Fumetti italianiSpeciali
Salone del Libro di Torino 2026: Bao e il panel “Il fumetto è una macchina della verità”
Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, Bao Publishing ha incantato il pubblico nel panel “Il fumetto è una macchina della verità” grazie ai suoi autori protagonisti di un talk e di una vera e propria jam session artistica
Il Salone Internazionale del Libro di Torino da qualche anno vede sotto i riflettori anche il fumetto e, tra le grandi case editrici presenti, Bao Publishing è sempre mattatrice grazie ai suoi incredibili autori, ospiti ogni anno alla manifestazione.
Ma Bao è anche spesso protagonista di diversi panel molto interessanti che hanno un obiettivo chiaro: spiegare la nona arte e i fumetti che porta ai lettori attraverso le parole dei propri autori.
Tra questi appuntamenti, l’incontro di domenica 17 maggio intitolato “Il fumetto è una macchina della verità” si è trasformato in una lunga e divertita riflessione sul significato dell’onestà nel fumetto e nella narrazione.
Sul palco, insieme a Caterina Marietti e Michele Foschini, fondatori della casa editrice e moderatori per l’occasione, erano presenti diversi autori e autrici tra i più importanti dell’attuale panorama fumettistico italiano: Rita Petruccioli, Lorenzo Ceccotti (LRNZ ), Irene Marchesini, Carlotta Di Cataldo, Zerocalcare e Riccardo Atzeni.
L’atmosfera del confronto è stata sin dall’inizio ironica e spontanea, ma proprio attraverso il tono scherzoso è emersa una riflessione molto profonda sul rapporto tra autore, personaggi e verità emotiva.
Ah e non è tutto: il talk si è sviluppato mentre a turno gli artisti, come in una jam session, hanno disegnato diversi personaggi il cui risultato è stata una vera e propria opera d’arte collettiva.
Il fumetto è una macchina della verità: la parola agli artisti
Il punto di partenza del panel era l’idea che il fumetto riesca sempre a tradire, in senso positivo, l’autenticità o la falsità di chi racconta. Secondo i partecipanti, infatti, il lettore percepisce immediatamente quando un autore sta mettendo qualcosa di sincero nella propria opera. Non importa che il fumetto sia realistico, autobiografico o fantascientifico: quello che conta è la sincerità emotiva che attraversa le pagine.
La prima a intervenire è stata Rita Petruccioli, in libreria attualmente con la sua ultima fatica, Medea, e tra gli artisti protagonisti del film Generazione Fumetto di Omar Rashid, che ha spiegato come, quando realizza un fumetto da autrice completa, il primo pubblico sia sempre sé stessa.
«Quando scelgo di essere autrice unica di un fumetto, io disegno principalmente per me e poi soltanto in secondo luogo per il pubblico.» – Rita Petruccioli
Pur sapendo che i lettori leggeranno le sue storie, il suo obiettivo principale è raccontare qualcosa che senta autentico. Ha ammesso di provare spesso imbarazzo all’idea di esporsi, ma proprio quell’imbarazzo diventa la prova della sua sincerità: se non fosse onesta con sé stessa, non avrebbe senso creare un fumetto personale. Nei suoi libri, quindi, riversa inevitabilmente parti della propria sensibilità e della propria esperienza.
«Io voglio essere onesta con me stessa in quello che racconto, perché altrimenti non ha senso quello che sto facendo. Quindi si beccano tutta la mia onestà nei miei libri» – Rita Petruccioli
Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ l’autore di Geist Maschine, ha ampliato il discorso parlando del fumetto come di un’arte “convergente”, cioè composta da una quantità enorme di scelte: dal layout delle tavole alle inquadrature, dal design dei personaggi al lettering, fino al tono del mondo narrativo.
Secondo lui, proprio perché il fumetto richiede così tante decisioni creative, sarebbe impossibile realizzarlo senza coinvolgimento personale. Fare un fumetto senza sentire davvero proprie quelle scelte diventerebbe una tortura. Ceccotti ha anche sottolineato quanto sia importante costruire mondi narrativi pieni di desideri e volontà, non solo per i protagonisti ma anche per i personaggi che restano sullo sfondo. I mondi, secondo lui, devono sembrare vivi perché modellati dai sogni e dalle intenzioni di chi li abita.
Da questa riflessione è nata una domanda provocatoria rivolta a Zerocalcare: “Si possono fare fumetti quando si è felici?”. La questione riguardava il luogo comune secondo cui l’arte nascerebbe sempre dalla sofferenza.
Zerocalcare ha risposto con grande sincerità e ironia, dicendo di sperare che qualcuno riesca a fare fumetti anche da felice, altrimenti sarebbe un mestiere terribile.
«Se dovesse essere soltanto un’ attività per i depressi sofferenti sarebbe terribile e in generale non la consiglierei a nessuno al mondo.» – Zerocalcare
Tuttavia, ha ammesso che nel suo caso esiste una sorta di “sofferenza intermedia” che favorisce la creazione: se sta troppo bene non sente il bisogno di raccontare nulla, mentre se sta troppo male non ha la lucidità necessaria per trasformare il dolore in fumetto. Quando invece si trova in una zona emotiva più equilibrata, riesce a elaborare le proprie inquietudini e inserirle nelle storie. Ha anche sottolineato che non esiste un obbligo morale a esporsi completamente: ogni autore deve trovare il proprio equilibrio tra sincerità personale e necessità narrativa.
I personaggi delle opere a fumetti e la loro identità
Successivamente il discorso si è spostato sui personaggi e sulla loro identità. Irene Marchesini e Carlotta Di Cataldo, autrici di Rebis, hanno raccontato il modo in cui i personaggi, nel corso della scrittura, sembrano quasi prendere vita da soli. Irene ha spiegato che durante la realizzazione di una loro opera si è resa conto, dopo le prime pagine, che il protagonista aveva assunto una personalità diversa da quella inizialmente immaginata.
«E poi è successo a quella cosa che fa sembrare pazzi tutti gli scrittori e i fumettisti quando dicono che si sono cominciati a muovere per conto loro. Che ovviamente non è che prendono vita e si arrangiano però nella tua testa inconsciamente cominciano a ad assumere delle caratteristiche che poi hanno senso tra di loro e funzionano inconsciamente.» – Irene Marchesini
Di conseguenza, alcune scene già progettate non funzionavano più e sono state eliminate. Forzare il personaggio a compiere azioni incoerenti avrebbe spezzato la naturalezza del racconto. Secondo lei, il lettore percepisce immediatamente quando qualcosa è falso o costruito artificialmente, proprio come si riconosce una banconota falsa pur senza essere esperti.
Riccardo Atzeni ha poi raccontato la genesi del suo primo fumetto, Devo andare nello Spazio, una storia che affronta il rapporto padre-figlio all’interno di un contesto fantascientifico. All’inizio aveva paura di inserire elementi troppo autobiografici e aveva riempito il racconto di dettagli nonsense, personaggi assurdi e situazioni caotiche quasi per nascondersi dietro la fantasia. A un certo punto, però, si è accorto che il messaggio emotivo si stava perdendo. Ha quindi iniziato a eliminare il superfluo, mantenendo però l’ambientazione fantascientifica come filtro narrativo. Per Atzeni, infatti, la fantascienza permette di deformare la realtà per restituirla in modo ancora più autentico. Il suo obiettivo non era raccontare sé stesso in maniera diretta, ma creare una storia in cui il lettore potesse riconoscere le proprie questioni irrisolte.
Un’altra domanda centrale del panel riguardava la possibilità di lavorare su storie o temi che non interessano davvero gli autori. Le risposte hanno mostrato approcci differenti ma complementari. Riccardo Atzeni ha spiegato che, impiegando anni per realizzare un fumetto ad acquerello, gli sarebbe quasi impossibile dedicarsi a lungo a una storia che non lo coinvolga. Lorenzo Ceccotti ha invece detto che ciò che conta davvero non è tanto il tema, ma il modo in cui può essere rappresentato visivamente. Anche una storia banale può diventare stimolante se offre possibilità interessanti dal punto di vista grafico.
Diversi autori hanno però ammesso di avere alcuni limiti personali: Rita Petruccioli, per esempio, ha detto che non farebbe mai un libro di autoaiuto; altri hanno scherzato sul loro odio per le automobili, i cavalli o certi temi contemporanei.
Il panel si è trasformato così in una riflessione sul rapporto tra passione personale e mestiere. Tutti hanno concordato sul fatto che il fumetto richieda un investimento di tempo ed energie tale da rendere difficile lavorare su qualcosa di totalmente estraneo alla propria sensibilità. Anche quando si lavora su commissione, è necessario trovare almeno un elemento capace di stimolare interesse e partecipazione.
Zerocalcare ha parlato del rapporto tra solitudine e pubblico. Ha spiegato che il fumetto è un lavoro profondamente solitario, fatto di lunghi periodi passati da soli a disegnare. Gli incontri dal vivo con i lettori rappresentano quindi un momento importante perché danno senso al lavoro svolto. Diverso è invece il rapporto con i social network, che l’autore ha definito stancante e opprimente persino quando i commenti sono positivi.
Irene Marchesini ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere il suo lavoro tradotto e apprezzato anche all’estero. La scoperta che persone con culture completamente diverse riuscissero a riconoscersi nelle stesse emozioni le ha fatto capire quanto certi sentimenti siano universali. È stata per lei una conferma del fatto che le storie sincere riescono davvero a superare confini geografici e culturali.
Tirando le somme…
La parte finale del panel si è trasformata in una performance collettiva. Riccardo Atzeni ha iniziato a colorare il disegno dal vivo realizzato da tutti gli artisti presenti in una divertente corsa contro il tempo, tra i commenti esilaranti dei colleghi. Il risultato è la dimostrazione pratica di ciò di cui si era discusso per tutto il tempo: il fumetto come processo umano, collettivo, imprevedibile e profondamente legato alla personalità di chi crea.
Nel complesso, il panel restituisce l’immagine di un gruppo di autori molto diversi tra loro ma accomunati da alcune convinzioni profonde: il fumetto nasce dalla curiosità verso il mondo, dalla sincerità emotiva e dal desiderio di raccontare qualcosa che abbia un significato personale. Anche quando si scherza su cavalli, automobili o alberi difficili da disegnare, emerge continuamente il legame tra tecnica e sensibilità umana. Disegnare non significa soltanto saper riprodurre immagini, ma osservare la realtà, filtrarla attraverso la propria esperienza e trasformarla in racconto condiviso.
Una visione decisamente romantica e molto sensibile del fumetto che ha incantato il Salone Internazionale del Libro di Torino e che rispecchia in maniera assoluta lo spirito di Bao Publishing e i suoi autori, poeti visivi e spiriti sognatori della nona arte.
Fumetti italiani
Quarant’anni di incubi: buon compleanno, Dylan Dog!
Dylan Dog compie 40 anni. Una vita tra incubi, mostri, assassini e amori, per l’Indagatore dell’Incubo della Sergio Bonelli Editore. Andiamo a scoprire chi è la creatura di Tiziano Sclavi che ha cambiato per sempre il fumetto horror italiano
Lassù qualcuno ci chiama è stato il mio primo numero di Dylan Dog. Era un momento in cui, durante l’adolescenza, mi stavo staccando dal fumetto supereroistico, verso cui sarei poi tornato in età adulta, e stavo cercando qualcosa di diverso, qualcosa che il fumetto potesse offrirmi. Quel numero 136 di Dylan Dog fu esattamente la risposta che stavo cercando.
Dylan Dog è uno dei fumetti che mi ha formato da lettore perché, per la prima volta, dopo anni di eroi americani granitici e infallibili, mi ha messo davanti un uomo fragile: pieno di paure e debolezze, ma umano e altruista, capace di creare legami autentici. Ed è proprio questa umanità imperfetta il segreto che gli ha permesso di attraversare quarant’anni senza sembrare mai fuori tempo.
Verso la fine degli anni Novanta, Dylan Dog era all’apice della sua popolarità e presentava storie che esploravano praticamente ogni angolo dell’horror, affrontando in maniera adulta tematiche profonde come il bullismo, la diversità, la tossicodipendenza e la contrapposizione tra l’amore e la morte. Il tutto alternato a trame grottesche, splatter o semplicemente surreali, tali per cui era necessaria una seconda, terza e a volte persino una quarta lettura per capire davvero cosa ci fosse dietro quelle pagine.
Tutto questo, e molto altro, è Dylan Dog.

Probabilmente uno dei personaggi più iconici della Sergio Bonelli Editore insieme a Tex, l’Indagatore dell’Incubo ha avvicinato al fumetto italiano una generazione di lettori e lettrici che forse, senza di lui, non avrebbe mai scoperto quanto potesse essere affascinante una storia a fumetti.
Il primo numero, L’alba dei morti viventi, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato da Angelo Stano, con la copertina di Claudio Villa, arrivò in edicola esattamente 40 anni fa: il 26 settembre 1986.
Quarant’anni dopo, quella data che all’epoca poteva apparire come un ordinario giorno qualsiasi torna a ricordarci che si è trattato di un piccolo, grande evento per il fumetto italiano.
40 anni. Un numero che, per una testata a fumetti, rappresenta un traguardo raggiunto da pochi. E se consideriamo anche gli Speciali, i Giganti, i bis, gli Almanacchi e le svariate ristampe che sono state pubblicate e continuano a uscire nelle edicole e nelle fumetterie italiane, diventa ancora più evidente quanto Dylan Dog sia riuscito a entrare nell’immaginario collettivo e sia ancora oggi più vivo e amato che mai.
Dylan Dog è stato un fenomeno editoriale con numeri da capogiro, ha dimostrato che il fumetto poteva essere un mezzo perfetto anche per raccontare l’horror, ma soprattutto l’Old Boy, amico del commissario Bloch e aiutato nei casi (quasi mai in realtà) dal suo assistente Groucho, è stato per moltissimi lettori un compagno di crescita.
Uno di quei fumetti che ti insegnano, tra uno zombie e un vampiro, che va bene avere paura, va bene essere sentimentali fino all’eccesso e va bene sentirsi un po’ fuori posto in un mondo che, a volte, può fare più paura di qualsiasi mostro.
Un indagatore dell’Incubo nato quasi per sbaglio

Quando Tiziano Sclavi iniziò a immaginare il suo personaggio, Dylan Dog non era affatto quello che conosciamo oggi.
L’idea iniziale era quella di un investigatore privato duro e solitario, probabilmente caratterialmente più vicino allo stesso Sclavi. Non doveva esserci nemmeno una spalla comica e l’ambientazione iniziale sarebbe dovuta essere New York.
La redazione Bonelli contribuì però a cambiare radicalmente il progetto. Negli Stati Uniti, infatti, era già ambientato Martin Mystère, detective dell’impossibile, e quindi bisognava trovare un’altra città. La Londra nebbiosa, malinconica e gotica si rivelò perfetta per le atmosfere horror che Sclavi aveva in mente.
Anche l’idea della spalla comica cambiò strada. Inizialmente il personaggio avrebbe dovuto ricordare maggiormente Marty Feldman, l’Igor di Frankenstein Junior, ma alla fine arrivò Groucho Marx, o meglio: solo Groucho. Il personaggio divenne così il solare, surreale e scansafatiche assistente di Dylan, trasformando per sempre l’equilibrio della serie.
Le sue battute, spesso completamente fuori luogo, sono diventate una delle caratteristiche più riconoscibili del fumetto, tanto da rendere Groucho molto più di una semplice spalla comica.
Persino il nome Dylan Dog nacque quasi per caso. Era un’etichetta provvisoria, una sorta di “John Doe” che Sclavi utilizzava per indicare personaggi ancora in fase di elaborazione e che aveva già utilizzato alla fine degli anni Settanta per una breve storia illustrata da Lorenzo Mattotti.
Il riferimento di Claudio Villa per il volto di Dylan fu Rupert Everett, su richiesta della stessa Bonelli. Il disegnatore arrivò persino ad andare al cinema per vedere un film con l’attore e capire quale volto dovesse avere Dylan.

Una scelta destinata a produrre, qualche anno più tardi, una delle più curiose coincidenze nella storia del personaggio: Everett avrebbe infatti interpretato Francesco Dellamorte nel film Dellamorte Dellamore, tratto dal romanzo scritto da Sclavi nel 1983.
Ma attenzione: Dellamorte Dellamore non è il film di Dylan Dog.
Il romanzo precede infatti di tre anni la nascita dell’Indagatore dell’Incubo e il film di Michele Soavi del 1994 non racconta una storia di Dylan. La somiglianza fisica tra Everett e il personaggio Bonelli, unita alla fama ormai enorme del fumetto, ha però alimentato per anni una confusione comprensibile.
I personaggi che hanno costruito il mondo di Dylan Dog
Dylan Dog non sarebbe lo stesso senza il piccolo universo di comprimari che lo circonda fin dal primissimo numero, perché, in fondo, la creatura di Tiziano Sclavi non è mai stata “una figura eroica e solitaria contro il mostro di turno”, ma un uomo circondato da affetti, imperfetti quanto lui.

Al centro di questo universo c’è naturalmente Groucho, il suo assistente e coinquilino, sosia dichiarato di Groucho Marx, baffi, sigaro e battute comprese. Groucho è l’anima comica e surreale che alleggerisce le atmosfere cupe e macabre delle avventure di Dylan e, con la sua follia, riempie anche la vita del suo Capo, bilanciandone il carattere malinconico. E poi gli lancia la pistola quando (non) serve.

C’è l’ispettore Bloch, il suo ex superiore a Scotland Yard, presente fin dal numero uno e vera e propria figura paterna dell’Old Boy, soprannome che ha dato lo stesso Bloch a Dylan. Spera di arrivare alla pensione almeno un numero sì e l’altro pure e non si stupisce più di nulla dal ’68. Neanche dei casi più disparati in cui lo coinvolge Dylan.
La loro relazione funziona perché nessuno dei due rappresenta necessariamente la verità assoluta. Molte storie giocano proprio sulla possibilità che la spiegazione razionale di Bloch e quella soprannaturale di Dylan possano coesistere. Non si innervosisce praticamente mai, se non quando nei paraggi c’è Jenkins, unica persona capace di irritare il mite ispettore.

C’è Xabaras, il grande antagonista introdotto fin dal primo albo: uno scienziato ossessionato dalla sconfitta della morte che Dylan scoprirà, con orrore, essere suo padre e che tornerà periodicamente a tormentarlo.
Le storie con Xabaras sono quelle che esplorano maggiormente il passato di Dylan e lo portano ad affrontare situazioni personali e surreali. Il nome è un anagramma di Abraxas e non è un caso che sia lo stesso Sclavi ad aver scritto più storie di Xabaras di chiunque altro: è il vero cuore oscuro della mitologia del personaggio.

C’è poi la Morte, anch’essa legata a Dylan e a Xabaras, personificata come una figura scheletrica incappucciata. Comparsa per la prima volta in Attraverso lo specchio (DYD n. 10), è tornata più volte nel corso della serie, spesso proprio nei momenti in cui Dylan si trova più solo e più umano.
È uno dei simboli perfetti della filosofia della serie: l’orrore non è sempre qualcosa da sconfiggere. A volte è semplicemente una parte dell’esistenza con cui dobbiamo imparare a convivere.

Tra i ricorrenti c’è poi Lord H.G. Wells, ricchissimo, eccentrico e dotato di conoscenze che spaziano dall’informatica alla magia, dalla filosofia alla tecnologia. La sua funzione è quella di aprire Dylan a un’altra dimensione dell’impossibile: quella della scienza, della tecnologia e della speculazione.
La galleria dei comprimari si allarga poi a personaggi come Botolo, il cane randagio che Dylan salva e che in più occasioni ricambia quel gesto salvandogli la vita, Madame Trelkovski, anziana e potentissima sensitiva che aiuta Dylan nelle sue indagini, Gnaghi, legato soprattutto alla fase più surreale e grottesca della serie, e Rania, che negli anni ha assunto un ruolo sempre più significativo.
E poi ci sono le donne di Dylan Dog, quelle di cui si innamora praticamente in ogni numero. Ma ce ne sono quattro che hanno segnato la storia editoriale di Dylan e, con lui, quella dei suoi lettori.

Morgana è uno dei più onirici e complessi volti femminili dell’intera serie ed è stata, come afferma Dylan, l’unico vero amore della sua vita. Almeno fino al numero 100, quando, sempre in un’atmosfera di sogno, viene ricostruito un possibile passato di Dylan, nel quale egli scopre che Morgana è sua madre…
Bree Daniels è una prostituta che aiuta Dylan a risolvere il caso dell'”Uomo Invisibile” (DYD n. 19) e di cui il nostro eroe si innamora al punto da chiederle di sposarlo. Lei, però, lo rifiuta. Tornerà in un’altra storia, agonizzante per l’AIDS, e Dylan non riuscirà a salvarla, neanche proponendo alla Morte di prendere lui al suo posto.
Anna Never, fotomodella e attrice, distratta e svagata, è una specie di comico terremoto ambulante: inciampa dappertutto, fa cadere ogni cosa, è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.

E poi c’è Lillie Connolly. Appare solamente in Finché morte non vi separi (DYD n. 121, albo speciale a colori per festeggiare i dieci anni della pubblicazione), in cui si rievoca un altro episodio del passato di Dylan, risalente al periodo in cui era un giovane agente di Scotland Yard. Dylan si innamorò di lei, un’attivista dell’IRA che viene arrestata come terrorista e muore in prigione, poco dopo essersi sposata con Dylan. Sarà in seguito a questa tragica vicenda che Dylan lascerà la polizia.
Questi sono solo alcuni dei personaggi che hanno contribuito alla costruzione del mito di Dylan Dog.
La famiglia che ha costruito l’incubo intorno a Dylan

In foto: Tiziano Sclavi e il ‘figlio’ Dylan Dog
Dietro un personaggio capace di arrivare a quarant’anni non c’è mai un solo autore, ma una vera e propria famiglia di sceneggiatori e disegnatori che, come nel caso di Dylan Dog, hanno contribuito a renderlo immortale. E alcuni di loro sono cresciuti insieme a Dylan prima come lettori e poi come professionisti successivamente.
Tiziano Sclavi è naturalmente la figura centrale. È lui ad aver creato Dylan Dog e a definire la personalità, l’atmosfera e la direzione narrativa della serie. Sclavi scrisse da solo tutte le storie del primo anno, considerate da alcuni le più belle sull’investigatore di Craven Road 7. È grazie a lui oggi se siamo qua a parlare di Dylan e del significato che ha avuto e ha tutt’ora per le migliaia di lettori che lo seguono.
Ma Dylan Dog non sarebbe diventato ciò che è senza una vera e propria famiglia di sceneggiatori e disegnatori, di cui di seguito citiamo solamente le figure principali e quelle che a mio avviso hanno lasciato un’impronta maggiore rispetto ad altrettanti bravissimi autori.
Claudio Chiaverotti fu uno dei primi grandi eredi della stagione sclaviana. Entrato nella serie nel 1989 con Il buio, scrisse per circa quindici anni quasi cinquanta storie, contribuendo direttamente alla fase di massimo successo commerciale della testata.
Tra le sue storie più celebri c’è Partita con la morte, il numero 66 della serie, con i disegni di Corrado Roi: un’avventura nella quale Harvey Burton sfida la Morte a una partita a scacchi, mettendo in gioco la vita delle persone nel mondo reale.
Paola Barbato è una delle autrici più importanti nella storia di Dylan Dog, alla cui testata si è avvicinata nel 1998, debuttando sulla serie regolare l’anno successivo con Il sonno della ragione. Nel corso degli anni ha firmato numerose storie, diventando una delle voci capaci di raccogliere l’eredità sclaviana mantenendo però una sensibilità personale. Difatti le sue sceneggiature hanno spesso riportato al centro la componente più umana, drammatica e inquietante dell’Indagatore dell’Incubo.
Molto più avanti, nel 2013, arrivò Roberto Recchioni, chiamato da Sclavi a guidare un rilancio della testata durato circa dieci anni.
Il ciclo di Recchioni è stato anche uno dei più discussi nella storia recente di Dylan Dog. L’obiettivo era provare a modificare una caratteristica tipica dei personaggi seriali Bonelli: quella sorta di immobilità narrativa che permette al protagonista di vivere centinaia di avventure senza cambiare realmente.
Recchioni provò invece a far crescere Dylan, a modificare il suo mondo e a introdurre conseguenze più evidenti nella sua vita.
Non tutte le scelte furono accolte nello stesso modo dai lettori, ma quel periodo rappresenta comunque una delle fasi più significative nel tentativo di rinnovare l’Indagatore dell’Incubo senza cancellarne la storia. Basti pensare che Dylan è stato protagonista anche di un crossover con Batman, evento impensabile sino a una decina di anni prima.
Dal 2023 il timone è passato a Barbara Baraldi, scrittrice e sceneggiatrice che aveva già legato il proprio percorso professionale a Dylan Dog fin dal 2012. È proprio Baraldi a firmare la sceneggiatura dell’albo celebrativo del quarantennale.
Sul fronte dei disegni, il debito verso Angelo Stano è enorme. Fu lui a dare corpo al primo Dylan Dog, con un tratto fortemente personale e influenzato anche dall’espressionismo di Egon Schiele, e per oltre vent’anni firmò le copertine della serie.
Claudio Villa, invece, è colui che contribuì a definire visivamente il personaggio. La giacca nera, la camicia rossa e i jeans sono diventati un’immagine immediatamente riconoscibile e parte integrante dell’identità dell’Old Boy.
E poi c’è Corrado Roi, con il suo segno cupo, materico e quasi gotico, il duo Montanari & Grassani, amici e collaboratori fin dal 1972 e autori insieme di oltre cento albi della serie, Luigi Piccatto, Giovanni Freghieri, altro pilastro della serie classica, Giampiero Casertano, tra i grandi interpreti della stagione d’oro degli anni ’90, Bruno Brindisi importantissimo soprattutto dagli anni ’90 in poi, Pietro Dall’Agnol, Gigi Cavenago, Sergio Gerasi e molti, molti altri.
Quarant’anni di storie: gli albi che hanno costruito il mito

Raccontare Dylan Dog attraverso quarant’anni di pubblicazioni significa inevitabilmente confrontarsi con una domanda: quali sono le storie che hanno davvero definito il personaggio?
Non esiste una risposta definitiva, e sarebbe probabilmente sbagliato trasformare una storia così lunga in una classifica. Esistono però alcuni albi che, più di altri, permettono di comprendere perché Dylan Dog sia diventato quello che conosciamo.
Si parte naturalmente da L’alba dei morti viventi, il numero 1. È la storia che presenta Dylan, Groucho e Xabaras e mette immediatamente sul tavolo alcuni degli ingredienti che accompagneranno la serie per decenni: l’horror classico, l’ironia, il mistero, la malinconia e un protagonista che non assomiglia affatto ai detective tradizionali.
Poi c’è La zona del crepuscolo, numero 7, una delle prime storie capaci di dimostrare che l’horror di Dylan Dog poteva essere molto più di una semplice successione di mostri e omicidi. L’atmosfera di Inverary, il paese in cui nessuno nasce e nessuno muore, porta il lettore in una dimensione sospesa tra vita e morte, mostrando già quanto Sclavi fosse interessato alla paura esistenziale oltre che a quella fisica.
Con Memorie dall’invisibile, numero 19, arriviamo invece a uno degli esempi più importanti della componente sentimentale della serie. Bree Daniels entra nella vita di Dylan e la storia utilizza il mistero dell’Uomo Invisibile per parlare anche di solitudine, emarginazione e del confine tra ciò che rende un essere umano un mostro e ciò che, invece, lo rende semplicemente diverso.
Storia di Nessuno, numero 43, torna invece a confrontarsi con Xabaras e con la morte, costruendo una storia che mette al centro il rapporto tra identità, vita e memoria. È anche uno degli albi che mostrano meglio la capacità di Sclavi di utilizzare l’horror come strumento per parlare di qualcosa di molto più grande del semplice soprannaturale.
Con Partita con la morte, numero 66, Claudio Chiaverotti dimostra invece quanto il linguaggio dylaniato potesse essere raccolto anche da altri sceneggiatori senza perdere la propria identità. La partita a scacchi di Harvey Burton con la Morte è una storia grottesca e inquietante che porta in primo piano uno dei temi più ricorrenti della serie: il rapporto impossibile tra l’essere umano e la propria fine.

Il lungo addio, numero 74, è un altro passaggio fondamentale perché quasi dimentica l’horror tradizionale per concentrarsi sulla memoria, sull’amore e sul tempo perduto. Marina Kimball, il ricordo di un’estate e la possibilità di ciò che sarebbe potuto accadere diventano il centro di una storia malinconica e profondamente umana. È uno degli esempi più evidenti di come Dylan Dog possa funzionare anche quando il mostro non è necessariamente davanti agli occhi del lettore.
Pochi numeri dopo arriva Johnny Freak, l’81, una delle storie più dolorose della serie. Johnny è un ragazzo mutilato, sordomuto e abbandonato al proprio silenzio, vittima di una violenza familiare terribile. Dylan cerca di proteggerlo e il rapporto tra i due porta la serie a confrontarsi con la solitudine, l’emarginazione e la crudeltà umana. È una storia che dimostra ancora una volta come, in Dylan Dog, l’orrore più difficile da sopportare possa essere quello perfettamente reale.
Infine, Il Signore del Silenzio, numero 39, rappresenta un altro lato importante della serie: quello della ricerca filosofica e del mistero legato alla conoscenza. La domanda su cosa si nasconda dietro i limiti della conoscenza umana diventa un nuovo modo per utilizzare l’horror come strumento di riflessione.
Sono soltanto alcune delle storie che hanno costruito la leggenda dell’Indagatore dell’Incubo, e naturalmente non possono rappresentare da sole quarant’anni di pubblicazioni. Ma lette una accanto all’altra permettono di capire una cosa fondamentale: Dylan Dog non è mai stato soltanto un fumetto horror, ma è stato un fumetto sull’amore, sulla morte, sulla solitudine, sulla diversità, sulla paura e sulla memoria. E proprio per questo, anche quando cambiavano gli autori, le epoche e le mode, continuava a trovare un modo per parlare ai suoi lettori.
Giuda Ballerino! Perché ci piace così tanto Dylan Dog?

Il segreto di Dylan Dog non è mai stato semplicemente l’orrore che si trova tra le sue pagine, che spesso è solo un pretesto per raccontare paure mentali e quotidiane, nate dall’osservazione della vita reale più che dai fantasmi.
Dylan stesso è un protagonista particolare, in cui alcune volte ci riconosciamo e altre vorremmo riconoscerci. È vegetariano, astemio, suona il clarinetto, non ama volare, è incapace di gestire le proprie relazioni sentimentali e sembra destinato a innamorarsi continuamente per poi perdere la persona amata. Ha tanti difetti e forse proprio per questo è adatto ad affrontare gli incubi degli altri.
Non è l’eroe invincibile, ma una persona fragile, sentimentale e a volte confusa che si fa guidare dal suo “quinto senso e mezzo”. Non è quasi mai guidato dalla razionalità, ma dal suo istinto per affrontare situazioni da cui non sa come uscire.
Dylan Dog incarnava perfettamente le inquietudini di una generazione cresciuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, un’epoca che cercava un eroe diverso dai modelli tradizionali.
Un eroe imperfetto, romantico fino all’autolesionismo, capace di ridere di se stesso proprio mentre il mondo gli crollava addosso.
La forza della serie è stata anche quella di riuscire a mettere nello stesso albo horror, commedia, critica sociale, romanticismo, surrealismo e filosofia.
È probabilmente questo il motivo per cui Dylan Dog è riuscito a fare da ponte tra il fumetto popolare da edicola e una sensibilità più autoriale, conquistando contemporaneamente un pubblico enorme e l’attenzione della critica.
Le celebrazioni intorno ai quarant’anni di un’icona

Sergio Bonelli Editore ha costruito un calendario di celebrazioni destinato ad accompagnare il quarantennale per tutto il 2026, con il cuore degli appuntamenti concentrato proprio intorno al 26 settembre.
Il 25 settembre si è tenuta la Dylan Dog Horror Night, con eventi organizzati in numerose librerie Ubik e fumetterie Funside in tutta Italia.
Oggi, sabato 26 settembre, arriva invece in edicola il numero 481, Prima che sia l’alba, scritto da Barbara Baraldi e disegnato da Davide Furnò.
Per l’occasione l’albo è interamente a colori e viene proposto in una confezione sigillata che nasconde una delle quattro copertine disponibili: la regular di Gianluca e Raul Cestaro oppure una delle tre variant firmate da Claudio Villa, Corrado Roi e Angelo Stano.
La storia racconta di un misterioso diario che Dylan trova nella propria libreria. Non ricorda di averlo mai scritto, eppure quelle pagine gli sembrano familiari. E dietro quel mistero torna a incombere la presenza della Morte.
La versione pubblicata in libreria e fumetteria è invece una vera e propria edizione ampliata, con otto pagine di fumetto inedite presenti solo nel volume cartonato.
E il quarantennale non si ferma alla carta: il 28 ottobre, al Teatro Eliseo di Roma, debutterà Dylan Dog Horror Show, spettacolo di Tiziano Sclavi e Nicola Russo con la regia di Valter Malosti, preceduto da alcune anteprime dal 22 ottobre.
Le celebrazioni comprendono inoltre una serie di 41 volumi settimanali realizzati da La Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera e Tv Sorrisi e Canzoni in collaborazione con Sergio Bonelli Editore, pensati per ripercorrere i quattro decenni dell’Indagatore dell’Incubo attraverso una selezione di avventure rappresentative.
Quarant’anni, insomma, non vengono festeggiati soltanto con un albo celebrativo, ma con un vero percorso attraverso la storia editoriale di Dylan.
Quarant’anni dylaniati e non sentirli

Come ho detto, quarant’anni sono tanti per un fumetto, ancora di più per un personaggio che, per definizione, dovrebbe vivere eternamente poco più che trentenne.
Ma forse è proprio questo il punto: Dylan Dog non è rimasto giovane perché il tempo non sia passato, ma perché ogni generazione ha potuto leggerlo con occhi diversi.
Per alcuni è stato l’horror, per altri la commedia, per altri ancora il romanticismo, la filosofia, la critica sociale o semplicemente quel fumetto che si comprava in edicola una volta al mese. Per me è stato anche il numero 136, Lassù qualcuno ci chiama, arrivato in un momento in cui avevo bisogno di scoprire che il fumetto poteva essere qualcosa di diverso dai supereroi.
Ed è forse questo il vero motivo per cui, quarant’anni dopo, continuiamo a parlare di Dylan Dog.
Perché i personaggi che amiamo davvero non rimangono semplicemente sugli scaffali, ma crescono insieme a noi e cerchiamo di farli conoscere anche alle generazioni più giovani.
Dylan Dog, per chi lo conosce da tanto, come il sottoscritto, è qualcosa che per un periodo ti accompagna, poi ti lascia, ma sai già che prima o poi ritornerà nella tua vita.
Quarant’anni dopo la prima alba, Dylan è ancora lì, a Craven Road 7, con il suo clarinetto, il suo galeone, il campanello che suona con un “UAAAARGH!!!“, il suo ingresso fatto di maschere e statue di mostri, con Groucho che aspetta di lanciargli la pistola, Bloch che prova a riportarlo alla realtà e un nuovo incubo dietro la porta che risolverà grazie al “suo quinto senso e mezzo”. E ovviamente un’altra donna da salvare e di cui innamorarsi perdutamente.
Buon compleanno, Old Boy.

Fumetti italiani
Dylan Dog: Per i 40° anni del personaggio il 25 settembre sarà la Dylan Dog Horror Night
Per festeggiare i 40 anni dall’esordio editoriale di Dylan Dog, la Sergio Bonelli Editore aprirà i festeggiamenti il 25 settembre con la Dylan Dog Horror Night

A quarant’anni dal debutto in edicola di Dylan Dog
VENERDÌ 25 SETTEMBRE
SI APRONO LE CELEBRAZIONI
DEI 40 ANNI CON LA
DYLAN DOG. HORROR NIGHT
In attesa del
DYLAN DOG. HORROR SHOW
di Tiziano Sclavi e Nicola Russo
regia di Valter Malosti
dal 28 ottobre al Teatro Eliseo di Roma
Prevendite aperte
A quarant’anni dal suo debutto in edicola, avvenuto il 26 settembre 1986, e in attesa dell’arrivo a teatro con DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo diretto dal regista Valter Malosti, si aprono le celebrazioni dei 40 anni dell’Indagatore dell’Incubo con un evento dedicato ai lettori di tutta Italia.

Venerdì 25 settembre arriva DYLAN DOG. HORROR NIGHT, una serata di festa che coinvolgerà una selezione di 80 sedi sparse in tutta Italia tra librerie Ubik e fumetterie Funside. Al Bonelli Store di Milano è invece in programma una matinée speciale dedicata ai lettori proprio sabato 26 settembre. Ogni sede sarà impreziosita da allestimenti dedicati a Dylan Dog e al suo universo narrativo, offrendo ai fan un’esperienza pensata per festeggiare insieme i primi quarant’anni di una leggenda del fumetto. In diverse librerie e fumetterie, sceneggiatori e disegnatori della serie incontreranno il pubblico per raccontare curiosità, aneddoti e retroscena di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano. Tantissimi le autrici e gli autori già confermati. Tra gli altri: a Milano il Direttore Editoriale Michele Masiero, Barbara Baraldi, Davide Furnò, Claudio Villa, Angelo Stano, Sergio Gerasi, Franco Busatta e Luigi Mignacco; a Roma Mauro Uzzeo, Alessandro Bilotta, Riccardo Torti; a Palermo Rita Porretto; a Napoli Bruno Brindisi, Raul Cestaro, Gianluca Cestaro, Fabiana Fiengo; a Bologna Andrea Venturi, Paolo Martinello, Marco Nizzoli; a Catania Luigi Siniscalchi; a Cagliari Bruno Enna… Tutti i dettagli e gli orari sui singoli appuntamenti saranno disponibili e in continuo aggiornamento su www.DylanDog40.it.
Per l’occasione, dal 22 settembre arriva inoltre in libreria e fumetteria il volume celebrativo con la storia inedita scritta da Barbara Baraldi e disegnata da Davide Furnò intitolata “Prima che sia l’alba”: il volume in bianco e nero proporrà la storia dell’albo dell’anniversario, “Dylan Dog 481”, con in più otto tavole a fumetti inedite che ne arricchiranno la trama.
Ma anche chi non vivesse in una delle città raggiunte da questi primi eventi potrà festeggiare. In edicola proprio dal 26 settembre arriverà l’albo n. 481, “Prima che sia l’alba” di Barbara Baraldi e Davide Furnò, eccezionalmente a colori. Si tratterà di un albo unico, proposto in una confezione sigillata che cela l’aspetto della copertina a sorpresa: una volta aperta, i lettori potranno trovare la copertina regular o una delle tre rare variant, stampate in un numero limitato di copie. Gli autori delle diverse copertine sono Gianluca e Raul Cestaro, autori della copertina regular, e Claudio Villa, Corrado Roi e Angelo Stano, autori delle tre copertine variant.

Le celebrazioni in programma il 25 settembre riuniranno i fan nel calore di una passione condivisa e contribuiranno a rendere ancora più intensa l’attesa per DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo con regia di Valter Malosti – lo spettacolo in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 28 ottobre con anteprime speciali dal 22 ottobre – che rappresenterà il culmine delle iniziative per il quarantennale. Proprio con questo spettacolo, lo storico teatro romano riaprirà le sue porte e per l’occasione trasformerà il suo foyer in uno spazio esperienziale dedicato all’universo visivo e narrativo dell’Indagatore dell’Incubo. Le prevendite sono aperte su Ticketone.
I festeggiamenti continueranno nei prossimi mesi con nuove pubblicazioni e iniziative speciali dedicate al protagonista dal 1986 di un successo editoriale senza tempo e punto di riferimento per generazioni di lettori. Tutti i dettagli sugli appuntamenti dedicati ai festeggiamenti dei 40 anni di Dylan Dog verranno svelati via via sul sito della Casa editrice.
*Ringraziamo gli uffici stampa Sergio Bonelli Editore per la condivisione del comunicato di cui sopra
Fumetti
Dark Shots, l’antologia horror di Mirage Comics diretta da Federico Mele
Recensione del volume introduttivo della collana di graphic novels Mirage Comics a tema horror Dark Shots, curata da Federico Mele.
L’horror ci accomuna un po’ tutti. È inevitabile: prima o poi ci siamo imbattuti nel genere in una delle sue molteplici forme, che fosse tra le pagine di un romanzo di Stephen King o sul grande schermo.
Con Dark Shots, Mirage Comics raccoglie e rielabora proprio quegli elementi dell’horror con i quali abbiamo ormai familiarizzato, dando loro una nuova forma attraverso una raccolta di storie inedite e autoconclusive scritte da Federico Mele, in collaborazione con Marco Pacini, Rebecca Sargo e Simone Tentoni, e illustrate da vari artisti, tra cui Nicola Mari, Sara Pichelli, David Mack, Eduardo Risso e molti altri, che elencherò più avanti.
Alla direzione del progetto troviamo Federico Mele, autore di La Caduta di Macbeth, la sua prima pubblicazione come autore completo, nonché una presenza di rilievo in casa Image Comics, dove ha lavorato come copertinista e disegnatore di Spawn di Todd McFarlane.
Cicchetti di oscurità
È così che lo stesso Mele definisce questo volume introduttivo della collana Dark Shots. Il volume si presenta in formato cartonato ed è disponibile in diverse edizioni: io, ad esempio, sono riuscito a mettere le mani su quella limitata a sole 400 copie con la copertina disegnata da David Mack.

Dark Shots edizione limitata, cover a cura di David Mack
Al suo interno troviamo nove storie brevi e autoconclusive che fanno da teaser alla collana di graphic novels, sia per quanto riguarda i team creativi che per quanto riguarda il “tono” delle storie che ne nasceranno. Ogni storia si prende lo spazio necessario per catapultare il lettore nel proprio universo, fatto di demoni, antiche credenze popolari e incubi, e lo fa attraverso una combinazione sempre diversa di scrittura e disegni. A legare alcune di queste nove storie è proprio Federico Mele che, oltre a essere il curatore della collana, è anche il principale sceneggiatore e l’architetto dei mondi che incontreremo in Dark Shots.
Le nove storie presentate al pubblico
Le nove storie raccolte in questo volume sono accomunate dall’horror, ma lo declinano attraverso immaginari, epoche e atmosfere profondamente diverse. Si parte da Il Miracolo, che porta il lettore indietro fino al 33 d.C., intrecciando orrore e religione attraverso i disegni di Eduardo Risso e la sceneggiatura di Federico Mele.
Dalla religione si passa al true crime con La Musa, che strizza l’occhio alle storie di serial killer americani e trova nei disegni di Nicola Mari il complemento ideale alla scrittura di Mele.
L’orrore cambia ancora volto in Scacco Matto, dove il terrore diventa psicologico e affonda le proprie radici nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, con Antonio Mlinaric alle matite.
Il viaggio prosegue verso ambientazioni ancora più estreme con Il Peso della Verità, frutto della collaborazione tra Mele e David Mack, che porta l’orrore tra i ghiacci del Polo Nord, dove il grande freddo diventa parte integrante dell’atmosfera della storia.
È però con Brava Bambina che, almeno personalmente, ho incontrato una delle storie più inquietanti dell’intero volume. Mele e Sara Pichelli prendono uno dei più classici incubi dell’infanzia – il mostro nascosto sotto il letto – e lo trasformano in qualcosa di terribilmente concreto: il mostro esiste davvero ed è assetato di sangue.
La componente religiosa torna protagonista in Ex Voto, scritta da Mele e disegnata da Veronica Chiacchio, ma questa volta il tema viene declinato attraverso una semplice quanto inquietante consapevolezza: bisogna stare attenti a chi scegliamo di invocare quando abbiamo bisogno di aiuto.

Tavola tratta da Dark Shots, Mirage Comics
Con Huldufólk il volume cambia nuovamente registro e ci porta in mare, tra pirati e corsari, in una storia breve scritta da Rebecca Sargo e disegnata da Vittorio Serrenti.
A questo punto arriva Fiordinotte, penultima storia della raccolta, scritta e disegnata da Simone Tentoni. L’apparente spensieratezza iniziale lascia presto spazio a qualcosa di molto più oscuro, trasformando quella che sembrava una storia dai toni leggeri in un vero e proprio incubo dominato dal regno animale.
A chiudere il volume è infine Abiura, scritta da Marco Pacini e disegnata da Gabriele Paganini. Al centro della storia troviamo Galileo, che entra in contatto con un’entità soprannaturale destinata a rivelargli un futuro tanto inevitabile quanto inquietante.
Il futuro di Dark Shots
Queste preview hanno senza dubbio dato un assaggio della varietà e dell’ambizione che animano questa antologia horror targata Mirage Comics. Nove storie, nove mondi e altrettanti modi di declinare l’orrore, che lasciano inevitabilmente la voglia di scoprire cosa si nasconde oltre queste prime pagine.
Ma quando potremo finalmente leggere le storie di questa collana? Per scoprirlo, l’ho chiesto direttamente a Federico Mele, che ci ha anticipato qualcosa sul futuro di Dark Shots:
«Posso sicuramente dirti che la prima graphic novel di Dark Shots, come avevo già annunciato pubblicamente al Napoli Comicon, uscirà a novembre e sarà presentata alla Milano Games Week. Sarà realizzata dagli autori di Huldufólk, Rebecca Sargo e Vittorio Serrenti. Quindi rimaniamo in ambito “marinaresco” e “piratesco”, ecco. Non mi posso sbilanciare troppo al momento, ma nei prossimi mesi inizieranno a uscire maggiori informazioni a riguardo. Nel 2027, invece, sono in programma altre due graphic novel di Dark Shots, una delle quali scritta da me.»
Nel frattempo, non ci resta altro che ringraziare Federico per queste informazioni da dietro le quinte e aspettare. Novembre non è molto lontano.
Dark Shots è disponibile all’acquisto sul sito di Mirage Comics.

Splash page tratta da Huldufólk, di Rebecca Sargo e Vittorio Serrenti.
-
Collezionismo6 mesi agoUscite Pokémon TCG 2026: Aggiornamento di cosa è uscito e cosa arriverà in Occidente
-
Serie TV1 anno agoMercoledì Addams: dalle origini al successo della serie Netflix
-
News8 mesi agoIl Palinsesto di Sky e Now TV per il 2026
-
Videogiochi12 mesi agoEssenza Ludica: Punch-Out!! Quando Nintendo menava duro (ma con stile)
-
Comics12 mesi agoLo strano caso di Clark Kent, personaggio dell’Universo… Marvel!?
-
Fumetti11 mesi agoInvincible Universe: Battle Beast – Sangue e Gloria di Kirkman, Ottley e Leoni
-
Serie TV11 mesi agoRoad to Stranger Things 5: Stagione 4, il male si rivela e ha un nome: Vecna
-
Collezionismo7 mesi agoPokémon TCG 2026 – Tutti i prodotti confermati e le novità annunciate (Occidente)






