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Yoshi and the Mysterious Book – Recensione
Il Glitch ha giocato Yoshi and the Mysterious Book, il nuovo videogioco Nintendo con protagonista il piccolo Yoshi, e questa è la sua recensione
La ciliegina sulla torta dei 40 anni dell’idraulico più famoso dei videogiochi non poteva non metterla uno dei suoi più grandi amici e dopo un film da quasi protagonista, stavolta, Yoshi si prende tutta la scena con Yoshi and the Mysterious Book.
E lo fa nel modo più “roguelite rilassato” possibile. In questo nuovo capitolo verrete catapultati in mondi sempre diversi, ricchi di livelli da affrontare e rigiocare continuamente, spinti dalla curiosità di scoprire nuove interazioni, segreti e creature..
Semplice…come un’idea geniale
Non aspettatevi una trama particolarmente profonda: un misterioso libro parlante chiamato Sapienzo (Enzo per gli amici) viene rapito da Baby Bowser mentre è tenuto prigioniero nel castello di Bowser. Durante la fuga, però, i due precipitano sull’isola degli Yoshi, dando il via all’avventura.
Compito dei piccoli dinosauri colorati sarà completare l’enciclopedia vivente di Enzo, esplorando decine di livelli e studiando le strane creature che li popolano. Yoshi and the Mysterious Book può essere considerato il seguito spirituale di Yoshi’s Woolly World e Yoshi’s Crafted World, ma introduce una formula completamente nuova, capace di reinventare il classico platform Nintendo.
Animali fantastici e dove trovarli…con Yoshi
Etichettare questo titolo in un genere specifico sarebbe riduttivo; Nintendo prende ancora una volta il platform tradizionale, lo smonta e lo ricostruisce in qualcosa di diverso: un’avventura che profuma di puzzle game e sperimentazione continua.
Ogni livello ruota attorno allo studio di una particolare creatura. Il giocatore dovrà spremersi le meningi e inventare le più disparate interazioni con essa al fine di sbloccare tutte le voci dell’enciclopedia parlante.
Capita così che una creatura simile ad una margherita vivente può germogliare se viene piantata nel terreno oppure trasformarsi in una grande pianta se annaffiata, sbloccando nuovi percorsi e dando vita ad altre mille interazioni con altrettante creature fantastiche.
Sia ben chiaro: lo stile si presenta come un gioco di piattaforme con annessi salti complicati e a volte millimetrici, ma per la maggior parte del tempo l’azione non è presente. Persino i nemici sono rari e la morte non è contemplata.
Nintendo: ci sei riuscita di nuovo
Già vi immagino storcere il naso mentre leggete l’ultima affermazione, eppure Nintendo è riuscita ancora una volta in qualcosa di speciale: farci tornare bambini. Quel periodo della nostra vita dove qualsiasi scoperta era magica ed è proprio su questo che Yoshi colpisce nel segno!
Yoshi and the Mysterious Book non punta nel far salire l’adrenalina con livelli a tempo o boss fight particolarmente difficili, il senso di sfida sta nell’esplorazione, nell’aguzzare la vista e l’ingegno per scoprire ogni particolare delle creature che incontreremo.
L’esperienza è pensata anche per i più piccoli grazie a controlli immediati e intuitivi, ma sa risultare sorprendentemente appagante anche per i giocatori più esperti, soprattutto per chi vuole completare ogni livello al 100%.
Ogni scenario è ricco di dettagli, colori e soprattutto di idee brillanti dall’inizio alla fine. Nulla vi stancherà perché pian piano il gioco cambierà permettendovi di utilizzare le particolarità delle creature scoperte anche in luoghi d’origine differenti.
In questo modo le interazioni delle creature, anche tra di loro, porteranno ad un ulteriore evoluzione del gameplay dando la sensazione di star giocando ad un gioco diverso in ogni livello.
Mangia, salta, ama
Sul fronte gameplay Yoshi mette a disposizione il suo classico repertorio di abilità: salta, divora tutto ciò che incontra (o quasi), lancia uova, colpisce con la coda e interagisce con l’ambiente in modi spesso sorprendenti.
La struttura dell’avventura è lineare ma estremamente intelligente: ogni creatura debutta nel proprio livello dedicato, per poi tornare successivamente in contesti più complessi, andando a mescolarsi con le altre e creando combinazioni imprevedibili. Il tutto sempre in maniera rilassata.
Enzo si annoterà tutte le interazioni, i comportamenti, le abilità e le caratteristiche delle creature spingendoci a ripetere i livelli più e più volte, perché ogni volta ci saranno dei suggerimenti in più per scoprire nuove cose.
Un’avventura che per i casual game può essere portata a termine in una quindicina di ore, per gli altri invece tenetevi liberi per molto tempo.
Se proprio vogliamo trovare una nota negativa è la mancanza totale di una componente multiplayer. Anche se esistono Yoshi di vari colori affronteremo l’intera avventura in solitaria.
Una scelta azzardata visto che l’essenza del titolo è quella di scoprire cose sempre nuove miscelando le interazioni con le varie creature e pensare di farlo con due o più Yoshi contemporaneamente avrebbe elevato ancora di più il gameplay.
Infine, la colonna sonora benché semplice e fiabesca collima alla perfezione con ogni livello, catapultandoci sempre più all’interno dell’habitat che stiamo esplorando.
Yoshi è mille colori
La nuova filosofia di Yoshi ci ha colpiti particolarmente; ci ha fatto tornare bambini in un mondo che si prende tutto il tempo necessario per aiutarti a scoprire le sue regole, premiando curiosità e creatività.
Quella di Yoshi è una serie che ad ogni nuovo capitolo porta con sé la voglia di cambiamento, di raccontare qualcosa di diverso e di modificarsi riuscendo però a parlare sia agli adulti che ai bambini.
In questi casi possiamo benissimo dire che il videogioco diventa arte.
Dal Glitch per oggi è tutto! Alla prossima amici di PopCorNerd!*
*Articolo a cura del GLITCH
Marvel Cinematic Universe
Spider-Man Brand New Day – Recensione: la Grande Mela ritrova il suo Eroe
Spider-Man: Brand New Day, il nuovo blockbuster Marvel Studios / Sony Pictures con Tom Holland, riporta il Tessiragnatele tra i grattacieli di New York, riscoprendone l’anima più autentica
Una delle cose che più apprezzo e amo dei fumetti di Spider-Man, da quando ho memoria, è il suo volteggiare tra i grattacieli di New York, con il suo costume rosso e blu, compiendo evoluzioni che sfidano ogni legge della fisica, utili solo a piombare sul cattivo di turno a suon di battute e colpi di ragnatela.
Si tratta di un tratto distintivo dell’eroe, ripreso più volte nelle serie animate classiche, sia stand alone sia insieme ai suoi “Fantastici Amici”, così come nei videogiochi a lui dedicati, che hanno sempre reso l’esperienza videoludica affascinante.
Quando uscì, nel lontano 2002, il primo Spider-Man di Sam Raimi con Tobey Maguire, una delle cose che mi conquistò più di tutte fu il rapporto dell’eroe con la città di New York e il suo vivere la metropoli sia come Peter Parker sia come supereroe della comunità newyorkese. Essere l’eroe di tutti e per tutti.
Tutto questo è spesso mancato nei primi tre film targati Marvel Studios con Tom Holland, un attore che, a mio avviso, ha capito e si è calato molto bene nei panni del personaggio, riuscendo a entrare nel cuore dei fan del Ragno, ma che non ha avuto nelle precedenti pellicole il giusto supporto da trame, sì godibili, ma mai davvero all’altezza del supereroe più iconico e importante della Marvel.
Dopo l’addio di Jon Watts, i Marvel Studios hanno puntato su Daniel Cretton, regista visto all’opera in Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli e tra i produttori dell’acclamata Wonder Man, per il quarto film di Spider-Man, il più atteso di questa fase del MCU insieme all’imminente Avengers: Doomsday, in arrivo a fine anno.
Spider-Man: Brand New Day riparte innanzitutto, da quel trio che ha trasformato l’alchimia sul set in un rapporto familiare anche nella realtà: Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ) e Jacob Batalon (Ned Leeds). E riparte proprio da quegli elementi che hanno reso Spider-Man unico, iconico e amato in tutto il mondo: New York, Peter Parker e comprimari che si incastrano bene nelle avventure urbane dell’Amichevole Spider-Man di quartiere. E poi Spider-Man è tornato a volteggiare tra i palazzi. Una gran figata.
Spider-Man: Brand New Day – la trama (almeno quello che possiamo dire)

Sono passati cinque anni da Spider-Man: No Way Home e Peter Parker vive a New York. Da solo.
L’incantesimo che ha costretto il mondo intero a dimenticarsi dell’esistenza di Peter Parker ha funzionato e il ragazzo, durante tutto questo tempo, è rimasto a debita distanza da MJ e Ned per proteggerli da qualsiasi minaccia che potesse ricondurli a lui.
Peter, però, è anche Spider-Man e, in questi cinque anni, la vita da supereroe è stata molto impegnativa. L’Arrampicamuri ha contribuito notevolmente a debellare la criminalità, si è fatto amare dai cittadini di New York e ha trovato nel capitano Jean DeWolff un alleato molto importante.
Ma Peter, obiettivamente, non ha ancora superato la morte di May e il fatto che i suoi amici si siano completamente scordati di lui. Quando li vede andare avanti, si innesca qualcosa dentro di lui che lo costringerà a fare i conti con un cambiamento inatteso.
Oltre a capire cosa gli stia succedendo, Spider-Man dovrà vedersela con criminali come Scorpion, tenere a bada Frank Castle e Hulk, ma soprattutto affrontare un nuovo nemico invisibile che sta creando diversi problemi in città.
Voltare pagina e accettare i cambiamenti per vivere ‘un nuovo giorno’

Spider-Man: Brand New Day mostra un Arrampicamuri più esperto, più sicuro di sé quando indossa la maschera e combatte il crimine, e più attento a fare tutto ciò che è in suo potere per tenere al sicuro i cittadini di New York.
Questo suo buttarsi nelle attività da supereroe fa da contraltare alla vita da civile di Peter Parker: un’esistenza vuota, ancora legata a un passato che non riesce ad abbandonare, nonostante siano trascorsi cinque anni, e che gli impedisce di costruirsi una vita dopo No Way Home.
Accettare i cambiamenti ed essere capaci di voltare pagina sono i temi principali attorno ai quali ruota la figura di Peter Parker, per farlo crescere come uomo al pari dell’eroe che i newyorkesi hanno imparato ad amare.
Bentornata New York. Bentornato Spider-Man.

Come anticipato, quello che era mancato nei precedenti film del MCU dedicati a Spidey era la città di New York, non solo come sfondo delle avventure di Spider-Man, ma anche come cuore pulsante e presenza percepibile al pari di un personaggio del cast.
Se Batman ha Gotham City come palcoscenico, Spider-Man ha New York. I suoi vicoli, i grattacieli, i cantieri a cielo aperto, i food truck e le strade intasate dai taxi gialli che strombazzano. E poi New York sono le persone.
Il regista, traendo evidente spunto dai fumetti, dalle serie animate degli anni Sessanta e Settanta e dai film di Sam Raimi, palese punto di riferimento sotto più aspetti, ha riportato Spider-Man nel suo habitat naturale, nella sua comfort zone: il contesto urbano dove l’eroe si esalta di più. Senza Guerre Civili, Guerre dell’Infinito o Endgame.
Semplicemente Spider-Man a New York. E Cretton, lo ha fatto dannatamente bene, soprattutto a livello visivo.
Quando Spider-Man vola tra i grattacieli di New York si respira davvero aria di Grande Mela. Sono, a mio avviso, tra le sequenze più spettacolari e immersive del film.
Combattimenti spettacolari? Stuntman professionisti e videogiochi

Come fonte d’ispirazione, Cretton ha più volte citato i videogiochi di Spider-Man.
“Molti dei ragazzi del nostro reparto stunt adorano giocare a quei videogiochi […] “Così facevano degli screenshot delle loro partite, li portavano in studio e chiedevano: ‘Riusciamo a fare questa mossa?’. È stata una grande fonte di ispirazione per le nostre scene.”
Chi ha giocato ai videogiochi, soprattutto quelli Insomniac potrà trovare delle similitudini nelle scene d’azione e di combattimento, davvero spettacolari, grazie anche al supporto del team di stuntman di Jackie Chan, un artista marziale che, in fatto di spettacolo, è un vero esperto e che ha messo a disposizione di Cretton i suoi ragazzi per rendere il tutto ancora più sbalorditivo. E, infatti, alcuni combattimenti contro i villain di turno sembrano usciti direttamente da un albo di Amazing Spider-Man.
Su questo nessuno spoiler: Cretton ha voluto fortemente replicare alcune cover iconiche e storiche di Amazing Spider-Man all’interno del film, mostrate anche nei trailer, a mio avviso proprio per rimarcare questo legame con la fonte originale dove è nato il mito di Spider-Man: i fumetti.
Perché guardando Spider-Man: Brand New Day sembra davvero di leggere un albo o una saga a fumetti con protagonista l’Amichevole Spider-Man di quartiere.
Un cast che funziona e il team-up Spider-Man/Punisher buca lo schermo

Sono sincero: una delle cose che più mi spaventavano di questo film era l’eccessivo numero di personaggi presenti nella pellicola. Il pericolo che non ci fosse abbastanza spazio per Spider-Man, sacrificato a favore di Hulk, del Punisher, di Scorpion o di altri personaggi non ancora rivelati, era molto elevato. Così come quello di inserire personaggi senza contestualizzarli.
E invece, anche in questo senso, Cretton ha fatto un lavoro eccezionale: ogni personaggio ha il suo spazio ed è funzionale alla trama del film.
Tra quelli che più mi hanno colpito in positivo c’è il Punisher di Jon Bernthal e il suo rapporto con Spidey. Anche in questo caso avevo paura che il Punitore venisse edulcorato o, peggio, snaturato rispetto a quello visto in Daredevil: Born Again e One Last Kill, per ridurlo a semplice spalla o macchietta di Spider-Man.
Invece l’alchimia tra il Punitore e il Tessiragnatele è strepitosa, complice anche, evidentemente, il rapporto nella vita reale tra Holland e Bernthal, amici anche al di fuori del set. Si crea così un confronto effervescente tra due filosofie di giustizia profondamente diverse, che regala anche alcuni momenti davvero divertenti. E poi Bernthal si conferma ancora una volta un Punitore perfetto, anche sul grande schermo.
Nota di merito per Liza Colón-Zayas: dismessi i panni della chef Tina di The Bear, porta sullo schermo una convincente Jean DeWolff, caratterialmente diverso dalla sua controparte cartacea, ma calzante in Brand New Day. Il capitano di polizia che prende a cuore Spider-Man, instaura con l’eroe un rapporto davvero particolare, che ho decisamente apprezzato.
Molto bello rivedere l’Hulk di Mark Ruffalo che… fa semplicemente Hulk, anche se ogni volta che viene inserito in una pellicola lascia sempre quella sensazione di poter dare qualcosa in più.
Su Sadie Sink non posso dire nulla, se non che l’attrice si è lasciata alle spalle la Maxine “Max” Mayfield di Stranger Things ed è pronta a dimostrare di che pasta è fatta nel Marvel Cinematic Universe, a cominciare proprio da Spider-Man: Brand New Day.
Spider-Man: Brand New Day – promosso o bocciato?

Il film con Tom Holland, Zendaya & Co. diverte, fa riflettere per alcuni temi trattati, intrattiene e stupisce per la sua spettacolarità sotto ogni punto di vista, grazie a scene d’azione ben costruite e a una trama ottimamente pensata, che riporta Spider-Man nel suo habitat naturale: la città.
Spider-Man: Brand New Day piacerà a tanti: a chi ha giocato ai videogiochi del Tessiragnatele, a chi legge i fumetti di Spider-Man e ai nostalgici ammiratori delle pellicole di Sam Raimi. Ma piacerà soprattutto a chi ama vedere Tom Holland nei panni di Spider-Man, perché mai come in questo film l’attore riesce a entrare nel costume del personaggio e a farlo suo.
In definitiva? Il miglior film di Spider-Man tra i quattro dell’era MCU, realizzati dalla collaborazione tra Sony e Marvel Studios. Da vedere assolutamente al cinema.
VOTO POPCORNERD: 8,0/10

Animazione
A New Dawn: un’oasi d’arte sospesa
A New Dawn, l’esordio di Yoshitoshi Shinomiya, è un delicato affresco artistico che cerca un nuovo linguaggio lontano dal suo mentore. Questa è la recensione del film presente nelle sale italiane dal 23 al 29 luglio
Da sempre i prodotti d’animazione giapponese ci mostrano una fotografia della società nipponica. Uno degli elementi che più affascina l’occidente è proprio il metodo con cui questi registi vedono il mondo, inquadrano la quotidianità e cercano di raccontare attraverso i propri occhi un messaggio elaborato dall’esperienza di una vita in quella terra da noi tanto sognata e celebrata.
C’è chi costruisce il proprio cinema con un intenzione politica ed un tono più graffiante, come i grandissimi Satoshi Kon e Yoshiaki Kawajiri, che non temono di ricordare al mondo, e soprattutto ai loro cittadini, che la loro grande patria nasconde e omette ombre terrificanti: voyeurismo, enormi disparità sociali, criminalità organizzata, altissimo tasso di suicidi, invecchiamento e sindromi asociali della popolazione.
Tuttavia, se oggi si ammira la cultura del Sol Levante è anche perché esiste un’altra faccia interpretativa. Makoto Shinkai si distingue fin dall’inizio del nuovo millennio con una poetica diametralmente opposta alla scuola anni ’80 e ’90 del cinema d’animazione giapponese: atmosfere solari, musiche rilassanti, dialoghi pacati e inquadrature che oscillano fra dettagli su cibo e oggetti di vita quotidiana e campi lunghi che aprono lo schermo verso la skyline della grande capitale Tokyo.

Immagini tratte dai film di Makoto Shinkai – 5 cm al secondo, Your Name, Weathering with You
La prova dell’allievo
Yoshitoshi Shinomiya, artista formatosi in tecniche pittoriche, osserva nelle retrovie d’animatore il successo del suo mentore Shinkai. Dal 2011 questa giovane promessa segue tutte le produzioni del regista, facendosi notare dal buon Makoto tanto da ottenere per il lungometraggio Your Name la realizzazione di una delle scene più importanti ed iconiche del film (il suggestivo flashback sulla vita di Mitsuha).
Il successo della pellicola è planetario e tutti gridano (direi molto inconsciamente e con eccessiva iperbole) all’arrivo del nuovo Hayao Miyazaki.
Tralasciando queste deliranti dichiarazioni, la qualità del prodotto finale è innegabile e Shinomiya si ritaglia un posto speciale sotto l’ala di Shinkai, da cui assorbirà quante più lezioni possibili in vista della prova che ogni grande animatore deve affrontare per salire a pieno regime nel mondo del cinema: l’esordio alla regia.
A New Dawn portava con sé il rischio del ricalco stilistico, ma l’allievo Yoshitoshi utilizza con molta astuzia la filosofia filmica del suo mentore solo come fondamenta, per proporre la sua formazione all’interno della tecnica animata.

Diamo un senso a questa fine
Riqualificazione. Tutto il silenzio iniziale viene rotto dalla consapevolezza di questa parola, di ciò a cui porterà. Adulti che parlano di interventi pubblici, di funzionari che invitano (sempre con la classica educazione giapponese) a prendere provvedimenti.
Un vociare che nella testa di Keitarō, Kaoru e Sentarō rimane un rumore bianco: chiacchere che portano ad un’azione violenta, infantile data l’agire avventato dei tre protagonisti appena maggiorenni. Già dai primi minuti l’operazione svolta dal regista Shinomiya riesce a spiazzare sia il novizio sia l’appassionato conoscitore dell’ambiente da cui questo artista deriva.
Tutto il lungometraggio si presenta con uno stile grafico d’estrema eleganza, complice la formazione da pittore del buon Yoshitoshi, tradotta nell’utilizzo di acquerelli e pennelli per la costruzione degli sfondi, un character design elaborato dalla sottrazione di un tratto a matita con linee sottili e un’animazione con minor ricchezza di fotogrammi per un movimento volutamente frammentato.
Allo stesso tempo, l’inizio sembra distaccarsi ulteriormente dal linguaggio Shinkai rinunciando alla musica e mostrando una situazione sociale non proprio conforme al rigore nipponico: una rissa.

A New Dawn è in fondo un racconto molto intimo, un’elaborazione silenziosa dell’andare avanti e abbandonare un posto che ha segnato una parte della propria vita, specchio di una tradizione portata avanti da generazioni.
Eppure quel ricordo persiste e la grande metropoli non riesce a sovrastare il desiderio di tornare in quella casa sperduta in campagna, lontana dalla fretta urbana, solo per ritrovare le sensazioni passate.

Da sinistra: Sentarō, Keitarō e Kaoru
Fuochi d’artificio lontani dalla “nostra” città
Kaoru e Sentarō sono traditori. Hanno abbandonato la fabbrica di fuochi d’artificio e il sogno di quell’irraggiungibile Shuhari, si sono arresi al progresso trovando tana in città e cercando carriera. Keitarō all’estremo opposto si è arroccato nella cieca convinzione della tradizione, rinunciando ad una vita sociale in favore del sacrificio per un solo ed unico momento.
Ciò che domina la loro rimpatriata è proprio l’incomunicabilità, che però non viene mostrata col semplice silenzio, ma con dialoghi molto schietti, spesso ripetuti o che balzano da un argomento all’altro senza particolare preavviso.
L’intera sceneggiatura alterna momenti pregni di dramma subito smorzati da un’espressione sciocca che spezza tutta la carica emotiva della scena. Si tratta di un’altalena poco calibrata, forse dovuta al montaggio comunque serrato che permette alla pellicola la durata di circa un’ora e venti minuti.
Sebbene la seconda parte del film ritrovi il sangue del maestro Shinkai con un comparto musicale sovrastante e un’atmosfera si rilassata ma poco silenziosa, menzione d’onore va fatta alla sperimentazione adottata da Yoshitoshi Shinomiya in una particolare scena (senza anticipazioni, il momento dell’ubriaco) in cui collidono tecniche che travisano qualsiasi premessa iniziale, donando freschezza e soprattutto speranza per la poetica di questo giovane regista.

A New Dawn: Superare il maestro (?)
A New Dawn è un esordio ricco di personalità, da un giovane artista che ha stupito tutta la giuria del Festival del Cinema di Berlino con questo delicato racconto d’amicizia oltre la tradizione.
Un film che evolve parzialmente l’abilità maturata dalla lezione di Makoto Shinkai per proporre uno stile pittorico unico al servizio della narrazione non per forza legata ad una fotografia sempre benevola della società giapponese, seppur circoscritta in una storia breve e dal montaggio non sempre calcolato.
Un augurio per queste idee, che possano costruire un nuovo grande nome dell’animazione nipponica.
VOTO POPCORNERD: 8/10

Apple TV
Widow’s Bay: tra incubi e risate
Parliamo di Widow’s Bay, la grottesca serie Apple TV candidata agli Emmy che bilancia perfettamente horror “classico” e commedia.
Negli ultimi anni, il genere horror, al cinema, sta riscontrando un grande successo di pubblico e critica. Ne sono esempi I peccatori e Weapons, che hanno vinto diverse statuette agli ultimi Oscar oppure Obsession e Backrooms, che stanno continuando a battere record su record al botteghino. In questo periodo storico sarei sinceramente stupito, quindi, se lo stesso apprezzamento non lo avesse ricevuto anche Widow’s Bay, la nuova serie streaming di Apple Tv ideata da Katie Dippold, che qualche giorno fa ha ricevuto 19 nominations agli Emmy 2026.

Benvenuti a Widow’s Bay!
Ho scoperto questa serie casualmente, scrollando la home page di Instagram senza troppa attenzione, come spesso capita; prima di allora non ne avevo mai sentito parlare.
A catturare la mia attenzione, infatti, è stato un breve video estrapolato dal primo episodio pubblicato proprio dall’account ufficiale della piattaforma di streaming di Cupertino: due uomini stavano discutendo di un episodio di cannibalismo avvenuto in una chiesa. Una cosa strana da ascoltare, certo, ma non per una serie horror.
Ma più che l’argomento in sé, ciò che mi ha invogliato a vedere la serie è il modo in cui questo dialogo è stato messo in scena.
Il tempo comico dei due attori è geniale e i loro volti estremamente espressivi sono la ciliegina sulla torta.
Questa scena di pochi secondi imposta esattamente il tono che avrà la serie: un mix di eventi traumatici e risate.
La bellezza è proprio nell’imprevedibilità. Un attimo prima sei spaventato a morte perché un serial killer mascherato sta inseguendo uno dei protagonisti, l’attimo dopo ti ritrovi piegato in due dalle risate perché la situazione che si viene a creare è talmente tanto assurda da farti dimenticare cosa stava accadendo poco prima.
Non è vero… ma ci credo
Una volta iniziata la serie, ho scoperto che uno dei due uomini del video era Tom Loftis (Matthew Rhys), protagonista della serie e sindaco di Widow’s Bay, piccola isola al largo delle coste del New England, negli Stati Uniti, mentre l’altro era un giornalista in visita in città, chiamato dallo stesso Loftis, per scrivere un articolo che invogliasse i turisti a scegliere l’isola come meta per le proprie vacanze.
Amministrare Widow’s Bay sembra un compito facile: un luogo raccolto, immerso nel verde e circondato dall’oceano, priva di connessione internet, con poche migliaia di abitanti.
Niente di più sbagliato.
L’isola, infatti, ha un passato molto “peculiare”: cannibalismo (appunto), tempeste tropicali, satanismo, epidemie, stregonerie e omicidi efferati. Tutto ciò è parte integrante della storia locale e del vissuto dei suoi cittadini, non semplice folklore. È così che la pensano tutti gli abitanti dell’isola.
Tutti tranne uno: Tom.

Anche lui è cresciuto sentendo i racconti popolari tramandati di generazioni in generazioni ma fa fatica a credere che siano storie vere. Il suo scetticismo (o presunto tale) nei confronti del sovrannaturale e la sua necessità di aprire i porti di Widow’s Bay al mondo esterno lo porterà inevitabilmente a scontrarsi con alcuni cittadini.
Ma quindi questa maledizione che sembra intrappolare l’isola è vera o è semplicemente frutto di ignoranza e superstizione? I 10 episodi che compongono la prima stagione danno fin da subito una risposta chiara e univoca.
David Lynch l’avrebbe amata
Il premio Oscar David Lynch ci ha lasciato pochi anni fa ma sono sicuro che se avesse visto questa serie l’avrebbe amata.
I segreti di Twin Peaks è chiaramente una delle principali fonti d’ispirazione di Widow’s Bay. Con la serie cult degli anni ’90, infatti, condivide la comicità grottesca, i momenti surreali e i comprimari pittoreschi, nell’aspetto e nel comportamento.
Il personaggio che più mi ha colpito, grazie anche alla performance straordinaria dell’attrice è Patricia (Kate O’Flynn), l’assistente del sindaco, gentile e stralunata, ostracizzata da tutte le sue ex compagne per un triste evento accaduto al liceo. Ha due interi episodi a lei dedicati (probabilmente i migliori) e ha un arco narrativo davvero interessante e sorprendente: all’apparenza docile e indifesa, ha dimostrato invece grande coraggio e forza di volontà. Il personaggio più complesso dello show e quello col quale è più semplice entrare in sintonia.

Da un’isola all’altra
Un’altra importante (e controversa) serie tv dalla quale Apple Tv ha preso a piene mani è sicuramente Lost, creata da J.J Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber.
Sono diversi i punti di contatto tra i due show ma molti di questi riguardano aspetti della trama che preferirei non rovinarvi anticipandoli. La similitudine più evidente e immediata, però, è che queste due opere condividono la location isolana. Ma c’è di più.
Nella serie sui sopravvissuti del volo Oceanic 815, man mano che la storia va avanti, l’isola diventa un vero e proprio personaggio. Senza fare spoiler, guardando Lost hai la costante sensazione che il luogo in cui quelle persone sono precipitate abbia una vita e una volontà propria. L’isola risponde, a modo suo, alle esigenze dei protagonisti, o almeno sembra (lascio a voi la possibilità di scoprirlo!).
Qui a Widow’s Bay accade una cosa analoga. L’isola, oltre ad avere un aspetto rurale estremamente caratteristico, sembra avere delle regole proprie, che è importante per i cittadini seguire attentamente per non incorrere in spiacevoli situazioni.

Ci auguriamo che ve la siate spassata!
È questo il titolo dell’ultimo episodio (per ora) della serie, che però è già stata rinnovata per una seconda stagione. E non potrei essere più contento!
Widow’s Bay è la dimostrazione che non serve necessariamente avere un’idea originale per confezionare un film o una serie di qualità. Come ho detto, è estremamente derivativa dai capostipiti del genere e anche dalla tradizione orrorifica cinematografica ma nonostante questo è uno dei prodotti più spaventosi e divertenti da seguire degli ultimi anni.

E il merito è ovviamente, della grande alchimia all’interno del cast, delle ottime scelte prese dalla già citata showrunner e delle riprese stravaganti del gruppo di registi capitanati da Hiro Murai. Tutti insieme sono riusciti a prendere il meglio dai loro predecessori e a costruire un Frankenstein perfettamente funzionante.
Ogni episodio propone nuovi interrogativi e risolve quelli precedenti, riuscendo così a mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore, che non si annoia mai. L’unico aspetto negativo che riesco a trovare è la delusione nel dover aspettare un anno (due?) prima di poter salpare di nuovo al porto della città.
Nell’attesa, farò il tifo per loro alle prossime premiazioni!
VOTO POPCORNERD: 9.0/10

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