Recensioni e Speciali
The Corny Awards: le nostre 5 serie TV preferite del 2025
Apple TV conferma la sua leadership in termini di originalità e qualità con serie innovative e coinvolgenti come Pluribus e ritorni tanto attesi come Severance
Pubblicato
2 settimane agoil
Quante ore abbiamo passato davanti a uno schermo quest’anno guardando le nostre serie preferite? Tante, forse troppe. Non abbastanza, comunque, per poter guardare ogni serie TV pubblicata in questi dodici mesi. Ed è per questo che quella che segue non è una classifica assoluta, bensì un ranking che si applica alle serie che noi abbiamo guardato quest’anno.
In questo articolo proponiamo quindi la top 5 delle serie TV del 2025, secondo popcornerd.it.
Questo è The Corny Awards: le nostre 5 serie TV preferite del 2025.
5. Peacemaker, stagione 2
Questa seconda stagione ha inizio con una scoperta che cambierà le sorti di Chris: il portale multidimensionale, che gli dà accesso ad altre 99 realtà parallele alla sua, lo porta in un universo nel quale suo padre, The White Dragon, e suo fratello sono vivi, e i tre insieme formano un trio di supereroi rispettati e benvoluti da tutti. È in questo limbo multidimensionale che i due Peacemakers, provenienti da universi diversi, si scontrano, e il secondo – quello dell’universo parallelo – ha la peggio.
Dopo giorni passati a riflettere su quanto la sua vita sia allo sbando – non è visto come un vero supereroe dalla Justice League e Harcourt non ricambia i sentimenti che lui prova per lei – Chris decide di andare a vivere nell’altra dimensione, visto che ora c’è un “posto vacante” come Peacemaker.
Questa decisione detta gli avvenimenti dell’intera stagione tra colpi di scena e momenti esilaranti.
4. Stranger Things vol. 1 & vol. 2, stagione 5
La serie che tutti aspettavano. Finalmente tutte le domande, come cos’è il Sottosopra e qual è l’obiettivo di Vecna, otterranno una risposta. Come anticipato dai Duffer Brothers, sarà un Natale che non dimenticheremo.
Volume 1 (episodi 1-4) e Volume 2 (episodi 5-7) ci hanno dato un assaggio di un finale tanto atteso e, per questo, la serie si guadagna la quarta posizione in classifica. Non l’abbiamo inserita sul podio perché è ancora in corso e merita una valutazione più approfondita una volta conclusa.
Disponibile su Netflix.
3. Pluribus, stagione 1 🥉
Carol Sturka è una delle pochissime persone immuni a un misterioso “virus” che ha colpito quasi tutta la popolazione mondiale. Fa tutto ciò in suo potere per far tornare le cose com’erano.
Non vogliamo svelare troppo su questa nuova serie targata Apple TV, creata da Vince Gilligan, il nome dietro Breaking Bad. Possiamo però dire che Pluribus non manca di originalità né di momenti di autentica suspense. Guardatela.
Disponibile su Apple TV.
2. The Bear, stagione 4 🥈
Il ristorante lotta per sopravvivere alla scadenza imposta da zio Jimmy, mentre Carmy affronta una crisi personale e professionale tra la pressione della stella Michelin e recensioni contrastanti. Intanto il percorso di crescita di Richie, Sydney e Marcus culmina in un intenso episodio che fa da preludio a tanti cambiamenti.
Il tema della famiglia è fondamentale in questa quarta stagione ed emerge con forza nel settimo episodio, Bears. Carmy, Richie e gli altri partecipano a un matrimonio che diventa un momento di confronto sincero, dove verità nascoste vengono a galla e ferite aperte iniziano a guarire.
È un episodio intenso e intimo, che rallenta il ritmo per concentrarsi sui personaggi e sui loro legami. La reunion dei Bears è un momento di pura magia, capace di emozionare e ricordarci perché questa serie riesce a colpire così nel profondo.
Disponibile su Disney+.
1. Severance, stagione 2 🥇
Per chi non la conoscesse, Severance (Scissione) racconta la storia di una compagnia che separa chirurgicamente i ricordi dei dipendenti tra vita lavorativa e vita privata, dando vita a un inquietante esperimento sull’identità, il controllo e il libero arbitrio.
Descrivere la seconda stagione in poche righe è davvero un’impresa ardua. In questi 10 episodi otteniamo finalmente alcune risposte (non troppe, ma abbastanza per non impazzire) alle domande lasciate in sospeso dal finale al cardiopalma della prima stagione.
Non siamo sicuri di quanto possiamo rivelare, nel caso alcuni di voi non l’abbiano ancora vista: sarebbe davvero un peccato spoilerarvi questa serie. Quello che possiamo dire, però, è che se siete alla ricerca di una storia ricca di suspense, misteri e domande… l’avete trovata. Severance vale sicuramente il prezzo dell’abbonamento mensile ad Apple TV.
Disponibile su Apple TV.
Un 2025 decisamente interessante.
Ed ora tocca a voi, i nostri lettori, farci sapere quali sono state le serie TV che hanno segnato il vostro 2025.
Grazie per aver letto questo speciale The Awards. Se l’articolo vi è piaciuto e volete leggere altri contenuti simili, continuate a seguire popcornerd.it.
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Netflix
Stranger Things 5: la fine di un’era televisiva a cui vogliamo dire grazie
Stranger Things 5 conclude il viaggio dei ragazzi di Hawkins iniziato quasi 10 anni fa su Netflix. Non è solo la fine di una serie TV, ma di un viaggio emozionante, tra alti e bassi, che ci fa rivolgere una sola parola ai Fratelli Duffer e al cast: grazie
Pubblicato
2 giorni agoil
10 Gennaio 2026Da
Marco Brix
La fine del 2025 e l’inizio del 2026 televisivi sono stati letteralmente monopolizzati dall’arrivo dell’attesissima quinta e ultima stagione di Stranger Things, l’opera dei fratelli Matt e Ross Duffer che, dopo dieci anni, hanno deciso di chiudere la loro storia dividendola in tre “atti”.
La prima parte è uscita il 27 novembre, con il rilascio dei primi quattro episodi; la seconda è stata pubblicata il 26 dicembre, includendo gli episodi 5, 6 e 7; il gran finale, invece, è arrivato il 1º gennaio 2026, con una puntata conclusiva della durata di oltre due ore.
Stranger Things: dove eravamo rimasti
Siamo nel 1987 e assistiamo alle ripercussioni degli eventi che hanno chiuso la quarta stagione. Hawkins è ora una città militarizzata: le autorità hanno ufficialmente attribuito la distruzione a un terremoto, ma in segreto conducono esperimenti sia nella nostra realtà sia nel Sottosopra. L’obiettivo è inquietante: creare nuovi soldati dotati dei poteri di Vecna e Undici (Millie Bobby Brown).
Dall’altra parte ritroviamo i nostri protagonisti, ormai adolescenti, costretti non solo a sfuggire ai militari, ma anche a elaborare un piano per rintracciare e sconfiggere Vecna e le sue creature una volta per tutte, chiudendo definitivamente il Sottosopra. Una dimensione che, però, si rivelerà diversa da come l’abbiamo sempre immaginata: scopriremo infatti che funge da ponte verso una nuova realtà, chiamata l’Abisso, la vera casa di Vecna. È lì che tutto ha avuto origine ed è lì che tutto finirà. Proprio dall’Abisso, Henry tirerà i fili di un piano malvagio che culminerà nel tentativo di fondere Abisso e Terra in un’unica, terrificante realtà.
Personaggi, vecchi e nuovi, la vera anima della serie
La quinta stagione si concentra inoltre in modo profondo sui personaggi, da sempre il vero cuore pulsante della serie. Accanto al gruppo storico di amici, vengono introdotti nuovi volti che impariamo a conoscere e ad apprezzare; dalla sorella di Mike e Nancy, Holly, al goffo ma sorprendentemente carismatico Derek, fino alla spietata Dottoressa dell’esercito, Kay, interpretata da una sempre superba Linda Hamilton. A completare il quadro, il ritorno di Kali, la sorella di Undici, apparsa brevemente nella seconda stagione.
Holly, insieme ad altri bambini, diventa per diverse puntate una preda di Vecna, rivelandosi una pedina fondamentale del suo piano. La giovane affronta una vera e propria trasformazione: da bambina paurosa si evolve in una ragazza coraggiosa, sempre più consapevole dei propri mezzi.
La vera rivelazione della stagione, però, è senza dubbio Derek. Bambino inizialmente un po’ emarginato a causa del suo aspetto fisico, trova nell’essere scurrile e impertinente la sua armatura emotiva. Proprio questo atteggiamento diventa la sua forza, regalando, a mio parere, le migliori battute dell’intera stagione, rivolte a Vecna.
Passa invece in secondo piano Undici, che per gran parte della stagione perde il ruolo di personaggio centrale, salvo poi riprenderselo prepotentemente nell’ultima parte dell’episodio conclusivo. Il focus narrativo torna infatti su Will (Noah Schnapp) il personaggio da cui tutto è iniziato.
Dopo aver perso centralità nel corso delle stagioni (se si esclude il legame con il Mind Flayer), i Duffer scelgono di riportarlo al centro della storia, permettendoci di scoprire un suo lato intimo che nella quarta stagione avevamo solo potuto intuire.
Questo percorso culmina in un discorso toccante ed emozionante, pronunciato davanti ai suoi affetti più cari, poco prima della battaglia decisiva. Una scelta narrativa che non ha convinto tutti, giudicata da alcuni anacronistica, ma che secondo me arriva nel momento perfetto: Will si libera finalmente delle sue paure, ovvero dell’unica arma che Vecna può usare per manipolarlo. Senza paura, Will diventa l’elemento imprevisto, l’arma in più che Vecna non aveva calcolato: lo Stregone di D&D.
Sono strutturati con grande cura anche tutti gli altri rapporti, che si assestano gradualmente nel corso della stagione per trovare poi una degna conclusione.
Dustin (Gaten Matarazzo) parte cupo e attaccabrighe, quasi distante dal gruppo, ancora segnato dal lutto mai superato per Eddie. Grazie soprattutto ai confronti con Steve (Joe Keery), riesce però a riavvicinarsi a lui, ricostruendo quella coppia che abbiamo imparato ad amare.
Hopper comprende finalmente che Undici non potrà essere protetta per sempre e che dovrà, prima o poi, affrontare da sola decisioni difficili.
Nancy e Jonathan, invece, riescono finalmente a dirsi tutto ciò che non hanno mai sopportato l’uno dell’altra. Realizzano che a tenerli uniti non era più l’amore, ma gli eventi catastrofici vissuti negli ultimi anni, e arrivano persino a una sorta di “non proposta” di matrimonio mentre, letteralmente, il mondo intorno a loro sta crollando.
La storia di Henry prima di divenire Vecna, meritava più spazio nella serie?
L’unico aspetto su cui, forse, la serie non si sofferma a dovere è il passato di Henry (Jamie Campbell Bower), prima di diventare cavia del dottor Brenner e, successivamente, Vecna.
Il suo passato ci viene raccontato attraverso alcuni flashback nella quarta stagione, ma in questa quinta non viene approfondito quanto avrebbe meritato. Scopriamo che nella sua mente si nascondono ricordi traumatici, trasformati in veri e propri luoghi rifugio, ma la loro introspezione resta piuttosto superficiale, se non in un breve momento a metà stagione.
Al contrario, questo lato viene analizzato in maniera molto più approfondita nello spettacolo teatrale, rivelatosi canonico e fondamentale per comprendere appieno la sua storia. Un aspetto che è stato anche oggetto di critiche da parte di molti spettatori, che hanno imputato ai fratelli Duffer la scelta di non portare sullo schermo quanto mostrato sul palco, privando così la serie di un quadro completo della psicologia di Henry.
Perché Henry/Vecna è, a suo modo, anche una vittima: vittima del Mind Flayer, degli esperimenti e dei traumi infantili che hanno reso la sua anima fragile e plasmabile. Invece di opporsi, però, ha ceduto al fascino del male, convinto di diventare più potente, finendo per diventare inevitabilmente ancora più solo.
Alla fine, il vero motore di tutta l’opera è l’amicizia. Quell’amicizia che nasce tra i banchi di scuola e si rafforza con il tempo; che può sbocciare su un’altalena, diventare eterna durante una partita di Dungeons & Dragons o trasformarsi, col tempo, in amore. Perché, come già detto, la vera forza di Stranger Things non sono mai state solo le atmosfere anni ’80 o l’azione: la sua vera forza sono sempre stati i personaggi. Personaggi ai quali ci siamo affezionati, con cui abbiamo empatizzato e nei quali, forse, ci siamo anche riconosciuti.
Capitolo 8: la battaglia finale e un epilogo… commovente
Proprio per questo l’ultimo episodio si concentra sì sulla battaglia finale, forse un po’ sbrigativa, ma dedica quasi metà della sua durata alla conclusione e al commiato dei protagonisti. A mio parere, si tratta di un finale perfetto ed emozionante: una vera e propria lettera d’amore dei fratelli Duffer alla loro “creatura” e a noi spettatori che, per dieci anni, li abbiamo seguiti, attesi e amati.
Sono passati 18 mesi dagli eventi della battaglia finale. Hawkins è tornata alla normalità, senza più militari o basi a fare da sfondo alle strade della cittadina. Per i nostri ragazzi è arrivato il momento di lasciare l’adolescenza ed entrare nel mondo degli adulti. Sul tetto della radio del paese, Nancy, Robin, Steve e Jonathan si raccontano le loro nuove vite, lasciando intendere come i rapporti tra loro, complice la distanza, non siano più così frequenti. In una scena bellissima e malinconica, tra ricordi e sfottò, si promettono di incontrarsi almeno una volta al mese. Sappiamo tutti, loro per primi, che sarà una promessa difficile da mantenere: la vita prende spesso strade diverse e il tempo, gli impegni e le priorità non sempre giocano a nostro favore.
Ci sono poi altri protagonisti chiamati ad affrontare un’ultima grande sfida. Questa volta, il “nemico” è crescere.
Dopo aver ricevuto i diplomi, i nostri amici devono intraprendere il viaggio che li trasformerà in uomini e donne, ma non prima di aver concluso un’ultima partita a D&D. Il cerchio si chiude dove tutto è iniziato: nella stessa tavernetta in cui li avevamo visti per la prima volta sei anni prima. Qui Mike (Finn Michael Wolfhard), da vero Dungeon Master, immagina e racconta il futuro dei suoi amici: Max (Sadie Sink) e Lucas (Caleb McLaughlin) insieme come coppia, Dustin al college a fare ricerca, Will finalmente libero di vivere la vita che sogna, e lui stesso ancora intento a narrare storie.
C’è però un’ultima storia che Mike decide di raccontare: quella di Undici. Vuole credere che sia sopravvissuta all’esplosione finale del Sottosopra e che stia vivendo lontano da Hawkins, alla ricerca della propria indipendenza. In un emozionantissimo scambio di sguardi, tutti decidono di credere insieme a lui. Il tutto si chiude con lo sguardo malinconico ma sereno di Mike, mentre osserva il passaggio di consegne al tavolo di D&D, dove ora siedono Holly, Derek e altri nuovi amici, pronti a vivere nuove avventure.
Un viaggio lungo dieci anni che mi ha commosso ed emozionato. Perché, in fondo, la vita è davvero una gigantesca partita a Dungeons & Dragons: le sfide non mancano mai e non sempre i dadi sono dalla nostra parte.
Comics
Absolute Martian Manhunter – Martian Vision di Camp e Rodríguez
Parte del piano editoriale della linea DC Absolute e forse tra i meno discussi, all’ombra di Absolute Wonder Woman e Absolute Batman
Pubblicato
2 giorni agoil
9 Gennaio 2026
Absolute Martian Manhunter – Martian Vision è una rivisitazione psichedelica del personaggio DC Comics a cura del duo Camp – Rodríguez, che ha debuttato negli Stati Uniti con la prima issue il 26 marzo 2025. Ne parliamo solo ora perché è stato pubblicato da poco il primo volume, che raccoglie l’intero primo arco narrativo.
Una premessa importante
Prima di entrare nel vivo della recensione, mi sembra doveroso chiarire un punto: prima di leggere questo volume non conoscevo Martian Manhunter e, di conseguenza, non avevo mai letto nulla che lo riguardasse. Per questo, cari lettori, mi perdonerete se nel corso dell’articolo non mostrerò lo stesso entusiasmo che una parte consistente del fandom fumettistico ha espresso nei confronti di questo fumetto.
Prima di mettermi a scrivere ho fatto qualche ricerca sul personaggio e sulla sua storia editoriale. Ho scoperto che Martian Manhunter è spesso definito il “cuore e l’anima” della Justice League. Originariamente noto come J’onn J’onzz, è uno scienziato e pacificatore marziano che, a causa di un errore, viene teletrasportato sulla Terra. Qui assume sembianze umane, nello specifico quelle dell’agente di polizia John Jones, conducendo una doppia vita divisa tra il ruolo di detective e quello di ultimo sopravvissuto della sua razza.
Per quanto riguarda le letture consigliate per familiarizzare con il personaggio, Internet sembra piuttosto unanime nel suggerirne una in particolare: Martian Manhunter (1998–2001) di John Ostrander e Tom Mandrake, spesso definita la vera e propria “Bibbia” del personaggio. Una run che bilancia l’anima da detective noir di J’onn J’onzz con una fantascienza di alto concetto, approfondendo il suo passato su Marte, la celebre “paura del fuoco” e introducendo il suo inquietante fratello, Malefic.
Non è, almeno sulla carta, il tipo di storia che sento immediatamente nelle mie corde. Ma cerco di non giudicare un libro dalla copertina: prima o poi le darò una possibilità. Non si sa mai.

Absolute Martian Manhunter vol. 1
Il team creativo
Prima di addentrarci nella trama e nella mia personale disamina di questo primo volume, è utile soffermarsi sugli autori dell’opera. La sceneggiatura è affidata a Deniz Camp, già autore di titoli come The Ultimates, Assorted Event Crisis e Ultimate Endgame. Alle matite troviamo invece Javier Rodríguez, artista spagnolo che ha lavorato su serie come Doctor Strange and the Sorcerers Supreme e Spider-Woman.
Camp sembra essere un po’ ovunque ultimamente, mentre lo stile di Rodríguez è… interessante, diciamo così. Un duo che, nel bene o nel male, suscita curiosità. Poco ma sicuro.
La trama
Nel cosiddetto Absolute Universe, l’agente dell’FBI John Jones è poco più che un passeggero della propria esistenza. La famiglia, il lavoro, ogni suo gesto quotidiano si muovono all’interno di una routine alla quale si è votato senza più metterla in discussione. Le passioni che un tempo lo animavano sono ormai spente, sostituite da un senso del dovere freddo e meccanico.
A seguito di un evento traumatico, un’entità aliena incorporea si insinua nella sua mente, risvegliandolo a verità emotive che aveva sepolto da tempo: quelle della sua stessa realtà interiore e dei mondi che ogni essere umano porta dentro di sé. Insieme, John e il “Marziano” si trovano a dover salvare il mondo da una forza maligna che spinge l’umanità a cedere ai propri impulsi peggiori.
Ne nasce una vera e propria Guerra dei Mondi combattuta sul piano psichico, in cui ogni mente diventa un regno da conquistare.
Un fumetto che.. osa un po’ troppo (o forse no?)
Dopo aver esposto trama e sinossi, è il momento di entrare nel merito e provare a tirare le somme su questo primo volume.
Da un lato, non conoscendo il personaggio, non sono riuscito a cogliere appieno le differenze tra il Martian Manhunter della tradizione classica e questa versione Absolute. È probabile che una parte del fascino di questa rivisitazione mi sia inevitabilmente sfuggita, soprattutto per chi ha maggiore familiarità con il personaggio. Allo stesso tempo, però, questa totale mancanza di background si è rivelata anche un vantaggio. Non avendo mai letto nulla di Martian Manhunter, ho potuto affrontare la lettura senza preconcetti e senza “bias”, un aspetto che può incidere in modo significativo sul giudizio finale, soprattutto quando ci si trova davanti a un’opera così poco convenzionale.
E quando parlo di “non convenzionale” mi riferisco in particolare ai disegni di Javier Rodríguez, che risultano visivamente molto interessanti. Layout spesso “impossibili”, un uso ragionato di forme e colori e una costruzione della tavola che si sposano perfettamente con la natura dell’entità aliena che vive nel protagonista, e con la sua difficoltà nel comprendere il mondo in cui è stato catapultato.
A questo si affianca una scrittura di Deniz Camp estremamente efficace, capace di trasmettere al lettore la confusione, l’urgenza e quello stato di ansia costante in cui il protagonista si trova intrappolato a causa del suo nuovo modo di percepire la realtà. Un mondo che John Jones non vede più con occhi umani, ma filtrato attraverso lo sguardo del marziano: da qui, non a caso, il titolo del volume, Martian Vision.
In più di un’occasione, tavole e dialoghi risultano volutamente confusi, al punto da far provare al lettore la stessa disorientante percezione vissuta dal protagonista, soprattutto nei momenti più concitati e di maggiore suspense.

Tavola tratta da Absolute Martian Manhunter #1
Detto questo, devo però ammettere di aver fatto un po’ di fatica a seguire i dialoghi, proprio a causa della struttura estremamente non convenzionale delle tavole. Un approccio che mi ha ricordato, forse un po’ troppo, il Doctor Strange disegnato da Tradd Moore: anche in quel caso, una bellezza visiva indiscutibile, ma accompagnata da una lettura tutt’altro che immediata.

Doctor Strange di Tradd Moore
Conclusione
Absolute Martian Manhunter – Martian Vision è un volume che osa molto, catapultando il lettore nella mente di un protagonista che osserva il mondo da un punto di vista alieno e, proprio per questo, spesso confuso e destabilizzante. Camp e Rodríguez sfruttano al massimo le potenzialità del medium visivo per raccontare una storia che riflette sulla natura umana e su un’entità che di umano ha ben poco, concentrandosi sugli effetti della sua presenza e della sua influenza sulla società.
Nonostante le mie critiche sulla leggibilità e su una struttura che a tratti rende la lettura faticosa, si tratta di un fumetto che vale comunque la pena leggere, soprattutto per chi è in cerca di opere sperimentali del genere supereroistico.
VOTO POPCORNERD: 8.0/10
https://www.dc.com/blog/2025-12-05/absolute-martian-manhunter-shows-you-your-absolute-self
Recensioni e Speciali
Plur1bus: lo show sci-fi di Vince Gilligan che mette in dubbio l’individualità umana
Plur1bus è il nuovo serial televisivo di Apple TV+ creato da Vince Gilligan, che in poco tempo ha conquistato critica e telespettatori
Pubblicato
3 giorni agoil
8 Gennaio 2026Da
Doc. G
Come si crea una serie di fantascienza su un’invasione aliena, senza far vedere neanche un omino verde?
È un quesito che bisogna porre a Vince Gilligan, perché ha trovato con Plur1bus la formula perfetta per creare uno show sci-fi con effetti speciali ridotti all’osso e utilizzando gli stessi strumenti già visti nei suoi precedenti successi televisivi: regia eccezionale, conversazioni fitte di dialoghi, ritmi lenti ma calibrati, colpi di scena inaspettati, personaggi profondi e (ovviamente), come sfondo in cui si svolge la storia, la città di Albuquerque.
Per Gilligan, la città del New Mexico dove sono ambientate tutte le sue serie sembra quasi un feticcio, un porta fortuna, un pegno da pagare a causa di un patto con il diavolo che gli garantisca successo per tutto quello che crea.
Beh, Plur1bus è la nuova serie TV dello sceneggiatore e produttore televisivo, arrivato sul finire del 2025 su Apple TV+, e che ha sorpreso positivamente raccogliendo consensi e divenendo rapidamente un cult, come già era capitato con Breaking Bad, prima, e Better Call Saul, dopo.

Sembra quasi una battuta, visto il tema centrale che ruota intorno alla serie, ma Pluribus pare proprio aver messo d’accordo tutti. Ha già vinto agli AFI – American Film Institute Awards 2026 il premio come Programma televisivo dell’anno ed è in nomination ai Golden Globes 2026 e ai Critics Choice Award 2026 nelle categorie Miglior attrice in una serie televisiva drammatica (Rhea Seehorn) e Miglior serie televisiva drammatica.
Sin dall’annuncio c’era, quindi, molta curiosità intorno a questa serie che, per l’appunto, etichettata come genere fantascienza, avrebbe visto Gilligan uscire dalla sua comfort zone di serial drama per confrontarsi con qualcosa di nuovo.
Gran parte del merito va a un cast di altissimo livello, guidato da una Rhea Seehorn in stato di grazia nei panni della cinica e infelice scrittrice Carol Sturka, un personaggio decisamente diverso rispetto all’avvocato Kim Wexler di Better Call Saul.
Il titolo Plur1bus fa esplicito riferimento alla locuzione latina “E pluribus unum” (“da molti, uno”), sottolineando il tema centrale dello show: la tensione tra collettività totale e identità individuale.
Plur1bus: non tutte le invasioni aliene sono negative

La storia di Plur1bus è ambientata principalmente ad Albuquerque, nel New Mexico, e segue le conseguenze di un evento misterioso che coinvolge e trasforma la maggior parte dell’umanità.
A causa di un virus derivato da impulsi alieni captati da un osservatorio astronomico, quasi tutte le persone sulla Terra perdono la propria individualità. La quasi totalità della popolazione mondiale perde conoscenza, viene colpita da convulsioni e, pochi minuti dopo, si risveglia come parte di un’unica coscienza collettiva, un vero e proprio hive mind.
Questo fenomeno unisce tutti in una mente condivisa, eliminando dolore, conflitti e dissenso, ma cancellando anche individualità e libertà personale. Un’Apocalisse anticonvenzionale che risolve, di fatto, tutti i problemi che affliggono il pianeta. L’unico dazio da pagare è la perdita della propria personalità.
Tuttavia, alcuni esseri umani, dodici in totale, sono immuni alla trasformazione, e tra questi c’è Carol Sturka.

Carol ed Helen prima dell’epidemia
Scrittrice di successo di romanzi romantic-fantasy ma profondamente insoddisfatta sul piano personale, Carol torna ad Albuquerque insieme alla sua partner e agente Helen (Miriam Shor) proprio mentre l’epidemia esplode.
Nel caos, Carol perde Helen, che muore una volta infettata, e si ritrova sola in una città in cui tutti gli altri sono stati trasformati. Ed è qui che emerge un primo, inquietante dettaglio: non tutti gli esseri umani colpiti sopravvivono al virus. Una piccola parte della popolazione mondiale, qualche milione di persone, ne fa le spese morendo dopo l’infezione. Una selezione naturale spietata, ma considerata obiettiva e sostenibile dal punto di vista dei “convertiti”.
Carol ricomincia così una nuova vita, non più come scrittrice ma come sopravvissuta alla fine del mondo, in un contesto in cui le persone che la circondano ragionano, parlano e agiscono all’unisono, mettendosi completamente al suo servizio.
Una delle prime cose che Carol scopre, infatti, è proprio questa: gli “altri” non possono mai dire di no alle richieste degli immuni, qualunque esse siano. Qualsiasi cosa venga chiesta. Q-u-a-l-s-i-a-s-i.
L’obiettivo degli “altri” è comprendere perché, nel caso di Carol e delle altre undici persone, la conversione non abbia funzionato, e trovare una cura per loro, così da completare il piano di assimilazione totale della Terra.

Zosia interpretata da Karolina Wydra
Dopo la morte di Helen, al fianco di Carol arriva Zosia (Karolina Wydra), membro e portavoce degli “altri”, verso la quale la protagonista sviluppa una certa simpatia. Attraverso di lei, Carol scopre che questi esseri non sono violenti e che, coerentemente con la loro natura, sono sempre accondiscendenti nei confronti dei non convertiti. Tuttavia, le reazioni emotive più intense, come l’ira di Carol, possono avere effetti letali su di loro.
Da questa premessa, parte l’esplorazione del ‘nuovo mondo’ e la lotta di Carol per comprendere ciò che è accaduto, individuare una possibile soluzione per invertire il processo, scoprire i punti deboli del virus con l’obiettivo di preservare la propria individualità, resistendo alla pressione costante di un nuovo status quo che tenta di “integrare” ogni essere umano in un’unica coscienza collettiva.
Carol, Robinson Crousoe perfetta per un’invasione aliena targata 2025

Vince Gilligan, come in ogni suo show, pone le basi della trama nei primi episodi per poi concentrarsi sullo sviluppo quasi maniacale dei personaggi. A differenza dei ritmi della storia, che all’apparenza possono risultare anche lenti, i suoi protagonisti non sono mai banali.
Messі di fronte a ogni tipo di difficoltà, ragionano, si interrogano, maturano ed evolvono episodio dopo episodio.
In Plur1bus, Carol è l’assoluta protagonista; una moderna Robinson Crusoe dove al posto dell’isola deserta, deve sopravvivere in un mondo ricco di comodità, ma poverissimo di individualità.
La donna attraversa stati emotivi molto diversi: la sofferenza per la perdita della persona amata (unica figura cara), il disorientamento per una situazione da Ai confini della realtà in cui si ritrova coinvolta, la rabbia che la spinge a fissare un nuovo obiettivo, scoprire chi sono “gli altri” e come sconfiggerli per salvare il mondo.
Ma la Terra ha davvero bisogno di essere salvata? Non esistono più conflitti né violenza, tutti vivono in armonia e i pochissimi immuni hanno a disposizione un mondo intero per fare, letteralmente, ciò che vogliono. Quello che è accaduto ha portato all’Apocalisse o ha dato vita a una situazione di pacifica utopia?
Il percorso intrapreso da Carol è un viaggio di scoperta e di confronto con quella che si presenta come una civiltà proveniente da un altro mondo per carpire il senso delle loro azioni. A sua volta la ‘mente alveare’ entra in contatto con l’umanità attraverso i dodici superstiti: le loro richieste, i loro vizi, le loro domande e reazioni. Una civiltà che cerca di studiarli, capirli e di accontentarli.
L’eccezionale lavoro di Gilligan sui personaggi emerge anche attraverso alcune delle altre undici persone immuni che vengono mostrate, portatrici di punti di vista spesso diametralmente opposti a quelli di Carol.
È interessante osservare come lo sceneggiatore ipotizzi reazioni profondamente diverse di fronte a un’invasione aliena: non tutti rispondono allo stesso modo e molti finiscono per compiere scelte ambigue, grottesche o persino macabre.

l’edonista e spensierato Mr. Diabanté
Uno spirito di adattamento, direbbe qualcuno, che prende forma in due figure chiave e antitetiche: l’edonista e spensierato Mr. Diabanté (Samba Schutte), che si chiede «come potremmo non essere felici di un mondo senza oppressione, guerra e povertà?», e Manousos Oviedo (Carlos-Manuel Vesga), paraguaiano che sceglie di rimanere chiuso nella propria casa per gran parte della stagione, in completa solitudine, mentre il mondo oltre la sua porta è cambiato per sempre.

Manousos Oviedo, colui che non accetta quello che è successo, ma ci convive
Quando Better Call Saul incontra Ai confini della realtà
Come anticipato, gli effetti speciali in Plur1bus sono ridotti al minimo. Eppure, la sensazione costante di angoscia, ansia e isolamento generata dal confronto con qualcosa di paranormale permea l’intera serie, soprattutto quando si manifestano “gli altri”, Zosia in primis, senza mai mostrare mostri alla Alien, visitatori extraterrestri alla Incontri ravvicinati del terzo tipo o figure alla E.T.
È un modo di raccontare la fantascienza che richiama, in parte, i film e le serie classiche degli anni ’50 e ’60, dove l’immaginazione e le sensazioni contavano più dello spettacolo visivo.

La trama procede in maniera graduale, a volte così lenta da risultare quasi impercettibile e, in alcuni momenti, persino monotona. Ma è esattamente il tipo di narrazione a cui Gilligan ci ha abituati con Breaking Bad e, soprattutto, Better Call Saul.
Goccia dopo goccia, seme dopo seme, nulla accade per caso: ogni parola e ogni evento hanno un peso preciso. I colpi di scena ci sono, pochi ma decisivi, e determinano sempre ciò che verrà dopo. È questo il fascino di Plur1bus: anche quando sembra procedere con calma estrema, non permette allo spettatore di abbandonare la poltrona, spinto dal desiderio di scoprire cosa accadrà e come evolverà la storia.
Interessante è anche lo sviluppo della fase investigativa di Carol. Pur essendo una serie di fantascienza, Plur1bus evita la classica struttura a “scatola misteriosa” tipica del genere. Restano interrogativi sull’alveare, sulle sue motivazioni e sui suoi meccanismi, e per ogni dettaglio rivelato emerge immediatamente un nuovo quesito come ad esempio: animali ed altri esseri viventi, sono stati colpiti dal virus o è toccato solo all’umanità?
L’individualità vince sulla collettività o viceversa?
Sul piano sociale, Plur1bus esplora le conseguenze di un mondo completamente interconnesso: la redistribuzione equa delle risorse, la fine delle disuguaglianze estreme e, al tempo stesso, l’impossibilità di salvare un pianeta ormai prossimo al collasso.
Ancora più inquietante è l’annullamento della cultura: in una mente collettiva che ha già visto, letto e pensato tutto, la creatività individuale perde valore, trasformandosi in un prodotto indistinto e privo di gusto, richiamando inevitabilmente il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale.
Il quesito cinico e spietato che Gilligan pone allo spettatore è quindi questo: è giusto far prevalere la propria individualità, anche rischiando di scivolare in un individualismo aggressivo e di giustificare comportamenti egoistici come legittime rivendicazioni di libertà personale, rispetto a una collettività pacifica e armoniosa, ma uniforme, monotona e artificiale? La risposta potrebbe non essere così scontata.
Infine, la serie intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la solitudine. In un’epoca segnata dall’erosione dei legami comunitari, Plur1bus si propone come una riflessione disturbante e attualissima su cosa significhi davvero “stare insieme”, suggerendo che l’assenza di solitudine non coincide necessariamente con la presenza di umanità. Una condizione che, a un certo punto della stagione, investe anche Carol e che ha un impatto determinante sulle sue azioni future.
La vera domanda su Plur1bus: che direzione vuole prendere Gilligan?

Qualche considerazione finale sulla direzione che il creatore di Breaking Bad sembra voler intraprendere. L’impatto della prima stagione di Plur1bus sul pubblico è stato notevole e il finale porta Carol a una decisione che potrebbe rivelarsi definitiva.
Il dubbio principale riguarda proprio il futuro della serie: come proseguirà Gilligan nella prossima stagione, o nelle prossime stagioni? Oltre a una regia e a una fotografia di livello altissimo ammirabile all’interno di Plur1bus, lo sceneggiatore dovrà evitare il rischio di ripetitività e banalizzazione per portare a compimento uno show che potrebbe davvero eguagliare la fama delle sue opere precedenti, ma che potrebbe essere più difficile da gestire.
C’è infine un aspetto critico da non sottovalutare: secondo alcune dichiarazioni di Gilligan, la seconda stagione potrebbe arrivare addirittura nel 2028 inoltrato. Un’attesa estenuante che, ci si augura, venga ripagata da idee chiare, coraggiose e sorprendenti.
Perché guardare Plur1bus?

Plur1bus è una serie che mette al centro il significato stesso dell’umanità e della diversità del genere umano. Ogni persona è interessante, fastidiosa, simpatica o antipatica proprio perché diversa dalle altre. Ma l’individualità è sinonimo di creatività, genio e meraviglia, tanto quanto di contrasti, guerre e violenza.
Gilligan porta lo spettatore a riflettere, attraverso il personaggio di Carol, su una situazione in cui tutto questo scompare per lasciare spazio a una perfezione anonima.
Plur1bus non è una serie che cerca risposte semplici né consolazioni immediate. Vince Gilligan costruisce un racconto di fantascienza minimale solo in apparenza, che utilizza l’invasione aliena come strumento per interrogare lo spettatore su temi profondamente umani — libertà, identità, solitudine, responsabilità collettiva — senza mai abbandonare lo stile vincente maturato nel corso degli anni.
Se questa è solo la prima tappa del viaggio, Plur1bus ha già dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare una delle opere più ambiziose e disturbanti della televisione contemporanea. Resta ora da capire se Gilligan riuscirà a mantenere questa tensione morale e narrativa anche nelle stagioni future, trasformando l’attesa in qualcosa che valga davvero la pena vivere… individualmente.
VOTO POPCORNERD: 9/10

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