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CinemaNews

Venezia 83: Tutti i vincitori di quest’anno

Si è chiusa il 12 settembre la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco l’elenco di tutte le pellicole e gli attori che sono stati premiati

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Venezia 83

Sipario calato sulla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo undici giorni di proiezioni, code all’Excelsior e toto-Leone impazzito fino all’ultimo, sabato 12 settembre la Sala Grande ha incoronato i vincitori dell’edizione 2026.

A consegnare i premi, la cerimonia di chiusura condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, aperta dalla voce di Francesca Michielin, mentre a decidere il palmarès del Concorso è stata la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.

Un’edizione che ha chiuso con un verdetto sorprendente e nettamente internazionale, capace di spiazzare pronostici e toto-scommesse fino all’ultimo secondo. Ecco tutti i premi, film per film.


Leone d’Oro per il miglior film

Vincitore: Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy

Il colpo di scena della serata porta la firma di May el-Toukhy, unica regista donna in un Concorso che quest’anno ne contava solamente una su ventuno titoli in gara.

Ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra, il film segue Marie (Mathilde Arcel), giovane domestica in procinto di sposare il ricco vedovo per cui lavora, mentre un segreto legato a una relazione clandestina con un soldato tedesco durante l’occupazione minaccia di far crollare la sua nuova rispettabilità. Il Leone d’Oro rende automaticamente il film selezionabile per la categoria Miglior Film Internazionale agli Oscar, secondo il nuovo regolamento dell’Academy.


Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria

Vincitore: Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) di Lee Chang-dong

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026

Il ritorno più atteso della Mostra è quello di Lee Chang-dong, che rimette piede in Concorso a Venezia 24 anni dopo Oasis e otto anni dopo l’acclamato Burning.

Possible Love intreccia le vicende di due coppie agli antipodi sociali – un operaio licenziato e sua moglie, una regista di documentari e il marito facoltoso – ispirandosi liberamente al Decalogo 10 di Kieślowski e al licenziamento di massa alla SsangYong Motor Company del 2009. Il film, con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong, arriverà su Netflix il 6 novembre.


Leone d’Argento – Premio per la miglior regia

Vincitore: Ilya Khrzhanovsky per Dau

Il regista russo, al centro di polemiche per la sua presenza al Lido legate alla posizione dell’Ucraina, ha dedicato il premio proprio alla popolazione ucraina, ricordando le oltre duemila persone coinvolte nella lavorazione del film, molte delle quali provenienti dall’Ucraina, dove è stata girata gran parte dell’opera.


Premio Speciale della Giuria

Vincitore: Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor

Unico documentario in Concorso, Naza porta la firma di due dei registi premi Oscar di No Other Land ed è costruito sulle testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, che descrivono i sistemi utilizzati per individuare i bersagli durante la guerra a Gaza; il titolo riprende un acronimo militare israeliano usato per indicare i danni collaterali attesi in un raid.

Il film, prodotto anche da The Guardian e basato su inchieste di +972 Magazine e Local Call, ha ricevuto la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra (circa venticinque minuti). L’esercito israeliano ha respinto le accuse di aver preso di mira deliberatamente i civili, sostenendo che le operazioni sono dirette contro Hamas e che vengono adottate misure per limitare le vittime civili.


Premio per la migliore sceneggiatura

Vincitore: Stéphane Brizé per Un bon petit soldat

Con questo undicesimo lungometraggio Brizé torna a esplorare l’oppressione nel mondo del lavoro dopo la trilogia composta da La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, questa volta dal punto di vista di una donna dirigente.

Alba Rohrwacher è Carla, neo-responsabile delle risorse umane di una grande azienda, divisa tra il compito di tutelare il benessere dei dipendenti e gli obiettivi di performance imposti dai vertici, fino a quando un caso di gestione tossica la mette di fronte a un bivio decisivo. Nel cast anche Vincent Lindon.


Coppa Volpi – Migliore interpretazione maschile

Vincitore: John Malkovich per Wild Horse Nine

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.

A settantadue anni Malkovich continua a scegliere ruoli tutt’altro che scontati: nella black comedy di Martin McDonagh, ambientata sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe di Pinochet, veste i panni di un anziano e decisamente poco convenzionale agente della CIA, accanto a un cast che include anche Sam Rockwell e Tom Waits.


Coppa Volpi – Migliore interpretazione femminile

Vincitrice: Mathilde Arcel per Woman Unknown

Un doppio colpo per May el-Toukhy: oltre al Leone d’Oro, il film porta a casa anche la Coppa Volpi grazie alla sua protagonista, che regge sulle spalle il dramma sommesso e teso di Marie, in bilico tra il passato che riaffiora e il ruolo di rispettabile signora di casa che sta cercando di costruirsi.


Premio Marcello Mastroianni (giovane attore o attrice emergente)

Vincitrice: Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal)

Nel film di Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti e costruito su un lungo lavoro di osservazione diretta compiuto dal regista e dalla co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec, un gruppo di giovani pazienti – tra disturbi alimentari, schizofrenia, lutti irrisolti e tentativi di fuga – convive tra crisi improvvise e momenti di leggerezza inattesa.

Khebizi fa parte del cast corale guidato da Zoé Monpart, in un racconto che affronta temi durissimi con un tono capace di restare, sorprendentemente, mai pesante.


Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

Vincitore: La Maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Il regista camerunese porta sullo schermo, con la propria madre Josette Kwanya nel ruolo principale, la storia di un’anziana donna di Yaoundé che sogna il ritorno dei sei figli emigrati in Occidente e finanzia in segreto la costruzione di una casa per accoglierli.

Il legame inatteso che stringe con Sarah, una giovane vicina di casa, finirà per mettere in discussione tutto ciò su cui aveva costruito la propria esistenza.


Orizzonti – Miglior film

Vincitore: Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni

Il duo belga-francese, già autore di Une vie démente e Le Syndrome des amours passées, firma una commedia romantica dai toni western tanto libera quanto spiazzante: Diane scopre che sua madre ha subito una violenza tre anni prima della sua nascita e decide di vendicarla, mentre la madre vuole solo lasciarsi il passato alle spalle. Nel cast Ninon Borsei, coprodotto anche dai fratelli Dardenne.


Orizzonti – Migliore interpretazione maschile

Vincitore: Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia

Nell’opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ex assistente di Luca Guadagnino, Scamarcio interpreta Dario, padre di un bambino con una grave disabilità che, senza volerlo, comincia a proiettare sul nipote adolescente l’immagine del figlio che avrebbe voluto avere.

Un ruolo che l’attore ha definito segnato dalla propria esperienza di padre, in un film che arriverà nelle sale italiane dal 17 settembre distribuito da Medusa.

Cinema

The Invite: quattro personaggi in cerca d’amore

La recensione della commedia degli equivoci firmata da Olivia Wilde. Una brillante situazione teatrale che indaga il diverso amore di coppia.

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Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!

Già si respira teatro dopo la prima risata in sala causata da un innocente cartello riportante una delle frasi sull’amore più iconiche del grande Oscar Wilde. Non a caso la dimensione di remake dalla quale arriva The Invite nasce nel segno di un film (Sentimental, 2020) a sua volta tratto proprio da un opera teatrale. La situazione matura però attraverso un inferno produttivo, con cambi di registi e attori che infine portano Olivia Wilde a dirigere e recitare tutta la pellicola.

D’altronde, chi meglio di un’attrice può capire il teatro? Ormai condivido sempre di più il pensiero formulato dal grande Carmelo Bene a proposito dei critici. Il grande scrittore di scena e attore italiano mal sopportava chiunque provava a dare senso a ciò che veniva rappresentato sul palcoscenico, ritenendo che “il vero critico fosse l’artista stesso”.

Ne consegue dunque uno sguardo molto attento a chi, come l’immenso Woody Allen, mette sempre in difficoltà giornalisti che si riempiono la bocca cercando di tirare fuori qualche domanda per un’intervista. Dopo La rivincita delle sfigate e Don’t worry Darling, la Wilde adotta una matrice comica che rimanda appunto ad Allen, costruendo una commedia di equivoci molto intelligente.

Crescendo

La prima immagine ha come protagonista la musica ed è alquanto desolante: un gruppo di giovani studenti intenti a provare un brano per una recita, con un professore dal volto rassegnato che già intravede il pessimo risultato finale. L’insegnante Joe, interpretato da Seth Rogen, viene presentato con momenti in cui regna il silenzio.

Si tratta di uno schema ben delineato: gli strumenti musicali arrivano solo quando è tempo di ricordare la grande citazione di Wilde, ovvero quando si entra nella casa di una coppia sposata che, puntualmente, inizia a litigare.

Con una figlia di dodici anni e un matrimonio altrettanto lungo, Joe e Angela (interpretata da Olivia Wilde) utilizzano qualsiasi elemento presente a schermo per cominciare una discussione, facendo involontariamente partire un’intera orchestra musicale dominata da strumenti a corda che rimbombano nelle orecchie dello spettatore, con un crescendo che enfatizza il rumore e la gravità del litigio.

Improvvisamente, tutto si ferma. La musica assordante e le voci della coppia vengono spente da un altro suono, come quello del campanello di casa, che riporta tutti (attori e pubblico) alla narrazione lineare.

Da sinistra: Angela (Olivia Wilde), Joe (Seth Rogen), Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton)

Una stanza per discutere

Nel presentare gli ospiti dell’invito rimarcato dal titolo, l’intera infrastruttura del film diventa ancora più paradossale. Piña (interpretata da Penélope Cruz) e Hawk (interpretato da Edward Norton) sono l’opposto di Joe e Angela: una coppia che sa comunicare, in sintonia e che capisce le necessità dell’altro.

La loro intesa è il motore che alimenta Joe nel cercare una discussione più critica, mentre Angela cerca in tutti i modi di portare a casa una bella figura dalla serata con i vicini. I dialoghi sono brillanti in ogni situazione: Olivia Wilde non trascura nessun oggetto o condizione della messa in scena per intrecciare una sceneggiatura seminata di indizi, che diventano primari e si ricollegano ad ogni scena in maniera mirabile e a volte inaspettata.

Tappeti, formaggi, specchi, colori del bagno, pianoforti: ogni elemento viene usato per accendere una frase in una serata altrimenti dominata dall’imbarazzante silenzio.

Al comando delle emozioni

Nella seconda parte del film, quando il pubblico sembra aver imparato a riconoscere lo schema comico, Olivia Wilde rompe totalmente le fondamenta costruite ampliando lo spettro emozionale dei personaggi e degli spettatori.

Quella che doveva essere una cena con l’obbiettivo di superare l’iniziale imbarazzo si trasforma in una situazione al limite dell’assurdo. Le risate della sala vengono interrotte da momenti in cui regna l’ansia, la paura, poi l’eccitazione ed infine la commozione.

La sceneggiatura si arricchisce, il dialogo lascia momentaneamente maggior spazio al movimento di camera, al gesto e agli sguardi fra attori. Si aggiungono i monologhi e le riflessioni che modellano l’espressione del pubblico trasformando i sorrisi in facce sconvolte ed invitate alla serietà.

Perfino l’alchimia delle due coppie viene ribaltata: il chiasso degli strumenti incombe questa volta su Piña e Hawk, mentre la comunicazione fra Joe e Angela diventa per qualche istante chiara in maniera quasi casuale.

Questo cambio di registro è ben congeniato, nonostante in alcuni momenti le classiche fasi della commedia degli equivoci tornino alla ribalta in maniera troppo rapida, indebolendo il coraggioso ribaltamento della pellicola.

Giù il sipario

Tutte le verità vengono a galla nella parte finale: non si tratta però di misteri da dover risolvere, quanto di dire ciò che si pensa all’altro e fare letteralmente una seduta psicologica di coppia con l’obbiettivo di mettere in risalto i problemi concepiti da entrambe le parti.

Come per l’iniziale sinfonia di strumenti, questa volta è il silenzio che trasporta il pubblico in un momento distaccato da tutta la storia. Interi minuti dedicati a riflettere sul percorso che ha portato Joe ad essere così cinico ed Angela a cercare il costante consenso da parte di tutti.

Non ci sono risoluzioni immediate, ma tutti si rendono conto che la luce dell’amore e della felicità nella coppia si è spenta. I titoli di coda arrivano solo nel momento di questa maturazione, e la sensazione dello spettatore è ancora una volta paradossale, poiché si ritrova a porsi domande e a commuoversi dopo aver riso per decine di minuti a questo inferno chiamato matrimonio.

Con The Invite, Olivia Wilde si riconferma dunque una brillante regista, nonché attrice, che capisce profondamente la dimensione teatrale e il modo in cui la si può trasferire nel cinema con eleganza, elaborando dialoghi e regia in maniera eccellente. Forse è davvero nata una nuova grande stella a Hollywood, con la forza e il coraggio di lanciare su schermo paradossi in grado di stuzzicare con sorpresa tutte le emozioni del pubblico.


VOTO POPCORNERD: 8 / 10

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Cinema

Roofman: Recensione – Channing Tatum, McDonald’s e la storia vera più assurda dell’anno

L’incredibile storia vera di Roofman, il ladro di McDonald’s, interpretato da Channing Tatum nell’omonimo film che potete trovare su Prime Video

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(Piccola premessa prima di iniziare: spoilererò un po’. Quindi uomo avvisato mezzo salvato!)

Stavo cercando un crime movie per svoltare la serata morta, uno di quelli classici con le rapine in banca, le maschere fighe e le sparatorie alla Heat. Poi con il telecomando in mano mi compare il ricordo del messaggio di Doc. G, il caporedattore di PopcorNerd, in cui consigliava caldamente questo titolo, e fidandomi del suo fiuto da puro segugio di bei film mi sono ritrovato a guardare Channing Tatum che si cala dal soffitto di un McDonald’s per rubare l’incasso. E la cosa più folle di tutta questa faccenda? È una fottutissima storia vera.

Ed eccomi qui con la recensione di Roofman, un film che ti fa capire in modo cristallino quanto la realtà riesca sempre a superare anche la sceneggiatura più assurda che a Hollywood possano mai partorire. Se pensavate di aver visto il picco delle truffe con Prova a prendermi, preparatevi a rivalutare il concetto di genialità criminale (e di disagio).

Roofman: L’incredibile storia vera di Jeffrey Manchester

Il Roofman di Channing Tatum a confronto con quello reale

Partiamo dal presupposto che il protagonista, Jeffrey Manchester, non è il classico criminale spietato. È un ex ufficiale dell’esercito che ha deciso di svoltare la propria vita svaligiando i fast food (adoro quando si va contro il sistema dei fast food), passando rigorosamente dai condotti di aerazione del tetto. Niente armi spianate in faccia ai clienti, niente spargimenti di sangue. Il tizio si calava dal soffitto, svuotava la cassaforte, chiudeva i dipendenti nella cella frigorifera dicendo loro di coprirsi bene per non prendere freddo, e se ne andava.

Channing Tatum in questo ruolo è semplicemente perfetto. Riesce a darti quell’aria da cucciolone smarrito con un fisico da marines atletico, un criminale così gentile ed eccentrico che, per quanto tu sappia che stia sbagliando, finisci irrimediabilmente per tifare per lui.

Ma se pensate che la parte dei furti ai McDonald’s sia il picco del film, vi sbagliate di grosso. Il vero capolavoro di assurdità di questo film esplode nella seconda metà. Dopo essere stato beccato ed essere finito in prigione, il nostro genio evade e decide che il posto migliore in cui nascondersi per non farsi trovare dalla polizia è… un Toys “R” Us. Sì, esatto, il negozio di giocattoli.

Manchester si crea un appartamento segreto dietro gli scaffali delle biciclette, nutrendosi di omogeneizzati rubati e scorrazzando di notte sui tricicli per bambini per tenersi in forma. Sembra una gag tirata fuori da una commedia demenziale, e invece è tutto tristemente e magnificamente reale. E questa cosa mi ha gasato follemente senza capire perché.

Il regista Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un Tuono), che di solito ci ha abituati a mattonate emotive pesantissime, qui fa un lavoro pazzesco. Riesce a bilanciare la commedia surreale della situazione con una malinconia di fondo inaspettata. Perché, in mezzo a questo delirio tra pupazzi e patatine fritte, Jeffrey finisce pure per prendersi una cotta per Leigh, una dipendente del negozio (una Kirsten Dunst sempre sul pezzo), iniziando a lasciarle regali senza farsi vedere. È una specie di Fantasma dell’Opera, solo che invece di vivere nei sotterranei di un teatro parigino, vive tra i Lego e i peluche. Al fianco di Tatum c’è anche l’immancabile Ben Mendelsohn, che ormai ha la faccia da poliziotto disilluso o da cattivo impressa a fuoco nel DNA, ma che in questo film è il Pastore Ron Smith che accoglie Jeffrey nel suo gruppo parrocchiale, e che fa da perfetto contrappeso alla follia del protagonista.

Channing Tatum and Kirsten Dunst star in Paramount Pictures’ “ROOFMAN.”

In definitiva, Roofman non è il solito film di rapine. È una storia che oscilla tra il thriller anomalo e la commedia grottesca, tenuta in piedi da un Channing Tatum in stato di grazia che si diverte un mondo a interpretare questo ladro gentiluomo e disadattato (un po’ mi rivedo in questo personaggio soprattutto perché in realtà sono disagiato come lui).

Non ci sono esplosioni pazzesche o draghi che sputano fuoco come nelle serie che ho recensito ultimamente, ma c’è un livello di assurdità umana che ti incolla allo schermo fino ai titoli di coda (e questa cosa non mi succedeva da tempo).

Gran bel consiglio, Doc. G. La prossima volta che entrerai in un McDonald’s sono sicuro che guarderai il soffitto per provare a fare anche tu una rapina. Oh scherzo non farlo!

Potete trovare Roofman tra i titoli del catalogo Prime Video!


VOTO POPCORNERD: 7.5/10

(Omogeneizzati e tricicli)

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Animazione

Coyote vs ACME: Recensione del film che Warner voleva dimenticare

Nonostante una fusione societaria, 3 anni dimenticati in un cassetto e una sceneggiatura a più mani, Coyote vs ACME finalmente sbarca al cinema

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Questo film è unico nel suo genere, e no, non mi riferisco a particolari tecniche miste o nuove tecnologie per portare a schermo personaggi di un cartone animato.

Mi riferisco alla sua produzione travagliata e a tutti gli anni che questo film è stato dimenticato in un cassetto.

Coyote vs ACME nasce da una serie di sfortunati eventi, fusioni societarie, rimaneggiamenti ma anche tanta voglia di portare a termine un lavoro.

Breve storia di uno sviluppo complicato

Cercherò di farla breve, ma se volete approfondire, vi lascio qualche link* tra le fonti. Il 19 Febbrario 1990, Ian Frazier scrive un articolo sul The New Yorker.

Illustration by Luci Gutiérrez

L’articolo è un breve testo umoristico scritto interamente come se fosse l’arringa iniziale dell’avvocato di Willy Coyote in una vera causa giudiziaria. In sostanza Coyote denuncia la Acme (l’azienda immaginaria da cui acquista incudini, lingotti di dinamiti e gadget vari) per responsabilità da prodotto, sostenendo di aver acquistato innumerevoli dispositivi difettosi che, invece di aiutarlo a catturare il Road Runner (Beep Beep), gli hanno provocato lesioni fisiche e sofferenza psicologica (oltre che soldi buttati).

Sulla base di questo articolo, in un periodo non ben definito intorno al 2011, James Gunn e Jeremy Slater scrivono una prima concezione del film che trasforma il monologo satirico in una vera e propria commedia. Il progetto rimane nel limbo finché nel 2018 la Warner Bros. lo mette in produzione e ne affida la scrittura ai fratelli Jon e Josh Silberman che ne rimaneggiano il materiale.

L’anno successivo Dave Green (Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra) prende in mano la regia e affida la sceneggiatura a Samy Burch, che rielabora ulteriormente il progetto. I due portano a compimento il film nel 2019.

Cosa può andar storto?

Beh… nel 2022 WarnerMedia e Discovery si fondono facendo nascere Warner Bros. Discovery e dando il via a una gigantesca revisione dei progetti attivi e in lavorazione. Il film viene messo in un cassetto, dove sarebbe stato dimenticato per sempre.

Dopo 3 anni però, nel 2025, Ketchup Entertainment ne acquisisce i diritti e finalmente lo porta al cinema.

Quale modo migliore per cominciare se non proprio con una serie di sfortunati imprevisti, come un classico episodio di Willy il Coyote che si rispetti?

CHARIOTS OF FUR, Wile E. Coyote, 1994. Warner Bros.

Coyote vs ACME

Arrivando ai giorni nostri, il marketing presenta il film come un’opera che Warner Bros, qui associata alla ACME Corporation, avrebbe voluto far sparire e insabbiare.

La campagna promozionale gioca molto su questa idea e lo fa anche piuttosto bene. Sappiamo che si tratta soprattutto di un modo per incuriosirci e trascinarci in sala, perché il film abbandona completamente questa narrativa una volta iniziato. Appena si spengono le luci, possiamo tranquillamente dimenticarcene.

Tutto comincia con la premessa di cui parlavamo sopra: Coyote fa causa alla ACME, un incipit tanto semplice quanto funzionante.

Troppo semplice, vero? E infatti la storia non si ferma qui, ma non dirò altro per evitare spoiler.

Quindi, com’è questo Coyote vs ACME?

Non ci girerò intorno, è un buon film. Ha una solida struttura narrativa che funziona benissimo nella sua semplicità. Sa divertire e lo fa come uno dei migliori episodi di Willy Coyote e sopratutto è un film più intelligente di quanto sembri.

Ci sono però delle parti in ombra e ho alcuni dubbi e riserve su cui vorrei riflettere. Questo perché Coyote vs ACME non è un film esente da criticità.

Vediamo una cosa per volta.

Dicotomia

Il film è incentrato sul rapporto fra Willy e il suo avvocato Kevin Avery (interpretato da Will Forte) e questo è il fulcro principale.

Questa coppia funziona per un motivo.

Willy è quello che non si arrende mai, il personaggio che cade nei canyon americani, esplode, finisce sotto massi e treni un numero infinito di volte. Ma ogni volta si rialza. Ogni mattina prepara un piano minuzioso e dettagliato per acciuffare Beep Beep e poi vede quel piano fallire miseramente. Willy è uno stoico.

Il suo avvocato Kevin invece è arreso in partenza, non ha mai alzato la testa e ha la spina dorsale di un gamberetto. Ha sempre scelto la strada più facile e seppur eserciti la professione di avvocato, non combatte per il suo cliente, lui concilia. La sua vita sarà stravolta completamente quando viene trascinato contro la sua volontà in una causa legale gigantesca contro la ACME, rappresentata legalmente da Buddy Crane (interpretato da John Cena).

Ed è proprio da questo contrasto che nasce la forza della coppia.

Willy e Kevin funzionano perché si trovano agli estremi opposti: uno continua a lottare anche quando ogni logica gli suggerirebbe di fermarsi, l’altro ha imparato a fermarsi ancora prima di cominciare.

Il film sfrutta molto bene questa dicotomia anche sul piano comico. Molte gag nascono proprio dal modo completamente diverso in cui i due reagiscono alle stesse situazioni: Willy affronta ogni ostacolo con la serietà e la determinazione di chi sta preparando l’ennesimo piano (im)perfetto, mentre Kevin osserva il caos che gli esplode intorno con l’atteggiamento di chi vorrebbe soltanto trovare una via d’uscita.

Ed è questo continuo rimbalzo fra ostinazione e rassegnazione a dare ritmo al loro rapporto.

Sotto la pelliccia

Questo film porta a schermo tutti gli schemi comici di Willy Coyote che, nonostante siano ormai conosciuti, visti e rivisti, continuano a funzionare. E’ divertente come la prima volta che lo vedi precipitare da un canyon e alzare una nuvoletta di polvere. La risata è facile e a volte ti stupisci anche di star ridendo a battute così semplici ma genuine.

Ma sotto sotto c’è dell’altro.

Perché questo film è più intelligente di quanto sembri?

Per un motivo in particolare: i dialoghi. E non mi riferisco a una scrittura di alto livello, ma a un dettaglio che poteva diventare un coltello impugnato dalla parte sbagliata: Willy non parla.

Proprio così, uno dei due protagonisti principali, non si esprime come gli altri, non ha dialoghi, non parla. E quello che poteva essere un macigno alla caviglia diventa invece un grande punto di forza del film.

La gestione dei cartelli, è sorprendentemente furba: Willy non dice mai troppo, ma nemmeno troppo poco. Le frasi sono brevi, essenziali, arrivano sempre nel momento giusto e lasciano che sia il resto a farlo il personaggio. Il film sa giocare bene le sue carte, perché costringe lo spettatore a concentrarsi sulla sua gestualità, sulle espressioni, sulle pause e su tutta quella comunicazione non verbale che nei cartoni animati è sempre stata fondamentale.

Willy riesce così a essere estremamente espressivo pur senza pronunciare una sola parola. Non senti mai davvero la mancanza di una voce, perché il personaggio comunica continuamente: con uno sguardo, con un movimento, con il modo in cui reagisce all’ennesimo disastro o semplicemente con il tempo che impiega prima di tirare fuori un altro cartello.

Tantissime comparse, pochissimi personaggi

Veniamo ora alla prima piccola crepa di questa pellicola. Questo film è pieno di personaggi, a partire dal team legale della studio di Kevin Avery, a tutte le comparse animate e cartoni che sono state inserite in questo film. Purtroppo però, sono solo comparse.

L’impressione è che abbiano voluto inserire a forza più riferimenti possibili (giustamente hanno i diritti su tutti quei personaggi… perché non usarli?). Dall’altra parte però sono quasi completamente inutili, sono macchiette.

Non mi riferisco solo ai protagonisti animati ma anche agli altri attori che non hanno ruoli definiti e di vera utilità all’interno del film ma servono solamente come contorno e per creare qualche gag in più.

Non è un peccato così grave ma è chiaro l’intento di far sembra questo film più grande di quanto sia, smascherando invece così la sua vera natura di piccolo film.

Un buco generazionale

Forse questo è il vero grande dubbio che mi rimane: a chi è rivolto davvero questo film?

Perché nella sua anima da legal comedy Coyote vs ACME non mi sembra un prodotto pensato principalmente per i bambini. Willy Coyote cade, esplode, viene schiacciato e continua a offrire tutta quella comicità fisica immediata che può funzionare a qualsiasi età. Ma una parte importante del film vive di processi, avvocati e dinamiche aziendali. Tutte cose che difficilmente possono tenere incollato allo schermo un bambino per l’intera durata.

Viene quindi naturale pensare che il vero pubblico di riferimento siano gli adulti cresciuti con Willy Coyote e i Looney Tunes. Persone che li guardavano da bambini e che oggi possono ritrovarli al cinema con una certa dose di nostalgia.

Il problema è che non so quanto questo pubblico sia realmente vasto.

I Looney Tunes, per moltissime persone, rappresentano una fase precisa dell’infanzia. Da bambino, li adori, poi cresci e spesso vengono velocemente sostituiti da qualcos’altro. Supereroi, anime, videogiochi, altre serie animate. Non hanno avuto quella continuità generazionale che come altre proprietà intellettuali ha permesso di accompagnare il proprio pubblico dall’infanzia fino all’età adulta.

E una buona parte della responsabilità, è proprio di Warner Bros.

Perché stiamo parlando di una delle proprietà intellettuali più importanti e riconoscibili della storia dell’animazione, eppure per anni è mancato un vero progetto capace di riportarla stabilmente al centro della cultura popolare. I Looney Tunes avrebbero bisogno (e meriterebbero) di un rilancio, qualcosa che permetta anche alle generazioni più giovani di affezionarsi nuovamente a questo universo.

Invece sono stati progressivamente lasciati ai margini.

C’è stato Space Jam: New Legends, certo, ma quel tentativo non è bastato a ricostruire un rapporto con il pubblico. Nel frattempo sono cresciute intere generazioni che Bugs Bunny, Daffy Duck o Willy Coyote magari li conoscono di nome e di faccia, ma con cui non hanno necessariamente alcun legame emotivo.

Ed è qui che nasce il paradosso di Coyote vs ACME: il film sembra rivolgersi soprattutto a chi ama già questi personaggi, ma arriva dopo anni in cui Warner Bros ha fatto pochissimo per avvicinare nuove generazioni ai Looney Tunes e farle affezionare a loro.

Non puoi saltare una o due generazioni e poi aspettarti automaticamente che queste corrano al cinema per vedere un film dedicato a personaggi con cui non sono mai cresciute. E forse è proprio questo il motivo per cui era stato dimenticato in un cassetto.

Ed è un peccato enorme, perché forse il problema dei Looney Tunes non è che il pubblico abbia smesso di amarli. È che per troppo tempo non gli è stata data l’occasione di farlo.

In conclusione

Tiriamo le somme.

Coyote vs ACME è un film divertente, ben congegnato e capace di intrattenere dall’inizio alla fine. E in un panorama in cui ormai sembra quasi obbligatorio superare le due ore di durata, quei cento minuti scorrono con una leggerezza che oggi vale come un pregio. Il film sa quando fermarsi, non si trascina e soprattutto non prova a diventare qualcosa di più grande di ciò che vuole essere (e avrebbe potuto farlo).

Sul fronte tecnico fa il suo; l’animazione funziona bene e i modelli dei personaggi mi sembrano volutamente un po’ più grezzi e caricaturali, quasi a voler accentuare ulteriormente la loro natura. La buona qualità emerge soprattutto nell’illuminazione di questi modelli.

John Cena è perfettamente a suo agio nel ruolo di Buddy Crane. Riesce a rendersi insopportabile nel modo giusto, trasformando l’avvocato della ACME in quel tipo di antagonista che ami vedere sullo schermo proprio perché non vedi l’ora che qualcuno gli faccia perdere quel sorriso dalla faccia.

Il film, ovviamente, non è esente da difetti.

La sceneggiatura mette sul tavolo diverse idee che avrebbero potuto portare la storia più lontano e dare più spazio a determinati personaggi. Invece sceglie quasi sempre di rimanere nel piccolo, di concentrarsi sulla causa legale e di lasciare parecchie cose sullo sfondo. Nel finale questa scelta diventa ancora più evidente, quando alcuni sviluppi vengono praticamente liquidati attraverso un’accelerazione improvvisa (a trama conclusa) che preferisce chiudere le parentesi rimaste aperte piuttosto che esplorarle davvero.

Eppure, in fondo, va bene così.

Forse un film più ambizioso avrebbe avuto più respiro, ma probabilmente avrebbe anche perso parte di quella leggerezza che lo rende così piacevole. Coyote vs ACME conosce i propri binari e decide quasi sempre di restarci sopra.

E’ impossibile arrabbiarsi davvero con un film del genere.

Perché nonostante i suoi difetti, è una pellicola a cui viene naturale voler bene. E si sa: l’amore è cieco, e qualche difetto finisce inevitabilmente per perdonarlo.

Soprattutto perché Coyote vs ACME dimostra una cosa: questi personaggi hanno ancora qualcosa da dire. Possono ancora far ridere, possono ancora funzionare e possono ancora trovare un pubblico, se qualcuno concede loro lo spazio per farlo.

Perciò, se ne avete la possibilità, recuperatelo.

Perché il film se lo merita, ma soprattutto perché sarebbe bello mandare un messaggio chiaro a Warner Bros: i Looney Tunes non appartengono a uno scantinato, a un archivio o a qualche cassetto dimenticato.

Appartengono ancora allo schermo.

*Fonti: cinecittanews.it ; newyorker.com ; faroutmagazine.co.uk

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