Chi conosce Rob Liefeld sa bene che è stato (nel bene e nel male) una delle figure più centrali dell’industria del fumetto americano degli anni Novanta.
È il creatore, insieme a Fabian Nicieza, di uno degli eroi più importanti e irriverenti della Marvel, Deadpool, e nel 1992 ha fondato, insieme ad altri sei grandi artisti, tra cui Erik Larsen, Jim Lee e Todd McFarlane, la Image Comics.
Nel corso degli anni, Liefeld ha dimostrato di essere un autore dalla forte personalità e carisma, fermo sulle proprie idee, spesso controverse, di fare fumetto, anche quando queste visioni appaiono fortemente ancorate a un’idea di comics che, forse, ha fatto il suo tempo, in un mercato in continua e rapida evoluzione.

Nel novembre 2025, però, Liefeld tenta il colpo e riporta sugli scaffali delle fumetterie americane uno dei suoi cavalli di battaglia: Youngblood, il primo team di supereroi a inaugurare Image Comics nel lontano 1992 e che ha contribuito, grazie al suo successo, alla crescita della casa editrice, oggi terza forza del mercato fumettistico americano, dietro solo a Marvel e DC Comics.
Youngblood #1 si presenta come un albo totalmente “liefeldiano”, in cui l’autore è ancora una volta sia sceneggiatore che (ovviamente) disegnatore. Un fumetto che introduce alle nuove generazioni il suo concetto di supereroismo, riportando al centro la sua squadra di supereroi governativa fatta di muscoli, missioni segrete e pura azione, in pieno stile Mission: Impossible.
Ma forse è meglio fare qualche passo indietro e raccontare, brevemente, a chi non li conosce chi sono gli Youngblood.
Rewind: il 1992 e le prime storie degli Youngblood

Youngblood nasce nel 1992 ed è il primo fumetto pubblicato ufficialmente da Image Comics. Un vero e proprio biglietto da visita, ma anche una dichiarazione d’intenti: niente compromessi, massima libertà creativa e un’estetica che rompe definitivamente con lo stile classico del passato.
L’idea alla base della serie è semplice ma efficace: un team di supereroi sponsorizzato dal governo, che agisce come una forza d’élite… ma anche come un prodotto mediatico. I membri di Youngblood non sono solo combattenti, ma vere e proprie celebrità, costantemente sotto i riflettori, tra missioni spettacolari e dinamiche interne tutt’altro che armoniose.
Il leader è Shaft, arciere biondo dal carisma da copertina e dall’atteggiamento da star, affiancato da Chapel, uno dei personaggi più iconici di Liefeld: massiccio, taciturno, con il volto dipinto come un teschio e un arsenale spropositato.
Accanto a loro troviamo Vogue, agile e letale, Die-Hard, simbolo di forza bruta e sacrificio, Sentinel, versione “corazzata” dell’eroe volante, e Badrock, adolescente intrappolato in un corpo di roccia, emblema dell’irruenza tipica della serie. Nel tempo, il roster cambierà spesso, con nuove incarnazioni e team alternativi, a sottolineare la natura fluida (e caotica) dell’universo Youngblood.

Dal punto di vista narrativo, la serie ruota attorno alle missioni del team, spesso caratterizzate da minacce su larga scala, tradimenti, morti improvvise e ritorni altrettanto rapidi. Ma è soprattutto lo stile di Liefeld a rubare la scena, rendendo Youngblood uno degli emblemi fumettistici degli anni Novanta.
Qui non è tanto la trama a contare, quanto l’energia visiva sprigionata dai disegni: anatomie ipertrofiche, muscoli scolpiti nel marmo degni dei film con protagonisti Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, pose dinamiche al limite dell’assurdo, armi gigantesche e un uso massiccio di splash page. Un’estetica che garantisce il successo e crea un pubblico vasto e fedele.
Ma, come per tutte le cose, i tempi cambiano. Cambia il pubblico, cambia il mercato. E ciò che era un successo 34 anni fa oggi, in un panorama che privilegia serie più attente allo sviluppo narrativo e sempre più distanti dal supereroismo classico (una direzione che la stessa Image ha intrapreso), fatica forse a trovare spazio.
Forse.
Youngblood #1: il ritorno degli eroi

Nel primo albo che segna il ritorno degli eroi creati da Rob Liefeld, il team degli Youngblood ha una missione ben precisa: sconfiggere il terrorista Xerxes e i suoi scagnozzi, asserragliati sulla nave Megadon. Fine.
In poche righe si può riassumere la storia di Youngblood #1, un albo che punta ancora una volta più sull’arte di Liefeld che sulle sue capacità di sceneggiatore.
Il fumetto viene sfruttato per presentare (o ripresentare) i membri del team: Shaft, Chapel, Die-Hard, Vogue e Badrock sono ancora una volta la squadra protagonista, impegnata a mettere in scena le proprie abilità combattive.
Non mancano, ovviamente, i colpi di scena, classici cliché delle avventure del team guidato da Shaft: tradimenti, morti (apparenti?) di personaggi importanti, un nemico che sembra invincibile, (brutta copia di Stryfe, storico villain Marvel e fratello del mutante Cable) e un cliffhanger finale che riporta in scena un altro personaggio originale creato da Liefeld, molto amato dai suoi lettori.
Qual è il problema di Youngblood #1? È un fumetto fuori dal tempo. Negli anni Novanta avrebbe funzionato alla grande e sarebbe probabilmente finito in cima alle classifiche di vendita. Oggi, però, per un lettore contemporaneo, appare subito obsoleto, già vecchio appena usciti dalla fumetteria.
L’arte di Liefeld: tra amore e odio

In Youngblood #1, l’arte di Rob Liefeld torna inevitabilmente a far discutere. L’autore dimostra di essere rimasto “fermo” agli anni Novanta non solo nelle idee e nelle trame, ma anche in uno stile che sembra non essersi mai realmente evoluto.
È indubbio che il tratto di Liefeld sia immediatamente riconoscibile, qualità non scontata in un panorama di artisti spesso fin troppo standardizzati. Ma questa riconoscibilità non è sempre un pregio.
Liefeld alterna tavole buone ad altre decisamente meno convincenti. In alcuni passaggi l’albo sembra disegnato in modo frettoloso, con personaggi che occupano quasi interamente le vignette, sfondi e ambientazioni ridotti al minimo e pose spesso poco anatomiche e irrealistiche. Lo scontro tra Xerxes e Badrock in una delle scene finali ne è un esempio emblematico: una sequenza francamente goffa, quasi cringe, e priva di reale senso visivo.
Perché leggere Youngblood #1?

È stato piacevole rituffarsi negli anni Novanta e rivivere alcune sensazioni di quando, da bambino, leggevo i primi albi Image Comics. Ma se avessi davvero voluto tornare a quegli anni e a quello stile, avrei preferito rileggere le ristampe dei primi Youngblood di Rob Liefeld.
Da un albo pubblicato nel 2025, mi sarei aspettato qualcosa di più “al passo con i tempi”. Rob Liefeld, nonostante resti uno dei miei miti adolescenziali, è sempre lo stesso autore: con i suoi difetti evidenti, ma anche con un seguito fedele. Questo Youngblood sembra rivolgersi soprattutto ai fan storici, più che a nuove generazioni in cerca di un fumetto fresco e contemporaneo.
Ti voglio bene Rob, ma potevi fare meglio!
VOTO POPCORNERD 5/10
