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Serie TV

PopChop Express: Heroes, lo show che dimostrò che i supereroi sono fatti per la TV

Nuova puntata di PopChop Express e dal cassetto televisivo dei ricordi riavvolgiamo il nastro su una serie TV molto amata dal pubblico che negli anni 2000 fece decisamente parlare di sè. Prima del MCU e del DCU di James Gunn in tv spopolò Heroes

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«Salva la cheerleader, salva il mondo.»

Se, come me, avete visto Heroes, questa frase è la più iconica e riassume in pochissime parole il cuore della prima stagione di una serie TV del 2006 che ebbe il coraggio di osare e di anticipare i tempi rispetto al filone supereroistico.

Il risultato fu un successo clamoroso, all’esordio, un fenomeno culturale che, per un momento, sembrò indicare una strada diversa e forse più ambiziosa per la narrazione degli eroi contemporanei.

Heroes: lo show che aprì la strada ai cinecomics?

Siamo negli anni 2000. I supereroi al cinema stanno iniziando a conquistare il grande pubblico grazie agli X-Men della Fox, ma la vera esplosione del genere deve ancora arrivare: mancano due anni all’uscita di Iron Man, il film che darà ufficialmente il via al Marvel Cinematic Universe, e lo stesso 2008 vedrà l’arrivo de Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan e Christian Bale.

Nel frattempo, la televisione sta cambiando pelle. Grazie al fenomeno di Lost, le serie TV stanno diventando qualcosa di più del classico “telefilm”: narrazioni serializzate, misteriose, capaci di costruire archi narrativi complessi e di fidelizzare il pubblico settimana dopo settimana.

È in questo scenario ancora in trasformazione che la NBC lancia Heroes. Il 25 settembre 2006 va in onda negli Stati  Uniti il primo episodio e diventa subito un fenomeno di audience, registrando l’indice di ascolto più alto per la fascia serale dell’emittente negli ultimi cinque anni. In Italia lo show arriverà nel 2007 su Italia 1.

Le avventure dei protagonisti sono suddivise in “volumi”, proprio come nei fumetti. La prima stagione, composta da 23 episodi, include il primo arco narrativo intitolato Genesi, che rimarrà in assoluto la migliore storyline dell’intera serie.

Le storie di Peter e Nathan Petrelli, Claire e Noah Bennet, Hiro Nakamura, Niki Sanders, Mohinder Suresh, Matt Parkman e Gabriel “Sylar” Gray si intrecciano in una costruzione corale sorprendentemente solida. Ogni personaggio è fondamentale, ogni filo narrativo trova un punto di contatto con gli altri. È una serialità profondamente “fumettistica”, non solo per i poteri e le dinamiche, ma per la struttura stessa del racconto.

Il creatore di Heroes, Tim Kring

Non è un caso che dietro le quinte ci siano figure provenienti dal mondo dei comics. Il creatore Tim Kring si affida anche a sceneggiatori come Jeph Loeb, autore di culto nel panorama fumettistico americano. È una scelta vincente: chi meglio di chi ha scritto supereroi per anni può adattare quel linguaggio alla televisione? Loeb, inoltre è uno degli autori dietro alcuni episodi di Smallville, show televisivo sul giovane Superman di Tom Welling, molto in voga in quegli anni.

Il risultato è una prima stagione compatta, coesa e molto avvincente dove, come nelle più classiche delle storie supereroistiche, il bene trionfa sul male.

Non eroi in costume, ma persone comuni con superpoteri

Ma la forza della serie TV sta nell’incipit stesso: un gruppo di persone comuni, di diversa nazionalità ed etnia, scopre di possedere poteri straordinari.

Fino a quel momento, nell’immaginario collettivo televisivo, il supereroe era legato alla calzamaglia, al costume, all’identità segreta. In Heroes, invece, l’eroismo nasce tra persone che assomigliano e in cui si identificano gli stessi telespettatori.

Un’infermiera, un impiegato giapponese appassionato di fumetti, una cheerleader del liceo, un poliziotto, un artista in difficoltà. Persone normali che si ritrovano improvvisamente dotate di capacità incredibili quali rigenerazione cellulare, teletrasporto, manipolazione del tempo, lettura del pensiero, superforza, volo.

La serie appassiona perché prende un pubblico molto vasto: dagli amanti dei comics e dei supereroi, ai telespettatori che seguono thriller e crime.

Heroes porta tutto su un piano realistico, ponendo una domanda fondamentale molto prima dell’avvento di opere e serie come The Boys e Invincible: cosa accadrebbe davvero se persone comuni ottenessero capacità sovrumane? Le userebbero per fare del bene o per dominare? Ovviamente entrambe le strade. Non tutti scelgono la via dell’eroismo, e proprio in questa ambiguità risiede uno degli elementi più maturi dello show.

I personaggi: eroi oltre i superpoteri

Uno dei punti di forza di Heroes è sempre stato il suo straordinario mosaico di personaggi: figure diverse per età, provenienza e ambizioni, unite da poteri eccezionali, ma soprattutto da conflitti profondamente umani.

I fratelli Petrelli: Peter e Nathan

Al centro della serie troviamo la famiglia Petrelli. Peter, interpretato da Milo Ventimiglia, è l’emblema dell’eroe classico: un paramedico che assorbe i poteri degli altri e il cui motto ricorda quello di un altro Peter, eroe in costume rosso e blu spara-ragnatele: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. La sua capacità, inizialmente incontrollabile e poi limitata, riflette perfettamente il suo percorso interiore: il desiderio di salvare tutti, spesso a costo di sé stesso.

Nathan, interpretato da Adrian Pasdar, è invece il fratello più pragmatico, il volto del potere istituzionale. Politico ambizioso e uomo tormentato, capace di volare, incarna la tensione tra ideali e compromessi. A completare il nucleo familiare c’è Angela Petrelli (Cristine Rose), matriarca enigmatica capace di prevedere il futuro attraverso i sogni.

Claire Bennet, la cheerleader da salvare!

Claire Bennet, interpretata da Hayden Panettiere, è il simbolo stesso della serie. Cheerleader adolescente dotata di rigenerazione cellulare, è fisicamente indistruttibile ma emotivamente vulnerabile. La sua evoluzione, dall’essere una ragazza che vuole solo sentirsi normale a icona pubblica dei “dotati”, rappresenta il cuore tematico dello show e uno dei personaggi il cui percorso è più tratteggiato nel corso della serie.

In foto: Noah Bennet

Accanto ai superumani, spicca la figura di Noah Bennet (Jack Coleman), padre adottivo di Claire. Privo di poteri, ma dotato di sangue freddo e determinazione, dimostra che l’eroismo non nasce solo dalle abilità sovrumane, ma dalle scelte. È uno dei personaggi più solidi e moralmente complessi della serie che tornerà anche in Heroes: Reborn.

Matt Parkman (Greg Grunberg) attraversa un’evoluzione significativa: da poliziotto insicuro con il potere della telepatia a figura sempre più potente, capace di manipolare menti e persino dipingere il futuro.

E poi c’è Hiro Nakamura, (il vero ‘eroe’ dello show) interpretato da Masi Oka, è l’anima più luminosa della serie e forse il cuore emotivo della serie: il fanboy, il ‘nerd’ che sogna di diventare un eroe e che, quando ottiene il potere di piegare il tempo e lo spazio, rappresenta la meraviglia pura dell’immaginazione che si fa realtà. Al suo fianco, Ando Masahashi (James Kyson) spalla leale e amico vero di Hiro.

Sylar, lo spietato villain

L’antagonista simbolo è Sylar, interpretato da uno straordinario Zachary Quinto; serial killer dei “dotati”, ossessionato dal comprendere e assorbire i poteri altrui, Sylar incarna il lato oscuro, l’irrefrenabile e insaziabile ossessione del potere andando contro ogni logica e morale. È un villain inquietante, ma anche tragico, e diventa in breve uno dei personaggi più iconici della TV degli anni 2000, oltre a lanciare la carriera di Quinto che dopo Heroes sarà, tra l’altro, il nuovo Spock della saga cinematografica di Star Trek.

Mohinder Suresh (Sendhil Ramamurthy) rappresenta invece il lato scientifico dell’essere super. Genetista idealista, inizialmente osservatore del fenomeno, cede alla tentazione di sperimentare su sé stesso, pagando un prezzo fisico e morale. La sua trasformazione sottolinea il rischio dell’ambizione incontrollata.

La serie brilla anche per i suoi personaggi femminili complessi come Niki Sanders e Tracy Strauss, entrambe interpretate da Ali Larter, che mostrano due declinazioni diverse del potere: superforza e criocinesi. Niki, segnata da un disturbo dissociativo, è una figura tragica; Tracy, più fredda e calcolatrice, evolve fino a controllare completamente le proprie abilità.

La vera qualità di Heroes, però, non risiede solo nella varietà dei poteri, che richiamano i mutanti di casa Marvel sotto certi aspetti, ma nella caratterizzazione sia dei singoli che nella loro interazione. Ogni abilità è uno specchio della personalità del personaggio: l’empatia di Peter, l’ambizione di Nathan, l’innocenza di Hiro, l’ossessione di Sylar sono il cuore pulsante che rendono i primi 23 episodi epici e indimenticabili. Salvare la cheerleader diventa la missione di tutti, telespettatori compresi che rimangono incollati al televisore per ogni puntata.

Il successo è tale che la NBC espande l’universo narrativo con iniziative digitali come Heroes 360 Experience, poi rinominata Heroes Evolutions, un progetto transmediale che include webserie, fumetti online, contenuti esclusivi e materiali di approfondimento sulla mitologia della serie. Anche in questo Heroes è stato un prodotto pionieristico rispetto alla crossmedialità oggi la norma se si tratta di franchise come MCU o DCU.

Durante la prima stagione, l’American Film Institute nomina Heroes uno dei dieci migliori programmi televisivi dell’anno. Gli ascolti parlano chiaro: 14,3 milioni di spettatori per la prima stagione, 13,1 per la seconda.

Eppure, proprio quando sembra aver trovato la formula perfetta, qualcosa in Heroes si incrina.

I problemi che hanno portato Heroes alla caduta dall’Olimpo televisivo

Molti hanno attribuito il declino della serie allo sciopero della Writers Guild of America del 2007, che colpisce duramente la produzione televisiva americana. È vero: lo sciopero interrompe la seconda stagione e costringe gli autori a rivedere piani e sviluppi, dando una sensazione di ‘incompiuto’. Ma nel caso di Heroes, il problema è anche strutturale.

Il concept originario prevedeva un formato antologico: ogni stagione avrebbe raccontato una storia nuova, con personaggi diversi, poteri diversi, minacce diverse. I protagonisti della prima stagione avrebbero dovuto lasciare spazio a un nuovo cast, permettendo alla serie di reinventarsi senza dover alzare continuamente la posta in gioco. Ma il pubblico si era affezionato a quei volti, compreso Sylar, morto alla fine della prima stagione. La rete non voleva rinunciarvi e così i piani cambiano.

I personaggi restano, ma la storia non era stata pensata per durare oltre quel primo, potente arco narrativo. Come si crea tensione dopo aver già salvato il mondo? Come si rende credibile una minaccia quando i protagonisti hanno poteri quasi divini? Sylar, che avrebbe dovuto uscire di scena, viene riportato in vita perché troppo carismatico per sparire. Le morti diventano reversibili, i sacrifici temporanei, le conseguenze aggirabili.. l’originalità lascia spazio a scelte banali e ovvie.

Se la seconda stagione regge comunque il colpo, la terza registra un drastico calo di ascolti.. Loeb non fa più parte degli autori, dopo alcuni dissidi avuti con la produzione e le trame si complicano, si frammentano, a volte si contraddicono.

Con il passare delle stagioni emergono problemi strutturali più profondi. Alcuni personaggi non trovano mai una direzione chiara, come quelli interpretati da Ali Larter, continuamente reinventati senza una coesione convincente. Altri vengono “potenziati” inutilmente: figure come Mohinder o Ando funzionavano proprio perché umane. Che senso ha avuto dotarli di poteri? I personaggi, in questa maniera, sono diventati piatti e hanno perso la loro individualità.

Anche la gestione delle abilità diventa confusa. Poteri affascinanti e originali vengono introdotti e poi dimenticati. L’impressione è quella di un potenziale creativo enorme, mai davvero sfruttato, perdendo con il passare degli episodi l’originalità che la distingueva.

Perfino Sylar, inizialmente una minaccia pura, viene progressivamente trasformato in un antieroe ambiguo, tra amnesie e tentativi di redenzione. Una scelta che ne smorza la forza e contribuisce a un’instabilità morale in cui buoni e cattivi si scambiano di posto senza un reale peso drammatico (e un motivo valido).

Il problema più grande resta uno: Heroes non è mai riuscita a superare la propria prima stagione. Quell’arco compatto, emotivamente potente e narrativamente coerente aveva alzato l’asticella altissima. Le stagioni successive hanno cercato di replicarne la magia con colpi di scena sempre più frequenti e cliffhanger continui, ma spesso a discapito dello sviluppo dei personaggi.

La quarta stagione è l’ultima, chiusa con un finale aperto che lascia intuire ulteriori sviluppi mai realizzati… Un nuovo mondo per gli eroi.

Heroes: Reborn

Nel 2015, con Heroes Reborn, la NBC prova a riaccendere la fiamma, ma la scintilla del 2006 non si accende nel pubblico. Il tono si fa più dark, più thriller politico, con un’eco da cospirazione globale. Non più persone che si chiedono “chi sono?”, ma individui costretti a nascondersi in un mondo che li considera una minaccia.

Molti volti nuovi tra i protagonisti, guidati da Noah Bennet, uno dei pochi superstiti dello show originale insieme a Hiro, Mohinder e Angela Petrelli e alla produzione troviamo ancora Tim Kring.

Heroes Reborn è costruita come un arco chiuso di 13 episodi, strutturalmente ancora una volta divisa in “volumi”, con il capitolo iniziale intitolato Brave New World, lo stesso titolo dell’ultimo episodio della serie originale, segnale chiaro di dare continuità al progetto e (forse) quel finale che 5 anni prima non era riuscito a dare.

Gli ascolti della première furono discreti (6,1 milioni di spettatori), ma calarono progressivamente fino al finale. La critica accolse la miniserie in modo tiepido, in quanto l’effetto sorpresa era ormai tramontato e il panorama televisivo era saturo di supereroi; dagli eroi della The CW della DC sino ai supereroi dell’MCU che stava mano a mano prendendo piega e pubblico. Gli Heroes non erano più così interessanti e rivoluzionari come un tempo.

L’eredità di Heroes

Se si pensa alle prime puntate e al clamore che suscitarono, risulta quasi incredibile che la serie abbia avuto un lento ma inesorabilmente tracollo. Più che un insuccesso, sembra quasi che Tim Kring & Co. non abbiano sfruttato bene le loro carte.

Ma Heroes rimane comunque un fenomeno di quegli anni e forse proprio grazie a questo show e all’accoglienza, altri sceneggiatori e produttori hanno avuto il coraggio di esplorare questo filone diventato una vera e propria colonna portante del cinema e della televisione contemporanea.

Heroes ha dimostrato che se c’è dietro una bella storia, anche il pubblico generalista poteva essere attratto dalla narrazione supereroistica seriale e complessa.

Ha portato in prima serata un racconto che parlava di identità, paura del diverso, responsabilità e connessione globale, riprendendo tematiche care ai fumetti, dalla discriminazione alla militarizzazione del potere, e traducendole in un contesto realistico e accessibile.

Soprattutto, ha reso l’idea di eroe incredibilmente umana. Non serve un mantello e una S o un pipistrello sul petto.  Non serve un’armatura o uno scudo.

Basta essere una persona qualunque, in un mondo che ha bisogno di qualcuno disposto a fare la cosa giusta.

Ed è forse proprio questo che, a distanza di anni, rende Heroes ancora così affascinante: la sensazione di aver intravisto, per una stagione perfetta, ciò che la televisione supereroistica avrebbe potuto essere.

Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!

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Gary, lo spin-off di The Bear – Recensione

Recensione del “road movie” Gary, spin-off della celebre serie The Bear, il surprise drop di Hulu in esclusiva su Disney+.

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Hulu ha sorpreso tutti i fan di The Bear con un surprise drop esclusivo su Disney+ intitolato Gary. Questo episodio spin-off, che si colloca naturalmente prima degli eventi della serie madre, ha una durata di circa un’ora e segue Mikey (Jon Bernthal) e Richie (Ebon Moss-Bachrach) durante un viaggio in auto verso Gary, in Indiana.

Una premessa apparentemente semplice che diventa presto il pretesto perfetto per esplorare il legame tra due personaggi che, nella serie principale, abbiamo spesso visto nascondersi dietro urla, ironia e caos.

Due caratteri diversi legati da una profonda amicizia

Uno degli aspetti più interessanti di Gary è proprio il modo in cui riesce a mettere a confronto due personalità completamente diverse ma unite da un legame autentico e profondo.

Mikey è un personaggio estremamente chiuso in sé stesso, quasi impenetrabile. Indossa costantemente una corazza fatta di apparente indifferenza verso il mondo e verso le persone che lo circondano, ma dietro quel guscio si nasconde una fragilità enorme. È il ritratto di qualcuno a cui la vita non ha mai davvero dato delle carte vincenti e che ha imparato a sopravvivere nascondendo le sue emozioni e vulnerabilità.

Mickey si confida con una ragazza conosciuta in un bar

Richie invece lo conosciamo già grazie a The Bear: è l’amico di sempre, rumoroso, burbero, impulsivo e spesso combinaguai. Ma è anche incredibilmente leale, sincero e umano. In questo viaggio verso Gary emergono più che mai tutte le sue imperfezioni, rendendolo forse il personaggio più autentico del racconto.

Richie

La forza del corto sta proprio nel rapporto tra questi due uomini: un’amicizia fatta di silenzi, battute pungenti, tensioni e momenti di complicità che riescono a raccontare molto più di quanto venga effettivamente detto a parole.

Il dialogo e i silenzi hano un ruolo fondamentale nella sceneggiatura

Come in The Bear, in Gary il dialogo tra i personaggi gioca un ruolo fondamentale nella sceneggiatura. Jon Bernthal ed Ebon Moss-Bachrach sembrano nati per interpretare i ruoli di Mickey e Richie, e questo si percepisce in ogni scena, in ogni battuta e in ogni sguardo che i due si scambiano.

Lo stesso vale per ogni silenzio tra i due. Mickey e Richie sono migliori amici e basta loro uno sguardo per comunicare molto più di quanto le parole possano fare.

I due godono di una chimica incredibile, che rende ogni scena – anche quando si basa semplicemente sul dialogo – intensa e interessante.

Immagini tratte dal surprise drop Gary, disponibile su Disney+

Il "fact or fiction" di Richie è uno dei momenti più significativi e divertenti

Questo spin-off non è fatto soltanto di momenti riflessivi, ma contiene anche scene divertenti che mi hanno strappato più di una risata – d’altronde, quando si parla di Richie, non è difficile.

Richie e Mickey si trovano in un bar a Gary e lì incontrano alcune persone con cui iniziano a bere e a giocare a “bugia o verità”, chiamato in inglese “fact or fiction”. Ognuno di loro racconta un aneddoto della propria vita e gli altri devono indovinare se si tratta di una bugia o di un fatto realmente accaduto.

Quando arriva il turno di Richie – ormai completamente ubriaco e alterato dalle sostanze stupefacenti – il suo racconto d’infanzia è esilarante e coinvolge anche Mickey, un dettaglio che fa capire allo spettatore quanto i due siano amici di lunga data e ci siano sempre stati l’uno per l’altro.

Lascio però i dettagli direttamente al racconto di Richie stesso, perché sono sicuro che riuscirà a strappare una risata anche a voi.

Richie racconta il suo "fact or fiction"
Richie racconta il suo "fact or fiction"

Questa scena crea un contrasto potente con ciò che accade poco dopo nel bar, quando Mickey – anche lui ubriaco e alterato dalla droga – si lascia andare a una scenata contro Richie che lascia tutti col fiato sospeso, me compreso, mentre guardavo il tutto attraverso uno schermo.

Gary è un corto spin-off che funziona

Gary è un corto spin-off della serie The Bear che scava a fondo nel rapporto tra Richie e Mickey, in un episodio in flashback che li vede affrontare un viaggio di lavoro verso Gary, in Indiana. Il viaggio fisico si alterna a quello metafisico nel rapporto tra i due amici, alternando momenti di puro divertimento a scene di tensione.

Gary, pur essendo uno spin-off, occupa uno spazio ben definito all’interno della storyline di The Bear, in quanto esplora l’amicizia tra Richie e Mickey e contestualizza il personaggio di Richie all’interno della serie.

✨ VOTO POPCORNERD 10/10 ✨

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Prime Video svela il teaser trailer e immagini esclusive di Elle

Prime Video svela il teaser trailer ufficiale e immagini esclusive di Elle, il prequel de La rivincita delle bionde

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Notizia riportata sulla base del comunicato stampa inviatoci da Prime Video.

Prime Video svela il teaser trailer ufficiale e immagini esclusive di Elle, il prequel de La rivincita delle bionde

La serie coming-of-age prodotta da Amazon MGM Studios e Hello Sunshine debutterà il 1° luglio

CULVER CITY, CA – 6 maggio, 2026 – Alla vigilia della presentazione ai prossimi Upfront di Amazon, l’11 maggio a New York, Prime Video ha rilasciato oggi il teaser trailer ufficiale e immagini esclusive di Elle, l’attesissima serie prequel de La rivincita delle bionde. Prodotta da Amazon MGM Studios, in associazione con Hello Sunshine, Elle debutterà il 1° luglio, in esclusiva su Prime Video in oltre 240 paesi e territori nel mondo. Prima dell’uscita della serie, Prime Video ne ha già annunciato il rinnovo per una seconda stagione.

Nella prima stagione, Elle segue Elle Woods prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. In tutto questo, Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.

Creata da Laura Kittrell (High School, Insecure), Elle vede Kittrell e Caroline Dries in qualità di co-showrunner ed executive producer. Reese Witherspoon, Lauren Neustadter, Amanda Brown e Marc Platt sono executive producer della serie, insieme a Jason Moore (Pitch Perfect), che ha anche diretto i primi due episodi della prima stagione. Bryan J. Raber e Asmita Paranjape sono produttori della serie, mentre Josie Craven e Jen Regan ricoprono il ruolo di supervising producer.

Il cast della prima stagione include Lexi Minetree nel ruolo di Elle Woods, June Diane Raphael nel ruolo di Eva, la madre di Elle, e Tom Everett Scott nel ruolo di Wyatt, il padre di Elle, insieme a Jacob Moskovitz, Gabrielle Policano, Chandler Kinney, Zac Looker e Amy Pietz. Nel cast figurano poi Jessica Belkin, Danielle Chand, Matt Oberg, Chloe Wepper, Logan Shroyer, Sharon Taylor, David Burtka, Brad Harder, Kayla Maisonet, Lisa Yamada, e James Van Der Beek.

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THE BEAR, la stagione finale arriva il 26 giugno su Disney+

The Bear, la stagione finale della serie FX premiata agli Emmy Award debutterà il 26 giugno in esclusiva su Disney+ in Italia.

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Notizia riportata sulla base del comunicato stampa inviatoci da Disney+.

THE BEAR
LA STAGIONE FINALE DELLA SERIE FX
PREMIATA AGLI EMMY® AWARD
DEBUTTERÀ IL 26 GIUGNO IN ESCLUSIVA SU DISNEY+ IN ITALIA

Lo speciale episodio flashback Gary
è ora disponibile in streaming

6 maggio 2026 – La quinta e ultima stagione di The Bear, la serie FX di successo acclamata dalla critica e premiata agli Emmy® Award, debutterà venerdì 26 giugno in esclusiva su Disney+ in Italia, con tutti gli 8 episodi disponibili al lancio. È stata diffusa la key art della nuova stagione.

L’annuncio arriva dopo il debutto a sorpresa di ieri di Gary, un episodio flashback di The Bear co-scritto e interpretato da Ebon Moss-Bachrach e Jon Bernthal, che segue Richie (Moss-Bachrach) e Mikey (Bernthal) durante un viaggio di lavoro a Gary, in Indiana. Gary è disponibile in streaming su Disney+.

Dove eravamo rimasti

La quinta e ultima stagione della serie FX The Bear, che in Italia debutterà il 26 giugno, riprende la mattina dopo che Sydney (Ayo Edebiri), Richie (Ebon Moss-Bachrach) e Natalie “Sugar” (Abby Elliott) scoprono che Carmy (Jeremy Allen White) ha abbandonato il settore della ristorazione, lasciando il locale nelle loro mani. Senza soldi, con la minaccia di una vendita e una tempesta a ostacolarli, i nuovi soci devono unirsi al resto della squadra per portare a termine un’ultima prova, nella speranza di ottenere finalmente una stella Michelin. Alla fine, scopriranno che a rendere “perfetto” un ristorante potrebbe non essere il cibo, ma le persone.

La serie è interpretata anche da Lionel Boyce, Liza Colón-Zayas e Matty Matheson, con Ricky Staffieri, Oliver Platt, Will Poulter e Jamie Lee Curtis in ruoli ricorrenti.

The Bear di FX è stata creata da Christopher Storer, che è l’executive producer insieme a Josh Senior, Cooper Wehde, Tyson Bidner, Matty Matheson, Hiro Murai e Rene Gube. Courtney Storer è la culinary producer. La serie è prodotta da FX Productions.

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