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PopChop Express: Gigi la trottola lo spokon irriverente dove tutto è possibile

Oggi sul PopChop Express vi portiamo nel mondo degli spokon, anzi di uno spokon anni ’80 decisamente sopra le righe, ma irresistibile: Gigi la trottola

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Io amo serie TV e film sportivi, compresi quindi manga e anime. Holly e Benji, L’Uomo Tigre, Mila e Shiro, Slam Dunk sono tutti titoli che hanno dominato la mia infanzia e adolescenza.

Ma c’è un’opera che mette al centro lo sport come i titoli sopra citati, lo prende, lo smonta pezzo per pezzo e lo ricostruisce in maniera totalmente comica e irriverente. Sto parlando di Dasshu Kappei, da noi conosciuto come Gigi la trottola. Un titolo, un programma.

Si tratta dell’adattamento anime del manga spokon di Noboru Rokuda del 1980 che, sicuramente, chi è cresciuto in quegli anni, non può non conoscere.

Chi invece non l’ha mai visto dovrebbe recuperarlo, perché è una di quelle opere che oggi semplicemente non si farebbero più.

Non per limiti tecnici, ma perché Gigi la trottola è senza filtri: è un adattamento anime che sprizza energia da tutti i pori, con una comicità ai limiti (ma non troppo) del politically correct e con un protagonista come Gigi Sullivan, un ragazzo alto poco più di un metro, che padroneggia il basket e qualsiasi altro sport come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Una specie di versione anarchica di Michael Jordan, ma senza disciplina, senza allenamento e soprattutto senza alcuna intenzione di comportarsi bene.

E pensare che la cosa più curiosa è che tutto questo non nasce da un’idea precisa dell’autore, Noboru Rokuda, che inizialmente non voleva realizzare una commedia. Fu la casa editrice Shōgakukan a spingerlo verso una storia sportiva con elementi comici, seguendo il successo di Lamù. Anche la scelta del basket fu in parte editoriale.

Questo mix di elementi portò alla nascita di un’opera che oggi è ricordata con molto affetto, ma che è davvero fuori da ogni canone se si guarda agli anime odierni.

Gigi Sullivan: un protagonista che non dovrebbe funzionare… e invece lo fa benissimo

Kappei Sakamoto (da noi Gigi Sullivan) è basso, sfacciato, spesso fastidioso, completamente fuori controllo e, soprattutto, è ossessionato dalle mutandine delle ragazze..

Probabilmente, se in quegli anni fosse stato realizzato un adattamento televisivo italiano come accadde per il telefilm su Kiss Me Licia con Cristina D’Avena, avrebbero scelto Alvaro Vitali per interpretare Gigi. Per fortuna, nulla di tutto ciò è mai stato realizzato.

Nonostante sia uno di quei personaggi che sulla carta non dovrebbero funzionare, Gigi funziona eccome.

Perché Gigi non cerca mai di essere simpatico o eroico. Non ha un arco di crescita classico, non impara davvero dai suoi errori. È semplicemente sé stesso dall’inizio alla fine e, proprio per questo, piace.

È una scheggia impazzita che va contro ogni logica rispetto al classico protagonista sportivo di uno spokon, che affronta la crescita con serietà, rigore e sacrificio.

Da un punto di vista più “moralistico”, Gigi la trottola, in fondo, è una rivincita di chi parte svantaggiato, di chi è fuori standard, di chi non rientra nei canoni dell’atleta.

Solo che qui questa rivincita passa attraverso il nonsense e il surreale, con schiacciate impossibili, gag al limite e una totale mancanza di buon senso.

Una storia semplice… raccontata nel modo più folle possibile

Se si guarda la trama in modo superficiale, Gigi la trottola è uno spokon piuttosto classico: il protagonista entra nel club di basket del liceo, trascina la squadra verso il successo e poi decide di sfidare tutti gli altri circoli sportivi.

Il problema, o meglio, il punto di forza, è che niente viene raccontato in modo normale.

L’opera di Noboru Rokuda prende ogni elemento tipico del genere e lo deforma. Gli allenamenti diventano inutili, la disciplina sparisce, le partite si trasformano in spettacoli assurdi dove tutto può succedere.

Chi conosce il mito di Maradona sa che era un calciatore atipico: si allenava meno di altri compagni, ma era capace di fare cose incredibili con il pallone tra i piedi… semplicemente perché era Maradona. E la sua squadra vinceva. Si trattava di un unicum nell’ambito sportivo.

Gigi, allo stesso modo, vince non perché si allena, ma perché… è Gigi. Punto. E fa apparire tutto ciò assolutamente normale.

Uno spokon controcorrente

Gigi e Anna

Negli anni in cui gli anime sportivi erano costruiti su sudore, fatica e miglioramento continuo, qui succede l’esatto contrario.

Non c’è l’etica del lavoro, non c’è un vero percorso di crescita e non c’è nemmeno la volontà di sembrare credibili o attinenti al mondo reale dello sport.

C’è invece una comicità folle che ribalta tutto. Persino la “motivazione” del protagonista è una gag: la sua passione per le mutandine diventa una sorta di carburante, di doping che lo rende invincibile nei momenti chiave.

È una cosa che oggi farebbe discutere e che difficilmente troverebbe spazio in un manga o anime contemporaneo, ma che all’epoca era semplicemente parte del tono esagerato della serie.

Gigi la trottola, come un salmone, va controcorrente rispetto allo spokon classico, diventando un’icona del genere proprio perché diverso e, in un certo senso, irripetibile (complice anche il periodo storico che permetteva certe “libertà creative”).

Nulla è normale in Gigi la trottola: la follia contagia anche la scuola e il cast

Anche l’ambiente scolastico giapponese, solitamente rappresentato come rigido e disciplinato, viene completamente ribaltato, diventando un luogo dove accade qualsiasi cosa. Letteralmente qualsiasi cosa.

Sfide assurde, situazioni grottesche, personaggi fuori controllo sono all’ordine del giorno e Gigi, ovviamente, è il catalizzatore di questo caos.

Anche visivamente la serie gioca con il contrasto: Gigi è spesso disegnato in modo caricaturale, quasi ridicolo, ma nei momenti “epici” può trasformarsi in una figura sorprendentemente elegante. È una presa in giro anche del linguaggio stesso degli anime.

Attorno a lui ruota un gruppo di personaggi che non prova nemmeno a riportare la situazione alla normalità.

Anna e Salomone, protagonisti insieme a Gigi

C’è Akane (Anna), dolce e gentile, una delle poche presenze “equilibrate”. C’è Salomone, il cane parlante che per tutti è un animale normalissimo ma che, in realtà, è uno dei personaggi più “umani” della serie. Poi ci sono rivali, come Kaoru Tachibana (Thomas) il capitano della squadra, Kyōshirō Nemuri (Adamo) il bello di turno e gli altri compagni di squadra nonché figure sempre più assurde.

Salomone, in particolare, è una trovata geniale: rivale in amore, spalla comica e persino “insegnante” che spiega le regole degli sport. Una cosa che oggi suonerebbe surreale (a meno che non si tratti del cane Brian dei Griffin), ma che qui funziona perfettamente.

L’arrivo in Italia e la trasformazione in cult

Quando l’anime, prodotto da Tatsunoko Production e trasmesso su Fuji TV, arriva in Italia negli anni ’80, trova il terreno perfetto.

Le TV locali lo trasformano in un fenomeno, anche grazie a un adattamento che cambia nomi e accentua la comicità. Kappei Sakamoto, Akane Aki e Seiichiro vengono ribattezzati, per l’appunto, in Gigi Sullivan, Anna, Salomone, e così via, riplasmando il tutto per il pubblico italiano, come accadeva per molti anime dell’epoca.

E poi c’è la sigla de I Cavalieri del Re, che da sola basta a evocare un’epoca. Per chi vuole rivivere alcuni momenti di pura nostalgia, vi lasciamo di seguito la sigla italiana dell’anime.

Un mondo senza limiti

Una delle cose più affascinanti della serie è che, a un certo punto, smette completamente di avere confini.

Non è più solo basket: Gigi affronta qualsiasi sport, qualsiasi sfida, qualsiasi situazione. Dal ping pong al sumo, dalla scherma a gare completamente assurde, fino ad arrivare a episodi che sfiorano la fantascienza.

E in mezzo a tutto questo ci sono citazioni e parodie di ogni tipo: da Star Wars a Blade Runner, passando per anime, cinema e cultura pop.

È un continuo gioco di rimandi che rende la serie ancora più imprevedibile.

Perché rivedere (o vedere) oggi Gigi la trottola?

Riguardare (o scoprire per la prima volta) oggi Gigi la trottola è un’esperienza strana. Le nuove generazioni potrebbero trovarsi spaesate di fronte alla carica e alla comicità demenziale e folle di Gigi & Co.

Da un lato è evidente che appartiene a un’altra epoca; dall’altro, proprio per questo, risulta ancora più fresco perché libero da ogni “catena”. Non deve rispettare regole, non deve essere realistico, non deve insegnare nulla.

Gigi la trottola resta una delle più pure manifestazioni di caos creativo mai arrivate dagli anime, con un protagonista che non è perfetto e nemmeno un esempio da seguire. È rumoroso, scorretto, esagerato.

Ma, nonostante tutto, continua a essere un punto fermo dell’animazione giapponese degli anni ’80. Un’opera che ha un solo vero obiettivo: divertire, sorprendere e spingersi sempre un po’ più in là.

Trovate tutti gli episodi di Gigi la trottola su Anime Generation (Prime Video), canale tematico di Yamato Video.

E non dimenticate di guardare il reel dedicato a Gigi la trottola degli amici di NerdChop Express!

Disney+

X-Men ’97 Stagione 2: ‘A’ come Apocalisse

Grazie a Disney+ abbiamo visto in anteprima i primi 4 episodi di X-Men ’97 stagione 2, la serie animata Marvel Animation sugli Uomini X in arrivo il 1° luglio, che si prefissa l’obiettivo di alzare il livello per quanto riguarda drammaticità e spettacolarità

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Chi ha letto le avventure degli X-Men nei fumetti degli anni ’90 potrà confermare che si tratta di uno dei momenti più brillanti della storia editoriale dei mutanti Marvel, grazie a un connubio incredibile tra sceneggiatori e artisti eccellenti, tutti in stato di grazia.

Autori come Scott Lobdell, Fabian Nicieza, Peter David, Andy Kubert, Greg Capullo, John Romita Jr. e molti altri riuscirono a creare una chimica unica che catalizzò l’attenzione dei lettori di comics attorno agli X-Men. Merito di storie intricate ma intraprendenti, mai banali, con protagonisti una folta schiera di personaggi carismatici, sia eroi che villain, che si fecero strada nel cuore dei fan Marvel.

E proprio queste storie hanno posto le basi per lo show di Marvel Animation, X-Men ’97, che riprende le fila della precedente serie animata X-Men ’92, a sua volta ispirata alle avventure degli Uomini-X dei primi anni ’90.

Grazie a Disney+ abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima i primi quattro episodi della seconda stagione di X-Men ’97, in arrivo sulla piattaforma il prossimo 1° luglio.

Se la serie animata di Marvel Animation aveva già ottimamente impressionato con gli episodi della stagione 1, dopo la visione della prima parte della stagione 2 posso confermare che X-Men ’97 riparte esattamente da dove si era fermata a livello qualitativo, recuperando lo spirito e le atmosfere delle storie a fumetti e adattandole a un pubblico televisivo alla ricerca di una serie animata adulta e ben strutturata.

X-Men ’97: dove eravamo rimasti?

Wolverine (voiced by Cal Dodd) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

La prima stagione di X-Men ’97 si chiudeva con un mega cliffhanger che vedeva i mutanti di Xavier dislocati nel tempo tra passato e futuro: Professor X, Magneto, Rogue, Nightcrawler e Bestia erano stati sbalzati nell’antico Egitto del 3000 a.C., mentre Ciclope, Fenice, Tempesta, WolverineMorph si erano ritrovati catapultati nel futuro distopico dell’anno 3960.

Nel presente gli unici membri del team rimasti erano i giovani Jubilee e Sunspot e il viaggiatore del tempo Cable.

X-Men Divisi

A scene from Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

In questi primi 4 episodi della stagione 2 di X-Men ’97, scopriamo come se la stanno cavando gli eroi ‘a spasso nel tempo’. Tra presente, passato e futuro, però, vi è un unico comun denominatore: il terrificante Apocalisse.

Se gli X-Men nel futuro devono affrontare un mondo dove la minaccia di Apocalisse e dei suoi quattro cavalieri è già radicata e l’unica forza a opporsi è l’ordine di Askani e il giovane Nathan Summers, nel passato Xavier, Magneto & Co. sono alle prese con il giovane ex schiavo egiziano En Sabah Nur, colui che un giorno diverrà proprio Apocalisse, uno dei più temibili nemici degli Uomini-X, pronto a ribellarsi contro il Faraone Rama-Tut.

Nel presente Cable, invece, si prepara ad affrontare l’imminente minaccia di Apocalisse, e raduna intorno a sé una schiera di mutanti per creare un nuovo team che prenda il posto degli scomparsi X-Men: Jubilee, Sunspot, Arcangelo e Pskylocke formano, insieme al vecchio Nathan, X-Force un gruppo pronto a fermare le minacce con ogni mezzo. Ma i loro metodi poco convenzionali, attireranno l’attenzione del gruppo mutante governativo noto come X-Factor!

Molte pedine sono schierate sulla scacchiera mutante e ogni membro dei vari team giocherà un ruolo fondamentale da cui dipendono il presente e il futuro. Vietato sbagliare, altrimenti Apocalisse avrà vinto. In ogni epoca.

La minaccia di Apocalisse

En Sabah Nur (voiced by Cal Dodd) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Come suggerisce anche il titolo di questa recensione, Apocalisse è il villain principale che darà molto filo da torcere nel corso di questa stagione di X-Men ’97. E non stiamo parlando di un cattivo qualunque, ma di uno dei più temibili nemici dei mutanti di Xavier.

La presenza di Apocalisse in questi primi episodi è costante e minacciosa in ogni epoca. Così come accade con grandi antagonisti della storia del cinema e della letteratura, come Voldemort (Harry Potter) e Sauron (Il Signore degli Anelli), anche Apocalisse viene costruito attraverso la sua aura di onnipotenza e il timore che incute. Il lavoro svolto sulla caratterizzazione del personaggio è senza ombra di dubbio eccellente.

Il risultato è un villain che i fan della serie non dimenticheranno facilmente.

Giovani e vecchi Summers

Jean Grey (voiced by Jennifer Hale) and Cyclops (voiced by Ray Chase) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Se da un lato c’è molta cura nel presentare il principale antagonista della stagione, dall’altro X-Men ’97 si concentra sulla figura di Nathan Summers e sul rapporto con i suoi genitori, Scott e Jean.

Scopriamo un Nathan adolescente del futuro ancora acerbo, ma risentito per l’abbandono da parte dei genitori e schiacciato dal ruolo di salvatore che è destinato a ricoprire. Nel presente, invece, vediamo un uomo anziano, ruvido e segnato dal mondo ostile in cui è cresciuto e da cui proviene, che soffre e porta ancora rancore a distanza di anni.

Anche nei fumetti il personaggio di Cable è uno dei più complessi e tormentati degli anni ’90, ed è interessante vedere come questo aspetto emerga anche all’interno della serie animata, così come il complicato rapporto con Ciclope e Fenice, che nel futuro in cui sono stati catapultati cercano di trasmettere al ragazzo che un giorno diventerà Cable un insegnamento importante: i leader non scelgono di esserlo, ma vengono chiamati a ricoprire quel ruolo per caratteristiche e personalità.

Nathan/Cable è un personaggio da tenere d’occhio che avrà sicuramente un ruolo molto rilevante nel corso della stagione e della serie.

Una nuova stagione che promette (davvero) bene per il futuro degli X-Men

Storm (voiced by Alison Sealy-Smith) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Come anticipato, X-Men ’97 si prefigura di ampliare il mondo mutante animato scavando nelle storie a fumetti del passato e recuperando trame e personaggi che hanno fatto la storia della Marvel. E lo fa in maniera sapiente, matura e ordinata, nonostante il rischio di ingarbugliare tutto sia sempre dietro l’angolo.

La struttura della serie, e in particolare di questa stagione, è studiata affinché anche chi abbia poca dimestichezza con gli X-Men possa comprendere bene, o quasi, tutti i personaggi, i rapporti tra di essi, da sempre complessi come quelli di una soap opera, e l’attuale status quo del mondo in cui si muovono.

Ho apprezzato particolarmente l’ingresso di X-Force e la contrapposizione con X-Factor, due team mutanti che hanno spopolato negli anni ’90 sulle pagine dei rispettivi fumetti e che portano sul piccolo schermo i tratti distintivi di ciascun gruppo, nonostante le diverse differenze rispetto ai comics.

Per quanto riguarda toni e drammaticità, la serie compie un ulteriore passo avanti rispetto alla prima stagione, almeno in questa prima parte, preparando il terreno nei primi tre episodi per ciò che accade nel quarto, che rappresenta un punto di svolta scioccante e degno di un blockbuster cinematografico.

La scrittura di determinate scene e dialoghi nei momenti chiave supera di gran lunga quella di alcune produzioni Marvel Studios e mette in risalto personaggi fondamentali, in particolare Xavier, Magneto e le loro filosofie da sempre contrapposte. E questo per quanto concerne solo metà stagione.

X-Men ’97 stagione 2: da vedere?

(L-R): Beast (voiced by George Buza), Bishop (voiced by Isaac Robinson-Smith), Rogue (voiced by Lenore Zann), Professor X (voiced by Ross Marquand), Magneto (voiced by Matthew Waterson), and Nightcrawler (voiced by Adrian Hough) in Marvel Animation’s X-MEN ’97 Season 2, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Se amate gli X-Men e avete apprezzato la prima stagione di X-Men ’97, i nuovi episodi promettono scintille e pathos in un prodotto che alza l’asticella sotto tutti gli aspetti.

Se dobbiamo trovare un neo in questi primi quattro episodi della seconda stagione, riguarda l’animazione: da questo punto di vista non c’è stato alcun salto di qualità, ma nemmeno un passo indietro, mantenendo uno standard costante e in linea con quanto visto nella prima stagione.

Ottima l’esplorazione di personaggi chiave come Apocalisse e Cable, così come la narrazione compatta e le atmosfere che spaziano dal futuro oscuro alle piramidi dell’antico Egitto.

Dopo il continuo crescendo culminato nel climax dell’episodio 4, si prospetta una seconda parte di stagione ancora più epica ed esaltante, ma sono certo che non mancheranno nemmeno i momenti più drammatici e colpi di scena che lasceranno a bocca aperta gli spettatori.

X-Men, belle storie, grandi nemici e viaggi nel tempo: tutto ciò che noi amanti dei mutanti Marvel desideriamo è racchiuso all’interno di questa serie. E per questo è assolutamente imperdibile.

Ci ritroviamo qui per il finale di stagione!


VOTO POPCORNERD: 8/10

 

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Popchop Express – Batman: The Animated Series ha cambiato l’Uomo Pipistrello (e noi)

Batman: The Animated Series è LA serie d’animazione supereroistica per eccellenza e nel nuovo appuntamento di PopChop Express ve ne parliamo approfonditamente…

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Non negherò un fatto: quando abbiamo realizzato lo speciale su Spider-Man ’94 con i ragazzi del Nerdchop Express, in molti ci hanno chiesto “a quando Batman: The Animated Series??”. Beh…quel momento è arrivato.

Non è facile parlare di Batman The Animated Series (Batman TAS) e rimanere obiettivi, perché nonostante il dovere di stampa che ci chiede l’imparzialità, siamo davanti alla “cazzo di serie animata più bella mai realizzata su un supereroe”. E non stiamo esagerando.

Perché Batman: The Animated Series oltre a essere una grande serie animata sotto ogni aspetto (trame, atmosfere, design, characters) ha ridefinito il mito di Batman e trasformato Gotham City in un personaggio vivo.

Gli autori Bruce Timm, Paul Dini ed Eric Radomski che hanno dato origine a quello che oggi è una vera e propria gemma dell’animazione, hanno dimostrato che un cartone animato tratto dai fumetti poteva affrontare temi come trauma, morte, follia, perdita, ossessione e alienazione con una maturità che spesso mancava perfino ai film live action. Ma soprattutto, era (ed è tutt’ora) bellissima da guardare.

Insomma, per un’intera generazione cresciuta negli anni Novanta, questo è il vero Batman, quello che ha ispirato in seguito registi e disegnatori cresciuti con il mito dell’Uomo Pipistrello che “si avvolge nel mantello… è Batman”.

Gotham City non era mai stata così viva

La nascita della serie è indissolubilmente legata al successo del Batman di Tim Burton con protagonista Michael Keaton nei panni del Cavaliere Oscuro. Senza la Batmania esplosa tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, probabilmente Fox Kids non avrebbe mai approvato una serie tanto ambiziosa e cupa.

All’inizio l’idea era semplicemente quella di sfruttare il successo cinematografico del personaggio. Ma Bruce Timm ed Eric Radomski trasformarono rapidamente il progetto in qualcosa di completamente diverso. Presero l’estetica gotica di Burton, la unirono al noir anni ’40, ai cartoon dei Fleischer Studios e al cinema espressionista tedesco, creando quella che definirono “Dark Deco”: una Gotham sospesa fuori dal tempo, dove dirigibili della polizia sorvolavano grattacieli Art Déco immersi tra neon, ombre e pioggia eterna.

La città sembrava un vero e proprio incubo noir in cui convivevano automobili anni ’40, computer futuristici, gangster armati di Tommy Gun e televisioni in bianco e nero.

Le menti dietro Batman TAS: Bruce Timm, Paul Dini e il geniale Eric Radomski

In foto: Paul Dini e Bruce Timm

Quando si parla della serie, il nome più citato è quasi sempre quello di Bruce Timm. Eppure gran parte dell’identità visiva di Batman TAS nacque dalle intuizioni di Eric Radomski, genio spesso dimenticato.

In foto: Eric Radomski

Fu lui ad avere l’idea rivoluzionaria di dipingere gli sfondi su cartoncini neri anziché bianchi. Una scelta apparentemente semplice che cambiò completamente l’atmosfera dello show, rendendo Gotham più sporca, cinematografica e opprimente.

Quell’approccio visivo contribuì a creare uno stile unico e immediatamente riconoscibile, lontanissimo dai tradizionali cartoon americani dell’epoca.

Tim Burton e il ruolo fondamentale nella nascita della serie

Oggi l’influenza di Tim Burton sulla serie appare evidente, ma all’epoca fu addirittura decisiva per la sopravvivenza del progetto. Per molti dirigenti televisivi dei primi anni ’90, Batman era ancora il personaggio ironico e colorato interpretato da Adam West nella serie cult degli anni ’60.

La Fox voleva qualcosa di più leggero e “sicuro”, mentre Bruce Timm ed Eric Radomski, invece, volevano un Batman oscuro, gotico e malinconico.

Secondo Radomski, ottenere l’approvazione di Burton fu fondamentale. Dopo il successo gigantesco dei film del 1989 e del 1992, Burton aveva un’enorme influenza dentro Warner Bros., e il suo semplice via libera bastò a proteggere la serie dalle continue interferenze del network.

Il regista vide i concept preparatori e approvò immediatamente la direzione artistica dello show. Da quel momento, Gotham poté restare oscura, espressionista e profondamente noir.

Perfino alcuni elementi di Batman Returns influenzarono direttamente la serie animata, in particolare il design del Pinguino e l’estetica più grottesca e decadente della città.

Una sigla diventata leggenda.. anzi due!

Bastava meno di un minuto per capire che Batman: The Animated Series non era il solito cartone animato.

La sigla originale è ancora oggi una delle opening più iconiche della storia della televisione. Nessun dialogo, nessuna spiegazione: soltanto immagini, atmosfera e musica.

E che i film di Burton fossero le basi da cui partire per attirare il pubblico (giovane e meno giovane), lo si capisce proprio dalla colonna sonora che riprendeva il tema composto da Danny Elfman per il Batman di Burton, rielaborato magistralmente da Shirley Walker.

In sessanta secondi la serie riusciva già a definire perfettamente il personaggio: Batman emergeva dall’ombra, affrontava criminali armati e scompariva tra i fulmini. Puro cinema.

Ovviamente in Italia la sigla fu totalmente stravolta dall’interpretazione di Cristina d’Avena, che realizzò, però, un tema musicale in linea con il suo stile ma che si adattava in qualche modo al cartone animato di Batman. E anche questa sigla divenne iconica, almeno nel nostro paese.

Ma, con buona pace della Cristina nazionale, le musiche di Elfman vincono a mani basse su tutti i fronti.

Kevin Conroy & Mark Hamill: il Batman perfetto vs. il Joker definitivo

Kevin Conroy: la voce perfetta di Batman

La voce originale del Batman di TAS ha il timbro indelebile del compianto Kevin Conroy.

Nell’interpretare il Cavaliere Oscuro, Conroy comprese immediatamente che Bruce Wayne e Batman non potevano parlare allo stesso modo: Bruce era caldo, umano, affascinante, mentre Batman diventava improvvisamente freddo, controllato, quasi spettrale.

La sua performance influenzò ogni incarnazione successiva del personaggio, dai videogiochi della saga Batman: Arkham Asylum fino ai film moderni.

Mark Hamill: il più folle Joker della storia!

Accanto a Conroy, Mark Hamill, l’eroico Luke Skywalker di Star Wars, creò probabilmente la versione definitiva del Joker. Il suo Clown Principe del Crimine era folle, teatrale, inquietante e irresistibilmente divertente. Una miscela perfetta di comicità slapstick e pura psicopatia. Ma fu soprattutto la sua risata che divenne indimenticabile

Ancora oggi tutte le interpretazioni del Joker vengono inevitabilmente confrontate con quella di Hamill.

L’influenza di Batman The Animated Series sui fumetti del Cavaliere Oscuro:

Harley Quinn: il personaggio che cambiò la DC per sempre

Uno degli aspetti più incredibili di Batman TAS è che non si limitò ad adattare i fumetti, ma li influenzò in qualche modo introducendo personaggi nella serie animata che funzionavano talmente bene, che esordirono, poi, anche nei fumetti.

Il caso più eclatante è ovviamente quello di Harley Quinn, creata da Paul Dini e ispirata all’attrice Arleen Sorkin, che inizialmente doveva essere una semplice spalla del Joker per un solo episodio. Ma il personaggio funzionò immediatamente catturando da subito gli spettatori.

Harley era divertente, tragica, imprevedibile e profondamente malinconica, ma quello che più colpì fu il suo rapporto tossico con Joker e la sorprendente profondità con cui veniva raccontato in un cartone animato pomeridiano dei primi anni ’90.

L’episodio “Mad Love” resta ancora oggi uno dei ritratti più forti e inquietanti di una relazione abusiva mai raccontati nell’animazione occidentale.

Da lì, il passaggio ai fumetti fu inevitabile e oggi Harley Quinn è uno dei personaggi più popolari dell’intero universo DC.

Heart of Ice e la rinascita di Mr. Freeze

Ma Batman: TAS trasformò e diede anche spessore a personaggi già esistenti nella storia editoriale del Cavaliere Oscuro di casa DC.

Prima della serie, Mr. Freeze era considerato un villain secondario, quasi ridicolo. Poi arrivò “Heart of Ice”.

Scritto da Paul Dini, l’episodio reinventò completamente Victor Fries trasformandolo in una figura tragica e shakespeariana. Non era più uno scienziato ossessionato dal ghiaccio, ma un uomo devastato dal tentativo disperato di salvare sua moglie Nora.

La serie trasformò Freeze in uno dei personaggi più complessi della DC Comics, influenzando così anche i fumetti.

Ancora oggi la frase:

“Think of it, Batman. To never again walk on a summer’s day…” – “Pensaci, Batman. A non passeggiare mai più in un giorno d’estate”

resta una delle più memorabili della storia del personaggio.

Harvey Dent, Clayface e i villain reinventati

Batman TAS comprese perfettamente che la grandezza di Batman dipende anche dalla sua galleria di nemici.

La trasformazione di Harvey Dent in Due Facce fu reinterpretata come una tragedia umana devastante. La serie mostrò Dent molto prima della sua caduta, permettendo allo spettatore di vivere davvero il peso della sua trasformazione.

Clayface, invece, diventò protagonista di una storia horror sul culto dell’immagine, la dipendenza e la perdita della propria identità.

Perfino villain minori come Baby-Doll o Killer Croc ricevettero episodi sorprendentemente malinconici e complessi.

Un cartone animato che parlava agli adulti

La vera rivoluzione della serie non fu soltanto estetica, ma anche narrativa.

Batman TAS affrontava temi considerati impensabili per un cartoon americano pomeridiano: malattie mentali, solitudine, dipendenze, discriminazione, perdita e alienazione.

Gli autori riuscivano continuamente ad aggirare la censura della Fox con intelligenza e creatività. Non potevano mostrare troppo sangue? Usavano ombre e tensione psicologica. Non potevano affrontare certi temi apertamente? Li suggerivano tra le righe. E funzionava perfettamente.

I criminali usavano Tommy Gun anni ’30 per evitare problemi con le armi moderne. Le scene più violente venivano nascoste con giochi di montaggio e ombre.

Paul Dini e una writers room leggendaria

La qualità della scrittura degli episodi non fu una fortunata serie di coincidenze ma bensì l’incontro di qualità e esperienza, affidando la creazione delle storie a nomi enormi del fumetto americano come Dennis O’Neil, Len Wein, Marv Wolfman e Gerry Conway.

Ogni episodio veniva costruito come un piccolo film noir da venti minuti. Anche le storie apparentemente minori riuscivano quasi sempre a lasciare qualcosa.

Mask of the Phantasm: il miglior film di Batman?

Nel 1993 la serie generò anche Batman: Mask of the Phantasm.

Uscito quasi in sordina nei cinema, col tempo è diventato uno dei film di Batman più amati di sempre. Per molti fan resta ancora oggi il miglior film sul personaggio mai realizzato.

Il film racconta Bruce Wayne come pochissime altre opere hanno saputo fare: un uomo spezzato tra il desiderio di felicità personale e la propria missione autodistruttiva.

Perfino Robert Pattinson ha dichiarato di essersi ispirato a quel film per interpretare il suo Batman.

L’eredità di Batman TAS: Dal DCAU ai videogiochi Arkham, sino al futuristico Batman Beyond

Terry McGinnis, il Batman del Futuro

Batman TAS fu anche l’inizio del DC Animated Universe; da lì nacquero Superman: The Animated Series, Batman Beyond, Justice League e Justice League Unlimited.

Perfino la saga videoludica Arkham è chiaramente figlia della serie animata: Kevin Conroy torna come Batman, Mark Hamill è ancora Joker e Paul Dini firma parte della scrittura.

Anche Batman Beyond, il Cavaliere Oscuro del futuro, nacque da un compromesso creativo piuttosto incredibile.

La Warner Bros. voleva un “Batman adolescente” sul modello dei teen drama dell’epoca. Bruce Timm e il suo team ribaltarono completamente il concetto, creando Terry McGinnis: un nuovo Batman futuristico guidato da un Bruce Wayne anziano e disilluso. Il risultato fu una delle reinterpretazioni più innovative mai realizzate sul personaggio.

Batman: Caped Crusader, l’erede spirituale di Batman TAS

L’eredità di Batman: The Animated Series è ancora oggi così forte che ogni nuovo adattamento animato del Cavaliere Oscuro viene inevitabilmente confrontato con quella serie.

Ed è proprio da questa eredità che nasce Batman: Caped Crusader, la nuova serie animata prodotta da Bruce Timm insieme a J.J. Abrams e Matt Reeves per Amazon Prime Video.

Caped Crusader recupera quelle intuizioni che resero rivoluzionaria la serie originale: il noir, l’atmosfera pulp, la Gotham fuori dal tempo e la centralità della psicologia dei personaggi.

Per anni Bruce Timm aveva dichiarato di non voler più tornare su Batman:

“Ci siamo già stati, l’abbiamo già fatto.”

Ma ripensando ai concept mai realizzati negli anni ’90, il produttore iniziò a immaginare una versione ancora più pulp e oscura del personaggio, ispirata ai vigilanti mascherati come The Shadow e ai vecchi horror Universal.

Con Caped Crusader, Timm ha finalmente avuto la possibilità di esplorare quelle idee senza i limiti imposti dalla televisione per ragazzi degli anni ’90.

La nuova serie affronta infatti temi molto più maturi: brutalità della polizia, corruzione sistemica, discriminazione e ambiguità morale. I personaggi possono morire, la violenza è più esplicita e figure come Harvey Bullock vengono rappresentate in modo molto più complesso rispetto al passato.

Secondo Timm:

“La possibilità di far morire i personaggi, anche fuori campo, apre nuove prospettive narrative.”

Nonostante questo approccio più adulto, Caped Crusader mantiene chiaramente il DNA artistico di Batman TAS: la Gotham noir, l’estetica rétro e il focus sulla dimensione detective del personaggio.

In molti sensi, sembra la versione della serie che Bruce Timm avrebbe voluto realizzare negli anni ’90 se non avesse dovuto combattere continuamente contro censura e limiti televisivi.

Una serie immortale

A più di trent’anni dal debutto, Batman: The Animated Series continua a sembrare attuale, non soltanto perché visivamente è invecchiata meglio di moltissimi prodotti contemporanei, ma perché ha capito Batman meglio di quasi chiunque altro.

E’ una serie quasi perfetta, drammatica al punto giusto e, soprattutto, esplora Batman e il suo mondo come nessun altro ha mai fatto in TV o al cinema. Analizza il punto di vista dei personaggi positivi, ma anche di quelli negativi. E la linea di demarcazione può essere davvero sottile a volte.

Dietro maschere, gadget e supercriminali, la serie racconta esseri umani spezzati dal dolore, dalla paura e dall’ossessione. Gotham è una città marcia e disperata, e Bruce Wayne un uomo profondamente solo che continua comunque a combattere.

Perché…

È l’uomo pipistrello, è Batman
Si avvolge nel mantello, è proprio Batman
È rapidissimo, è furbissimo, è giustissimo
Combatte con lealtà, con caparbietà, con abilità
E corre, corre Batman

E non dimenticate di andare a vedere il reel su Batman The Animated Series, realizzato dagli amici del Nerdchop Express!

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Netflix

Due Spicci: Recensione della nuova serie Netflix di Zerocalcare

Abbiamo visto in anteprima Due Spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare in arrivo su Netflix il 27 maggio 2026. E questa è la nostra recensione no spoiler

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A distanza di tre anni, Michele Rech, in arte Zerocalcare, torna su Netflix con Due Spicci, la nuova serie d’animazione che vede protagonista ancora una volta la sua controparte animata, la sua voce interiore l’Armadillo, e il suo gruppo di amici, tra cui gli inseparabili Sarah e Secco.

Dopo Strappare lungo i bordi (2021) e Questo mondo non mi renderà cattivo (2023), anche questa nuova serie è prodotta da Movimenti Production, in collaborazione con Bao Publishing, e riprende gli elementi tipici dell’arte di Zerocalcare che lo hanno consacrato al pubblico: monologhi serrati, ironia e “disegnetti”. Ma c’è qualcosa di diverso in questa nuova serie.

“Zero” riporta lo spettatore a Rebibbia, il quartiere romano dove vive e in cui ha ambientato finora le sue avventure animate, e fin qua niente di nuovo.

Ma la storia che l’artista romano ha pensato, realizzato e messo in scena per Due Spicci ti entra dentro, ti mette davanti alla realtà e ti dà un pugno nello stomaco per ricordarti com’è fatto il mondo degli adulti.

Perché ciò che emerge sin da subito dallo show di Netflix è che ci troviamo davanti a uno Zero più malinconico, inquieto e apprensivo rispetto al passato, che dà origine forse alla sua storia più complessa, costretto ad affrontare innanzitutto un’importante presa di coscienza: il superamento di un’età che ufficializza in modo categorico l’ingresso (volente o nolente) nell’età adulta, con i problemi che ne conseguono, così come il cambiamento dei rapporti personali con gli amici.

A un certo punto non c’è più tempo per un “Annamo a pijà er gelato?” e Zero in Due Spicci racconta il trauma e le difficoltà di fronte a certi ostacoli. Crescere comporta responsabilità di entità maggiore, che generano più preoccupazioni e ansie, e non sempre si è pronti ad affrontarle. Quasi mai, a dire il vero.

Ma Due Spicci non è soltanto malinconia o una storia più drammatica rispetto alle precedenti serie, perché non mancano la comicità surreale e i riferimenti alla cultura nerd / pop della generazione Millennial, tipiche delle opere di Zerocalcare (chi non è impazzito cercando di ottenere il famoso Chocobo d’oro in Final Fantasy VII?).

I ‘Buffi’ di Zero e Cinghiale: i problemi suoi sono anche i tuoi

Zerocalcare viene convinto dall’amico Cinghiale a diventare socio del suo baretto. Le cose grazie ai fumetti gli vanno bene e decide di aiutare l’amico versando una somma di denaro diventando proprietario di una quota del locale. Col tempo, però, Zero si rende conto che i soldi spariscono dalla cassa e tutto lascia intendere che l’amico abbia dei problemi: droga?

Nel frattempo, Zero viene convinto da Sarah a ospitare a casa sua, l’amica Esmeralda (e il suo cane Schiocco) dopo che quest’ultima ha lasciato il compagno che la picchiava. Nulla di trascendentale, se non fosse che Zero aveva una grande cotta per lei da ragazzino e questo non può che riaccendere quei sentimenti sopiti, anche a distanza di 20 anni…

Zero e Esmeralda

Una sera, al bar, Zero cerca di affrontare con Cinghiale il problema delle finanze e capisce che non si tratta di droga… ma di qualcosa di molto più serio, che coinvolge uno dei più temibili ceffi della zona: Paturnia.

Insomma:a finir male così, dico ci vuole una laurea, bisogna essere bravi.”

E, in tutto questo, Secco da mesi non esce più di casa e nessuno sa che fine abbia fatto…

La coscienza di Zero, la coscienza di una generazione

Se Questo mondo non mi renderà cattivo raccontava e metteva in evidenza il lato più “politico” di Zero, Due Spicci torna invece a esplorare la parte più intima e personale dell’autore.

Due Spicci parla DI Zerocalcare, ma parla anche A un’intera generazione: quella che oggi ha più o meno la stessa età dell’artista e autore e che, in molti casi, non è stata davvero “preparata” a diventare adulta.

Una generazione che si ritrova improvvisamente a passare dalla spensieratezza e dalla superficialità della gioventù, trascinate avanti negli anni un po’ per protezione, un po’ per volontà e comodità, allo scontro improvviso con i problemi veri e le responsabilità, quelli con cui ogni adulto sa di dover fare prima o poi i conti e davanti ai quali non ci si può tirare indietro: segreti troppo grandi da custodire, figli da mantenere, scelte disperate che dovrebbero risolvere i problemi e che invece finiscono per crearne altri, litigi che lasciano ferite sempre più difficili da rimarginare col passare del tempo.

Due Spicci mostra un protagonista che si mette davvero a nudo davanti allo spettatore, esponendo debolezze, barriere personali autoimposte a protezione e preoccupazioni di un uomo normale alle prese con problemi più grandi di lui, ma anche più grandi di tutti gli altri (persino di Sarah, che solitamente è la problem solver del gruppo). Forse per questi motivi lo stesso Zerocalcare ha definito Due Spicci una serie crepuscolare.

E più i problemi si fanno seri, più la testa e la coscienza di Zerocalcare vagano alla ricerca di una soluzione attraverso le parole dell’Armadillo che ancora una volta ha la voce di Valerio Mastandrea. La sua coscienza, più presente rispetto ai precedenti show, in questa serie si conferma uno dei veri mattatori: battute a raffica e confronti irresistibili con Zero, cercano continuamente di stemperare la drammaticità di alcuni eventi.

Non sempre si può fare affidamento sugli amici come si era abituati a fare da “pischelli”, perché ognuno ha i propri problemi da gestire.

C’è chi si rifugia in sé stesso, nei propri Armadilli, e cerca di aggrapparsi agli altri, come Zero; chi affronta tutto di petto, come ha sempre fatto, come Secco; e chi si costruisce una corazza, riesce a risolvere i problemi degli altri ma non i propri, come Sarah. E poi c’è chi non sa come affrontare certe situazioni, che si abitua al malessere e ne viene inghiottito finendo per affondare.

Tutto questo è Due Spicci.

Quando cresci non bastano più Due Spicci

Ma Due Spicci è anche una storia corale che coinvolge tutti i personaggi già visti finora nei prodotti animati di Netflix e Zerocalcare, ma soprattutto coinvolge chi la guarda.

È una storia che appassiona, forse perché racconta situazioni molto vicine, almeno per il sottoscritto, a quelle che possono essere vissute da Zerocalcare, da me o dai miei amici più cari. Una serie che non stanca e non annoia, anzi: si divora, perché ti cattura, ti devasta, ti fa ridere e subito dopo quasi piangere, accompagnandoti fino al finale.

Animazione e colonna sonora da paura

Movimenti Production, la casa di produzione già dietro alle altre serie di Zerocalcare, anche in questo caso svolge un lavoro davvero eccellente e, anzi, migliora sotto ogni aspetto grafico e d’animazione rispetto al passato.

Quello che Netflix e Zerocalcare realizzano con Due Spicci è un prodotto fruibile non solo per l’Italia, ma anche dal respiro internazionale, persino a livello visivo, e sono sicuro che spopolerà anche all’estero, proprio perché racconta in modo moderno, schietto a livello universale ma soprattutto umano, cosa vuol dire far parte della generazione a cui il protagonista appartiene.

Importante anche il contributo della colonna sonora della serie: se il ritorno di Giancane, cantautore amico di Zero che aveva già curato le sigle delle altre due serie, era quasi scontato, con la nuova Non ti riconosco più, l’asticella si è alzata ulteriormente grazie al coinvolgimento di Coez, che ha realizzato il brano Ci vuole una laurea, destinato a diventare una delle hit più ascoltate dei prossimi mesi.

Perché vedere Due Spicci?

Non c’è due senza tre, dice il proverbio, e Zerocalcare ci è riuscito ancora.

Due Spicci è una serie molto attesa dal pubblico e, con ogni probabilità, anche dallo stesso Zerocalcare, curioso di capire come verrà accolta.

Perché Due Spicci è la sua serie più personale e complessa, ma proprio per questo gran parte degli spettatori la adorerà: Zero non si risparmia e, come sempre, dice le cose come stanno, soprattutto quando riguardano sé stesso.

Questo lo porta ad aprirsi ancora di più con il suo pubblico, raccontando il proprio disagio, paure, angosce e tutto ciò che si porta dentro, nel modo in cui lo abbiamo imparato a conoscere bene: attraverso disegnetti (stavolta animati) e personaggi che ormai sono entrati nei nostri immaginari, nelle nostre case e fanno parte di noi.

Due Spicci ha tutto: ironia, malinconia, drammaticità, personaggi complessi e anche una forte componente morale.

A 42 anni non pensavo che mi sarei ritrovato a piangere davanti a un cartone animato. Zerocalcare è riuscito anche in questo.


VOTO POPCORNERD: 9/10

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