CinemaRecensioni
The Invite: quattro personaggi in cerca d’amore
La recensione della commedia degli equivoci firmata da Olivia Wilde. Una brillante situazione teatrale che indaga il diverso amore di coppia.
“Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!“
Già si respira teatro dopo la prima risata in sala causata da un innocente cartello riportante una delle frasi sull’amore più iconiche del grande Oscar Wilde. Non a caso la dimensione di remake dalla quale arriva The Invite nasce nel segno di un film (Sentimental, 2020) a sua volta tratto proprio da un opera teatrale. La situazione matura però attraverso un inferno produttivo, con cambi di registi e attori che infine portano Olivia Wilde a dirigere e recitare tutta la pellicola.
D’altronde, chi meglio di un’attrice può capire il teatro? Ormai condivido sempre di più il pensiero formulato dal grande Carmelo Bene a proposito dei critici. Il grande scrittore di scena e attore italiano mal sopportava chiunque provava a dare senso a ciò che veniva rappresentato sul palcoscenico, ritenendo che “il vero critico fosse l’artista stesso”.
Ne consegue dunque uno sguardo molto attento a chi, come l’immenso Woody Allen, mette sempre in difficoltà giornalisti che si riempiono la bocca cercando di tirare fuori qualche domanda per un’intervista. Dopo La rivincita delle sfigate e Don’t worry Darling, la Wilde adotta una matrice comica che rimanda appunto ad Allen, costruendo una commedia di equivoci molto intelligente.

Crescendo
La prima immagine ha come protagonista la musica ed è alquanto desolante: un gruppo di giovani studenti intenti a provare un brano per una recita, con un professore dal volto rassegnato che già intravede il pessimo risultato finale. L’insegnante Joe, interpretato da Seth Rogen, viene presentato con momenti in cui regna il silenzio.
Si tratta di uno schema ben delineato: gli strumenti musicali arrivano solo quando è tempo di ricordare la grande citazione di Wilde, ovvero quando si entra nella casa di una coppia sposata che, puntualmente, inizia a litigare.
Con una figlia di dodici anni e un matrimonio altrettanto lungo, Joe e Angela (interpretata da Olivia Wilde) utilizzano qualsiasi elemento presente a schermo per cominciare una discussione, facendo involontariamente partire un’intera orchestra musicale dominata da strumenti a corda che rimbombano nelle orecchie dello spettatore, con un crescendo che enfatizza il rumore e la gravità del litigio.
Improvvisamente, tutto si ferma. La musica assordante e le voci della coppia vengono spente da un altro suono, come quello del campanello di casa, che riporta tutti (attori e pubblico) alla narrazione lineare.

Da sinistra: Angela (Olivia Wilde), Joe (Seth Rogen), Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton)
Una stanza per discutere
Nel presentare gli ospiti dell’invito rimarcato dal titolo, l’intera infrastruttura del film diventa ancora più paradossale. Piña (interpretata da Penélope Cruz) e Hawk (interpretato da Edward Norton) sono l’opposto di Joe e Angela: una coppia che sa comunicare, in sintonia e che capisce le necessità dell’altro.
La loro intesa è il motore che alimenta Joe nel cercare una discussione più critica, mentre Angela cerca in tutti i modi di portare a casa una bella figura dalla serata con i vicini. I dialoghi sono brillanti in ogni situazione: Olivia Wilde non trascura nessun oggetto o condizione della messa in scena per intrecciare una sceneggiatura seminata di indizi, che diventano primari e si ricollegano ad ogni scena in maniera mirabile e a volte inaspettata.
Tappeti, formaggi, specchi, colori del bagno, pianoforti: ogni elemento viene usato per accendere una frase in una serata altrimenti dominata dall’imbarazzante silenzio.

Al comando delle emozioni
Nella seconda parte del film, quando il pubblico sembra aver imparato a riconoscere lo schema comico, Olivia Wilde rompe totalmente le fondamenta costruite ampliando lo spettro emozionale dei personaggi e degli spettatori.
Quella che doveva essere una cena con l’obbiettivo di superare l’iniziale imbarazzo si trasforma in una situazione al limite dell’assurdo. Le risate della sala vengono interrotte da momenti in cui regna l’ansia, la paura, poi l’eccitazione ed infine la commozione.
La sceneggiatura si arricchisce, il dialogo lascia momentaneamente maggior spazio al movimento di camera, al gesto e agli sguardi fra attori. Si aggiungono i monologhi e le riflessioni che modellano l’espressione del pubblico trasformando i sorrisi in facce sconvolte ed invitate alla serietà.
Perfino l’alchimia delle due coppie viene ribaltata: il chiasso degli strumenti incombe questa volta su Piña e Hawk, mentre la comunicazione fra Joe e Angela diventa per qualche istante chiara in maniera quasi casuale.
Questo cambio di registro è ben congeniato, nonostante in alcuni momenti le classiche fasi della commedia degli equivoci tornino alla ribalta in maniera troppo rapida, indebolendo il coraggioso ribaltamento della pellicola.

Giù il sipario
Tutte le verità vengono a galla nella parte finale: non si tratta però di misteri da dover risolvere, quanto di dire ciò che si pensa all’altro e fare letteralmente una seduta psicologica di coppia con l’obbiettivo di mettere in risalto i problemi concepiti da entrambe le parti.
Come per l’iniziale sinfonia di strumenti, questa volta è il silenzio che trasporta il pubblico in un momento distaccato da tutta la storia. Interi minuti dedicati a riflettere sul percorso che ha portato Joe ad essere così cinico ed Angela a cercare il costante consenso da parte di tutti.
Non ci sono risoluzioni immediate, ma tutti si rendono conto che la luce dell’amore e della felicità nella coppia si è spenta. I titoli di coda arrivano solo nel momento di questa maturazione, e la sensazione dello spettatore è ancora una volta paradossale, poiché si ritrova a porsi domande e a commuoversi dopo aver riso per decine di minuti a questo inferno chiamato matrimonio.
Con The Invite, Olivia Wilde si riconferma dunque una brillante regista, nonché attrice, che capisce profondamente la dimensione teatrale e il modo in cui la si può trasferire nel cinema con eleganza, elaborando dialoghi e regia in maniera eccellente. Forse è davvero nata una nuova grande stella a Hollywood, con la forza e il coraggio di lanciare su schermo paradossi in grado di stuzzicare con sorpresa tutte le emozioni del pubblico.
VOTO POPCORNERD: 8 / 10

Cinema
Roofman: Recensione – Channing Tatum, McDonald’s e la storia vera più assurda dell’anno
L’incredibile storia vera di Roofman, il ladro di McDonald’s, interpretato da Channing Tatum nell’omonimo film che potete trovare su Prime Video
(Piccola premessa prima di iniziare: spoilererò un po’. Quindi uomo avvisato mezzo salvato!)
Stavo cercando un crime movie per svoltare la serata morta, uno di quelli classici con le rapine in banca, le maschere fighe e le sparatorie alla Heat. Poi con il telecomando in mano mi compare il ricordo del messaggio di Doc. G, il caporedattore di PopcorNerd, in cui consigliava caldamente questo titolo, e fidandomi del suo fiuto da puro segugio di bei film mi sono ritrovato a guardare Channing Tatum che si cala dal soffitto di un McDonald’s per rubare l’incasso. E la cosa più folle di tutta questa faccenda? È una fottutissima storia vera.
Ed eccomi qui con la recensione di Roofman, un film che ti fa capire in modo cristallino quanto la realtà riesca sempre a superare anche la sceneggiatura più assurda che a Hollywood possano mai partorire. Se pensavate di aver visto il picco delle truffe con Prova a prendermi, preparatevi a rivalutare il concetto di genialità criminale (e di disagio).
Roofman: L’incredibile storia vera di Jeffrey Manchester

Il Roofman di Channing Tatum a confronto con quello reale
Partiamo dal presupposto che il protagonista, Jeffrey Manchester, non è il classico criminale spietato. È un ex ufficiale dell’esercito che ha deciso di svoltare la propria vita svaligiando i fast food (adoro quando si va contro il sistema dei fast food), passando rigorosamente dai condotti di aerazione del tetto. Niente armi spianate in faccia ai clienti, niente spargimenti di sangue. Il tizio si calava dal soffitto, svuotava la cassaforte, chiudeva i dipendenti nella cella frigorifera dicendo loro di coprirsi bene per non prendere freddo, e se ne andava.
Channing Tatum in questo ruolo è semplicemente perfetto. Riesce a darti quell’aria da cucciolone smarrito con un fisico da marines atletico, un criminale così gentile ed eccentrico che, per quanto tu sappia che stia sbagliando, finisci irrimediabilmente per tifare per lui.
Ma se pensate che la parte dei furti ai McDonald’s sia il picco del film, vi sbagliate di grosso. Il vero capolavoro di assurdità di questo film esplode nella seconda metà. Dopo essere stato beccato ed essere finito in prigione, il nostro genio evade e decide che il posto migliore in cui nascondersi per non farsi trovare dalla polizia è… un Toys “R” Us. Sì, esatto, il negozio di giocattoli.
Manchester si crea un appartamento segreto dietro gli scaffali delle biciclette, nutrendosi di omogeneizzati rubati e scorrazzando di notte sui tricicli per bambini per tenersi in forma. Sembra una gag tirata fuori da una commedia demenziale, e invece è tutto tristemente e magnificamente reale. E questa cosa mi ha gasato follemente senza capire perché.
Il regista Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un Tuono), che di solito ci ha abituati a mattonate emotive pesantissime, qui fa un lavoro pazzesco. Riesce a bilanciare la commedia surreale della situazione con una malinconia di fondo inaspettata. Perché, in mezzo a questo delirio tra pupazzi e patatine fritte, Jeffrey finisce pure per prendersi una cotta per Leigh, una dipendente del negozio (una Kirsten Dunst sempre sul pezzo), iniziando a lasciarle regali senza farsi vedere. È una specie di Fantasma dell’Opera, solo che invece di vivere nei sotterranei di un teatro parigino, vive tra i Lego e i peluche. Al fianco di Tatum c’è anche l’immancabile Ben Mendelsohn, che ormai ha la faccia da poliziotto disilluso o da cattivo impressa a fuoco nel DNA, ma che in questo film è il Pastore Ron Smith che accoglie Jeffrey nel suo gruppo parrocchiale, e che fa da perfetto contrappeso alla follia del protagonista.

Channing Tatum and Kirsten Dunst star in Paramount Pictures’ “ROOFMAN.”
In definitiva, Roofman non è il solito film di rapine. È una storia che oscilla tra il thriller anomalo e la commedia grottesca, tenuta in piedi da un Channing Tatum in stato di grazia che si diverte un mondo a interpretare questo ladro gentiluomo e disadattato (un po’ mi rivedo in questo personaggio soprattutto perché in realtà sono disagiato come lui).
Non ci sono esplosioni pazzesche o draghi che sputano fuoco come nelle serie che ho recensito ultimamente, ma c’è un livello di assurdità umana che ti incolla allo schermo fino ai titoli di coda (e questa cosa non mi succedeva da tempo).
Gran bel consiglio, Doc. G. La prossima volta che entrerai in un McDonald’s sono sicuro che guarderai il soffitto per provare a fare anche tu una rapina. Oh scherzo non farlo!
Potete trovare Roofman tra i titoli del catalogo Prime Video!
VOTO POPCORNERD: 7.5/10
(Omogeneizzati e tricicli)

Animazione
Coyote vs ACME: Recensione del film che Warner voleva dimenticare
Nonostante una fusione societaria, 3 anni dimenticati in un cassetto e una sceneggiatura a più mani, Coyote vs ACME finalmente sbarca al cinema
Questo film è unico nel suo genere, e no, non mi riferisco a particolari tecniche miste o nuove tecnologie per portare a schermo personaggi di un cartone animato.
Mi riferisco alla sua produzione travagliata e a tutti gli anni che questo film è stato dimenticato in un cassetto.
Coyote vs ACME nasce da una serie di sfortunati eventi, fusioni societarie, rimaneggiamenti ma anche tanta voglia di portare a termine un lavoro.
Breve storia di uno sviluppo complicato
Cercherò di farla breve, ma se volete approfondire, vi lascio qualche link* tra le fonti. Il 19 Febbrario 1990, Ian Frazier scrive un articolo sul The New Yorker.

Illustration by Luci Gutiérrez
L’articolo è un breve testo umoristico scritto interamente come se fosse l’arringa iniziale dell’avvocato di Willy Coyote in una vera causa giudiziaria. In sostanza Coyote denuncia la Acme (l’azienda immaginaria da cui acquista incudini, lingotti di dinamiti e gadget vari) per responsabilità da prodotto, sostenendo di aver acquistato innumerevoli dispositivi difettosi che, invece di aiutarlo a catturare il Road Runner (Beep Beep), gli hanno provocato lesioni fisiche e sofferenza psicologica (oltre che soldi buttati).
Sulla base di questo articolo, in un periodo non ben definito intorno al 2011, James Gunn e Jeremy Slater scrivono una prima concezione del film che trasforma il monologo satirico in una vera e propria commedia. Il progetto rimane nel limbo finché nel 2018 la Warner Bros. lo mette in produzione e ne affida la scrittura ai fratelli Jon e Josh Silberman che ne rimaneggiano il materiale.
L’anno successivo Dave Green (Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra) prende in mano la regia e affida la sceneggiatura a Samy Burch, che rielabora ulteriormente il progetto. I due portano a compimento il film nel 2019.
Cosa può andar storto?
Beh… nel 2022 WarnerMedia e Discovery si fondono facendo nascere Warner Bros. Discovery e dando il via a una gigantesca revisione dei progetti attivi e in lavorazione. Il film viene messo in un cassetto, dove sarebbe stato dimenticato per sempre.
Dopo 3 anni però, nel 2025, Ketchup Entertainment ne acquisisce i diritti e finalmente lo porta al cinema.
Quale modo migliore per cominciare se non proprio con una serie di sfortunati imprevisti, come un classico episodio di Willy il Coyote che si rispetti?

CHARIOTS OF FUR, Wile E. Coyote, 1994. Warner Bros.
Coyote vs ACME
Arrivando ai giorni nostri, il marketing presenta il film come un’opera che Warner Bros, qui associata alla ACME Corporation, avrebbe voluto far sparire e insabbiare.
La campagna promozionale gioca molto su questa idea e lo fa anche piuttosto bene. Sappiamo che si tratta soprattutto di un modo per incuriosirci e trascinarci in sala, perché il film abbandona completamente questa narrativa una volta iniziato. Appena si spengono le luci, possiamo tranquillamente dimenticarcene.
Tutto comincia con la premessa di cui parlavamo sopra: Coyote fa causa alla ACME, un incipit tanto semplice quanto funzionante.
Troppo semplice, vero? E infatti la storia non si ferma qui, ma non dirò altro per evitare spoiler.
Quindi, com’è questo Coyote vs ACME?
Non ci girerò intorno, è un buon film. Ha una solida struttura narrativa che funziona benissimo nella sua semplicità. Sa divertire e lo fa come uno dei migliori episodi di Willy Coyote e sopratutto è un film più intelligente di quanto sembri.
Ci sono però delle parti in ombra e ho alcuni dubbi e riserve su cui vorrei riflettere. Questo perché Coyote vs ACME non è un film esente da criticità.
Vediamo una cosa per volta.
Dicotomia
Il film è incentrato sul rapporto fra Willy e il suo avvocato Kevin Avery (interpretato da Will Forte) e questo è il fulcro principale.

Questa coppia funziona per un motivo.
Willy è quello che non si arrende mai, il personaggio che cade nei canyon americani, esplode, finisce sotto massi e treni un numero infinito di volte. Ma ogni volta si rialza. Ogni mattina prepara un piano minuzioso e dettagliato per acciuffare Beep Beep e poi vede quel piano fallire miseramente. Willy è uno stoico.
Il suo avvocato Kevin invece è arreso in partenza, non ha mai alzato la testa e ha la spina dorsale di un gamberetto. Ha sempre scelto la strada più facile e seppur eserciti la professione di avvocato, non combatte per il suo cliente, lui concilia. La sua vita sarà stravolta completamente quando viene trascinato contro la sua volontà in una causa legale gigantesca contro la ACME, rappresentata legalmente da Buddy Crane (interpretato da John Cena).

Ed è proprio da questo contrasto che nasce la forza della coppia.
Willy e Kevin funzionano perché si trovano agli estremi opposti: uno continua a lottare anche quando ogni logica gli suggerirebbe di fermarsi, l’altro ha imparato a fermarsi ancora prima di cominciare.
Il film sfrutta molto bene questa dicotomia anche sul piano comico. Molte gag nascono proprio dal modo completamente diverso in cui i due reagiscono alle stesse situazioni: Willy affronta ogni ostacolo con la serietà e la determinazione di chi sta preparando l’ennesimo piano (im)perfetto, mentre Kevin osserva il caos che gli esplode intorno con l’atteggiamento di chi vorrebbe soltanto trovare una via d’uscita.
Ed è questo continuo rimbalzo fra ostinazione e rassegnazione a dare ritmo al loro rapporto.
Sotto la pelliccia
Questo film porta a schermo tutti gli schemi comici di Willy Coyote che, nonostante siano ormai conosciuti, visti e rivisti, continuano a funzionare. E’ divertente come la prima volta che lo vedi precipitare da un canyon e alzare una nuvoletta di polvere. La risata è facile e a volte ti stupisci anche di star ridendo a battute così semplici ma genuine.
Ma sotto sotto c’è dell’altro.
Perché questo film è più intelligente di quanto sembri?
Per un motivo in particolare: i dialoghi. E non mi riferisco a una scrittura di alto livello, ma a un dettaglio che poteva diventare un coltello impugnato dalla parte sbagliata: Willy non parla.
Proprio così, uno dei due protagonisti principali, non si esprime come gli altri, non ha dialoghi, non parla. E quello che poteva essere un macigno alla caviglia diventa invece un grande punto di forza del film.

La gestione dei cartelli, è sorprendentemente furba: Willy non dice mai troppo, ma nemmeno troppo poco. Le frasi sono brevi, essenziali, arrivano sempre nel momento giusto e lasciano che sia il resto a farlo il personaggio. Il film sa giocare bene le sue carte, perché costringe lo spettatore a concentrarsi sulla sua gestualità, sulle espressioni, sulle pause e su tutta quella comunicazione non verbale che nei cartoni animati è sempre stata fondamentale.
Willy riesce così a essere estremamente espressivo pur senza pronunciare una sola parola. Non senti mai davvero la mancanza di una voce, perché il personaggio comunica continuamente: con uno sguardo, con un movimento, con il modo in cui reagisce all’ennesimo disastro o semplicemente con il tempo che impiega prima di tirare fuori un altro cartello.
Tantissime comparse, pochissimi personaggi

Veniamo ora alla prima piccola crepa di questa pellicola. Questo film è pieno di personaggi, a partire dal team legale della studio di Kevin Avery, a tutte le comparse animate e cartoni che sono state inserite in questo film. Purtroppo però, sono solo comparse.
L’impressione è che abbiano voluto inserire a forza più riferimenti possibili (giustamente hanno i diritti su tutti quei personaggi… perché non usarli?). Dall’altra parte però sono quasi completamente inutili, sono macchiette.
Non mi riferisco solo ai protagonisti animati ma anche agli altri attori che non hanno ruoli definiti e di vera utilità all’interno del film ma servono solamente come contorno e per creare qualche gag in più.
Non è un peccato così grave ma è chiaro l’intento di far sembra questo film più grande di quanto sia, smascherando invece così la sua vera natura di piccolo film.
Un buco generazionale
Forse questo è il vero grande dubbio che mi rimane: a chi è rivolto davvero questo film?
Perché nella sua anima da legal comedy Coyote vs ACME non mi sembra un prodotto pensato principalmente per i bambini. Willy Coyote cade, esplode, viene schiacciato e continua a offrire tutta quella comicità fisica immediata che può funzionare a qualsiasi età. Ma una parte importante del film vive di processi, avvocati e dinamiche aziendali. Tutte cose che difficilmente possono tenere incollato allo schermo un bambino per l’intera durata.
Viene quindi naturale pensare che il vero pubblico di riferimento siano gli adulti cresciuti con Willy Coyote e i Looney Tunes. Persone che li guardavano da bambini e che oggi possono ritrovarli al cinema con una certa dose di nostalgia.
Il problema è che non so quanto questo pubblico sia realmente vasto.
I Looney Tunes, per moltissime persone, rappresentano una fase precisa dell’infanzia. Da bambino, li adori, poi cresci e spesso vengono velocemente sostituiti da qualcos’altro. Supereroi, anime, videogiochi, altre serie animate. Non hanno avuto quella continuità generazionale che come altre proprietà intellettuali ha permesso di accompagnare il proprio pubblico dall’infanzia fino all’età adulta.
E una buona parte della responsabilità, è proprio di Warner Bros.
Perché stiamo parlando di una delle proprietà intellettuali più importanti e riconoscibili della storia dell’animazione, eppure per anni è mancato un vero progetto capace di riportarla stabilmente al centro della cultura popolare. I Looney Tunes avrebbero bisogno (e meriterebbero) di un rilancio, qualcosa che permetta anche alle generazioni più giovani di affezionarsi nuovamente a questo universo.
Invece sono stati progressivamente lasciati ai margini.

C’è stato Space Jam: New Legends, certo, ma quel tentativo non è bastato a ricostruire un rapporto con il pubblico. Nel frattempo sono cresciute intere generazioni che Bugs Bunny, Daffy Duck o Willy Coyote magari li conoscono di nome e di faccia, ma con cui non hanno necessariamente alcun legame emotivo.
Ed è qui che nasce il paradosso di Coyote vs ACME: il film sembra rivolgersi soprattutto a chi ama già questi personaggi, ma arriva dopo anni in cui Warner Bros ha fatto pochissimo per avvicinare nuove generazioni ai Looney Tunes e farle affezionare a loro.
Non puoi saltare una o due generazioni e poi aspettarti automaticamente che queste corrano al cinema per vedere un film dedicato a personaggi con cui non sono mai cresciute. E forse è proprio questo il motivo per cui era stato dimenticato in un cassetto.
Ed è un peccato enorme, perché forse il problema dei Looney Tunes non è che il pubblico abbia smesso di amarli. È che per troppo tempo non gli è stata data l’occasione di farlo.
In conclusione

Tiriamo le somme.
Coyote vs ACME è un film divertente, ben congegnato e capace di intrattenere dall’inizio alla fine. E in un panorama in cui ormai sembra quasi obbligatorio superare le due ore di durata, quei cento minuti scorrono con una leggerezza che oggi vale come un pregio. Il film sa quando fermarsi, non si trascina e soprattutto non prova a diventare qualcosa di più grande di ciò che vuole essere (e avrebbe potuto farlo).
Sul fronte tecnico fa il suo; l’animazione funziona bene e i modelli dei personaggi mi sembrano volutamente un po’ più grezzi e caricaturali, quasi a voler accentuare ulteriormente la loro natura. La buona qualità emerge soprattutto nell’illuminazione di questi modelli.
John Cena è perfettamente a suo agio nel ruolo di Buddy Crane. Riesce a rendersi insopportabile nel modo giusto, trasformando l’avvocato della ACME in quel tipo di antagonista che ami vedere sullo schermo proprio perché non vedi l’ora che qualcuno gli faccia perdere quel sorriso dalla faccia.
Il film, ovviamente, non è esente da difetti.
La sceneggiatura mette sul tavolo diverse idee che avrebbero potuto portare la storia più lontano e dare più spazio a determinati personaggi. Invece sceglie quasi sempre di rimanere nel piccolo, di concentrarsi sulla causa legale e di lasciare parecchie cose sullo sfondo. Nel finale questa scelta diventa ancora più evidente, quando alcuni sviluppi vengono praticamente liquidati attraverso un’accelerazione improvvisa (a trama conclusa) che preferisce chiudere le parentesi rimaste aperte piuttosto che esplorarle davvero.
Eppure, in fondo, va bene così.
Forse un film più ambizioso avrebbe avuto più respiro, ma probabilmente avrebbe anche perso parte di quella leggerezza che lo rende così piacevole. Coyote vs ACME conosce i propri binari e decide quasi sempre di restarci sopra.
E’ impossibile arrabbiarsi davvero con un film del genere.
Perché nonostante i suoi difetti, è una pellicola a cui viene naturale voler bene. E si sa: l’amore è cieco, e qualche difetto finisce inevitabilmente per perdonarlo.
Soprattutto perché Coyote vs ACME dimostra una cosa: questi personaggi hanno ancora qualcosa da dire. Possono ancora far ridere, possono ancora funzionare e possono ancora trovare un pubblico, se qualcuno concede loro lo spazio per farlo.
Perciò, se ne avete la possibilità, recuperatelo.
Perché il film se lo merita, ma soprattutto perché sarebbe bello mandare un messaggio chiaro a Warner Bros: i Looney Tunes non appartengono a uno scantinato, a un archivio o a qualche cassetto dimenticato.
Appartengono ancora allo schermo.
*Fonti: cinecittanews.it ; newyorker.com ; faroutmagazine.co.uk

Cinema
Robin Hood – Il prezzo del sangue: Recensione di un Meraviglioso Flop
Uno sguardo sul vero cavallo di Troia di quest’anno: Robin Hood: il prezzo del sangue. Un sonoro flop, ma al contempo una grandissima perla
Questa recensione poteva uscire in tempo con il film ma non avrebbe fatto molta differenza.
La pellicola ha avuto si e no 7-10 giorni di proiezione qui da noi in Italia e probabilmente è stata vista solo dalla famiglia del regista, dagli attori e pochi altri (tra questi io).
Ed è un grande, grandissimo, peccato.
Parliamone.
Il vero cavallo di Troia di questo 2026
Questo film è, né più, né meno, che il cavallo di Troia. Dico davvero.

© Odissey, Christopher Nolan, Universal Pictures. All rights reserved.
Pensavo di non aver più niente a che fare per un po’ con i greci dopo l’Odissea, ma mi sbagliavo.
Forse è la più grande presa in giro di quest’anno (dico forse perché aspettiamo Avengers: Doomsday per dare un verdetto), ma proprio per questo è una magnifica perla oltre che un grande flop commerciale.
Tutto ciò nasce da come il film è stato presentato attraverso i suoi trailer e, quando arrivi in sala, ti sei fatto un’idea di un certo tipo.

Il film, nei primi 20-30 minuti, ti da esattamente ciò che hai visto in quei pochi minuti dei teaser. Violenza cruda e brutale portata a schermo giocando su riprese notturne, controluce, torce e sangue.
L’incipit del film è viscerale, ti prende allo stomaco. Sembra dirti “E’ questo quello che vuoi? Eccolo qua, lo so fare e lo so fare molto bene“.
E l’effetto che suscita è contradditorio. La violenza travasa il limite, pensi di aver avuto ciò per cui sei venuto al cinema e scena dopo scena cominci a pensare che forse è un po’ troppo. Che ciò che cercavi, saziare questa fame, è sbagliato e due ore così non le reggeresti.
E fortunatamente questo il film lo sa, ti prende per mano e cambia completamente registro.
Robin Hood e quel pensiero che va a… Vinland Saga
Se avete letto Vinland Saga di Makoto Yukimura sapete cosa intendo.

© Makoto Yukimura, KODANSHA/VINLAND SAGA. All rights reserved.
Quando penso a questo film questa è la prima opera di riferimento che mi viene in mente.
Il titolo originale avrebbe dovuto farlo intuire: The Death of Robin Hood. Ma ancora una volta chi l’ha portato in Italia ha pensato bene di metterci lo zampino chiamandolo Robin Hood: Il prezzo del sangue. Un titolo che non ha niente a che vedere con la sua natura più intima.
Ma il prezzo de che? Il sangue di chi? Pensi che ci sia qualcuno che vuole fargliela pagare e il film sarà incentrato su di lui che combatte fino alla morte per fuggire al proprio passato ma non è vero, non del tutto almeno.
Si, nei primi 10 minuti capiamo che tutta una serie di parenti di gente morta ammazzata, lo cerca per vendicarsi ma questo non ha nulla a che vedere con la trama del film. Al massimo con la condizione del personaggio, che è stanco di fuggire dal suo passato.
Questo è veramente un peccato perché non c’è niente di più coerente in questo film che il suo titolo originale. La morte di Robin Hood, è questo il tema centrale.
Questo film è una riflessione sulla morte e sulla vita dal punto di vista di un personaggio che non riesce più a camminare fra i vivi, che scoprirà che c’è ancora del bene. E che questo bene non viene da fuori, ma nasce da dentro, dal modo in cui si sceglie di guardare il mondo.
Potrei raccontarvi la trama, dirvi che la leggenda è falsa e Robin Hood è solo un fuorilegge come altri. Dirvi che si ritroverà ferito in un monastero alle cure di Sorella Brigid e che successivamente avrà una bambina sotto la sua ala protettrice. Ma tutto ciò lo potete tranquillamente trovare su Wikipedia.
Quello che non troverete è che questo è solamente un pretesto per parlare dell’accettazione del propria natura, delle conseguenze delle proprie azioni, del meritare la morte, di valori e di eredità.
Come per Vinland Saga, cominci questo film pensando che troverai guerra e sangue e per un po’, lo trovi. Poi scopri che vuole parlare al tuo cuore e vuole raccontarti tutt’altro, qualcosa di più importante. Quando lessi questo manga per la prima volta, verso il volume 14, la pubblicazione italiana risultò in pari (salvo qualche capitolo) con quella giapponese. Di conseguenza usciva un volume ogni 10 mesi.
Quando cominciò l’arco narrativo di redenzione, o forse meglio chiamarlo l’arco narrativo della fattoria, ne rimasi profondamente deluso, il grande guerriero che diventa uno schiavo-contadino. Pregustavo ancora il sangue e le battaglie dei primi 10 volumi e queste non davano cenno di tornare. Così verso il 20esimo volume ho venduto tutto.
Ma perché vi parlo di Vinland Saga, un manga giapponese? Che c’entra con questo film?
Perché anni dopo me ne sono pentito amaramente e ho capito tardi che questo manga non voleva parlare di guerra e battaglie.
“Il vero guerriero è colui che combatte senza la spada“.
Mentre guardavo questo film, ho realizzato che si trattava dello stesso escamotage narrativo, e maturo di quell’errore mi sono lasciato trasportare dove il film voleva portarmi e non me ne sono più pentito.
Alla luce di tutto questo, posso capire come il film possa far arrabbiare, e non poco, chi vi si avvicina con aspettative diverse. In particolare, chi spera che il resto della pellicola prosegua sulla stessa linea dei primi trenta minuti rischia di rimanere profondamente deluso.
Anatomia di questo film
Adesso lasciamo da parte le sensazioni e dissezionamolo.

Hugh Jackman è sempre bravissimo e ormai con questi personaggi alla Old Man Logan (o per meglio dire, la versione vecchia e stanca di Wolverine tratta dal fumetto e poi dal film Logan – The Wolverine) va con il pilota automatico. Anche nei panni di Robin Hood. Ha raggiunto una bravura tale nel rappresentare personaggi reietti, sporchi e virili che risulta talmente naturale, da non sembrare che stia recitando. Il livello da una parte è altissimo, dall’altra ti sembra che non debba neanche impegnarsi più di tanto e questa cosa un po’ mi confonde.
Bill Skarsgård nel ruolo di Little John è irriconoscibile per via di trucco e parrucco. Ci ho messo più di metà film a riconoscerlo, complici anche i giochi di luce, specialmente nella prima parte del film.

© Bill Skarsgård as Little John, Death of Robin Hood. A24 All rights reserved.
Jodie Comer, infine, è la vera colonna portante del film. Il suo ruolo è probabilmente il più difficile per via del contrasto che il suo personaggio incarna. Non so perché non veda maggiormente questa attrice in giro, ma la ricordo giusto per The Last Duel (regia di Ridley Scott) e 28 Anni Dopo (Danny Boyle) e non mi sembra che abbia fatto altro. Sicuramente è da tenere d’occhio.
Buona la regia, ottima la messa in scena e grande l’atmosfera, specialmente se vi piacciono le ambientazioni alla The Northman, per capirci.
Una colonna sonora toccante ma non indimenticabile, senza un vero main theme a legare (a parte qualche specifico strumento musicale) ma a completo servizio del film.
Se proprio devo trovargli dei difetti il cambio di registro così netto può spiazzare e non mi è piaciuta molto la gestione di Margaret, la bambina, che viene usata talvolta in maniera sempliciotta.
Il ritmo resta comunque buono, anche grazie a un paio di colpi di scena che fanno avanzare la trama nei momenti di calma piatta.
Per finire, è difficile consigliare questo film a chiunque. Può essere lento e se state cercando The Northman o botte e violenza lasciate perdere. Ma a chi saprà aprire il suo cuore, questo film gli darà tanto: consigliato!
PS: Ormai lo sappiamo, questo film ha floppato completamente al cinema. Tuttavia, se devo fare una previsione (e anche un augurio) penso che possa andare molto bene on-demand quando le piattaforme lo renderanno disponibile.

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