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Serie TV

PopChop Express: Heroes, lo show che dimostrò che i supereroi sono fatti per la TV

Nuova puntata di PopChop Express e dal cassetto televisivo dei ricordi riavvolgiamo il nastro su una serie TV molto amata dal pubblico che negli anni 2000 fece decisamente parlare di sè. Prima del MCU e del DCU di James Gunn in tv spopolò Heroes

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«Salva la cheerleader, salva il mondo.»

Se, come me, avete visto Heroes, questa frase è la più iconica e riassume in pochissime parole il cuore della prima stagione di una serie TV del 2006 che ebbe il coraggio di osare e di anticipare i tempi rispetto al filone supereroistico.

Il risultato fu un successo clamoroso, all’esordio, un fenomeno culturale che, per un momento, sembrò indicare una strada diversa e forse più ambiziosa per la narrazione degli eroi contemporanei.

Heroes: lo show che aprì la strada ai cinecomics?

Siamo negli anni 2000. I supereroi al cinema stanno iniziando a conquistare il grande pubblico grazie agli X-Men della Fox, ma la vera esplosione del genere deve ancora arrivare: mancano due anni all’uscita di Iron Man, il film che darà ufficialmente il via al Marvel Cinematic Universe, e lo stesso 2008 vedrà l’arrivo de Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan e Christian Bale.

Nel frattempo, la televisione sta cambiando pelle. Grazie al fenomeno di Lost, le serie TV stanno diventando qualcosa di più del classico “telefilm”: narrazioni serializzate, misteriose, capaci di costruire archi narrativi complessi e di fidelizzare il pubblico settimana dopo settimana.

È in questo scenario ancora in trasformazione che la NBC lancia Heroes. Il 25 settembre 2006 va in onda negli Stati  Uniti il primo episodio e diventa subito un fenomeno di audience, registrando l’indice di ascolto più alto per la fascia serale dell’emittente negli ultimi cinque anni. In Italia lo show arriverà nel 2007 su Italia 1.

Le avventure dei protagonisti sono suddivise in “volumi”, proprio come nei fumetti. La prima stagione, composta da 23 episodi, include il primo arco narrativo intitolato Genesi, che rimarrà in assoluto la migliore storyline dell’intera serie.

Le storie di Peter e Nathan Petrelli, Claire e Noah Bennet, Hiro Nakamura, Niki Sanders, Mohinder Suresh, Matt Parkman e Gabriel “Sylar” Gray si intrecciano in una costruzione corale sorprendentemente solida. Ogni personaggio è fondamentale, ogni filo narrativo trova un punto di contatto con gli altri. È una serialità profondamente “fumettistica”, non solo per i poteri e le dinamiche, ma per la struttura stessa del racconto.

Il creatore di Heroes, Tim Kring

Non è un caso che dietro le quinte ci siano figure provenienti dal mondo dei comics. Il creatore Tim Kring si affida anche a sceneggiatori come Jeph Loeb, autore di culto nel panorama fumettistico americano. È una scelta vincente: chi meglio di chi ha scritto supereroi per anni può adattare quel linguaggio alla televisione? Loeb, inoltre è uno degli autori dietro alcuni episodi di Smallville, show televisivo sul giovane Superman di Tom Welling, molto in voga in quegli anni.

Il risultato è una prima stagione compatta, coesa e molto avvincente dove, come nelle più classiche delle storie supereroistiche, il bene trionfa sul male.

Non eroi in costume, ma persone comuni con superpoteri

Ma la forza della serie TV sta nell’incipit stesso: un gruppo di persone comuni, di diversa nazionalità ed etnia, scopre di possedere poteri straordinari.

Fino a quel momento, nell’immaginario collettivo televisivo, il supereroe era legato alla calzamaglia, al costume, all’identità segreta. In Heroes, invece, l’eroismo nasce tra persone che assomigliano e in cui si identificano gli stessi telespettatori.

Un’infermiera, un impiegato giapponese appassionato di fumetti, una cheerleader del liceo, un poliziotto, un artista in difficoltà. Persone normali che si ritrovano improvvisamente dotate di capacità incredibili quali rigenerazione cellulare, teletrasporto, manipolazione del tempo, lettura del pensiero, superforza, volo.

La serie appassiona perché prende un pubblico molto vasto: dagli amanti dei comics e dei supereroi, ai telespettatori che seguono thriller e crime.

Heroes porta tutto su un piano realistico, ponendo una domanda fondamentale molto prima dell’avvento di opere e serie come The Boys e Invincible: cosa accadrebbe davvero se persone comuni ottenessero capacità sovrumane? Le userebbero per fare del bene o per dominare? Ovviamente entrambe le strade. Non tutti scelgono la via dell’eroismo, e proprio in questa ambiguità risiede uno degli elementi più maturi dello show.

I personaggi: eroi oltre i superpoteri

Uno dei punti di forza di Heroes è sempre stato il suo straordinario mosaico di personaggi: figure diverse per età, provenienza e ambizioni, unite da poteri eccezionali, ma soprattutto da conflitti profondamente umani.

I fratelli Petrelli: Peter e Nathan

Al centro della serie troviamo la famiglia Petrelli. Peter, interpretato da Milo Ventimiglia, è l’emblema dell’eroe classico: un paramedico che assorbe i poteri degli altri e il cui motto ricorda quello di un altro Peter, eroe in costume rosso e blu spara-ragnatele: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. La sua capacità, inizialmente incontrollabile e poi limitata, riflette perfettamente il suo percorso interiore: il desiderio di salvare tutti, spesso a costo di sé stesso.

Nathan, interpretato da Adrian Pasdar, è invece il fratello più pragmatico, il volto del potere istituzionale. Politico ambizioso e uomo tormentato, capace di volare, incarna la tensione tra ideali e compromessi. A completare il nucleo familiare c’è Angela Petrelli (Cristine Rose), matriarca enigmatica capace di prevedere il futuro attraverso i sogni.

Claire Bennet, la cheerleader da salvare!

Claire Bennet, interpretata da Hayden Panettiere, è il simbolo stesso della serie. Cheerleader adolescente dotata di rigenerazione cellulare, è fisicamente indistruttibile ma emotivamente vulnerabile. La sua evoluzione, dall’essere una ragazza che vuole solo sentirsi normale a icona pubblica dei “dotati”, rappresenta il cuore tematico dello show e uno dei personaggi il cui percorso è più tratteggiato nel corso della serie.

In foto: Noah Bennet

Accanto ai superumani, spicca la figura di Noah Bennet (Jack Coleman), padre adottivo di Claire. Privo di poteri, ma dotato di sangue freddo e determinazione, dimostra che l’eroismo non nasce solo dalle abilità sovrumane, ma dalle scelte. È uno dei personaggi più solidi e moralmente complessi della serie che tornerà anche in Heroes: Reborn.

Matt Parkman (Greg Grunberg) attraversa un’evoluzione significativa: da poliziotto insicuro con il potere della telepatia a figura sempre più potente, capace di manipolare menti e persino dipingere il futuro.

E poi c’è Hiro Nakamura, (il vero ‘eroe’ dello show) interpretato da Masi Oka, è l’anima più luminosa della serie e forse il cuore emotivo della serie: il fanboy, il ‘nerd’ che sogna di diventare un eroe e che, quando ottiene il potere di piegare il tempo e lo spazio, rappresenta la meraviglia pura dell’immaginazione che si fa realtà. Al suo fianco, Ando Masahashi (James Kyson) spalla leale e amico vero di Hiro.

Sylar, lo spietato villain

L’antagonista simbolo è Sylar, interpretato da uno straordinario Zachary Quinto; serial killer dei “dotati”, ossessionato dal comprendere e assorbire i poteri altrui, Sylar incarna il lato oscuro, l’irrefrenabile e insaziabile ossessione del potere andando contro ogni logica e morale. È un villain inquietante, ma anche tragico, e diventa in breve uno dei personaggi più iconici della TV degli anni 2000, oltre a lanciare la carriera di Quinto che dopo Heroes sarà, tra l’altro, il nuovo Spock della saga cinematografica di Star Trek.

Mohinder Suresh (Sendhil Ramamurthy) rappresenta invece il lato scientifico dell’essere super. Genetista idealista, inizialmente osservatore del fenomeno, cede alla tentazione di sperimentare su sé stesso, pagando un prezzo fisico e morale. La sua trasformazione sottolinea il rischio dell’ambizione incontrollata.

La serie brilla anche per i suoi personaggi femminili complessi come Niki Sanders e Tracy Strauss, entrambe interpretate da Ali Larter, che mostrano due declinazioni diverse del potere: superforza e criocinesi. Niki, segnata da un disturbo dissociativo, è una figura tragica; Tracy, più fredda e calcolatrice, evolve fino a controllare completamente le proprie abilità.

La vera qualità di Heroes, però, non risiede solo nella varietà dei poteri, che richiamano i mutanti di casa Marvel sotto certi aspetti, ma nella caratterizzazione sia dei singoli che nella loro interazione. Ogni abilità è uno specchio della personalità del personaggio: l’empatia di Peter, l’ambizione di Nathan, l’innocenza di Hiro, l’ossessione di Sylar sono il cuore pulsante che rendono i primi 23 episodi epici e indimenticabili. Salvare la cheerleader diventa la missione di tutti, telespettatori compresi che rimangono incollati al televisore per ogni puntata.

Il successo è tale che la NBC espande l’universo narrativo con iniziative digitali come Heroes 360 Experience, poi rinominata Heroes Evolutions, un progetto transmediale che include webserie, fumetti online, contenuti esclusivi e materiali di approfondimento sulla mitologia della serie. Anche in questo Heroes è stato un prodotto pionieristico rispetto alla crossmedialità oggi la norma se si tratta di franchise come MCU o DCU.

Durante la prima stagione, l’American Film Institute nomina Heroes uno dei dieci migliori programmi televisivi dell’anno. Gli ascolti parlano chiaro: 14,3 milioni di spettatori per la prima stagione, 13,1 per la seconda.

Eppure, proprio quando sembra aver trovato la formula perfetta, qualcosa in Heroes si incrina.

I problemi che hanno portato Heroes alla caduta dall’Olimpo televisivo

Molti hanno attribuito il declino della serie allo sciopero della Writers Guild of America del 2007, che colpisce duramente la produzione televisiva americana. È vero: lo sciopero interrompe la seconda stagione e costringe gli autori a rivedere piani e sviluppi, dando una sensazione di ‘incompiuto’. Ma nel caso di Heroes, il problema è anche strutturale.

Il concept originario prevedeva un formato antologico: ogni stagione avrebbe raccontato una storia nuova, con personaggi diversi, poteri diversi, minacce diverse. I protagonisti della prima stagione avrebbero dovuto lasciare spazio a un nuovo cast, permettendo alla serie di reinventarsi senza dover alzare continuamente la posta in gioco. Ma il pubblico si era affezionato a quei volti, compreso Sylar, morto alla fine della prima stagione. La rete non voleva rinunciarvi e così i piani cambiano.

I personaggi restano, ma la storia non era stata pensata per durare oltre quel primo, potente arco narrativo. Come si crea tensione dopo aver già salvato il mondo? Come si rende credibile una minaccia quando i protagonisti hanno poteri quasi divini? Sylar, che avrebbe dovuto uscire di scena, viene riportato in vita perché troppo carismatico per sparire. Le morti diventano reversibili, i sacrifici temporanei, le conseguenze aggirabili.. l’originalità lascia spazio a scelte banali e ovvie.

Se la seconda stagione regge comunque il colpo, la terza registra un drastico calo di ascolti.. Loeb non fa più parte degli autori, dopo alcuni dissidi avuti con la produzione e le trame si complicano, si frammentano, a volte si contraddicono.

Con il passare delle stagioni emergono problemi strutturali più profondi. Alcuni personaggi non trovano mai una direzione chiara, come quelli interpretati da Ali Larter, continuamente reinventati senza una coesione convincente. Altri vengono “potenziati” inutilmente: figure come Mohinder o Ando funzionavano proprio perché umane. Che senso ha avuto dotarli di poteri? I personaggi, in questa maniera, sono diventati piatti e hanno perso la loro individualità.

Anche la gestione delle abilità diventa confusa. Poteri affascinanti e originali vengono introdotti e poi dimenticati. L’impressione è quella di un potenziale creativo enorme, mai davvero sfruttato, perdendo con il passare degli episodi l’originalità che la distingueva.

Perfino Sylar, inizialmente una minaccia pura, viene progressivamente trasformato in un antieroe ambiguo, tra amnesie e tentativi di redenzione. Una scelta che ne smorza la forza e contribuisce a un’instabilità morale in cui buoni e cattivi si scambiano di posto senza un reale peso drammatico (e un motivo valido).

Il problema più grande resta uno: Heroes non è mai riuscita a superare la propria prima stagione. Quell’arco compatto, emotivamente potente e narrativamente coerente aveva alzato l’asticella altissima. Le stagioni successive hanno cercato di replicarne la magia con colpi di scena sempre più frequenti e cliffhanger continui, ma spesso a discapito dello sviluppo dei personaggi.

La quarta stagione è l’ultima, chiusa con un finale aperto che lascia intuire ulteriori sviluppi mai realizzati… Un nuovo mondo per gli eroi.

Heroes: Reborn

Nel 2015, con Heroes Reborn, la NBC prova a riaccendere la fiamma, ma la scintilla del 2006 non si accende nel pubblico. Il tono si fa più dark, più thriller politico, con un’eco da cospirazione globale. Non più persone che si chiedono “chi sono?”, ma individui costretti a nascondersi in un mondo che li considera una minaccia.

Molti volti nuovi tra i protagonisti, guidati da Noah Bennet, uno dei pochi superstiti dello show originale insieme a Hiro, Mohinder e Angela Petrelli e alla produzione troviamo ancora Tim Kring.

Heroes Reborn è costruita come un arco chiuso di 13 episodi, strutturalmente ancora una volta divisa in “volumi”, con il capitolo iniziale intitolato Brave New World, lo stesso titolo dell’ultimo episodio della serie originale, segnale chiaro di dare continuità al progetto e (forse) quel finale che 5 anni prima non era riuscito a dare.

Gli ascolti della première furono discreti (6,1 milioni di spettatori), ma calarono progressivamente fino al finale. La critica accolse la miniserie in modo tiepido, in quanto l’effetto sorpresa era ormai tramontato e il panorama televisivo era saturo di supereroi; dagli eroi della The CW della DC sino ai supereroi dell’MCU che stava mano a mano prendendo piega e pubblico. Gli Heroes non erano più così interessanti e rivoluzionari come un tempo.

L’eredità di Heroes

Se si pensa alle prime puntate e al clamore che suscitarono, risulta quasi incredibile che la serie abbia avuto un lento ma inesorabilmente tracollo. Più che un insuccesso, sembra quasi che Tim Kring & Co. non abbiano sfruttato bene le loro carte.

Ma Heroes rimane comunque un fenomeno di quegli anni e forse proprio grazie a questo show e all’accoglienza, altri sceneggiatori e produttori hanno avuto il coraggio di esplorare questo filone diventato una vera e propria colonna portante del cinema e della televisione contemporanea.

Heroes ha dimostrato che se c’è dietro una bella storia, anche il pubblico generalista poteva essere attratto dalla narrazione supereroistica seriale e complessa.

Ha portato in prima serata un racconto che parlava di identità, paura del diverso, responsabilità e connessione globale, riprendendo tematiche care ai fumetti, dalla discriminazione alla militarizzazione del potere, e traducendole in un contesto realistico e accessibile.

Soprattutto, ha reso l’idea di eroe incredibilmente umana. Non serve un mantello e una S o un pipistrello sul petto.  Non serve un’armatura o uno scudo.

Basta essere una persona qualunque, in un mondo che ha bisogno di qualcuno disposto a fare la cosa giusta.

Ed è forse proprio questo che, a distanza di anni, rende Heroes ancora così affascinante: la sensazione di aver intravisto, per una stagione perfetta, ciò che la televisione supereroistica avrebbe potuto essere.

Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!

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Daredevil: Born Again S2: Recensione – Solo il Diavolo può salvare questa città

Abbiamo visto in anteprima la nuova stagione di Daredevil: Born Again. Preparatevi perché il viaggio del Diavolo di Hell’s Kitchen in questi 8 episodi, sarà tutt’altro che semplice

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Solo il Diavolo può salvare New York. Se avete visto la prima stagione di Daredevil: Born Again, ricorderete che, nel finale, il sindaco Wilson Fisk aveva messo fuorilegge i vigilanti e che la speciale Task Force Anti Vigilante da lui istituita si preparava a mettere a ferro e fuoco la città con ogni mezzo, pur di dare la caccia a Daredevil e a ogni presunto “eroe” in costume. Ripeto: con ogni mezzo.

Uno scenario decisamente drammatico, che faceva presagire un level up d’intensità per la seconda stagione dello show più maturo dei Marvel Studios, con protagonisti Charlie Cox (Matt Murdock/Daredevil) e Vincent D’Onofrio (Wilson Fisk/Kingpin). Beh… il salto di qualità c’è stato. Eccome.

Serie molto attesa dai fan e secondo show del 2026 del MCU dopo Wonder Man, la seconda stagione di Daredevil: Born Again è finalmente arrivata su Disney+, con un obiettivo chiaro: offrire allo spettatore un prodotto ancora più maturo e spettacolare, lasciando intendere che questo potrebbe essere un anno particolarmente cupo per i personaggi dei Marvel Studios.

All’orizzonte, infatti, si profila Avengers: Doomsday, che non sembra promettere lieti fini.

Dietro ai nuovi episodi di Daredevil: Born Again troviamo ancora una volta lo showrunner Dario Scardapane, che fin dalla prima stagione ha cercato di recuperare le atmosfere della fortunata serie Netflix, osannata dai fan prima che il Diavolo di Hell’s Kitchen approdasse agli Studios di Kevin Feige.

Anche in questa stagione si percepisce il contributo di Brian Michael Bendis, veterano del fumetto crime e autore di una run fondamentale sulla serie regolare di Daredevil, qui nel ruolo di consulente per garantire che le atmosfere noir, cardine della sua gestione a fumetti, venissero rispettate anche nei nuovi episodi. E questo non può che essere un elemento positivo per gli amanti dello show.

Non è un segreto, né tantomeno uno spoiler, il graditissimo ritorno della Jessica Jones di Krysten Ritter, annunciato l’anno scorso durante il New York Comic-Con, per la quale sembra non essere passato il tempo, nonostante siano trascorsi quasi sette anni dalla sua ultima apparizione. Nei nuovi episodi la vedremo affiancare Daredevil, confermando come, quanto accaduto negli show pre-MCU, non sia stato cancellato, ma rappresenti a tutti gli effetti il passato di questi personaggi.

Dopo aver visto in anteprima l’intera seconda stagione, posso dire che lo show ha rispettato le aspettative di molti spettatori: fan dei Marvel Studios, nostalgici delle serie Netflix o semplicemente lettori dei fumetti dedicati al “Cornetto”, come viene affettuosamente chiamato in Italia.

Daredevil: Born Again – la discesa continua verso l’inferno di N.Y.

Quello che succede a New York è letteralmente l’inferno. Wilson Fisk è il sindaco di una città in continuo declino e degrado e, grazie al supporto della sua Task Force personale anti-vigilanti, porta avanti i suoi loschi traffici illegali.

Al contempo, continua la caccia a Daredevil e alla sua compagna Karen Page (Deborah Ann Woll), entrambi fuggiaschi e ricercati. E, di fatto, l’unica nota positiva di questa situazione per Matt è il ritorno accanto alla sua amata Karen, con cui i rapporti si erano incrinati dopo la morte di Foggy Nelson (Elden Henson) nell’episodio di apertura della prima stagione.

Daredevil con un nuovo costume nero che sfoggia, finalmente, le due ‘D’ sul petto, cerca di sopravvivere e, allo stesso tempo, di mettere i bastoni tra le ruote agli affari criminali dei Fisk: Wilson e la moglie Vanessa (Ayelet Zurer).

La ricerca di prove che possano incriminare il sindaco è una lotta contro il tempo per Matt, considerando che le forze speciali di Fisk, capitanate dal folle poliziotto Powell, sono dei cani sciolti pronti a tutto pur di catturare Daredevil e proteggere il loro datore di lavoro: anche arrestare innocenti che cercano di opporsi alla “dittatura” di Fisk. Perché di questo si tratta.

Parallelamente, si sviluppano le storie degli altri personaggi già comparsi nella prima stagione: è imminente il processo a Jacques Duquesne (Tony Dalton), alias lo Spadaccino, vigilante arrestato nella stagione precedente; la psicologa Heather Gleen (Margarita Levieva), ex amante di Matt, è ancora sotto shock dopo essere stata quasi uccisa da Muse; il giovane vicesindaco Daniel Blake (Michael Gandolfini) è combattuto per il suo rapporto con la giornalista e amica BB Urich (Genneya Walton), mal visto ai piani alti; e la giovane Angela del Toro (Camila Rodriguez) cerca di portare avanti l’eredità di Hector Ayala / Tigre Bianca, assassinato a sangue freddo da un mitomane nella stagione 1.

In un contesto in cui la tragedia è dietro ogni angolo, la verità è una sola: solo Daredevil può salvare Hell’s Kitchen e l’intera New York dalle grinfie di Fisk. Ma non può farcela da solo. Ha bisogno di aiuto.

Più una ‘seconda parte’ che una stagione 2

I nuovi episodi di Daredevil: Born Again riprendono il filo esattamente da dove era stato lasciato. Chi dovesse salire a bordo della serie con questi nuovi episodi difficilmente riuscirà a comprendere gran parte di ciò che accade.

Questo perché non siamo di fronte a una vera e propria seconda stagione, ma a una “seconda parte” di una storia molto più ampia, inizialmente concepita dalla produzione e dagli Studios come un unico arco di 18 episodi. In seguito, però, si è deciso di tornare sui propri passi e di suddividere gli eventi in due stagioni. E posso dire che la direzione presa dai Marvel Studios è stata, senza ombra di dubbio, sensata.

Quello che accade nella prima e nella seconda stagione di Born Again aveva bisogno di tempo per sviluppare trame e personaggi, e la scelta di non condensare tutto in un’unica stagione si è rivelata, a conti fatti, vincente. La seconda stagione porta avanti quanto costruito negli episodi precedenti, permettendo ai personaggi di evolversi in maniera coerente e dando il giusto spazio sia alla loro crescita sia agli eventi chiave della narrazione.

Una trama più cupa e cruda, che parte piano e finisce forte

Se nella prima stagione il tasso di violenza, adrenalina e drammaticità era alto, questi nuovi episodi alzano decisamente tono e livello, con sequenze molto più cupe e combattimenti più crudi dalle coreografie spettacolari, in cui il sangue non viene certo risparmiato.

Ma, come un buon piatto, anche questa stagione di Born Again è stata pensata dai suoi autori per essere gustata e assaporata, così da vivere appieno l’esperienza di Hell’s Kitchen e, soprattutto, rimediare ad alcuni errori commessi nella prima stagione (come la gestione del personaggio di Muse e la sua frettolosa uscita di scena).

I primi episodi partono più lentamente, senza rinunciare a ottime scene d’azione, ma concentrandosi principalmente sullo status quo dei personaggi e sulle loro storie. Soprattutto, l’attenzione si sposta sulla città, considerabile a tutti gli effetti un personaggio, per come viene descritta e fatta “vivere” allo spettatore episodio dopo episodio.

Come detto, per sviluppare certe trame serve tempo, e la produzione guidata da Scardapane si prende tutto quello necessario per portare avanti le storie dei personaggi, fino a farle confluire in un evento specifico che rappresenta un crocevia fondamentale per il prosieguo della narrazione (e per l’aumento vertiginoso dell’intensità della serie).

Perché, dopo aver scaldato i motori, Born Again parte in quarta, alzando l’asticella episodio dopo episodio, reintroducendo o dando maggiore spazio a personaggi amati, fino a raggiungere un climax e una potenza scenografica e visiva davvero notevoli.

Chi ha apprezzato le atmosfere e i toni cupi di The Batman e The Penguin della “scuderia” opposta potrebbe sentirsi decisamente a suo agio con questa seconda parte di Daredevil: Born Again dei Marvel Studios. Il consiglio, quindi, è uno solo: pazienza.

Una Task Force, che non va molto lontano dalla realtà

In Daredevil: Born Again S2, protagonisti spietati e senza scrupoli per l’intera stagione sono i componenti della Task Force Anti Vigilante di Wilson Fisk, guidati dall’inarrestabile agente Powell.

Creata dal sindaco nella prima stagione, questa unità speciale, il cui scopo ufficiale sarebbe quello di far rispettare la legge e arrestare i vigilanti, prende progressivamente consapevolezza del potere e della libertà di cui dispone, mettendo in secondo piano la giustizia democratica per promuovere esclusivamente gli interessi di Wilson Fisk.

Composta da agenti fuori controllo che, invece di infondere sicurezza, seminano terrore tra i cittadini, mi ha ricordato, purtroppo, da vicino la realtà e le azioni di alcuni elementi del team federale dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), che negli ultimi mesi ha fatto molto parlare di sé nei notiziari e anche sui social.

Non vivendo negli Stati Uniti, l’unica percezione che si può avere è quella trasmessa dai media, ma quanto mostrato dalla Task Force all’interno degli episodi con violenza e uso illegittimo della forza non sembra, in alcuni casi, essere molto distante da episodi che hanno visto protagonisti alcuni agenti dell’ICE recentemente.

L’eterna lotta tra il Diavolo e il Re Bianco

Il lavoro fatto sui personaggi nella seconda stagione di Daredevil: Born Again è, senza ombra di dubbio, eccezionale. Ognuno ha una propria storyline che prosegue e lo porta verso un’evoluzione e una maturazione ben definite.

Partiamo dai due mattatori della serie: Matt Murdock e Kingpin. Anzi: Daredevil e Wilson Fisk. Già, perché nei nuovi episodi è molto più presente l’eroe in costume rispetto all’avvocato cieco di Hell’s Kitchen, così come Wilson Fisk, sindaco di New York, ha molto più spazio rispetto alla sua controparte criminale di Kingpin.

Il conflitto tra i due è aumentato non solo d’intensità, ma ha visto, nel corso del tempo, anche crescere il ‘ring’ dove si consuma lo scontro; dal quartiere di Hell’s Kitchen ci si è spostati all’intera città di New York, che si spacca totalmente in due fazioni, due schieramenti l’uno a favore del Diavolo e l’altro con il Re Bianco.

Si tratta di un dualismo che va ben oltre l’eterna lotta tra bene e male, un qualcosa che è entrato visceralmente all’interno di ognuno dei due personaggi.

Le parole di elogio per Charlie Cox e Vincent D’Onofrio sono le ennesime che contribuiscono a consacrare due ruoli in cui gli attori si muovono ormai con totale naturalezza. Il dualismo sullo schermo, che va avanti da anni, ben cinque stagioni su due piattaforme diverse, raggiunge il suo climax proprio nel corso dei nuovi episodi di Born Again.

Non voglio togliere alcun merito a Cox, come sempre bravissimo e perfetto sia come Daredevil sia come Matt Murdock, ma D’Onofrio giganteggia nei panni di Fisk: ogni espressione del volto, ogni movimento del corpo, ogni parola pronunciata è assolutamente calata nel personaggio. In questa stagione (in particolare nella seconda parte) siamo davanti alla migliore versione di Fisk che D’Onofrio potesse regalarci.

Piccola nota da tenere a mente: quando il buon Wilson indossa il vestito bianco, è il segnale che l’inferno sta per scatenarsi.

Tra ritorni e conferme: personaggi che crescono ed evolvono

Deborah Ann Woll è la vera “donna senza paura”. La sua Karen Page è cambiata notevolmente nel corso del tempo e quella che troviamo in Born Again 2 è una donna determinata, carismatica e dal forte temperamento, che non ha ancora superato la morte dell’amico Foggy, ma fa di tutto, insieme a Matt, per abbattere il regno di Fisk. Anche a costo di diventare una rivoluzionaria.

Molto sorprendente e inaspettata è anche l’evoluzione di Bullseye, interpretato egregiamente da Wilson Bethel, che torna (eccome se torna) ed è anche al centro di un paio di episodi della serie.

Quello televisivo, è un personaggio completamente agli antipodi rispetto al villain fumettistico sin delle origini “netflixiane”, ma in questa stagione prende una piega decisamente particolare, funzionando molto bene sia per il personaggio di Benjamin “Dex” Poindexter sia per la trama principale. Un villain in cerca, in qualche modo, di redenzione… ma stiamo sempre parlando di Bullseye.

Il ritorno di Jessica Jones è quello che “fa meno rumore” all’interno della stagione, nonostante il giustificato clamore per la sua apparizione. Krysten Ritter è ancora una volta perfetta e carismatica, ma (SPOILER) appare meno di quanto mi aspettassi. È anche vero che, quando compare sullo schermo, sono dolori per i suoi avversari.

Molto interessanti anche gli sviluppi dei personaggi secondari: la dottoressa Glenn trasmette allo spettatore uno stato costante di ansia e irrequietezza, segnato da una violenza da cui non è mai davvero uscita e che sembra risucchiarla sempre più nel baratro; il vice di Fisk, il giovane Blake, è un personaggio sorprendente e convincente, portato sullo schermo da un davvero bravo Michael Gandolfini (si vede che è figlio d’arte) che più va avanti e più ricorda nel modo di recitare il compianto padre James; e anche la giovane Angela del Toro, già vista nella prima stagione, ha una storyline che, per chi legge Daredevil, lascia intuire chiaramente quale futuro la attenda.

Collegamenti con i comics? Assolutamente sì

In ultima analisi, Daredevil: Born Again S2 attinge, e per fortuna, anche dai fumetti. E come potrebbe essere altrimenti, con Brian Michael Bendis come consulente?

Nonostante il titolo evocativo, all’interno di Born Again non si trova praticamente nulla del lavoro di Frank Miller, mentre è molto più evidente l’influenza del ciclo di Bendis. La sua run è, senza ombra di dubbio, un forte richiamo e una fonte d’ispirazione anche in questa stagione, soprattutto per due elementi chiave che si riflettono negli episodi finali e nel destino che riguarda Matt e il suo alter ego in costume.

Il costume nero, funzionale anche a livello visivo per restituire atmosfere più cupe e dark, richiama la suit indossata dall’eroe nel celebre ciclo di Charles Soule e Ron Garney, ma non solo (vi rimando all’articolo specifico in cui abbiamo parlato in maniera approfondita della nuova suit).

Infine, Devil’s Reign: nel crossover a fumetti, Daredevil sfidava il sindaco Fisk insieme a un manipolo di supereroi. Accadrà anche nella serie TV?

Perché guardare Daredevil: Born Again S2?

Quello che è arrivato su Disney+ è uno dei prodotti migliori del Marvel Cinematic Universe.

Se la prima stagione poteva presentare alcuni punti deboli e scelte discutibili, questa seconda stagione offre moltissime luci e poche ombre (nonostante i toni oscuri e dark). I difetti sono stati in gran parte corretti, tutti i nodi vengono finalmente al pettine e la trama scritta da Dario Scardapane colpisce per maturità e gestione dei personaggi.

Lo showrunner ha compreso ciò che il pubblico desiderava per il personaggio di Daredevil, spazzando via il ridicolo cameo in She-Hulk, e riportando sugli schermi Disney l’eroe e l’interprete che hanno reso popolare tra il grande pubblico l’avvocato cieco che combatte la malavita vestito da Diavolo. Ma non solo: è riuscito, a mio avviso, a raggiungere un livello qualitativo cinematografico, andando ben oltre il semplice prodotto da ‘serie per la TV’. Scenografia, musiche, costumi, combattimenti, luci, inquadrature e personaggi sono tutti tasselli che, uniti, rendono grande questo show.

Il finale conferma (ma era già stato annunciato) che ci sarà una terza stagione. E io non vedo l’ora di tornare a Hell’s Kitchen ancora una volta. Questa città ha bisogno del suo protettore. Ha bisogno di Daredevil. E noi telespettatori anche.


VOTO POPCORNERD: 9/10

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Prime video

“LOL: Chi ride è fuori”: Trailer e poster della stagione 6, dal 23 aprile su Prime Video

Trailer e poster di LOL 6 la nuova stagione del comedy show Original di Prime Video condotto da Alessandro Siani e Angelo Pintus

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LOL 6

prime

Prime Video svela il trailer e il poster della nuova stagionedi LOL: Chi ride è fuori
disponibile in esclusiva su Prime Video dal 23 aprile

Si sfideranno a rimanere seri: Carlo Amleto, Valentina Barbieri, Giovanni Esposito, Barbara Foria,  Sergio Friscia, Francesco Mandelli, Paola Minaccioni, Scintilla, UfoZero2, Yoko Yamada

Nella control room Alessandro Siani e Angelo Pintus nelle vesti di arbitri e conduttori 
con due speciali “assi nella manica” Federico Basso e Andrea Pisani

LOL: Chi ride è fuori è prodotto da Endemol Shine Italy per Amazon MGM Studios  e sarà disponibile in esclusiva su Prime Video in oltre 240 Paesi e territori nel mondo dal 23 aprile

Prime Video svela il trailer e il poster della sesta stagione di  LOL: Chi ride è fuori,  il comedy show Original dei record prodotto in Italia, disponibile in esclusiva dal 23 aprile con i primi 5 episodi e dal 30 aprile con l’ultimo episodio. Nel nuovo cast ci saranno Carlo AmletoValentina BarbieriGiovanni EspositoBarbara ForiaSergio FrisciaFrancesco MandelliPaola Minaccioni, Scintilla, UfoZero2, Yoko Yamada che si sfideranno a rimanere seri per sei ore consecutive provando, contemporaneamente, a far ridere i loro avversari, per aggiudicarsi un premio finale di 100.000 euro a favore di un ente benefico scelto da chi vincerà.

Ad osservare l’esilarante gara comica dalla control room nelle vesti di arbitri e conduttori, Alessandro Siani e Angelo Pintus. Quest’anno, però, potranno contare su un aiuto speciale: Federico Basso e Andrea Pisani, i loro “assi nella manica”, pronti a intervenire per mettere a dura prova i concorrenti con l’obiettivo di farli ridere. La nuova stagione del comedy show in 6 episodi, prodotta da Endemol Shine Italy per Amazon MGM Studios, sarà disponibile su Prime Video in tutto il mondo dal 23 aprile.

 

 

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Netflix

Bridgerton: NETFLIX annuncia la quinta stagione

Netflix ha annunciato con un teaser la quinta stagione di Bridgerton che vedrà protagoniste Hannah Dodd e Masali Baduza

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ANNUNCIA LA QUINTA STAGIONE DI

DEDICATA A FRANCESCA E MICHAELA STIRLING

HANNAH DODD E MASALI BADUZA PROTAGONISTE DELLA SERIE DI SUCCESSO NETFLIX E SHONDALAND, CON UNA NUOVA STORIA D’AMORE

Netflix e Shondaland annunciano oggi che la produzione della quinta stagione di Bridgerton è ufficialmente iniziata.

La quinta stagione di Bridgerton sarà incentrata su Francesca (Hannah Dodd), l’introversa figlia di mezzo della famiglia Bridgerton. A due anni dalla perdita dell’amato marito John, Francesca decide di tornare sulla piazza per ragioni pratiche. Tuttavia, quando Michaela (Masali Baduza), cugina di John, torna a Londra per occuparsi della tenuta dei Kilmartin, i sentimenti complessi che nascono in Francesca la spingeranno a chiedersi se attenersi al suo pragmatismo o lasciarsi guidare dai propri desideri più profondi.

Descrizione dei personaggi:

Hannah Dodd è Francesca Stirling, Contessa di Kilmartin: riservata e controllata, Francesca si è sempre sentita fuori posto nel mondo che la circonda. Con l’arrivo di Michaela e lo scatenarsi di nuove emozioni, Francesca intraprenderà un percorso di scoperta personale che potrebbe cambiare tutto.

Masali Baduza è Michaela Stirling. Dietro al suo fascino e alla sua vivacità si cela una giovane donna vulnerabile, pronta a fuggire non appena si sente a disagio. In questa stagione, però, Michaela dovrà affrontare le proprie fragilità e confrontarsi con il peso dell’eredità del cugino scomparso, e con il suo rapporto con Francesca.

CREDITI

Numero episodi: 8

Location delle riprese: Londra (Regno Unito)

Showrunner/ Produttrice esecutiva: Jess Brownell

Produttori esecutivi: Shonda Rhimes, Betsy Beers, Tom Verica e Chris Van Dusen

*Ringraziamo gli uffici stampa Netflix per la condivisione del comunicato di cui sopra 

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