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CinemaRecensioni

Backrooms: Recensione dell’horror disturbante di A24 diretto da Kane Parsons

Abbiamo visto Backrooms, il nuovo horror di A24 e I Wonder Pictures, basato su un fenomeno nato sul web grazie a Kane Parsons, regista della pellicola. Questa è la nostra recensione!

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Fin dal primo trailer Backrooms mi ha attratto perché non cercava di essere il solito classico horror da jumpscare, ma faceva intuire di essere un film che puntava maggiormente sull’ansia, sul terrore causato dall’ignoto e sul senso claustrofobico che gli ambienti mostrati nei pochi frame potevano generare nello spettatore. Insomma, una pellicola che insinuava la paura a livello psicologico, entrandoti in testa ben oltre la fine della visione.

Una volta visto il film, arrivato finalmente nelle sale italiane, posso affermare che molte delle mie aspettative sul fatto che fossimo davanti a una pellicola originale e intrigante sono state fortunatamente confermate. Del resto, negli ultimi anni gli horror prodotti dalla A24 sono stati quasi sempre film capaci di stupire e spaventare lo spettatore attraverso reinterpretazioni originali anche delle più classiche tematiche del cinema dell’orrore.

Questa volta però, con Backrooms, la A24 e James Wan (il cineasta che ha dato vita a saghe come Saw, Insidious e The Conjuring) hanno preso un fenomeno horror nato sul web (oltre 76 milioni di visualizzazioni solo per il primo video della serie) insieme al suo creatore, Kane Parsons, trasformando quest’idea davvero disturbante in un film pensato per il grande schermo.

Ma prima di entrare nello specifico del film, che vede protagonisti i candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor (Doctor Strange, Bridget Jones – Un amore di ragazzo) e Renate Reinsve (Sentimental Value), assieme a Mark Duplass, Finn Bennett e Lukita Maxwell, spieghiamo brevemente, per chi non lo sapesse, che cosa sono le Backrooms.

L’origine delle Backrooms

La foto delle ‘Backrooms’ originali

Le Backrooms sono una leggenda horror nata su internet, diventata negli anni una delle creepypasta più famose del web. L’idea di base è semplice ma inquietante: esisterebbe una realtà nascosta “dietro” il nostro mondo, composta da stanze infinite, corridoi vuoti e uffici abbandonati da cui è impossibile uscire. Una sorta di labirinto infinito.

Tutto nasce nel 2019 su 4chan, quando un utente pubblicò l’immagine di un ufficio giallastro e vuoto accompagnata da questo testo:

“If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms…”

La parola “noclip” viene dai videogiochi: indica un bug o un comando che permette di attraversare muri e oggetti. Secondo il mito, nelle Backrooms puoi finirci per errore, “uscendo” dalla realtà normale. E questa idea divenne rapidamente virale in rete.

Ma il vero boom arrivò nel 2022 proprio con Kane Parsons, aka Kane Pixels, che pubblicò una serie di video su YouTube in cui, usando finti filmati ritrovati (“found footage”), mostrava persone intrappolate in ambienti realistici e inquietanti.

Backrooms il film: Clark attraverso lo specchio

Siamo nel 1990. Clark (Chiwetel Ejiofor) è il titolare di uno showroom di mobili in crisi. Nonostante cerchi di rilanciare l’attività con espedienti pubblicitari decisamente pittoreschi — che oggi potremmo definire “cringe” — nei quali impersona un venditore di mobili pirata, le cose non vanno affatto bene. Inoltre Clark è stato lasciato dalla moglie ed è in cura dalla psicologa Mary Kline (Renate Reinsve), nel tentativo di ritrovare una certa stabilità emotiva. Nel frattempo vive all’interno del suo showroom.

Una sera, mentre sta guardando la televisione, l’ennesimo blackout notturno lo costringe a scendere nel seminterrato, dove si trova il quadro elettrico. Cercando di capire quale sia il guasto, l’uomo nota qualcosa di particolare: una fessura, un passaggio quasi impercettibile che sembra condurre verso un altro ambiente. Così Clark, come una moderna Alice di Lewis Carroll, attraversa il muro e si ritrova in una backroom.

Muri gialli e monotoni, stanze prive di finestre e oggetti accatastati caratterizzano gran parte di questo ambiente, che sembra composto da stanze infinite sempre diverse, collegate da porte e varchi di ogni tipo.

Clark diventa ossessionato da quel luogo e ne parla con la dott.ssa Kline, che inizialmente lo prende quasi per pazzo. Ma ogni sera, dopo il lavoro, l’uomo torna nella backroom nascosta sotto il suo negozio per esplorarla sempre più a fondo e scoprire cosa si nasconda dietro quel misterioso posto. Ben presto, però, si rende conto che quell’ambiente infinito e angosciante, proprio come il Paese delle Meraviglie di Alice, è popolato anche da creature pericolose. Del resto, ogni backroom ha le proprie entità maligne e le proprie regole.

Un film che affonda le radici nei videogame, ma costruito sulla tensione e i silenzi

Il regista Kane Parsons, con Backrooms, dimostra una grandissima personalità nonostante la giovane età, appena 20 anni, e il fatto che la sua prima pellicola affronti un argomento che lui stesso ha contribuito a rendere celebre. Insomma, per usare un termine calcistico, il ragazzo “giocava in casa”.

Nel suo Backrooms si possono ritrovare diverse influenze provenienti dal mondo videoludico horror; del resto i noclip, come abbiamo detto, nascono proprio dai videogiochi. C’è qualcosa di Resident Evil (soprattutto del settimo capitolo, in particolare per una scena ben precisa) e persino un omaggio a P.T. di Hideo Kojima, ma non solo.

Parsons guarda anche all’horror cinematografico classico: come La Casa di Sam Raimi, anche la backroom di Clark pare avere una propria ‘vita’, e come in The Blair Witch Project l’utilizzo della videocamera anni ’90 aumenta la sensazione di angoscia nei momenti più critici. Inoltre il film strizza anche l’occhiolino al “Sottosopra” di Stranger Things.

Si tratta però soltanto di spunti dai quali Parsons parte per costruire una pellicola originale in cui due elementi risultano fondamentali nel terrorizzare lo spettatore: la tensione e i silenzi.

Backrooms è un film in cui si parla poco, o meglio: i dialoghi sono concentrati in momenti specifici e servono soprattutto a fornire allo spettatore le informazioni necessarie per comprendere l’evoluzione della trama. Per gran parte della pellicola, però, tutto funziona proprio perché i personaggi parlano pochissimo: la loro attenzione, e di conseguenza anche quella dello spettatore, è interamente focalizzata sull’esplorazione degli ambienti della backroom.

Respiri affannati, sussulti, ansimi e sguardi terrorizzati dei protagonisti diventano così il mezzo comunicativo più efficace utilizzato dal film, mentre i protagonisti esplorano questi ambienti fatti di muri con carta da parati gialla e oggetti che ‘affondano’ nelle pareti, nei pavimenti e nei soffitti. E il risultato è che funziona.

La tensione resta costantemente alta ogni volta che i personaggi si trovano all’interno della backroom. Questo anche grazie alla bravura dei due attori principali i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, che dimostrano di saper reggere da soli il film sulle loro spalle per la maggior parte del tempo.

Un altro elemento tipico dell’horror che Parsons recupera in Backrooms è la paura dell’ignoto, di ciò che non si vede ma si percepisce. Ce lo ha insegnato Steven Spielberg con Lo Squalo: basta una pinna e molto spazio lasciato all’immaginazione per terrorizzare il pubblico.

In Backrooms, l’entità che si nasconde all’interno della backroom di Clark incute timore proprio perché è una presenza costante, asfissiante e disturbante… ma non viene mai mostrata davvero se non molto avanti nel film. Giochi di luci e ombre contribuiscono a rendere il tutto ancora più spaventoso.

Per essere così giovane, Parsons ha già compreso una regola fondamentale dell’horror: per spaventare davvero lo spettatore bisogna costringerlo a usare la fantasia.

Infine, l’ambientazione anni ’90, l’utilizzo della cinepresa e l’effetto volutamente amatoriale della pellicola in 16mm, simile a una vecchia videocassetta, con cui sono girate alcune sequenze aggiungono un ulteriore livello di inquietudine a un’atmosfera già di per sé molto tesa. Un effetto che richiama (come detto) inevitabilmente The Blair Witch Project e il modo in cui, alla fine degli anni ’90, il found footage riuscì ad angosciare milioni di spettatori.

Atmosfere fascinose compensano una trama da ‘loop’ che poteva dire di più

Se l’ambientazione e le atmosfere sono il vero punto di forza di Backrooms, la pellicola pecca invece di una trama accennata, che avrebbe potuto raccontare qualcosa in più.

La storia sembra sempre partire per ingranare e poi non lo fa: rimane concentrata sulle ambientazioni e le suggestioni invece che proseguire, perdendosi negli ambienti infiniti delle backrooms.

Verrebbe da dire che sia colpa dell’inesperienza del giovane regista, ma in realtà la sceneggiatura è stata affidata a Will Soodik, veterano del cinema e delle serie TV che ha lavorato a progetti come Homeland (2011), Westworld (2016) e Ash vs Evil Dead (2015). Parsons ha quindi adattato e diretto una storia non sua. Come mai? Mancanza di coraggio da parte della produzione o dello stesso giovane videomaker?

Quale che sia la risposta, Backrooms potrebbe non piacere a chi predilige storie dalla trama più articolata e complessa.

Il film funziona grazie all’estetica, all’esperienza dei personaggi all’interno di un ambiente da incubo e al loro sottile equilibrio psicologico; convince meno, invece, sul piano della narrazione, dove alcuni aspetti della trama avrebbero meritato uno sviluppo più approfondito.

Evidentemente Soodik non ha compreso fino in fondo l’essenza di Backrooms e non è riuscito a entrare davvero in sintonia con il fenomeno.

Perché il portale si trova proprio nel seminterrato di Clark? Perché sia lui sia Mary sono attratti dalla Backroom? Chi ha creato gli ambienti preesistenti prima del loro arrivo? E da dove arrivano gli oggetti? Sono solo alcuni dei quesiti che rimangono senza risposta e che, al termine del film, lasciano la sensazione che la storia abbia ancora qualcosa da dire, ma resti lì, incompiuta, quasi strozzata in gola.

Sono domande che lo spettatore inevitabilmente si pone, ma che non compromettono la visione di un buon film, capace di valorizzare altri elementi. Per essere la prima prova di Parsons, direi che è ampiamente superata.

Perché vedere Backrooms?

Per descrivere in poche parole Backrooms si può definire come “Il labirinto del minotauro che si scontra con le angoscie e ansie dell’horror lynchiano“.

È un film che racconta l’horror contemporaneo partendo da uno dei fenomeni web più affascinanti degli ultimi anni. E lo fa in maniera intelligente, giocando sul lato psicologico e sull’ansia, sfruttando, sempre con intelligenza, ambienti, suoni e musiche, anche grazie alle ottime interpretazioni dei due protagonisti, Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

Una storia un po’ povera e ripetitiva è l’unico vero difetto che ho riscontrato in Backrooms. Ma siamo comunque in un contesto horror e, prima di tutto, il film deve riuscire a instillare inquietudine e paura. E, almeno per quanto mi riguarda, ci riesce pienamente.

La monotonia claustrofobica e la costante sensazione di pericolo mi hanno intrattenuto per tutta la durata del film, e sono convinto che questo sia soltanto il “primo livello” di Backrooms.

Se il pubblico risponderà presente e il film andrà bene al botteghino, questa potrebbe essere soltanto la prima visita all’interno delle Backrooms. Perché la sensazione è che questa storia sia tutt’altro che finita.


VOTO POPCORNERD: 7/10

Cinema

Venezia 83: Tutti i vincitori di quest’anno

Si è chiusa il 12 settembre la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco l’elenco di tutte le pellicole e gli attori che sono stati premiati

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Venezia 83

Sipario calato sulla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo undici giorni di proiezioni, code all’Excelsior e toto-Leone impazzito fino all’ultimo, sabato 12 settembre la Sala Grande ha incoronato i vincitori dell’edizione 2026.

A consegnare i premi, la cerimonia di chiusura condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, aperta dalla voce di Francesca Michielin, mentre a decidere il palmarès del Concorso è stata la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.

Un’edizione che ha chiuso con un verdetto sorprendente e nettamente internazionale, capace di spiazzare pronostici e toto-scommesse fino all’ultimo secondo. Ecco tutti i premi, film per film.


Leone d’Oro per il miglior film

Vincitore: Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy

Il colpo di scena della serata porta la firma di May el-Toukhy, unica regista donna in un Concorso che quest’anno ne contava solamente una su ventuno titoli in gara.

Ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra, il film segue Marie (Mathilde Arcel), giovane domestica in procinto di sposare il ricco vedovo per cui lavora, mentre un segreto legato a una relazione clandestina con un soldato tedesco durante l’occupazione minaccia di far crollare la sua nuova rispettabilità. Il Leone d’Oro rende automaticamente il film selezionabile per la categoria Miglior Film Internazionale agli Oscar, secondo il nuovo regolamento dell’Academy.


Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria

Vincitore: Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) di Lee Chang-dong

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Il ritorno più atteso della Mostra è quello di Lee Chang-dong, che rimette piede in Concorso a Venezia 24 anni dopo Oasis e otto anni dopo l’acclamato Burning.

Possible Love intreccia le vicende di due coppie agli antipodi sociali – un operaio licenziato e sua moglie, una regista di documentari e il marito facoltoso – ispirandosi liberamente al Decalogo 10 di Kieślowski e al licenziamento di massa alla SsangYong Motor Company del 2009. Il film, con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong, arriverà su Netflix il 6 novembre.


Leone d’Argento – Premio per la miglior regia

Vincitore: Ilya Khrzhanovsky per Dau

Il regista russo, al centro di polemiche per la sua presenza al Lido legate alla posizione dell’Ucraina, ha dedicato il premio proprio alla popolazione ucraina, ricordando le oltre duemila persone coinvolte nella lavorazione del film, molte delle quali provenienti dall’Ucraina, dove è stata girata gran parte dell’opera.


Premio Speciale della Giuria

Vincitore: Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor

Unico documentario in Concorso, Naza porta la firma di due dei registi premi Oscar di No Other Land ed è costruito sulle testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, che descrivono i sistemi utilizzati per individuare i bersagli durante la guerra a Gaza; il titolo riprende un acronimo militare israeliano usato per indicare i danni collaterali attesi in un raid.

Il film, prodotto anche da The Guardian e basato su inchieste di +972 Magazine e Local Call, ha ricevuto la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra (circa venticinque minuti). L’esercito israeliano ha respinto le accuse di aver preso di mira deliberatamente i civili, sostenendo che le operazioni sono dirette contro Hamas e che vengono adottate misure per limitare le vittime civili.


Premio per la migliore sceneggiatura

Vincitore: Stéphane Brizé per Un bon petit soldat

Con questo undicesimo lungometraggio Brizé torna a esplorare l’oppressione nel mondo del lavoro dopo la trilogia composta da La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, questa volta dal punto di vista di una donna dirigente.

Alba Rohrwacher è Carla, neo-responsabile delle risorse umane di una grande azienda, divisa tra il compito di tutelare il benessere dei dipendenti e gli obiettivi di performance imposti dai vertici, fino a quando un caso di gestione tossica la mette di fronte a un bivio decisivo. Nel cast anche Vincent Lindon.


Coppa Volpi – Migliore interpretazione maschile

Vincitore: John Malkovich per Wild Horse Nine

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.

A settantadue anni Malkovich continua a scegliere ruoli tutt’altro che scontati: nella black comedy di Martin McDonagh, ambientata sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe di Pinochet, veste i panni di un anziano e decisamente poco convenzionale agente della CIA, accanto a un cast che include anche Sam Rockwell e Tom Waits.


Coppa Volpi – Migliore interpretazione femminile

Vincitrice: Mathilde Arcel per Woman Unknown

Un doppio colpo per May el-Toukhy: oltre al Leone d’Oro, il film porta a casa anche la Coppa Volpi grazie alla sua protagonista, che regge sulle spalle il dramma sommesso e teso di Marie, in bilico tra il passato che riaffiora e il ruolo di rispettabile signora di casa che sta cercando di costruirsi.


Premio Marcello Mastroianni (giovane attore o attrice emergente)

Vincitrice: Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal)

Nel film di Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti e costruito su un lungo lavoro di osservazione diretta compiuto dal regista e dalla co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec, un gruppo di giovani pazienti – tra disturbi alimentari, schizofrenia, lutti irrisolti e tentativi di fuga – convive tra crisi improvvise e momenti di leggerezza inattesa.

Khebizi fa parte del cast corale guidato da Zoé Monpart, in un racconto che affronta temi durissimi con un tono capace di restare, sorprendentemente, mai pesante.


Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

Vincitore: La Maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Il regista camerunese porta sullo schermo, con la propria madre Josette Kwanya nel ruolo principale, la storia di un’anziana donna di Yaoundé che sogna il ritorno dei sei figli emigrati in Occidente e finanzia in segreto la costruzione di una casa per accoglierli.

Il legame inatteso che stringe con Sarah, una giovane vicina di casa, finirà per mettere in discussione tutto ciò su cui aveva costruito la propria esistenza.


Orizzonti – Miglior film

Vincitore: Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni

Il duo belga-francese, già autore di Une vie démente e Le Syndrome des amours passées, firma una commedia romantica dai toni western tanto libera quanto spiazzante: Diane scopre che sua madre ha subito una violenza tre anni prima della sua nascita e decide di vendicarla, mentre la madre vuole solo lasciarsi il passato alle spalle. Nel cast Ninon Borsei, coprodotto anche dai fratelli Dardenne.


Orizzonti – Migliore interpretazione maschile

Vincitore: Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia

Nell’opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ex assistente di Luca Guadagnino, Scamarcio interpreta Dario, padre di un bambino con una grave disabilità che, senza volerlo, comincia a proiettare sul nipote adolescente l’immagine del figlio che avrebbe voluto avere.

Un ruolo che l’attore ha definito segnato dalla propria esperienza di padre, in un film che arriverà nelle sale italiane dal 17 settembre distribuito da Medusa.

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Cinema

The Invite: quattro personaggi in cerca d’amore

La recensione della commedia degli equivoci firmata da Olivia Wilde. Una brillante situazione teatrale che indaga il diverso amore di coppia.

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Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!

Già si respira teatro dopo la prima risata in sala causata da un innocente cartello riportante una delle frasi sull’amore più iconiche del grande Oscar Wilde. Non a caso la dimensione di remake dalla quale arriva The Invite nasce nel segno di un film (Sentimental, 2020) a sua volta tratto proprio da un opera teatrale. La situazione matura però attraverso un inferno produttivo, con cambi di registi e attori che infine portano Olivia Wilde a dirigere e recitare tutta la pellicola.

D’altronde, chi meglio di un’attrice può capire il teatro? Ormai condivido sempre di più il pensiero formulato dal grande Carmelo Bene a proposito dei critici. Il grande scrittore di scena e attore italiano mal sopportava chiunque provava a dare senso a ciò che veniva rappresentato sul palcoscenico, ritenendo che “il vero critico fosse l’artista stesso”.

Ne consegue dunque uno sguardo molto attento a chi, come l’immenso Woody Allen, mette sempre in difficoltà giornalisti che si riempiono la bocca cercando di tirare fuori qualche domanda per un’intervista. Dopo La rivincita delle sfigate e Don’t worry Darling, la Wilde adotta una matrice comica che rimanda appunto ad Allen, costruendo una commedia di equivoci molto intelligente.

Crescendo

La prima immagine ha come protagonista la musica ed è alquanto desolante: un gruppo di giovani studenti intenti a provare un brano per una recita, con un professore dal volto rassegnato che già intravede il pessimo risultato finale. L’insegnante Joe, interpretato da Seth Rogen, viene presentato con momenti in cui regna il silenzio.

Si tratta di uno schema ben delineato: gli strumenti musicali arrivano solo quando è tempo di ricordare la grande citazione di Wilde, ovvero quando si entra nella casa di una coppia sposata che, puntualmente, inizia a litigare.

Con una figlia di dodici anni e un matrimonio altrettanto lungo, Joe e Angela (interpretata da Olivia Wilde) utilizzano qualsiasi elemento presente a schermo per cominciare una discussione, facendo involontariamente partire un’intera orchestra musicale dominata da strumenti a corda che rimbombano nelle orecchie dello spettatore, con un crescendo che enfatizza il rumore e la gravità del litigio.

Improvvisamente, tutto si ferma. La musica assordante e le voci della coppia vengono spente da un altro suono, come quello del campanello di casa, che riporta tutti (attori e pubblico) alla narrazione lineare.

Da sinistra: Angela (Olivia Wilde), Joe (Seth Rogen), Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton)

Una stanza per discutere

Nel presentare gli ospiti dell’invito rimarcato dal titolo, l’intera infrastruttura del film diventa ancora più paradossale. Piña (interpretata da Penélope Cruz) e Hawk (interpretato da Edward Norton) sono l’opposto di Joe e Angela: una coppia che sa comunicare, in sintonia e che capisce le necessità dell’altro.

La loro intesa è il motore che alimenta Joe nel cercare una discussione più critica, mentre Angela cerca in tutti i modi di portare a casa una bella figura dalla serata con i vicini. I dialoghi sono brillanti in ogni situazione: Olivia Wilde non trascura nessun oggetto o condizione della messa in scena per intrecciare una sceneggiatura seminata di indizi, che diventano primari e si ricollegano ad ogni scena in maniera mirabile e a volte inaspettata.

Tappeti, formaggi, specchi, colori del bagno, pianoforti: ogni elemento viene usato per accendere una frase in una serata altrimenti dominata dall’imbarazzante silenzio.

Al comando delle emozioni

Nella seconda parte del film, quando il pubblico sembra aver imparato a riconoscere lo schema comico, Olivia Wilde rompe totalmente le fondamenta costruite ampliando lo spettro emozionale dei personaggi e degli spettatori.

Quella che doveva essere una cena con l’obbiettivo di superare l’iniziale imbarazzo si trasforma in una situazione al limite dell’assurdo. Le risate della sala vengono interrotte da momenti in cui regna l’ansia, la paura, poi l’eccitazione ed infine la commozione.

La sceneggiatura si arricchisce, il dialogo lascia momentaneamente maggior spazio al movimento di camera, al gesto e agli sguardi fra attori. Si aggiungono i monologhi e le riflessioni che modellano l’espressione del pubblico trasformando i sorrisi in facce sconvolte ed invitate alla serietà.

Perfino l’alchimia delle due coppie viene ribaltata: il chiasso degli strumenti incombe questa volta su Piña e Hawk, mentre la comunicazione fra Joe e Angela diventa per qualche istante chiara in maniera quasi casuale.

Questo cambio di registro è ben congeniato, nonostante in alcuni momenti le classiche fasi della commedia degli equivoci tornino alla ribalta in maniera troppo rapida, indebolendo il coraggioso ribaltamento della pellicola.

Giù il sipario

Tutte le verità vengono a galla nella parte finale: non si tratta però di misteri da dover risolvere, quanto di dire ciò che si pensa all’altro e fare letteralmente una seduta psicologica di coppia con l’obbiettivo di mettere in risalto i problemi concepiti da entrambe le parti.

Come per l’iniziale sinfonia di strumenti, questa volta è il silenzio che trasporta il pubblico in un momento distaccato da tutta la storia. Interi minuti dedicati a riflettere sul percorso che ha portato Joe ad essere così cinico ed Angela a cercare il costante consenso da parte di tutti.

Non ci sono risoluzioni immediate, ma tutti si rendono conto che la luce dell’amore e della felicità nella coppia si è spenta. I titoli di coda arrivano solo nel momento di questa maturazione, e la sensazione dello spettatore è ancora una volta paradossale, poiché si ritrova a porsi domande e a commuoversi dopo aver riso per decine di minuti a questo inferno chiamato matrimonio.

Con The Invite, Olivia Wilde si riconferma dunque una brillante regista, nonché attrice, che capisce profondamente la dimensione teatrale e il modo in cui la si può trasferire nel cinema con eleganza, elaborando dialoghi e regia in maniera eccellente. Forse è davvero nata una nuova grande stella a Hollywood, con la forza e il coraggio di lanciare su schermo paradossi in grado di stuzzicare con sorpresa tutte le emozioni del pubblico.


VOTO POPCORNERD: 8 / 10

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Cinema

Roofman: Recensione – Channing Tatum, McDonald’s e la storia vera più assurda dell’anno

L’incredibile storia vera di Roofman, il ladro di McDonald’s, interpretato da Channing Tatum nell’omonimo film che potete trovare su Prime Video

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(Piccola premessa prima di iniziare: spoilererò un po’. Quindi uomo avvisato mezzo salvato!)

Stavo cercando un crime movie per svoltare la serata morta, uno di quelli classici con le rapine in banca, le maschere fighe e le sparatorie alla Heat. Poi con il telecomando in mano mi compare il ricordo del messaggio di Doc. G, il caporedattore di PopcorNerd, in cui consigliava caldamente questo titolo, e fidandomi del suo fiuto da puro segugio di bei film mi sono ritrovato a guardare Channing Tatum che si cala dal soffitto di un McDonald’s per rubare l’incasso. E la cosa più folle di tutta questa faccenda? È una fottutissima storia vera.

Ed eccomi qui con la recensione di Roofman, un film che ti fa capire in modo cristallino quanto la realtà riesca sempre a superare anche la sceneggiatura più assurda che a Hollywood possano mai partorire. Se pensavate di aver visto il picco delle truffe con Prova a prendermi, preparatevi a rivalutare il concetto di genialità criminale (e di disagio).

Roofman: L’incredibile storia vera di Jeffrey Manchester

Il Roofman di Channing Tatum a confronto con quello reale

Partiamo dal presupposto che il protagonista, Jeffrey Manchester, non è il classico criminale spietato. È un ex ufficiale dell’esercito che ha deciso di svoltare la propria vita svaligiando i fast food (adoro quando si va contro il sistema dei fast food), passando rigorosamente dai condotti di aerazione del tetto. Niente armi spianate in faccia ai clienti, niente spargimenti di sangue. Il tizio si calava dal soffitto, svuotava la cassaforte, chiudeva i dipendenti nella cella frigorifera dicendo loro di coprirsi bene per non prendere freddo, e se ne andava.

Channing Tatum in questo ruolo è semplicemente perfetto. Riesce a darti quell’aria da cucciolone smarrito con un fisico da marines atletico, un criminale così gentile ed eccentrico che, per quanto tu sappia che stia sbagliando, finisci irrimediabilmente per tifare per lui.

Ma se pensate che la parte dei furti ai McDonald’s sia il picco del film, vi sbagliate di grosso. Il vero capolavoro di assurdità di questo film esplode nella seconda metà. Dopo essere stato beccato ed essere finito in prigione, il nostro genio evade e decide che il posto migliore in cui nascondersi per non farsi trovare dalla polizia è… un Toys “R” Us. Sì, esatto, il negozio di giocattoli.

Manchester si crea un appartamento segreto dietro gli scaffali delle biciclette, nutrendosi di omogeneizzati rubati e scorrazzando di notte sui tricicli per bambini per tenersi in forma. Sembra una gag tirata fuori da una commedia demenziale, e invece è tutto tristemente e magnificamente reale. E questa cosa mi ha gasato follemente senza capire perché.

Il regista Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un Tuono), che di solito ci ha abituati a mattonate emotive pesantissime, qui fa un lavoro pazzesco. Riesce a bilanciare la commedia surreale della situazione con una malinconia di fondo inaspettata. Perché, in mezzo a questo delirio tra pupazzi e patatine fritte, Jeffrey finisce pure per prendersi una cotta per Leigh, una dipendente del negozio (una Kirsten Dunst sempre sul pezzo), iniziando a lasciarle regali senza farsi vedere. È una specie di Fantasma dell’Opera, solo che invece di vivere nei sotterranei di un teatro parigino, vive tra i Lego e i peluche. Al fianco di Tatum c’è anche l’immancabile Ben Mendelsohn, che ormai ha la faccia da poliziotto disilluso o da cattivo impressa a fuoco nel DNA, ma che in questo film è il Pastore Ron Smith che accoglie Jeffrey nel suo gruppo parrocchiale, e che fa da perfetto contrappeso alla follia del protagonista.

Channing Tatum and Kirsten Dunst star in Paramount Pictures’ “ROOFMAN.”

In definitiva, Roofman non è il solito film di rapine. È una storia che oscilla tra il thriller anomalo e la commedia grottesca, tenuta in piedi da un Channing Tatum in stato di grazia che si diverte un mondo a interpretare questo ladro gentiluomo e disadattato (un po’ mi rivedo in questo personaggio soprattutto perché in realtà sono disagiato come lui).

Non ci sono esplosioni pazzesche o draghi che sputano fuoco come nelle serie che ho recensito ultimamente, ma c’è un livello di assurdità umana che ti incolla allo schermo fino ai titoli di coda (e questa cosa non mi succedeva da tempo).

Gran bel consiglio, Doc. G. La prossima volta che entrerai in un McDonald’s sono sicuro che guarderai il soffitto per provare a fare anche tu una rapina. Oh scherzo non farlo!

Potete trovare Roofman tra i titoli del catalogo Prime Video!


VOTO POPCORNERD: 7.5/10

(Omogeneizzati e tricicli)

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