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Salone del Libro di Torino 2026: Bao e il panel “Il fumetto è una macchina della verità”
Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, Bao Publishing ha incantato il pubblico nel panel “Il fumetto è una macchina della verità” grazie ai suoi autori protagonisti di un talk e di una vera e propria jam session artistica
Il Salone Internazionale del Libro di Torino da qualche anno vede sotto i riflettori anche il fumetto e, tra le grandi case editrici presenti, Bao Publishing è sempre mattatrice grazie ai suoi incredibili autori, ospiti ogni anno alla manifestazione.
Ma Bao è anche spesso protagonista di diversi panel molto interessanti che hanno un obiettivo chiaro: spiegare la nona arte e i fumetti che porta ai lettori attraverso le parole dei propri autori.
Tra questi appuntamenti, l’incontro di domenica 17 maggio intitolato “Il fumetto è una macchina della verità” si è trasformato in una lunga e divertita riflessione sul significato dell’onestà nel fumetto e nella narrazione.
Sul palco, insieme a Caterina Marietti e Michele Foschini, fondatori della casa editrice e moderatori per l’occasione, erano presenti diversi autori e autrici tra i più importanti dell’attuale panorama fumettistico italiano: Rita Petruccioli, Lorenzo Ceccotti (LRNZ ), Irene Marchesini, Carlotta Di Cataldo, Zerocalcare e Riccardo Atzeni.
L’atmosfera del confronto è stata sin dall’inizio ironica e spontanea, ma proprio attraverso il tono scherzoso è emersa una riflessione molto profonda sul rapporto tra autore, personaggi e verità emotiva.
Ah e non è tutto: il talk si è sviluppato mentre a turno gli artisti, come in una jam session, hanno disegnato diversi personaggi il cui risultato è stata una vera e propria opera d’arte collettiva.
Il fumetto è una macchina della verità: la parola agli artisti
Il punto di partenza del panel era l’idea che il fumetto riesca sempre a tradire, in senso positivo, l’autenticità o la falsità di chi racconta. Secondo i partecipanti, infatti, il lettore percepisce immediatamente quando un autore sta mettendo qualcosa di sincero nella propria opera. Non importa che il fumetto sia realistico, autobiografico o fantascientifico: quello che conta è la sincerità emotiva che attraversa le pagine.
La prima a intervenire è stata Rita Petruccioli, in libreria attualmente con la sua ultima fatica, Medea, e tra gli artisti protagonisti del film Generazione Fumetto di Omar Rashid, che ha spiegato come, quando realizza un fumetto da autrice completa, il primo pubblico sia sempre sé stessa.
«Quando scelgo di essere autrice unica di un fumetto, io disegno principalmente per me e poi soltanto in secondo luogo per il pubblico.» – Rita Petruccioli
Pur sapendo che i lettori leggeranno le sue storie, il suo obiettivo principale è raccontare qualcosa che senta autentico. Ha ammesso di provare spesso imbarazzo all’idea di esporsi, ma proprio quell’imbarazzo diventa la prova della sua sincerità: se non fosse onesta con sé stessa, non avrebbe senso creare un fumetto personale. Nei suoi libri, quindi, riversa inevitabilmente parti della propria sensibilità e della propria esperienza.
«Io voglio essere onesta con me stessa in quello che racconto, perché altrimenti non ha senso quello che sto facendo. Quindi si beccano tutta la mia onestà nei miei libri» – Rita Petruccioli
Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ l’autore di Geist Maschine, ha ampliato il discorso parlando del fumetto come di un’arte “convergente”, cioè composta da una quantità enorme di scelte: dal layout delle tavole alle inquadrature, dal design dei personaggi al lettering, fino al tono del mondo narrativo.
Secondo lui, proprio perché il fumetto richiede così tante decisioni creative, sarebbe impossibile realizzarlo senza coinvolgimento personale. Fare un fumetto senza sentire davvero proprie quelle scelte diventerebbe una tortura. Ceccotti ha anche sottolineato quanto sia importante costruire mondi narrativi pieni di desideri e volontà, non solo per i protagonisti ma anche per i personaggi che restano sullo sfondo. I mondi, secondo lui, devono sembrare vivi perché modellati dai sogni e dalle intenzioni di chi li abita.
Da questa riflessione è nata una domanda provocatoria rivolta a Zerocalcare: “Si possono fare fumetti quando si è felici?”. La questione riguardava il luogo comune secondo cui l’arte nascerebbe sempre dalla sofferenza.
Zerocalcare ha risposto con grande sincerità e ironia, dicendo di sperare che qualcuno riesca a fare fumetti anche da felice, altrimenti sarebbe un mestiere terribile.
«Se dovesse essere soltanto un’ attività per i depressi sofferenti sarebbe terribile e in generale non la consiglierei a nessuno al mondo.» – Zerocalcare
Tuttavia, ha ammesso che nel suo caso esiste una sorta di “sofferenza intermedia” che favorisce la creazione: se sta troppo bene non sente il bisogno di raccontare nulla, mentre se sta troppo male non ha la lucidità necessaria per trasformare il dolore in fumetto. Quando invece si trova in una zona emotiva più equilibrata, riesce a elaborare le proprie inquietudini e inserirle nelle storie. Ha anche sottolineato che non esiste un obbligo morale a esporsi completamente: ogni autore deve trovare il proprio equilibrio tra sincerità personale e necessità narrativa.
I personaggi delle opere a fumetti e la loro identità
Successivamente il discorso si è spostato sui personaggi e sulla loro identità. Irene Marchesini e Carlotta Di Cataldo, autrici di Rebis, hanno raccontato il modo in cui i personaggi, nel corso della scrittura, sembrano quasi prendere vita da soli. Irene ha spiegato che durante la realizzazione di una loro opera si è resa conto, dopo le prime pagine, che il protagonista aveva assunto una personalità diversa da quella inizialmente immaginata.
«E poi è successo a quella cosa che fa sembrare pazzi tutti gli scrittori e i fumettisti quando dicono che si sono cominciati a muovere per conto loro. Che ovviamente non è che prendono vita e si arrangiano però nella tua testa inconsciamente cominciano a ad assumere delle caratteristiche che poi hanno senso tra di loro e funzionano inconsciamente.» – Irene Marchesini
Di conseguenza, alcune scene già progettate non funzionavano più e sono state eliminate. Forzare il personaggio a compiere azioni incoerenti avrebbe spezzato la naturalezza del racconto. Secondo lei, il lettore percepisce immediatamente quando qualcosa è falso o costruito artificialmente, proprio come si riconosce una banconota falsa pur senza essere esperti.
Riccardo Atzeni ha poi raccontato la genesi del suo primo fumetto, Devo andare nello Spazio, una storia che affronta il rapporto padre-figlio all’interno di un contesto fantascientifico. All’inizio aveva paura di inserire elementi troppo autobiografici e aveva riempito il racconto di dettagli nonsense, personaggi assurdi e situazioni caotiche quasi per nascondersi dietro la fantasia. A un certo punto, però, si è accorto che il messaggio emotivo si stava perdendo. Ha quindi iniziato a eliminare il superfluo, mantenendo però l’ambientazione fantascientifica come filtro narrativo. Per Atzeni, infatti, la fantascienza permette di deformare la realtà per restituirla in modo ancora più autentico. Il suo obiettivo non era raccontare sé stesso in maniera diretta, ma creare una storia in cui il lettore potesse riconoscere le proprie questioni irrisolte.
Un’altra domanda centrale del panel riguardava la possibilità di lavorare su storie o temi che non interessano davvero gli autori. Le risposte hanno mostrato approcci differenti ma complementari. Riccardo Atzeni ha spiegato che, impiegando anni per realizzare un fumetto ad acquerello, gli sarebbe quasi impossibile dedicarsi a lungo a una storia che non lo coinvolga. Lorenzo Ceccotti ha invece detto che ciò che conta davvero non è tanto il tema, ma il modo in cui può essere rappresentato visivamente. Anche una storia banale può diventare stimolante se offre possibilità interessanti dal punto di vista grafico.
Diversi autori hanno però ammesso di avere alcuni limiti personali: Rita Petruccioli, per esempio, ha detto che non farebbe mai un libro di autoaiuto; altri hanno scherzato sul loro odio per le automobili, i cavalli o certi temi contemporanei.
Il panel si è trasformato così in una riflessione sul rapporto tra passione personale e mestiere. Tutti hanno concordato sul fatto che il fumetto richieda un investimento di tempo ed energie tale da rendere difficile lavorare su qualcosa di totalmente estraneo alla propria sensibilità. Anche quando si lavora su commissione, è necessario trovare almeno un elemento capace di stimolare interesse e partecipazione.
Zerocalcare ha parlato del rapporto tra solitudine e pubblico. Ha spiegato che il fumetto è un lavoro profondamente solitario, fatto di lunghi periodi passati da soli a disegnare. Gli incontri dal vivo con i lettori rappresentano quindi un momento importante perché danno senso al lavoro svolto. Diverso è invece il rapporto con i social network, che l’autore ha definito stancante e opprimente persino quando i commenti sono positivi.
Irene Marchesini ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere il suo lavoro tradotto e apprezzato anche all’estero. La scoperta che persone con culture completamente diverse riuscissero a riconoscersi nelle stesse emozioni le ha fatto capire quanto certi sentimenti siano universali. È stata per lei una conferma del fatto che le storie sincere riescono davvero a superare confini geografici e culturali.
Tirando le somme…
La parte finale del panel si è trasformata in una performance collettiva. Riccardo Atzeni ha iniziato a colorare il disegno dal vivo realizzato da tutti gli artisti presenti in una divertente corsa contro il tempo, tra i commenti esilaranti dei colleghi. Il risultato è la dimostrazione pratica di ciò di cui si era discusso per tutto il tempo: il fumetto come processo umano, collettivo, imprevedibile e profondamente legato alla personalità di chi crea.
Nel complesso, il panel restituisce l’immagine di un gruppo di autori molto diversi tra loro ma accomunati da alcune convinzioni profonde: il fumetto nasce dalla curiosità verso il mondo, dalla sincerità emotiva e dal desiderio di raccontare qualcosa che abbia un significato personale. Anche quando si scherza su cavalli, automobili o alberi difficili da disegnare, emerge continuamente il legame tra tecnica e sensibilità umana. Disegnare non significa soltanto saper riprodurre immagini, ma osservare la realtà, filtrarla attraverso la propria esperienza e trasformarla in racconto condiviso.
Una visione decisamente romantica e molto sensibile del fumetto che ha incantato il Salone Internazionale del Libro di Torino e che rispecchia in maniera assoluta lo spirito di Bao Publishing e i suoi autori, poeti visivi e spiriti sognatori della nona arte.
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Fumetti italiani
Intervista ai ‘Cattivi(k)ssimi’ Lorenzo La Neve e Spugna
Ai nostri microfoni Lorenzo La Neve e Spugna che in occasione del Comicon Napoli 2026 ci hanno raccontato il loro libro Cattivik – La Novell Grafik
Per reinterpretare un mito della comicità a fumetti come Cattivik erano necessari coraggio, creatività e intraprendenza.
Ci volevano due talenti come Lorenzo La Neve e Spugna per ridare nuova linfa all’iconico ‘Nero Genio del Male’ creato da Bonvi, e reso celebre poi da Silver. I due autori hanno reso più ‘grande’ Cattivik con una storia lunga disponibile all’interno di Cattivik – La Novell Grafik volume edito da Gigaciao, casa editrice che sta concentrando parte delle sue energie per riportare il fumetto comico italiano al posto che merita.
Ma come nasce il rapporto di La Neve e Spugna con Cattivik? E come è nata Cattivik – La Novell Grafik? Ce lo raccontano direttamente i due autori in una bella intervista che ci hanno rilasciato durante l’ultima edizione del Comicon di Napoli.
Buona lettura!
Lorenzo La Neve e Spugna ci raccontano Cattivik – La Novell Grafik
Grazie mille a Lorenzo La Neve e Tommaso di Spigna, in arte Spugna, per essere in nostra compagnia su PopCorNerd. Vorrei cominciare questa intervista, in cui parleremo di Cattivik – La Novell Grafik, proprio dal vostro rapporto con il personaggio creato da Bonvi e poi portato avanti da Silver. Siete fan da sempre del Nero Genio del Male?
Lorenzo La Neve – I fumetti di Silver li leggo da quando sono piccolo. Sono tra i miei preferiti, soprattutto Lupo Alberto, che forse è il mio fumetto italiano preferito in generale. Quindi non arriviamo “vergini” come lettori.
E nemmeno come professionisti, perché io lavoro anche su Tutto un altro Lupo, che è questa serie parallela alternativa di Lupo Alberto, all’interno della quale c’è anche Cattivik. E Spugna aveva già disegnato Cattivik in una storia breve che era già uscita.
Entrambi conosciamo molto bene il personaggio, ce l’abbiamo proprio nel DNA, quindi non è stato difficile.
Spugna – Sì, esatto. Io l’ho conosciuto comprando gli albetti in edicola, proprio il mensile che usciva negli anni ’90. È stato amore a prima vista, sono diventato subito super fan del personaggio.
Soprattutto le storie di Giorgio Sommacal e Massimo Bonfatti sono state il mio imprinting estetico. Quindi è un amore che viene da molto lontano.

Cover del libro Tutto un altro Lupo Alberto
Quindi il benestare di Silver è stato quasi naturale, visto che avevate già lavorato sul personaggio. Cattivik – La Novell Grafik è la prima storia lunga del personaggio, che eravamo abituati a vedere protagonista di strisce in passato. Come mai la scelta di riportare Cattivik in questa nuova veste da graphic novel e cosa una storia lunga come questa permette di approfondire rispetto alle classiche strip?
Lorenzo La Neve – Questo libro aveva senso solo nella misura in cui lo si usava per fare una storia lunga. Le storie brevi di Cattivik esistono già, e le facciamo anche noi. Non è il primo ritorno del personaggio: negli anni è sempre andato avanti, anche in versioni rinnovate.
Per avere senso, questa idea doveva presentare una storia lunga. Il personaggio rimane super fedele a sé stesso, ma affronta un’avventura molto più grande del solito.
La storia prende tutte le istanze e i sentimenti del Cattivik classico e li porta all’estremo, sia a livello narrativo sia di epicità. Quindi, quando abbiamo deciso di fare un libro su Cattivik, sapevamo già che sarebbe stata una storia lunga. E’ stato il primo pensiero.
Spugna – Sì, direi le stesse cose che ha detto Lorenzo. L’idea nasce dal fatto che si poteva fare: era il momento giusto per provare una storia lunga, un approccio inedito per il personaggio. Quindi aveva senso.

Il Cattivik di Lorenzo La Neve e Spugna
Domanda per Lorenzo: in un incontro a cui ho partecipato a Lucca hai definito Spugna “l’erede naturale di Silver e Massimo Bonfatti”. Lavorare con lui è stato quindi qualcosa che ti ha permesso di tirare fuori le idee più folli e geniali, adatte al suo stile?
Lorenzo La Neve – Sì, assolutamente. Spugna è perfetto per disegnare di Cattivik, siamo tutti d’accordo su questo.
Quando dissi che era l’erede di Bonfatti, lo intendevo proprio a livello di “legacy”: sia per il tratto stilistico sia perché si inserisce in una linea di artisti che parte da Bonvi, passa per Silver, Sommacal, Bonfatti e arriva a lui.
A livello di scrittura, però, non ci sono gag pensate “per Spugna”. Sono gag pensate per Cattivik. Poi oggi la mano di Cattivik è quella di Spugna, quindi automaticamente funzionano.

Tavola tratta da Cattivik – La Novell Grafik
Passando a Spugna, il tuo è uno stile unico e riconoscibile. Il tuo è un Cattivik diverso ma coerente con quello che conosciamo. La tua arte, a mio avviso, emerge pienamente in tutto ciò che circonda Cattivik: nei personaggi come Sgorbius, Focanaso, Ratto Vincenzo, Cosetta, ma anche nella città stessa in cui è ambientata la storia. Avevi già in mente questa tua versione oppure è maturata passo dopo passo?
Spugna – In realtà io ho due filoni di lavoro: quelli personali, dove sperimento molto, e poi lavori come questo, dove regolo il livello di grottesco.
Cattivik è un equilibrio particolare: doveva essere abbastanza grottesco per essere interessante, ma anche abbastanza “pupazzoso” per rimanere in continuità con il passato.
È stato un processo molto naturale. Ho fatto pochissimi studi di character, perché sono un disegnatore abbastanza istintivo e fortunatamente vado molto a colpo sicuro su quanto deve essere complessa una cosa. Quindi è stato abbastanza facile.

Tavola tratta da Cattivik – La Novell Grafik
Passiamo alle fonti che hanno ispirato questa storia. Lorenzo, hai detto che tra le principali ci sono stati il film dei Simpson e quello di SpongeBob (il primo). Puoi raccontarci in che modo queste pellicole hanno contribuito alla creazione del fumetto?
Lorenzo La Neve – Devo fare una premessa: io sono del ’98, quindi sono cresciuto con quei film. Li ho visti nel momento in cui il cervello assorbe tutto.
Quei film hanno una struttura precisa: prendono un elemento centrale del personaggio, che nelle storie brevi non viene approfondito, e lo sviluppano psicologicamente.
SpongeBob nei cartoni è un ragazzino, Homer è… “scemo” [risata n.d.r.].
Nei film queste caratteristiche diventano il motore di un’avventura emotiva oltre che pratica.
Con Cattivik è lo stesso: nelle storie brevi fallisce e prende botte. Qui questo diventa la chiave del suo dramma interiore. La struttura è proprio questa. È una versione “sotto steroidi”, ma senza essere un esercizio di stile.

Tratta da The SpongeBob SquarePants Movie), una delle fonti di ispirazione per Cattivik La Novell Grafik
Avendo una storia più lunga, avete potuto, come dicevamo, sviluppare di più il personaggio. Io ho percepito una vena malinconica. Quello che ho percepito è che la storia racconta una ricerca di riscatto e di nuovi stimoli da parte di Cattivik, in un’altra città — prima grande novità per lui — che può essere letta anche come una metafora del suo recente percorso editoriale.
Da grande fumetto popolare di successo, è stato in parte sopraffatto da un cambio generazionale e anche di fruizione del fumetto. Cattivik può essere percepito dai giovanissimi lettori come appartenente a un’altra epoca e forse anche scomodo rispetto al politically correct oggi molto presente. È quindi, in parte, una storia in cui Cattivik cerca nuovamente il proprio posto nel mondo di carta e (forse) anche in quello editoriale, in questa nuova veste che gli avete donato?
Lorenzo La Neve – Sì, è totalmente una storia di riscatto. E’ il punto del libro.
Cattivik ha dei dilemmi esistenziali, ma non vengono mai esplicitati. Vuole essere visto in un certo modo dal mondo, e per farlo deve rompere il meccanismo editoriale che lo vede sempre perdere.
E paradossalmente vince proprio nel perdere, perché capisce che vincere non è ottenere ciò che vuole, ma sapere di poterci riuscire, anche se non ci riesce.

Ho avuto il piacere di intervistare anche Giorgio Sommacal, storico artista di Cattivik, e mi diceva che il personaggio piace proprio perché non si arrende mai. Cosa ne pensate?
Lorenzo La Neve – Sì, al 100%. È proprio il fulcro.
Spugna – Concordo anche io al 1000%. È la “cazzimma” di Cattivik! Lui non è un antieroe, ma più un anti-villain.
Ultima domanda: dopo Cattivik, vi piacerebbe lavorare insieme su qualche altro personaggio della comicità italiana che meriterebbe di tornare sugli scaffali di fumetterie e librerie?
Lorenzo La Neve – Io sognerei Alan Ford e Joe Galaxy. Sono quelli con cui mi divertirei di più a scrivere.
E tra l’altro abbiamo appena annunciato la graphic novel su Enrico La Talpa e Cesira la Talpa, disegnata da Francesco Guarnaccia, che uscirà l’anno prossimo [Enrico e Cesira – L’amore è cieco sempre edito da GigaCiao n.d.r.]. Sarà un’operazione simile nel principio, rendere epico qualcosa di base, ma molto diversa nel tono: meno slapstick, quasi alla Sandra Mondaini e Raimondo Vianello portata all’estremo.
Spugna – Cocco Bill, che adoro. E visto che Lorenzo ha detto Joe Galaxy, io dico Squeak the Mouse: è talmente assurdo che sarebbe incredibile lavorarci.
Grazie davvero a entrambi per il vostro tempo. Secondo me il fumetto italiano si esprime soprattutto attraverso il genere comico, e negli ultimi anni questa idea si stava un po’ perdendo.
Spugna – Si, anche se io in realtà sono molto fan dell’ibridazione. Non mi sento un fumettista umoristico, ma uno che fa anche umorismo. Ad esempio, nel volume ci sono momenti molto introspettivi, come il dialogo finale con la coscienza. Quello è un esempio di ibrido. Non c’è solo la componente comica. E se pensi anche a Leo Ortolani lavora molto su questo doppio registro da sempre.
Grazie ancora davvero ragazzi!
Lorenzo La Neve – Grazie mille a voi!
Spugna – Grazie!
Lorenzo La Neve e Spugna: Biografia
- Lorenzo La Neve
- Spugna
Lorenzo La Neve: sceneggiatore e art director, è co-fondatore di BMR Production, realtà di spicco dell’autoproduzione italiana. È il curatore e principale autore di Tutto un altro Lupo, la serie revival di Lupo Alberto, e ideatore della collana YEA per Gallucci Editore, che ha curato per due anni. Dal 2025 entra a far parte del team di Gigaciao. Ha scritto diverse graphic novel per Becco Giallo Editore: Voglio! Un’Avventura della Pozzoli’s Family, Pinguini Tattici Nucleari a Fumetti, Rosa Grezzo, Amore e Sugna. Per DeAgostini ha scritto La Fabbrica Dei Rapper e per Barta Editore Giungla Urbana. Con Lillo Petrolo, è autore de La Banda delle Mezze Calzette (DeAgostini).
Spugna: Classe 1989, illustratore e fumettista. Fondatore e Art Director della rivista autoprodotta Lucha Libre, membro del trio InFame studio, collabora con svariate realtà dell’autoproduzione italiana. Nel novembre 2014 esce il suo volume d’esordio come autore completo, Una brutta storia per l’editore Grrrz Comic Art Books, con cui vince il Premio Boscarato del Treviso Comic Book Festival come autore rivelazione 2015. Nel novembre 2015 autoproduce il volume illustrato The book of heads. Nel 2017 esce il suo secondo graphic novel The Rust Kingdom, per Hollow Press, premio Nuove Strade al Comicon 2018 e entrato nella selezione Gran Guinigi di Lucca Comics and Games 2018. Nello stesso anno è uscito Gnomicide sempre per Hollow Press.
A Lucca Comics & Games 2025 i due autori hanno presentato Cattivik La Novell’ Grafik’ pubblicata da Gigaciao.
Comicon e Fiere
Comicon Bergamo 2026 – Silver: dal Lupo Alberto al “Masterpiece”
Il grande Silver ha avuto modo di parlare di sè, della sua carriera e della sua collaborazione con Tomodachi Press al panel del Comicon Bergamo 2026
Durante il Comicon Bergamo, tra i tanti protagonisti dell’area fumetto vi è stato spazio anche per uno dei più grandi autori italiani di sempre, padre di molte icone della comicità a fumetti italiana tra cui un certo lupo blu: Silver.
Dopo oltre cinquant’anni di carriera l’autore continua a raccontare Lupo Alberto con la stessa naturalezza con cui parla di sé. Perché, come ha confessato durante l’incontro dedicato al cofanetto Masterpiece Volume Due, in collaborazione con Tomodachi Press, il confine tra lui e il lupo azzurro è ormai praticamente scomparso.

In foto: Silver
Il talk, organizzato per celebrare il nuovo volume dedicato alla sua opera, è stato molto più di una semplice intervista. È stato un viaggio attraverso la nascita di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano, passando per aneddoti esilaranti, riflessioni sul mestiere del fumettista e ricordi di figure fondamentali per la sua carriera, tra cui ovviamente Bonvi.
E, soprattutto, è stata l’occasione per ascoltare un autore che, ancora oggi, rifiuta un’etichetta che molti gli attribuiscono e che racchiude perfettamente la filosofia di Silver.
«Non sono un artista, sono un artigiano.»
Una distinzione che potrebbe sembrare solo semantica, ma che invece rappresenta il modo in cui ha sempre interpretato il proprio lavoro.
Per Silver l’arte nasce da un’urgenza interiore, da qualcosa che deve essere espresso senza vincoli. Il fumetto professionale, invece, vive di scadenze, consegne e responsabilità editoriali.
«Se hai una scadenza e qualcuno ti dice che per domani devi consegnare, quello è un lavoro. Bellissimo, ma resta un lavoro.»
Con la sua proverbiale ironia aggiunge poi una battuta che scatena le risate del pubblico.
«Ho imparato che quando qualcuno ti dice “sei un artista”… spesso è perché vuole fregarti. Gli artigiani, invece, si fanno pagare.»
Dietro la battuta c’è però una convinzione molto seria: il fumetto è un mestiere, fatto di disciplina e professionalità. Un concetto che Silver ha imparato osservando quello che considera il suo più grande maestro.
Bonvi, il maestro che ha insegnato a Silver il mestiere

In foto: Bonvi
Gran parte dell’incontro è dedicata al ricordo di Bonvi, autore tra l’altro di Sturmtruppen e Cattivik, e figura decisiva nella formazione del giovane Silver.
L’inizio della loro collaborazione sembra uscito da un film; Silver frequentava l’Istituto d’Arte di Modena quando una professoressa interruppe una lezione chiedendo se qualcuno fosse interessato a fare fumetti. L’unico ad alzare la mano fu il giovane Silver.
Quello stesso pomeriggio si presentò a casa di Bonvi con una cartella piena di disegni e i capelli completamente bagnati dalla pioggia. Il primo impatto non fu dei migliori.
Bonvi guardò i suoi lavori senza particolare entusiasmo e gli affidò un incarico apparentemente semplice: disegnare una gigantesca fontana destinata a un pannello celebrativo dell’Accademia Militare di Modena.
Silver, racconta, che la realizzò con enorme fatica. Quando tornò qualche giorno dopo, Bonvi scoppiò a ridere, bocciando senza appello l’opera realizzata dal giovane.
Ma proprio quel fallimento finì per trasformarsi nel loro primo vero momento di complicità. Da lì nacque un rapporto destinato a durare negli anni, fino a quando Bonvi arrivò a dirgli una frase che Silver ricorda ancora oggi con emozione.
«L’allievo ha superato il maestro.»
Una frase che lui continua a ritenere immeritata, ma che conserva come uno dei complimenti più belli ricevuti nella sua carriera.
Un ragazzo di provincia che voleva solo disegnare

Silver ricorda anche il contesto in cui è cresciuto.
Nato nel 1952, figlio di un autotrasportatore e di una casalinga, racconta un’Italia molto diversa da quella attuale.
Per i suoi genitori il massimo delle aspirazioni era un lavoro stabile da impiegato.
«“Un lavoro con le mani pulite” diceva mio padre»
Fare fumetti non rientrava nemmeno tra le possibilità immaginabili e quando comunicò di voler intraprendere quella strada a entrambi i genitori, la reazione fu quasi di incredulità.
«Pensavano semplicemente che, crescendo, avrei cambiato idea.»
Non lo ostacolarono, soprattutto perché non avevano idea di cosa significasse davvero fare fumetti. Sua madre, racconta sorridendo, non riusciva nemmeno a capire come un personaggio come Topolino potesse essere davvero un topo.
Quella libertà involontaria gli permise però di costruire il proprio percorso da autodidatta, ispirandosi ai grandi maestri che aveva scoperto leggendo: da Charles Schulz a Dario Fo, passando naturalmente per Bonvi.
Come nasce Lupo Alberto

Uno dei momenti più interessanti dell’incontro riguarda la nascita del personaggio che avrebbe cambiato la sua vita.
Dopo alcuni anni trascorsi come collaboratore di Bonvi, arriva l’occasione di proporre una serie tutta sua a una nuova rivista, ma ha appena dieci giorni di tempo.
Silver apre i cassetti del suo studio e recupera decine di appunti, schizzi e idee accumulate negli anni. E da quel materiale nasce La fattoria McKenzie.
L’ispirazione arriva da qualcosa di estremamente quotidiano: ogni mattina prendeva il pullman per raggiungere la scuola attraversando le campagne emiliane e guardando gli animali nelle fattorie iniziava a fantasticare.
“E se potessero parlare tra loro? E se avessero relazioni, litigi, amori, amicizie?“
Da quella semplice domanda prende forma Lupo Alberto. I disegni, ammette oggi, erano ancora acerbi, mentre le battute, invece, funzionavano già.
Quando il direttore del Corriere dei Ragazzi lesse quelle prime strisce gli dice semplicemente:
«Sono belle. Fammene altre.»
Silver racconta che fu un momento indimenticabile. Da quel giorno smise di essere soltanto un collaboratore e diventò finalmente autore completo.
Quanto c’è di Silver dentro Lupo Alberto?

Come accade spesso con i grandi personaggi seriali, arriva inevitabilmente la domanda sul rapporto tra autore e protagonista.
Silver risponde con una sincerità sorprendente.
«All’inizio non avevo alcuna intenzione di creare un personaggio autobiografico. Semplicemente avevo poco più di vent’anni e l’unico materiale narrativo a cui potevo attingere era la mia esperienza personale e così dentro Lupo Alberto finiscono la fidanzata, gli amici, le piccole delusioni quotidiane e le insicurezze di un ragazzo che sta cercando il proprio posto nel mondo. Con il passare degli anni il processo si è quasi invertito. Oggi non so più quanto ci sia di me in lui e quanto di lui in me.»
Lupo Alberto è rimasto eternamente giovane, mentre Silver si è sposato, ha avuto figli e conduce una vita completamente diversa. Eppure i pensieri, l’umorismo e il modo di osservare il mondo continuano a coincidere.
Dal fumetto ai gadget: un sogno diventato realtà

L’immagine inedita realizzata da Silver per Tomodachi
Nel corso della sua carriera Lupo Alberto è evoluto passando da semplice fumetto a personaggio di un merchandising che comprendeva diari, zaini, pupazzi, caramelle, calendari, peluche, ecc.. che ha accompagnato intere generazioni di lettori.
Silver racconta di aver sempre guardato con ammirazione al modello Disney e non vedeva alcuna contraddizione tra il fumetto e la sua diffusione attraverso oggetti di uso quotidiano, anzi; ricorda con divertimento le discussioni con Sergio Bonelli, che considerava il fumetto una forma espressiva “pura”, poco compatibile con il merchandising.
Silver la vedeva diversamente.
«Mi sembrerebbe strano vedere una bambina andare a letto con il peluche di Tex.»
Lupo Alberto, invece, nasceva naturalmente per diventare un pupazzo, un diario o una confezione di caramelle.
Per questo motivo ha accolto con entusiasmo anche il progetto Masterpiece per la Tomodachi Press contribuendo con una nuova illustrazione realizzata appositamente per il cofanetto. Pur scherzando sulle difficoltà tecniche nel disegnare il raccoglitore e le carte nella giusta prospettiva, ammette di essersi divertito molto a partecipare al progetto.
Un artigiano che ha fatto la storia del fumetto italiano con un Lupo blu, una gallina e una fattoria

Lupo Alberto è diventato un’icona pop capace di attraversare generazioni, entrando nell’immaginario collettivo molto oltre le pagine delle strisce, ma ascoltando Silver parlare, si capisce che il successo non è mai stato il vero obiettivo.
L’importante, ieri come oggi, è continuare a raccontare storie con onestà, rispettando il mestiere di artigiano della Nona arte, senza smettere mai di divertirsi.
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