Recensioni
The Corny Awards: le nostre 5 serie TV preferite del 2025
Apple TV conferma la sua leadership in termini di originalità e qualità con serie innovative e coinvolgenti come Pluribus e ritorni tanto attesi come Severance
Quante ore abbiamo passato davanti a uno schermo quest’anno guardando le nostre serie preferite? Tante, forse troppe. Non abbastanza, comunque, per poter guardare ogni serie TV pubblicata in questi dodici mesi. Ed è per questo che quella che segue non è una classifica assoluta, bensì un ranking che si applica alle serie che noi abbiamo guardato quest’anno.
In questo articolo proponiamo quindi la top 5 delle serie TV del 2025, secondo popcornerd.it.
Questo è The Corny Awards: le nostre 5 serie TV preferite del 2025.
5. Peacemaker, stagione 2
Questa seconda stagione ha inizio con una scoperta che cambierà le sorti di Chris: il portale multidimensionale, che gli dà accesso ad altre 99 realtà parallele alla sua, lo porta in un universo nel quale suo padre, The White Dragon, e suo fratello sono vivi, e i tre insieme formano un trio di supereroi rispettati e benvoluti da tutti. È in questo limbo multidimensionale che i due Peacemakers, provenienti da universi diversi, si scontrano, e il secondo – quello dell’universo parallelo – ha la peggio.
Dopo giorni passati a riflettere su quanto la sua vita sia allo sbando – non è visto come un vero supereroe dalla Justice League e Harcourt non ricambia i sentimenti che lui prova per lei – Chris decide di andare a vivere nell’altra dimensione, visto che ora c’è un “posto vacante” come Peacemaker.
Questa decisione detta gli avvenimenti dell’intera stagione tra colpi di scena e momenti esilaranti.
4. Stranger Things vol. 1 & vol. 2, stagione 5
La serie che tutti aspettavano. Finalmente tutte le domande, come cos’è il Sottosopra e qual è l’obiettivo di Vecna, otterranno una risposta. Come anticipato dai Duffer Brothers, sarà un Natale che non dimenticheremo.
Volume 1 (episodi 1-4) e Volume 2 (episodi 5-7) ci hanno dato un assaggio di un finale tanto atteso e, per questo, la serie si guadagna la quarta posizione in classifica. Non l’abbiamo inserita sul podio perché è ancora in corso e merita una valutazione più approfondita una volta conclusa.
Disponibile su Netflix.
3. Pluribus, stagione 1 🥉
Carol Sturka è una delle pochissime persone immuni a un misterioso “virus” che ha colpito quasi tutta la popolazione mondiale. Fa tutto ciò in suo potere per far tornare le cose com’erano.
Non vogliamo svelare troppo su questa nuova serie targata Apple TV, creata da Vince Gilligan, il nome dietro Breaking Bad. Possiamo però dire che Pluribus non manca di originalità né di momenti di autentica suspense. Guardatela.
Disponibile su Apple TV.
2. The Bear, stagione 4 🥈
Il ristorante lotta per sopravvivere alla scadenza imposta da zio Jimmy, mentre Carmy affronta una crisi personale e professionale tra la pressione della stella Michelin e recensioni contrastanti. Intanto il percorso di crescita di Richie, Sydney e Marcus culmina in un intenso episodio che fa da preludio a tanti cambiamenti.
Il tema della famiglia è fondamentale in questa quarta stagione ed emerge con forza nel settimo episodio, Bears. Carmy, Richie e gli altri partecipano a un matrimonio che diventa un momento di confronto sincero, dove verità nascoste vengono a galla e ferite aperte iniziano a guarire.
È un episodio intenso e intimo, che rallenta il ritmo per concentrarsi sui personaggi e sui loro legami. La reunion dei Bears è un momento di pura magia, capace di emozionare e ricordarci perché questa serie riesce a colpire così nel profondo.
Disponibile su Disney+.
1. Severance, stagione 2 🥇
Per chi non la conoscesse, Severance (Scissione) racconta la storia di una compagnia che separa chirurgicamente i ricordi dei dipendenti tra vita lavorativa e vita privata, dando vita a un inquietante esperimento sull’identità, il controllo e il libero arbitrio.
Descrivere la seconda stagione in poche righe è davvero un’impresa ardua. In questi 10 episodi otteniamo finalmente alcune risposte (non troppe, ma abbastanza per non impazzire) alle domande lasciate in sospeso dal finale al cardiopalma della prima stagione.
Non siamo sicuri di quanto possiamo rivelare, nel caso alcuni di voi non l’abbiano ancora vista: sarebbe davvero un peccato spoilerarvi questa serie. Quello che possiamo dire, però, è che se siete alla ricerca di una storia ricca di suspense, misteri e domande… l’avete trovata. Severance vale sicuramente il prezzo dell’abbonamento mensile ad Apple TV.
Disponibile su Apple TV.
Un 2025 decisamente interessante.
Ed ora tocca a voi, i nostri lettori, farci sapere quali sono state le serie TV che hanno segnato il vostro 2025.
Grazie per aver letto questo speciale The Awards. Se l’articolo vi è piaciuto e volete leggere altri contenuti simili, continuate a seguire popcornerd.it.
Prime video
Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan
Recensione della miniserie Carrie, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e pubblicata da Prime Video nell’ottobre 2026.
Dicono che le migliori storie inizino dalla fine, e quella di Carrie White è una di queste.
Gli otto episodi che compongono la prima (e unica, al momento) stagione della miniserie Carrie sono un eccellente adattamento della storia originale, trasposta ai giorni nostri senza perdere lo stile narrativo di Stephen King e adattandolo, al tempo stesso, a un contesto moderno.
Prima di parlare dell’adattamento targato Prime Video, però, vorrei parlare brevemente del romanzo dal quale questa miniserie è tratta. La novel in questione è Carrie, il romanzo di debutto del leggendario scrittore horror Stephen King, pubblicato nel lontano 1974. Il romanzo racconta la storia di Carietta “Carrie” White, un’introversa ragazza vittima di bullismo e degli abusi domestici di una madre fanatica religiosa, che scopre di possedere incredibili poteri di telecinesi. Il romanzo fu così iconico da essere trasposto quasi subito sul grande schermo: nel 1976, il regista Brian De Palma ne realizzò Carrie – Lo sguardo di Satana.

Sissy Spacek interpreta Carrie in Carrie – Lo Sguardo di Satana
A distanza di cinquant’anni dalla prima pellicola dedicata allo strabiliante romanzo di King, Prime Video fa un regalo di Natale anticipato ai fan del maestro dell’horror con la miniserie Carrie, creata da Mike Flanagan, un nome ormai familiare quando si parla di adattamenti delle opere di Stephen King. Il regista ha infatti già portato sullo schermo Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017), Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (La vita di Chuck, 2024).
Non uno qualsiasi, insomma. E questo non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità per la miniserie di casa Amazon.
Il bullismo nell’era dei social media
Il tema cardine su cui si basa Carrie – sia nel libro che nella trasposizione di Flanagan – è il bullismo. Carrie è una ragazza timida, cresciuta sotto l’ingombrante ombra della madre, che ne controlla ogni aspetto della vita: dalla fede in Dio ai libri che la figlia può leggere. Quando Carrie entra in contatto con il mondo al di fuori della soglia di casa e, più nello specifico, con quello della scuola, si trova come un pesce fuor d’acqua. Questo suo essere “diversa” la rende un bersaglio facile per i bulli della scuola, che in questo caso non sono rappresentati dai classici ragazzi “più grandi e grossi”, bensì da un gruppo di ragazze che mette Carrie sotto un’enorme pressione sociale.

Il bullismo si è evoluto con l’avvento dei social media
Ed è qui che la reinterpretazione moderna di Flanagan fa la magia. Il regista traduce infatti il tutto in chiave contemporanea attraverso l’introduzione dei social media. Carrie viene presa in giro e costantemente ripresa con gli smartphone dai propri aguzzini, per poi finire su una pagina Instagram anonima a suo nome che, con il tempo, causerà danni irreversibili. Con questo espediente, Flanagan riesce a ruotare attorno a temi estremamente attuali come il cyberbullismo e il furto d’identità digitale, mostrando come questa piaga possa avere un ruolo centrale nella salute mentale degli adolescenti. Quella che una volta era semplice peer pressure tra le aule e i corridoi della scuola, oggi può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, difficile da controllare e potenzialmente molto più dannoso.
Il bullismo non finisce più quando suona la campanella: segue le sue vittime anche fuori da scuola, entra nelle loro case e, attraverso uno smartphone, può raggiungere centinaia o migliaia di persone in pochi secondi.
Sarebbe un teen drama qualsiasi se non fosse per i poteri di Carrie
Carrie segue la classica struttura dei teen drama, nella quale il protagonista, un personaggio schivo e introverso, deve fare i conti con il mondo che lo circonda e, spesso, questo avviene proprio nel contesto scolastico. Insomma, siamo abituati a storie di questo tipo, anche se sensibilizzare il pubblico su temi come il bullismo e la violenza non è mai scontato né ridondante.
Questa serie, però, pur presentandosi inizialmente come un teen drama, mette subito le cose in chiaro quando diventa evidente che Carrie non è un’adolescente qualsiasi. Nei primi episodi, infatti, la vediamo spesso alle prese con emozioni molto forti che, in qualche modo, risvegliano i suoi poteri telecinetici. Carrie, come viene poi definita, è una vera e propria forza della natura, un uragano, capace di sprigionare poteri psichici tanto incredibili quanto spaventosi. Ed è proprio questo elemento a fare da spartiacque tra il classico teen drama scolastico e la storia che tutti conosciamo.

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi
La componente horror della storia arriva sul finale, nella famosa scena del ballo di fine anno. Carrie ha ormai imparato a controllare i suoi poteri e, quando viene messa di fronte all’ennesima umiliazione pubblica da parte di Chris Hargensen, una delle ragazze che la tormentano, si lascia andare e scatena un’ondata di violenza che, in apparenza, non le appartiene, ma che in fondo covava da tempo. La sua furia è tale da portare alla quasi distruzione della scuola e dell’intera cittadina di Chamberlain, nel Maine. Come ho già accennato, una vera e propria forza della natura, nonostante la sua gracile statura fisica.
Le diverse forme della violenza
Un aspetto che mi è piaciuto particolarmente di questa miniserie è sicuramente il modo in cui viene rappresentata la violenza. Non tanto quella fisica, quanto quella psicologica: quella che ti mette sotto pressione e ti costringe a confrontarti costantemente con il mondo che ti circonda.
È proprio questo tipo di violenza a maturare nel corso dei sette episodi della serie, accumulandosi fino a trasformarsi in violenza fisica quando Carrie raggiunge il limite della sopportazione e si lascia andare, vendicandosi del male che le è stato fatto prima dai bulli della scuola e poi da una società superficiale, che non ha saputo proteggerla.
Quando Carrie capisce che non ha bisogno di essere protetta e che tutto ciò che amava è ormai perduto, è troppo tardi per correre ai ripari. Carrie non ha più una vita nella città di Chamberlain.
“Non era solo Carrie..”
A rendere ancora più intrigante il mistero legato ai poteri telecinetici della giovane Carrie ci pensa una sottotrama tanto interessante quanto cupa.
Flanagan non lo dice mai espressamente, ma sembra esserci un’organizzazione alla ricerca di persone dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Non ci viene spiegato il perché esistono, né tantomeno chi si nasconda dietro questa organizzazione. Beh, a essere del tutto onesti, il chi ci viene rivelato nell’episodio finale, ma il tutto rimane avvolto in un alone di mistero.
Sappiamo che queste persone riescono a rintracciare Carrie, anche a causa del suo enorme e spaventoso potere, che viene chiamato shine, ovvero la Luccicanza. Un termine familiare a chiunque abbia letto almeno uno dei romanzi di Stephen King, come The Shining.
Avrei preferito qualche dettaglio in più su questa organizzazione, che ricorda tremendamente la scuola per mutanti di Charles Xavier. Ma questa è soltanto una piccola nota a margine, che non influisce sulla riuscita complessiva della serie.
One girl show di Summer H. Howell
Ma quanto è brava Summer H. Howell in questa serie! L’attrice riesce a dare vita a una Carrie White credibile, fragile e tormentata, trasmettendo tutto il disagio di una ragazza che si ritrova a fare i conti con un mondo che sembra avercela con lei. Dalla timidezza alle esplosioni di rabbia, passando per la paura e la confusione davanti ai suoi stessi poteri, Howell riesce a restituire le diverse sfaccettature del personaggio senza mai perdere di vista la sua vulnerabilità.
Ed è proprio questo il suo punto di forza: Carrie non è soltanto una ragazza con poteri telecinetici devastanti, ma un’adolescente che vorrebbe semplicemente essere accettata. Howell riesce a farci empatizzare con lei anche quando la situazione precipita, rendendo ancora più potente il contrasto tra la fragilità della ragazza e la distruzione di cui si dimostra capace.
Una performance che, episodio dopo episodio, conferma quanto il personaggio di Carrie sia il vero cuore della miniserie.
Sarebbe però ingiusto attribuire tutto il merito alla protagonista. L’intero cast contribuisce all’eccellente riuscita di questo adattamento, dando vita a personaggi che alimentano i conflitti della storia e rendono ancora più efficace il percorso di Carrie. Le interpretazioni funzionano nel loro insieme e aiutano a costruire quel clima di tensione e disagio che accompagna la miniserie fino al suo tragico finale.

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video
Storia raccontata al contrario
Proprio come nel libro, la storia viene raccontata “al contrario”, partendo dal finale attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla tragedia avvenuta durante il ballo di fine anno nella palestra della Ewen High School. Mike Flanagan ha fedelmente riportato la struttura narrativa di Stephen King nel suo adattamento e ha fatto di questa scelta uno dei punti di forza della serie.
L’hook iniziale funziona benissimo e scaraventa lo spettatore nel bel mezzo della storia senza troppi giri di parole. Centinaia di morti, una città semidistrutta, persone sospette che si aggiravano nella palestra della scuola e… Carrie White.
Una volta visto il primo episodio, sono stato quasi costretto a continuare a guardare la serie. Per l’ennesima volta, Stephen King – con l’importante contributo di Flanagan – mi ha preso in ostaggio, solo che stavolta mi ha tenuto davanti allo schermo della televisione invece che incollato alle pagine di un libro.
E se siete amanti del genere horror o sci-fi, farà lo stesso effetto su di voi.
Non avete scampo.

Anime
Il ritorno di Magic Knight Rayearth su Crunchyroll con il nuovo anime
30 anni dopo Magic Knight Rayearth torna con una nuova serie anime su Crunchyroll. Le 3 eroine di CLAMP sono tornate e vi diciamo cosa ne pensiamo della nuova trasposizione animata!
Trent’anni dopo, Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji (conosciute in Italia come Luce, Marina e Anemone), le tre cavaliere magiche create dal collettivo CLAMP, tornano in azione con una nuova serie animata!
Il nuovo anime di Magic Knight Rayearth è arrivato su Crunchyroll il 7 ottobre, ma noi di PopcorNerd abbiamo avuto l’opportunità, grazie proprio alla piattaforma, di vedere in anteprima i primi due episodi al Cinema. L’effetto di vedere un anime sul grande schermo è sempre amplificato ed è innegabile che sia molto piacevole e ancora più immersivo.
Ma per chi non conosce o non sa di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro per spiegare chi sono le eroine Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji.
Magic Knight Rayearth: le origini del fantasy delle CLAMP

Magic Knight Rayearth è un manga fantasy del collettivo CLAMP (Cardcaptor Sakura, X e Tsubasa) uscito sulla rivista shojo Nakayoshi da novembre 1993 a febbraio 1995, con un sequel pubblicato fino ad aprile 1996 che poi Kodansha ha raccolto in sei volumi. In Italia la serie è stata pubblicata da Star Comics, divenendo un piccolo cult in quegli anni tra i lettori di manga.
La trama mescola magical girl, mecha e fantasy a mondi paralleli: le protagoniste sono tre studentesse di seconda media, Hikaru, Umi e Fuu evocate dalla principessa Emeraude, convinta che siano le Cavaliere Magiche della profezia, uniche in grado di salvare il Regno.
Ad accoglierle trovano il guru Clef, che le guida e dà loro i poteri, armature e armi forgiate apposta per loro ma, soprattutto, le dota dei giganteschi Dei della Runa: sì perché nel mondo fantasy di Rayearth ci sono anche i Mashin, minacciosi mecha senzienti.
Sul mercato italiano è uno di quei titoli che molti ricordano con affetto, anche senza averlo letto o visto per intero.
Il primo adattamento animato, prodotto da TMS, è andato in onda dall’ottobre del 1994 con due stagioni per un totale di 49 episodi a cui è stato seguito nel 1997 da un Oav di tre episodi che rilegge la storia in modo alternativo.
La nuova serie Crunchyroll

Il rifacimento in uscita su Crunchyroll, è stato realizzato per celebrare i 30 anni di Magic Knight Rayearth ed è prodotto da E&H production insieme a TMS. Dietro la macchina da presa c’è Yui Miura, al debutto come regista di una serie, mentre le musiche sono co-firmate da Yuki Kajiura.
Le voci originali delle eroine sono affidate a Ayane Sakura (Hikaru), Rumi Okubo (Umi) e Rie Takahashi (Fuu).
Le (nostre) prime impressioni

Il modo più semplice per descrivere questi primi due episodi è: una serie nuova con l’anima e il design degli anni ’90.
Il character design delle CLAMP è subito riconoscibile, ed è proprio quello classico di trent’anni fa che ha reso un piccolo cult Magic Knight Rayearth. Non lo considero un difetto, anzi: fa parte del fascino, e in un’epoca di rifacimenti che tendono a “modernizzare” tutto, un tratto così fedele può avere il suo perché, anche se potrebbe non convincere l’intero pubblico, soprattutto quello abituato alla visione di anime di taglio moderno.
Le animazioni sono fluide e piacevoli da guardare: molto divertente la commistione tra stile “realistico” e quello “chibi” nei, tanti, momenti comici di questi primi due episodi.
Cosa non mi ha convinto al 100%? La regia. Appare un po’ pigra e, almeno per ora, si fa fatica a trovare un guizzo visivo che resti in mente. In questo inizio di serie, infatti, capita spesso che i personaggi siano più o meno fermi, l’uno accanto all’altro, a parlare. Alla lunga, questo può risultare un po’ pesante durante la visione.
Il ritmo, invece, è curioso, perché la serie sembra fare due cose opposte insieme. Da un lato Magic Knight Rayearth parte lentamente: due episodi che sono in realtà una lunga introduzione della storia, tanti dialoghi e una messa in scena, come detto, statica. Dall’altra vengono fornite subito tante informazioni che possono un po’ spiazzare l’osservatore. Naif, ma contestualizzato rispetto all’epoca nel quale il manga di riferimento è nato, invece, è il fatto che già nel secondo episodio una delle ragazze abbia già molta dimestichezza nell’utilizzo dei poteri, combattendo senza troppi tentennamenti.
Questa fretta, infatti, non credo sia un’ingenuità dovuta all’inesperienza di Miura, ma un voluto richiamo al prodotto originale degli anni ’90. E in fondo, questo, fa parte del gioco.
Magic Knight Rayearth: promosso o bocciato?
Al netto di quanto detto, Magic Knight Rayearth parte sotto ottimi auspici con buone premesse e un punto di arrivo che, se la storia seguirà il materiale originale, dovrebbe diventare molto interessante. Nonostante parta lenta, la regia ha margini di crescita e il fascino nostalgico ha il suo perché.
Il momento che attendo di più dopo la visione dei primi due episodi? Il tête-à-tête tra le tre protagoniste e i mecha!

Sinossi di Magic Knight Rayearth:
Hikaru Shidou, Umi Ryuuzaki e Fuu Hououji non sono originarie di Cephiro. Mentre erano in gita scolastica nella Tokyo Tower, le tre ragazze stanno pensando a tutto tranne ad altri mondi gremiti di magia e meraviglie. Questo finché la principessa Emeraude, il pilastro di Cephiro, invoca il potere delle Magic Knight per salvare il suo mondo e si scopre che sono proprio loro tre!
*Ringraziamo Crunchyroll per l’invito all’anteprima che ci ha permesso di vedere i primi due episodi!
Animazione
The Ghost in the Shell: R3ceN§i0ne 1n C0d3
La recensione della nuova serie animata prodotta dallo studio Science Saru che omaggia l’enciclopedica visione cyberpunk di Masamune Shirow.
“Il futuro dei manga saranno gli anime”
Questo è ciò che sosteneva Osamu Tezuka, il grande Dio del manga che inventò il concetto moderno del fumetto giapponese e contribuì in maniera significativa alla creazione dell’industria dei cartoni animati nipponici.
A distanza di molti anni e vista l’odierna situazione del rapporto tra manga e anime nel paese del Sol levante, le parole del maestro assumono un ruolo premonitorio.
Dall’ormai consolidato fenomeno de L’attacco dei giganti, passando per i più recenti Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man, fino a tutti i record battuti da Demon Slayer, è ormai chiaro che le trasposizioni animate dei fumetti siano fondamentali al sistema d’intrattenimento giapponese, che in rapido tempo ha stregato anche l’occidente.
Si passa ovviamente anche al cinema: l’economia delle serie televisive si espande su grande schermo grazie a storie inedite dedicate ai personaggi più iconici nati dalle penne dei grandi mangaka. Tuttavia, non è impossibile la nascita di pellicole d’autore che vanno ben oltre il semplice allargamento di mercato, come dimostrano i casi di Lupin III e Hayao Miyazaki, Capitan Harlock e Shinji Aramaki, fino ad arrivare a Lamù gestita dal grande Mamoru Oshii.
Proprio quest’ultimo decise nel 1995 di intraprendere una strada apparentemente tortuosa, realizzando un lungometraggio animato ispirato al manga Ghost in the Shell, scritto e disegnato da Masamune Shirow.

Ghost in the Shell (1995, regia di Mamoru Oshii)
Gh0st Comm1ttee – Masamune Shirow
Tutto ciò che tocca Mamoru Oshii viene ribaltato e messo in simbiosi con la sua visione del mondo. Il capolavoro cinematografico realizzato dal maestro compie in questo caso un’operazione di sottrazione al materiale originale.
Tra il marzo 1998 e il settembre 1991, quando il fumetto del buon Masamune viene serializzato sulla rivista Young Magazine, il pubblico si trova improvvisamente confuso.
Sebbene da una parte si capiscano subito le chiare ispirazioni verso il grande Katsuhiro Otomo, soprattutto per alcuni evidenti furti al suo peculiare modo di bilanciare lo spazio nella tavola con grattacieli e panorami futuristici, dall’altra si rimane spiazzati dall’eccessiva presenza di balloon esplicativi.
La costruzione del mondo di Motoko Kusanagi e della Sezione 9 è precisissima: l’informatica, la robotica, le tipologie di nanotecnologie, le tensioni geopolitiche e tutti i ranghi delle forze dell’ordine e del governo vengono spiegati al lettore nel corso di tutte le episodiche vicende.
È chiaro che Shirow volesse riprendere la grande scuola di William Gibson e del Neuromante proiettandola in un manga comunque riconoscibile dal fenomeno Akira.


Se dunque Oshii si distanzia da Shirow proponendo una visione sicuramente più generale, ma allo stesso tempo più profonda e meno chiassosa rispetto al fumetto di partenza, c’è comunque una squadra che in questi anni non si è lasciata spaventare e ha voluto provare a mettere sullo schermo della TV una trasposizione fedele dell’opera originale: lo studio Science Saru decide di realizzare The Ghost in the Shell, serie animata diretta da Moko-chan.
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Un team di talenti formatosi sotto la bandiera del grandissimo Masaaki Yuasa, il quale ha sempre trovato stimolo nelle più importanti opere a fumetti nipponiche (Ping Pong di Taiyo Matsumoto, Devilman di Go Nagai) per raccontare il suo stile.
Moko-chan, nome d’arte del talentuoso allievo del buon Yuasa, oggi è a capo di operazioni come DanDaDan e del nuovo The Ghost in the Shell, assieme ad uno studio Science Saru che, seppur senza il suo leggendario fondatore, sta cercando di ritagliarsi una sua dimensione all’interno dell’industria.
Un posto meritato anche grazie alla loro quotidiana dose di follia e irriverenza nel gettarsi a capofitto in adattamenti fuori dall’ordinario. L’articolo determinativo posto davanti al titolo originale sembra voler infatti chiarire qualsiasi tipo di dubbio: il manga di Masamune Shirou verrà onorato in maniera fedele anche in animazione.

Motoko Kusanagi, protagonista di The Ghost in the Shell
Il primo impatto è quindi confusionario: come vuole la filosofia dell’autore di riferimento, anche la serie animata comincia con scritte, discorsi e situazioni che lo spettatore deve elaborare in pochi minuti, prima che cominci la frenetica sparatoria.
Si manifesta subito la prima grande complicanza: trovare un giusto equilibrio tra testo, azione e maturità della situazione all’interno del media audiovisivo.
Se nel fumetto tutto questo bilanciamento veniva forzato dalla penna di Shirow, costringendo il lettore a trovare un proprio metodo di lettura pacato per smaltire la mole di informazioni, con un minutaggio prestabilito le difficoltà vengono a galla.
Moko-chan e il suo team utilizzano un elemento ripudiato da Oshii per stemperare la complessità appena descritta: lo humor e la comicità demenziale del manga sono sempre presenti, tanto da far sembrare anche l’attentato terroristico più grave una situazione comica per la protagonista Motoko Kusanagi.
Tutto questo deve ulteriormente confrontarsi coi temi filosofici dell’opera: dall’identità personale alla fusione uomo-macchina, fino al domandarsi il valore e i diritti di un essere artificiale con il potere che esso esercita.
Tuttavia, non sempre queste situazioni risultano omogenee, soprattutto nei primi episodi dove gli sbalzi di situazioni tragicomiche sono troppo affrettati e fanno perdere mordente alle scene principe.

Ghost = ≠ Brain
La struttura delle dieci puntate che riprendono i nomi originali dei capitoli del manga finiscono per comporre un poliziesco episodico, seppur con un filo sottile di linearità che si aggroviglia sempre di più fino alla parte finale, dove la grande caccia al “marionettista” trova finalmente esito.
Se l’iniziale approccio alla serie può risultare ostico, non si può non rimanere attratti dallo splendido lavoro di ricostruzione del tratto originale di Shirow. La cyborg Motoko si mangia la scena continuamente, e questo tutte le parti in causa lo sanno bene.
Il voice acting, le espressioni e il design lontano dall’interpretazione che Ilya Kuvshinov propose a Mamoru Oshii rendono fresco e distintivo il “nuovo” Ghost in the Shell.
Tutto è stato mantenuto e, in certi casi, spinto all’eccesso: dalle spudorate scene sessuali alla collisione di impianti neurali, ovvero la migliore scusa per sperimentare con l’animazione imparata dal maestro Yuasa.
Signal: Off
Tralasciando sequel più o meno canonici, che rasentano l’inadattabilità al medium televisivo, lo studio Science Saru capitanato da Moko-chan è riuscito ad onorare la prima grande serie di Masamune Shirow, proponendo un adattamento fedele e che riesce a dare e ridare vigore all’eccentrico ed enciclopedico universo creato dal mangaka, anche con un comparto musicale ritmato e azzeccato per lo spirito della produzione.
Rimangono alcune criticità di ritmo dovute alla traslazione da fumetto a serie animata, ma il risultato rimane un godibilissimo show per tutti quelli che vogliono approfondire questa porta sull’universo cyberpunk giapponese alternativa.
Oshii rimarrà inarrivabile, ma questo gruppo di creativi ha dimostrato più volte di poter sfidare l’industria dell’animazione con le operazioni più improbabili, come solo i grandi autori sanno fare.

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