Eccoci arrivati alla fine di questo viaggio che ci ha portato nel cuore pulsante della gente comune di Westeros. Questa, amici lettori di Popcornerd, è la recensione di A Knight of the Seven Kingdoms S1 E6 – The Morrow (Il Domani), episodio conclusivo della prima stagione della serie A Knight of the Seven Kingdoms, tratta dalle novelle di Dunk e Egg scritte da George R. R. Martin.
Prima di andare avanti con la lettura che prevede qualche inevitabile spoiler, consiglio la lettura della recensione del quinto episodio, In the Name of the Mother.
⚠️ ATTENZIONE, SPOILERS ⚠️
La trama
L’episodio precedente ci aveva lasciati sotto shock: la brutale prova dei sette si è conclusa con la morte del principe Baelor Targaryen, colpito fatalmente dal fratello Maekar Targaryen nel caos dello scontro. The Morrow, sesto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms, si apre sulle conseguenze di quella tragedia.

Ser Duncan, gravemente ferito, si riprende lentamente grazie alle cure dei maester di casa Baratheon. Ma le ferite del corpo sono nulla rispetto a quelle dell’anima. Dunk si sente responsabile della morte di Baelor, sceso in campo per difendere il suo onore. È un senso di colpa che non può essere medicato, né cancellato.

Il confronto con Maekar è uno dei momenti più intensi dell’episodio. Il principe confessa di sentirsi a sua volta colpevole: non c’era intenzione nel suo colpo, ma il peso del risultato resta. In questo scambio, duro e sincero, Maekar dimostra anche di aver compreso il legame profondo che unisce suo figlio Aegon – il nostro Egg – a Dunk. Per questo gli propone di entrare al suo servizio come cavaliere e di continuare ad addestrare il ragazzo come scudiero, ma sotto l’ala protettiva della famiglia reale. Dunk rifiuta. Dice di averne avuto abbastanza dei principi. È una frase amara, che rivela stanchezza e disillusione. Egg, nascosto ad ascoltare, non prende bene il rifiuto di Dunk.


Dopo aver riflettuto – e soprattutto dopo aver ripensato a quando Ser Arlan di Pennytree accolse lui come scudiero – Dunk cambia idea. Torna da Maekar e si offre di prendere Egg con sé, ma a una condizione precisa: niente castelli, niente privilegi, niente comodità. Solo loro due e la strada che porta ai Sette Regni. Maekar rifiuta categoricamente. Egg è di sangue reale, e non permetterà che conduca una vita da cavaliere errante.

Ancora una volta, Egg ascolta tutto. E ancora una volta sceglie di agire. In aperto disaccordo con il padre, scappa e mente a Dunk, dicendogli che Maekar ha cambiato idea e ha dato il suo consenso al viaggio. È una bugia che segna l’inizio di qualcosa di più grande: non solo un nuovo cammino, ma la nascita definitiva del legame tra il cavaliere e lo scudiero.
La calma dopo la tempesta
Dopo la violenza e il sangue della prova dei sette, questo episodio sembra quasi voler rallentare. Come se la storia avesse bisogno di fermarsi un momento per prendere fiato e curarsi le ferite. I colori tornano a essere più caldi e l’aria non sa più di morte imminente, ma di consapevolezza. Il dolore e il senso di colpa hanno preso il posto dell’ansia e della paura.
Oltre a mostrarci l’aftermath della battaglia, l’episodio chiude anche gli archi narrativi di due personaggi importanti per Dunk: Lyonel Baratheon e Raymun Fossoway.
Il lord di casa Baratheon offre a Dunk un posto nel suo palazzo, una possibilità concreta di stabilità e riconoscimento, ma lui rifiuta. La vita a castello non fa per lui: non è quella la strada che sente sua.
Raymun, invece, sembra aver finalmente conquistato il proprio spazio. Dopo aver vissuto all’ombra del cugino e aver rischiato la vita durante la prova dei sette, dimostra di aver ereditato con onore il nome della sua casata. Trova la sua direzione, la sua maturità. E la scena in cui annuncia con orgoglio l’imminente paternità è un momento leggero e quasi liberatorio, capace di strappare un sorriso dopo tanta tensione.

Il colpo di scena finale
L’episodio mi ha tenuto incollato allo schermo dall’inizio alla fine, proprio come avevano fatto i cinque precedenti. Ma il finale di questo sesto capitolo è stato, senza dubbio, il momento che mi ha sorpreso di più.
La fuga di Egg per partire con Dunk dimostra ancora una volta quanto il giovane principe sia diverso dal resto della sua famiglia. È un atto impulsivo e probabilmente porterà delle conseguenze nella seconda stagione ma è anche la prova di quanto Egg tenga a Dunk e di come lo consideri molto più di un semplice cavaliere errante. Lo vede come una guida, un esempio, forse persino come la figura paterna che in quel momento sente più vicina.

Quella della loro partenza è una scena bellissima, quasi simbolica, perché rappresenta un vero e proprio passaggio di testimone.
Dunk non è più soltanto il ragazzo cresciuto all’ombra di Ser Arlan: ora è pronto a camminare con le proprie gambe, ad abbracciare fino in fondo la vita del cavaliere errante. E, soprattutto, è pronto a fare ciò che un tempo fu fatto per lui. In quel momento si percepisce chiaramente che il cerchio si chiude e, allo stesso tempo, si riapre: Dunk diventa maestro, guida, punto di riferimento per Egg.
Arrivederci, Westeros
Siamo arrivati alla fine di questa prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms e, onestamente, qualche settimana fa non avrei mai pensato che l’avrei ricordata come una delle cose più riuscite nate dal mondo di Game of Thrones.
E invece eccoci qui.
Una storia più piccola, più intima, lontana da draghi e troni, che proprio per questo è riuscita a colpire nel segno. Ha scelto di raccontare il fango invece dell’oro, le persone invece degli stemmi delle casate reali, e ha funzionato. Il successo è stato tale che la seconda stagione è già stata approvata. E noi di Popcornerd non vediamo l’ora di tornare qui a parlarne insieme a voi, amici lettori.
Per ora il nostro viaggio si ferma. Quello di Ser Duncan the Tall e Egg, invece, è appena cominciato.
VOTO POPCORNERD: 8.5/10