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Cinema

Peaky Blinders: The Immortal Man – Il ritorno a Birmingham di Tommy ‘Il Re’ Shelby

Peaky Blinders: The Immortal Man è il film di Netflix di Steven Knight che vede Cillian Murphy tornare a indossare ancora una volta i panni di Tommy Shelby, boss dei Peaky Blinders di Birmingham

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Quattro anni. Abbiamo dovuto aspettare quattro lunghi anni, per conoscere l’epilogo delle avventure di Tommy Shelby, boss dei fottuti Peaky Blinders di Birmingham, che avevamo visto l’ultima volta alla fine della stagione sei nel lontano 2022.

Con il film originale Netflix, Peaky Blinders: The Immortal Man, il creatore Steven Knight cala il sipario sulla storia della famiglia Shelby, realmente esistita, che ha dato vita a cavallo tra la fine dell’800 e il primo trentennio del secolo ‘900 a un vero e proprio regno di criminalità, fondato su un importante codice d’onore e uno stile nel vestire che metteva al primo posto l’eleganza.

Sembrava impossibile rivedere Cillian Murphy nei panni di Tommy, vista l’escalation che l’ha portato a vincere nel 2024 l’Oscar come migliore attore in Oppenheimer di Christoper Nolan. Ma l’attore aveva un conto in sospeso con Tommy e i suoi spettatori: la storia meritava un capitolo finale, visto l’ultimo episodio della stagione 6 che aveva lasciato a molti l’amaro in bocca.

Del resto lo show di Steven Knight ha preso un ottimo interprete come Cillian Murphy nel lontano 2013, rendendolo uno dei più grandi talenti di Hollywood degli ultimi anni. Cillian è cresciuto insieme a Tommy. Ha vissuto tutte le sue tragedie e tutti i suoi successi, sulla propria pelle e, probabilmente, anche per questo motivo era giusto tornare ancora una volta in quegli abiti e indossare il “berretto a 8 spicchi” che aveva reso Tommy e la sua famiglia i veri padroni di Birmingham.

Peaky Blinders: The Immortal Man presenta un cast stellare in compagnia di Cillian Murphy, fatto di volti nuovi come Tim Roth, Barry Keoghan e Rebecca Ferguson, e vecchie conoscenze dei fan della serie come Stephen Graham che torna come Hayden Stagg, personaggio ricorrente della serie.

Alla regia Tom Harper, adatta in maniera impeccabile la ‘solita’ sceneggiatura di Steven Knight fatta di drammaticità, violenza, brutalità e spietatezza, per dare un giusto finale a uno degli show più importanti della carriera di quest’ultimo (e della piattaforma Netflix).

Peaky Blinders: dove eravamo rimasti

Non starò a riassumere l’intera sesta stagione, ma vi basti sapere che, nel corso degli anni ’30, con l’avvento del nazismo di Hitler in Europa, anche il Regno Unito viene colpito dalla strapotenza del Führer. E con esso l’impero dei Peaky Blinders di Birmingham.

Ma la morte della figlia Ruby distrugge il già precario stato emotivo di Tommy Shelby, che vediamo, alla fine dell’ultimo episodio della stagione 6, lasciare tutto e andare via a cavallo, per vivere in totale solitudine. Sembrava che i Peaky Blinders fossero finiti. E invece…

Peaky Blinders: The Immortal Man – Trama

1940. Birmingham è il palcoscenico di un traffico di sterline false, messe in circolazione dai nazisti capitanati da John Beckett (Tim Roth), talpa dei nazisti, con la finalità di uccidere l’economia del Regno Unito dall’interno.

Nel frattempo la Luftwaffe tedesca sta bombardando l’Inghilterra e colpisce una fabbrica di munizioni della BSA, uccidendone tutti i dipendenti.

In questo tragico panorama, Tommy Shelby vive in campagna isolato dal mondo, intento a scrivere le sue memorie autobiografiche nel libro L’uomo Immortale. Gli unici compagni di Tommy sono Johnny Dogs (Packy Lee) e i fantasmi del suo passato che lo tormentano: in primis la piccola Ruby e il fratello Arthur, anch’egli morto un paio di anni prima. Della famiglia Shelby che aveva governato anni addietro su Birmingham rimangono soltanto lui e la sorella, Ada.

Ma i Peaky Blinders non sono morti: Duke (Barry Keoghan), figlio bastardo di Tommy, è il nuovo spietato leader della banda criminale e cerca di mantenere il controllo di Birmingham tramite violenza gratuita e accordi con Beckett.

La condotta di Duke non può proseguire oltre e Kaulo (Rebecca Ferguson), zia e gemella della madre con la quale Tommy aveva concepito Duke anni prima, convince l’ultimo dei fratelli Shelby a tornare a Birmingham per salvare l’anima del figlio e la città con lui. Un ulteriore evento tragico scatenerà la rabbia di Tommy, costringendolo a risvegliare l’animo che ha reso celebre lui e i (fottuti) Peaky Blinders.

I tormenti e i fantasmi di Tommy Shelby

Al centro di Peaky Blinders: The Immortal Man c’è, senza neanche dirlo, la figura di Tommy Shelby. Un Tommy che ha perso tutto: potere, denaro e affetti. Un uomo che aveva dedicato una vita intera a creare un impero per lui e la sua famiglia, ma che ha visto solo morte, sangue e dolore come conseguenze delle sue azioni.

E il fatto di essere rimasto da solo con gli spettri di tutti coloro che ha amato e perso, aumentati nel corso della vita del boss dei Peaky, non fa che amplificare l’aura di tragedia che aleggia intorno a Tommy. Non è alla ricerca di redenzione o di riscatto, ma della pace dalle visioni che da anni lo tormentano, insieme ai peccati che non può lavare via dalla coscienza. E la peggior tortura per lui è continuare a vivere.

L’uomo che troviamo in Peaky Blinders: The Immortal Man è spezzato e svuotato, completamente diverso dal Tommy Shelby delle prime stagioni: ambizioso, freddo e calcolatore. Ma è giusto così: per come si è sviluppata ed è evoluta la trama nel corso delle precedenti stagioni, questo è l’unico risultato a cui potevano portare le scelte di Tommy Shelby.

La storia di Peaky Blinders: The Immortal Man è cruenta, violenta e tragica. Steven Knight ci aveva abituato a storie molto dure da digerire, sporche e ruvide sia nelle precedenti stagioni sia in altre sue produzioni. Ma mai come in questo caso.

È ‘l’ultima meta‘ di Tommy Shelby, ma è anche un pretesto dello stesso per cercare di espiare i propri peccati, ristabilendo quell’ordine che manca da tempo alla città dopo il suo addio.

Cillian Murphy: è lui L’uomo Immortale

Questa versione di Tommy è ciò che lo spettatore sa essere l’unica possibile arrivati a questo punto della storia. E Cillian Murphy, ancora una volta, giganteggia, con un’interpretazione (nuovamente) da Oscar.

L’attore riparte esattamente da dove aveva lasciato Tommy quattro anni fa, come se non fossero mai passati, e rientra nei panni del personaggio con una semplicità sbalorditiva.

Anche quando è obbligato a tornare a essere il “vecchio” Tommy, fa intendere che quegli abiti gli calzano ancora bene addosso. E che non si scherza con Tommy Shelby e i suoi Peaky Blinders.

L’attore aveva confessato che sarebbe tornato a interpretare Tommy solo con la giusta storia. Beh: Steven Knight, con Peaky Blinders: The Immortal Man, ha confezionato su misura per lui, come un abile sarto, una grande trama che celebrasse la figura di Tommy Shelby, che il buon vecchio Cillian sembra aver apprezzato. Il risultato è un’altra grande prova che oscura tutti gli altri (per quanto interessanti) attori presenti.

Barry Keoghan, talento arrivato troppo tardi in Peaky Blinders

Barry Keoghan/Duke faccia a faccia con Cillian Murphy/Tommy Shelby

Il personaggio di Duke è interpretato da un ottimo Barry Keoghan, figlio zingaro di Tommy che ha preso le redini dell’impero dei Peaky Blinders.

L’attore porta sullo schermo un personaggio interessante e un boss dei Peaky Blinders completamente diverso dallo stile di Tommy: rispetto all’eleganza, all’intelligenza e alla strategia di quest’ultimo, Duke è un ragazzo giovane e inesperto che si affida alla violenza e all’istinto.

Il rapporto complicato tra padre e figlio, che evolve all’interno del film, è una componente interessante che mostra come i due siano diversi caratterialmente, ma come, con ogni probabilità, se le cose fossero andate diversamente, avrebbero potuto essere due grandi alleati e capi della gang di Birmingham.

Regia e musiche che sanno di candidatura da Statuetta (per il 2027)

Il John Beckett di Tim Roth

Steven Knight è sempre un abile narratore quando si tratta di storie in costume che affondano le radici nella realtà. Insieme a Tom Harper costruisce un film dove la guerra è il punto focale: quella per la sopravvivenza della città di Birmingham, quella per l’assoluzione dell’anima di Tommy e quella che davvero si è consumata in quegli anni e che ha visto un bombardamento nazista nella città di Birmingham il 19 novembre 1940.

Intorno a questo evento storico ruota The Immortal Man, che trova il suo antagonista in un sempre bravo Tim Roth, nei panni di un John Beckett viscido, calcolatore, fascista e complice della Germania nazista.

Teatro degli eventi è la città di Birmingham, che per anni ci ha accompagnato con i suoi abitanti e lo storico pub Garrison, sede degli affari della famiglia Shelby e che abbiamo visto cambiare e rinnovarsi nel tempo.

Registicamente siamo davanti a un film di caratura cinematografica: forse davvero il primo grande film originale Netflix che vale la pena di vedere. Rimarrà tra le immagini più forti dell’intera epopea dei Peaky Blinders l’attraversamento a cavallo di Tommy Shelby della sua Birmingham, che non ha mai scordato il suo re.

Tommy Shelby nella ‘sua’ Birmingham

Risulta impossibile non citare la musica, da sempre un elemento che ha contribuito al successo della serie. La sigla Red Right Hand di Nick Cave & The Bad Seeds era già, fondamentalmente, storia della musica e ora fa parte della storia dei Peaky Blinders.

Nel film The Immortal Man, la colonna sonora originale porta la firma di Antony Genn e Martin Slattery, fondatori dei The Hours. Accanto alle loro composizioni trovano spazio anche brani dei Fontaines D.C. e di Elizabeth Fraser, e soprattutto la straordinaria versione di Hunting the Wren di Ian Lynch, che rende gli ultimi minuti del film decisamente intensi e memorabili.

Perché vedere Peaky Blinders: The Immortal Man?

Chiunque ha amato la serie di Netflix, non può perdere Peaky Blinders: The Immortal Man. Chi non ha mai visto i Peaky Blinders… recuperi la serie e POI guardi The Immortal Man.

È il canto del cigno di Tommy Shelby. Il saluto di un attore come Cillian Murphy al personaggio che l’ha reso (più) celebre, e del suo creatore Steven Knight, che è stato capace, con questo film, di farci amare ancora di più il carismatico boss dei Peaky Blinders di Birmingham.

Non so se ci sarà un futuro per il franchise dei Peaky Blinders, ma è stato davvero bello tornare ancora una volta per le strade di Birmingham e restare in compagnia di Tommy Shelby, per un’ultima sigaretta e un ultimo whisky al Garrison Pub sulle note di Red Right Hand.


VOTO POPCORNERD: 8.5/10

Cinema

The Mandalorian e Grogu – Recensione: il mandaloriano Pedro Pascal arriva al cinema

Abbiamo visto in anteprima The Mandalorian e Grogu di Dave Filoni e Jon Favreau, con protagonista il Mandaloriano Pedro Pascal e il suo fido apprendista Grogu e questo è il nostro pensiero sul nuovo capitolo cinematografico di Star Wars

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Quando uscì nel 2019 la prima puntata di The Mandalorian su Disney+, lo show dimostrò che il franchise di Star Wars poteva andare avanti e tagliare definitivamente il cordone ombelicale con la “saga degli Skywalker” per esplorare altre vie.

Dave Filoni e Jon Favreau dimostrano che il franchise aveva ancora molto da esplorare e portarono sullo schermo le avventure in salsa space-western del Mandaloriano Din Djarin, interpretato da Pedro Pascal, e del suo fidato (e tenerissimo) compagno di viaggio, Baby Yoda, poi ribattezzato Grogu, che stregò gli spettatori sin dalla prima apparizione. E fu un grande successo.

Dopo tre stagioni (e mezzo, se si considera anche la seconda parte di The Book of Boba Fett “mando-centrica”), le avventure di Din Djarin e Grogu hanno preso una strada nuova per lo show, ma familiare per il franchise di Star Wars: quella del cinema.

Prima di proseguire con l’analisi di The Mandalorian e Grogu, due rapide considerazioni: questo film arriva nel momento di minor popolarità della saga cinematografica creata da George Lucas, complici i passi falsi delle serie TV e dell’ultima trilogia con Adam Driver (Kylo Ren) e Daisy Ridley (Rey), e ben oltre tre anni dopo l’uscita in piattaforma dell’ultimo episodio della serie madre.

Siamo onesti: l’hype che ruotava sino a qualche tempo fa intorno a Mando è calato gradualmente e, se Disney vuole far ripartire Star Wars da questo film, deve essere la prima a scommettere di avere tra le mani un prodotto notevole e valido. Ma la sensazione che si ha è che la casa di Topolino non sia convinta fino in fondo che The Mandalorian e Grogu sia il cavallo vincente su cui scommettere.

Ed è un gran peccato, perché la pellicola ideata da Dave Filoni e Jon Favreau, con la regia di quest’ultimo, è tecnicamente un prodotto d’intrattenimento di ottima fattura che centra l’obiettivo di divertire lo spettatore, principalmente quello che ha seguito le avventure di Mando e Grogu in piattaforma.

Scene d’azione e combattimenti, adrenalina e situazioni da “Mando” alzano l’asticella in prima battuta a livello tecnico e visivo: il passaggio dallo streaming alla sala porta maggiore qualità rispetto a The Mandalorian in tutti i suoi elementi, mescolando l’assetto classico con l’introduzione di personaggi nuovi che ben si integrano con il cosmo di Star Wars.

Un Mandaloriano al servizio della Nuova Repubblica

Con una sequenza iniziale epica, contraddistinta da una dettagliata cura dei particolari, scopriamo che Mando e Grogu sono al servizio della Nuova Repubblica, ingaggiati per cacciare tutti i sostenitori dell’Impero e capire quali siano le intenzioni dell’Ordine creato dall’Imperatore dopo la sconfitta e la morte di quest’ultimo. Catturare e ottenere informazioni dai devoti all’Impero è l’obiettivo principale di Ward (Sigourney Weaver) e per questo ha bisogno del migliore cacciatore sulla piazza.

Il personaggio di Sigourney Weaver: Ward

La caccia al misterioso Janu, al servizio dell’Impero, porta Mando e Grogu a incrociare le strade del figlio di Jabba the Hutt, Rotta the Hutt (Jeremy Allen White), e della sua dinastia. Nel corso di questa nuova avventura, Din Djarin verrà messo a dura prova soprattutto fisicamente. Lui e Grogu scopriranno che gli Hutt non sono tutti despoti cinici e bramosi di potere.

La coppia Mando e Grogu protagonista indiscussa

Lo show di The Mandalorian è caratterizzato da due prime stagioni incredibili e una terza molto altalenante. In The Mandalorian e Grogu, i creatori Filoni e Favreau correggono il tiro e per prima cosa riportano in primo piano il rapporto tra Din e Grogu.

I due sono gli assoluti protagonisti di un’avventura che punta tutti i riflettori su di loro… insieme. Il rapporto padre/figlio è l’elemento che da sempre aveva dato quella marcia in più allo show e che nella terza stagione si era un po’ perso per dare spazio ad altre sottotrame.

The Mandalorian e Grogu rimette i due personaggi al centro con alcuni momenti familiari che spaziano dal tenero allo spassoso, e questa è un’ottima notizia per i fan.

E se Din Djarin è ancora più letale al cinema rispetto alla serie Disney+, Grogu è molto più che l’infante indifeso con poteri da Jedi della serie. C’è spazio nella pellicola per il piccolo baby Yoda per confermare che sono lontani i momenti in cui dipendeva al 100% dal paterno mandaloriano. Se nella serie Grogu vi aveva rubato il cuore, in The Mandalorian e Grogu vi farà innamorare perdutamente ogni volta che appare sullo schermo. Il carisma di questo personaggio è davvero incredibile. E non c’è Mando che tenga.

Il fardello di essere un Hutt

In foto: Rotta the Hutt

Tra i personaggi secondari spicca senza ombra di dubbio Rotta the Hutt, interpretato da Jeremy Allen White (The Bear, Shameless), dove il figlio di Jabba pone sotto una luce diversa la dinastia Hutt, da sempre contraddistinta nei film e nelle serie TV da alieni lumacosi viscidi e spietati, con una propensione alla criminalità e al doppiogioco.

Rotta è un Hutt ancora in cerca della propria identità e porta il fardello di essere il figlio del grande Jabba, conosciuto in tutto l’universo per l’impero criminale che aveva costruito su Nal Hutta e a cui tutti gli Hutt ambiscono. Lui vuole essere diverso dal padre e, in più di un’occasione, dimostra che non tutti gli Hutt puntano a essere dei criminali.

Filoni e Favreau scrivono un gran bel personaggio affidando ben più che la sola voce allo straordinario Jeremy Allen White, fornendo un interessante spunto su quello che potrebbe essere il futuro di Rotta the Hutt, che si spera di poter rivedere nel franchise in qualche altro prodotto targato Star Wars.

Un film che rapisce il fan, ma…

Dave Filoni e Jon Favreau fanno un ottimo lavoro imbastendo una trama d’azione adrenalinica al punto giusto, con ambientazioni e scene da blockbuster molto curate e dettagliate. I due registi strizzano anche l’occhio, in più di un’occasione, ai film action degli anni ’80 e ’90. Impossibile non notare il rimando a film come Top Gun subito dopo la sequenza iniziale, quando Mando e Grogu tornano alla base con un tramonto contraddistinto da un cielo arancione alle spalle.

Ma anche determinate battute o scene sono visibilmente ispirate ai film d’azione con protagonisti macho come Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone, Chuck Norris ecc…

Sia chiaro: è un film che riprende le vibes western della serie, ma vira maggiormente verso un film fantascientifico d’azione con i personaggi di Star Wars.

I combattimenti sono ottimi (anche se i primi 20 minuti del film sono imbattibili per quanto riguarda adrenalina e spettacolarità) e Mando dimostra a tutti gli avversari perché sia il più letale dei mercenari. Tranne quando capita che perda il casco, perché oltre a quello pare perdere anche le abilità combattive, tornando a essere un semplice Pedro Pascal qualunque.

Quindi il film intrattiene e diverte i fan della serie anche grazie a diverse creature inedite create appositamente per la pellicola, che richiamano molto sia i “mostriciattoli” teneri e simpatici sia le creature spaventose aliene di cui erano pieni zeppi i film di Lucas.

Ma… è un film che punta al pubblico della serie TV. The Mandalorian e Grogu è un lunghissimo episodio che, se fosse uscito come special su piattaforma anziché al cinema, nessuno avrebbe battuto ciglio. Ed è complesso anche da collocare temporalmente all’interno della serie, perché non vi sono palesi riferimenti a quando si svolga, probabilmente per permettere anche a chi non ha visto la serie di non essere disorientato dalla cosiddetta continuity.

Difficilmente, a mio avviso, chi non conosce i personaggi andrà a vedere questo film, che, altra problematica, presenta una trama e una narrazione senza una vera e propria evoluzione. Mando e Grogu “fanno cose” dall’inizio alla fine.

Ed è davvero divertente ed esaltante in alcuni frangenti e lo spettatore che, come il sottoscritto, ha visto tutti gli episodi della serie e segue il franchise di Star Wars dall’inizio uscirà soddisfatto, perché ha visto un bell’episodio “extralarge” di The Mandalorian non sul divano, ma in una poltroncina del cinema. E non poteva essere altrimenti.

Al contempo, questa pellicola non può essere considerata un vero e proprio “restart” cinematografico di Star Wars, bensì un what if…? su come The Mandalorian avrebbe potuto essere al cinema.

E ribadisco che è un vero peccato, perché Filoni e Favreau hanno realizzato una gran bella pellicola.

Perché vedere The Mandalorian e Grogu?

Il film, come detto, è uno spettacolare blockbuster d’avventura, dove il Mandaloriano di Pedro Pascal si esalta in quello che sa fare meglio: il cacciatore di taglie.

Grogu è molto più di una spalla: è davvero il co-protagonista, ancora inesperto ma non per questo inerme. La sua sopravvivenza non dipende più da Din Djarin e lo dimostrerà durante il film.

Ma il difetto più grande di The Mandalorian e Grogu è che si tratta di un film pensato principalmente per chi ha amato la serie di Disney+ in tutti i suoi aspetti e che rappresenta un grande episodio esteso dello show. E questo rappresenta un limite.

Un qualcosa che potrebbe non attrarre lo spettatore occasionale che va al cinema indeciso su cosa vedere e che non segue, o non ha seguito, la serie televisiva, soprattutto vista l’attuale concorrenza con cui andrà a scontrarsi, rappresentata dagli attuali campioni d’incasso  Michael, Il diavolo veste Prada 2 e Mortal Kombat II.

The Mandalorian e Grogu è un film da vedere e di cui godere in sala, ma sono convinto che avrà molto più successo in streaming tra le pareti di casa Disney+ (e casa vostra).

Spero vivamente di sbagliarmi, ma questa volta non sarà l’ordine mandaloriano dei Figli della Ronda a decidere la via, bensì il pubblico.


VOTO POPCORNERD: 7/10

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Cinema

Sky Cinema presenta in prima TV Sentimental Value

Premio Oscar come Miglior film internazionale e Gran premio della giuria al Festival di Cannes, Domenica 17 maggio alle 21:15 su Sky Cinema Uno e in streaming su NOW

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Notizia riportata sulla base del comunicato stampa inviatoci da Sky Cinema.

Premio Oscar® come Miglior film internazionale e Gran premio della giuria al Festival di Cannes

Domenica 17 maggio alle 21:15 su Sky Cinema Uno e in streaming su NOW

già disponibili on demand

UN SEMPLICE INCIDENTE
Palma d’Oro al Festival di Cannes

FATHER MOTHER SISTER BROTHER
Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

LA VOCE DI HIND RAJAB
Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Milano, 14 maggio 2026. Con l’arrivo in prima TV di SENTIMENTAL VALUE, si completa su Sky Cinema un percorso che riunisce i più importanti vincitori dei festival internazionali dell’ultimo anno, offrendo uno sguardo privilegiato sul cinema contemporaneo.

Vincitore dell’Oscar® come Miglior film internazionale e del Gran premio della giuria al Festival di Cannes, SENTIMENTAL VALUE esordirà domenica 17 maggio alle 21:15 su Sky Cinema Uno, in streaming su NOW e disponibile on demand. Su Sky il film sarà disponibile on demand anche in 4K.

Diretto da Joachim Trier, già autore de La persona peggiore del mondo, il film è un intenso dramma familiare che esplora legami, memorie e ferite mai del tutto rimarginate. Con il suo sguardo intimo e stratificato, Trier costruisce un racconto che attraversa il tempo e le relazioni, indagando il peso dell’eredità emotiva e la difficoltà di comunicare all’interno della famiglia.

Sinossi

Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav (Stellan Skarsgår) – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Conoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp (Elle Fanning). Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato.

Accanto alla prima TV di SENTIMENTAL VALUE, sono già disponibili on demand su Sky Cinema e NOW altri titoli protagonisti dell’ultima stagione dei festival:

UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi, Palma d’Oro al Festival di Cannes, un intenso thriller morale che riflette sulle conseguenze della repressione politica e sul confine sottile tra giustizia e vendetta.

FATHER MOTHER SISTER BROTHER, Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in cui Jim Jarmusch dirige un cast d’eccezione in tre storie che raccontano le relazioni tra figli, genitori distanti e fratelli, in un trittico di ritratti intimi osservati senza giudizio, dove la commedia si intreccia a sottili momenti di malinconia.

Infine LA VOCE DI HIND RAJAB, Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria sempre a Venezia, il film di Kaouther Ben Hania che, attraverso materiali audio originali, ricostruisce la tragica vicenda della piccola Hind Rajab, trasformandola in una potente riflessione sulla memoria, sull’infanzia e sugli effetti della guerra.

SENTIMENTAL VALUE | domenica 17 maggio alle 21:15 su Sky Cinema Uno e in streaming su NOW. Su Sky il film sarà disponibile on demand anche in 4K per i clienti Sky Q via satellite o Sky Glass con pacchetto Sky Cinema e con servizio opzionale Sky HD 4K/Sky Ultra HD attivo. E grazie a Sky Extra (il programma loyalty di Sky), per i clienti Sky da più di 3 anni il film sarà disponibile in anteprima on demand con Primissime

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Cinema

COMICON Napoli 2026 – La figura del foley artist

Durante il COMICON Napoli 2026 abbiamo scoperto quanto importante sia la figura del foley artist nel cinema

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Il suono di un pugno, di una porta che cigola o di un mostro che respira non viene dal set. Viene creato dopo. È il lavoro, spesso invisibile, del foley artist.

Durante il COMICON Napoli 2026, Gianni D’Arienzo, Mauro Zingarelli e Serena Marletta – con il supporto tecnico della sound designer Giulia Marinelli e del foley artist Daniele di Pentima – hanno mostrato concretamente quanto questo ruolo sia cruciale nel processo cinematografico, durante il panel Suona come un film: sonorizzare il cinema horror.

Mauro Zingarelli e Giulia Marinelli
Mauro Zingarelli e Giulia Marinelli
Foley artist Daniele di Pentima
Foley artist Daniele di Pentima

Il suono del Super Saiyan è in realtà il suono di un feto

Il panel si apre con una dimostrazione capace di sorprendere gran parte del pubblico. Il celebre suono dell’aura del Super Saiyan, noto ai fan di Dragon Ball, non è stato creato da zero: deriva dalla manipolazione di un suono reale, quello del battito cardiaco di un feto.

Un esempio che chiarisce immediatamente il cuore del lavoro del foley artist: non si tratta semplicemente di “riprodurre” suoni, ma di reinterpretarli, trasformarli e adattarli al contesto visivo. Creatività e sensibilità diventano quindi strumenti fondamentali, ancora prima della tecnica.

Ascoltare per credere.

Il foley artist all'opera

Il panel entra poi nel vivo: Daniele di Pentima e Giulia Marinelli, con il coinvolgimento diretto del pubblico, mostrano concretamente cosa significa fare il foley artist, ricreando e registrando in tempo reale i suoni di una scena cinematografica.

Nella parte finale del panel, Mauro Zingarelli – regista e content creator – si è offerto per la registrazione dei suoni di una scena del film Weapons.. con un peperone ed un melone.

Non credo che d’ora in poi riuscirò a guardare un film senza pensare al foley artist: chiuso in sala di registrazione, intento a indossare scarpe col tacco e a distruggere un intero reparto di frutta e verdura, tutto per rendere ogni scena incredibilmente reale.

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