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Serie animate

PopChop Express: Gigi la trottola lo spokon irriverente dove tutto è possibile

Oggi sul PopChop Express vi portiamo nel mondo degli spokon, anzi di uno spokon anni ’80 decisamente sopra le righe, ma irresistibile: Gigi la trottola

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Io amo serie TV e film sportivi, compresi quindi manga e anime. Holly e Benji, L’Uomo Tigre, Mila e Shiro, Slam Dunk sono tutti titoli che hanno dominato la mia infanzia e adolescenza.

Ma c’è un’opera che mette al centro lo sport come i titoli sopra citati, lo prende, lo smonta pezzo per pezzo e lo ricostruisce in maniera totalmente comica e irriverente. Sto parlando di Dasshu Kappei, da noi conosciuto come Gigi la trottola. Un titolo, un programma.

Si tratta dell’adattamento anime del manga spokon di Noboru Rokuda del 1980 che, sicuramente, chi è cresciuto in quegli anni, non può non conoscere.

Chi invece non l’ha mai visto dovrebbe recuperarlo, perché è una di quelle opere che oggi semplicemente non si farebbero più.

Non per limiti tecnici, ma perché Gigi la trottola è senza filtri: è un adattamento anime che sprizza energia da tutti i pori, con una comicità ai limiti (ma non troppo) del politically correct e con un protagonista come Gigi Sullivan, un ragazzo alto poco più di un metro, che padroneggia il basket e qualsiasi altro sport come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Una specie di versione anarchica di Michael Jordan, ma senza disciplina, senza allenamento e soprattutto senza alcuna intenzione di comportarsi bene.

E pensare che la cosa più curiosa è che tutto questo non nasce da un’idea precisa dell’autore, Noboru Rokuda, che inizialmente non voleva realizzare una commedia. Fu la casa editrice Shōgakukan a spingerlo verso una storia sportiva con elementi comici, seguendo il successo di Lamù. Anche la scelta del basket fu in parte editoriale.

Questo mix di elementi portò alla nascita di un’opera che oggi è ricordata con molto affetto, ma che è davvero fuori da ogni canone se si guarda agli anime odierni.

Gigi Sullivan: un protagonista che non dovrebbe funzionare… e invece lo fa benissimo

Kappei Sakamoto (da noi Gigi Sullivan) è basso, sfacciato, spesso fastidioso, completamente fuori controllo e, soprattutto, è ossessionato dalle mutandine delle ragazze..

Probabilmente, se in quegli anni fosse stato realizzato un adattamento televisivo italiano come accadde per il telefilm su Kiss Me Licia con Cristina D’Avena, avrebbero scelto Alvaro Vitali per interpretare Gigi. Per fortuna, nulla di tutto ciò è mai stato realizzato.

Nonostante sia uno di quei personaggi che sulla carta non dovrebbero funzionare, Gigi funziona eccome.

Perché Gigi non cerca mai di essere simpatico o eroico. Non ha un arco di crescita classico, non impara davvero dai suoi errori. È semplicemente sé stesso dall’inizio alla fine e, proprio per questo, piace.

È una scheggia impazzita che va contro ogni logica rispetto al classico protagonista sportivo di uno spokon, che affronta la crescita con serietà, rigore e sacrificio.

Da un punto di vista più “moralistico”, Gigi la trottola, in fondo, è una rivincita di chi parte svantaggiato, di chi è fuori standard, di chi non rientra nei canoni dell’atleta.

Solo che qui questa rivincita passa attraverso il nonsense e il surreale, con schiacciate impossibili, gag al limite e una totale mancanza di buon senso.

Una storia semplice… raccontata nel modo più folle possibile

Se si guarda la trama in modo superficiale, Gigi la trottola è uno spokon piuttosto classico: il protagonista entra nel club di basket del liceo, trascina la squadra verso il successo e poi decide di sfidare tutti gli altri circoli sportivi.

Il problema, o meglio, il punto di forza, è che niente viene raccontato in modo normale.

L’opera di Noboru Rokuda prende ogni elemento tipico del genere e lo deforma. Gli allenamenti diventano inutili, la disciplina sparisce, le partite si trasformano in spettacoli assurdi dove tutto può succedere.

Chi conosce il mito di Maradona sa che era un calciatore atipico: si allenava meno di altri compagni, ma era capace di fare cose incredibili con il pallone tra i piedi… semplicemente perché era Maradona. E la sua squadra vinceva. Si trattava di un unicum nell’ambito sportivo.

Gigi, allo stesso modo, vince non perché si allena, ma perché… è Gigi. Punto. E fa apparire tutto ciò assolutamente normale.

Uno spokon controcorrente

Gigi e Anna

Negli anni in cui gli anime sportivi erano costruiti su sudore, fatica e miglioramento continuo, qui succede l’esatto contrario.

Non c’è l’etica del lavoro, non c’è un vero percorso di crescita e non c’è nemmeno la volontà di sembrare credibili o attinenti al mondo reale dello sport.

C’è invece una comicità folle che ribalta tutto. Persino la “motivazione” del protagonista è una gag: la sua passione per le mutandine diventa una sorta di carburante, di doping che lo rende invincibile nei momenti chiave.

È una cosa che oggi farebbe discutere e che difficilmente troverebbe spazio in un manga o anime contemporaneo, ma che all’epoca era semplicemente parte del tono esagerato della serie.

Gigi la trottola, come un salmone, va controcorrente rispetto allo spokon classico, diventando un’icona del genere proprio perché diverso e, in un certo senso, irripetibile (complice anche il periodo storico che permetteva certe “libertà creative”).

Nulla è normale in Gigi la trottola: la follia contagia anche la scuola e il cast

Anche l’ambiente scolastico giapponese, solitamente rappresentato come rigido e disciplinato, viene completamente ribaltato, diventando un luogo dove accade qualsiasi cosa. Letteralmente qualsiasi cosa.

Sfide assurde, situazioni grottesche, personaggi fuori controllo sono all’ordine del giorno e Gigi, ovviamente, è il catalizzatore di questo caos.

Anche visivamente la serie gioca con il contrasto: Gigi è spesso disegnato in modo caricaturale, quasi ridicolo, ma nei momenti “epici” può trasformarsi in una figura sorprendentemente elegante. È una presa in giro anche del linguaggio stesso degli anime.

Attorno a lui ruota un gruppo di personaggi che non prova nemmeno a riportare la situazione alla normalità.

Anna e Salomone, protagonisti insieme a Gigi

C’è Akane (Anna), dolce e gentile, una delle poche presenze “equilibrate”. C’è Salomone, il cane parlante che per tutti è un animale normalissimo ma che, in realtà, è uno dei personaggi più “umani” della serie. Poi ci sono rivali, come Kaoru Tachibana (Thomas) il capitano della squadra, Kyōshirō Nemuri (Adamo) il bello di turno e gli altri compagni di squadra nonché figure sempre più assurde.

Salomone, in particolare, è una trovata geniale: rivale in amore, spalla comica e persino “insegnante” che spiega le regole degli sport. Una cosa che oggi suonerebbe surreale (a meno che non si tratti del cane Brian dei Griffin), ma che qui funziona perfettamente.

L’arrivo in Italia e la trasformazione in cult

Quando l’anime, prodotto da Tatsunoko Production e trasmesso su Fuji TV, arriva in Italia negli anni ’80, trova il terreno perfetto.

Le TV locali lo trasformano in un fenomeno, anche grazie a un adattamento che cambia nomi e accentua la comicità. Kappei Sakamoto, Akane Aki e Seiichiro vengono ribattezzati, per l’appunto, in Gigi Sullivan, Anna, Salomone, e così via, riplasmando il tutto per il pubblico italiano, come accadeva per molti anime dell’epoca.

E poi c’è la sigla de I Cavalieri del Re, che da sola basta a evocare un’epoca. Per chi vuole rivivere alcuni momenti di pura nostalgia, vi lasciamo di seguito la sigla italiana dell’anime.

Un mondo senza limiti

Una delle cose più affascinanti della serie è che, a un certo punto, smette completamente di avere confini.

Non è più solo basket: Gigi affronta qualsiasi sport, qualsiasi sfida, qualsiasi situazione. Dal ping pong al sumo, dalla scherma a gare completamente assurde, fino ad arrivare a episodi che sfiorano la fantascienza.

E in mezzo a tutto questo ci sono citazioni e parodie di ogni tipo: da Star Wars a Blade Runner, passando per anime, cinema e cultura pop.

È un continuo gioco di rimandi che rende la serie ancora più imprevedibile.

Perché rivedere (o vedere) oggi Gigi la trottola?

Riguardare (o scoprire per la prima volta) oggi Gigi la trottola è un’esperienza strana. Le nuove generazioni potrebbero trovarsi spaesate di fronte alla carica e alla comicità demenziale e folle di Gigi & Co.

Da un lato è evidente che appartiene a un’altra epoca; dall’altro, proprio per questo, risulta ancora più fresco perché libero da ogni “catena”. Non deve rispettare regole, non deve essere realistico, non deve insegnare nulla.

Gigi la trottola resta una delle più pure manifestazioni di caos creativo mai arrivate dagli anime, con un protagonista che non è perfetto e nemmeno un esempio da seguire. È rumoroso, scorretto, esagerato.

Ma, nonostante tutto, continua a essere un punto fermo dell’animazione giapponese degli anni ’80. Un’opera che ha un solo vero obiettivo: divertire, sorprendere e spingersi sempre un po’ più in là.

Trovate tutti gli episodi di Gigi la trottola su Anime Generation (Prime Video), canale tematico di Yamato Video.

E non dimenticate di guardare il reel dedicato a Gigi la trottola degli amici di NerdChop Express!

Animazione

The Ghost in the Shell: R3ceN§i0ne 1n C0d3

La recensione della nuova serie animata prodotta dallo studio Science Saru che omaggia l’enciclopedica visione cyberpunk di Masamune Shirow.

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“Il futuro dei manga saranno gli anime”

Questo è ciò che sosteneva Osamu Tezuka, il grande Dio del manga che inventò il concetto moderno del fumetto giapponese e contribuì in maniera significativa alla creazione dell’industria dei cartoni animati nipponici.

A distanza di molti anni e vista l’odierna situazione del rapporto tra manga e anime nel paese del Sol levante, le parole del maestro assumono un ruolo premonitorio.

Dall’ormai consolidato fenomeno de L’attacco dei giganti, passando per i più recenti Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man, fino a tutti i record battuti da Demon Slayer, è ormai chiaro che le trasposizioni animate dei fumetti siano fondamentali al sistema d’intrattenimento giapponese, che in rapido tempo ha stregato anche l’occidente.

Si passa ovviamente anche al cinema: l’economia delle serie televisive si espande su grande schermo grazie a storie inedite dedicate ai personaggi più iconici nati dalle penne dei grandi mangaka. Tuttavia, non è impossibile la nascita di pellicole d’autore che vanno ben oltre il semplice allargamento di mercato, come dimostrano i casi di Lupin III e Hayao Miyazaki, Capitan Harlock e Shinji Aramaki, fino ad arrivare a Lamù gestita dal grande Mamoru Oshii.

Proprio quest’ultimo decise nel 1995 di intraprendere una strada apparentemente tortuosa, realizzando un lungometraggio animato ispirato al manga Ghost in the Shell, scritto e disegnato da Masamune Shirow.

Ghost in the Shell (1995, regia di Mamoru Oshii)

Gh0st Comm1ttee – Masamune Shirow

Tutto ciò che tocca Mamoru Oshii viene ribaltato e messo in simbiosi con la sua visione del mondo. Il capolavoro cinematografico realizzato dal maestro compie in questo caso un’operazione di sottrazione al materiale originale.

Tra il marzo 1998 e il settembre 1991, quando il fumetto del buon Masamune viene serializzato sulla rivista Young Magazine, il pubblico si trova improvvisamente confuso.

Sebbene da una parte si capiscano subito le chiare ispirazioni verso il grande Katsuhiro Otomo, soprattutto per alcuni evidenti furti al suo peculiare modo di bilanciare lo spazio nella tavola con grattacieli e panorami futuristici, dall’altra si rimane spiazzati dall’eccessiva presenza di balloon esplicativi.

La costruzione del mondo di Motoko Kusanagi e della Sezione 9 è precisissima: l’informatica, la robotica, le tipologie di nanotecnologie, le tensioni geopolitiche e tutti i ranghi delle forze dell’ordine e del governo vengono spiegati al lettore nel corso di tutte le episodiche vicende.

È chiaro che Shirow volesse riprendere la grande scuola di William Gibson e del Neuromante proiettandola in un manga comunque riconoscibile dal fenomeno Akira.

Se dunque Oshii si distanzia da Shirow proponendo una visione sicuramente più generale, ma allo stesso tempo più profonda e meno chiassosa rispetto al fumetto di partenza, c’è comunque una squadra che in questi anni non si è lasciata spaventare e ha voluto provare a mettere sullo schermo della TV una trasposizione fedele dell’opera originale: lo studio Science Saru decide di realizzare The Ghost in the Shell, serie animata diretta da Moko-chan.

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Un team di talenti formatosi sotto la bandiera del grandissimo Masaaki Yuasa, il quale ha sempre trovato stimolo nelle più importanti opere a fumetti nipponiche (Ping Pong di Taiyo Matsumoto, Devilman di Go Nagai) per raccontare il suo stile.

Moko-chan, nome d’arte del talentuoso allievo del buon Yuasa, oggi è a capo di operazioni come DanDaDan e del nuovo The Ghost in the Shell, assieme ad uno studio Science Saru che, seppur senza il suo leggendario fondatore, sta cercando di ritagliarsi una sua dimensione all’interno dell’industria.

Un posto meritato anche grazie alla loro quotidiana dose di follia e irriverenza nel gettarsi a capofitto in adattamenti fuori dall’ordinario. L’articolo determinativo posto davanti al titolo originale sembra voler infatti chiarire qualsiasi tipo di dubbio: il manga di Masamune Shirou verrà onorato in maniera fedele anche in animazione.

Motoko Kusanagi, protagonista di The Ghost in the Shell

Il primo impatto è quindi confusionario: come vuole la filosofia dell’autore di riferimento, anche la serie animata comincia con scritte, discorsi e situazioni che lo spettatore deve elaborare in pochi minuti, prima che cominci la frenetica sparatoria.

Si manifesta subito la prima grande complicanza: trovare un giusto equilibrio tra testo, azione e maturità della situazione all’interno del media audiovisivo.

Se nel fumetto tutto questo bilanciamento veniva forzato dalla penna di Shirow, costringendo il lettore a trovare un proprio metodo di lettura pacato per smaltire la mole di informazioni, con un minutaggio prestabilito le difficoltà vengono a galla.

Moko-chan e il suo team utilizzano un elemento ripudiato da Oshii per stemperare la complessità appena descritta: lo humor e la comicità demenziale del manga sono sempre presenti, tanto da far sembrare anche l’attentato terroristico più grave una situazione comica per la protagonista Motoko Kusanagi.

Tutto questo deve ulteriormente confrontarsi coi temi filosofici dell’opera: dall’identità personale alla fusione uomo-macchina, fino al domandarsi il valore e i diritti di un essere artificiale con il potere che esso esercita.

Tuttavia, non sempre queste situazioni risultano omogenee, soprattutto nei primi episodi dove gli sbalzi di situazioni tragicomiche sono troppo affrettati e fanno perdere mordente alle scene principe.

Ghost = ≠ Brain

La struttura delle dieci puntate che riprendono i nomi originali dei capitoli del manga finiscono per comporre un poliziesco episodico, seppur con un filo sottile di linearità che si aggroviglia sempre di più fino alla parte finale, dove la grande caccia al “marionettista” trova finalmente esito.

Se l’iniziale approccio alla serie può risultare ostico, non si può non rimanere attratti dallo splendido lavoro di ricostruzione del tratto originale di Shirow. La cyborg Motoko si mangia la scena continuamente, e questo tutte le parti in causa lo sanno bene.

Il voice acting, le espressioni e il design lontano dall’interpretazione che Ilya Kuvshinov propose a Mamoru Oshii rendono fresco e distintivo il “nuovo” Ghost in the Shell.

Tutto è stato mantenuto e, in certi casi, spinto all’eccesso: dalle spudorate scene sessuali alla collisione di impianti neurali, ovvero la migliore scusa per sperimentare con l’animazione imparata dal maestro Yuasa.

Signal: Off

Tralasciando sequel più o meno canonici, che rasentano l’inadattabilità al medium televisivo, lo studio Science Saru capitanato da Moko-chan è riuscito ad onorare la prima grande serie di Masamune Shirow, proponendo un adattamento fedele e che riesce a dare e ridare vigore all’eccentrico ed enciclopedico universo creato dal mangaka, anche con un comparto musicale ritmato e azzeccato per lo spirito della produzione.

Rimangono alcune criticità di ritmo dovute alla traslazione da fumetto a serie animata, ma il risultato rimane un godibilissimo show per tutti quelli che vogliono approfondire questa porta sull’universo cyberpunk giapponese alternativa.

Oshii rimarrà inarrivabile, ma questo gruppo di creativi ha dimostrato più volte di poter sfidare l’industria dell’animazione con le operazioni più improbabili, come solo i grandi autori sanno fare.


Serie animate The Ghost in the Shell
3.5
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Recensioni

Batman Caped Crusader S2: Il convincente ritorno del Cavaliere Oscuro noir di Prime Video

Grazie a Prime Video abbiamo visto in anteprima Batman Caped Crusader stagione 2, in uscita sulla piattaforma il 31 luglio. L’Uomo Pipistrello in versione noir dovrà vedersela con nuovi mortali nemici negli episodi inediti. Per saperne di più ecco la nostra recensione!

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L’estate 2026 di Prime Video verrà sicuramente ricordata come “l’estate dei supereroi noir”.

Dopo l’ottima accoglienza ricevuta da Spider-Noir, interpretato da uno straripante Nicolas Cage, un altro show, questa volta animato, con protagonista il famigerato supereroe dalle orecchie a punta e dal simbolo del pipistrello, si appresta a far vivere nuove avventure pulp e hard-boiled agli abbonati di Prime Video: Batman: Caped Crusader.

Dopo una prima stagione uscita esattamente due anni fa, il Crociato Incappucciato torna con 10 nuovi episodi che esplorano ulteriormente le gesta di questa versione anni ’30 del protettore di Gotham City.

Il Batman delle origini, diverso dall’eroe dell’immaginario odierno

Prima di addentrarci nell’analisi della seconda stagione, è necessario spendere due parole sul progetto Batman: Caped Crusader.

Nel 2024, J.J. Abrams, la mente dietro Lost, Matt Reeves, regista di The Batman, e Bruce Timm, uno dei creatori di Batman: The Animated Series, hanno portato sulla piattaforma di Amazon la prima stagione di Caped Crusader, serie animata che narrava le avventure di un Batman alle prime armi come vigilante di Gotham, molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi.

Si tratta di un Uomo Pipistrello che si muove e agisce nella Gotham City degli anni ’30, dotato di un costume più rudimentale, con orecchie che divergono verso l’esterno come quelle di un vero pipistrello e guanti corti, una Batmobile dall’estetica classica delle berline dell’epoca, un Alfred che richiama lo stereotipo del maggiordomo inglese tipico di quegli anni e nemici che, per lo più, sono gangster e malavitosi in abito gessato armati di Tommy Gun.

Quello che ne emerge è una versione decisamente fedele al Batman originale, così come immaginato nel 1939 dall’artista Bob Kane e dallo scrittore Bill Finger, che ha esordito in Detective Comics #27.

Il Batman degli esordi a fumetti su Detective Comics #27

L’eroe di Batman: Caped Crusader mantiene lo spirito con cui è nato Batman dalla mente dei suoi creatori: proteggere gli abitanti di Gotham e sconfiggere i criminali agendo nel buio della notte vestito da Uomo Pipistrello, diventando una leggenda urbana tra i gangster, terrorizzati dall’idea che quella misteriosa creatura potesse esistere davvero.

E poi, come anticipato, tra i produttori c’è l’esperto Bruce Timm, uno degli artefici dell’incredibile serie animata cult degli anni ’90, che ha definito nell’immaginario dei bambini dell’epoca Batman sia dal punto di vista estetico sia come concetto di eroe gotico tutto d’un pezzo. Richiamato a gran voce da Warner Bros., Timm inizialmente avrebbe dovuto realizzare una nuova stagione di Batman: The Animated Series, idea che però non lo ha mai convinto, avendo già detto tutto su quella versione del personaggio.

Ma ripensando ai concept mai realizzati negli anni ’90, il produttore iniziò a immaginare una versione ancora più pulp e oscura del personaggio, ispirata ai vigilanti mascherati come The Shadow e ai vecchi horror Universal.

Con il coinvolgimento di J.J. Abrams e Matt Reeves, nasce un progetto completamente nuovo dedicato a Batman, con connotazioni decisamente più crime e investigative.

Il risultato finale presenta un Batman investigatore, più brutale e dal carattere più ruvido, che mescola, in parte, atmosfere del Batman di Reeves con estetica per quanto riguarda l’animazione di Batman: The Animated Series, proiettando il tutto nell’America degli anni ’30 e ’40.

Batman Caped Crusader: dove eravamo rimasti?

Il finale della prima stagione di Batman: Caped Crusader ha lasciato Gotham profondamente segnata.

Il destino di Bruce Wayne si è intrecciato con quello di Harvey Dent, divenuto il folle Due Facce dopo essere stato sfigurato dall’acido lanciatogli sul volto da Tony Zito, scagnozzo del boss mafioso Rupert Thorne.

Sprofondato nella paranoia e consumato dalla rabbia, Harvey intraprende una sanguinosa vendetta contro gli uomini di Thorne, fino a decidere di farsi ricoverare volontariamente all’Arkham Asylum. Barbara Gordon, convinta che possa ancora fare la cosa giusta, si offre di difenderlo e cerca di convincerlo a testimoniare contro la criminalità organizzata.

L’ultimo tentativo di portare Thorne davanti alla giustizia si conclude però in tragedia: Dent si sacrifica per salvare Barbara durante un agguato orchestrato dagli uomini del boss. La sua morte rafforza la determinazione di Batman, che promette di diventare il vero custode di Gotham. Nel frattempo, nelle ultime scene della stagione, un misterioso individuo sperimenta una tossina capace di provocare risate incontrollabili, anticipando l’arrivo della più grande minaccia dell’universo di Batman.

Nuovi terribili nemici sono pronti a incrociare la strada del Crociato Incappucciato

La criminalità di Gotham City è rimasta senza il suo boss. Il vuoto di potere lasciato da Rupert Thorne, arrestato in seguito agli eventi della prima stagione, fa gola a numerosi malviventi. Tra questi emerge uno degli ex scagnozzi dello stesso Thorne, il gangster Eddie Nigma, deciso a conquistare la città a colpi di rapine e omicidi, creando non pochi grattacapi a Batman e al G.C.P.D.

Nel frattempo, il Cavaliere Oscuro, dopo un inizio di rapporto tutt’altro che idilliaco, inizia a collaborare con Barbara e James Gordon, rispettivamente avvocatessa e commissario di polizia di Gotham. I tre uniscono le forze per risolvere i casi più complessi che minacciano la città.

Tra i protagonisti di questa seconda stagione torna anche la detective Renee Montoya, tra i pochi agenti di Gotham realmente incorruttibili, che cerca di lasciarsi alle spalle la delusione sentimentale vissuta con la dottoressa Harleen Quinzel, immergendosi completamente nel lavoro, che di certo non manca.

Nuovi criminali, come un lugubre Mr. Freeze, un vendicativo Spaventapasseri ed altre incredibili minacce faranno il loro ingresso nel corso della stagione. Ma il più grande villain emergerà soltanto nell’atto finale, quando il più pericoloso avversario mai affrontato da Batman inizierà finalmente a svelare le proprie carte. Il Joker è pronto a entrare in scena, trascinando l’Uomo Pipistrello e l’intera Gotham City in una partita destinata a cambiare tutto.

Gotham City, ancora una volta personaggio sullo sfondo di Bat-avventure crime

Gotham City, come in ogni ottima storia di Batman, assume le sembianze di un personaggio al pari del Cavaliere Oscuro e del resto del cast. La città che non dorme mai del Caped Crusader non è da meno nemmeno in questa seconda stagione.

L’approccio adulto della serie animata e le atmosfere pulp da film noir anni ’30, ha dato ai produttori e agli sceneggiatori la possibilità di approfondire, nei nuovi episodi, temi molto maturi come la brutalità e la corruzione della polizia, un cancro che rimane sullo sfondo di ogni episodio pur non venendo affrontato direttamente, e una criminalità senza scrupoli né morale che, priva di un vero boss al comando, si riversa sulle strade e sugli abitanti di Gotham con ancora maggiore crudeltà.

Tutto questo si riflette in una città ancora più cupa e noir rispetto alla prima stagione, costretta ad assistere impotente al tracollo e al declino di una società e di un sistema in cui Batman, spesso, non basta.

Questa seconda stagione continua a concentrarsi su storie dalla forte connotazione crime, alternando episodi che seguono una storyline ben precisa incentrata sui piani di Nigma e Joker ad altri autoconclusivi, che esplorano personaggi secondari di Gotham, presentano nuovi villain o chiudono punti rimasti in sospeso nella stagione precedente. Tra questi spicca forse il miglior episodio dell’intera stagione, The Spectral Hand, scritto da un maestro della sceneggiatura a fumetti come J.M. DeMatteis, noto per la sua capacità di approfondire la psicologia dei personaggi, nel quale viene svelato il destino del poliziotto corrotto James Corrigan.

Batman nella sua versione Detective Comics noir… ma è pur sempre un vigilante

In questa seconda stagione di Batman: Caped Crusader assistiamo a un Cavaliere Oscuro più esperto e sicuro di sé rispetto alla prima, che continua a mettere in primo piano il suo lato da detective più che quello da supereroe.

Anche in questa stagione Alfred si conferma fondamentale, vero e proprio partner soprattutto durante le indagini e nel lavoro “da laboratorio” che si svolge all’interno della Bat-Caverna. È un peccato, però, che il rapporto tra il maggiordomo e Bruce Wayne rimanga molto distaccato e puramente professionale, quasi esclusivamente da “datore di lavoro e maggiordomo”, nonostante nella prima stagione sembrasse esserci qualche spiraglio di avvicinamento, che in questo caso gli sceneggiatori sembrano essersi dimenticati.

Un piacevole omaggio (o easter egg) alle avventure investigative del Batman dei fumetti è rappresentato dall’utilizzo di una delle identità alternative che Bruce Wayne ha spesso sfruttato per lavorare sotto copertura e che, in uno degli episodi, torna a utilizzare. Chi ha dimestichezza con i fumetti sa perfettamente di cosa sto parlando.

Interessante, senza ombra di dubbio, anche il ruolo del G.C.P.D., sempre più al centro delle avventure poliziesche del Caped Crusader, così come la spaccatura sempre più evidente all’interno della polizia di Gotham. Da una parte troviamo gli agenti corrotti, che continuano a considerare Batman un semplice vigilante al di fuori della legge; dall’altra uomini come Gordon e Montoya, che invece collaborano apertamente con il Crociato Incappucciato.

Nigma e Joker: rinnovare senza snaturare i personaggi

Come detto, Batman: Caped Crusader si ispira alle primissime avventure del Batman a fumetti del 1939, ma non rinuncia ad apportare cambiamenti significativi ai personaggi protagonisti introdotti in questi nuovi episodi.

Una delle caratteristiche che aveva colpito maggiormente della prima stagione era la naturalezza con cui personaggi storici venivano rinnovati senza perdere l’essenza delle loro controparti originali. Ed ecco che un Pinguino donna appare assolutamente credibile e, anzi, a tratti persino più spietato della versione maschile vista nei film, nelle serie TV e, ovviamente, nei fumetti.

Anche in questa seconda stagione c’è spazio per nuovi volti, come Eddie Nigma, decisamente diverso da qualsiasi altra incarnazione vista finora. Un personaggio molto più vicino a un criminale di strada che al classico Edward Nigma: spietato come non mai, meno machiavellico del solito e molto più interessato alla scalata al potere che a sottoporre le sue vittime a indovinelli. È una versione che funziona all’interno della storia di Caped Crusader, ma che non mi ha convinto al cento per cento, probabilmente per l’affezione che nutro verso altre incarnazioni o, semplicemente, perché a tratti ricorda troppo, per follia, il Joker di Batman: The Animated Series.

E, a proposito del Joker, quella che vediamo in Batman: Caped Crusader è una versione dannatamente magnetica. La scrittura del personaggio, che nel corso della stagione entra in scena poco alla volta, è pressoché perfetta e rappresenta l’altro piatto della bilancia rispetto a Batman. Due menti sullo stesso piano d’intelligenza che danno vita, negli episodi finali, a una perfetta partita a scacchi. Non aspettatevi, però, il Joker ridanciano doppiato da Mark Hamill e colorato di Batman: The Animated Series: chi conosce la sua prima apparizione nei fumetti potrebbe cogliere più di una similitudine con questa nuova incarnazione. È senza dubbio il personaggio più stravolto rispetto alla versione classica, ma anche incredibilmente carismatico.

Cosa non funziona in Caped Crusader

La trama principale viene continuamente spezzata dall’inserimento, a intervalli regolari, di episodi non sempre all’altezza della storia centrale, dando quasi l’impressione di voler “allungare il brodo” o interrompere la tensione narrativa della storia cardine dell’intera serie. Soprattutto nella parte centrale la qualità delle trame cala sensibilmente, salvo poi riprendersi nel gran finale.

Per quanto riguarda l’Uomo Pipistrello, manca, a mio avviso, una vera evoluzione del personaggio, che rimane praticamente identico a quello della prima stagione nonostante l’esperienza accumulata. Non stiamo sottolineando che si tratti di una mancanza, perché probabilmente la ‘cristallizzazione’ di Batman è una scelta della stessa produzione.

Ma in una serie moderna lo spettatore di oggi si aspetta una maturazione dei personaggi principali o almeno del protagonista, cosa che in questa stagione non avviene almeno per il nostro Crociato Incappucciato.

L’animazione, come anticipato, rappresenta una rivisitazione affascinante e moderna (pur essendo ambientata negli anni Trenta) di Batman: The Animated Series. È senza dubbio un’ottima medicina per i nostalgici della storica serie degli anni Novanta, ma rispetto alla prima stagione non c’è alcun passo avanti. La conferma della serie per una seconda stagione e un presumibile aumento del budget da parte di Prime Video, lasciavano immaginare un upgrade anche sotto il profilo tecnico, mentre gli sfondi risultano ancora molto statici e i personaggi, a tratti, un po’ troppo rigidi.

Batman: Caped Crusader stagione 2 – Promosso o bocciato?

Batman: Caped Crusader continua la sua corsa con una seconda stagione senza ombra di dubbio interessante, che scava ulteriormente nei bassifondi di Gotham City tra polizia corrotta e criminalità organizzata. Si conferma una serie animata dal taglio probabilmente più adatto a un pubblico adulto, decisamente più matura rispetto a Batman: The Animated Series, grazie a temi affrontati con toni più seri e drammatici.

Lo stile crime ispirato al noir americano degli anni Trenta e Quaranta continua a funzionare anche in questa seconda stagione, con un Batman sempre più detective chiamato ad affrontare nuove minacce, in particolare quelle rappresentate da Nigma e Joker.

Ci si aspettava un passo avanti rispetto all’animazione della prima stagione, ma questo miglioramento non è arrivato, così come la qualità narrativa non riesce a mantenersi sempre sugli stessi livelli.

Nel complesso è una stagione che si assesta qualitativamente sugli standard della precedente, ma conferma Batman: Caped Crusader come degna erede di Batman: The Animated Series, nonché una delle interpretazioni più affascinanti e intraprendenti sul Cavaliere Oscuro.


VOTO POPCORNERD: 7/10

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Disney+

X-Men ’97 Stagione 2: ‘A’ come Apocalisse

Grazie a Disney+ abbiamo visto in anteprima i primi 4 episodi di X-Men ’97 stagione 2, la serie animata Marvel Animation sugli Uomini X in arrivo il 1° luglio, che si prefissa l’obiettivo di alzare il livello per quanto riguarda drammaticità e spettacolarità

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Chi ha letto le avventure degli X-Men nei fumetti degli anni ’90 potrà confermare che si tratta di uno dei momenti più brillanti della storia editoriale dei mutanti Marvel, grazie a un connubio incredibile tra sceneggiatori e artisti eccellenti, tutti in stato di grazia.

Autori come Scott Lobdell, Fabian Nicieza, Peter David, Andy Kubert, Greg Capullo, John Romita Jr. e molti altri riuscirono a creare una chimica unica che catalizzò l’attenzione dei lettori di comics attorno agli X-Men. Merito di storie intricate ma intraprendenti, mai banali, con protagonisti una folta schiera di personaggi carismatici, sia eroi che villain, che si fecero strada nel cuore dei fan Marvel.

E proprio queste storie hanno posto le basi per lo show di Marvel Animation, X-Men ’97, che riprende le fila della precedente serie animata X-Men ’92, a sua volta ispirata alle avventure degli Uomini-X dei primi anni ’90.

Grazie a Disney+ abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima i primi quattro episodi della seconda stagione di X-Men ’97, in arrivo sulla piattaforma il prossimo 1° luglio.

Se la serie animata di Marvel Animation aveva già ottimamente impressionato con gli episodi della stagione 1, dopo la visione della prima parte della stagione 2 posso confermare che X-Men ’97 riparte esattamente da dove si era fermata a livello qualitativo, recuperando lo spirito e le atmosfere delle storie a fumetti e adattandole a un pubblico televisivo alla ricerca di una serie animata adulta e ben strutturata.

X-Men ’97: dove eravamo rimasti?

Wolverine (voiced by Cal Dodd) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

La prima stagione di X-Men ’97 si chiudeva con un mega cliffhanger che vedeva i mutanti di Xavier dislocati nel tempo tra passato e futuro: Professor X, Magneto, Rogue, Nightcrawler e Bestia erano stati sbalzati nell’antico Egitto del 3000 a.C., mentre Ciclope, Fenice, Tempesta, Wolverine e Morph si erano ritrovati catapultati nel futuro distopico dell’anno 3960.

Nel presente gli unici membri del team rimasti erano i giovani Jubilee e Sunspot e il viaggiatore del tempo Cable.

X-Men Divisi

A scene from Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

In questi primi 4 episodi della stagione 2 di X-Men ’97, scopriamo come se la stanno cavando gli eroi ‘a spasso nel tempo’. Tra presente, passato e futuro, però, vi è un unico comun denominatore: il terrificante Apocalisse.

Se gli X-Men nel futuro devono affrontare un mondo dove la minaccia di Apocalisse e dei suoi quattro cavalieri è già radicata e l’unica forza a opporsi è l’ordine di Askani e il giovane Nathan Summers, nel passato Xavier, Magneto & Co. sono alle prese con il giovane ex schiavo egiziano En Sabah Nur, colui che un giorno diverrà proprio Apocalisse, uno dei più temibili nemici degli Uomini-X, pronto a ribellarsi contro il Faraone Rama-Tut.

Nel presente Cable, invece, si prepara ad affrontare l’imminente minaccia di Apocalisse, e raduna intorno a sé una schiera di mutanti per creare un nuovo team che prenda il posto degli scomparsi X-Men: Jubilee, Sunspot, Arcangelo e Pskylocke formano, insieme al vecchio Nathan, X-Force un gruppo pronto a fermare le minacce con ogni mezzo. Ma i loro metodi poco convenzionali, attireranno l’attenzione del gruppo mutante governativo noto come X-Factor!

Molte pedine sono schierate sulla scacchiera mutante e ogni membro dei vari team giocherà un ruolo fondamentale da cui dipendono il presente e il futuro. Vietato sbagliare, altrimenti Apocalisse avrà vinto. In ogni epoca.

La minaccia di Apocalisse

En Sabah Nur (voiced by Cal Dodd) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Come suggerisce anche il titolo di questa recensione, Apocalisse è il villain principale che darà molto filo da torcere nel corso di questa stagione di X-Men ’97. E non stiamo parlando di un cattivo qualunque, ma di uno dei più temibili nemici dei mutanti di Xavier.

La presenza di Apocalisse in questi primi episodi è costante e minacciosa in ogni epoca. Così come accade con grandi antagonisti della storia del cinema e della letteratura, come Voldemort (Harry Potter) e Sauron (Il Signore degli Anelli), anche Apocalisse viene costruito attraverso la sua aura di onnipotenza e il timore che incute. Il lavoro svolto sulla caratterizzazione del personaggio è senza ombra di dubbio eccellente.

Il risultato è un villain che i fan della serie non dimenticheranno facilmente.

Giovani e vecchi Summers

Jean Grey (voiced by Jennifer Hale) and Cyclops (voiced by Ray Chase) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Se da un lato c’è molta cura nel presentare il principale antagonista della stagione, dall’altro X-Men ’97 si concentra sulla figura di Nathan Summers e sul rapporto con i suoi genitori, Scott e Jean.

Scopriamo un Nathan adolescente del futuro ancora acerbo, ma risentito per l’abbandono da parte dei genitori e schiacciato dal ruolo di salvatore che è destinato a ricoprire. Nel presente, invece, vediamo un uomo anziano, ruvido e segnato dal mondo ostile in cui è cresciuto e da cui proviene, che soffre e porta ancora rancore a distanza di anni.

Anche nei fumetti il personaggio di Cable è uno dei più complessi e tormentati degli anni ’90, ed è interessante vedere come questo aspetto emerga anche all’interno della serie animata, così come il complicato rapporto con Ciclope e Fenice, che nel futuro in cui sono stati catapultati cercano di trasmettere al ragazzo che un giorno diventerà Cable un insegnamento importante: i leader non scelgono di esserlo, ma vengono chiamati a ricoprire quel ruolo per caratteristiche e personalità.

Nathan/Cable è un personaggio da tenere d’occhio che avrà sicuramente un ruolo molto rilevante nel corso della stagione e della serie.

Una nuova stagione che promette (davvero) bene per il futuro degli X-Men

Storm (voiced by Alison Sealy-Smith) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Come anticipato, X-Men ’97 si prefigura di ampliare il mondo mutante animato scavando nelle storie a fumetti del passato e recuperando trame e personaggi che hanno fatto la storia della Marvel. E lo fa in maniera sapiente, matura e ordinata, nonostante il rischio di ingarbugliare tutto sia sempre dietro l’angolo.

La struttura della serie, e in particolare di questa stagione, è studiata affinché anche chi abbia poca dimestichezza con gli X-Men possa comprendere bene, o quasi, tutti i personaggi, i rapporti tra di essi, da sempre complessi come quelli di una soap opera, e l’attuale status quo del mondo in cui si muovono.

Ho apprezzato particolarmente l’ingresso di X-Force e la contrapposizione con X-Factor, due team mutanti che hanno spopolato negli anni ’90 sulle pagine dei rispettivi fumetti e che portano sul piccolo schermo i tratti distintivi di ciascun gruppo, nonostante le diverse differenze rispetto ai comics.

Per quanto riguarda toni e drammaticità, la serie compie un ulteriore passo avanti rispetto alla prima stagione, almeno in questa prima parte, preparando il terreno nei primi tre episodi per ciò che accade nel quarto, che rappresenta un punto di svolta scioccante e degno di un blockbuster cinematografico.

La scrittura di determinate scene e dialoghi nei momenti chiave supera di gran lunga quella di alcune produzioni Marvel Studios e mette in risalto personaggi fondamentali, in particolare Xavier, Magneto e le loro filosofie da sempre contrapposte. E questo per quanto concerne solo metà stagione.

X-Men ’97 stagione 2: da vedere?

(L-R): Beast (voiced by George Buza), Bishop (voiced by Isaac Robinson-Smith), Rogue (voiced by Lenore Zann), Professor X (voiced by Ross Marquand), Magneto (voiced by Matthew Waterson), and Nightcrawler (voiced by Adrian Hough) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Se amate gli X-Men e avete apprezzato la prima stagione di X-Men ’97, i nuovi episodi promettono scintille e pathos in un prodotto che alza l’asticella sotto tutti gli aspetti.

Se dobbiamo trovare un neo in questi primi quattro episodi della seconda stagione, riguarda l’animazione: da questo punto di vista non c’è stato alcun salto di qualità, ma nemmeno un passo indietro, mantenendo uno standard costante e in linea con quanto visto nella prima stagione.

Ottima l’esplorazione di personaggi chiave come Apocalisse e Cable, così come la narrazione compatta e le atmosfere che spaziano dal futuro oscuro alle piramidi dell’antico Egitto.

Dopo il continuo crescendo culminato nel climax dell’episodio 4, si prospetta una seconda parte di stagione ancora più epica ed esaltante, ma sono certo che non mancheranno nemmeno i momenti più drammatici e colpi di scena che lasceranno a bocca aperta gli spettatori.

X-Men, belle storie, grandi nemici e viaggi nel tempo: tutto ciò che noi amanti dei mutanti Marvel desideriamo è racchiuso all’interno di questa serie. E per questo è assolutamente imperdibile.

Ci ritroviamo qui per il finale di stagione!


VOTO POPCORNERD: 8/10

 

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