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Cinema

MIO FRATELLO È UN VICHINGO: Prima clip del film con Mads Mikkelsen

Prima clip in italiano del film Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas, dal 26 marzo al cinema

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MIO FRATELLO È UN VICHINGO – THE LAST VIKING

Scritto e diretto da Anders Thomas Jensen

con Mads Mikkelsen Nikolaj Lie Kaas

DAL 26 MARZO AL CINEMA

Plaion Pictures è lieta di rilasciare la prima clip della dark comedy europea più attesa dell’anno, Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, che arriva in tutti i cinema italiani dal 26 marzo. Il film è stato tra i più acclamati dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, accolto da una lunga standing ovation. In Danimarca, l’irresistibile commedia si è intanto già rivelata campione di incassi, registrando la cifra record di oltre 700.000 spettatori.

Mio fratello è un vichingo – The Last Viking è scritto e diretto dal regista danese premio Oscar® Anders Thomas Jensen (Le mele di Adamo) e vede protagonista Mads Mikkelsen (Un altro giro, la serie Hannibal) accanto a Nikolaj Lie Kaas (Frankenstein di Guillermo del Toro). Un cast corale e sorprendente, tra cui Sofie Gråbøl, Bodil Jørgensen e Lars Brygmann, accompagna i due attori in una storia che mescola humour nero, tensione da heist movie e una sorprendente profondità emotiva.

fratelli Anker (Lie Kaas) e Manfred (Mikkelsen, che qui regala una formidabile interpretazione) condividono un passato difficile e poco altro, dato che Anker ha passato gli ultimi quindici anni in carcere per una rapina. Quando esce, dunque, torna a cercare il bottino che aveva affidato al fratello. Ma Manfred apparentemente non ricorda più dove il denaro è stato sepolto: negli ultimi anni infatti il suo disturbo dissociativo della personalità si è aggravato al punto che è convinto di essere John Lennon, rifiuta categoricamente la sua vera identità (nome compreso, come si vede nella prima clip) e ha addirittura sviluppato una strana ossessione per i cani altrui.

Nel corso della loro ricerca del bottino – nascosto nei boschi attorno alla casa natale ormai trasformata in un improbabile bed & breakfast – Anker e Manfred si trovano immersi in una galleria di personaggi tanto bizzarri quanto memorabili. A partire dalla coppia disfunzionale che gestisce la struttura, fino a un dottore convinto che la miglior cura per i propri pazienti sia assecondare i loro mondi immaginari, i due fratelli sono costretti a confrontarsi con situazioni sempre più assurde e imprevedibili. In questo microcosmo stralunato, ogni incontro diventa uno specchio deformante delle loro stesse fragilità: figure eccentriche e fuori dagli schemi che, tra gag surreali e momenti di inattesa lucidità, finiscono per mettere Anker e Manfred di fronte alle ferite del loro passato e alla possibilità di ricucire il legame che li unisce.

Nell’universo di Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, sospeso tra comicità e malinconia, la musica assume un ruolo centrale. Come si può intuire dalla prima clip, l’ossessione di Manfred per John Lennon e i Beatles – a cui si affianca un’insospettabile passione per gli ABBA – diventa molto più di una semplice eccentricità: è un rifugio emotivo, ma anche un linguaggio attraverso cui i personaggi riescono finalmente a comunicare. Attraverso le note del quartetto di Liverpool e della popolare band svedese, le canzoni diventano così uno spazio condiviso in cui realtà e immaginazione possono incontrarsi, trasformando quella che appare inizialmente come una fuga dalla realtà in una forma inattesa di riconciliazione.

Mio fratello è un vichingo – The Last Viking è un film che, tra humour nero e tenerezza, ricorda come avere una visione diversa della realtà che ci circonda ed essere etichettati come fuori dal coro non dovrebbe farci sentire “stonati” rispetto al resto del mondo, ma farci sentire forse in maggiore sintonia.

Prodotto da Zentropa, Mio fratello è un vichingo – The Last Viking arriverà in tutte le sale italiane dal 26 marzo grazie a Plaion Pictures.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa ECHO GROUP per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Cinema

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Recensione – Sopravvivenza e speranza nel nuovo film di Ridley Scott

Abbiamo visto in anteprima The Dog Stars: Le stelle dopo la fine, il nuovo film di Ridley Scott tratto dal bestseller di Peter Heller con protagonista Jacob Elordi

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Cosa sarebbe successo se, nel 2020, la pandemia di COVID-19 avesse decimato la popolazione del Pianeta? Come avrebbero reagito i superstiti alla disperazione e al dolore, in un mondo che li avrebbe costretti a ricominciare la propria vita daccapo, con pochissime risorse?

Mi immagino che siano queste le domande che si è posto Ridley Scott quando ha cominciato a lavorare su The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, il nuovo film 20th Century Studios, basato sull’omonimo romanzo del 2012 di Peter Heller, che vede il ritorno dietro la macchina da presa dell’oggi ottantottenne regista di capolavori come Alien, Il Gladiatore e Blade Runner.

Nonostante la costellata carriera del regista sia indiscutibile, in passato non tutti i film di Ridley Scott sono stati all’altezza del suo nome e del suo talento, ma per fortuna questo non è il caso The Dog Stars.

Cercherò, però, di essere chiaro sin dall’inizio: The Dog Stars potrebbe essere un film che non piacerà a tutti, fan di Scott compresi, perché cerca di raccontare una storia intensa e commovente sulla sopravvivenza e sulla speranza, in un mondo che pare aver abbandonato l’umanità al proprio destino, senza però riuscire del tutto a imbastire una trama strutturata che abbia un reale inizio e una fine.

Due grandi pregi di questa pellicola riguardano il cast principale, di assoluto primo livello, composto da Jacob Elordi, Margaret Qualley, Josh Brolin, Benedict Wong e Guy Pearce, e la location scelta per girare il film, ovvero il suggestivo territorio del Friuli Venezia Giulia, omaggiato con riprese mozzafiato principalmente delle Prealpi Giulie.

L’umanità ha ancora una speranza?

(L-R) Jasper and Jacob Elordi as Hig in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Un terribile virus influenzale ha decimato la popolazione della Terra. Per la prima volta nella storia dell’umanità, invece di progredire, la società è tornata indietro.

È in questo mondo che vive il giovane Hig (Jacob Elordi), ex meccanico che, in compagnia del cane Jasper, esplora con il suo aeroplano le zone intorno a Denver alla ricerca di viveri, medicinali e di tutto ciò che può essere utile per sopravvivere, sia per lui che per una piccola comunità rurale di cui si prende cura e che vive fuori dalla città del Colorado. Nonostante la perdita della moglie, lutto ancora presente e palpabile, Hig cerca di conservare la speranza che il futuro possa essere migliore.

Di diverso avviso è Bangley (Josh Brolin), un ex marine armato fino ai denti, che vive insieme a Hig e che si è adattato a un mondo cinico e pericoloso, difendendo il proprio territorio a qualunque costo, contro chiunque si avvicini.

Una scelta che si contrappone all’animo più positivo e meno arrendevole di Hig, ma che è giustificata dal fatto che, in questo nuovo mondo post-apocalittico, sono sorti gruppi di persone prive di scrupoli e morale, pronti a uccidere, saccheggiare e dai quali bisogna stare sempre all’erta.

Durante uno dei suoi viaggi, Hig riceve un messaggio radiofonico proveniente da Grand Junction, già sentito in passato, che gli fa pensare che ci sia un rifugio o un gruppo di persone impegnate a cercare di costruire un mondo nuovo o semplicemente intenzionate ad aiutare il prossimo.

A causa di un evento drammatico, Hig prenderà la decisione di provare a raggiungere il misterioso Grand Junction con il suo aereo, per vedere se c’è ancora speranza per l’umanità.

Un country western che racconta come sopravvivere in un mondo che non ci vuole più

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Ridley Scott sceglie di raccontare una storia realistica e coinvolgente, che parte da una catastrofe pandemica analoga a quella che ha toccato da vicino l’umanità solamente pochi anni fa.

Il regista racconta il presente che poteva essere o il futuro prossimo che potrebbe essere, ma che tutti ci auguriamo non accada. E lo fa prendendosi i suoi tempi sin dall’inizio, a volte con un ritmo che rallenta eccessivamente e che potrebbe portare lo spettatore ad annoiarsi in determinate sequenze.

Lo stesso inizio di The Dog Stars, che agli appassionati del genere post-apocalittico potrà ricordare Io sono leggenda, cerca di presentare allo spettatore lo status quo del mondo in cui si muovono il personaggio interpretato da Elordi e il suo cane, ma lo fa con eccessivo zelo, risultando lungo e difficile da seguire con attenzione costante.

Una volta che lo spettatore entra nel ritmo della storia, però, The Dog Stars comincia a scorrere ed ecco che ci si ritrova davanti a un western moderno, condito da musiche country sparse qua e là, che ci mostra, anche attraverso sequenze emotivamente coinvolgenti, la difficoltà di un uomo che ha perso tutto come Hig e che è alla ricerca di fiducia e risposte.

Un uomo che non riesce a elaborare il lutto per la perdita della moglie, che non riesce a lasciare andare, ma che si aggrappa alla speranza senza rinunciare alla fiducia nel prossimo.

E uno dei punti di forza di questo film è proprio la contrapposizione dei personaggi di Elordi e Brolin, due filosofie diverse nell’affrontare il nuovo mondo che li circonda: da una parte il giovane che crede nella redenzione dell’umanità, nonostante proprio l’uomo rappresenti ancora una volta il pericolo maggiore, e dall’altra il vecchio che pensa che l’unico modo per sopravvivere sia eliminare il problema alla radice (possibilmente con una pistola o un fucile in mano).

Un Jacob Elordi in stato di grazia, accompagnato da un cast eccezionale

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Margaret Qualley as Cima in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Prima di tutto voglio dire una cosa: c’è voluto un film post-apocalittico e l’amicizia con un cane per vedere finalmente sorridere più di una volta Jacob Elordi, nonostante le tematiche affrontate nel film siano decisamente drammatiche.

La vera star di questo film è proprio lui, il giovane Jacob, che riesce a confezionare una prova davvero convincente in un film che si regge per gran parte del tempo sulle sue spalle.

Elordi ha già dimostrato il suo talento in più occasioni, come nel Frankenstein di Guillermo del Toro, ma in questo film riesce davvero a mostrarsi per il grande attore che è.

Molto intenso e dolce il rapporto che viene messo in scena tra lui e Jasper, il cane lupo, vera “dog star” del film. L’attore ha dichiarato in diverse occasioni all’interno di alcune interviste di aver stretto un rapporto reale e sincero con il suo partner a quattro zampe durante le riprese.

Ma, al netto della bravura di Elordi, The Dog Stars vede nel resto del cast un altro elemento che valorizza l’ultima fatica di Ridley Scott. Brolin, Pearce e la stessa Margaret Qualley sono eccezionali nei panni dei loro personaggi.

In particolare, quest’ultima è davvero incredibile al fianco di Elordi e l’affiatamento tra i due è palpabile. Del resto, è impossibile resistere all’uno o all’altra, affascinanti anche con i capelli in disordine e gli abiti sporchi per gran parte del film.

Una location straordinaria e riprese che lasciano a bocca aperta

Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Che The Dog Stars possa piacere o meno, una cosa è difficile da mettere in discussione: la bellezza dei paesaggi scelti da Ridley Scott per raccontare questo mondo post-apocalittico. Le montagne, le distese verdi e gli immensi spazi naturali non fanno semplicemente da sfondo alla storia, ma diventano parte integrante del film, contribuendo a rendere ancora più suggestivo il viaggio del suo protagonista.

E per noi italiani c’è anche un motivo in più per guardare con attenzione quelle immagini, perché una parte importante del Colorado devastato dalla pandemia che vediamo sullo schermo si trova in realtà in Friuli Venezia Giulia.

Per circa tre settimane la produzione ha infatti lavorato, come anticipato sopra, ai piedi delle Prealpi Giulie. Qui Ridley Scott e la sua troupe hanno trovato il paesaggio ideale per trasformare il territorio friulano nell’America post-apocalittica immaginata dal film, sfruttando in particolare gli scenari naturali che circondano il Tagliamento, uno degli elementi più importanti per la costruzione dell’immaginario visivo di The Dog Stars, perfetto per rappresentare un’America profondamente cambiata dalla pandemia.

Che si tratti delle montagne, delle immense distese naturali o delle riprese dall’alto, The Dog Stars regala alcune immagini davvero spettacolari e ci ricorda ancora una volta quanto il nostro Paese possa offrire location capaci di trasformarsi completamente davanti alla macchina da presa. In questo caso, tanto da convincere Ridley Scott che il Friuli Venezia Giulia poteva diventare, almeno per un po’, il Colorado di un futuro in cui l’umanità è quasi scomparsa.

I difetti di The Dog Stars

Il film, in diversi punti, come detto, risulta lento, spesso fin troppo. Il problema più grande, però, è che “non c’è né capo né coda”, ma viene raccontato semplicemente un periodo della vita di alcune persone in un mondo post pandemico.

Se fosse un episodio pilota di un’ottima serie sci-fi, nulla da dire, ma come pellicola singola può essere sinceramente un deficit quello di non avere una trama dalla struttura forte.

Riguardo a quello che è accaduto al mondo, viene spiegato poco, se non attraverso le risicate parole dei protagonisti, che non entrano mai realmente nel dettaglio.

Infine, è singolare e anche divertente il fatto che tutti i personaggi principali siano dei tiratori scelti da far impallidire i cecchini dell’esercito degli Stati Uniti, mentre i loro avversari non riescono a colpire un bersaglio a mezzo metro di distanza. Insomma, alcuni piccoli difetti sui quali si poteva lavorare di più e che condizionano tanto la visione del film quanto il verdetto finale.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: promosso o bocciato?

Jacob Elordi as Hig and Jasper in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film senza ombra di dubbio godibile. Emoziona, colpisce per gli scenari e l’ambientazione e per l’interpretazione di un cast sugli scudi, forse un po’ sprecato per una pellicola come questa, nonostante ci sia Ridley Scott alla regia.

Non siamo di fronte al miglior film del regista, capace in passato di regalarci immortali cult cinematografici, ma neanche il peggiore. Di sicuro siamo davanti a una delle migliori interpretazioni, sino ad ora, di Jacob Elordi.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film sulla sopravvivenza, sul superare il lutto e sulla speranza che, anche in un mondo in cui l’umanità è con le spalle al muro per colpa di un male che non può controllare, ci sia sempre un modo per adattarsi e ricominciare a vivere. Insieme.


VOTO POPCORNERD: 6,5/10

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Cinema

World War Z: l’inquietante zombie-movie con Brad Pitt avrà un sequel

World War Z è una delle rappresentazioni cinematografiche più spaventose degli Zombie. Il film tratto dal romanzo di Max Brooks e con protagonista Brad Pitt è stato annunciato che avrà un sequel

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Dopo 13 anni, finalmente qualcosa si è mosso: un sequel di World War Z è stato annunciato. E questo significa che gli zombie più terrificanti del cinema potrebbero presto tornare sul grande schermo.

D’altra parte, se c’è un film che ha saputo reinterpretare l’apocalisse zombie in maniera realmente inquietante, è proprio quello con protagonista Brad Pitt.

La carriera dell’attore hollywoodiano non ha certo bisogno di presentazioni. Pitt ha collezionato interpretazioni acclamate dalla critica in film come L’esercito delle 12 scimmie, La grande scommessa, la trilogia di Ocean’s Eleven, Fight Club, C’era una volta a Hollywood e moltissimi altri.

L’horror, però, è un territorio che Brad Pitt ha esplorato soltanto in due occasioni: nel 1994 con Intervista col vampiro e, quasi vent’anni dopo, con World War Z, arrivato al cinema nel 2013.

Ispirato all’omonimo romanzo pubblicato nel 2006 da Max Brooks, World War Z è stato portato sul grande schermo da Matthew Michael Carnahan (Deepwater Horizon), Drew Goddard (Cloverfield) e Damon Lindelof (Prometheus), con la regia di Marc Forster (Monster’s Ball).

Al centro della storia troviamo Gerald “Gerry” Lane, interpretato da Brad Pitt, un investigatore delle Nazioni Unite ormai in pensione che viene richiamato in servizio quando una terribile pandemia trasforma gli esseri umani in zombie.

E ora che un nuovo capitolo è finalmente in fase di sviluppo, tornare a parlare di World War Z rende il film del 2013 ancora più inquietante.

Gli zombie di World War Z sono tra i più terrificanti del cinema horror

Uscito nel giugno del 2013, World War Z si è rapidamente imposto come uno dei film horror più spaventosi del suo genere. Il motivo? I suoi zombie.

Il cinema e la televisione ci hanno regalato decine di interpretazioni diverse dell’apocalisse zombie. Da La notte dei morti viventi a 28 giorni dopo, passando per Shaun of the Dead, The Walking Dead, Train to Busan e moltissimi altri titoli, gli zombie sono diventati una presenza fondamentale dell’immaginario horror. Eppure, gli infetti di World War Z hanno qualcosa che li rende particolarmente terrificanti.

Il film non si limita infatti a trasformare gli zombie in semplici creature affamate di carne umana, ma attribuisce loro caratteristiche precise e, soprattutto, una velocità e una capacità di reazione che li rendono una minaccia quasi impossibile da contenere. La prima caratteristica, forse la più angosciante, riguarda proprio la trasformazione.

In World War Z, l’infezione impiega appena 12 secondi per prendere il controllo del corpo dell’ospite.

Non c’è praticamente il tempo di dire addio a qualcuno. Non c’è spazio per organizzare una fuga o sperare di salvare la persona infetta. In un attimo, un essere umano si trasforma in una creatura completamente diversa. E da quel momento cominciano i problemi.

Gli zombie di World War Z sono dotati di una velocità impressionante, quasi da atleta olimpico, oltre che di una sorta di intelligenza collettiva e di sensi estremamente sviluppati, in particolare udito e olfatto.

È proprio la loro rapidità a distinguerli dagli zombie tradizionali, quelli lenti e inesorabili che abbiamo visto in film come La notte dei morti viventi o nella serie The Walking Dead.

Questi zombie, invece, non si fermano, non rallentano e non si stancano. Sono autentici velocisti che, una volta individuata una preda, si lanciano all’inseguimento con un’intensità quasi incontrollabile.

Ed è proprio questa caratteristica a rendere ogni scena di fuga così ansiogena: seminarli è quasi impossibile.

I sopravvissuti hanno pochissimo tempo per comprendere cosa stia succedendo prima di essere travolti dall’orda.

Gli zombie di World War Z si muovono come un unico organismo

C’è però un’altra caratteristica degli infetti che li rende ancora più inquietanti: sembrano infatti agire come un unico organismo collettivo, una caratteristica che ricorda per certi versi gli infetti controllati dal Cordyceps di The Last of Us.

Nel film li vediamo radunarsi in quantità impressionanti e sfruttare la propria massa per superare ostacoli che, singolarmente, sembrerebbero impossibili da oltrepassare. Uno degli esempi più memorabili è quello di Gerusalemme.

Attratti dal rumore prodotto dagli esseri umani che credono di essere al sicuro dietro le enormi mura della città, gli zombie si accumulano fino a formare vere e proprie montagne di corpi. Una sorta di gigantesco castello vivente che permette loro di scalare le mura e raggiungere le persone che si trovano dall’altra parte.

È una delle immagini più impressionanti del film e, soprattutto, una perfetta rappresentazione di ciò che rende questi zombie diversi dai loro predecessori. Ma c’è un altro dettaglio ancora più inquietante: gli infetti sembrano infatti prendere di mira esclusivamente gli ospiti sani.

Un morso, un graffio o persino il contatto con fluidi infetti possono essere sufficienti a innescare una trasformazione praticamente immediata.

Il risultato è devastante: intere città e, nel giro di poche ore, interi pezzi della società possono collassare.

Ed è proprio osservando questo comportamento che Gerry Lane arriva a una possibile soluzione.

Lane comprende infatti che potrebbe essere possibile creare una sorta di cura combinando malattie e vaccini, sfruttando l’istinto degli zombie di evitare gli esseri umani malati. Ma una domanda rimane ancora aperta: questa soluzione sarà sufficiente per fermare definitivamente la minaccia?

Potremmo scoprirlo proprio nel nuovo capitolo.

World War Z 2 potrebbe rendere gli zombie ancora più pericolosi

Di un sequel di World War Z si parla praticamente dal momento in cui il primo film è arrivato nelle sale nel 2013.

Marc Forster e Paramount Pictures avevano inizialmente immaginato World War Z come il primo capitolo di una trilogia capace di combinare l’azione dei film di Jason Bourne con l’orrore e la sopravvivenza di The Walking Dead. Dopo il successo del primo film, Paramount aveva effettivamente annunciato un sequel.

Inizialmente, J.A. Bayona (The Impossible) era stato coinvolto per la regia, prima di essere sostituito da David Fincher, regista di Zodiac. Nonostante la produzione fosse già entrata nella fase di pre-produzione, il progetto venne infine cancellato da Paramount nel febbraio 2019.

Ma durante il CinemaCon 2026, Paramount Pictures ha infatti annunciato che un nuovo film di World War Z è attualmente in fase di sviluppo.

Un progetto che potrebbe essere stato favorito sia dal rinnovato interesse per il film originale del 2013, sia dal successo del videogioco third-person shooter sviluppato da Saber Interactive e pubblicato nel 2019.

Dopo 13 anni, quindi, Paramount ha finalmente l’opportunità di riportare sul grande schermo una delle versioni più terrificanti dell’apocalisse zombie. E soprattutto potrebbe sfruttare il sequel per recuperare alcuni degli elementi più interessanti del romanzo originale di Max Brooks che non avevano trovato spazio nel primo film.

Il romanzo di Max Brooks nasconde ancora tantissime storie

Uno degli aspetti più interessanti di World War Z è proprio il rapporto tra film e romanzo. Il libro di Max Brooks, pubblicato nel 2006, raccontava infatti l’apocalisse zombie attraverso una sorta di storia orale, costruita utilizzando le testimonianze di persone provenienti da diverse parti del mondo. Il film ha trasformato questa struttura in una grande avventura globale incentrata su Gerry Lane. Per motivi legati anche alla durata della pellicola, però, moltissime scene del romanzo vennero eliminate.

E alcune di queste avrebbero potuto regalare al film sequenze decisamente memorabili.

Tra gli elementi rimasti fuori troviamo, per esempio, l’utilizzo del gas VX da parte dell’Ucraina contro i propri cittadini, uno scambio nucleare tra Iran e Pakistan, una gigantesca battaglia militare a Yonkers e persino la nascita di una nuova capitale degli Stati Uniti a Honolulu. Ma non è tutto.

Il romanzo di World War Z porta la sua storia persino nello spazio, raccontando le esperienze di tre membri dell’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale durante quella che viene definita la “Guerra degli Zombie”.

Vederla trasformata in una sequenza live-action sarebbe senza dubbio uno degli elementi più interessanti che un eventuale sequel potrebbe offrire. E le possibilità non finiscono qui. Il libro mostra infatti un mondo costretto a evolversi militarmente per affrontare una guerra contro gli zombie destinata a durare più di dieci anni.

Cambiano le strategie militari, cambiano gli stili di combattimento e persino le arti marziali vengono influenzate dalla necessità di combattere una minaccia completamente nuova.

La vittoria globale sugli zombie viene infine dichiarata con la liberazione della Cina, evento che passerà alla storia come il “Giorno della Cina”.

Il romanzo di Max Brooks non si ferma alla vittoria. Una parte importante della storia riguarda infatti anche il modo in cui il mondo cerca di ricostruirsi dopo la lunga e devastante guerra contro gli zombie.

Ed è proprio questo un elemento che potrebbe diventare il cuore di un eventuale terzo film.

Il primo World War Z ha lasciato Gerry Lane con una possibile soluzione per evitare gli zombie, ma il sequel potrebbe avere ancora moltissimo da raccontare.

Potrebbe ampliare ulteriormente la minaccia, trasformarla in qualcosa di ancora più pericoloso, adottare un approccio maggiormente psicologico oppure portare sullo schermo alcuni degli eventi della “Guerra degli Zombie” che il primo film non ha mai mostrato. Le possibilità, insomma, sono praticamente infinite.

Dopo 13 anni, gli zombie di Brad Pitt potrebbero finalmente avere una seconda occasione. E considerando quanto fossero terrificanti già nel 2013, viene spontaneo chiedersi una cosa: quanto sarà peggiore la prossima guerra?

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Cinema

Zodiac: il miglior film di Robert Downey Jr. prima dell’MCU fu un flop

Prima di diventare Iron Man, Robert Downey Jr. brillava in Zodiac di David Fincher accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo. Un film oggi amatissimo ma che all’epoca fu un flop al botteghino

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L’Universo Cinematografico Marvel ha ufficialmente preso il via nel 2008 con Iron Man, cambiando completamente la carriera di Robert Downey Jr. Un anno prima, però, l’attore stava ancora cercando di ritrovare la propria strada a Hollywood dopo un periodo piuttosto difficile della sua vita.

Downey aveva già dimostrato il proprio talento molti anni prima, ma doveva ancora riconquistare lo spazio che aveva perso. Ed è proprio in quel periodo che arrivò a bussare alla sua porta per una parte in un film, David Fincher.

Parliamo di Zodiac, thriller del 2007 che oggi possiamo finalmente apprezzare per quello che è, ovvero un eccezionale adattamento e un film investigativo capace di costruire la suspense in maniera completamente diversa dal classico thriller sul serial killer. Downey Jr. fu affiancato in Zodiac da due attori che avevano già una propria reputazione e che, anni dopo, sarebbero entrati a far parte della storia dell’MCU, ovvero Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo.

All’epoca, però, non fu esattamente il successo che il regista e il suo cast sembravano promettere.

Ed è quasi divertente guardarlo oggi e vedere Robert Downey Jr., Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo condividere lo schermo prima di diventare, rispettivamente, Tony Stark, Mysterio e Hulk. Oggi sembra quasi un piccolo evento cinematografico, anche se nel 2007 nessuno poteva ancora immaginare quanto quei tre attori sarebbero diventati importanti per il mondo Marvel.

Ma soprattutto Downey offre nella pellicola una performance straordinaria, e a dire il vero, il suo Paul Avery ha qualcosa in comune con Iron Man. E le somiglianze tra i due personaggi sono piuttosto divertenti da notare.

La performance di Robert Downey Jr. in Zodiac è una delle migliori della sua carriera

Zodiac, uscito nel 2007 e oggi forse meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri film di David Fincher, è basato sulla storia vera del serial killer noto come Zodiac ed è un adattamento dell’omonimo libro di Robert Graysmith e del suo seguito, Zodiac Unmasked.

La pellicola segue le indagini che sconvolsero San Francisco tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando un criminale iniziò a uccidere persone e a inviare lettere e messaggi in codice ai giornali.

Ma il vero punto del film non è raccontare chi sia l’assassino. Fincher è molto più interessato a mostrare cosa può succedere alle persone che passano anni e anni cercando quella risposta.

Zodiac è quindi soprattutto un film sull’ossessione e la suspense nasce proprio da questa idea, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale. Al centro della storia troviamo il fumettista e scrittore Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, l’ispettore Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, e il giornalista Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr.

Ed è proprio Avery a rappresentare uno degli elementi più interessanti della pellicola.

Il personaggio è esattamente il tipo di ruolo che Downey Jr. sa interpretare alla perfezione. Anzi, guardandolo oggi, si potrebbe persino pensare che una parte di questa interpretazione abbia contribuito a plasmare, almeno idealmente, il Tony Stark che sarebbe arrivato appena un anno dopo.

Avery è un cronista di nera del San Francisco Chronicle, intelligente, sarcastico, sicuro di sé e profondamente convinto delle proprie capacità. Sa come ottenere uno scoop, sa con chi parlare e sembra sempre essere un passo avanti rispetto agli altri.

All’inizio è quindi facile capire perché sia così rispettato all’interno del giornale. E se ci pensate, sono tratti piuttosto simili a quelli dell’eroe dell’MCU. L’unica vera differenza è che Avery non è un eroe.

Ciò che colpisce maggiormente dell’interpretazione di Downey è però il modo in cui l’attore evita di trasformare Avery nel semplice stereotipo del “giornalista alcolizzato”.

Sì, il personaggio beve molto, fuma e con il passare del tempo inizia a perdere il controllo della propria vita. Ma il cambiamento avviene in maniera graduale e, proprio come accade per il film nel suo complesso, Avery viene lentamente consumato dal caso. Soprattutto quando l’assassino comincia a minacciarlo.

Ogni personaggio di Zodiac mostra in maniera diversa l’ossessione e le sue conseguenze. Per Avery questo significa iniziare lentamente a deteriorarsi, anche se continua a essere divertente e a comportarsi come un uomo convinto di sapere esattamente cosa sta facendo.

All’inizio questi aspetti sembrano semplicemente parte della sua personalità, ma con il procedere della storia iniziano ad assumere i contorni di un vero e proprio meccanismo di difesa. E vale la pena ricordare che Avery non è nemmeno il protagonista della storia. Eppure ruba la scena praticamente ogni volta che compare.

È forse proprio questo uno dei motivi per cui la performance di Downey in Zodiac può essere considerata una delle migliori della sua intera carriera. Non è necessariamente la sua interpretazione più trasformativa, ma è una prova attoriale in cui l’attore comprende perfettamente cosa deve fare.

Avery cattura l’attenzione senza sembrare che la stia cercando disperatamente. Downey gli permette di essere sgradevole quando serve, divertente quando ha senso e vulnerabile senza mai trasformare quella vulnerabilità in una scena di autocommiserazione.

È un tipo di recitazione che merita di essere applaudito, soprattutto oggi, quando spesso sembra che ogni emozione debba essere spiegata attraverso i dialoghi lasciando ben poco spazio all’interpretazione.

Anche la regia di Fincher fa la sua parte.

Il regista mantiene infatti l’assassino lontano dalla scena. Zodiac è sempre presente attraverso i racconti, le lettere, le prove e le paure dei protagonisti, ma nella maggior parte dei casi rimane fisicamente assente.

Ed è proprio in questi momenti che le interpretazioni diventano fondamentali per creare il giusto effetto thriller. Avery non è ossessionato dal caso come Graysmith, ma non ne esce nemmeno completamente illeso.

Se Zodiac funziona così bene, il merito è soprattutto di Downey e dell’intero cast. Un’indagine di questo tipo può avere conseguenze completamente diverse sulle persone che la seguono. Graysmith diventa ossessionato, Toschi continua a insistere e Avery inizia lentamente a perdere il controllo.

Sono reazioni diverse allo stesso problema e il film è interessante proprio perché mostra fin dove può spingersi ognuno di loro.

Perché Zodiac fu un flop al botteghino?

D’accordo, ma se Zodiac è davvero così bello, perché non funzionò al cinema?

Parte della risposta sta nel fatto che il film non era esattamente quello che il pubblico probabilmente si aspettava da David Fincher.

Il regista aveva già alle spalle il famigerato Se7en e, quando venne annunciato un nuovo progetto dedicato a un serial killer, era facile immaginare un’altra indagine cupa, piena di omicidi, violenza e scene pensate per scioccare lo spettatore.

Ma Zodiac non è quel film, o almeno non lo è principalmente.

La violenza c’è e alcune scene di omicidio sono ancora oggi piuttosto inquietanti, ma l’obiettivo di Fincher è concentrarsi soprattutto sulle persone che cercano di comprendere il caso, più che mostrare l’assassino in azione.

In effetti, il consenso della critica su Rotten Tomatoes riassume piuttosto bene questa differenza, descrivendo il film come un thriller più pacato e incentrato sui dialoghi, che si affida maggiormente all’evoluzione dei personaggi e alla ricostruzione degli anni Settanta piuttosto che ai dettagli grafici degli omicidi.

Oggi Zodiac vanta un punteggio del 90% da parte della critica sulla piattaforma e del 78% da parte del pubblico.

Un altro fattore che potrebbe aver contribuito al risultato al botteghino è inoltre la durata. Zodiac dura circa due ore e mezza, qualcosa che non rappresenta necessariamente un problema, ma che va tenuto in considerazione quando si parla degli incassi di un film, soprattutto considerando l’epoca in cui uscì.

La trama è costruita in maniera estremamente intrigante proprio grazie al modo in cui viene raccontata e strutturata, ma non offre al pubblico un finale tradizionale.

Non c’è infatti un momento di piena soddisfazione in cui l’assassino viene arrestato o ucciso e il film non spiega tutto in maniera conclusiva.

Immaginate quindi qualcuno che entra in un cinema negli anni Duemila aspettandosi un thriller classico e si ritrova davanti a un film in cui gran parte della storia è composta da poliziotti che discutono di prove, giornalisti alla ricerca di informazioni e Graysmith impegnato a decifrare codici e documenti.

Se amate questo genere di cinema è assolutamente fantastico, ma di certo non può funzionare per tutti.

Per chi non è interessato, probabilmente Zodiac può dare l’impressione di non arrivare mai davvero al punto, lasciando lo spettatore con la sensazione di non aver capito fino in fondo quello che ha appena visto.

Anche il marketing non aiutò particolarmente il film; la campagna promozionale di Zodiac enfatizzò infatti il lato più oscuro e macabro della storia, mettendolo in qualche modo in relazione con Se7en, mentre il film di Fincher era in realtà molto più riflessivo e investigativo.

In altre parole, alcune persone arrivarono al cinema con aspettative molto precise e finirono per rimanere deluse.

Gli incassi dimostrarono quanto fosse serio il problema.

Zodiac ebbe un budget di 65 milioni di dollari e ne incassò circa 84 milioni in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raccolse poco più di 33 milioni di dollari, con circa 13 milioni di dollari nel weekend di apertura.

Per una pellicola con un budget del genere, è tutt’altro che un grande risultato.

Il lato positivo è che l’accoglienza della critica fu molto positiva fin dall’inizio e questo probabilmente contribuì a consolidare la reputazione del film nel corso degli anni.

Sebbene Zodiac tenda ancora oggi a essere trascurato, viene ormai considerato uno dei migliori film di David Fincher e a dire il vero, è invecchiato davvero bene.

Oggi molte persone riescono a guardarlo e ad apprezzarlo per quello che è, rendendosi conto che il vero fascino della pellicola non sta tanto nello scoprire chi sia Zodiac, quanto nel vedere questi personaggi cercare continuamente di mettere insieme i pezzi di un mistero che sembra impossibile da risolvere.

Forse Zodiac aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo.

E per quanto riguarda Robert Downey Jr., la spiegazione è ancora più interessante.

Un film che avrebbe dovuto essere un successo e che invece fu considerato un flop finì per diventare, con il passare degli anni, uno dei tasselli più importanti della carriera dell’attore.

Appena un anno dopo, Downey sarebbe diventato Tony Stark in Iron Man e avrebbe iniziato una delle più grandi trasformazioni della storia del cinema contemporaneo. E in Zodiac possiamo rivedere quell’attore prima dell’MCU, affiancato da Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, due futuri protagonisti dell’universo Marvel.

Riguardando oggi Zodiac, è difficile non sorridere davanti all’idea che Tony Stark, Mysterio e Hulk fossero già tutti lì, sullo stesso schermo, molto prima che l’MCU cambiasse per sempre il cinema.

*Fonte del presente articolo: comicbook.com

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