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Essenza Ludica: Cinque cartucce ed una vita: Megadrive, cinque pezzi di adolescenza
Su Essenza Ludica continua la serie di articoli dedicati alle classifiche dei migliori giochi per ogni console. Oggi tocca al Sega Megadrive
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1 mese agoil
Dopo aver fatto il giro del NES nel primo speciale di ‘Cinque cartucce ed una vita‘, era solo questione di tempo prima di accendere il 16-bit più cafone degli anni ’90. Il Mega Drive non ti chiedeva il permesso: entrava in casa con la sua musica FM sparata a palla, sprite arroganti e quella sensazione costante che doveva dimostrare qualcosa a qualcuno.
Alle medie finalmente me lo ero preso. E non era solo cambiare console: era cambiare proprio mentalità. Se il NES era stata la scoperta del videogioco, il 16-bit di SEGA era tipo… la laurea. Sprite più grossi, musiche che non sembravano più una sveglia impazzita, animazioni che scorrevano davvero. Si sentiva proprio il salto, era fisico.
Per la prima volta “avere la sala giochi in casa” non sembrava più uno slogan pubblicitario esagerato: era vero. I picchiaduro avevano un peso, gli shoot ‘em up facevano tremare la TV, l’azione era più veloce, più matura. Più vera.
Come sempre, qui non troverete la solita classifica copia-incolla. Non solo le mascotte da copertina o i titoli da top 10 scontata. Questi sono i cinque giochi che ho avuto davvero, che ho consumato e amato. Quelli che ancora oggi, se partono, mi fanno mettere dritto sulla sedia come avessi sedici anni.
Grazie al razzo – i soliti noti
Prima di buttarmi nel mio pantheon personale, devo fare un attimo il punto. Ci sono giochi che hanno fatto la storia del Megadrive e che vanno citati per forza, anche se poi nella mia top 5 non ci sono. Tipo gli elefanti nella stanza, ma di quelli fantasy.
Golden Axe e Golden Axe II

Il primo è stato praticamente il biglietto da visita del Mega Drive: barbaro, amazzone, nano, magia a schermo pieno e quell’estetica da copertina metal anni ’80 che sembrava uscita da un disco dei Manowar. Era immediato, brutale, cooperativo. Non servivano tutorial: serviva solo qualcuno sul divano con te e la voglia di spaccare scheletri.
Il secondo non ha rivoluzionato nulla, faceva quello che doveva fare un seguito all’epoca: più grosso, più veloce, più incazzato. Più nemici, magie ancora più spettacolari, ritmo più serrato. Non reinventava la ruota, ma la faceva girare molto meglio.
Golden Axe non era roba da intenditori. Era fantasy da salotto, punto. Ce l’avevano tutti o l’avevano almeno provato. Una di quelle cartucce che ti facevano sentire davvero che il Mega Drive era più vicino alla sala giochi di quanto il NES fosse mai riuscito a esserlo.
Street Fighter II: Champion Edition

Non era un gioco. Era proprio un evento sociale dentro una cartuccia.
Quando Capcom ha portato la sua macchina mangia-monete nei salotti, il Mega Drive ha smesso di essere “una console potente” ed è diventato tipo la succursale del bar sotto casa. Ryu e gli altri non erano più personaggi: erano argomenti da discussione, rivalità da ricreazione, accuse per chi usava sempre Blanka (perché sei proprio uno stronzo, Antonio).
La Champion Edition poi aveva un valore simbolico enorme. Non era la conversione ridotta, non era la versione “quasi”. Era Street Fighter II con TUTTI i lottatori selezionabili, con una velocità decente, con una resa che faceva finalmente sembrare vera quella frase abusata: la sala giochi a casa.
Certo, oggi possiamo metterci a parlare dei compromessi tecnici, dei colori meno saturi, dell’audio FM che faceva quel che poteva. Ma all’epoca contava solo una cosa: funzionava. E funzionava bene abbastanza da trasformare ogni pomeriggio in un mini torneo mondiale.
È uno di quei titoli che non puoi proprio ignorare quando parli di Mega Drive.
Sonic the Hedgehog e soprattutto Sonic 2

Qui siamo oltre il “gioco famoso”. Sonic ERA il Mega Drive. Era il faccione stampato sulle scatole, il motivo per cui la console esisteva nel dibattito da cortile, la risposta diretta a un certo idraulico baffuto che dominava gli 8-bit. Velocità, colori saturi, level design che alternava accelerazioni e trappole con un’intelligenza che ancora oggi merita rispetto.
Il secondo poi ha fatto quello che ogni sequel sogna di fare: prendere un’idea forte e trasformarla in manifesto. Più veloce, più grande, più sicuro di sé. Chemical Plant Zone è ancora un’icona dei 16-bit, chi l’ha vissuta lo sa.
E però… confessione: non sono mai stato un grande fan. Lo so, sto bestemmiando. Ne riconosco il valore storico, tecnico, culturale. So cosa ha significato per SEGA e per la guerra dei 16-bit. Ma mentre mezzo mondo sognava di correre a loop supersonici, io cercavo altro: più controllo, meno automatismi, meno slancio e più precisione.
E questo è il punto. Sonic è fondamentale per capire il Mega Drive. Ma non è stato il MIO Mega Drive. Ed è una differenza che in questa top 5 conta più di qualsiasi velocità in pixel al secondo.
Streets of Rage e Streets of Rage 2

Quando parli di Mega Drive e botte a scorrimento, il discorso parte da Streets of Rage e arriva inevitabilmente al 2.
Il primo è stata una dichiarazione d’intenti. Atmosfere notturne, città sporche, giubbotti di pelle e una colonna sonora che sembrava uscita da un club underground più che da una console. Era essenziale, diretto, quasi ruvido. Non aveva la complessità tecnica del seguito, ma aveva un’identità fortissima. Era tipo il momento in cui il Mega Drive smetteva di cercare di piacere a tutti e iniziava a costruirsi un carattere. Devo dire che negli anni il primo capitolo resta il mio preferito, se escludiamo il quarto uscito qualche anno fa.
Poi è arrivato il 2, e ha fatto quello che fanno i grandi sequel: prendere una base solida e portarla all’eccellenza. Più mosse, più profondità nel combattimento, animazioni più fluide, boss più memorabili. E una colonna sonora che ancora oggi è un manifesto della sintesi FM. Se il primo era atmosfera, il secondo era controllo totale.
Insieme probabilmente sono il punto più alto del beat ‘em up casalingo a 16-bit. E proprio per questo rientrano negli “ovvi”: sono titoli che chiunque abbia avuto un Mega Drive conosce, cita, rimpiange.
La Classifica
Menzioni onorevoli
Prima di chiudere, tre cartucce che non entrano nella top 5 solo per questioni di spazio, non certo perché non li amo.
La prima è Rolling Thunder 2.

Elegante, metodico, quasi aristocratico nel suo modo di intendere l’azione. Niente frenesia cieca: qui si avanza con passo misurato, si entra nelle porte al momento giusto, si gestiscono i proiettili come se fossero risorse preziose. È un gioco che non urla mai, ma ti guarda dritto e pretende concentrazione. In un’epoca di eccessi e velocità, Rolling Thunder 2 era controllo e stile. Forse meno iconico di altri, ma incredibilmente coerente con quel Mega Drive che amava l’azione tecnica e senza fronzoli.
Poi c’è Rainbow Islands Extra.

Un piccolo paradosso nella line-up SEGA: colorato, quasi tenero nell’estetica, ma sorprendentemente bastardo sotto la superficie. Arcobaleni come armi, livelli verticali, precisione millimetrica nei salti. Era un arcade puro travestito da platform allegro. E forse proprio per questo funzionava: dietro i colori pastello si nascondeva un’anima spietata da sala giochi vera. L’ho giocato tantissimo, e lo faccio ancora oggi.
Tra i titoli che restano appena fuori c’è anche Shadow Dancer: The Secret of Shinobi.

Forse è proprio la sua sobrietà ad averlo reso meno celebrato rispetto ai capitoli maggiori della saga.
Shadow Dancer è precisione pura. Livelli lineari, ritmo misurato, pochissimo spazio per l’errore. E poi il cane — non una feature simpatica, ma una meccanica vera da gestire con tempismo e sangue freddo. Mandarlo in attacco al momento giusto era questione di istinto e memoria, non di caso.
È uno di quei giochi che non cercano l’effetto speciale. Niente evoluzioni spettacolari, niente esibizionismi tecnici. Solo controllo, concentrazione, e quella sensazione costante di dover essere un passo avanti rispetto allo schermo.
Non sono entrati nella mia top 5, ma sono rimasti nel mio immaginario Mega Drive. E se oggi li rivedo partire, so già che non sarebbe solo una partita nostalgica. Sarebbe un ritorno a quando giocare significava imparare, migliorare, insistere.
Ora cominciamo veramente
- Cadash

Cadash è stata un’anomalia felice nella mia collezione Mega Drive. In un catalogo pieno zeppo di arcade puri, ninja silenziosi e picchiaduro da asfalto, lui se ne stava lì con la sua anima ibrida: metà action, metà RPG, tutto carattere.
Non era il gioco che avevano tutti. Non era quello che faceva urlare al miracolo tecnico. Ma aveva una cosa rarissima per l’epoca: la sensazione di vivere un’avventura strutturata, con città, equipaggiamenti, punti esperienza. Per un ragazzo delle medie abituato all’immediatezza brutale dell’arcade, trovarsi a livellare un personaggio sul Mega Drive era quasi tipo… un rito di passaggio videoludico.
Tecnicamente non faceva il figo. Gli sprite erano solidi ma non enormi, le ambientazioni funzionali più che spettacolari. Eppure funzionava. Perché dietro quella semplicità c’era un ritmo calibrato: si combatteva, si cresceva, si tornava indietro più forti. Un loop che creava dipendenza senza bisogno di effetti speciali.
E poi c’era quella sensazione da sala giochi “seria”. Cadash veniva dall’arcade, e si sentiva. La prima volta che l’ho visto al bar è stato amore a prima vista. Non era un RPG contemplativo: era un action con le statistiche addosso. Si moriva, si imparava, si riprovava. Ma con la soddisfazione di vedere i numeri salire e il personaggio diventare davvero più potente. Ed era non completamente lineare e pieno di dialoghi, una roba incredibile per un arcade.
La conversione di cui parliamo ha solo due dei quattro personaggi originali, ma per me è stata comunque una meraviglia averlo in casa.
Non è il titolo che trovi nelle top 10 automatiche del Mega Drive. Ma per me è stato il momento in cui la console ha smesso di essere solo velocità e riflessi, e ha iniziato a essere anche progressione e costruzione. Ed è per questo che entra di diritto nella mia top 5. Non come scelta “di nicchia”, ma come scoperta personale che mi ha fatto capire che il 16-bit poteva offrire qualcosa di diverso dall’ennesimo livello da memorizzare a forza.
- Thunder Force III

Ok, mettiamolo subito in chiaro: lo so benissimo che il capitolo che tutti considerano il migliore è Thunder Force IV. Più scenografico, più stratificato, più “definitivo”. È quello che finisce nelle classifiche sacre.
Ma io ho avuto il 3. E per me resta quello giusto.
Non è stato il mio battesimo con gli shoot ‘em up. Avevo già macinato navicelle in sala giochi e spremuto il NES a colpi di memorizzazione pattern. Sapevo cosa mi aspettava: proiettili ovunque, errori puniti subito, miglioramento lento e sudato.
Ma Thunder Force III aveva qualcosa in più. Una pulizia, una solidità, una coerenza di design che lo rendevano immediatamente leggibile e spietatamente onesto. Ogni morte era colpa mia. Ogni avanzamento era frutto di concentrazione. Nessuna gimmick, nessun trucco: solo ritmo, scelta dell’arma giusta al momento giusto, controllo totale dello schermo.
E poi la colonna sonora. Quella sintesi FM che non accompagnava l’azione: la spingeva proprio. Era energia compressa che usciva dagli altoparlanti del televisore e trasformava il salotto in un’arena. Non servivano effetti speciali da fine generazione. Bastava quella combinazione di velocità, potenza e disciplina.
Forse il 4 è più grande. Ma il 3 è più diretto. Più essenziale. Più mio. E in una top 5 costruita sull’amore e non sulla reputazione, questo basta e avanza.
- The Revenge of Shinobi & Shinobi III

Lo so. Metterne due è barare. Ma qui non stiamo compilando un regolamento da torneo: stiamo raccontando un amore.
The Revenge of Shinobi è stato consumo puro. Cartuccia infilata e re-infilata, livelli imparati a memoria, boss studiati come interrogazioni. Aveva un ritmo quasi solenne, una difficoltà che non ti chiedeva di correre ma di capire. Salti misurati, shuriken dosati, magia usata come ultima risorsa. Era severo, quasi austero, ma aveva un’identità fortissima. E poi quell’atmosfera: urbana, mistica, leggermente malinconica. Un ninja in un mondo moderno che non gli apparteneva del tutto.
Poi arriva Shinobi III, e non distrugge il passato: lo fa evolvere. Più fluido, più dinamico, più spettacolare. Joe Musashi non è più solo preciso: è atletico. Scivola, salta tra i livelli, cavalca, combatte con una mobilità che nel 1993 sembrava quasi un manifesto tecnico del Mega Drive. È lo stesso DNA, ma portato alla maturità.
Se Revenge è memoria e disciplina, Shinobi III è sicurezza e controllo totale. Il primo l’ho consumato. Il secondo l’ho ammirato.
Metterli entrambi non è una furbata nostalgica: è riconoscere un percorso. Revenge è il ricordo che mi si accende subito. Shinobi III è la consapevolezza che quella formula poteva diventare eccellenza.
Se questa top 5 fosse oggettiva, dovrei sceglierne uno. Ma non lo è. E quindi sì, baro. Con piena consapevolezza.
- Castle of Illusion Starring Mickey Mouse

Dirlo oggi fa un po’ effetto, lo so. Sembra la confessione di un quarantenne con la cartuccia ancora in mano e l’orgoglio leggermente ammaccato. Ma la verità è che i giochi Disney di quell’epoca erano uno spettacolo. E Castle of Illusion, primo titolo Disney su Mega Drive, per me resta il migliore.
Prima che arrivassero produzioni sempre più ambiziose, prima che l’effetto “licenza” diventasse sospetto, qui c’era un platform solido, elegante, rifinito con una cura quasi maniacale. Animazioni fluide, scenari fiabeschi ma mai stucchevoli, una direzione artistica che faceva sembrare il 16-bit un passo avanti non solo tecnico, ma proprio estetico.
E soprattutto: controllo.
Castle of Illusion non puntava sulla velocità sfrenata. Non cercava l’effetto wow da corsa supersonica. Era preciso, misurato, costruito su salti calibrati e tempismo. Un platform che ti chiedeva attenzione, non riflessi isterici.
Lo dico senza problemi: nei 16-bit è stato il platform non-Nintendo che ho giocato di più. Più di Sonic 2, sì. Sonic lo rispettavo. Castle lo rigiocavo.
Forse perché aveva quella combinazione perfetta tra accessibilità e rigore. Era accogliente, ma non banale. Fiabesco, ma non infantile. E soprattutto dava la sensazione di avere tra le mani un prodotto rifinito, pensato per durare.
Se oggi sembra una scelta da nostalgico incallito, pazienza. Per me resta il platform che meglio ha incarnato il salto qualitativo del Mega Drive. Non il più veloce. Non il più iconico. Ma quello che ho amato davvero.
- Gunstar Heroes

Poteva essere solo lui.
Quando Treasure debutta su Mega Drive non fa un gioco; fa una dichiarazione di guerra. Gunstar Heroes non chiede spazio nella line-up: lo conquista a suon di boss giganteschi, animazioni folli e un sistema di armi che ancora oggi è un esempio di game design intelligente.
Per me è il miglior gioco del Mega Drive. Sì, più degli ovvi, più dei monumenti da classifica, più delle mascotte e dei sequel celebrati.
Non è solo tecnica — anche se tecnicamente faceva sembrare la console spinta oltre il consentito. È ritmo. È controllo. È libertà. La combinazione delle armi non era una gimmick da retro copertina: era un invito a sperimentare. Ogni partita poteva essere diversa, ogni boss affrontato con un approccio nuovo.
E poi i boss. Seven Force da solo meriterebbe un capitolo nei manuali di game design. È spettacolo puro, ma sempre leggibile. Caotico solo in apparenza, in realtà costruito con una precisione quasi matematica.
Gunstar Heroes è uno di quei giochi che non invecchiano perché non si appoggiano a mode o tecnologie del momento. Si appoggiano su fondamenta solide: level design brillante, difficoltà esigente ma mai sleale, cooperativa che amplifica il divertimento invece di spezzarlo.
Lo dico senza ironia: se uscisse oggi a 70 euro, lo comprerei senza battere ciglio. Perché non è solo un grande gioco del 1993. È uno dei migliori della sua generazione.
E in una top 5 costruita sull’amore vero, non poteva che stare al primo posto
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GialappaShow: conferenza stampa tra risate e anticipazioni
Torna lo GialappaShow a partire dal 30 marzo su TV8. PopCorNerd ha partecipato su invito di Sky alla conferenza stampa ed ecco tutte le novità della nuova edizione
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13 ore agoil
29 Marzo 2026Da
redazione
Da oltre 40 anni la Gialappa’s Band è una garanzia in termini di comicità. In quanto a cultura pop, il tipo e lo stile di umorismo della Gialappa’s ha contaminato migliaia di spettatori nel corso degli anni con personaggi iconici e imitazioni divenute immortali.
Marco Santin e Giorgio Gherarducci (in precedenza insieme a Carlo Taranto) hanno fatto ridere diverse generazioni di spettatori con i loro show a metà tra il surreale e l’irriverente con attori e comici che, in diversi casi, hanno trovato nei programmi della Gialappa’s un trampolino di lancio verso una carriera fatta di successi (Aldo, Giovanni e Giacomo vi dicono qualcosa?).
In fatto di talent scout della comicità, ‘i Gialappi’, come vengono amichevolmente chiamati, sono dei professionisti, e ancora oggi i loro show sono i campioni della risata della televisione italiana. E sono pronti a tornare.
Con un cast che vede oltre che tante conferme anche graditi ritorni, dal 30 marzo riparte su TV8 di Sky, GialappaShow e noi di PopCorNerd abbiamo avuto il piacere di partecipare su invito della stessa Sky, alla conferenza stampa di presentazione della nuova stagione che si è tenuta presso la sede di Sky Italia!
GialappaShow torna e lo fa in grande stile
Prima della conferenza stampa è stato rilasciato un estratto della prima puntata che andrà in onda proprio il 30 marzo. Oltre al Mago Forrest, conduttore nonché da diversi anni il mattatore inossidabile dei programmi della Gialappa’s Band, come da tradizione vi saranno diversi co-conduttori che affiancheranno il Mago.
Si parte con Jovanotti pronto a portare la sua classica carica di energia al programma!
Tornano i mattatori delle ultime edizioni: Brenda Lodigiani, Ubaldo Pantani, Toni Bonji, Giovanni Vernia, Marcello Cesena, Stefano Rapone, Edoardo Ferrario, Alessandro Betti e tutti gli altri comici pronti a portare nuovi personaggi incredibili. E, udite udite… torna anche Maccio Capatonda, con un nuovo appuntamento, realizzato alla sua maniera con la sua surreale comicità.
Novità e ritorni del GialappaShow
Il nuovo GialappaShow si arricchisce di numerosi personaggi e parodie inedite, accanto al ritorno di volti già amati. Brenda Lodigiani introduce la cantante naïf Bereguarda e riprende l’imitazione di Silvia Toffanin, mentre Valentina Barbieri propone una nuova versione di Sabrina Ferilli. Tornano anche Michela Giraud con una serie ambientata in una scuola serale e Giulia Vecchio con nuove imitazioni, tra cui Iva Zanicchi.
Non mancano i ritorni: Gigi nei panni di Fabrizio Corona in Falserrimo, Ross come Francesco Gabbani e Giovanni Vernia con nuove imitazioni tra cui un Jovanotti unpolitically correct. Ubaldo Pantani ripropone Gineprio, mentre Alessandro Betti torna con Amos in un nuovo quiz.
Tra le serie, proseguono “Sensualità a Corte” con Marcello Cesena e Simona Garbarino, e debutta “Terapia di gruppo” con Alessandro Tiberi, lo stagista di BORIS, nei panni di uno psicologo che deve gestire dei pazienti ovviamente molto particolari.
La novità principale è la parodia di Pechino Express, con coppie improbabili (tra cui il Matteo Salvini di Betti e Michelle Hunziker della Barbieri) guidate da Costantino della Gherardesca (Ubaldo Pantani), affiancato da Victoria Cabello (Brenda Lodigiani).
GialappaShow: foto della conferenza stampa
Dopo la proiezione è stata la volta della conferenza stampa vera e propria, condotta da Federica Masolin, volto noto di Sky Sport, che ha intervistato il cast (quasi) al completo presente. Di seguito alcuni scatti e alcuni video realizzati durante l’anteprima.
GialappaShow: video con curiosità e anticipazioni
La conferenza è terminata poi con un divertissement musicale dei Neri Per Caso, band presente anche in questa nuova stagione dello show gialappico!
Appuntamento dal 30 marzo h. 21.30 su TV8 con le nuove puntate di GialappaShow!
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Scrubs è tornato: lunga vita a Scrubs!
Dopo 16 anni Scrubs è tornato su Disney+ con una serie inedita e nuovi episodi, riportando in corsia la sua comicità e i suoi protagonisti talmente reali da essere come degli amici che mancavano da tanto tempo.
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1 giorno agoil
29 Marzo 2026Da
Doc. G
I primi anni 2000 hanno visto un’invasione del medical drama in televisione, con serie che hanno ripercorso le orme di E.R. – Medici in prima linea, prodotta da Steven Spielberg e capostipite di un genere che riscuoterà un successo incredibile nel corso degli anni.
Show come Dottor House, Grey’s Anatomy e molti altri raccontavano, e raccontano tutt’ora, le vite frenetiche in corsia dei protagonisti, principalmente medici e infermieri, e le storie dei pazienti che li coinvolgevano, spesso drammatiche e strappalacrime, con lieti fine che, a distanza di moltissimi episodi, si possono contare sulle dita di entrambe le mani.

Ma tra questi medical drama spiccò una serie che affrontava tematiche molto serie con ironia e leggerezza, grazie a un cast ben assortito e a personaggi divertenti e surreali: Scrubs, in Italia accompagnata dal sottotitolo “Medici ai primi ferri” (ah, i pessimi sottotitoli italianizzati degli anni 2000).
Protagonisti di questa serie originale ideata da Bill Lawrence nel 2001 erano giovani attori che divennero proprio con i ruoli che interpretarono in Scrubs delle star: Zach Braff (John “J.D.” Dorian), Sarah Chalke (Elliot Reid), Donald Faison (Christopher Turk), Judy Reyes (Carla Espinosa), John C. McGinley (Perry Cox).
Scrubs: I’m No Superman

Tra i punti di forza di una serie come Scrubs c’era un sottotesto davvero importante, evidenziato fin dalla sigla iniziale I’m No Superman, ideata per la serie dal cantante Lazlo Bane e diventata una hit non solo per i fan: i medici non sono Superman.
Il loro lavoro è salvare vite, ma non sempre ci riescono, e gli insuccessi si ricordano di più e fanno molto più male dei successi.
Nel contesto della vita ospedaliera del Sacro Cuore, nel corso delle 9 (anzi… 8+1) stagioni andate in onda per la prima volta in Italia su MTV, noi italiani abbiamo amato, riso e anche pianto in compagnia di J.D., Turk, Elliot e Carla. Quattro personaggi che intrecciano le loro vite sul lavoro, volendosi bene, amandosi e facendosi amare dai telespettatori.
I quattro protagonisti sono il motore di uno show che riprende in gran parte i crismi della sit-com classica, alla Friends per intenderci, grazie a situazioni comiche che coinvolgono loro e tutto lo staff del Sacro Cuore: dall’irritabile dottor Perry Cox al folle primario Dottor Kelso, fino all’enigmatico Inserviente (di cui ancora oggi non si conosce il nome). Il tutto è arricchito dall’immaginazione di J.D., che mescola la realtà con i propri “sogni surreali” a occhi aperti.
Ma Scrubs non è solo comicità: i personaggi sono prima tirocinanti e poi medici, e vengono messi a dura prova dalla vita in ospedale. Non sono Superman, e questo è un concetto difficile da accettare, soprattutto all’inizio, ma che viene ritirato fuori nel corso delle stagioni con alcuni episodi decisamente strappalacrime.
Il giusto mix di comicità e drama, però, fa sì che i telespettatori rimangano emotivamente coinvolti, pur avendo la possibilità di sdrammatizzare subito dopo un evento intenso e commovente, grazie a scene surreali o assurde, o semplicemente con l’arrivo dell’insicuro e pessimista avvocato Ted e del suo gruppo canoro, pronti a cantare Underdog.
Tra l’altro, per chi non lo sapesse: il gruppo che compare saltuariamente cantando a cappella durante le puntate esisteva davvero e si chiama The Blanks, ed era composto dal compianto Sam Lloyd (Ted Buckland), George Miserlis, Paul F. Perry e Philip McNiven.
2026: nuova piattaforma, stesso ospedale

SCRUBS – ABC’s “Scrubs” stars Sarah Chalke as Elliot Reid, Zach Braff as John “J.D.” Dorian, and Donald Faison as Christopher Turk. (Disney/Brian Bowen Smith)
Sono passati 16 anni dall’ultima stagione di Scrubs e ora, su Disney+, lo show è tornato con una decima stagione composta da nove episodi inediti, rilasciati settimanalmente.
Inizialmente c’era un mix di scetticismo e attesa frenetica, su questo revival che riporta in scena gran parte del cast originale, almeno i protagonisti principali.
Attualmente sulla piattaforma è disponibile solo il primo episodio e le sensazioni, dopo la visione, sono positive: nonostante qualche capello bianco e qualche ruga in più, lo spirito dei protagonisti è rimasto lo stesso.
J.D. è sempre lui: medico che esercita in proprio, ma ancora impacciato, goffo e con la battuta (sbagliata) sempre pronta. Così come Turk, che nonostante sia ormai un chirurgo affermato al Sacro Cuore, conserva l’animo giocherellone del tirocinante del primo giorno. La loro bro-mance riparte esattamente da dove si era interrotta, come se il tempo non fosse mai passato: un elemento tanto bello quanto nostalgico.
Elliot, Carla e lo stesso Dottor Cox tornano in scena e l’alchimia si riaccende subito. C’è un po’ di ruggine da grattare via, questo si percepisce, ma non sembra essere un problema.
I punzecchiamenti tra Cox e J.D. sono gli stessi di sempre, Carla resta la capoinfermiera “cazzuta” che abbiamo conosciuto, mentre Elliot è ancora la brillante ma sbadata dottoressa di cui J.D. si è innamorato, anche se, al momento, tra i due c’è un po’ di maretta.
Il cast si arricchisce anche di nuovi personaggi, giovani medici del Sacro Cuore che avranno tempo e modo di farsi conoscere e interagire con i volti storici della serie, ritagliandosi spazio e identità.
Come detto, c’è ancora un po’ di ruggine: il primo episodio non osa particolarmente e si concentra soprattutto sul ritorno di J.D. al Sacro Cuore, convinto dal Dottor Cox, mentore e padre putativo ancora oggi, dopo un rapporto inizialmente fatto di amore e odio. Anche questo è un elemento profondamente nostalgico e piacevole da rivedere sullo schermo.
Non è ancora chiaro se nel corso della stagione compariranno due pilastri dello show originale come Bob Kelso e l’Inserviente, mine vaganti di comicità e follia. È probabile che almeno uno dei due possa fare un’apparizione negli episodi finali: in quel caso, sarebbe la vera ciliegina sulla torta.
Bentornato Scrubs!

SCRUBS – #101 Table Read. (Disney/John Fleenor)
BILL LAWRENCE, DONALD FAISON, SARAH CHALKE, ZACH BRAFF, JUDY REYES, JOHN C. MCGINLEY
Insomma, due elementi positivi emergono chiaramente dopo il ritorno in pompa magna di Scrubs:
- Da quanto visto finora, Scrubs: Med School appare come uno “scivolone” che questa nuova stagione sembra voler mettere da parte.
- La paura di trovarsi di fronte a uno show che fosse solo l’ombra della serie originale, al momento, anche se è presto per dirlo, sembra scongiurata.
Negli occhi degli attori si percepiscono emozione e voglia di dimostrare che questi personaggi fanno ancora parte di loro, al cento per cento.
J.D. e Turk sono tornati. E con loro, i medici “no Superman” di Scrubs.
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Finché morte non ci separi 2: incontro con Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton
Il 23 marzo c’è stata la conferenza stampa del film Finché morte non ci separi 2 a cui hanno partecipato le protagoniste, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton. Noi di PopCorNerd eravamo lì ed ecco come è andata
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2 giorni agoil
28 Marzo 2026Da
redazione
È andata in scena nella giornata di lunedì 23 marzo al Cinema Barberini di Roma la conferenza stampa sul nuovo film horror diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, Finché morte non ci separi 2, sequel del fortunato film uscito nel 2019, che arriverà nelle sale italiane il prossimo 9 aprile.
Presenti due delle star della pellicola, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton, in un incontro moderato dalla giornalista Eva Carducci. Ne è emersa una conferenza vivace e ricca di spunti, che ha delineato il ritratto di un film capace di ripercorrere le orme del capitolo precedente, mescolando horror e commedia e puntando su un equilibrio sempre più raffinato tra tensione e ironia, con la famiglia e i conflitti interni al centro di una pellicola adrenalinica di puro intrattenimento.
Finché morte non ci separi 2 e quel mix tra horror e humor
Il tono del film, che unisce horror e commedia, è stato uno degli elementi chiave per entrambe le attrici, insieme al rapporto con i registi e con il franchise.
«Ho detto sì al progetto perché i registi sono dei geni. Avevo già lavorato con loro in Abigail e quando mi hanno detto che avevano scritto questo film è stato un grande onore. Per me è stato fondamentale essere invitata a lavorare di nuovo con loro, ed ero entusiasta anche all’idea di condividere questa nuova esperienza con Samara Weaving.» – Kathryn Newton
«Ero già una grandissima fan dell’originale. Quando mi hanno chiamata per dirmi che avrebbero fatto un sequel, non ci ho pensato due volte. Non capita spesso di poter entrare a far parte di una storia che ami davvero: ho letto la sceneggiatura e ho colto subito l’occasione.» – Sarah Michelle Gellar
Temi familiari, tra rapporti e potere
Dietro lo spettacolo e l’azione adrenalinica, il film nasconde un’anima sorprendentemente intima. Il tema della famiglia attraversa tutta la narrazione in modo tutt’altro che convenzionale: i legami sono complessi, spesso dolorosi, fatti di aspettative e incomprensioni.
«È proprio questo che rende il film interessante. Puoi viverlo come un viaggio divertente, oppure soffermarti su quello che racconta davvero. Usiamo horror e commedia per parlare del desiderio di potere, di ciò che le persone sono disposte a fare per ottenerlo e mantenerlo. Allo stesso tempo esploriamo le famiglie, i rapporti e gli obblighi che esistono all’interno di queste strutture.» – Sarah Michelle Gellar
Umanità, costruzione dei personaggi e…interpretare il lato “cattivo”
Un aspetto centrale è la tridimensionalità dei ruoli. Alla Gellar è stato chiesto cosa cerca di inserire nei personaggi che porta sullo schermo.
«Spero sempre di portare umanità in qualsiasi personaggio. Non cerco qualcosa di specifico, ma voglio tridimensionalità. Non voglio mai fare una caricatura. Anche quando un personaggio è cattivo, deve avere una motivazione.
Se io non credo in ciò che lo spinge, non posso chiedere al pubblico di crederci. Essere cattivi è sicuramente più divertente. Sono stata fortunata perché ho potuto interpretare anche l’eroe, ma mi piace dare umanità anche a personaggi più oscuri. La verità è che nessuno è buono o cattivo al cento per cento: questa dualità è ciò che li rende interessanti. Mi sento fortunata perché il pubblico mi ha accettata in entrambe le versioni.» – Sarah Michelle Gellar
Lavoro fisico e scene d’azione
La Newton ha sottolineato il lato più fisico del ruolo che ricopre nel film, Faith MacCaullay, apprezzando la possibilità di mettersi alla prova.
«Mi piace fare le scene d’azione in prima persona. Questo film mi ha dato la possibilità di mostrare le mie capacità fisiche ed è stato uno degli aspetti più divertenti.
È stato incredibile lavorare con Shawn [Hatosy]: vederlo recitare è qualcosa che va oltre ciò che ci si aspetta. Questo dimostra quanto sia importante avere registi che scelgono gli attori giusti, quelli davvero entusiasti di recitare.
Sapete che ci saranno esplosioni e tanto sangue, ma non sapete quando né come: è questo il bello. Sono molto grata di aver potuto fare queste scene e non vedo l’ora di sapere cosa ne penserete dopo aver visto il film.» – Kathryn Newton
Il ricordo di Nicholas Brendon
Un momento toccante ha riguardato il pensiero personale di Sarah Michelle Gellar sulla scomparsa di Nicholas Brendon, interprete di Xander Harris in Buffy l’ammazzavampiri.
«La perdita di una persona è sempre una tragedia, ancora di più quando accade troppo presto. Lui è stato una parte importante di Buffy e ha portato gioia a tante persone: questa è la sua eredità.
Forse abbiamo la sensazione che nella nostra serie ci siano state più tragedie, ma probabilmente è solo qualcosa di personale. Quello che conta è ciò che ha lasciato: tutta quella gioia continua a vivere, ed è questa la verità.» – Sarah Michelle Gellar
Il lavoro di gruppo e le scene più divertenti
Il set è stato un’esperienza molto corale che ha coinvolto tutti gli attori protagonisti, come racconta la Newton.
«Mi sento fortunata a essere qui con lei [Sarah Michelle Gellar n.d.r.]. Le scene più divertenti sono state quelle girate insieme, anche grazie a un cast fantastico. I momenti corali sono stati i migliori: abbiamo riso, parlato, condiviso esperienze. Questo è stato fondamentale per noi.» –Kathryn Newton
L’esperienza con David Cronenberg sul set
Una domanda della moderatrice Eva Carducci ha riguardato la presenza sul set di David Cronenberg, regista de La Mosca e attore in questa pellicola nei panni di Chester Danforth, e di come una figura così importante avesse potuto lasciato il segno.
«All’inizio ero ovviamente nervosissima. Quando ci hanno detto che David Cronenberg sarebbe stato sul set, sono rimasta senza parole: prima sorpresa e poi entusiasta. Si percepiva proprio un cambio di energia quando è arrivato. Stavamo girando in Canada ed è stata una presenza davvero speciale. È una persona molto gentile e ama profondamente il cinema. Gli piaceva osservare come i registi lavoravano e voleva essere trattato come un attore qualsiasi. Naturalmente tutti gli facevano domande sui suoi film, ma quando gli abbiamo chiesto dei consigli di regia ha risposto: “No, sono qui come attore, come voi”.» – Sarah Michelle Gellar
Il futuro del franchise
A Kathryn Newton è stato chiesto se le piacerebbe tornare in futuro nel franchise.
«Hanno fatto un primo capitolo fantastico e questo sequel è altrettanto riuscito. Sono sicura che potrebbero realizzare altri film, anche come storie autonome. Personalmente non vedo l’ora di lavorare di nuovo con loro. Li adoro davvero e farei qualsiasi cosa mi proponessero. Anche interpretare una mummia, perché no?» – Kathryn Newton
Rapporti familiari e dinamiche tra personaggi
Il film lavora molto sui legami tra fratelli e sorelle, spesso conflittuali, quasi come una forma di “terapia” portata all’estremo.
«È curioso, perché io e Kathryn siamo entrambe figlie uniche, quindi abbiamo dovuto “immaginare” cosa significhi avere un fratello o una sorella. Io e Samara ne abbiamo parlato molto. I gemelli, in particolare, hanno un legame unico, difficile da comprendere se non lo vivi. È qualcosa di affascinante, perché implica una connessione profondissima ma anche dinamiche molto complesse.» – Sarah Michelle Gellar
«Con Samara Weaving è stato naturale creare un rapporto da sorelle. Sul set è diventata davvero come una sorella maggiore. La nostra dinamica è nata subito in modo spontaneo: quello che volevo fare era sostenerla e accompagnarla nel suo percorso. Mi sono affezionata tantissimo a lei e spero che questo si percepisca anche nel film.» – Kathryn Newton
L’horror come libertà creativa
Entrambe hanno ribadito quanto il genere horror offra libertà espressiva.
«Mi piace perché non ci sono regole. Ogni film horror crea le proprie regole, e anche questo film ha le sue.» – Sarah Michelle Gellar
«Puoi sperimentare molto più che in altri generi. I registi si fidano di te e puoi prenderti dei rischi: anche se qualcosa non funziona, c’è sempre modo di rielaborarlo. Questo rende il processo molto creativo.» – Kathryn Newton
La catarsi dell’horror e il cinema in sala
Infine, si è parlato del valore dell’esperienza collettiva in sala riguardante la visione dei film horror, genere salito nuovamente alla ribalta negli ultimi anni.
«L’horror è catartico. Vai al cinema, stacchi da tutto e vivi qualcosa insieme agli altri. È uno dei motivi per cui il cinema è così importante: condividere emozioni, ridere e spaventarsi insieme» – Sarah Michelle Gellar
«È un’esperienza condivisa: si ride e si salta sulla sedia insieme. Io adoro i film horror anche per questo, perché pensiamo sempre al pubblico mentre li realizziamo. Se una persona esce felice dal cinema, abbiamo fatto il nostro lavoro. In un mondo pieno di distrazioni, il cinema resta uno spazio in cui puoi spegnere tutto e concentrarti solo su ciò che stai vivendo.» – Kathryn Newton
Finchè morte non ci separi 2
SINOSSI
Poco dopo essere sopravvissuta a un attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas, Grace (Samara Weaving) scopre di aver raggiunto il livello successivo di questo gioco da incubo, questa volta con al suo fianco la sorella Faith (Kathryn Newton) con cui non aveva più rapporti. Grace ha una sola possibilità per sopravvivere, per salvare la vita della sorella e rivendicare il Posto D’Onore del Consiglio che controlla il mondo. Quattro famiglie rivali le stanno dando la caccia per il trono, e chi vincerà governerà su tutto.
Finché morte non ci separi 2 è il nuovo film di Matt Bettinelli-Olpin (Finché morte non ci separi, Scream VI, Abigail e il prossimo capitolo del franchise de La Mummia) e Tyler Gillett, con Samara Weaving, Kathryn Newton, Sarah Michelle Gellar David, Cronenberg ed Elijah Wood in arrivo dal 9 aprile nelle sale italiane.
*Ringraziamo l’ufficio stampa Disney per l’invito alla conferenza stampa di Finché morte non ci separi 2
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