RecensioniSerie TV
Newtopia: recensione ironica della serie zombie coreana che non ti aspetti
Recensione di Newtopia, la serie zombie coreana di Prime Video che mescola K-Drama, splatter e crisi di coppia. Una follia divertente tra le strade di Seul.
Il Vero Drama? Non È l’Apocalisse, È la Tua Relazione.
Aprite un pacchetto di popcorn e preparatevi perché ho guardato Newtopia, l’ultima fatica coreana che vuole farvi credere che un’invasione di zombie sia il male minore. Il vero orrore di questa serie non sono i non morti che masticano cavi elettrici (giuro), ma la crisi esistenziale di una coppia che non sa se lasciarsi o meno mentre, letteralmente, il mondo crolla a pezzi.
Lui, il patetico. Lei, l’eroina che non ti aspetti. Ma con i tacchi giusti.

Incontriamo Jae-yoon, il nostro “eroe” patetico che potrei tranquillamente essere io. Il classico bravo ragazzo, la cui mascolinità è proporzionale al numero di scalini che riesce a fare senza lamentarsi (cioè pochi). Diciamocelo chiaramente: potrebbe tranquillamente essere uno di noi. È in crisi con la sua fidanzata, Young-joo, una sorta di Wonder Woman in versione impiegata.
La premessa è: l’epidemia scoppia proprio nell’esatto momento in cui i due si stanno lasciando con una videochiamata imbarazzante. Lui, bloccato come un fesso sull’ultimo piano del grattacielo più alto di Seul, fa parte dell’esercito coreano (cioè sta facendo la leva obbligatoria che in Corea dura 3 anni) ed è li a controllare che i Nord Coreani non lancino missili o simili sulla capitale. Il problema è che passa metà serie a piagnucolare. Lei? Lei invece è una sorta di Nikita e si butta nella mischia manco fosse un rugbista maori, mena gli zombie con l’ombrello (e non solo, perché c’è una scena che non voglio spoilerare, ma è davvero epica… Mamma mia, quanto vorrei spoilerare in questo momento!) e sfoggia un paio di skill da sopravvivenza che nemmeno Bear Grylls dopo un corso di autodifesa al KGB.
La morale potrebbe essere la seguente: signore, se il vostro fidanzato non si degna di lottare contro uno zombie per voi, forse è il caso di lasciarlo prima che l’apocalisse vi renda il compito più difficile.
Che genere è? K-Drama ma con più schizzi di sangue

I coreani lo fanno sempre: prendono un genere e lo frullano come un milkshake con qualcos’altro. Qui abbiamo l’horror zombie teso e cruento che si scontra frontalmente con le scenette comiche da sit-com con tanto di rumori messi in post produzione in perfetto stile asiatico, ci sono i primi piani strappalacrime tipici dei K-drama romantici… ma c’è anche un po’ di vecchio splatter ignorante come in L’Armata delle Tenebre (se non lo conoscete, andate a recuperare ma soprattutto COME C***O E’ POSSIBILE CHE NON HAI ANCORA VISTO QUEL CAPOLAVORO!).
Risultato? Un delirio visivo. Si passa dall’ansia pura di una fuga attraverso una scala infestata, a inquadrature degne di Friends in cui i personaggi fanno facce esageratissime e si comportano come se stessero litigando per l’ultimo pacco di ramen, non per la sopravvivenza del genere umano.
Ho trovato geniale e carino la soluzione di far ritardare la mutazione in zombie per coloro che vengono morsi ma se non lo hai visto evito di farti anche questa spoilerata.
Pillole di sopravvivenza (e curiosità) da Newtopia

- Lo sceneggiatore della serie è Han Jin-won, che forse conoscete per aver co-sceneggiato quel piccolo film sconosciuto chiamato 🤣… Parasite. Non male, eh? Spiega il caos controllato!
- Mai fare una videochiamata per rompere. Se la vostra relazione fa schifo, fatelo dal vivo. Così, se scoppia un’apocalisse, almeno siete vicini e potete spaccarvi la testa a vicenda (o difendervi, che è meglio). Tipo io conosco un sacco di coppie che l’anno fatto durante il Covid, solo che qui ci sono più morsi.
- Gli zombie coreani sono i più atletici. Corrono, saltano, si arrampicano. Io invece amo quando gli zombie sono lenti e stupidi o comunque non delle saette. Mi tocca ammetterlo: qui sono inarrestabili tipo World War Z. Se mai ci fosse un’invasione, sperate che sia quella americana, almeno potete camminare più veloce di loro.
- Il vero amore sopravvive a tutto. Ok le vacanze al paesello dei nonni, ok alle cene di famiglia la domenica… ma adesso anche a una pandemia di non morti che vogliono strapparti la milza?
Newtopia è un casino? Sì. È incoerente? Assolutamente. E’ divertente? Certo che sì! Dategli una chance se avete voglia di un guilty pleasure che non si prende troppo sul serio e vi farà versare qualche lacrima… di risate.
Il mio voto finale da Caos Controllato è un bel 7/10.
Se hai finito il pacchetto dei PopCorn ricordati di fare la differenziata!
Guarda il trailer ufficiale della serie.
Disney+
The Bear Stagione 5: Recensione – Le persone contano tanto quanto i secondi
Giunge al termine The Bear, la serie Hulu trasmessa in Italia da Disney+, che con la quinta e ultima stagione si congeda in modo (quasi) impeccabile
Ogni secondo conta
Questo motto composto da tre semplici parole è stato ricorrente in gran parte degli episodi di The Bear, la serie tra il drama e il comedy creata da Christopher Storer e incentrata sulla vita dello staff del ristorante The Bear, guidato dallo chef Carmy Berzatto (uno strepitoso Jeremy Allen White).
Poche parole che hanno sempre pesato come macigni e che rappresentano la filosofia alla base dell’intera serie: il tempo non va sprecato, soprattutto in cucina, dove i ritmi sono serrati e gli imprevisti sono dietro ogni angolo.

FX’s The Bear — “Lamb — Season 5, Episode 2 — Pictured: Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto. CR: FX
Questa frase rappresenta anche il lavoro che c’è stato dietro la produzione di The Bear, una serie TV arrivata quasi in sordina su Disney+ in Italia (Hulu negli Stati Uniti) e che si è fatta strada a suon di “Sì, Chef!” anno dopo anno, stagione dopo stagione, grazie a una cura maniacale per ogni singola inquadratura, alla costruzione di dialoghi in cui ogni parola conta (proprio come ogni secondo) e alla caratterizzazione e all’evoluzione di ogni personaggio del cast principale. Ogni singolo episodio fa parte di un grande mosaico che si incastra perfettamente in quello che Storer ha voluto raccontare con questa serie; una storia sulla vita da cucina di un team di cuochi, una storia sul lutto ma, soprattutto, una storia sulla famiglia. Insomma, The Bear pone al centro le persone con i loro difetti, i loro pregi e le loro scelte.
Tutto questo ha portato lo show a diventare uno dei più premiati (tra Emmy e Golden Globe) e uno dei più acclamati dalla critica degli ultimi anni.
Ma, come ogni cosa, prima o poi tutto ha una fine. E dopo 5 anni siamo arrivati alla stagione finale, la quinta, dove mai come in questo caso ci viene ricordato che “ogni secondo conta”.
The Bear: dove eravamo rimasti?

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto. CR: FX
Alla fine della quarta stagione, abbiamo assistito al confronto tra Sydney (Ayo Edebiri) e Carmy riguardo la decisione di quest’ultimo di lasciare il The Bear. Lui le confessa di aver capito che la cucina non è più la sua strada e che il ristorante è ancora in piedi grazie a lei, invitandola a prenderne la guida. L’arrivo di Richie (Ebon Moss-Bachrach) porta a un intenso confronto tra i due, durante il quale Carmy rivela di essere stato al funerale di Mikey senza riuscire ad affrontarlo davvero. I due si chiariscono, superando anni di rancori e incomprensioni. Sydney accetta infine di gestire il ristorante a patto che Richie diventi suo partner. Natalie (Abby Elliott), commossa nello scoprire che Carmy era presente al funerale del fratello, lo abbraccia, mentre il conto alla rovescia dell’orologio di Cicero / Zio Jimmy (Oliver Platt) arriva finalmente a zero.
Il tempo è scaduto, il ristorante non naviga in ottime acque e la notizia dell’addio di Carmy potrebbe essere la batosta finale per chiudere definitivamente. Serve un servizio perfetto e un lavoro di squadra come non mai.
The last dance?
La quinta e ultima stagione di The Bear comincia nel peggiore dei modi: su Chicago si abbatte un nubifragio che provoca diversi problemi all’impianto idraulico del ristorante. Nel frattempo, come visto al termine dello speciale Gary, Richie ha un incidente d’auto dal quale, fortunatamente, esce illeso.

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto, Will Poulter as Luca, Sarah Ramos as Jessica. CR: FX
Zio Jimmy confessa che l’investimento fatto sul ristorante di Carmy lo ha quasi mandato sul lastrico e, insieme a Computer, sta cercando una scappatoia nel caso in cui il The Bear fallisca.
Nel frattempo Sydney sta ancora elaborando la notizia dell’addio di Carmy, che verrà comunicata a tutto lo staff soltanto dopo il servizio della sera, dal quale dipende la sopravvivenza del ristorante. E, quasi per ripicca, lo relega ai compiti più semplici in cucina.

FX’s The Bear — “Mint” — Season 5, Episode 3 — Pictured: Ricky Staffieri as Ted Fak. CR: FX
I problemi aumentano: un tubo dell’acqua si rompe, gli ingredienti scarseggiano, i rifornimenti non arrivano a causa del maltempo e per la sera sono state accettate molte più prenotazioni di quante il ristorante possa realmente gestire.
In questa situazione al limite riemergono vecchie abitudini degli inizi della serie: litigi, forte stress e caos, tutti elementi che sembravano ormai superati. Sarà necessario ritrovare l’unità del gruppo per portare a termine “il servizio perfetto”, altrimenti potrebbe davvero essere l’ultimo.
Tutto in un giorno

FX’s The Bear — “Caramel” — Season 5, Episode 7 — Pictured: Ebon Moss-Bachrach as Richard “Richie” Jerimovich. CR: FX
Per la prima volta dalla nascita della serie, questa stagione sceglie una struttura narrativa particolare: gli eventi dei primi sette episodi si svolgono nell’arco di una sola giornata, mentre l’ottavo funge da epilogo e da saluto finale a uno degli show migliori degli ultimi cinque anni.
E non è l’unica scelta inusuale di Storer per questo atto conclusivo: i primi sei episodi hanno infatti una durata più breve rispetto al solito, mentre soltanto gli ultimi due superano i cinquanta minuti.
Si tratta di episodi brevi, nei quali gli eventi si susseguono a ritmo serrato e le vicende dei personaggi si intrecciano in maniera frenetica all’interno della cucina, ma sempre seguendo un ordine ben preciso, così da non confondere lo spettatore, bensì mantenerlo costantemente concentrato su tutto ciò che accade.
I primi sei episodi rappresentano una vera e propria preparazione al servizio serale, con un graduale aumento del pathos e dell’adrenalina, episodio dopo episodio. Tutto questo con l’obiettivo di accompagnare lo spettatore fino all’atto più importante per il The Bear e dell’intera stagione.

FX’s The Bear — “Lamb” — Season 5, Episode 2 — Pictured: (l-r) Lionel Boyce as Marcus, Will Poulter as Luca. CR: FX
L’episodio sette, Caramello, rappresenta il culmine dell’intera stagione e, probabilmente, uno dei punti più alti dell’intera serie. Tutti gli elementi e i punti di forza di The Bear convergono in questo episodio, nel quale, più che mai, viene posto al centro il tema della forza delle persone che, pur messe in difficoltà sotto ogni punto di vista, riescono a contribuire ciascuna al raggiungimento dell’obiettivo comune. Perché non solo ogni secondo conta, ma conta anche ogni persona.
Dopo una quarta stagione che a tratti appariva un po’ appannata e lenta, nella quinta Storer torna a eccellere sia nella regia sia nella gestione dei tempi narrativi, riuscendo a valorizzare ogni singolo personaggio, fondamentale tanto all’interno della cucina del The Bear quanto nell’economia complessiva della serie.
La maturazione definitiva di ogni singolo personaggio
Uno dei punti di forza di The Bear è sempre stato il suo cast stellare, composto da attori di grande talento che, all’inizio della serie, erano ancora in rampa di lancio, come lo stesso Jeremy Allen White, Ayo Edebiri ed Ebon Moss-Bachrach, affiancati da grandi nomi del cinema e della televisione come Jon Bernthal, Oliver Platt e Jamie Lee Curtis, solo per citarne alcuni. Nel corso degli anni molti di loro sono diventati vere e proprie star di Hollywood, richieste da produzioni importanti e grandi franchise (basti pensare a Moss-Bachrach interprete de La Cosa dei Marvel Studios), anche grazie ai personaggi interpretati in questa serie e con cui sono cresciuti.

La quinta stagione consacra definitivamente il percorso di crescita di ogni personaggio, che trova finalmente il proprio posto e la propria vocazione all’interno della storia (sì, anche il simpatico Neil Fak). Straordinaria, ancora una volta, la crescita di Richie, che lascia definitivamente alle spalle l’irascibile e incompetente personaggio della prima stagione, incapace di accettare il ritorno di Carmy su cui sfogava il suo rancore e la rabbia per la morte di Mikey. Il personaggio interpretato da Moss-Bachrach si conferma uno dei migliori anche in questa stagione, grazie a momenti di grande sangue freddo, quasi da giocatore di poker, e a una maturità nell’affrontare le difficoltà che sorprende ancora una volta.

FX’s The Bear — “Mint” — Season 5, Episode 3 — Pictured: Ayo Edebiri as Sydney Adamu. CR: FX
Anche Sydney, nonostante le difficoltà iniziali, acquisisce piena consapevolezza delle proprie capacità ed è forse il personaggio che porta a compimento il percorso di crescita più evidente: da sous-chef a guida del The Bear.
Marcus, Tina, Natalie, Ebraheim e tutti gli altri trovano un epilogo personale capace di soddisfare lo spettatore.
E Carmy? Il protagonista interpretato da Jeremy Allen White è sempre stato il verso ‘orso’ che dà il nome allo show. Carmen è il personaggio più complesso dell’intera serie: introverso, segnato da numerosi traumi, con un rapporto difficile con la famiglia e incapace di elaborare davvero la morte del fratello Mikey. Per anni ha cercato di mettere tutto questo da parte, riversando ogni energia in un’unica cosa: la cucina.
Nel corso delle prime quattro stagioni Carmy è stato anche il personaggio che è cambiato meno, incapace di evolversi davvero, fino alla drastica decisione presa al termine della quarta stagione: abbandonare tutto ciò a cui aveva dedicato la propria vita.
Nella quinta stagione, finalmente, Carmy comprende cosa lo renda davvero felice, quando riesca a dare il meglio di sé e quale sarà il suo prossimo passo. Anche lui, quindi, riesce finalmente a trovare una serenità che, fino a pochi episodi prima, sembrava irraggiungibile.
Un servizio perfetto? Anche The Bear ha qualche difetto..

FX’s The Bear — “Lamb” — Season 5, Episode 2 — Pictured: (l-r) Liza Colón-Zayas as Tina, Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen “Carmy” Berzatto, Corey Hendrix as Gary “Sweeps” Woods. CR: FX
Nonostante l’innegabile qualità di questa quinta stagione, anche il finale di The Bear nasconde qualche difetto. Ed è proprio l’episodio migliore della stagione, il settimo, a rendere più critico chi scrive.
Alcuni escamotage utilizzati per superare la folle serata ricordano allo spettatore che sta comunque guardando una fiction, perché nella vita reale difficilmente simili episodi risulterebbero credibili o anche solo possibili in un ristorante che punta a diventare stellato.
Si tratta di poche situazioni sulle quali non entrerò nel dettaglio, che fanno sorridere e si inseriscono molto bene all’interno della trama e del momento agonistico vissuto dalla serie, ma che, al contempo, fanno uscire The Bear dal suo contesto slice of life. Ripeto: nulla di grave o di così eclatante da inficiare la qualità della serie, ma semplicemente una piccola sbavatura nel lavoro, altrimenti perfetto, di Storer.
Fine servizio

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Chris Zucchero as Chi-Chi, Paulie James as Chuckie, Liza Colón-Zayas as Tina, Sarah Ramos as Jessica, Rene Gube as Rene, Lionel Boyce as Marcus, Will Poulter as Luca, Andrew Lopez as Garrett . CR: FX
The Bear è l’esempio perfetto di come una grande serie possa avere anche un grande finale. E, guardando al passato, non è affatto una cosa scontata.
Storer ha dimostrato che il successo non deve necessariamente spingere una serie e i suoi personaggi a proseguire fino allo sfinimento dello show (e degli spettatori). Anzi, a volte scrivere la parola “Fine” nel momento giusto può essere la scelta migliore.
The Bear si congeda dai suoi spettatori proprio nel momento giusto e, soprattutto, chiude tutte le trame ancora aperte, consegnando a ogni personaggio il finale che merita.
Il viaggio di queste cinque stagioni è stato tanto inaspettato quanto emotivamente coinvolgente e semplicemente… bello. Cinque portate da assaporare dal primo piatto fino all’ultimo, che si è rivelato eccellente quanto il primo.
Cala il sipario su The Bear. E noi restiamo con un profondo senso di soddisfazione, ma anche con una leggera vena di malinconia. Perché difficilmente potremo gustare pietanze tanto buone in altri ristoranti o trovare, ancora una volta, una serie capace di raggiungere i livelli qualitativi di The Bear.
VOTO POPCORNERD: 9/10

Comics
G.I. JOE, l’ultimo tassello (per ora?) dell’ Energon Universe in Italia
Saldapress espande il vasto universo narrativo dell’Energon Universe con i G.I. Joe di Joshua Williamson. Ecco cosa pensiamo dei primi due volumi usciti!
Speciali
Rayman Legends: musica a ritmo d’arte
La storia dell’ultimo capitolo della mascotte di Ubisoft, una saltellante melanzana viola sempre in cerca di rinascita e successo
Essere una mascotte è una grande responsabilità. Sei il simbolo e il portavoce di una realtà, devi essere sempre riconoscibile, devi adattarti a quanti più contesti possibile e, se necessario, occorre saperti reinventare senza stravolgerti troppo per essere costantemente nella mente del tuo pubblico.
I più grandi ambasciatori nel mondo videoludico sono proprio le storiche icone del medium, molto più dei creativi a cui esse devono i natali: Super Mario, Sonic, Pikachu sono solo alcuni dei nomi che riescono a scolpire interi immaginari costruiti in decenni di produzioni anche nella testa del giocatore più occasionale.
Sebbene la cultura dell’icona dei videogiochi sia altamente più radicata in Giappone (in cui il prodotto di marketing mascotte invade praticamente ogni ambito commerciale), anche in occidente non mancano proprietà intellettuali che decidono di essere trainate dal carisma di un personaggio simbolico.
È il caso del colosso dello sviluppo Ubisoft, che nel 1995 si presentava su Playstation, Atari Jaguar, Sega Saturn e MS-DOS con un platform a scorrimento laterale coloratissimo con una melanzana umanoide dagli arti scomposti: Rayman.

Melanzane in cerca di successo
Il gioco creato dalla mente di Michel Ancel venne immediatamente riconosciuto all’epoca come un gioiello visivo e musicale, con un’atmosfera senza tempo e una mascotte già pronta per essere lanciata nel pantheon delle icone videoludiche.
Per il secondo e terzo capitolo della saga, Rayman segue infatti lo stesso percorso del suo “collega” idraulico italiano e, pescando a piene mani dalla rivoluzionaria lezione di Super Mario 64, il team di Ancel comincia a costruire intorno alla melanzana viola un mondo interamente tridimensionale.
Tutti amano Rayman e i suoi giochi. Ubisoft sembra aver trovato la ricetta perfetta per il suo personale portabandiera in grado di produrre marketing semplicemente con la sua immagine.
Eppure, il destino di questa mascotte viene improvvisamente traviato da una serie di scomode circostanze. Già nel 2006, la piccola melanzana inizia a diventare immagine per altri personaggi nello spin-off Rayman raving Rabbits, in cui si cercava di spostare l’attenzione proprio sui conigli bipedi considerati dalla casa di sviluppo francese “la nuova frontiera delle mascotte”.
Il povero personaggio di Ancel dunque, se si esclude la deriva dei Rabbits, non rivedrà un suo gioco fino al 2011, anno che coincide con la prima prova per riportare Rayman al successo: Rayman Origins.

Foto da Rayman Origins
Come anticipa il nome, il gioco è un ritorno alla formula originale del primo capitolo datato 1995, con una struttura a livelli bidimensionali a scorrimento laterale.
L’esperimento di Origins culmina con l’ultimo capitolo della serie uscito per le console di scorsa generazione (PS4, Xbox One e Switch), che segna anche la lunga scomparsa della mascotte da avventure platform ad essa dedicate.
Rayman Legends nasce infatti in una Ubisoft molto diversa: il fenomeno Assassin’s Creed continua a macinare annualmente copie vendute, la serie Far Cry è seguitissima e l’azienda, anche se solo internamente, sta già guardando con profondo interesse alla dimensione di giochi online come Rainbow Six e Ghost Recon.
La melanzana si ritrova con una concorrenza molto più agguerrita, tuttavia rimane ancora un’eccellenza di critica e pubblico grazie al team di Ubisoft Montpellier che perfeziona il grandioso UbiArt Framework, un motore proprietario sviluppato dallo studio e dedicato alla realizzazione di giochi 2.5D.

Foto da Rayman Legends
Musica, Maestro!
Rayman Legends è un enorme compendio e celebrazione della storia della melanzana viola. In tutto sono presenti ben 120 livelli suddivisi in sette mondi, ognuno con una grande quantità di creaturine blu chiamate Teensy da trovare e salvare, nonché premi di vario genere qualora si completi ogni livello con una certa quantità di valuta di gioco.
Ogni mondo è studiato alla perfezione per proporre un mix di varie esperienze del platform a scorrimento laterale: insieme ai livelli classici si potranno trovare dei livelli invasione, ovvero corse contro il tempo in cui si verrà invasi da nemici di altri mondi, oppure livelli “salva la principessa” con prove d’abilità che sbloccheranno le diverse fanciulle regnanti dei vari universi esplorabili.
Ci si potrà cimentare nella sezione “Back to Origins”, una selezione dei migliori livelli del gioco precedente, pensato per coloro che non hanno potuto accedervi nella precedente generazione di console.
E ultimi, ma assolutamente non per importanza, i livelli musicali che si troveranno alla fine di ogni mondo.

La colonna sonora composta da Christophe Héral e Billy Martin è infatti l’elemento più affascinante di tutta la produzione. L’identità sonora e i brani orchestrali originali sono stati prevalentemente curati da Héral, con un muro sonoro fortemente ispirato e in grado di trasmettere al giocatore tutte le sensazioni di un concetto di riferimento.
In questo senso rimane emblematico il Medieval Theme, una delle tracce più iconiche che è possibile ascoltare nel primissimo livello e che restituisce tutte le suggestioni dell’immaginario fantasy-medievale.
Martin invece conclude l’operazione occupandosi di rifinire il sound design, gli arrangiamenti e di elaborare i sopracitati livelli musicali. Queste parti di gioco sono rielaborazioni di brani già esistenti e su cui si costruisce tutta la sezione giocabile, nonché i movimenti dello stesso Rayman.
Ad esempio sarà possibile sentire l’iconico brano Black Betty dei Ram Jam, Eye of the Tiger dei Survivor oppure il bellissimo Woo Hoo del gruppo giapponese 5.6.7.8’s. Il giusto salto da eseguire, oppure il tasto per attaccare i nemici del livello saranno perfettamente sincronizzati con gli strumenti e il ritmo della canzone che sentirete.
Se sarete abbastanza abili, sarà possibile anche fare il livello in questione ad occhi chiusi semplicemente anticipando il suono della canzone.
Bis del finale
Esattamente come Origins, nonostante il plauso di pubblico e critica, Rayman viene nuovamente dimenticato dalla sua casa madre, rientrando nel mondo dei videogiochi console solo in un cameo per il bellissimo Mario + Rabbits: Sparks of Hope, solamente come contenuto aggiuntivo a pagamento.
Già molti anni fa Ubisoft sospese definitivamente l’utilizzo del motore UbiArt Framework, poiché troppo complesso da utilizzare e difficilmente condivisibile con altri studi interni.
Questo pose fine anche allo stile estetico prediletto da Michel Ancel, il quale sfruttò la risorsa concretamente solo fino alla fine del 2014 in giochi bellissimi come Child of Light e Valiant Hearts.
Sono piccoli gioielli che purtroppo non torneranno solo per capriccio di una casa di sviluppo che negli anni ha sempre e solo guardato al guadagno facile spremendo e rovinando brand di enorme successo.
Negli ultimi anni però, dopo la crisi che ha attraversato il colosso francese, Rayman ha ricominciato a saltare fra lo studio di Montpellier e quello di Ubisoft Milano, riaccendendo la speranza degli appassionati della melanzana.
A maggio del 2026 viene infatti svelato un “nuovo” gioco dedicato alla mascotte, tuttavia si tratta del rifacimento dello stesso Rayman Legends, per l’occasione rinominato Retold. Una collaborazione tra i due studi che dunque stanno cercando, seppur con questa scelta priva di senso, a riportare in vita l’interesse per il personaggio in una nuova veste grafica.

Foto di Rayman Legends Retold
Trascurando la vaga utilità dell’operazione, che comunque presenta un colpo d’occhio eccellente, spero che questo sia l’inizio di un nuovo corso per questa mascotte che ha vissuto fin troppe vite alla ricerca del suo successo.
Un personaggio che ha fatto della qualità e del divertimento nei suoi giochi il suo marchio di fabbrica, con una musica sempre eccelsa in grado di rendere Rayman l’icona che è rimasta scolpita nella mente degli appassionati.
Che tutti possano nuovamente amare la melanzana viola, magari con un capitolo inedito in futuro che possa davvero raccogliere l’eredità inestimabile di Rayman Legends.

-
Collezionismo3 mesi agoUscite Pokémon TCG 2026: Aggiornamento di cosa è uscito e cosa arriverà in Occidente
-
Serie TV10 mesi agoMercoledì Addams: dalle origini al successo della serie Netflix
-
Videogiochi9 mesi agoEssenza Ludica: Punch-Out!! Quando Nintendo menava duro (ma con stile)
-
News5 mesi agoIl Palinsesto di Sky e Now TV per il 2026
-
Fumetti8 mesi agoInvincible Universe: Battle Beast – Sangue e Gloria di Kirkman, Ottley e Leoni
-
Serie TV8 mesi agoRoad to Stranger Things 5: Stagione 4, il male si rivela e ha un nome: Vecna
-
Animazione9 mesi agoSakamoto Days – Il manga action comedy giapponese diventa un film
-
Comics9 mesi agoLo strano caso di Clark Kent, personaggio dell’Universo… Marvel!?
















