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Serie TV

PopChop Express: Heroes, lo show che dimostrò che i supereroi sono fatti per la TV

Nuova puntata di PopChop Express e dal cassetto televisivo dei ricordi riavvolgiamo il nastro su una serie TV molto amata dal pubblico che negli anni 2000 fece decisamente parlare di sè. Prima del MCU e del DCU di James Gunn in tv spopolò Heroes

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«Salva la cheerleader, salva il mondo.»

Se, come me, avete visto Heroes, questa frase è la più iconica e riassume in pochissime parole il cuore della prima stagione di una serie TV del 2006 che ebbe il coraggio di osare e di anticipare i tempi rispetto al filone supereroistico.

Il risultato fu un successo clamoroso, all’esordio, un fenomeno culturale che, per un momento, sembrò indicare una strada diversa e forse più ambiziosa per la narrazione degli eroi contemporanei.

Heroes: lo show che aprì la strada ai cinecomics?

Siamo negli anni 2000. I supereroi al cinema stanno iniziando a conquistare il grande pubblico grazie agli X-Men della Fox, ma la vera esplosione del genere deve ancora arrivare: mancano due anni all’uscita di Iron Man, il film che darà ufficialmente il via al Marvel Cinematic Universe, e lo stesso 2008 vedrà l’arrivo de Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan e Christian Bale.

Nel frattempo, la televisione sta cambiando pelle. Grazie al fenomeno di Lost, le serie TV stanno diventando qualcosa di più del classico “telefilm”: narrazioni serializzate, misteriose, capaci di costruire archi narrativi complessi e di fidelizzare il pubblico settimana dopo settimana.

È in questo scenario ancora in trasformazione che la NBC lancia Heroes. Il 25 settembre 2006 va in onda negli Stati  Uniti il primo episodio e diventa subito un fenomeno di audience, registrando l’indice di ascolto più alto per la fascia serale dell’emittente negli ultimi cinque anni. In Italia lo show arriverà nel 2007 su Italia 1.

Le avventure dei protagonisti sono suddivise in “volumi”, proprio come nei fumetti. La prima stagione, composta da 23 episodi, include il primo arco narrativo intitolato Genesi, che rimarrà in assoluto la migliore storyline dell’intera serie.

Le storie di Peter e Nathan Petrelli, Claire e Noah Bennet, Hiro Nakamura, Niki Sanders, Mohinder Suresh, Matt Parkman e Gabriel “Sylar” Gray si intrecciano in una costruzione corale sorprendentemente solida. Ogni personaggio è fondamentale, ogni filo narrativo trova un punto di contatto con gli altri. È una serialità profondamente “fumettistica”, non solo per i poteri e le dinamiche, ma per la struttura stessa del racconto.

Il creatore di Heroes, Tim Kring

Non è un caso che dietro le quinte ci siano figure provenienti dal mondo dei comics. Il creatore Tim Kring si affida anche a sceneggiatori come Jeph Loeb, autore di culto nel panorama fumettistico americano. È una scelta vincente: chi meglio di chi ha scritto supereroi per anni può adattare quel linguaggio alla televisione? Loeb, inoltre è uno degli autori dietro alcuni episodi di Smallville, show televisivo sul giovane Superman di Tom Welling, molto in voga in quegli anni.

Il risultato è una prima stagione compatta, coesa e molto avvincente dove, come nelle più classiche delle storie supereroistiche, il bene trionfa sul male.

Non eroi in costume, ma persone comuni con superpoteri

Ma la forza della serie TV sta nell’incipit stesso: un gruppo di persone comuni, di diversa nazionalità ed etnia, scopre di possedere poteri straordinari.

Fino a quel momento, nell’immaginario collettivo televisivo, il supereroe era legato alla calzamaglia, al costume, all’identità segreta. In Heroes, invece, l’eroismo nasce tra persone che assomigliano e in cui si identificano gli stessi telespettatori.

Un’infermiera, un impiegato giapponese appassionato di fumetti, una cheerleader del liceo, un poliziotto, un artista in difficoltà. Persone normali che si ritrovano improvvisamente dotate di capacità incredibili quali rigenerazione cellulare, teletrasporto, manipolazione del tempo, lettura del pensiero, superforza, volo.

La serie appassiona perché prende un pubblico molto vasto: dagli amanti dei comics e dei supereroi, ai telespettatori che seguono thriller e crime.

Heroes porta tutto su un piano realistico, ponendo una domanda fondamentale molto prima dell’avvento di opere e serie come The Boys e Invincible: cosa accadrebbe davvero se persone comuni ottenessero capacità sovrumane? Le userebbero per fare del bene o per dominare? Ovviamente entrambe le strade. Non tutti scelgono la via dell’eroismo, e proprio in questa ambiguità risiede uno degli elementi più maturi dello show.

I personaggi: eroi oltre i superpoteri

Uno dei punti di forza di Heroes è sempre stato il suo straordinario mosaico di personaggi: figure diverse per età, provenienza e ambizioni, unite da poteri eccezionali, ma soprattutto da conflitti profondamente umani.

I fratelli Petrelli: Peter e Nathan

Al centro della serie troviamo la famiglia Petrelli. Peter, interpretato da Milo Ventimiglia, è l’emblema dell’eroe classico: un paramedico che assorbe i poteri degli altri e il cui motto ricorda quello di un altro Peter, eroe in costume rosso e blu spara-ragnatele: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. La sua capacità, inizialmente incontrollabile e poi limitata, riflette perfettamente il suo percorso interiore: il desiderio di salvare tutti, spesso a costo di sé stesso.

Nathan, interpretato da Adrian Pasdar, è invece il fratello più pragmatico, il volto del potere istituzionale. Politico ambizioso e uomo tormentato, capace di volare, incarna la tensione tra ideali e compromessi. A completare il nucleo familiare c’è Angela Petrelli (Cristine Rose), matriarca enigmatica capace di prevedere il futuro attraverso i sogni.

Claire Bennet, la cheerleader da salvare!

Claire Bennet, interpretata da Hayden Panettiere, è il simbolo stesso della serie. Cheerleader adolescente dotata di rigenerazione cellulare, è fisicamente indistruttibile ma emotivamente vulnerabile. La sua evoluzione, dall’essere una ragazza che vuole solo sentirsi normale a icona pubblica dei “dotati”, rappresenta il cuore tematico dello show e uno dei personaggi il cui percorso è più tratteggiato nel corso della serie.

In foto: Noah Bennet

Accanto ai superumani, spicca la figura di Noah Bennet (Jack Coleman), padre adottivo di Claire. Privo di poteri, ma dotato di sangue freddo e determinazione, dimostra che l’eroismo non nasce solo dalle abilità sovrumane, ma dalle scelte. È uno dei personaggi più solidi e moralmente complessi della serie che tornerà anche in Heroes: Reborn.

Matt Parkman (Greg Grunberg) attraversa un’evoluzione significativa: da poliziotto insicuro con il potere della telepatia a figura sempre più potente, capace di manipolare menti e persino dipingere il futuro.

E poi c’è Hiro Nakamura, (il vero ‘eroe’ dello show) interpretato da Masi Oka, è l’anima più luminosa della serie e forse il cuore emotivo della serie: il fanboy, il ‘nerd’ che sogna di diventare un eroe e che, quando ottiene il potere di piegare il tempo e lo spazio, rappresenta la meraviglia pura dell’immaginazione che si fa realtà. Al suo fianco, Ando Masahashi (James Kyson) spalla leale e amico vero di Hiro.

Sylar, lo spietato villain

L’antagonista simbolo è Sylar, interpretato da uno straordinario Zachary Quinto; serial killer dei “dotati”, ossessionato dal comprendere e assorbire i poteri altrui, Sylar incarna il lato oscuro, l’irrefrenabile e insaziabile ossessione del potere andando contro ogni logica e morale. È un villain inquietante, ma anche tragico, e diventa in breve uno dei personaggi più iconici della TV degli anni 2000, oltre a lanciare la carriera di Quinto che dopo Heroes sarà, tra l’altro, il nuovo Spock della saga cinematografica di Star Trek.

Mohinder Suresh (Sendhil Ramamurthy) rappresenta invece il lato scientifico dell’essere super. Genetista idealista, inizialmente osservatore del fenomeno, cede alla tentazione di sperimentare su sé stesso, pagando un prezzo fisico e morale. La sua trasformazione sottolinea il rischio dell’ambizione incontrollata.

La serie brilla anche per i suoi personaggi femminili complessi come Niki Sanders e Tracy Strauss, entrambe interpretate da Ali Larter, che mostrano due declinazioni diverse del potere: superforza e criocinesi. Niki, segnata da un disturbo dissociativo, è una figura tragica; Tracy, più fredda e calcolatrice, evolve fino a controllare completamente le proprie abilità.

La vera qualità di Heroes, però, non risiede solo nella varietà dei poteri, che richiamano i mutanti di casa Marvel sotto certi aspetti, ma nella caratterizzazione sia dei singoli che nella loro interazione. Ogni abilità è uno specchio della personalità del personaggio: l’empatia di Peter, l’ambizione di Nathan, l’innocenza di Hiro, l’ossessione di Sylar sono il cuore pulsante che rendono i primi 23 episodi epici e indimenticabili. Salvare la cheerleader diventa la missione di tutti, telespettatori compresi che rimangono incollati al televisore per ogni puntata.

Il successo è tale che la NBC espande l’universo narrativo con iniziative digitali come Heroes 360 Experience, poi rinominata Heroes Evolutions, un progetto transmediale che include webserie, fumetti online, contenuti esclusivi e materiali di approfondimento sulla mitologia della serie. Anche in questo Heroes è stato un prodotto pionieristico rispetto alla crossmedialità oggi la norma se si tratta di franchise come MCU o DCU.

Durante la prima stagione, l’American Film Institute nomina Heroes uno dei dieci migliori programmi televisivi dell’anno. Gli ascolti parlano chiaro: 14,3 milioni di spettatori per la prima stagione, 13,1 per la seconda.

Eppure, proprio quando sembra aver trovato la formula perfetta, qualcosa in Heroes si incrina.

I problemi che hanno portato Heroes alla caduta dall’Olimpo televisivo

Molti hanno attribuito il declino della serie allo sciopero della Writers Guild of America del 2007, che colpisce duramente la produzione televisiva americana. È vero: lo sciopero interrompe la seconda stagione e costringe gli autori a rivedere piani e sviluppi, dando una sensazione di ‘incompiuto’. Ma nel caso di Heroes, il problema è anche strutturale.

Il concept originario prevedeva un formato antologico: ogni stagione avrebbe raccontato una storia nuova, con personaggi diversi, poteri diversi, minacce diverse. I protagonisti della prima stagione avrebbero dovuto lasciare spazio a un nuovo cast, permettendo alla serie di reinventarsi senza dover alzare continuamente la posta in gioco. Ma il pubblico si era affezionato a quei volti, compreso Sylar, morto alla fine della prima stagione. La rete non voleva rinunciarvi e così i piani cambiano.

I personaggi restano, ma la storia non era stata pensata per durare oltre quel primo, potente arco narrativo. Come si crea tensione dopo aver già salvato il mondo? Come si rende credibile una minaccia quando i protagonisti hanno poteri quasi divini? Sylar, che avrebbe dovuto uscire di scena, viene riportato in vita perché troppo carismatico per sparire. Le morti diventano reversibili, i sacrifici temporanei, le conseguenze aggirabili.. l’originalità lascia spazio a scelte banali e ovvie.

Se la seconda stagione regge comunque il colpo, la terza registra un drastico calo di ascolti.. Loeb non fa più parte degli autori, dopo alcuni dissidi avuti con la produzione e le trame si complicano, si frammentano, a volte si contraddicono.

Con il passare delle stagioni emergono problemi strutturali più profondi. Alcuni personaggi non trovano mai una direzione chiara, come quelli interpretati da Ali Larter, continuamente reinventati senza una coesione convincente. Altri vengono “potenziati” inutilmente: figure come Mohinder o Ando funzionavano proprio perché umane. Che senso ha avuto dotarli di poteri? I personaggi, in questa maniera, sono diventati piatti e hanno perso la loro individualità.

Anche la gestione delle abilità diventa confusa. Poteri affascinanti e originali vengono introdotti e poi dimenticati. L’impressione è quella di un potenziale creativo enorme, mai davvero sfruttato, perdendo con il passare degli episodi l’originalità che la distingueva.

Perfino Sylar, inizialmente una minaccia pura, viene progressivamente trasformato in un antieroe ambiguo, tra amnesie e tentativi di redenzione. Una scelta che ne smorza la forza e contribuisce a un’instabilità morale in cui buoni e cattivi si scambiano di posto senza un reale peso drammatico (e un motivo valido).

Il problema più grande resta uno: Heroes non è mai riuscita a superare la propria prima stagione. Quell’arco compatto, emotivamente potente e narrativamente coerente aveva alzato l’asticella altissima. Le stagioni successive hanno cercato di replicarne la magia con colpi di scena sempre più frequenti e cliffhanger continui, ma spesso a discapito dello sviluppo dei personaggi.

La quarta stagione è l’ultima, chiusa con un finale aperto che lascia intuire ulteriori sviluppi mai realizzati… Un nuovo mondo per gli eroi.

Heroes: Reborn

Nel 2015, con Heroes Reborn, la NBC prova a riaccendere la fiamma, ma la scintilla del 2006 non si accende nel pubblico. Il tono si fa più dark, più thriller politico, con un’eco da cospirazione globale. Non più persone che si chiedono “chi sono?”, ma individui costretti a nascondersi in un mondo che li considera una minaccia.

Molti volti nuovi tra i protagonisti, guidati da Noah Bennet, uno dei pochi superstiti dello show originale insieme a Hiro, Mohinder e Angela Petrelli e alla produzione troviamo ancora Tim Kring.

Heroes Reborn è costruita come un arco chiuso di 13 episodi, strutturalmente ancora una volta divisa in “volumi”, con il capitolo iniziale intitolato Brave New World, lo stesso titolo dell’ultimo episodio della serie originale, segnale chiaro di dare continuità al progetto e (forse) quel finale che 5 anni prima non era riuscito a dare.

Gli ascolti della première furono discreti (6,1 milioni di spettatori), ma calarono progressivamente fino al finale. La critica accolse la miniserie in modo tiepido, in quanto l’effetto sorpresa era ormai tramontato e il panorama televisivo era saturo di supereroi; dagli eroi della The CW della DC sino ai supereroi dell’MCU che stava mano a mano prendendo piega e pubblico. Gli Heroes non erano più così interessanti e rivoluzionari come un tempo.

L’eredità di Heroes

Se si pensa alle prime puntate e al clamore che suscitarono, risulta quasi incredibile che la serie abbia avuto un lento ma inesorabilmente tracollo. Più che un insuccesso, sembra quasi che Tim Kring & Co. non abbiano sfruttato bene le loro carte.

Ma Heroes rimane comunque un fenomeno di quegli anni e forse proprio grazie a questo show e all’accoglienza, altri sceneggiatori e produttori hanno avuto il coraggio di esplorare questo filone diventato una vera e propria colonna portante del cinema e della televisione contemporanea.

Heroes ha dimostrato che se c’è dietro una bella storia, anche il pubblico generalista poteva essere attratto dalla narrazione supereroistica seriale e complessa.

Ha portato in prima serata un racconto che parlava di identità, paura del diverso, responsabilità e connessione globale, riprendendo tematiche care ai fumetti, dalla discriminazione alla militarizzazione del potere, e traducendole in un contesto realistico e accessibile.

Soprattutto, ha reso l’idea di eroe incredibilmente umana. Non serve un mantello e una S o un pipistrello sul petto.  Non serve un’armatura o uno scudo.

Basta essere una persona qualunque, in un mondo che ha bisogno di qualcuno disposto a fare la cosa giusta.

Ed è forse proprio questo che, a distanza di anni, rende Heroes ancora così affascinante: la sensazione di aver intravisto, per una stagione perfetta, ciò che la televisione supereroistica avrebbe potuto essere.

Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!

Serie TV

Falling Skies: la serie sci-fi prodotta da Steven Spielberg compie 15 anni

Se avete amato Disclosure Day di Steven Spielberg, dovete recuperare Falling Skies, serie sci-fi da lui prodotta con Noah Wyle protagonista, che si concentra sulla sopravvivenza dell’umanità dopo essere stata invasa e sconfitta da alieni

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La fantascienza è uno dei temi tanto cari a Steven Spielberg. Lo ha dimostrato più volte nel corso della sua carriera da regista e lo sta confermando in questi giorni con Disclosure Day, il suo nuovo film che riporta al centro delle vicende ancora una volta uno dei misteri più affascinanti, che da sempre attanaglia l’esistenza umana: siamo soli nell’Universo?

Il regista premio Oscar ha raccontato da diversi punti di vista il fenomeno riguardante l’esistenza degli extraterrestri, raccontando storie dove essi sono pacifici (E.T.) ma anche altre dove invece gli alieni hanno brame di conquista verso la Terra (La guerra dei mondi).

Spielberg è legato anche a uno show sci-fi di qualche anno fa, ambientato dopo un’invasione aliena e che lo ha visto solo in veste di produttore. Questa serie, ovvero Falling Skies (2011) con protagonista Noah Wyle, però, conserva il suo marchio e il suo stile inconfondibile.

Falling Skies: una storia che parte dalla sconfitta dell’umanità

Quando si pensa a Noah Wyle, il primo nome che viene in mente è quasi sempre quello del Dottor John Carter di ER, uno dei personaggi più amati della televisione degli anni ’90. Più recentemente l’attore è tornato al centro dell’attenzione grazie a The Pitt, confermando ancora una volta il suo talento nei medical drama.

Eppure, nella sua carriera c’è anche Falling Skies, una serie di fantascienza che oggi merita di essere rivalutata più che mai.

Durata 5 stagioni tra il 2011 e il 2015, lo show, nonostante non abbia mai raggiunto la popolarità di altre produzioni sci-fi contemporanee, è riuscito a costruirsi negli anni una solida reputazione tra gli appassionati del genere.

Creata da Robert Rodat, sceneggiatore premio Oscar per Salvate il soldato Ryan, Falling Skies nasce dalla collaborazione con Steven Spielberg e dalla sua Amblin Entertainment e tratta il rapporto tra l’umanità, gli alieni e l’ignoto. Un tema che Spielberg ha esplorato per tutta la sua carriera e che rappresenta anche il cuore pulsante di Falling Skies.

La premessa della serie potrebbe sembrare familiare: la Terra è stata invasa da una razza aliena ostile e l’umanità è sull’orlo dell’estinzione. Ma è proprio qui che Falling Skies si distingue da molte altre opere dello stesso filone.

La storia segue Tom Mason, interpretato da Noah Wyle, un ex professore di storia che si ritrova a guidare uno dei pochi gruppi organizzati di sopravvissuti negli Stati Uniti. Sei mesi prima degli eventi narrati, gli invasori hanno distrutto gran parte delle infrastrutture mondiali, annientato gli eserciti e sterminato oltre il 90% della popolazione terrestre.

A differenza di molte storie di invasione aliena, però, la serie non racconta la battaglia per evitare la fine del mondo. Quella battaglia è già stata persa. L’umanità vive tra le macerie della propria civiltà e la priorità non è vincere la guerra, ma sopravvivere giorno dopo giorno. È proprio questo scenario post-apocalittico a rendere Falling Skies diversa da tanti altri prodotti simili.

La fantascienza secondo Spielberg

Sebbene Steven Spielberg non abbia scritto né diretto la serie, la sua presenza creativa è percepibile in ogni episodio. Lo stesso Noah Wyle ha raccontato più volte come il regista abbia contribuito attivamente allo sviluppo dello show, lasciando quelle che l’attore definì “impronte ovunque“. E in effetti il DNA spielberghiano è evidente.

Al centro della narrazione non ci sono soltanto gli alieni, ma soprattutto le persone. Le relazioni familiari, il ruolo dei genitori, la protezione dei figli e la capacità di mantenere la propria umanità anche nei momenti più disperati diventano elementi fondamentali della storia. La famiglia, sia quella biologica sia quella costruita lungo il cammino, rappresenta il vero motore emotivo della serie.

È una caratteristica che richiama direttamente molti dei lavori più celebri di Spielberg, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., fino a La guerra dei mondi: racconti in cui l’elemento spettacolare è sempre accompagnato da una forte componente umana.

Una serie che è invecchiata sorprendentemente bene

Riguardata oggi, Falling Skies appare quasi più efficace di quanto non fosse al momento della sua uscita. Pur utilizzando gli elementi classici della fantascienza invasiva, evita di affidarsi eccessivamente a tecnologie futuristiche o spiegazioni pseudoscientifiche, preferendo concentrarsi sui personaggi e sulle loro scelte.

Questo approccio rende la serie meno legata alle mode televisive del periodo e le consente di mantenere intatta gran parte della sua forza narrativa anche a distanza di quindici anni.

Con Spielberg tornato nuovamente a confrontarsi con il tema degli extraterrestri grazie a Disclosure Day, non potrebbe esserci momento migliore per recuperare Falling Skies. Se ve la siete persa all’epoca, o se non la ricordate particolarmente bene, è probabilmente arrivato il momento di darle una seconda possibilità.

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Netflix

KPop Demon Hunters: il film che ha infranto i record di Netflix

KPop Demon Hunters è stato uno dei fenomeni di Netflix dell’anno passato, ma continua a far parlare di sè in tutto il mondo. Grazie a Netflix, ripercorriamo la scalata al successo di questo film d’animazione

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È ormai passato un anno da quando KPop Demon Hunters ha mostrato ai fan come si fa, fa, fa e non riusciamo ancora a toglierci dalla testa (o dal cuore) “Golden”. Ma i tormentoni delle HUNTR/X e dei Saja Boys sono solo la punta dell’iceberg.

Per celebrare il primo anniversario del film Netflix ha organizzato proiezioni in tutto il mondo nei cinema, all’aperto e perfino su TikTok.

Anche Netflix House si unirà ai festeggiamenti con esperienze speciali per i fan, che potranno prepararsi a riportare l’armonia nel mondo prima che KPop Demon Hunters: The Immersive Experience  apra i battenti in entrambe le sedi di Netflix House durante le prossime festività natalizie.

I personaggi più amati del film arriveranno direttamente a casa tua con un nuovo set LEGO Derpy Tiger (già disponibile in preordine) e con giocattoli di Mattel, Hasbro e Jazwares, che saranno disponibili presso retailer online aderenti a partire dal 22 giugno in tutto il mondo. Il 20 giugno debutterà anche una nuova esperienza dedicata a KPop Demon Hunters su Netflix Playground: i fan potranno divertirsi con sei minigiochi per dispositivi mobili che invitano a immergersi nelle canzoni più popolari del film, calandosi nei panni di un DJ, giocando a Honmoon Beats, completando puzzle o collezionando adesivi, tra le altre attività.

Ripercorriamo l’impatto globale del franchise.

INCOLLATI AL DIVANO

La tua famiglia non è stata l’unica ad aver visto questo film più di una volta. Da mesi infatti tiene milioni di persone incollate allo schermo. Dal suo debutto il 20 giugno 2025 ha totalizzato oltre 600 milioni di visualizzazioni, diventando così il titolo originale più popolare nella storia di Netflix e l’unico titolo ad essere stato per 52 settimane consecutive nella Top 10 Globale di Netflix. Il film è entrato nella Top 10 in tutti i 93 paesi in cui Netflix pubblica le classifiche dei 10 titoli più visti e ha raggiunto il primo posto in 76 di essi.

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Solo negli Stati Uniti, KPop Demon Hunters è stato il film più visto in streaming del 2025, con ben 20,5 miliardi di minuti di visione secondo i dati Nielsen di fine anno. I fan hanno anche cantato insieme ai video con i testi dei brani di KPop Demon Hunters, che hanno ottenuto altri 32 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo.

Una sola visione chiaramente non è bastata agli abbonati della piattaforma, che hanno salvato 1,5 milioni di Momenti unici tratti dal film. L’esibizione dei Saja Boys sulle note di “Soda Pop” è il Momento più salvato in assoluto.

UNA COLONNA SONORA PER LA STORIA

Questi brani hanno fatto impazzire il mondo, come dimostrato dall’enorme successo della colonna sonora ufficiale di KPop Demon Hunters, che ha infranto record su Spotify, Billboard e altre piattaforme musicali, diventando l’inno non ufficiale del 2025 (ma non solo).

La colonna sonora è rimasta per due settimane al primo posto della classifica Billboard 200, raggiungendo oltre 15 miliardi di stream a livello globale e diventando la colonna sonora più ascoltata del decennio. I fan hanno inserito i brani dell’album in oltre 17.000 playlist in tutto il mondo. Complessivamente, le canzoni delle band immaginarie delle HUNTR/X e dei Saja Boys hanno superato un miliardo di stream su Spotify e YouTube.

Il singolo di successo “Golden” ha mantenuto il primo posto nella classifica Billboard Global 200 per 18 settimane, eguagliando il record di permanenza più lunga al numero uno. Il brano è rimasto per otto settimane in vetta alla Billboard Hot 100, diventando il primo numero uno nella storia di un gruppo femminile K-Pop e il brano di una girl band rimasto più a lungo al primo posto in questo secolo. “Golden” è stato anche il brano entrato più rapidamente nel Billions Club di Spotify, totalizzando oltre un miliardo di stream.

Ma non è stato solo il momento di gloria di “Golden”. “Soda Pop” dei Saja Boys ha raggiunto il terzo posto nella Billboard Hot 100 ed è stata una delle quattro canzoni della colonna sonora a entrare contemporaneamente nella Top 10: un risultato da record.

SALIAMO SU, SU, SU

Un successo isolato? Piuttosto un fenomeno inarrestabile. KPop Demon Hunters ha totalizzato 4,6 miliardi di impression sui social, di cui 2,3 miliardi solo per il video ufficiale con testo di “Golden” su YouTube,  mentre l’esperienza Roblox di KPop Demon Hunters ha generato 11,5 di milioni di ore di gioco complessive.

INCETTA DI PREMI

Gli Idol Awards sono stati solo l’inizio. Il film e il suo amato inno “Golden” hanno vinto rispettivamente l’Oscar® per il Miglior Film d’animazione e quello per la Migliore canzone originale alla cerimonia del 2026. “Golden” è così diventata la prima canzone K-pop a vincere un Oscar®, mentre la coregista e cosceneggiatrice Maggie Kang è entrata nella storia come la prima donna di origini coreane a ricevere l’Oscar® per il Miglior film d’animazione. Oltre ai due Golden Globe vinti nelle stesse categorie, “Golden” ha segnato un altro primato ai Grammy, diventando la prima canzone K-pop a vincere il premio alla miglior canzone scritta per i media visivi.

ALLA CONQUISTA DELLA SCENA MONDIALE

Le orecchiabili melodie del film non hanno tardato a uscire dallo schermo per conquistare i palcoscenici di tutto il mondo. Durante gli US Open del 2025, il vincitore di 24 tornei del Grande Slam Novak Djokovic si è esibito nella sua miglior versione di una coreografia dei Saja Boys in onore del compleanno della figlia. Dall’altra parte dell’oceano, a Buckingham Palace, la banda delle Guardie Scozzesi ha reso omaggio alle HUNTR/X eseguendo una versione di “Golden” davanti a visitatori e curiosi.

Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi e il presidente sudcoreano Lee Jae Myung hanno favorito il dialogo tra le parti suonando insieme la batteria sulle note di “Golden” durante un vertice tenutosi in Giappone a gennaio.

Ma se c’è un luogo in cui il successo del film si è fatto sentire in modo particolare, questo è la Corea, dove si svolge la storia. Dalla sua uscita le prenotazioni dei voli verso il paese sono aumentate del 25% e Bunjang, il principale marketplace online della Corea del Sud, ha registrato un’impennata del 78% negli acquisti transfrontalieri di prodotti legati al K-pop. Solo negli Stati Uniti, lo scorso anno Duolingo ha riscontrato un aumento del 22% nel numero di persone che studiano il coreano.

“Golden” continua a dominare anche le ricerche online. Un anno di ricerche 2025 di Google ha confermato che KPop Demon Hunters è stato il film più cercato dell’anno, ha ottenuto tre canzoni nella Top 10 dei brani più ricercati e si è classificato al secondo posto assoluto tra le ricerche di tendenza. Secondo Google Trends, il film ha inoltre conquistato tutti e cinque i primi posti nella classifica dei costumi di Halloween più cercati nel 2025.

PER I FAN

Dalla scorsa estate Netflix ha lanciato una serie di nuovi prodotti per consentire ai fan di tutte le età delle HUNTR/X o dei Saja Boys di mostrare il proprio supporto: da autentici snack coreani in collaborazione con Nongshim e prodotti di bellezza coreani con Anua, alle bambole Mattel e ai giochi di ruolo Hasbro, passando per i costumi di Halloween e ai libri da colorare, fino all’abbigliamento e agli accessori ispirati alla serie in collaborazione con Netflix Shop, Zara Kids, Vans, Old Navy e molti altri.

Le HUNTR/X sono persino passate dal palcoscenico alla carta stampata con il libro della collana Little Golden Books intitolato For the Fans (KPop Demon Hunters), che ha venduto oltre 1,6 milioni di copie negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, Germania e Spagna. Il libro è anche al primo posto della classifica dei bestseller del New York Times, rimanendo per 18 settimane nella lista dei libri illustrati più venduti.

All’inizio di quest’anno, McDonald’s ha fatto rivivere la battaglia tra le band ai fan di tutto il mondo con menù per adulti ispirati alle HUNTR/X e ai Saja Boys che includevano “Spicy Saja McMuffin” e “Ramyeon McShaker™ Fries”, salse “Hunter” e “Demon”, oltre a “Soda Pop”, il tutto accompagnato da esperienze esclusive per i fan.

Il mese scorso, bemyfriends ha inaugurato a Seul il secondo negozio pop-up dedicato al merchandising ufficiale per i fan e quest’estate farà tappa in diverse città asiatiche, tra cui Daegu, Hong Kong, Giacarta, Singapore, Bangkok, Taipei, Taichung e Kaohsiung. Inoltre, il brand globale di oggetti da collezione KAYOU ha recentemente lanciato alcune figurine con i personaggi preferiti dai fan e i momenti salienti del film in una varietà di design e livelli di rarità tra cui “Energy”, la serie di figurine più ricercata ispirata a “Golden”.

Il prossimo progetto della piattaforma è il più entusiasmante di tutti: il tour mondiale annunciato di recente, che arriverànel 2027.

KPop Demon Hunters è ora disponibile, solo su Netflix.

*Fonte: Si ringrazia l’ufficio stampa Netflix per il comunicato di cui sopra 

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Prime video

Da un grande Nicolas Cage, deriva un grande Spider- Noir

Spider-Noir è la serie crime supereroistica di Prime Video che vede protagonista un Nicolas Cage in grande spolvero, interprete dell’eroe anni ’30 di N.Y. City

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Siamo onesti: tutti abbiamo storto il naso quando fu annunciata una serie TV su Spider-Man Noir (divenuto poi dopo ‘solo’ Spider-Noir), anche se dietro la produzione c’era la danarosa Prime Video.

Il coinvolgimento di Nicolas Cage come protagonista, fece esplodere i sensi di ragno di molti fan. “E se venisse fuori qualcosa di buono?” cominciò a balenare nella mia testa.

Nick Cage non era nuovo ad interpretare un supereroe; nell’era pre- Marvel Studios era stato Ghost Rider e aveva interpretato anche Big Daddy nell’adattamento cinematografico di Kick Ass.

Ma soprattutto aveva prestato la voce alla versione animata di Spider-Man Noir nei film della Sony su Miles Morales, Spider-Man: Into the Spider-Verse (2018) e Spider-Man: Across The Spider-Verse (2023). L’attore aveva già ‘saggiato’ il personaggio.

Da un paio di settimane lo show di Prime Video e MGM+ sta facendo parlare di sé perché è riuscito in qualcosa che nessuno si aspettava: dare una versione originale e coerente di Spider-Noir nonostante sia diverso dal fumetto e dal personaggio creato nel 2009 da David Hine, Fabrice Sapolsky, Carmine Di Giandomenico Marko Đurđević e nonostante si distacchi da qualsiasi canone o continuity Marvel Studios o Sony.

Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR – Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC

Spider-Noir è una serie TV fatta e finita realizzata in modo che anche chi non ha mai visto i film o letto alcun fumetto sul Tessiragnatele (sia esso moderno, sia esso pulp/noir) possa approcciarsi alla visione senza alcuna difficoltà.

Ma la vera mossa geniale di Prime Video riguarda proprio nel modo in cui lo spettatore può fruire della serie TV e che corrisponde a una vera e propria innovazione riguardante l’intrattenimento: Spider-Noir si può vedere a colori o in bianco e nero. La scelta sta allo spettatore.

Insomma; da come era partito sotto auspici poco incoraggianti, la serie TV su Spider-Noir ideata da Oren Uziel e Steve Lightfoot con Nicolas Cage nei panni di Ben Reilly alias Il Ragno, nel corso dei mesi ha destato molta curiosità, tanto da diventare uno dei progetti Prime più attesi di quest’anno.

Spider- Noir, Spider-Noir, friendly neighborhood Spider-Noir

Cat Hardy (Li Jun Li) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC

Ambientata nella New York del 1933, Spider-Noir segue le vicende di Ben Reilly, investigatore privato ed ex vigilante mascherato conosciuto come “il Ragno”. Anni prima aveva abbandonato la sua attività da eroe dopo il tragico fallimento nel salvare la sua fidanzata Ruby Williams, uccisa da un criminale in cerca di vendetta.

La sua vita cambia quando viene coinvolto in una serie di casi legati al potente gangster Silvermane. Dopo l’incendio della villa del boss da parte del misterioso Jimmy Addison, un uomo dotato di poteri pirocinetici, Ben si ritrova a indagare anche sulla cantante Cat Hardy, affascinante artista dell’Alcove, un locale di proprietà dello stesso Silvermane.

Le indagini rivelano una complessa rete di segreti, tradimenti e corruzione che coinvolge il sindaco Alfred Morris, la criminalità organizzata e diversi individui dotati di poteri straordinari.

Mentre il giornalista Robbie Robertson e la segretaria Janet Lyons aiutano Ben a ricostruire il puzzle, emerge il legame tra Addison, Flint Marko e Lonnie Lincoln, ex soldati della Prima Guerra Mondiale trasformati dagli eventi del passato in uomini dotati di poteri sovrannaturali.

Quando Janet viene minacciata dagli uomini del gangster, Ben decide di indossare nuovamente il costume del Ragno e tornare a combattere il crimine.

Nel frattempo, la città diventa teatro dell’apparizione di nuovi individui dotati di poteri sovrumani, come Dirk Leyden, capace di assorbire e sprigionare elettricità.

Nicolas Cage vero cuore pulsante di un Spider-Noir carismatico

Parto col dire che senza Nicolas Cage staremmo parlando di tutta un’altra serie. L’attore premio Oscar è l’anima di Ben Reilly e di conseguenza de Il Ragno.

Cage non cerca di portare sullo schermo Spider-Man richiamandone le caratteristiche o i tratti distintivi, ma lo adatta a sé, al suo modo di recitare e alla sua personalità facendone un eroe completamente inedito.

Sotto la maschera di Spider-Noir non c’è il Ben Reilly dei fumetti o un personaggio che cerca ispirazione dalle precedenti incarnazioni cinematografiche, ma c’è Nick Cage; con le sue espressioni facciali, il suo linguaggio corporeo, la sua eccentricità (a tratti) e il carisma che l’ha reso celebre.

L’attore ha descritto la propria interpretazione come:

«70% Humphrey Bogart e 30% Bugs Bunny»

E quando guarderete la serie Spider-Noir capirete quanto ha ragione Cage.

Nonostante l’età l’attore se la cava anche bene nelle scene d’azione: stiamo sempre parlando di un prodotto supereroistico e le scene action non mancano.

Del resto Cage è fan dei comics sui supereroi da sempre, e ogni volta che gli si presenta l’opportunità di interpretare un eroe sullo schermo non perde occasione per sorprenderci e sorprendersi.

Dopo essergli sfuggito anni fa il ruolo di Superman in un ipotetico film di Tim Burton mai realizzato, Spider-Noir costituisce una sorta di riscatto per Cage, alle prese con un altro supereroe di grande impatto mediatico. Anche se in una versione alternativa, noir.

Il suo Ben Reilly è un detective tormentato, alcolizzato e privo di motivazioni, che si adatta perfettamente ai toni pulp della serie di Oren Uziel e Steve Lightfoot.

A proposito: perché Ben Reilly e non Peter Parker?

Cat Hardy (Li Jun Li) and Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC

Molti telespettatori potrebbero essersi chiesti il motivo della scelta di chiamare l’uomo sotto la maschera Ben Reilly e non Peter Parker, il primo iconico personaggio a indossare i panni di Spider-Man.

Si tratta di una scelta puramente creativa; Peter Parker, a causa di determinate clausole contrattuali imposte riguardanti i diritti di sfruttamento all’interno di un prodotto d’intrattenimento è soggetto a diverse imposizioni; non può bere, fumare o usare armi da fuoco.

Come eludere questo escamotage? Cambiandogli nome, utilizzando quello del clone fumettistico di Peter, Ben Reilly, divenuto famoso grazie alla Saga del Clone. E ora anche nome di battesimo dello Spider-Noir di Nicolas Cage.

Una serie visivamente eccezionale

“Ben Reilly” (Nicolas Cage) in a scene from Prime Video’s Spider-Noir (Courtesy of Prime Video)

Qualitativamente lo show rappresenta un prodotto di altissimo livello. Si vocifera che ogni episodio sia costato circa 50 milioni di dollari (per un totale di 400 milioni), sintomo che la piattaforma Prime ha investito molto per presentare qualcosa di diverso ai suoi spettatori.

C’è stata molta cura da parte della produzione nel realizzare una serie TV che riprendesse in maniera dettagliata i crismi dei film noir e gangster classici hollywoodiani ‘dell’epoca d’oro’.

Inquadrature, dialoghi, regia, la trama stessa che in diverse occasioni fa dimenticare lo spettatore di stare guardando una serie su un supereroe, richiamano le pellicole poliziesche anni ’30 di Humphrey Bogart e George Raft. Anche l’utilizzo dei poteri dei singoli personaggi non è mai eccessivo ma cerca di rimanere coerente con lo spirito della serie senza mai sfociare in battaglie esagerate da cinecomics.

Se si deve pensare a un fumetto, c’è molto di Dick Tracy in questo Spider-Noir, ma c’è anche un richiamo verso metà serie all’horror cinematografico classico. In particolare il sesto episodio, Incubo su una barella, ha atmosfere e scene che possono essere associate a L’isola delle anime perdute, adattamento del libro di H.G. Wells, L’isola del Dottor Moreau.

Non ci sono dubbi sul fatto che questa serie è stata realizzata e costruita per essere godibile nella sua massima espressione ovvero il bianco e nero. Nel formato a colori, Spider-Noir risulta comunque una serie affascinante, ma perde un po’ di quella magia che solo il ‘black & white‘ può dare.

Villain storici catapultati tra le atmosfere pulp di Spider-Noir

Finn Byrne/Silvermane (Brendan Gleeson) and Winston (Lukas Haas) in SPIDER-NOIR Photo: Courtesy of Prime © Amazon Content Services LLC

Se la serie funziona lo si deve non solo a Cage ma a tutto il cast. Brendan Gleeson, ad esempio, è un grande Silvermane; un gangster avido e spregevole con il senso dell’onore, che si inserisce molto bene in un contesto post- Crisi del ’29 nonostante sia diverso rispetto alla sua controparte fumettistica creata da Stan Lee, John Buscema e John Romita Sr.

Intrigante e affascinante la Cat Hardy di Li Jun Li, una presenza magnetica e altrettanto pericolosa per il Ragno esattamente come la Gatta Nera lo è per Spider-Man, così come il giornalista Robbie Robertson di Lamorne Morris è un’ottima spalla in più di un’occasione per Ben Reilly.

“Cat” (Li Jun Li) in a scene from Prime Video’s Spider-Noir (Courtesy of Aaron Epstein)

Grande lavoro anche sui villain, scagnozzi di Silvermane; i creatori sono andati a pescare tra i peggiori nemici di Spider-Man prendendo L’Uomo Sabbia, Tombstone e Electro e proiettandoli negli anni ’30 con nuove identità e origini che li accomunano in qualche modo anche allo stesso Ben Reilly. Tra tutti spicca l’Electro di Dirk Leyden: sadico e completamente matto, è uno dei cattivi più riusciti della serie TV.

Qualche difetto però ce l’ha anche Spider-Noir

Non tutto è perfetto in Spider-Noir; se da una parte abbiamo grandi interpreti, personaggi ben scritti e un prodotto di grande valore sotto il profilo della regia e della scenografia, dall’altra troviamo una trama che, più di una volta, si ingarbuglia su sé stessa e che nella parte centrale può risultare un po’ stucchevole, prima di riprendersi nell’episodio finale.

Un altro elemento da tenere in considerazione, che molti telespettatori potrebbero percepire come una pecca, riguarda le aspettative con cui ci si avvicina alla serie. Chi ha iniziato la visione pensando che quel “Spider-Noir” significasse un prodotto interamente dedicato a Spider-Man potrebbe infatti rimanere deluso. Di Spider-Man c’è ben poco: qualche ragnatela, una maschera e alcuni nemici che ricordano le loro controparti viste nei fumetti o nei film. La serie, però, punta a essere qualcosa di diverso e di unico, distaccandosi sotto molti aspetti da ogni precedente adattamento televisivo o cinematografico legato al personaggio.

Non tutti potrebbero apprezzare questa forte componente poliziesca, che solo a tratti si ricorda di appartenere a una storia di supereroi.

Vale la pena guardare Spider-Noir?

Nicolas Cage (Ben Reilly/Spiderman) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC

La serie Spider-Noir merita in primis per l’interpretazione di un irresistibile Nicolas Cage in stato di grazia. L’attore dimostra che quando sente suo il personaggio riesce a tirare fuori il meglio.

Nonostante la trama non sempre sia in grado di tenere incollato lo spettatore, Spider-Noir è uno show affascinante che non guarda principalmente ai fan di Spider-Man, ma più che altro a quelli di Nicolas Cage. È intorno a lui che viene costruito tutta la serie.

È un prodotto che ha avuto il coraggio di osare, di intrecciare elementi da thriller investigativo, noir classico con il racconto supereroistico, dimostrando che si può fare qualcosa di originale ancora nel 2026, prendendo solo spunto dal media fumetto, senza sacrificare la creatività.

Probabilmente i fan del MCU potrebbero non promuovere del tutto questa serie, ma è innegabile che Spider-Noir verrà ricordato come uno degli show più significativi del 2026 di Prime Video.


VOTO POPCORNERD: 7,5/10

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