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Comics Legends: Intervista a Patrick Olliffe, narratore visivo di Spider-Man e Spider-Girl

Su Comics Legends un artista capace di raccontare con i suoi disegni il passato e il futuro di Spider-Man: il grandissimo Patrick Olliffe

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Avete presente la sensazione che si prova quando si riascolta, dopo tanto tempo, il proprio CD preferito (o la propria playlist, se siete più giovani)? Ecco, a me succede la stessa cosa quando ammiro l’arte di Patrick ‘Pat’ Olliffe.

Il suo stile, tendente al classico, è sempre un piacere da osservare e, in maniera del tutto naturale, il mio pensiero va ai suoi grandi lavori realizzati per Untold Tales of Spider-Man (conosciuto in Italia come Le storie mai narrate di Spider-Man) e Spider-Girl.

È incredibile come il suo tratto sia l’unico che riesco a immaginare perfettamente in sintonia con quelle storie, se ripenso alle atmosfere, ai personaggi protagonisti e alle sue versioni di Spider-Man e Spider-Girl che coglievano entrambi lo spirito genuino del Tessiragnatele nato dalla mente di Stan Lee e Steve Ditko.

Probabilmente, senza le sue matite, non sarei qui a parlare di racconti che mi sono entrati nel cuore e che hanno segnato gran parte della mia adolescenza, quando venivano pubblicati in Italia sulla rivista antologica Wiz (Untold Tales of Spider-Man) e sulla serie ammiraglia dell’Uomo Ragno (Spider-Girl). Erano storie che leggevo con piacere e serenità, che attendevo con ansia e che mi hanno definitivamente convinto che Spider-Man era (ed è ancora oggi) il mio supereroe Marvel preferito. E questo è anche merito di Pat.

Pat Olliffe ha lavorato anche su altri progetti, non solo per la Casa delle Idee, e nuovi lavori sono in arrivo, come scoprirete nell’intervista che segue. Per me, però, è una vera e propria “leggenda dei comics” per il contributo artistico dato ai titoli Marvel legati all’universo di Spider-Man.

La chiacchierata con lui è stata tanto emozionante, quanto divertente e davvero piacevole e per me è stato un onore parlare con uno degli artisti che considero, più che mai, una leggenda del fumetto. E ora direi di lasciare spazio alle sue parole!


Pat Olliffe: l’artista che ha ridefinito il passato e il futuro di Spider-Man

Grazie mille, Pat Olliffe, per essere su PopCorNerd. Per me è un grandissimo onore averti come ospite, in quanto ti considero uno degli artisti che mi hanno fatto sognare con Spider-Man. Quindi, vorrei iniziare dal tuo arrivo alla Marvel, che, da quanto so, è avvenuto anche grazie all’aiuto di un altro artista e tuo amico, Ron Frenz. Puoi raccontarci come è andata?

Pat Olliffe – Certo. Conoscevo già Ron, viviamo entrambi a Pittsburgh, e l’avevo incontrato prima che andassi alla scuola d’arte. Credo fosse al liceo: avevo iniziato a fare qualche lavoro per una società locale di animazione, piccole cose qua e là. Lui lavorava per un’altra azienda locale di animazione, e gli mostrai alcuni dei miei lavori. Mi incoraggiò molto.

Sapevo che aveva frequentato l’Art Institute of Pittsburgh, insieme ad altri ragazzi che poi hanno avuto una buona carriera. Così decisi di provarci anch’io. Siamo rimasti in contatto e periodicamente gli mostravo i miei lavori mentre crescevo artisticamente e andavo avanti con gli studi. È sempre stato molto disponibile, dandomi consigli e idee.

Quando mi sono diplomato, ho realizzato delle tavole di prova, come facevano tutti; all’epoca non c’era internet. Le ho inviate alla Marvel, alla DC e ad altri editori, ricevendo lettere di rifiuto. Però le avevo mostrate anche a Ron, e in quel periodo lui lavorava su Thor.

I miei lavori rimasero un po’ “in attesa”. Poi, a un certo punto, c’era bisogno di una storia di backup in Thor: Tales of Asgard. È stato suggerito che potessi occuparmene io. A quel punto avevo già lavorato su piccoli progetti per case editrici in bianco e nero, ma Tales of Asgard fu il mio primo lavoro per la Marvel. Ovviamente, questo è avvenuto grazie alla raccomandazione di Ron.

Il lavoro è piaciuto abbastanza da permettermi di farne altri: ho realizzato altre storie e qualche fill-in su Thor. Una volta che inizi a lavorare per la Marvel, se il tuo lavoro piace, se sei professionale, facile da gestire e rispetti le scadenze, è tutto un crescendo.

Dopo Thor, credo di aver fatto Nomad, che è stato il mio primo incarico regolare alla Marvel. Da lì, tutto ha continuato a svilupparsi.

The Mighty Thor #437 albo che contiene la storia di Pat Olliffe di Tales of Asgard.. il suo primo lavoro in Marvel!

Come si è formato invece il “dream team” con Tom DeFalco e Ron Frenz? Avete lavorato insieme su diversi progetti e siete anche grandi amici?

Pat Olliffe – Sì, sì. Quando ho iniziato a lavorare alla Marvel, su serie come Thor, Tom era lo sceneggiatore. Così abbiamo iniziato a costruire il nostro rapporto. Direi che andavamo tutti molto d’accordo.

In particolare, io, Ron e Tom DeFalco avevamo una visione molto simile della narrazione, soprattutto quella supereroistica. C’è stata quindi subito una connessione nel modo in cui vedevamo lo storytelling e questo genere di fumetti.

Questo ci ha aiutato a legarci. Poi io e Tom abbiamo lavorato insieme a una miniserie, Thor Corps, che lui ha scritto. Credo sia stato il nostro primo vero progetto insieme, non una storia di backup o qualcosa del genere, ed è stata una bella occasione per collaborare a un progetto completo.

E naturalmente Ron [Frenz] e Tom sono molto legati, come sai. A un certo punto ho anche condiviso uno studio con Ron, quindi abbiamo lavorato nello stesso ufficio per parecchio tempo.

Cover di Pat Olliffe di Thor Corps

Quando penso a Pat Olliffe, la prima cosa che mi viene in mente è Untold Tales of Spider-Man insieme a Kurt Busiek. Com’ è nato quel progetto? Ed è stato difficile inserire ogni storia tra i classici numeri di Lee e Ditko senza creare errori di continuity?

Pat Olliffe – Beh, come è nato… avevo realizzato alcune illustrazioni per carte collezionabili per Marvel all’epoca, e una di queste era proprio una carta di Spider-Man. È capitato che l’editor di quel progetto fosse anche l’editor di Untold Tales of Spider-Man, e vide i miei lavori. Stavano cercando un artista per la serie, quindi mi chiese se fossi interessato. Io fui felicissimo.

Pensavo fosse un progetto fantastico, quindi ero molto entusiasta. Ricordo di aver fatto una sorta di tavola di prova, per mostrare come avrei gestito il personaggio. Gli piacque abbastanza da affidarmi il lavoro. Ero davvero molto contento di averlo ottenuto.

Per quanto riguarda il cercare di unire lo stile di Lee e Ditko con qualcosa che non fosse troppo Ditko, perché volevamo comunque tener conto anche di un pubblico moderno, quello che ho fatto è stato cercare di usare l’influenza di Ditko dove possibile.

Naturalmente ho anche il mio stile e le mie idee, che emergono comunque. Ho guardato anche ad altri artisti di Spider-Man che mi avevano influenzato. Rick Leonardi, ad esempio, è stato molto importante per il modo in cui ho gestito il personaggio. Quindi è stato un mettere insieme diverse influenze per arrivare a qualcosa che potesse funzionare per questo progetto.

Per quanto riguarda la continuity, Kurt ha fatto un lavoro meraviglioso con le storie, intrecciandole perfettamente con quelle di Lee e Ditko. È stato molto utile avere sempre dei riferimenti: mi assicuravo di avere sotto mano i numeri originali in cui dovevamo inserire le nostre storie.

Avevo sempre quei numeri con me, così da assicurarmi che gli ambienti fossero coerenti e i personaggi vestiti allo stesso modo; J. Jonah Jameson, il Bugle, la casa di Peter, zia May. Finché avevo il riferimento originale di Ditko, sapevo che, anche aggiungendo qualche tocco personale, stavo comunque rispettando l’aspetto visivo della serie, ed era fondamentale.

Per me questa è come la risposta Marvel a Batman: Year One. Quasi da considerare… uno Spider-Man: Year One! Che dici?

Pat Olliffe – Sì. Esatto.

Secondo me, il più grande punto di forza di Untold Tales of Spider-Man è stato ricreare l’atmosfera scolastica e da soap opera tipica delle storie di Stan Lee e Steve Ditko su Amazing Spider-Man. Come artista, quanto è stato difficile catturare quelle atmosfere adattandole al tuo stile, considerando che il tuo Spider-Man è molto più dinamico rispetto alla versione classica di Ditko?

Pat Olliffe – Credo che ci fosse un equilibrio da trovare. Sapevamo che le storie erano molto nostalgiche e che avrebbero avuto un pubblico specifico, persone in cerca proprio di quel tipo di racconti.

Ma allo stesso tempo sapevamo di dover esistere in un mercato più moderno. Non volevamo che il pubblico fosse composto solo da chi conosceva lo Spider-Man di Lee e Ditko. Quindi volevamo mantenere quel tipo di narrazione, ma renderla anche adatta al periodo in cui veniva pubblicata.

Parte del motivo per cui ho ottenuto il lavoro è che il mio modo naturale di raccontare e disegnare non è così distante dallo storytelling classico Marvel. Quindi ero già una buona scelta per il progetto.

Poi è successo che alcune persone hanno notato che quando disegno Spider-Man, le ragnatele non sono quelle classiche di Ditko, ma quelle alla McFarlane

Sì, esatto!

Pat Olliffe – Anche cose come il layout delle tavole erano più dinamiche, per adattarsi a un pubblico moderno. Ci sono quindi piccoli elementi con cui ho cercato di modernizzare, mantenendo però un legame con Lee e Ditko, e allo stesso tempo rendendo il tutto visivamente interessante per i lettori contemporanei.

Commission di Olliffe che dimostra come le sue ragnatele di Spider-Man sono molto simili a quelle di McFarlane!

Tra i nuovi comprimari introdotti in Untold Tales, c’erano Sally Avril e Jason Ionello, compagni di liceo di Peter, entrambi personaggi molto ben sviluppati e centrali in una storyline particolarmente drammatica. Come hai affrontato visivamente quella parte della serie per trasmettere il peso emotivo di quel momento tragico, soprattutto per Jason?

Pat Olliffe – Credo che tutto parta dalla storia. Le sceneggiature di Kurt avevano già tutti i momenti emotivi necessari per renderli visivamente.

Quella è stata sicuramente una delle storie più intense emotivamente. Il personaggio di Sally si era sviluppato nel tempo. Anche Jason, ovviamente, ma soprattutto Sally aveva avuto un’evoluzione molto specifica, per poi arrivare a quel finale tragico, con Jason che si sente responsabile.

Lui sparisce per qualche numero, e poi torna. E il modo in cui interagisce con gli altri studenti dopo quell’evento… molto era già nella sceneggiatura. Ma io ho cercato di usare ombre e inquadrature per enfatizzare l’emozione.

Nel numero successivo alla morte di Sally, ad esempio, c’è una splash page con Spider-Man su un muro e un’ombra molto lunga. Volevo mantenere quell’atmosfera più cupa e malinconica. Quindi ho lavorato molto con ombre e angolazioni.

Questo è il secondo momento tragico per Peter dopo la morte di zio Ben?

Pat Olliffe – Sì, esatto. Volevo assolutamente rendere chiaro quel parallelo. E ancora una volta, la sceneggiatura di Kurt ha reso tutto più semplice.

Jason Ionello, uno dei personaggi originali introdotti in Untold Tales of Spider-Man

Untold Tales of Spider-Man si è concluso con il numero 25. Il finale era pianificato fin dall’inizio oppure ci sono state altre ragioni dietro la chiusura della serie?

Pat Olliffe – No, non era pianificato dall’inizio. Allora, da quello che ho capito, il fumetto faceva parte di una linea a 99 centesimi. Quindi costava meno rispetto alle serie regolari da edicola dell’epoca.

Perché una serie così economica possa essere sostenibile nel lungo periodo, deve avere vendite abbastanza alte da generare profitto. Alla fine è pur sempre un business. Quindi credo che siano successe un paio di cose: le vendite non hanno raggiunto il livello necessario per rendere sostenibile un fumetto a 99 centesimi.

E poi, dopo due anni, penso che Kurt avesse già raccontato le storie che voleva raccontare. Aveva esplorato quell’universo e poi era pronto a passare ad altri progetti ed infatti è passato a Iron Man.

C’è stata anche una breve discussione sull’idea di continuare con un altro sceneggiatore, mentre io sarei rimasto sulla serie. Ma credo che la decisione finale sia stata che, anche volendo continuare, il prezzo di 99 centesimi rendeva difficile sostenere la serie nel lungo periodo. Quindi ci sono state diverse ragioni per cui la serie si è conclusa.

Cover di Untold Tales of Spider-Man #25, numero che vede protagonista il Green Goblin!

Hai avuto due grandi esperienze nell’universo di Spider-Man, e ora è il momento di parlare di Spider-Girl. L’anno scorso ho intervistato Tom DeFalco per un’altra testata, e mi ha detto che tu, lui e Ron Frenz avete adorato lavorare su Spider-Girl. Che vi siete divertiti molto ed è stato un lavoro fatto con molta passione. È stato lo stesso anche per te?

Pat Olliffe – Sì, assolutamente. Sono stato molto fortunato a ottenere quel progetto. Tom e Ron avevano introdotto il personaggio in What If? #105, e aveva attirato l’attenzione in Marvel, tanto da decidere di farne una serie e di espandere l’universo MC2.

All’inizio pensavo che avrei lavorato su A-Next, perché ho sempre voluto disegnare gli Avengers e non ne avevo ancora avuto l’occasione. E pensavo che Ron avrebbe continuato su Spider-Girl, visto che l’aveva creata.

Ma Ron voleva passare a lavorare su Thunderstrike, un suo personaggio, che sarebbe apparso in A-Next. E dato il mio legame con Spider-Man, offrirono a me Spider-Girl, e ne fui felicissimo. È stato un passaggio molto naturale.

Non solo è un grande personaggio e un’ottima idea, ma io e Tom avevamo già lavorato insieme e abbiamo un modo molto simile di raccontare. È stato tutto molto naturale, come una collaborazione perfetta fin dal primo numero. E mi è piaciuto tantissimo.

E poi la cosa incredibile è stata la reazione dei fan. Il fumetto non aveva vendite straordinarie, e Marvel guardava molto ai numeri. Avevano delle metriche per decidere quando cancellare una serie.

Ma noi non siamo mai arrivati a quel punto, perché ogni volta che si parlava di cancellazione, i fan scrivevano, si facevano sentire, e continuavano a salvare la serie. Io e Tom eravamo felicissimi di poter continuare. Ho davvero amato quel progetto.

Per me Spider-Girl è uno dei quattro grandi personaggi con poteri del ragno. Oggi ce ne sono tantissimi, ma per me i migliori restano Peter Parker, Mayday Parker, Miles Morales e Miguel O’Hara. Per me sono loro i quattro principali Spider-eroi. Gli altri… beh, ormai ce ne sono davvero tanti.

Una splendida commission di Olliffe che ritrae la sensazionale Spider-Girl

Dunque, tu non sei stato il creatore di Spider-Girl, ma il tuo contributo alla serie è stato, secondo me, fondamentale. Le tue matite sono state uno dei fattori chiave che hanno permesso al titolo di raggiungere il traguardo dei 100 numeri. La serie ha introdotto molti nuovi personaggi che hanno ampliato l’universo MC2. A quale hai contribuito di più, dal punto di vista creativo, soprattutto in termini di design? E, al di là di Spider-Girl, quale personaggio ti è piaciuto di più disegnare? Il mio preferito era Darkdevil.

Pat Olliffe – Oh Darkdevil ha un design fantastico. Vorrei poter prendermene il merito, ma in realtà è stato progettato da un altro disegnatore che era un amico di Ron. Ha proposto l’idea ed era così valida che ovviamente abbiamo deciso di usarla.

Quindi, sai, c’erano sicuramente personaggi sviluppati da Ron, ma ce ne sono stati anche altri che ho sviluppato io. Personalmente mi è piaciuto disegnarne molti, ma dal punto di vista del design il villain Crazy Eight, con la gigantesca palla da biliardo numero otto e il costume completamente nero, è quello che mi ha colpito di più. Quel design ha funzionato subito per me e ne sono stato molto soddisfatto.

Era divertente da disegnare. Quindi, tra i personaggi che ho progettato, direi che è stato probabilmente il mio preferito. È stato uno di quei momenti in cui disegni un personaggio e pensi: “Oddio, forse so quello che sto facendo”. Quindi sì, è stato probabilmente il mio design preferito.

Lo ‘strambo’ Crazy Eight, personaggio creato da Olliffe e che tanto gli piaceva disegnare!

Quando l’universo MC2 si è concluso, è nato l’Ultimate Universe. Secondo te l’MC2 è stato in qualche modo una base per la nascita dell’Ultimate Universe? Pensi che la Marvel si sia ispirata a quello?

Pat Olliffe – Beh, non so cosa succeda dietro le quinte. Non sembra ci sia stata un’ispirazione diretta. Però quello che so con certezza è che mi considero molto fortunato ad aver contribuito all’universo MC2, perché penso che abbia avuto una certa influenza nel tempo.

Come ho detto, non ero coinvolto in discussioni di quel tipo. Ma dire che non ci sia stata alcuna influenza probabilmente non sarebbe del tutto corretto. Era una linea abbastanza popolare e, quando c’è un legame forte con il pubblico, qualcosa rimane. Però non posso parlarne in modo specifico.

I Fantastic Five, personaggi del MC2, universo che ha posto le basi dell’Ultimate Universe?

Questa è una domanda divertente. Sono sempre stato curioso di una cosa: ho notato una certa somiglianza tra te nel periodo in cui disegnavi Spider-Girl e il Peter Parker adulto e padre di Mayday. Hai preso in parte te stesso come riferimento quando lo disegnavi?

Pat Olliffe – [risata n.d.r.] Do la colpa a Ron Frenz per questo! Sì, perché, come dicevo, io e Ron siamo amici da molto tempo e abbiamo condiviso lo studio. Credo che aggiungere il pizzetto e quell’acconciatura… abbia fatto sì che il personaggio cominciasse naturalmente ad assomigliarmi.

Ma è stata una decisione di Ron inserire il pizzetto. E una volta che un personaggio è definito visivamente in un certo modo, non lo cambi. Quindi ho semplicemente continuato a disegnarlo così e sì, effettivamente mi somigliava. Ci siamo anche divertiti con questa cosa in seguito.

A un certo punto, credo che abbiamo dato a Peter anche una ciocca di capelli bianchi o grigi sulla fronte. Anche quello era perché stavo iniziando ad avere i capelli grigi in quel periodo e avevo una ciocca simile. Quindi sì, do la colpa di quella rappresentazione visiva a Ron Frenz [risata n.d.r.].

Su testi di Tom DeFalco hai lavorato su Secret Wars: Battleworld per la Marvel, una miniserie molto divertente costruita su un’idea particolare: introdurre villain, incluso una prima versione di Venom che non appariva nella storia originale ma solo nella linea di action figure, e metterli contro Spider-Man. Quanto ti sei divertito a disegnare questa miniserie e cosa ha significato per te entrare a far parte dell’eredità del primo spin-off di Secret Wars?

Pat Olliffe – È stato molto divertente. Davvero, tantissimo. Non solo è stato bello farne parte, ma avevo anche delle grandi aspettative da rispettare. Arrivi dopo Secret Wars di Mike Zeck, e poi tocca a te.

Ma è stato davvero divertente, soprattutto lavorare di nuovo con Tom su una storia di Spider-Man. Amo il modo in cui scrive il personaggio. E poter disegnare tutti questi villain, molti dei quali non avevo mai disegnato prima, è stato fantastico.

E per la prima volta ho potuto disegnare Spider-Man con il costume nero, cosa che non avevo mai fatto prima. Avevo disegnato varie versioni del personaggio, ma fino a quel momento avevo lavorato soprattutto su Marvel Team-Up. Quindi è stata la prima volta che ho disegnato il costume nero, ed è stato molto divertente.

L’idea della storia,  quella di inserirsi in un momento preciso di Secret Wars e poi sviluppare la nostra narrazione, è tutta merito di Tom. Gli do pieno merito per questo.

È stato divertente anche per la natura dell’avventura: viaggiare tra diverse aree e pianeti. Questo mi ha permesso di disegnare ogni tipo di cosa, alieni, ambientazioni diverse, ed è stato davvero stimolante.

Quindi non solo è stato divertente lavorare su un progetto legato a Secret Wars e disegnare il costume nero di Spider-Man, ma anche poter rappresentare ambienti così diversi. E ovviamente disegnare tantissimi personaggi, la Torcia Umana, Falcon e molti altri che non avevo mai fatto prima, è stato davvero bello.

Sì, per me questo è uno dei tuoi lavori migliori, perché ci sono tantissimi personaggi e ambientazioni incredibili. Sembra davvero un progetto ampio e ricco.

Pat Olliffe – Sì, esatto, è proprio quello che intendevo. E penso che un’altra cosa che lo ha reso così piacevole è che sono stato molto fortunato nel corso della mia carriera a lavorare con grandi inchiostratori, come, ovviamente, Al Williamson su Spider-Girl. Ma in quel progetto il risultato finale è stato davvero, nel bene o nel male, una rappresentazione fedele di come volevo che apparisse. E questo è stato molto divertente.

Secret Wars: Battleworld variant cover di Olliffe

Mi piace pensarti come l’artista che ha ridefinito il passato di Spider-Man con Untold Tales e ne ha immaginato il futuro con Spider-Girl, ma che ha lavorato poco sul “presente” del personaggio. Ti sarebbe piaciuto contribuire di più ad Amazing Spider-Man con un Peter adulto,  fuori dal contesto scolastico?

Pat Olliffe – Sì, certo. Voglio dire, sono sempre stato un fan del personaggio. E quando inizi a disegnarlo e a disegnare il suo mondo, è qualcosa che ti manca quando non puoi più farlo. Spider-Man ha uno spazio unico nella nostra industria, tra i grandi personaggi della Marvel Comics. Ha davvero una sua identità. Quindi sì, mi sarebbe piaciuto continuare a disegnare Spider-Man in diversi progetti.

È stato per questo che è stato così divertente quando ho ricevuto la chiamata per Secret Wars. Era passato un po’ di tempo da quando avevo lavorato davvero in quell’universo, quindi poter tornare a disegnarlo è stato fantastico. Mi sono divertito molto. Poi il progetto è finito e sono passato ad altro, ma c’è sempre una parte di me che, se ci fosse un altro progetto su Spider-Man, salirebbe a bordo senza pensarci due volte.

Cover di Olliffe di una cover per un numero speciale di Amazing Spider-Man esclusivo per il digitale

Hai lavorato alla DC Comics per diversi anni. Ti ricordo soprattutto su Catwoman e Booster Gold, due progetti molto diversi. Il primo più orientato all’azione, il secondo più action-comedy, in linea con il personaggio. Su quale ti sei divertito di più a lavorare?

Pat Olliffe – Penso che quando ho lavorato su 52 e ho avuto modo di disegnare Booster Gold nei miei numeri, mi sono divertito molto. Era davvero un personaggio divertente da disegnare.

Ma Catwoman, devo dire, che è la mia preferita tra i due. Sono sempre stato un fan di Batman e del suo universo, quindi poter disegnare Catwoman e avere anche il Cavaliere Oscuro in alcune storie è stato fantastico. Era una grande storia, e con le chine di Tom Nguyen il risultato era davvero ottimo.

Mi è piaciuto molto lavorare su Catwoman e speravo che la serie potesse durare più a lungo, perché stavamo raccontando storie davvero divertenti. Ma, dal punto di vista visivo, poter disegnare quel personaggio nell’universo di Batman è stato incredibile. Quindi sì, la mia preferita è sicuramente Catwoman.

La meravigliosa Catwoman di Pat Olliffe

Okay. Ci sono altri progetti o titoli DC che ti sarebbe piaciuto disegnare?

Pat Olliffe – Ho avuto la possibilità di disegnare Batman un po’ in Catwoman e anche in una miniserie dopo 52, World War III, che includeva Batman, Superman e Wonder Woman.

È stato divertente, ma se devo pensare a un personaggio che avrei davvero voluto disegnare… come Spider-Man ha il suo posto nella gerarchia Marvel, Superman ha il suo nella DC. Mi sarebbe piaciuto disegnare Superman. Anche Batman, ovviamente.

Sono stato fortunato: ho disegnato Atom, Hawkman, Catwoman… ma quei due, Superman e Batman, mi sarebbe davvero piaciuto disegnarli di più.

Commission dedicata all’Uomo d’Acciaio e la dolce metà, Lois Lane

Ho visto sui tuoi social che hai condiviso alcune immagini legate a G.I. Joe. Puoi darci qualche anticipazione?

Pat Olliffe – Certo. Ho lavorato su un paio di progetti di G.I. Joe ed è stato molto divertente. È una proprietà molto famosa: tutti conoscono G.I. Joe, tra personaggi, animazione e giocattoli.

Ho avuto la possibilità di lavorare su una serie di numeri “silent”, senza dialoghi. L’anno scorso erano dedicati agli eroi, mentre quest’anno saranno dedicati ai villain. Ho coinvolto il mio amico Tom DeFalco, che ha scritto un numero su Zartan, e io l’ho disegnato. Dovrebbe uscire tra un mese circa.

Poi ho fatto un altro numero con Larry Hama, e lavorare con lui su G.I. Joe è il massimo. Sono stati progetti molto divertenti, e spero di poter continuare a lavorare su questo universo più avanti durante l’anno.

Cover di Pat Olliffe di G.I. Joe Silent Missions: Zartan

Se oggi ti offrissero un ultimo progetto su Spider-Girl o Untold Tales of Spider-Man, accetteresti oppure senti di aver già detto tutto?

Pat Olliffe – È una domanda difficile. Mi piacerebbe tornare a disegnare entrambi i personaggi, senza dubbio. Ho amato lavorare su entrambi i progetti, quindi se ci fosse una nuova storia di Spider-Girl, accetterei subito.

È stata una serie molto lunga, il personaggio femminile più duraturo nella storia della Marvel, con oltre 100 numeri. Dal punto di vista delle storie, c’è sempre modo di raccontarne di nuove.

Ma se dovessi scegliere, direi Untold Tales of Spider-Man, perché è finita troppo presto. C’erano ancora tante storie da raccontare, inserendole nel periodo universitario di Peter e portandolo avanti. Quindi sceglierei quella.

Un’ultimissima domanda: se puoi, puoi dirci se stai lavorando a nuovi progetti e quali?

Pat Olliffe – C’è qualcosa di cui probabilmente non posso ancora parlare, ma sto parlando con Skybound per fare altri lavori sui G.I. Joe. Spero quindi che ci saranno nuovi progetti in arrivo, perché mi sono divertito molto.

Grazie mille per l’intervista, Pat.

Pat Olliffe – Mi è piaciuta molto l’intervista, è stato divertente.

Grazie ancora, buona giornata!

Pat Olliffe – A presto, ciao!


Patrick Olliffe: Biografia

Patrick Olliffe at Big Lick Comic Con

Patrick (Pat) Olliffe è un illustratore di fumetti veterano con oltre 35 anni di esperienza presso alcune delle più grandi case editrici del settore, tra cui Marvel Comics, DC Comics, Dark Horse, Aftershock e Disney Publishing. La sua lunga lista di lavori include Thor, Untold Tales of Spider-Man, Spider-Girl, Captain Marvel, Namor, la serie DC’s 52, Rough Riders, The Atom, Catwoman, Scooby Apocalypse e Hawkman, oltre a Captain America, I Fantastici Quattro, Gli Avengers e gli X-Men per Marvel Press della Disney. Insieme allo sceneggiatore Chuck Austen, ha creato la serie a fumetti western fantascientifica Edgeworld per Comixology Originals.*

*biografia estratta dal sito ufficiale di Patrick Olliffe

Fumetti italiani

Salone del Libro di Torino 2026: Bao e il panel “Il fumetto è una macchina della verità”

Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, Bao Publishing ha incantato il pubblico nel panel “Il fumetto è una macchina della verità” grazie ai suoi autori protagonisti di un talk e di una vera e propria jam session artistica

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Il Salone Internazionale del Libro di Torino da qualche anno vede sotto i riflettori anche il fumetto e, tra le grandi case editrici presenti, Bao Publishing è sempre mattatrice grazie ai suoi incredibili autori, ospiti ogni anno alla manifestazione.

Ma Bao è anche spesso protagonista di diversi panel molto interessanti che hanno un obiettivo chiaro: spiegare la nona arte e i fumetti che porta ai lettori attraverso le parole dei propri autori.

Tra questi appuntamenti, l’incontro di domenica 17 maggio intitolato “Il fumetto è una macchina della verità” si è trasformato in una lunga e divertita riflessione sul significato dell’onestà nel fumetto e nella narrazione.

Sul palco, insieme a Caterina Marietti e Michele Foschini, fondatori della casa editrice e moderatori per l’occasione, erano presenti diversi autori e autrici tra i più importanti dell’attuale panorama fumettistico italiano: Rita Petruccioli, Lorenzo Ceccotti (LRNZ ), Irene Marchesini, Carlotta Di Cataldo, Zerocalcare e Riccardo Atzeni.

L’atmosfera del confronto è stata sin dall’inizio ironica e spontanea, ma proprio attraverso il tono scherzoso è emersa una riflessione molto profonda sul rapporto tra autore, personaggi e verità emotiva.

Ah e non è tutto: il talk si è sviluppato mentre a turno gli artisti, come in una jam session, hanno disegnato diversi personaggi il cui risultato è stata una vera e propria opera d’arte collettiva.

Il fumetto è una macchina della verità: la parola agli artisti

Il punto di partenza del panel era l’idea che il fumetto riesca sempre a tradire, in senso positivo, l’autenticità o la falsità di chi racconta. Secondo i partecipanti, infatti, il lettore percepisce immediatamente quando un autore sta mettendo qualcosa di sincero nella propria opera. Non importa che il fumetto sia realistico, autobiografico o fantascientifico: quello che conta è la sincerità emotiva che attraversa le pagine.

La prima a intervenire è stata Rita Petruccioli, in libreria attualmente con la sua ultima fatica, Medea, e tra gli artisti protagonisti del film Generazione Fumetto di Omar Rashid, che ha spiegato come, quando realizza un fumetto da autrice completa, il primo pubblico sia sempre sé stessa.

«Quando scelgo di essere autrice unica di un fumetto, io disegno principalmente per me e poi soltanto in secondo luogo per il pubblico.» – Rita Petruccioli

Pur sapendo che i lettori leggeranno le sue storie, il suo obiettivo principale è raccontare qualcosa che senta autentico. Ha ammesso di provare spesso imbarazzo all’idea di esporsi, ma proprio quell’imbarazzo diventa la prova della sua sincerità: se non fosse onesta con sé stessa, non avrebbe senso creare un fumetto personale. Nei suoi libri, quindi, riversa inevitabilmente parti della propria sensibilità e della propria esperienza.

«Io voglio essere onesta con me stessa in quello che racconto, perché altrimenti non ha senso quello che sto facendo. Quindi si beccano tutta la mia onestà nei miei libri» – Rita Petruccioli

Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ  l’autore di Geist Maschine, ha ampliato il discorso parlando del fumetto come di un’arte “convergente”, cioè composta da una quantità enorme di scelte: dal layout delle tavole alle inquadrature, dal design dei personaggi al lettering, fino al tono del mondo narrativo.

In foto: Lorenzo Ceccotti in arte LRNZ

Secondo lui, proprio perché il fumetto richiede così tante decisioni creative, sarebbe impossibile realizzarlo senza coinvolgimento personale. Fare un fumetto senza sentire davvero proprie quelle scelte diventerebbe una tortura. Ceccotti ha anche sottolineato quanto sia importante costruire mondi narrativi pieni di desideri e volontà, non solo per i protagonisti ma anche per i personaggi che restano sullo sfondo. I mondi, secondo lui, devono sembrare vivi perché modellati dai sogni e dalle intenzioni di chi li abita.

Da questa riflessione è nata una domanda provocatoria rivolta a Zerocalcare: “Si possono fare fumetti quando si è felici?”. La questione riguardava il luogo comune secondo cui l’arte nascerebbe sempre dalla sofferenza.

Zerocalcare ha risposto con grande sincerità e ironia, dicendo di sperare che qualcuno riesca a fare fumetti anche da felice, altrimenti sarebbe un mestiere terribile.

«Se dovesse essere soltanto un’ attività per i depressi sofferenti sarebbe terribile e in generale non la consiglierei a nessuno al mondo.» – Zerocalcare

In foto: Zerocalcare

Tuttavia, ha ammesso che nel suo caso esiste una sorta di “sofferenza intermedia” che favorisce la creazione: se sta troppo bene non sente il bisogno di raccontare nulla, mentre se sta troppo male non ha la lucidità necessaria per trasformare il dolore in fumetto. Quando invece si trova in una zona emotiva più equilibrata, riesce a elaborare le proprie inquietudini e inserirle nelle storie. Ha anche sottolineato che non esiste un obbligo morale a esporsi completamente: ogni autore deve trovare il proprio equilibrio tra sincerità personale e necessità narrativa.

I personaggi delle opere a fumetti e la loro identità

Successivamente il discorso si è spostato sui personaggi e sulla loro identità. Irene Marchesini e Carlotta Di Cataldo, autrici di Rebis, hanno raccontato il modo in cui i personaggi, nel corso della scrittura, sembrano quasi prendere vita da soli. Irene ha spiegato che durante la realizzazione di una loro opera si è resa conto, dopo le prime pagine, che il protagonista aveva assunto una personalità diversa da quella inizialmente immaginata.

«E poi è successo a quella cosa che fa sembrare pazzi tutti gli scrittori e i fumettisti quando dicono che si sono cominciati a muovere per conto loro. Che ovviamente non è che prendono vita e si arrangiano però nella tua testa inconsciamente cominciano a ad assumere delle caratteristiche che poi hanno senso tra di loro e funzionano inconsciamente.» – Irene Marchesini

Di conseguenza, alcune scene già progettate non funzionavano più e sono state eliminate. Forzare il personaggio a compiere azioni incoerenti avrebbe spezzato la naturalezza del racconto. Secondo lei, il lettore percepisce immediatamente quando qualcosa è falso o costruito artificialmente, proprio come si riconosce una banconota falsa pur senza essere esperti.

Riccardo Atzeni ha poi raccontato la genesi del suo primo fumetto, Devo andare nello Spazio, una storia che affronta il rapporto padre-figlio all’interno di un contesto fantascientifico. All’inizio aveva paura di inserire elementi troppo autobiografici e aveva riempito il racconto di dettagli nonsense, personaggi assurdi e situazioni caotiche quasi per nascondersi dietro la fantasia. A un certo punto, però, si è accorto che il messaggio emotivo si stava perdendo. Ha quindi iniziato a eliminare il superfluo, mantenendo però l’ambientazione fantascientifica come filtro narrativo. Per Atzeni, infatti, la fantascienza permette di deformare la realtà per restituirla in modo ancora più autentico. Il suo obiettivo non era raccontare sé stesso in maniera diretta, ma creare una storia in cui il lettore potesse riconoscere le proprie questioni irrisolte.

Un’altra domanda centrale del panel riguardava la possibilità di lavorare su storie o temi che non interessano davvero gli autori. Le risposte hanno mostrato approcci differenti ma complementari. Riccardo Atzeni ha spiegato che, impiegando anni per realizzare un fumetto ad acquerello, gli sarebbe quasi impossibile dedicarsi a lungo a una storia che non lo coinvolga. Lorenzo Ceccotti ha invece detto che ciò che conta davvero non è tanto il tema, ma il modo in cui può essere rappresentato visivamente. Anche una storia banale può diventare stimolante se offre possibilità interessanti dal punto di vista grafico.

Diversi autori hanno però ammesso di avere alcuni limiti personali: Rita Petruccioli, per esempio, ha detto che non farebbe mai un libro di autoaiuto; altri hanno scherzato sul loro odio per le automobili, i cavalli o certi temi contemporanei.

Il panel si è trasformato così in una riflessione sul rapporto tra passione personale e mestiere. Tutti hanno concordato sul fatto che il fumetto richieda un investimento di tempo ed energie tale da rendere difficile lavorare su qualcosa di totalmente estraneo alla propria sensibilità. Anche quando si lavora su commissione, è necessario trovare almeno un elemento capace di stimolare interesse e partecipazione.

Zerocalcare ha parlato del rapporto tra solitudine e pubblico. Ha spiegato che il fumetto è un lavoro profondamente solitario, fatto di lunghi periodi passati da soli a disegnare. Gli incontri dal vivo con i lettori rappresentano quindi un momento importante perché danno senso al lavoro svolto. Diverso è invece il rapporto con i social network, che l’autore ha definito stancante e opprimente persino quando i commenti sono positivi.

Irene Marchesini ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere il suo lavoro tradotto e apprezzato anche all’estero. La scoperta che persone con culture completamente diverse riuscissero a riconoscersi nelle stesse emozioni le ha fatto capire quanto certi sentimenti siano universali. È stata per lei una conferma del fatto che le storie sincere riescono davvero a superare confini geografici e culturali.

Tirando le somme…

La parte finale del panel si è trasformata in una performance collettiva. Riccardo Atzeni ha iniziato a colorare il disegno dal vivo realizzato da tutti gli artisti presenti in una divertente corsa contro il tempo, tra i commenti esilaranti dei colleghi. Il risultato è la dimostrazione pratica di ciò di cui si era discusso per tutto il tempo: il fumetto come processo umano, collettivo, imprevedibile e profondamente legato alla personalità di chi crea.

Nel complesso, il panel restituisce l’immagine di un gruppo di autori molto diversi tra loro ma accomunati da alcune convinzioni profonde: il fumetto nasce dalla curiosità verso il mondo, dalla sincerità emotiva e dal desiderio di raccontare qualcosa che abbia un significato personale. Anche quando si scherza su cavalli, automobili o alberi difficili da disegnare, emerge continuamente il legame tra tecnica e sensibilità umana. Disegnare non significa soltanto saper riprodurre immagini, ma osservare la realtà, filtrarla attraverso la propria esperienza e trasformarla in racconto condiviso.

Una visione decisamente romantica e molto sensibile del fumetto che ha incantato il Salone Internazionale del Libro di Torino e che rispecchia in maniera assoluta lo spirito di Bao Publishing e i suoi autori, poeti visivi e spiriti sognatori della nona arte.

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Fumetti italiani

Sergio Bonelli porta KEN PARKER. SCIOPERO in anteprima alla Milano Comics Week

Sergio Bonelli Editore presenta Ken Parker. Sciopero, nuovo volume della collana libraria dedicata all’opera di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo in arrivo in anteprima alla Milano Comics Week

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SERGIO BONELLI EDITORE 

presenta

KEN PARKER. 

SCIOPERO

In anteprima alla Milano Comics Week – Una città tutta a fumetti

e dal 29 maggio in libreria e fumetteria 

il nuovo volume della collana libraria dedicata a Ken Parker, 

il celebre personaggio creato da Berardi e visualizzato da Milazzo.

Due veri e propri capolavori della saga di Lungo Fucile tornano dal 29 maggio in una nuova veste, presentata in anteprima sabato 23 maggio alla Milano Comics Week – Una città tutta a fumetti (21 al 24 maggio), il festival delle librerie Feltrinelli con la direzione artistica di Tito Faraci. In KEN PARKER. SCIOPERO, il celebre personaggio nato dalla penna di Giancarlo Berardi e illustrato da Ivo Milazzo è protagonista di una commovente storia di soprusi e tentativi di rivalsa.

Ken Parker, in viaggio verso Boston per incontrare il figlio adottivo dopo anni di assenza, sale clandestinamente su un treno. Durante il viaggio uno dei passeggeri scompare improvvisamente e Ken, coinvolto nell’inchiesta, si trova ad attraversare un mistero di cui sarà difficile svelare le sordide verità. Ci sono poi il rumore assordante della fabbrica, la fatica che consuma ore e corpi, la speranza appena sussurrata tra operai stremati, ma ormai pronti a sfidare l’ingiustizia e la prepotenza di una società che li vuole schiacciati, sfruttati, costretti al silenzio da un vile ricatto economico.

Il volume, che contiene gli episodi “Boston” e “Sciopero”, è arricchito dall’introduzione “Un fragile domani” di Graziano Frediani.

KEN PARKER. SCIOPERO

Soggetto e sceneggiatura: Giancarlo Berardi

Disegni e Copertina: Ivo Milazzo

Formato: 22 x29,7 cm, b/n

Tipologia: Cartonato 

Pagine: 208

ISBN code: 979-12-5629-224-0

Prezzo: 25 euro

Online e sui social:

https://www.sergiobonelli.it/prodotto/ken-parker-sciopero/  https://www.facebook.com/SergioBonelliEditoreUfficiale/

https://www.instagram.com/sergiobonellieditoreufficiale/

*Ringraziamo l’Ufficio Stampa Sergio Bonelli Editore per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Eventi

Napoli Comicon 2026: L’esordio di Gianluca Fru e Camuncoli in Topolino n. 3675

Giuseppe Camuncoli disegna la storia di Topolino con protagonista Gianluca Colucci in arte “Fru” dei The Jackal, presentata al COMICON Napoli 2026

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Sul numero 3675 di Topolino arriva Topolino e lo sbandieramento vacanziero, una divertente storia che segna il debutto nel mondo Disney sia di Giuseppe Camuncoli che di Gianluca Fru. Il primo esordisce infatti come disegnatore sulle pagine del celebre settimanale, mentre Fru entra ufficialmente nell’universo di Topolino con una sua versione “disneyzzata” protagonista della storia, Jean Luke Froow.

La storia, scritta a sei mani da Roberto Gagnor, Fru e lo stesso Camuncoli, nasce dall’incontro tra il linguaggio del fumetto Disney e la comicità dei The Jackal. Un esperimento curioso e inusuale che porta sulle pagine di Topolino uno dei volti più riconoscibili del web italiano, inserendolo all’interno di una classica avventura dal sapore vacanziero. La storia è inchiostrata da Matteo Devicenzi e colorata da Francesca Bonifacio.

Il fumetto è stato presentato durante il COMICON Napoli 2026 nel corso del panel “Dietro le quinte di Topolino: in viaggio con Fru!”, dove Camuncoli e Fru sono saliti sul palco per raccontare al pubblico la loro prima esperienza con il settimanale Disney. A moderare l’incontro è stato Alex Bertani, direttore di Topolino, che ha accompagnato i due ospiti tra curiosità, aneddoti e retroscena sulla realizzazione della storia.

Da sinistra, Giuseppe Camuncoli, Alex Bertani e Gianluca Fru al COMICON Napoli 2026
Da sinistra, Giuseppe Camuncoli, Alex Bertani e Gianluca Fru al COMICON Napoli 2026

«Essere in Topolino è sempre stato il mio sogno»

Durante il panel al COMICON Napoli 2026, Gianluca Fru ha raccontato quanto il suo legame con Topolino parta da molto lontano. Essere protagonista di una storia del settimanale, infatti, è sempre stato uno dei suoi sogni più grandi.

«Ogni mercoledì non potevo mai giocare con mio fratello maggiore Fabiano perché lui era troppo impegnato a leggere Topolino», ha raccontato Fru durante l’incontro. «Ed è anche grazie a lui se oggi mi trovo qui a parlare di questa storia. In qualche modo ho sempre sognato di poter essere in Topolino così da poter essere notato da mio fratello, anche in quei giorni in cui era troppo preso dai fumetti per giocare con me».

Successivamente Alex Bertani ha chiesto a Gianluca Colucci / Fru di raccontare qualcosa in più su Topolino e lo sbandieramento vacanziero e sulla storia che lo vede protagonista. Fru ha spiegato come il fumetto ruoti attorno a due sue grandi passioni: i viaggi e le bandiere, vissute quasi in maniera ossessiva.

La collaborazione con Roberto Gagnor e Giuseppe Camuncoli

Durante il panel, Fru ha poi raccontato il lavoro svolto insieme a Roberto Gagnor, che lo ha affiancato nella scrittura della sceneggiatura, e il contributo di Giuseppe Camuncoli ai disegni della storia. «Giuseppe mi mandava i suoi disegni chiedendomi di approvare le sue idee… ma io che c**o gli dovevo dire a Camuncoli?», racconta ridendo. «Un artista del suo calibro che chiede approvazione a me? Sì sì, per me va bene tutto!».

Fru si è poi soffermato su quanto sia rimasto colpito dal lavoro fatto da Camuncoli per trasformarlo in un personaggio Disney. «Quando l’ho visto ho pensato: ma quello sono proprio io!». A parte qualche piccolo aggiustamento agli occhiali, infatti, il creator dei The Jackal si è detto estremamente soddisfatto del risultato finale e del lavoro svolto dall’artista emiliano.

L’intervento si è concluso con un divertente siparietto dedicato alle bandiere preferite di Fru. «Una delle bandiere che mi piacciono di più è sicuramente quella del Giappone, il Paese del Sol Levante… infatti la loro bandiera consiste in un sol… levante», scherza il creator. «Il meeting per decidere la bandiera del paese deve essere durato tipo due minuti».

Gianluca Fru al COMICON Napoli 2026
Gianluca Fru al COMICON Napoli 2026

Giuseppe Camuncoli racconta il suo rapporto con Topolino

Successivamente anche Giuseppe Camuncoli ha raccontato il suo rapporto con Topolino, spiegando come il settimanale abbia sempre fatto parte della sua quotidianità sin da bambino. «Ogni domenica, quando andavo a casa di mia zia a pranzo», racconta l’autore, «ad aspettarmi c’erano i cappelletti e Topolino». Un ricordo semplice ma estremamente significativo, che testimonia quanto il settimanale Disney sia stato presente nella sua crescita.

Per questo motivo, poter oggi entrare ufficialmente nell’antologia del personaggio rappresenta per lui qualcosa di estremamente importante. Camuncoli parla infatti della realizzazione di un sogno coltivato fin da quando era bambino, un traguardo che assume un valore ancora più significativo considerando il suo legame personale con il settimanale Disney.

Entrare in sintonia con le regole del fumetto Disney ha richiesto del tempo

L’artista emiliano è poi entrato più nel dettaglio del lavoro svolto sulla storia, raccontando come adattarsi alla grammatica narrativa di Topolino non sia stato immediato. Il fumetto Disney, spiega, segue regole molto precise, profondamente diverse da quelle del comic book americano con cui è abituato a confrontarsi da anni nel corso della sua carriera.

Camuncoli ha poi raccontato come il confronto con la redazione sia stato fondamentale per comprendere il linguaggio del fumetto Disney e adattarsi alle sue dinamiche narrative. «Devo dire che è stato super interessante perché in quell’ora e mezzo mi hanno spiegato tre o quattro cose semplici che hanno completamente svoltato il mio modo di disegnare», spiega l’artista. «Una volta capito il meccanismo, dopo le prime pagine mi sono solamente divertito».

Cammo si è infine soffermato in particolare su alcuni aspetti del lavoro che normalmente apprezza meno nei comic book tradizionali ma che, in questo caso, ha trovato sorprendentemente stimolanti. «Disegnare sfondi è una cosa che non mi piace particolarmente», racconta, «mentre con il fumetto Disney è stato super divertente, così come lavorare sui personaggi secondari».

Giuseppe Camuncoli al COMICON Napoli 2026
Giuseppe Camuncoli al COMICON Napoli 2026

Topolino e lo sbandieramento vacanziero, una storia sull'amicizia, sull'avventura.. e sulle bandiere

Ma effettivamente, com’è Topolino e lo sbandieramento vacanziero? Metto subito le mani avanti dicendo che non sono – e non sono mai stato – un grande lettore di Topolino e sono sicuro che questo abbia inevitabilmente influenzato la mia lettura della storia.

Quella scritta da Roberto Gagnor, Gianluca Fru e Giuseppe Camuncoli è infatti una storia molto più leggera rispetto ai miei standard di lettura ma che riconosco essere destinata ad un target ben preciso, del quale probabilmente non faccio parte. La storia vede Topolino e Pluto partire per una vacanza che, tra un imprevisto e l’altro, li porterà ad incontrare Jean Luke Froow (nome geniale!), eccentrico avventuriero che diventerà il loro compagno di viaggio e la loro guida tra le isole dell’arcipelago nel quale si trovano.

Un arcipelago che ricorda tantissimo quello di One Piece, opera che Fru ha dichiarato di amare profondamente e che ha voluto omaggiare in qualche modo all’interno della storia. Ed è proprio il senso di avventura a rappresentare uno degli elementi più riusciti del fumetto, insieme al continuo richiamo al tema delle bandiere, vera ossessione del personaggio interpretato da Fru.

Le vere protagoniste della storia, secondo me, sono le tavole di Camuncoli. Abituato al tratto di Cammo nei comic book americani, ritrovarlo sulle pagine di Topolino mi ha sinceramente sorpreso per la naturalezza con cui è riuscito ad adattare il suo stile alla grammatica Disney.

Il dettaglio che più mi ha catturato è sicuramente il design delle bandiere. Ogni isola presente nella storia possiede infatti una propria caratteristica riflessa proprio nella sua bandiera, un elemento che – come raccontato dallo stesso Camuncoli durante il panel – ha richiesto parecchia fantasia e anche un pizzico di ironia nella fase di design.

Un esordio ben riuscito

Nonostante io non sia mai stato un grande fan di Topolino o dell’antologia Disney in generale, il duo formato da Giuseppe Camuncoli e Gianluca Colucci mi ha inevitabilmente portato all’acquisto dell’albo per capire cosa potesse venir fuori da questo, chiamiamolo così, esperimento editoriale.

E la verità è che l’esperimento funziona. Funziona perché riesce a mettere insieme due mondi molto diversi senza che il risultato appaia mai forzato: da una parte l’identità ben precisa del fumetto Disney, dall’altra la personalità di Fru e il tratto di Camuncoli, che pur adattandosi perfettamente alla grammatica di Topolino mantiene comunque qualcosa di riconoscibile.

Topolino e lo sbandieramento vacanziero è una storia leggera, semplice e chiaramente rivolta ad un pubblico di young adults, ma è anche un fumetto che dimostra quanto l’universo Disney possa ancora sperimentare, contaminarsi e aprirsi a collaborazioni insolite senza perdere la propria identità. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intero progetto.

Topolino n. 3675, cover che omaggia Napoli, realizzata da Giuseppe Camuncoli
Topolino n. 3675, cover che omaggia Napoli, realizzata da Giuseppe Camuncoli
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