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Yoshi and the Mysterious Book – Recensione

Il Glitch ha giocato Yoshi and the Mysterious Book, il nuovo videogioco Nintendo con protagonista il piccolo Yoshi, e questa è la sua recensione

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La ciliegina sulla torta dei 40 anni dell’idraulico più famoso dei videogiochi non poteva non metterla uno dei suoi più grandi amici e dopo un film da quasi protagonista, stavolta, Yoshi si prende tutta la scena con Yoshi and the Mysterious Book.

E lo fa nel modo più “roguelite rilassato” possibile. In questo nuovo capitolo verrete catapultati in mondi sempre diversi, ricchi di livelli da affrontare e rigiocare continuamente, spinti dalla curiosità di scoprire nuove interazioni, segreti e creature..

Semplice…come un’idea geniale

Non aspettatevi una trama particolarmente profonda: un misterioso libro parlante chiamato Sapienzo (Enzo per gli amici) viene rapito da Baby Bowser mentre è tenuto prigioniero nel castello di Bowser. Durante la fuga, però, i due precipitano sull’isola degli Yoshi, dando il via all’avventura.

Compito dei piccoli dinosauri colorati sarà completare l’enciclopedia vivente di Enzo, esplorando decine di livelli e studiando le strane creature che li popolano. Yoshi and the Mysterious Book può essere considerato il seguito spirituale di Yoshi’s Woolly World e Yoshi’s Crafted World, ma introduce una formula completamente nuova, capace di reinventare il classico platform Nintendo.

Animali fantastici e dove trovarli…con Yoshi

Etichettare questo titolo in un genere specifico sarebbe riduttivo; Nintendo prende ancora una volta il platform tradizionale, lo smonta e lo ricostruisce in qualcosa di diverso: un’avventura che profuma di puzzle game e sperimentazione continua.

Ogni livello ruota attorno allo studio di una particolare creatura. Il giocatore dovrà spremersi le meningi e inventare le più disparate interazioni con essa al fine di sbloccare tutte le voci dell’enciclopedia parlante.

Capita così che una creatura simile ad una margherita vivente può germogliare se viene piantata nel terreno oppure trasformarsi in una grande pianta se annaffiata, sbloccando nuovi percorsi e dando vita ad altre mille interazioni con altrettante creature fantastiche.

Sia ben chiaro: lo stile si presenta come un gioco di piattaforme con annessi salti complicati e a volte millimetrici, ma per la maggior parte del tempo l’azione non è presente. Persino i nemici sono rari e la morte non è contemplata.

Nintendo: ci sei riuscita di nuovo

Già vi immagino storcere il naso mentre leggete l’ultima affermazione, eppure Nintendo è riuscita ancora una volta in qualcosa di speciale: farci tornare bambini. Quel periodo della nostra vita dove qualsiasi scoperta era magica ed è proprio su questo che Yoshi colpisce nel segno!

Yoshi and the Mysterious Book non punta nel far salire l’adrenalina con livelli a tempo o boss fight particolarmente difficili, il senso di sfida sta nell’esplorazione, nell’aguzzare la vista e l’ingegno per scoprire ogni particolare delle creature che incontreremo.

L’esperienza è pensata anche per i più piccoli grazie a controlli immediati e intuitivi, ma sa risultare sorprendentemente appagante anche per i giocatori più esperti, soprattutto per chi vuole completare ogni livello al 100%.

Ogni scenario è ricco di dettagli, colori e soprattutto di idee brillanti dall’inizio alla fine. Nulla vi stancherà perché pian piano il gioco cambierà permettendovi di utilizzare le particolarità delle creature scoperte anche in luoghi d’origine differenti.

In questo modo le interazioni delle creature, anche tra di loro, porteranno ad un ulteriore evoluzione del gameplay dando la sensazione di star giocando ad un gioco diverso in ogni livello.

Mangia, salta, ama

Sul fronte gameplay Yoshi mette a disposizione il suo classico repertorio di abilità: salta, divora tutto ciò che incontra (o quasi), lancia uova, colpisce con la coda e interagisce con l’ambiente in modi spesso sorprendenti.

La struttura dell’avventura è lineare ma estremamente intelligente: ogni creatura debutta nel proprio livello dedicato, per poi tornare successivamente in contesti più complessi, andando a mescolarsi con le altre e creando combinazioni imprevedibili. Il tutto sempre in maniera rilassata.

Enzo si annoterà tutte le interazioni, i comportamenti, le abilità e le caratteristiche delle creature spingendoci a ripetere i livelli più e più volte, perché ogni volta ci saranno dei suggerimenti in più per scoprire nuove cose.

Un’avventura che per i casual game può essere portata a termine in una quindicina di ore, per gli altri invece tenetevi liberi per molto tempo.

Se proprio vogliamo trovare una nota negativa è la mancanza totale di una componente multiplayer. Anche se esistono Yoshi di vari colori affronteremo l’intera avventura in solitaria.

Una scelta azzardata visto che l’essenza del titolo è quella di scoprire cose sempre nuove miscelando le interazioni con le varie creature e pensare di farlo con due o più Yoshi contemporaneamente avrebbe elevato ancora di più il gameplay.

Infine, la colonna sonora benché semplice e fiabesca collima alla perfezione con ogni livello, catapultandoci sempre più all’interno dell’habitat che stiamo esplorando.

Yoshi è mille colori

La nuova filosofia di Yoshi ci ha colpiti particolarmente; ci ha fatto tornare bambini in un mondo che si prende tutto il tempo necessario per aiutarti a scoprire le sue regole, premiando curiosità e creatività.

Quella di Yoshi è una serie che ad ogni nuovo capitolo porta con sé la voglia di cambiamento, di raccontare qualcosa di diverso e di modificarsi riuscendo però a parlare sia agli adulti che ai bambini.

In questi casi possiamo benissimo dire che il videogioco diventa arte.

Dal Glitch per oggi è tutto! Alla prossima amici di PopCorNerd!*

*Articolo a cura del GLITCH

Fumetti

Toni Bellasalma 6 – Il taxi delle anime perdute – Recensione

Recensione del sesto capitolo del consulente di stocastica esoterica più famoso di Torino, a cura di Luca Blengino e Vincenzo Odore.

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Il taxi delle anime perdute, scritto da Luca Blengino con i disegni di Vincenzo Odore e pubblicato da Bugs Comics, è il volume che ha cambiato completamente la percezione iniziale che avevo del personaggio di Toni Bellasalma.

Quello che mi aspettavo fosse “la classica storia alla Toni”, fatta di ironia, situazioni assurde e horror leggero, si è invece rivelato essere un racconto sorprendentemente malinconico e profondo, capace di nascondere sotto il velo del soprannaturale una riflessione molto più umana sul dolore, sulla solitudine e sull’essere prigionieri di qualcosa più grande di noi.

Ambientato in una Torino cupa e piovosa, Il taxi delle anime perdute veste Toni dei panni di una sorta di moderno Caronte, intrappolato in una maledizione che lo costringe a convivere con anime incapaci di trovare pace mentre lui stesso sembra essere, in fondo, una delle anime più perdute della storia.

Toni, il traghettatore di anime

Uno degli aspetti che più mi ha colpito de Il taxi delle anime perdute è il parallelismo che Blengino fa tra Toni Bellasalma e la figura mitologica di Caronte. Toni, infatti, non si limita semplicemente a guidare un taxi in una Torino piovosa e malinconica, ma accompagna vere e proprie anime perdute verso un misterioso locale che sembra rappresentare l’aldilà.

Ed è proprio durante questi tragitti che il fumetto trova alcuni dei suoi momenti migliori. Ogni anima salita sul taxi porta con sé una storia diversa, fatta di rimpianti, dolore, rabbia o cose lasciate in sospeso, e attraverso questi racconti il volume costruisce un’atmosfera tanto soprannaturale quanto profondamente umana.

Toni ascolta, osserva e accompagna queste anime verso la loro destinazione finale, ma la sensazione è che questo viaggio non riguardi soltanto i suoi passeggeri. Più la storia va avanti, più sembra evidente che anche Toni stesso sia intrappolato in qualcosa da cui non riesce a liberarsi.

I disegni di Vincenzo Odore

Grande merito dell’atmosfera cupa e malinconica di questo sesto volume va senza dubbio ai disegni di Vincenzo Odore.

Il tratto marcato di Odore, quasi come se volesse lasciare dei graffi sulla pagina, riesce infatti a trasmettere perfettamente quella sensazione di malinconia che soltanto una lunga giornata di pioggia sembra portarsi dietro. Ed è proprio questa scelta stilistica a dare alla storia un tono ancora più oscuro e pesante.

Una delle tavole che più mi è rimasta impressa è proprio quella iniziale, che vede Toni Bellasalma a bordo del taxi maledetto mentre si fa strada tra le vie fradice di pioggia di Torino alla ricerca della prossima anima da trasportare. Una scena semplice, ma incredibilmente evocativa, che riesce già dalle prime pagine a definire perfettamente il tono dell’intera opera.

La maledizione di Toni Bellasalma

Il finale de Il taxi delle anime perdute, oltre al classico umorismo che caratterizza la serie, offre anche un inaspettato colpo di scena che aggiunge finalmente profondità al personaggio di Toni Bellasalma.

Nel corso delle ultime pagine, infatti, viene svelato un dettaglio fondamentale del suo passato: a causa di una maledizione inflittagli dal misterioso Conte, Toni non può lasciare Torino. Per lui è come se l’intera provincia fosse circondata da un muro invisibile impossibile da oltrepassare.

Ed è proprio questa rivelazione a cambiare completamente la percezione che avevo del personaggio. Toni Bellasalma smette infatti di sembrare soltanto una figura ironica immersa in situazioni paranormali e inizia finalmente a mostrare un lato più tragico e malinconico, quello di un uomo intrappolato nella propria condanna.

Chissà, magari Luca Blengino sta lentamente costruendo il passato di Toni Bellasalma per arrivare, un giorno, ad uno scontro finale con il famigerato Conte che libererà Toni dalla maledizione..?

Tavola tratta da Toni Bellasalma 6 - Il taxi delle anime perdute

Conclusione

Toni Bellasalma 6 – Il taxi delle anime perdute di Luca Blengino e Vincenzo Odore veste Toni dei panni di un moderno Caronte urbano, impegnato ad accompagnare le anime dei morti verso il loro ultimo viaggio.

Ma sotto il velo dell’horror paranormale e dell’ironia che caratterizza la serie, questo sesto volume nasconde qualcosa di molto più malinconico e personale. Per la prima volta, infatti, veniamo a conoscenza di un elemento fondamentale del passato di Toni Bellasalma: la maledizione che lo costringe a restare intrappolato a Torino e che cambia completamente il modo in cui guardiamo il personaggio.

Il taxi delle anime perdute non è soltanto una buona storia horror dai toni noir, ma è soprattutto il volume che inizia finalmente a scavare dentro Toni Bellasalma, trasformandolo da semplice figura ironica dell’occulto ad un personaggio molto più tragico, umano e interessante di quanto immaginassi.

VOTO POPCORNERD 7.0/10

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Cinema

Obsession: il film che sta ossessionando il mondo

Obsession è il film sulla bocca di tutti con protagonista Inde Navarrette. Analizziamo e capiamo cosa davvero rende questo film… ossessivo

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Da quando è uscito al cinema Obsession, non si parla d’altro.

Il film horror del giovane regista americano Curry Barker sta spopolando nelle sale di tutto il mondo; dal 14 maggio, giorno dell’uscita ufficiale, la pellicola ha incassato finora 108.742.650 dollari. Mica male, soprattutto se si tiene conto dei costi di produzione davvero contenuti: meno di un milione di dollari.

Su Rotten Tomatoes ha raggiunto il 96% di recensioni positive dalla critica e circa il 95% di gradimento del pubblico verificato, un risultato raro per un horror indipendente.

Content creator, critica e riviste del settore tessono le lodi di Obsession, mentre i meme spopolano sul web. È davvero scoppiata una Obsession-mania e, in particolare, tutti i riflettori sono puntati sulla giovane attrice statunitense protagonista e star della pellicola: Inde Navarrette, che nel film interpreta la terrificante Nikki Freeman.

Ma perché Obsession sta facendo parlare tanto di sé?

Inde Navarrette, vero motore trainante di Obsession con la sua spaventosa Nikki

Quello che colpisce più di tutto è il coinvolgimento e l’interpretazione viscerale e terrificante di Inde Navarrette nel ruolo di Nikki, vittima di un “desiderio” esaudito dal suo amico e collega di lavoro Bear (Michael Johnston), innamorato segretamente di lei da tempo, che spezzando un bastoncino della fortuna desidera che lei si innamori follemente di lui. Ed è proprio quello che accade. Questa, a grandi linee, è la trama di Obsession: semplice e diretta.

Ed è qui che nasce l’ossessione di Nikki, ma anche quella degli spettatori verso il suo personaggio. La Navarrette porta sullo schermo una figura instabile, fuori controllo, ma allo stesso tempo spaesata, completamente sottomessa e incapace di rinunciare alla presenza di Bear.

Il vero orrore è proprio la deriva graduale che colpisce Nikki: da amica e confidente di Bear diventa la ragazza servizievole e innamorata. Nonostante inizialmente appaia consapevole della sua situazione e cosciente dell’amore che prova inspiegabilmente per l’amico, più il film prosegue e più l’affetto si trasforma in amore (non consensuale sia chiaro) e l’amore in un’inevitabile incontrollabile ossessione: fisica, psicologica e violenta.

La Navarrette riesce a evolvere e a mettere in atto diverse sfaccettature del suo personaggio, cambiando atteggiamento svariate volte nel corso del film, anche nel giro di pochissimi attimi, passando da un animo apparentemente tranquillo e amorevole a veri e propri scatti d’ira e follia che aumentano gradualmente l’angoscia e il terrore dietro i suoi gesti e comportamenti, spaventando tutti e, in primis, lo stesso Bear.

Ma l’attrice è davvero in gamba anche nel rappresentare la sofferenza interiore e la molestia fisica e psicologica subita da Nikki, spettatrice involontaria e non più padrona del proprio corpo, condizione che si manifesta in diverse occasioni all’interno della pellicola.

Il talento della ragazza è sotto gli occhi di tutti e, se c’è davvero un punto di forza di Obsession, è proprio la sua protagonista: l’indemoniata, l’impossessata, l’ossessionata Nikki, che ha stregato chiunque con la sua esplosione di talento.

Ma evidentemente Barker ha compreso di essere davanti a una grande attrice nel momento in cui l’ha scelta per la parte di Nikki. Il regista è rimasto colpito dalla giovane attrice perché riusciva a essere “folle e spaventosa” senza perdere l’umanità del personaggio.

Inoltre il feeling che si è creato tra i due, ha permesso la creazione di un personaggio complesso e strutturato come quello che la ragazza interpreta.

La stessa attrice, durante un’intervista ha sottolineato l’importanza del rapporto con il regista e della visione che li accomunava riguardo al personaggio di Nikki:

Sviluppare il ruolo con lui è stato fenomenale! Siamo entrati così in sintonia che a un certo punto la nostra intesa è diventata non verbale; dopo una ripresa, sapevo già cosa avrebbe voluto, e lui, girando l’angolo, si accorgeva che lo sapevo. Poi correva verso il monitor e urlava: “AZIONE!”. –Inde Navarrette a schonmagazine.com

E l’attrice ha voluto sottolineare il tipo di personaggio che ha voluto portare sullo schermo e che è stata la fonte del suo successo recente:

Per me era fondamentale che Nikki sembrasse naturale e con i piedi per terra. Non volevo assolutamente che il pubblico dimenticasse la persona che si celava dietro a quell’apparenza. Per questo motivo, ho interpretato Nikki come se non fosse posseduta, ma semplicemente una persona con forti emozioni. Questo sembra andare contro il tradizionale antagonista horror, che spesso appare soprannaturale. Per me è importantissimo che il pubblico veda Nikki come una persona, nonostante tutte le sue intense emozioni nei panni di Nikki dei Desideri. – Inde Navarrette a schonmagazine.com 

Le influenze di Obsession: horror soprannaturale, sprazzi di slasher/splatter e… i Simpson?

Curry Barker

Se Nikki è il personaggio più interessante del film, Obsession colpisce anche per come Barker costruisce la trama intorno a lei, affrontando diverse tematiche molto serie come la violenza sotto ogni aspetto, la gelosia ossessiva e l’impotenza dietro certi meccanismi delle relazioni tossiche. E lo fa a tratti in maniera grottesca e quasi umoristica, a tratti invece davvero inquietante e terrificante.

Il fatto che Nikki sia un personaggio imprevedibile dà ampia libertà al regista, che può condurre la storia esattamente dove vuole, passando dall’horror soprannaturale allo slasher o allo splatter nel giro di pochi attimi.

Gli horror del passato sono stati sicuramente fonte di ispirazione per il giovane Barker, come ha dichiarato durante un’intervista:

L’idea di base è nata dal fatto che noi esseri umani possiamo ossessionarci per certe cose. Film come ‘Misery’ mi hanno ispirato… ‘Oh, questo è il racconto di una donna ossessionata da uno scrittore, che si è immaginata nella sua testa un uomo perfetto, ha un’idea precisa di chi sia e riesce a conquistarlo’. Questa era l’idea generale. Poi, quando mi è venuta in mente la parte del desiderio, tutto ha iniziato ad avere un senso. – Curry Barker a indiewire.com

Se Nikki si nasconde di notte a guardare Bear dormire, si può riscontrare la follia di Misery non deve morire e i movimenti quasi innaturali di una versione moderna dell’indemoniata Regan MacNeil de L’esorcista. Se Nikki compie uno scatto d’ira, ecco manifestarsi la pazzia nello sguardo e negli atteggiamenti del Jack Torrance di Shining.

Questo porta il giovane Barker a prendere un pezzetto da ognuno dei peggiori villain degli horror movie del passato e inserirli nella sua Nikki.

Ma tra le fonti dichiarate dello stesso Barker ci sono anche i… Simpson!?

Il regista ha spiegato che una delle fonti d’ispirazione citate è stata persino una celebre puntata de I Simpson ispirata al racconto horror “The Monkey’s Paw” (“La zampa di scimmia”), dove un desiderio apparentemente innocente genera conseguenze devastanti. I gialli personaggi di Matt Groening fanno parlare ancora una volta di loro (involontariamente).

Gli altri pregi di Obsession: ma è davvero Nikki la cattiva del film?

L’attenzione per l’intera pellicola è focalizzata su Nikki e sulle sue terrificanti azioni.. ma è lei il vero villain di Obsession?

Finora abbiamo solo accennato al giovane Bear, protagonista sin dai primi minuti. È un nerd timido, goffo e impacciato, innamorato da tempo della sua migliore amica. Vorrebbe confessarle il suo amore, ma non ne ha il coraggio. Non sembra affatto un personaggio negativo: ma Barker e Obsession ribaltano tutte le prospettive nel corso del film.

Bear, inavvertitamente, quasi per scherzo, senza crederci davvero inizialmente, esprime il desiderio che cambia ogni cosa, ma invece di riportare la situazione alla normalità, per lunghi tratti del film si comporta in maniera egoistica.

Non ha intenzione di liberare Nikki, perché sta vivendo il sogno della sua vita, ben consapevole dell’irrealtà di quell’amore, dell’evoluzione tossica della loro relazione, di quanto la situazione stia precipitando e sia pericolosa. Ma, soprattutto, è ben conscio della sofferenza della ragazza e non fa nulla per aiutarla.

Il ragazzo è complice del degrado e principale colpevole di ciò che accade a Nikki e degli eventi tragici (siamo pur sempre in un horror!) che ne conseguono, involvendo a sua volta verso lo stereotipo di personaggio malsano, patetico e viscido del cinema horror. Quindi è davvero Nikki la cattiva del film? Assolutamente no: Nikki è la vittima e il vero cattivo è proprio Bear. E questo è un aspetto originale e geniale.

Obsession è il miglior film horror dell’anno?

Il ritorno in pompa magna del genere horror tra i preferiti degli spettatori negli ultimi anni ha sicuramente spinto giovani talenti come Barker a portare le proprie idee al cinema. E di questo non possiamo che essere felici, soprattutto quando si traduce in ottimi incassi al botteghino, dando respiro a un settore spesso in difficoltà.

Per quanto mi riguarda, Obsession è un ottimo film horror che intrattiene, diverte e fa fare anche un paio di balzi sulla poltroncina del cinema. Ha alcuni difetti evidenti, come una trama a tratti troppo semplicistica e personaggi secondari appena accennati. La pellicola si regge soprattutto sulla mastodontica interpretazione della Navarrette e sul rapporto con Bear, unico altro personaggio sviluppato a dovere.

Gli incassi registrati in poco tempo, però, sembrano indicare che il pubblico abbia gradito molto e sia rimasto a sua volta ossessionato da questo film e dalla sua protagonista. Inoltre, gli spettatori stanno dimostrando di apprezzare opere dalle emozioni forti come questa. Weapons dell’anno scorso, insegna.

Non so se sia il miglior film horror dell’anno, ma Obsession è il fenomeno del momento e vera e propria ossessione per molti, a distanza di oltre 15 giorni dal suo arrivo al cinema.

Ed ha tutti gli attributi per dare battaglia all’altro film spaventoso molto atteso, arrivato da poco nelle sale: Backrooms. Altra pellicola di paura, altro giovane regista. Il genere horror pare possa dormire sonni tranquilli. Noi no.

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Fumetti

SAND LAND di Akira Toriyama – Recensione

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Accolgo sempre volentieri i consigli di lettura di chi, come me, esplora generi e stili diversi alla costante ricerca di quell’opera capace di lasciarti qualcosa, e che non si riduca ad una semplice lettura destinata ad essere dimenticata non appena si gira l’ultima pagina.

Con questo spirito di esplorazione – e spingendomi verso territori che oserei definire fuori dalla mia comfort zone – ho letto SAND LAND, manga realizzato dal leggendario Akira Toriyama e serializzato in Giappone sulla rivista Weekly Shōnen Jump tra maggio e agosto del 2000.

L’opera è distribuita in Italia da Star Comics ed è stata ristampata nel 2024 in una Ultimate Edition, edizione che ho deciso di acquistare per recuperare una delle opere “minori” del sensei, autore che considero una vera leggenda del fumetto giapponese.

Non avevo particolari aspettative, se non quella di leggere qualcosa di diverso da Dragon Ball, ma la fortissima identità visiva di SAND LAND ha reso quasi inevitabile il paragone con l’opera più celebre del sensei Akira Toriyama e questa cosa ha influito sulla lettura.

Di cosa parla SAND LAND

Le chiavi di lettura dell’opera sono principalmente due.

La prima è quella più immediata e avventurosa, che vede i due demoni Beelzebub e Thief unire le forze con il misterioso Rao per partire alla ricerca di una sorgente inesauribile d’acqua, in un mondo desertico dove questa risorsa primaria scarseggia sempre di più e viene controllata da un potere centrale che ne possiede in abbondanza senza alcuna intenzione di condividerla con la popolazione.

La seconda chiave di lettura è invece quella più analitica e riflessiva. Dietro il tono leggero e scanzonato tipico di Akira Toriyama, SAND LAND affronta temi come la critica al potere tirannico, la disuguaglianza sociale, la guerra e l’abuso del controllo delle risorse, costruendo un mondo in cui i veri demoni, in fondo, non sono necessariamente quelli con le corna.

Nonostante la sua natura di volume unico – e una durata che personalmente ho trovato forse troppo breve rispetto al potenziale della storia – l’opera affronta ancora oggi tematiche incredibilmente attuali, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione originale.

Alcune cose funzionano, altre meno

Rischiando di risultare banale, il vero punto di forza di SAND LAND l’ho trovato proprio nei disegni di Akira Toriyama. L’opera gode infatti di un comparto artistico di altissimo livello, con character design, mezzi di trasporto e paesaggi semplicemente impeccabili. Ogni tavola trasmette immediatamente l’identità artistica del sensei e dimostra ancora una volta quanto il suo tratto sia iconico e riconoscibile.

Allo stesso tempo, però, questa fortissima identità visiva rappresenta anche uno dei limiti principali dell’opera. Molti elementi di SAND LAND ricordano infatti con troppa insistenza Dragon Ball, al punto che la linea che separa le due opere finisce spesso per diventare estremamente sottile.

Un esempio evidente arriva già nei primi capitoli con l’introduzione di King Lucifer, padre di Beelzebub, il cui design richiama in maniera quasi immediata Darbula. Ed è proprio qui che nasce uno dei dubbi che mi ha accompagnato durante tutta la lettura: si tratta di una scelta volutamente nostalgica da parte di Toriyama oppure di una certa stanchezza creativa maturata dopo aver concluso Dragon Ball?

Lucifer, molto simile a Darbula in Dragon Ball
Lucifer, molto simile a Darbula in Dragon Ball

Perché la sensazione costante è che SAND LAND abbia il potenziale per costruirsi una propria identità visiva e narrativa, ma che finisca invece per restare legato quasi indissolubilmente all’ombra dell’opera più celebre del sensei. Una scelta che personalmente non sono riuscito a comprendere fino in fondo.

Buona sintonia tra Rao, Beelzebub e Thief

Ci sono stati diversi momenti in cui il manga è riuscito a strapparmi un sorriso, e gran parte del merito va proprio alla dinamica tra Rao, Beelzebub e Thief. Nonostante le differenze caratteriali, i tre protagonisti finiscono infatti per costruire una chimica credibile e divertente, capace di alleggerire il tono dell’opera nei momenti più leggeri del viaggio.

In particolare, ho apprezzato molto tutte le sequenze legate ai veicoli e agli spostamenti nel deserto: discussioni alla guida, battibecchi e piccoli siparietti comici sono probabilmente gli aspetti che più mi hanno ricordato il miglior Akira Toriyama. È proprio in queste scene più semplici e spontanee che il sensei dimostra ancora una volta la sua enorme capacità nel costruire dinamiche leggere ma estremamente funzionali tra i personaggi.

Una delle disavventure di Rao, Beelzebub e Thief
Una delle disavventure di Rao, Beelzebub e Thief

Rao, che nel corso della storia scopriamo essere un ex soldato dell’armata reale, è probabilmente il personaggio più interessante dell’intera opera. A differenza degli altri protagonisti, che ho trovato tutto sommato piuttosto piatti e poco approfonditi, Rao gode infatti di una backstory decisamente più coinvolgente e rappresenta anche il fulcro del principale plot twist narrativo del manga.

Personalmente, mi piacerebbe molto leggere uno spin-off dedicato proprio a Rao e al suo passato nell’esercito reale, perché ho avuto la sensazione che fosse uno dei pochi elementi dell’opera con un reale potenziale di approfondimento.

Cosa, secondo me, non funziona

Ci sono diversi aspetti di Sand Land che mi hanno lasciato più di qualche punto interrogativo, ma il principale riguarda senza dubbio il Generale Zeu, antagonista principale dell’opera.

Per tutta la durata della storia, infatti, il personaggio risulta sorprendentemente poco incisivo e dà quasi l’impressione di subire passivamente l’avanzata di Rao, Beelzebub e Thief senza mai rappresentare una reale minaccia per i protagonisti. Manca quella sensazione di tensione o escalation narrativa che normalmente dovrebbe accompagnare la presenza di un villain centrale, e questo finisce inevitabilmente per indebolire gran parte del conflitto.

Ed è un peccato, perché i temi trattati dal manga – abuso di potere, controllo delle risorse e tirannia – avrebbero probabilmente beneficiato di un antagonista più presente, spietato e approfondito dal punto di vista narrativo.

Personalmente l’ho trovato uno dei punti più deboli della sceneggiatura, soprattutto perché credo fosse un elemento che avrebbe potuto essere sviluppato con molta più attenzione

Il General Zeu
Il General Zeu

Sensazione generale di “opera stanca”

SAND LAND è un’opera visivamente splendida e tematicamente interessante firmata dal leggendario Akira Toriyama, ma allo stesso tempo narrativamente troppo semplice e poco incisiva per lasciare davvero il segno.

Pur affrontando temi ancora attuali come la disuguaglianza sociale, l’abuso di potere e il controllo delle risorse, il manga non riesce mai ad approfondirli fino in fondo, limitandosi spesso a sfiorarli senza costruire un vero impatto emotivo o narrativo.

La sensazione costante, inoltre, è che dopo Dragon Ball Toriyama finisca quasi per vivere nell’ombra della propria opera più iconica. Ed è proprio questo uno degli aspetti che più mi ha lasciato perplesso durante la lettura: SAND LAND sembra avere il potenziale per costruirsi una propria identità, ma non riesce mai davvero a emanciparsi dall’immaginario visivo e narrativo di Dragon Ball.

VOTO POPCORNERD 6.0/10

SAND LAND Ultimate Edition di Star Comics
SAND LAND Ultimate Edition di Star Comics
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