completamente ignorati tutti gli elementi soprannaturali. Niente Gene del Diavolo, trasformazioni demoniache, raggi laser, capacità sovrumane o resistenze fuori da ogni logica. Allo stesso modo, personaggi come Jack, Alisa o gli altri combattenti non umani saranno valutati come se fossero esseri umani in carne e ossa, mantenendo esclusivamente il loro stile di combattimento, la loro corporatura e il loro addestramento. In altre parole, niente vantaggi derivanti dall’essere robot, cyborg o creature soprannaturali.
Questa scelta penalizza alcuni personaggi molto più che in Street Fighter. Se nel titolo Capcom bastava eliminare Hadoken e Shoryuken “magici”, in Tekken ci sono combattenti la cui pericolosità deriva quasi interamente dai loro poteri o dalla loro natura non umana. Privati di questi vantaggi, il confronto torna a essere quello che interessa a questa rubrica: quale stile di combattimento, unito alla migliore combinazione di tecnica, esperienza e caratteristiche fisiche, avrebbe davvero la meglio in uno scontro reale?
🥇 1° posto – Craig Marduk

Qui ho davvero pochi dubbi. Marduk è un ex praticante di Vale Tudo, disciplina che rappresenta l’antenata delle moderne MMA. Sa colpire, sa lottare, sa finalizzare a terra e, soprattutto, possiede una stazza impressionante. È il classico combattente che le prime UFC hanno dimostrato essere devastante: completo sotto ogni aspetto, potentissimo fisicamente e difficilissimo da controllare una volta entrato nel clinch. Contro avversari specializzati in una sola disciplina partirebbe quasi sempre favorito.
🥈 2° posto – Sergei Dragunov

Il Combat Sambo è probabilmente una delle discipline più complete presenti nel roster. Proiezioni, lotta, sottomissioni e striking convivono in un sistema pensato per essere efficace e pragmatico. Dragunov, inoltre, è un soldato delle forze speciali, abituato a un addestramento estremo e al combattimento ravvicinato. Non possiede la mole di Marduk, ma compensa con una preparazione tecnica di altissimo livello e una versatilità che pochi altri personaggi possono vantare.
🥉 3° posto – Paul Phoenix

Molti ricordano Paul soprattutto per il suo karate, ma spesso si dimentica un dettaglio fondamentale: pratica anche il judo. Questa combinazione lo rende uno dei combattenti più completi dell’intero roster. Il karate gli garantisce un ottimo striking, mentre il judo gli offre proiezioni, controllo del corpo dell’avversario e la capacità di gestire il combattimento a distanza ravvicinata. Non raggiunge il livello di completezza di Marduk o Dragunov, ma rappresenta probabilmente il miglior compromesso tra tecnica, esperienza e versatilità.
Qualcuno potrebbe storcere il naso per l’assenza di King dal podio, ed è un’obiezione più che legittima. Il problema è che il suo stile è difficile da inquadrare. Se ci limitassimo alla sua biografia ufficiale, King è un wrestler professionista, una disciplina spettacolare ma non pensata per il combattimento reale. È vero che nel suo repertorio compaiono moltissime tecniche ispirate al catch wrestling e alla lotta libera, ma il personaggio resta volutamente sospeso tra sport e spettacolo.
Per questo motivo ho preferito non premiarlo con il podio. Se interpretassimo il suo wrestling come vero catch wrestling ad altissimo livello, allora potrebbe tranquillamente competere con Paul Phoenix e Sergei Dragunov, se non addirittura superarli in alcune situazioni. Ma attenendoci il più possibile alla versione ufficiale del personaggio, credo sia più corretto lasciarlo appena fuori dai primi tre.
Qualcuno potrebbe poi chiedersi: come mai Bruce Irvin e Fahkumram siano rimasti fuori dal podio, nonostante pratichino la Muay Thai, unanimemente considerata una delle discipline di striking più efficaci al mondo? La risposta è semplice: il problema non è la Muay Thai, ma il confronto con combattenti più completi. Bruce e Fahkumram sarebbero probabilmente favoriti contro la maggior parte del roster in un combattimento esclusivamente in piedi, ma contro specialisti del grappling come Marduk o Dragunov partirebbero in svantaggio.
Fahkumram, inoltre, paga anche un altro fattore. Nel gioco è rappresentato come un gigante quasi sovrumano, con caratteristiche fisiche ai limiti dell’impossibile. Applicando le regole di questa rubrica, però, quei vantaggi vengono necessariamente ridimensionati, rendendolo “solo” un atleta enorme e straordinariamente preparato. Bruce, dal canto suo, è probabilmente il rappresentante più realistico della Muay Thai nel roster, ma la sua specializzazione nello striking non basta, a mio avviso, per superare combattenti capaci di eccellere sia in piedi sia nella lotta.
Virtua Fighter – Chi vincerebbe davvero?
Se Street Fighter richiede di eliminare le mosse soprannaturali e Tekken impone di ridimensionare demoni e robot, Virtua Fighter rappresenta quasi un caso di studio. Il roster è composto quasi esclusivamente da combattenti realistici, ciascuno con uno stile ben definito e ispirato a discipline realmente esistenti. Proprio per questo stilare un podio è molto più difficile: qui le differenze non le fanno magie o poteri impossibili, ma l’efficacia delle arti marziali rappresentate e le caratteristiche fisiche dei singoli personaggi.
🥇 1° posto – Jeffry McWild

Il gigante australiano pratica il pankration, una disciplina che combina efficacemente striking e grappling e che, per filosofia e completezza, ricorda molto le moderne MMA. A questo si aggiunge una struttura fisica imponente, una forza fuori dal comune e un’aggressività che lo rendono probabilmente il combattente più completo del roster. Se c’è un personaggio di Virtua Fighter che incarna ciò che oggi sappiamo essere più efficace in un combattimento reale, è proprio Jeffry.
🥈 2° posto – Goh Hinogami

Il judo è una delle poche arti marziali tradizionali ad aver dimostrato senza ombra di dubbio la propria efficacia nel combattimento reale. Proiezioni, sbilanciamenti, controllo del corpo e leve articolari ne fanno una disciplina estremamente pericolosa. Goh, inoltre, interpreta il judo nel modo più brutale possibile, senza alcuna concessione all’aspetto sportivo. Contro molti striker riuscirebbe probabilmente a portare rapidamente il combattimento a terra, trasformando lo scontro in un terreno a lui decisamente favorevole.
🥉 3° posto – Wolf Hawkfield

L’esclusione di Wolf dai primi due posti potrebbe sorprendere qualcuno, soprattutto considerando la sua mole impressionante. Il problema, però, è lo stesso già affrontato con King in Tekken. Ufficialmente Wolf è un wrestler professionista, disciplina che nasce come spettacolo e non come combattimento reale. È vero che molte delle sue tecniche derivano dalla lotta e dal catch wrestling, e proprio per questo riesce comunque a conquistare il podio. Tuttavia ho preferito non attribuirgli capacità che il personaggio non dichiara esplicitamente, premiando invece discipline la cui efficacia è stata dimostrata in decenni di competizioni reali.
Appena fuori dal podio metterei Jean Kujo. Il suo Kyokushin Karate è una delle discipline di striking più dure mai concepite: allenamenti massacranti, contatto pieno e una preparazione fisica che pochi altri stili possono vantare. Se gli manca qualcosa rispetto ai primi tre è soprattutto una componente di grappling di alto livello, che nelle moderne MMA si è dimostrata fondamentale. Detto questo, contro gran parte del roster Jean partirebbe comunque con ottime possibilità di vittoria e rappresenterebbe probabilmente il migliore tra gli specialisti del combattimento in piedi.
Un discorso a parte merita Vanessa. Se dovessimo giudicare esclusivamente lo stile di combattimento, sarebbe probabilmente la numero uno dell’intero roster. Le sue tecniche sono infatti ispirate alle moderne MMA, cioè la disciplina che più di ogni altra ha dimostrato la propria efficacia negli ultimi trent’anni, combinando striking, lotta e combattimento a terra in un sistema completo e pragmatico.
Il motivo per cui resta fuori dal podio è purtroppo un altro, ed è lo stesso criterio adottato per tutta questa rubrica: la realtà biologica. A parità di preparazione tecnica, un uomo possiede mediamente un vantaggio significativo in termini di forza, massa muscolare, densità ossea e potenza esplosiva. È il motivo per cui negli sport da combattimento uomini e donne competono in categorie separate. Questo non sminuisce in alcun modo il valore di Vanessa, che rimane uno dei personaggi tecnicamente più preparati dell’intera serie, ma in un confronto diretto con combattenti maschili di alto livello partirebbe inevitabilmente in svantaggio.
The King of Fighters – Chi vincerebbe davvero?
Come già visto con Tekken, anche The King of Fighters richiede una premessa importante. Poteri elementali, energie spirituali, trasformazioni e abilità soprannaturali fanno parte del DNA della serie, ma in questa rubrica vengono completamente ignorati. L’obiettivo è valutare esclusivamente il combattente, il suo stile, la sua preparazione e le sue caratteristiche fisiche.
🥇 1° posto (ex aequo) – Clark Still e Ralf Jones

Separarli è praticamente impossibile. I due mercenari dell’Ikari Team sono addestrati per il combattimento reale e rappresentano l’antitesi del marzialista tradizionale. Clark eccelle nella lotta e nelle prese, mentre Ralf è un combattente completo, capace di combinare forza bruta, tecnica e addestramento militare. Entrambi possiedono una fisicità impressionante e uno stile estremamente pragmatico, costruito per neutralizzare rapidamente l’avversario. Se dovessi scegliere i combattenti con le maggiori probabilità di uscire vincitori da uno scontro reale, loro sarebbero in cima alla lista.
🥈 2° posto – Goro Daimon

Ancora una volta il judo dimostra perché sia una delle arti marziali tradizionali che meglio hanno superato la prova del combattimento reale. Goro è un autentico colosso e abbina una disciplina devastante a una forza fisica fuori dal comune. Una proiezione eseguita da un atleta della sua stazza può decidere un incontro in pochi istanti, e una volta portato il combattimento a distanza ravvicinata diventerebbe un avversario difficilissimo da gestire.
🥉 3° posto – Joe Higashi

Joe rappresenta il miglior striker dell’intero roster. La Muay Thai è una delle discipline di combattimento più efficaci mai sviluppate e il suo stile è costruito attorno a potenza, resistenza e capacità di infliggere danni con ogni parte del corpo. Contro la maggior parte dei personaggi partirebbe favorito, ma contro specialisti della lotta come Clark o Goro pagherebbe probabilmente la mancanza di un grappling di alto livello, proprio come abbiamo visto accadere più volte nella storia delle MMA.
Appena fuori dal podio meritano una menzione Blue Mary e Ramon. La prima pratica il Combat Sambo, una disciplina estremamente completa che, sulla carta, sarebbe probabilmente la più efficace dell’intero roster. Se questa classifica fosse limitata alle sole tecniche di combattimento, avrebbe tutte le carte in regola per puntare al primo posto. La sua esclusione dipende esclusivamente dal criterio realistico adottato fin dall’inizio della rubrica: a parità di preparazione, il divario fisico tra uomini e donne rappresenta uno svantaggio difficilmente colmabile. Ramon, invece, paga uno stile ispirato alla lucha libre, spettacolare e ricco di prese scenografiche, ma meno collaudato in un contesto di combattimento reale rispetto a discipline come judo, sambo o lotta libera.
Dead or Alive : e tra le donne?
Dead or Alive rappresenta un caso particolare. Se applicassimo alla lettera i criteri utilizzati finora, il podio assoluto sarebbe piuttosto prevedibile: Bass Armstrong, Bayman e Leon, tre autentici specialisti del combattimento reale, forti di una stazza imponente e di discipline estremamente efficaci. Per questo motivo una classifica generale avrebbe poco da dire.
Molto più interessante è invece restringere il campo alle sole combattenti, che sono il 90% del roster qui, mettendole sullo stesso piano e valutandole esclusivamente in base allo stile praticato, alla preparazione e alle caratteristiche fisiche.
🥇 1° posto – Mila

Non poteva che essere lei. Mila pratica le MMA, la disciplina che più di ogni altra ha dimostrato la propria efficacia negli ultimi trent’anni. Sa colpire, sa lottare e sa combattere a terra, qualità che la rendono la combattente più completa dell’intero roster femminile. In uno scontro realistico partirebbe con un vantaggio evidente sulla maggior parte delle avversarie.
🥈 2° posto – Tina Armstrong

Il wrestling rappresentato da Tina è molto più concreto di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Le sue numerose prese e proiezioni richiamano chiaramente la lotta reale e, unite a una struttura fisica decisamente superiore alla media delle altre combattenti, la rendono un’avversaria estremamente pericolosa. Contro Mila pagherebbe probabilmente la maggiore completezza tecnica dell’MMA, ma resterebbe una delle lottatrici più difficili da affrontare.
🥉 3° posto – Hitomi

Hitomi chiude il podio grazie al suo karate, praticato in una forma molto realistica e orientata al combattimento. Non possiede un vero repertorio di grappling, ma compensa con una tecnica eccellente, un’ottima preparazione atletica e uno stile estremamente pulito ed efficace. Tra le specialiste dello striking è probabilmente quella che offre le maggiori garanzie in un confronto reale.
Appena fuori dal podio rimangono Kasumi, Ayane e Christie. Le prime due pagano uno stile inevitabilmente influenzato dalla componente ninja della serie, mentre Christie, pur essendo una striker di altissimo livello, soffrirebbe contro avversarie più complete come Mila o dotate di un grappling più incisivo come Tina.
Bonus finale – Il campione dei campioni
Dopo aver analizzato le principali saghe dei picchiaduro, è arrivato il momento della domanda più difficile: chi vincerebbe mettendo insieme tutti i podi?
🥇 1° posto – Craig Marduk (Tekken )
Per me il vincitore assoluto è lui. Il motivo è semplice: rappresenta quasi il prototipo del combattente perfetto secondo gli standard moderni. Vale Tudo significa grappling, striking e combattimento a terra, il tutto unito a una stazza impressionante. È enorme, potente e possiede un bagaglio tecnico completo. Se dovessi scommettere su un solo personaggio in un torneo realistico, sceglierei senza esitazioni Marduk.
🥈 2° posto – Jeffry McWild (Virtua Fighter)
Il pankration è uno stile incredibilmente completo e Jeffry abbina questa preparazione a un fisico da autentico colosso. Probabilmente non raggiunge il livello di completezza di Marduk nel combattimento moderno, ma possiede tutte le qualità necessarie per mettere in difficoltà chiunque.
🥉 3° posto – Zangief (Street Fighter II )
Senza Spinning Piledriver impossibili e altre licenze videoludiche, resta comunque un gigante specializzato nella lotta. E la storia degli sport da combattimento ci ha insegnato che un grappler di altissimo livello, dotato di una simile forza fisica, rappresenta sempre un avversario temibilissimo. Forse meno completo dei primi due, ma abbastanza dominante da meritare il gradino più basso del podio.
Appena fuori dalla top three rimangono Sergei Dragunov, Clark Still, Ralf Jones, Goro Daimon e Paul Phoenix, tutti combattenti che, in giornate diverse, potrebbero tranquillamente ribaltare qualsiasi pronostico. Del resto, è proprio questa la lezione che gli sport da combattimento ci hanno insegnato negli ultimi trent’anni: nessuno è imbattibile. Ma se dovessi scegliere un solo campione tra tutti i picchiaduro, il mio gettone finirebbe senza dubbio su Craig Marduk.
Cinema
Zodiac: il miglior film di Robert Downey Jr. prima dell’MCU fu un flop
Prima di diventare Iron Man, Robert Downey Jr. brillava in Zodiac di David Fincher accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo. Un film oggi amatissimo ma che all’epoca fu un flop al botteghino
L’Universo Cinematografico Marvel ha ufficialmente preso il via nel 2008 con Iron Man, cambiando completamente la carriera di Robert Downey Jr. Un anno prima, però, l’attore stava ancora cercando di ritrovare la propria strada a Hollywood dopo un periodo piuttosto difficile della sua vita.
Downey aveva già dimostrato il proprio talento molti anni prima, ma doveva ancora riconquistare lo spazio che aveva perso. Ed è proprio in quel periodo che arrivò a bussare alla sua porta per una parte in un film, David Fincher.
Parliamo di Zodiac, thriller del 2007 che oggi possiamo finalmente apprezzare per quello che è, ovvero un eccezionale adattamento e un film investigativo capace di costruire la suspense in maniera completamente diversa dal classico thriller sul serial killer. Downey Jr. fu affiancato in Zodiac da due attori che avevano già una propria reputazione e che, anni dopo, sarebbero entrati a far parte della storia dell’MCU, ovvero Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo.

All’epoca, però, non fu esattamente il successo che il regista e il suo cast sembravano promettere.
Ed è quasi divertente guardarlo oggi e vedere Robert Downey Jr., Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo condividere lo schermo prima di diventare, rispettivamente, Tony Stark, Mysterio e Hulk. Oggi sembra quasi un piccolo evento cinematografico, anche se nel 2007 nessuno poteva ancora immaginare quanto quei tre attori sarebbero diventati importanti per il mondo Marvel.
Ma soprattutto Downey offre nella pellicola una performance straordinaria, e a dire il vero, il suo Paul Avery ha qualcosa in comune con Iron Man. E le somiglianze tra i due personaggi sono piuttosto divertenti da notare.
La performance di Robert Downey Jr. in Zodiac è una delle migliori della sua carriera

Zodiac, uscito nel 2007 e oggi forse meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri film di David Fincher, è basato sulla storia vera del serial killer noto come Zodiac ed è un adattamento dell’omonimo libro di Robert Graysmith e del suo seguito, Zodiac Unmasked.
La pellicola segue le indagini che sconvolsero San Francisco tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando un criminale iniziò a uccidere persone e a inviare lettere e messaggi in codice ai giornali.
Ma il vero punto del film non è raccontare chi sia l’assassino. Fincher è molto più interessato a mostrare cosa può succedere alle persone che passano anni e anni cercando quella risposta.
Zodiac è quindi soprattutto un film sull’ossessione e la suspense nasce proprio da questa idea, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale. Al centro della storia troviamo il fumettista e scrittore Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, l’ispettore Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, e il giornalista Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr.
Ed è proprio Avery a rappresentare uno degli elementi più interessanti della pellicola.
Il personaggio è esattamente il tipo di ruolo che Downey Jr. sa interpretare alla perfezione. Anzi, guardandolo oggi, si potrebbe persino pensare che una parte di questa interpretazione abbia contribuito a plasmare, almeno idealmente, il Tony Stark che sarebbe arrivato appena un anno dopo.
Avery è un cronista di nera del San Francisco Chronicle, intelligente, sarcastico, sicuro di sé e profondamente convinto delle proprie capacità. Sa come ottenere uno scoop, sa con chi parlare e sembra sempre essere un passo avanti rispetto agli altri.
All’inizio è quindi facile capire perché sia così rispettato all’interno del giornale. E se ci pensate, sono tratti piuttosto simili a quelli dell’eroe dell’MCU. L’unica vera differenza è che Avery non è un eroe.
Ciò che colpisce maggiormente dell’interpretazione di Downey è però il modo in cui l’attore evita di trasformare Avery nel semplice stereotipo del “giornalista alcolizzato”.

Sì, il personaggio beve molto, fuma e con il passare del tempo inizia a perdere il controllo della propria vita. Ma il cambiamento avviene in maniera graduale e, proprio come accade per il film nel suo complesso, Avery viene lentamente consumato dal caso. Soprattutto quando l’assassino comincia a minacciarlo.
Ogni personaggio di Zodiac mostra in maniera diversa l’ossessione e le sue conseguenze. Per Avery questo significa iniziare lentamente a deteriorarsi, anche se continua a essere divertente e a comportarsi come un uomo convinto di sapere esattamente cosa sta facendo.
All’inizio questi aspetti sembrano semplicemente parte della sua personalità, ma con il procedere della storia iniziano ad assumere i contorni di un vero e proprio meccanismo di difesa. E vale la pena ricordare che Avery non è nemmeno il protagonista della storia. Eppure ruba la scena praticamente ogni volta che compare.
È forse proprio questo uno dei motivi per cui la performance di Downey in Zodiac può essere considerata una delle migliori della sua intera carriera. Non è necessariamente la sua interpretazione più trasformativa, ma è una prova attoriale in cui l’attore comprende perfettamente cosa deve fare.
Avery cattura l’attenzione senza sembrare che la stia cercando disperatamente. Downey gli permette di essere sgradevole quando serve, divertente quando ha senso e vulnerabile senza mai trasformare quella vulnerabilità in una scena di autocommiserazione.
È un tipo di recitazione che merita di essere applaudito, soprattutto oggi, quando spesso sembra che ogni emozione debba essere spiegata attraverso i dialoghi lasciando ben poco spazio all’interpretazione.
Anche la regia di Fincher fa la sua parte.
Il regista mantiene infatti l’assassino lontano dalla scena. Zodiac è sempre presente attraverso i racconti, le lettere, le prove e le paure dei protagonisti, ma nella maggior parte dei casi rimane fisicamente assente.
Ed è proprio in questi momenti che le interpretazioni diventano fondamentali per creare il giusto effetto thriller. Avery non è ossessionato dal caso come Graysmith, ma non ne esce nemmeno completamente illeso.
Se Zodiac funziona così bene, il merito è soprattutto di Downey e dell’intero cast. Un’indagine di questo tipo può avere conseguenze completamente diverse sulle persone che la seguono. Graysmith diventa ossessionato, Toschi continua a insistere e Avery inizia lentamente a perdere il controllo.
Sono reazioni diverse allo stesso problema e il film è interessante proprio perché mostra fin dove può spingersi ognuno di loro.
Perché Zodiac fu un flop al botteghino?

D’accordo, ma se Zodiac è davvero così bello, perché non funzionò al cinema?
Parte della risposta sta nel fatto che il film non era esattamente quello che il pubblico probabilmente si aspettava da David Fincher.
Il regista aveva già alle spalle il famigerato Se7en e, quando venne annunciato un nuovo progetto dedicato a un serial killer, era facile immaginare un’altra indagine cupa, piena di omicidi, violenza e scene pensate per scioccare lo spettatore.
Ma Zodiac non è quel film, o almeno non lo è principalmente.
La violenza c’è e alcune scene di omicidio sono ancora oggi piuttosto inquietanti, ma l’obiettivo di Fincher è concentrarsi soprattutto sulle persone che cercano di comprendere il caso, più che mostrare l’assassino in azione.
In effetti, il consenso della critica su Rotten Tomatoes riassume piuttosto bene questa differenza, descrivendo il film come un thriller più pacato e incentrato sui dialoghi, che si affida maggiormente all’evoluzione dei personaggi e alla ricostruzione degli anni Settanta piuttosto che ai dettagli grafici degli omicidi.
Oggi Zodiac vanta un punteggio del 90% da parte della critica sulla piattaforma e del 78% da parte del pubblico.
Un altro fattore che potrebbe aver contribuito al risultato al botteghino è inoltre la durata. Zodiac dura circa due ore e mezza, qualcosa che non rappresenta necessariamente un problema, ma che va tenuto in considerazione quando si parla degli incassi di un film, soprattutto considerando l’epoca in cui uscì.
La trama è costruita in maniera estremamente intrigante proprio grazie al modo in cui viene raccontata e strutturata, ma non offre al pubblico un finale tradizionale.
Non c’è infatti un momento di piena soddisfazione in cui l’assassino viene arrestato o ucciso e il film non spiega tutto in maniera conclusiva.
Immaginate quindi qualcuno che entra in un cinema negli anni Duemila aspettandosi un thriller classico e si ritrova davanti a un film in cui gran parte della storia è composta da poliziotti che discutono di prove, giornalisti alla ricerca di informazioni e Graysmith impegnato a decifrare codici e documenti.
Se amate questo genere di cinema è assolutamente fantastico, ma di certo non può funzionare per tutti.
Per chi non è interessato, probabilmente Zodiac può dare l’impressione di non arrivare mai davvero al punto, lasciando lo spettatore con la sensazione di non aver capito fino in fondo quello che ha appena visto.
Anche il marketing non aiutò particolarmente il film; la campagna promozionale di Zodiac enfatizzò infatti il lato più oscuro e macabro della storia, mettendolo in qualche modo in relazione con Se7en, mentre il film di Fincher era in realtà molto più riflessivo e investigativo.
In altre parole, alcune persone arrivarono al cinema con aspettative molto precise e finirono per rimanere deluse.
Gli incassi dimostrarono quanto fosse serio il problema.
Zodiac ebbe un budget di 65 milioni di dollari e ne incassò circa 84 milioni in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raccolse poco più di 33 milioni di dollari, con circa 13 milioni di dollari nel weekend di apertura.
Per una pellicola con un budget del genere, è tutt’altro che un grande risultato.
Il lato positivo è che l’accoglienza della critica fu molto positiva fin dall’inizio e questo probabilmente contribuì a consolidare la reputazione del film nel corso degli anni.
Sebbene Zodiac tenda ancora oggi a essere trascurato, viene ormai considerato uno dei migliori film di David Fincher e a dire il vero, è invecchiato davvero bene.
Oggi molte persone riescono a guardarlo e ad apprezzarlo per quello che è, rendendosi conto che il vero fascino della pellicola non sta tanto nello scoprire chi sia Zodiac, quanto nel vedere questi personaggi cercare continuamente di mettere insieme i pezzi di un mistero che sembra impossibile da risolvere.
Forse Zodiac aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo.
E per quanto riguarda Robert Downey Jr., la spiegazione è ancora più interessante.
Un film che avrebbe dovuto essere un successo e che invece fu considerato un flop finì per diventare, con il passare degli anni, uno dei tasselli più importanti della carriera dell’attore.
Appena un anno dopo, Downey sarebbe diventato Tony Stark in Iron Man e avrebbe iniziato una delle più grandi trasformazioni della storia del cinema contemporaneo. E in Zodiac possiamo rivedere quell’attore prima dell’MCU, affiancato da Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, due futuri protagonisti dell’universo Marvel.
Riguardando oggi Zodiac, è difficile non sorridere davanti all’idea che Tony Stark, Mysterio e Hulk fossero già tutti lì, sullo stesso schermo, molto prima che l’MCU cambiasse per sempre il cinema.
*Fonte del presente articolo: comicbook.com
Comics
Lanterns: Chi sono le Lanterne Verdi? Da Hal Jordan a John Stewart protagonisti della serie HBO Max
Scopriamo insieme chi sono le Lanterne Verdi protagoniste di Lanterns, la serie TV dei DC Studios in arrivo il 17 agosto su HBO Max
«Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel buio del male si perde, si guardi dal mio potere… la luce di Lanterna Verde!»
Per chi non lo conosce, questo è il giuramento delle Lanterne Verdi e sono sicuro che lo sentirete recitare più di una volta all’intero di Lanterns.
Ma prima ancora che Hal Jordan e John Stewart accendano i loro anelli nel nuovo show DC Universe, c’è una cosa che vale la pena sapere: essere una Lanterna Verde significa molto più che indossare un costume verde e creare giganteschi pugni di energia (di colore verde, ovviamente).
Dietro Lanterns, la nuova serie di HBO Max targata DC Studios, esiste infatti una delle mitologie più vaste e affascinanti della storia di DC Comics. Un universo fatto di pianeti alieni, guerre cosmiche, anelli del potere, organizzazioni millenarie e soprattutto di una forza apparentemente semplice, ma fondamentale: la volontà.
La serie debutterà il 17 agosto 2026 e avrà come protagonisti Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart. La storia sarà però ambientata principalmente sulla Terra e partirà da un misterioso omicidio nel cuore dell’America, trascinando le due Lanterne Verdi in un’indagine destinata ad avere implicazioni molto più grandi.
È un’impostazione che pare portare sullo schermo un mix tra avventura sci-fi in stile X-Files e il concetto di Lanterna Verde come ‘poliziotto intergalattico’ espresso da Grant Morrison nel suo ciclo qualche anno fa.
Ma è arrivato il momento di capire chi sono le Lanterne Verdi, cosa sono Oa e i Guardiani e quali sono i personaggi dei fumetti che potremmo vedere entrare in gioco nella serie.
Il Corpo delle Lanterne Verdi: la polizia dell’universo

Per capire chi siano Hal Jordan e John Stewart bisogna partire dal Green Lantern Corps (Corpo delle Lanterne Verdi).
In termini molto semplici, possiamo considerarlo una sorta di polizia intergalattica, anche se in alcuni cicli viene rappresentata più come con un’organizzazione dalla forte disciplina militare. I suoi membri appartengono a specie completamente diverse proveniente da diversi pianeti e hanno il compito di proteggere i vari settori dell’universo.
Secondo la mitologia DC, il Corpo esiste da oltre tre miliardi di anni ed è composto da migliaia di Lanterne, distribuite nei diversi settori dello spazio. La loro base è Oa, il pianeta che rappresenta il centro del potere delle Lanterne Verdi.
Il loro strumento principale è naturalmente l’anello del potere, che permette di volare, creare campi di forza, costruire armi e oggetti attraverso la cosiddetta luce solida e, in generale, trasformare la volontà di chi lo indossa in una forza concreta.
Ma è proprio qui che nasce il concetto fondamentale della mitologia moderna di Green Lantern: l‘anello non è potente soltanto perché utilizza una tecnologia aliena, ma lo è perché viene alimentato dalla forza di volontà di chi lo utilizza.
È un’idea introdotta nella mitologia moderna di Green Lantern e diventata progressivamente sempre più importante, soprattutto durante la lunga gestione dello sceneggiatore Geoff Johns.
Per capire il Green Lantern moderno, infatti, uno dei fumetti fondamentali da recuperare è Green Lantern: Rebirth del 2004, realizzato da Johns ed Ethan Van Sciver e tutto il ciclo di DC Deluxe: Il Corpo delle Lanterne Verdi di Geoff Johns, Dave Gibbons, Keith Champagne, Patrick Gleason. È proprio con queste storie che DC rilancia Hal Jordan e il Corpo, e prepara il terreno per una nuova, enorme espansione della mitologia delle Lanterne.
Ma dobbiamo tornare ancora più indietro per spiegare dove nasce il mito di Hal Jordan, non la prima Lanterna Verde terrestre, ma sicuramente la più carismatica e tra le più amate dai lettori.
Hal Jordan, la prima grande Lanterna Verde umana

Nel 1959, Showcase #22 di John Broome e Gil Kane introduce quello che sarebbe diventato il Green Lantern più famoso di tutti: Hal Jordan.
Hal è un pilota collaudatore e la sua vita cambia quando un’astronave precipita sulla Terra. A bordo c’è Abin Sur, un alieno appartenente al Green Lantern Corps e ormai prossimo alla morte. Il suo anello cerca un nuovo possessore e sceglie proprio Hal. Da quel momento, l’uomo diventa la Lanterna Verde del Settore 2814, quello che comprende la Terra.
Hal è coraggioso, impulsivo e spesso insofferente nei confronti delle autorità. Non è quindi sorprendente che il suo rapporto con i Guardiani dell’Universo, coloro che governano il Green Lantern Corps, sia stato spesso tutt’altro che semplice.
La stessa DC ha anticipato che, nella serie, Hal sarà una lanterna veterana che sta allenando John da circa due mesi e, tra i due esiste già un rapporto piuttosto complicato. John non è semplicemente il suo allievo, ma potrebbe diventare il suo sostituto.
Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno degli elementi più interessanti della serie, perché Hal e John sono due Green Lantern molto diversi.
John Stewart: disciplina contro istinto

John Stewart debutta nel 1971 sulle pagine di Green Lantern #87, grazie a Dennis O’Neil e Neal Adams.
La sua storia è molto diversa da quella di Hal. John è un ex Marine e un architetto e viene scelto inizialmente come Lanterna di riserva nel caso Hal non possa svolgere il proprio compito. Con il tempo, però, diventa molto più di una semplice alternativa.
John Stewart diventa uno dei leader più importanti del Green Lantern Corps e uno dei personaggi più rispettati della mitologia delle Lanterne.
Anche il suo modo di utilizzare l’anello riflette la sua personalità. Essendo un architetto e un ex marine abituato alla disciplina militare, John costruisce i propri costrutti di luce solida con una precisione quasi maniacale, realizzandoli dall’interno verso l’esterno.
È una differenza apparentemente piccola, ma racconta perfettamente il personaggio.
John è inoltre protagonista di alcune delle storie più importanti del Green Lantern Corps, soprattutto quando il fumetto ha iniziato a raccontare il Corpo come una vera e propria squadra, dando sempre più spazio alle Lanterne aliene e alle loro vicende.
La serie rappresenterà finalmente il debutto live action di John Stewart, interpretato da Aaron Pierre, dopo anni nei quali il personaggio è stato particolarmente popolare nelle produzioni animate DC.
Guy Gardner, il ‘bullo irascibile’ delle Lanterni Verdi

E poi c’è Guy Gardner, arrogante, irriverente, aggressivo e spesso incapace di tenere la bocca chiusa, Gardner è uno dei personaggi più particolari del Green Lantern Corps.
La cosa curiosa è che, nei fumetti, Guy avrebbe potuto essere il primo essere umano a ricevere l’anello di Abin Sur al posto di Hal. Semplicemente, si trovava più lontano dal luogo dello schianto. Guy debutta nel 1968, in Green Lantern #59, e nel corso degli anni diventa una presenza sempre più importante nel Corpo.
La sua personalità esplode soprattutto nelle storie degli anni Ottanta, trasformandolo nella Lanterna che tutti amano odiare.
Nel nuovo DC Universe lo abbiamo già visto in Superman (2015), interpretato da Nathan Fillion, e tornerà anche in Lanterns.
Il suo ruolo nella serie dovrebbe essere più limitato rispetto a quello di Hal e John, ma la sua presenza è importante perché permette di mostrare ancora una volta quanto possa essere variegato il Green Lantern Corps. Non esiste un unico modo di essere una Lanterna.
OA, il cuore del Green Lantern Corps

Ma chi decide chi può diventare una Lanterna Verde? E soprattutto, da dove arrivano gli anelli? La risposta è una sola e ha il nome di OA.
Il pianeta è il centro del Green Lantern Corps e ospita la Batteria Centrale del Potere, la gigantesca batteria che alimenta gli anelli verdi.
OA è anche la casa dei Guardiani dell’Universo, una delle razze più antiche dell’intero universo DC.

I Guardiani hanno creato il Green Lantern Corps per proteggere l’universo e mantenere l’ordine. Sono esseri estremamente intelligenti, razionali e apparentemente privi delle debolezze emotive che caratterizzano le altre specie. Ed è proprio questo che, nel corso dei fumetti, ha creato più di un problema.
Perché i Guardiani sono talmente ossessionati dall’ordine da arrivare spesso a prendere decisioni discutibili. Le Lanterne, invece, sono esseri viventi con emozioni, dubbi, paure e soprattutto una propria idea di ciò che è giusto.
Il rapporto tra il Corpo e i suoi creatori è quindi molto più complicato di quello tra semplici soldati e comandanti.
Sinestro, il maestro di Hal diventato suo nemico

Se Hal Jordan è il Green Lantern più famoso, Sinestro è probabilmente il personaggio che meglio rappresenta il lato oscuro di questa mitologia.
Prima di diventare il suo più grande nemico, il korugariano Thaal Sinestro era una delle migliori Lanterne del Corpo oltre ad essere soprattutto il maestro di Hal Jordan.
Sinestro crede fermamente nell’ordine, ma il suo concetto di ordine diventa progressivamente sempre più estremo. Per lui la libertà può trasformarsi in caos e, di conseguenza, l’universo deve essere controllato.
Quando i Guardiani scoprono i suoi metodi, Sinestro viene espulso dal Corpo.
Ma non accetta la sconfitta; il personaggio finirà per creare il Sinestro Corps, un’organizzazione che utilizza l’energia gialla della paura.
È uno dei passaggi fondamentali della grande gestione di Geoff Johns e trova una delle sue massime espressioni in Green Lantern: Sinestro Corps War.
E questo rende particolarmente interessante la sua presenza in Lanterns: sarà fino in fondo parte del Corpo delle Lanterne Verdi, o nel corso della stagione prevarranno le sue ideologie che lo porteranno lontano da OA?
A interpretarlo sarà Ulrich Thomsen, mentre il suo rapporto con Hal sarà chiaramente uno degli elementi più importanti della serie.
I Manhunters: il lato più inquietante della mitologia

Ed è qui che Lanterns potrebbe cominciare a mostrare il proprio lato più fantascientifico.
I Manhunters sono macchine create dai Guardiani prima della nascita del Green Lantern Corps.
Il loro compito originale era mantenere l’ordine, ma la loro incapacità di comprendere realmente le emozioni li trasformò progressivamente in una minaccia. Nei fumetti rappresentano quindi uno dei primi grandi errori dei Guardiani.
E proprio i Manhunters sono stati mostrati nel trailer ufficiale di Lanterns come una delle minacce legate alla storia della serie. Il materiale promozionale suggerisce inoltre che potrebbero essersi infiltrati sulla Terra assumendo sembianze umane.
Questo dettaglio è particolarmente interessante perché permette alla serie di mantenere l’impostazione da thriller investigativo senza rinunciare alla componente cosmica.
Le altre Lanterne che potremmo vedere

Naturalmente Hal, John e Guy non sono gli unici esseri umani ad aver indossato un anello verde.
Tra le Lanterne più importanti della storia DC troviamo Kyle Rayner, artista scelto in un momento particolarmente drammatico per il Corpo, e due personaggi più recenti come Simon Baz e Jessica Cruz.

Ma nella mitologia dei fumetti sulle Lanterne Verdi, risulta impossibile non inserire tra le più importanti Lanterne Verdi di altri pianeti, il celebre pianeta senziente Mogo, l’addestratore brutale ma dal cuore d’oro Kilowog, il leggendario e potentissimo custode della profezia Sodam Yat, la saggia spia pesci-uccello Tomar-Re e la diplomatica aliena Arisia Rrab. Chissà chi di questi comparirà all’interno della prima stagione della serie…
Lanterns: dal 17 agosto su HBO Max
La vera curiosità, a questo punto, è capire come tutto questo verrà portato sul piccolo schermo.
James Gunn e Peter Safran hanno descritto fin dall’inizio Lanterns come una storia investigativa ambientata sulla Terra, con Hal e John al centro di un mistero destinato però a collegarsi alla più ampia storia del nuovo DC Universe.
È una scelta che può sembrare quasi in contrasto con la natura cosmica di Green Lantern, ma potrebbe rivelarsi esattamente il modo migliore per introdurre questo mondo.
Insomma, non ci resta che attendere il 17 agosto per entrare nel mondo delle Lanterne Verdi. Appuntamento su HBO Max!
HBO Max
The Outsider: La miniserie horror HBO tratta dal libro di Stephen King
Se amate Stephen King dovete recuperare The Outsider, miniserie del 2020 disponibile su HBO Max, con protagonista un ‘male’ forse più pericoloso del pagliaccio Pennywise
Quando si parla dei mostri creati da Stephen King, il pensiero corre inevitabilmente a Pennywise. Il clown di IT è diventato un’icona dell’horror moderno grazie alla sua capacità di trasformare le paure dei bambini in un’arma letale, colpendo proprio coloro che gli adulti spesso non riescono ad ascoltare o proteggere.
Eppure, tra le creature nate dalla mente del Re dell’Horror ce n’è una che riesce a risultare persino più inquietante. Si tratta dell’entità protagonista di The Outsider, romanzo pubblicato nel 2018 e successivamente adattato da HBO in una miniserie di 10 episodi disponibile in piattaforma. Un antagonista che non si limita a nutrirsi della paura, ma trae forza da qualcosa di ancora più devastante: il dolore.
Un mostro che si alimenta della sofferenza
I lettori di Stephen King hanno subito notato alcuni punti di contatto tra Pennywise e la creatura di The Outsider. Entrambi sono esseri mutaforma che prendono di mira i bambini, ma le somiglianze finiscono praticamente qui.
L’adattamento televisivo HBO, interpretato da Ben Mendelsohn, Cynthia Erivo e Jason Bateman, racconta la storia di un’entità conosciuta con diversi nomi: L’Estraneo, El Cuco oppure semplicemente l’Uomo Nero.
Il suo metodo è tanto semplice quanto terrificante. Si introduce in una comunità, assume l’aspetto di una persona innocente e fa in modo che venga vista mentre commette l’omicidio di un bambino. Da quel momento osserva gli eventi da lontano, lasciando che il sospetto, il dolore e la rabbia facciano il resto.
Il vero nutrimento della creatura, infatti, non è la morte in sé, ma la devastazione emotiva che lascia dietro di sé. Famiglie distrutte, amicizie spezzate, comunità che si sgretolano e innocenti condannati a pagare per crimini mai commessi diventano il terreno ideale su cui prospera il mostro.
Creature di King a confronto: El Cuco è più spaventoso di Pennywise?

Se Pennywise terrorizza le sue vittime per poterle divorare, l’entità di The Outsider agisce su una scala molto più ampia.
La vicenda prende il via con il brutale omicidio del piccolo Frankie Peterson, delitto per il quale viene immediatamente accusato Terry Maitland, amatissimo allenatore di baseball locale. Tutte le prove sembrano inchiodarlo, ma Terry è completamente innocente. È stato infatti El Cuco ad assumere il suo aspetto proprio per incastrarlo.
Da quel momento il mostro osserva la tragedia consumarsi. I genitori di Frankie sono distrutti dalla perdita del figlio, mentre la famiglia Maitland vede la propria vita andare in pezzi sotto il peso delle accuse e dell’odio della comunità.
È questa la vera forza dell’antagonista. Non cerca semplicemente nuove vittime: alimenta una spirale di sofferenza che coinvolge chiunque entri in contatto con il caso. Per questo motivo risulta persino più inquietante di Pennywise. Non colpisce soltanto i bambini, ma corrompe l’intera rete di affetti che li circonda.
È il dolore il vero protagonista della serie

Come spesso accade nelle opere di Stephen King, il mostro è soltanto il simbolo di qualcosa di molto più reale.
In The Outsider il tema dominante è il lutto. Una presenza costante che accompagna praticamente ogni personaggio della storia.
Il protagonista è il detective Ralph Anderson, interpretato da Ben Mendelsohn, incaricato di guidare le indagini sull’omicidio di Frankie Peterson. In una piccola comunità dove tutti si conoscono, Ralph decide di arrestare personalmente Terry Maitland, convinto della sua colpevolezza.
Dietro questa scelta c’è però una ferita ancora aperta. Ralph e sua moglie non hanno mai superato la morte del loro figlio, scomparso anni prima a causa di una malattia infantile.
Quel dolore influenza inevitabilmente il suo giudizio. La rabbia e il senso di colpa rendono impossibile affrontare il caso con lucidità, contribuendo indirettamente alla tragedia che travolge Terry Maitland.
L’uomo, infatti, viene arrestato pubblicamente per un crimine che non ha commesso e poco dopo viene ucciso da un familiare della vittima, senza avere la possibilità di dimostrare la propria innocenza.
La disperazione della moglie Glory, rimasta sola a difendere il nome del marito, rappresenta uno degli esempi più crudeli della malvagità di El Cuco. La creatura continua infatti ad alimentarsi del dolore anche dopo la morte della sua vittima, dimostrando come il suo vero obiettivo sia la distruzione emotiva delle persone.
Un male assoluto che lascia segni indelebili

Nel corso della serie Ralph è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni e con il peso della responsabilità nella morte di Terry.
La ricerca della verità diventa quindi anche un percorso personale verso una possibile redenzione, pur sapendo che alcune ferite non potranno mai essere rimarginate.
È proprio qui che The Outsider si distingue da molte altre storie di Stephen King. L’Estraneo non è soltanto una creatura soprannaturale, ma una rappresentazione del male più assoluto, capace di manipolare le persone, distruggere famiglie e trasformare il dolore in un’arma.
Persino Pennywise, con tutta la sua brutalità, appare quasi “semplice” se confrontato con un’entità che pianifica ogni tragedia con l’unico scopo di assistere al collasso emotivo delle sue vittime.
The Outsider: un finale brutale e spietato

Chi conosce IT sa che, nonostante il prezzo pagato dai protagonisti, la storia lascia comunque spazio a una certa speranza.
The Outsider, invece, percorre la strada opposta.
Gli episodi conclusivi spingono tutti i protagonisti al limite, mettendoli davanti a perdite sempre più dolorose. L’entità dimostra inoltre un’altra inquietante capacità: manipolare psicologicamente chi le sta intorno.
Tra le sue vittime c’è anche il detective Jack, costretto a diventare uno strumento del mostro dopo essere stato sottoposto a sofferenze fisiche e mentali insopportabili. Lo scontro finale culmina in una violenta sparatoria che lascia sul campo numerosi personaggi ai quali il pubblico aveva imparato ad affezionarsi.
Nemmeno Holly Gibney, investigatrice privata interpretata da Cynthia Erivo, viene risparmiata dal dolore. Quando sembra aver finalmente trovato una persona capace di comprenderla e accettarla, la perde improvvisamente, ritrovandosi ancora una volta costretta ad andare avanti.
Uno dei migliori adattamenti di Stephen King

Il finale lascia anche un interrogativo destinato a rimanere aperto. Ralph e Holly riescono a fermare El Cuco, ma la serie non chiarisce mai del tutto se creature simili siano uniche o se possano tornare a manifestarsi in futuro.
Ed è proprio questa ambiguità a rafforzare il messaggio dell’opera. Così come il dolore non può essere cancellato, anche il male non è qualcosa che si elimina definitivamente. Si può affrontare, sopravvivere e imparare a conviverci, ma non esiste una soluzione semplice.
Per questo motivo The Outsider viene ancora oggi considerato uno degli adattamenti televisivi più riusciti di Stephen King. Un thriller psicologico che utilizza l’horror soprannaturale per raccontare il peso del lutto, trasformando El Cuco in uno dei mostri più inquietanti e significativi mai usciti dalla fantasia dello scrittore americano.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
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