«Salva la cheerleader, salva il mondo.»
Se, come me, avete visto Heroes, questa frase è la più iconica e riassume in pochissime parole il cuore della prima stagione di una serie TV del 2006 che ebbe il coraggio di osare e di anticipare i tempi rispetto al filone supereroistico.
Il risultato fu un successo clamoroso, all’esordio, un fenomeno culturale che, per un momento, sembrò indicare una strada diversa e forse più ambiziosa per la narrazione degli eroi contemporanei.

Heroes: lo show che aprì la strada ai cinecomics?
Siamo negli anni 2000. I supereroi al cinema stanno iniziando a conquistare il grande pubblico grazie agli X-Men della Fox, ma la vera esplosione del genere deve ancora arrivare: mancano due anni all’uscita di Iron Man, il film che darà ufficialmente il via al Marvel Cinematic Universe, e lo stesso 2008 vedrà l’arrivo de Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan e Christian Bale.
Nel frattempo, la televisione sta cambiando pelle. Grazie al fenomeno di Lost, le serie TV stanno diventando qualcosa di più del classico “telefilm”: narrazioni serializzate, misteriose, capaci di costruire archi narrativi complessi e di fidelizzare il pubblico settimana dopo settimana.

È in questo scenario ancora in trasformazione che la NBC lancia Heroes. Il 25 settembre 2006 va in onda negli Stati Uniti il primo episodio e diventa subito un fenomeno di audience, registrando l’indice di ascolto più alto per la fascia serale dell’emittente negli ultimi cinque anni. In Italia lo show arriverà nel 2007 su Italia 1.
Le avventure dei protagonisti sono suddivise in “volumi”, proprio come nei fumetti. La prima stagione, composta da 23 episodi, include il primo arco narrativo intitolato Genesi, che rimarrà in assoluto la migliore storyline dell’intera serie.
Le storie di Peter e Nathan Petrelli, Claire e Noah Bennet, Hiro Nakamura, Niki Sanders, Mohinder Suresh, Matt Parkman e Gabriel “Sylar” Gray si intrecciano in una costruzione corale sorprendentemente solida. Ogni personaggio è fondamentale, ogni filo narrativo trova un punto di contatto con gli altri. È una serialità profondamente “fumettistica”, non solo per i poteri e le dinamiche, ma per la struttura stessa del racconto.

Il creatore di Heroes, Tim Kring
Non è un caso che dietro le quinte ci siano figure provenienti dal mondo dei comics. Il creatore Tim Kring si affida anche a sceneggiatori come Jeph Loeb, autore di culto nel panorama fumettistico americano. È una scelta vincente: chi meglio di chi ha scritto supereroi per anni può adattare quel linguaggio alla televisione? Loeb, inoltre è uno degli autori dietro alcuni episodi di Smallville, show televisivo sul giovane Superman di Tom Welling, molto in voga in quegli anni.
Il risultato è una prima stagione compatta, coesa e molto avvincente dove, come nelle più classiche delle storie supereroistiche, il bene trionfa sul male.
Non eroi in costume, ma persone comuni con superpoteri
Ma la forza della serie TV sta nell’incipit stesso: un gruppo di persone comuni, di diversa nazionalità ed etnia, scopre di possedere poteri straordinari.
Fino a quel momento, nell’immaginario collettivo televisivo, il supereroe era legato alla calzamaglia, al costume, all’identità segreta. In Heroes, invece, l’eroismo nasce tra persone che assomigliano e in cui si identificano gli stessi telespettatori.
Un’infermiera, un impiegato giapponese appassionato di fumetti, una cheerleader del liceo, un poliziotto, un artista in difficoltà. Persone normali che si ritrovano improvvisamente dotate di capacità incredibili quali rigenerazione cellulare, teletrasporto, manipolazione del tempo, lettura del pensiero, superforza, volo.
La serie appassiona perché prende un pubblico molto vasto: dagli amanti dei comics e dei supereroi, ai telespettatori che seguono thriller e crime.
Heroes porta tutto su un piano realistico, ponendo una domanda fondamentale molto prima dell’avvento di opere e serie come The Boys e Invincible: cosa accadrebbe davvero se persone comuni ottenessero capacità sovrumane? Le userebbero per fare del bene o per dominare? Ovviamente entrambe le strade. Non tutti scelgono la via dell’eroismo, e proprio in questa ambiguità risiede uno degli elementi più maturi dello show.
I personaggi: eroi oltre i superpoteri
Uno dei punti di forza di Heroes è sempre stato il suo straordinario mosaico di personaggi: figure diverse per età, provenienza e ambizioni, unite da poteri eccezionali, ma soprattutto da conflitti profondamente umani.

I fratelli Petrelli: Peter e Nathan
Al centro della serie troviamo la famiglia Petrelli. Peter, interpretato da Milo Ventimiglia, è l’emblema dell’eroe classico: un paramedico che assorbe i poteri degli altri e il cui motto ricorda quello di un altro Peter, eroe in costume rosso e blu spara-ragnatele: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. La sua capacità, inizialmente incontrollabile e poi limitata, riflette perfettamente il suo percorso interiore: il desiderio di salvare tutti, spesso a costo di sé stesso.
Nathan, interpretato da Adrian Pasdar, è invece il fratello più pragmatico, il volto del potere istituzionale. Politico ambizioso e uomo tormentato, capace di volare, incarna la tensione tra ideali e compromessi. A completare il nucleo familiare c’è Angela Petrelli (Cristine Rose), matriarca enigmatica capace di prevedere il futuro attraverso i sogni.

Claire Bennet, la cheerleader da salvare!
Claire Bennet, interpretata da Hayden Panettiere, è il simbolo stesso della serie. Cheerleader adolescente dotata di rigenerazione cellulare, è fisicamente indistruttibile ma emotivamente vulnerabile. La sua evoluzione, dall’essere una ragazza che vuole solo sentirsi normale a icona pubblica dei “dotati”, rappresenta il cuore tematico dello show e uno dei personaggi il cui percorso è più tratteggiato nel corso della serie.

In foto: Noah Bennet
Accanto ai superumani, spicca la figura di Noah Bennet (Jack Coleman), padre adottivo di Claire. Privo di poteri, ma dotato di sangue freddo e determinazione, dimostra che l’eroismo non nasce solo dalle abilità sovrumane, ma dalle scelte. È uno dei personaggi più solidi e moralmente complessi della serie che tornerà anche in Heroes: Reborn.
Matt Parkman (Greg Grunberg) attraversa un’evoluzione significativa: da poliziotto insicuro con il potere della telepatia a figura sempre più potente, capace di manipolare menti e persino dipingere il futuro.

E poi c’è Hiro Nakamura, (il vero ‘eroe’ dello show) interpretato da Masi Oka, è l’anima più luminosa della serie e forse il cuore emotivo della serie: il fanboy, il ‘nerd’ che sogna di diventare un eroe e che, quando ottiene il potere di piegare il tempo e lo spazio, rappresenta la meraviglia pura dell’immaginazione che si fa realtà. Al suo fianco, Ando Masahashi (James Kyson) spalla leale e amico vero di Hiro.

Sylar, lo spietato villain
L’antagonista simbolo è Sylar, interpretato da uno straordinario Zachary Quinto; serial killer dei “dotati”, ossessionato dal comprendere e assorbire i poteri altrui, Sylar incarna il lato oscuro, l’irrefrenabile e insaziabile ossessione del potere andando contro ogni logica e morale. È un villain inquietante, ma anche tragico, e diventa in breve uno dei personaggi più iconici della TV degli anni 2000, oltre a lanciare la carriera di Quinto che dopo Heroes sarà, tra l’altro, il nuovo Spock della saga cinematografica di Star Trek.
Mohinder Suresh (Sendhil Ramamurthy) rappresenta invece il lato scientifico dell’essere super. Genetista idealista, inizialmente osservatore del fenomeno, cede alla tentazione di sperimentare su sé stesso, pagando un prezzo fisico e morale. La sua trasformazione sottolinea il rischio dell’ambizione incontrollata.
La serie brilla anche per i suoi personaggi femminili complessi come Niki Sanders e Tracy Strauss, entrambe interpretate da Ali Larter, che mostrano due declinazioni diverse del potere: superforza e criocinesi. Niki, segnata da un disturbo dissociativo, è una figura tragica; Tracy, più fredda e calcolatrice, evolve fino a controllare completamente le proprie abilità.
La vera qualità di Heroes, però, non risiede solo nella varietà dei poteri, che richiamano i mutanti di casa Marvel sotto certi aspetti, ma nella caratterizzazione sia dei singoli che nella loro interazione. Ogni abilità è uno specchio della personalità del personaggio: l’empatia di Peter, l’ambizione di Nathan, l’innocenza di Hiro, l’ossessione di Sylar sono il cuore pulsante che rendono i primi 23 episodi epici e indimenticabili. Salvare la cheerleader diventa la missione di tutti, telespettatori compresi che rimangono incollati al televisore per ogni puntata.
Il successo è tale che la NBC espande l’universo narrativo con iniziative digitali come Heroes 360 Experience, poi rinominata Heroes Evolutions, un progetto transmediale che include webserie, fumetti online, contenuti esclusivi e materiali di approfondimento sulla mitologia della serie. Anche in questo Heroes è stato un prodotto pionieristico rispetto alla crossmedialità oggi la norma se si tratta di franchise come MCU o DCU.
Durante la prima stagione, l’American Film Institute nomina Heroes uno dei dieci migliori programmi televisivi dell’anno. Gli ascolti parlano chiaro: 14,3 milioni di spettatori per la prima stagione, 13,1 per la seconda.
Eppure, proprio quando sembra aver trovato la formula perfetta, qualcosa in Heroes si incrina.
I problemi che hanno portato Heroes alla caduta dall’Olimpo televisivo
Molti hanno attribuito il declino della serie allo sciopero della Writers Guild of America del 2007, che colpisce duramente la produzione televisiva americana. È vero: lo sciopero interrompe la seconda stagione e costringe gli autori a rivedere piani e sviluppi, dando una sensazione di ‘incompiuto’. Ma nel caso di Heroes, il problema è anche strutturale.
Il concept originario prevedeva un formato antologico: ogni stagione avrebbe raccontato una storia nuova, con personaggi diversi, poteri diversi, minacce diverse. I protagonisti della prima stagione avrebbero dovuto lasciare spazio a un nuovo cast, permettendo alla serie di reinventarsi senza dover alzare continuamente la posta in gioco. Ma il pubblico si era affezionato a quei volti, compreso Sylar, morto alla fine della prima stagione. La rete non voleva rinunciarvi e così i piani cambiano.
I personaggi restano, ma la storia non era stata pensata per durare oltre quel primo, potente arco narrativo. Come si crea tensione dopo aver già salvato il mondo? Come si rende credibile una minaccia quando i protagonisti hanno poteri quasi divini? Sylar, che avrebbe dovuto uscire di scena, viene riportato in vita perché troppo carismatico per sparire. Le morti diventano reversibili, i sacrifici temporanei, le conseguenze aggirabili.. l’originalità lascia spazio a scelte banali e ovvie.
Se la seconda stagione regge comunque il colpo, la terza registra un drastico calo di ascolti.. Loeb non fa più parte degli autori, dopo alcuni dissidi avuti con la produzione e le trame si complicano, si frammentano, a volte si contraddicono.

Con il passare delle stagioni emergono problemi strutturali più profondi. Alcuni personaggi non trovano mai una direzione chiara, come quelli interpretati da Ali Larter, continuamente reinventati senza una coesione convincente. Altri vengono “potenziati” inutilmente: figure come Mohinder o Ando funzionavano proprio perché umane. Che senso ha avuto dotarli di poteri? I personaggi, in questa maniera, sono diventati piatti e hanno perso la loro individualità.
Anche la gestione delle abilità diventa confusa. Poteri affascinanti e originali vengono introdotti e poi dimenticati. L’impressione è quella di un potenziale creativo enorme, mai davvero sfruttato, perdendo con il passare degli episodi l’originalità che la distingueva.
Perfino Sylar, inizialmente una minaccia pura, viene progressivamente trasformato in un antieroe ambiguo, tra amnesie e tentativi di redenzione. Una scelta che ne smorza la forza e contribuisce a un’instabilità morale in cui buoni e cattivi si scambiano di posto senza un reale peso drammatico (e un motivo valido).
Il problema più grande resta uno: Heroes non è mai riuscita a superare la propria prima stagione. Quell’arco compatto, emotivamente potente e narrativamente coerente aveva alzato l’asticella altissima. Le stagioni successive hanno cercato di replicarne la magia con colpi di scena sempre più frequenti e cliffhanger continui, ma spesso a discapito dello sviluppo dei personaggi.
La quarta stagione è l’ultima, chiusa con un finale aperto che lascia intuire ulteriori sviluppi mai realizzati… Un nuovo mondo per gli eroi.
Heroes: Reborn

Nel 2015, con Heroes Reborn, la NBC prova a riaccendere la fiamma, ma la scintilla del 2006 non si accende nel pubblico. Il tono si fa più dark, più thriller politico, con un’eco da cospirazione globale. Non più persone che si chiedono “chi sono?”, ma individui costretti a nascondersi in un mondo che li considera una minaccia.
Molti volti nuovi tra i protagonisti, guidati da Noah Bennet, uno dei pochi superstiti dello show originale insieme a Hiro, Mohinder e Angela Petrelli e alla produzione troviamo ancora Tim Kring.
Heroes Reborn è costruita come un arco chiuso di 13 episodi, strutturalmente ancora una volta divisa in “volumi”, con il capitolo iniziale intitolato Brave New World, lo stesso titolo dell’ultimo episodio della serie originale, segnale chiaro di dare continuità al progetto e (forse) quel finale che 5 anni prima non era riuscito a dare.
Gli ascolti della première furono discreti (6,1 milioni di spettatori), ma calarono progressivamente fino al finale. La critica accolse la miniserie in modo tiepido, in quanto l’effetto sorpresa era ormai tramontato e il panorama televisivo era saturo di supereroi; dagli eroi della The CW della DC sino ai supereroi dell’MCU che stava mano a mano prendendo piega e pubblico. Gli Heroes non erano più così interessanti e rivoluzionari come un tempo.
L’eredità di Heroes

Se si pensa alle prime puntate e al clamore che suscitarono, risulta quasi incredibile che la serie abbia avuto un lento ma inesorabilmente tracollo. Più che un insuccesso, sembra quasi che Tim Kring & Co. non abbiano sfruttato bene le loro carte.
Ma Heroes rimane comunque un fenomeno di quegli anni e forse proprio grazie a questo show e all’accoglienza, altri sceneggiatori e produttori hanno avuto il coraggio di esplorare questo filone diventato una vera e propria colonna portante del cinema e della televisione contemporanea.
Heroes ha dimostrato che se c’è dietro una bella storia, anche il pubblico generalista poteva essere attratto dalla narrazione supereroistica seriale e complessa.
Ha portato in prima serata un racconto che parlava di identità, paura del diverso, responsabilità e connessione globale, riprendendo tematiche care ai fumetti, dalla discriminazione alla militarizzazione del potere, e traducendole in un contesto realistico e accessibile.
Soprattutto, ha reso l’idea di eroe incredibilmente umana. Non serve un mantello e una S o un pipistrello sul petto. Non serve un’armatura o uno scudo.
Basta essere una persona qualunque, in un mondo che ha bisogno di qualcuno disposto a fare la cosa giusta.
Ed è forse proprio questo che, a distanza di anni, rende Heroes ancora così affascinante: la sensazione di aver intravisto, per una stagione perfetta, ciò che la televisione supereroistica avrebbe potuto essere.
Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!