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Anime e Cartoni

Chainsaw Man – La Storia di Reze: Amore ed esplosioni

Il nuovo, esplosivo, capitolo dell’anime di Chainsaw Man, targato Studio MAPPA, arriva sul grande schermo per brillare!

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Chainsaw Man – La storia di Reze è il sequel diretto della prima stagione dell’anime di Chainsaw Man uscito su Crunchyroll nel 2023.

Il lungometraggio, distribuito in Italia da Eagle Pictures, adatta l’intero arco narrativo di Reze, dal capitolo 40 al 52 del manga.

Probabilmente, chi è interessato al film ha già visto i 12 episodi usciti finora o, quantomeno, ha letto il manga di Tatsuki Fujimoto. Ma nel caso qualcuno ne avesse bisogno, ecco un piccolo riassunto.

Come tutto ebbe inizio

Denji è un orfano, non ha amici né una casa in cui vivere. Fin da piccolo è costretto a lavorare per la Yakuza per ripagare il debito che suo padre, morto suicida, ha lasciato nei loro confronti. È palese che questa non è la vita di un normale adolescente e, forse, non è nemmeno una vita degna d’essere vissuta. Fortunatamente, sulla sua strada incontra Pochita, un piccolo diavolo amichevole, carino e tondeggiante, ma con una pericolosa motosega sulla testa.

Per sopravvivere vende parti del proprio corpo ma, non essendo un’attività particolarmente sostenibile, sceglie successivamente di diventare un cacciatore di diavoli. È una vita logorante, ma ciò che lo separa dal farla finita è la speranza di poter realizzare i suoi sogni: fare colazione con pane e marmellata, uscire con una ragazza, abbracciarla. Cose semplici, banali, ma per lui di grande importanza.

Purtroppo, la fortuna continua a non essere dalla sua parte perché durante uno scontro col Diavolo Zombie, Denji perde la vita e Pochita resta gravemente ferito. Per evitare il peggio, il diavoletto sceglie di stringere un contratto con l’amico: gli donerà il suo cuore a patto che cerchi di realizzare i sogni di cui tanto hanno parlato.

Denji, diventato ora un ibrido tra un umano e un diavolo, ha finalmente la possibilità, collaborando col governo, di vivere una vita normale. La strada per la felicità, però, è ancora molto lontana.

Cambiare idea

Qualche anno fa, Chainsaw Man era il manga del momento, tutti ne parlavano e tutti lo elogiavano. Le mie aspettative erano, quindi, molto alte e, a causa di ciò, forse, rimasi deluso: la storia non mi aveva coinvolto particolarmente e i disegni mi sembravano scadenti e respingenti. Ciò che mi aveva colpito fin dalla prima lettura, però, era stata la grande fantasia del character design dei diavoli e dei loro poteri e l’impostazione cinematografica delle tavole che dava comunque grande fluidità e freschezza alla lettura.

Leggendo, poi, i primi undici volumi una seconda e una terza volta ho capito di aver giudicato l’opera frettolosamente. Ho apprezzato maggiormente la narrazione e sono riuscito ad entrare più in sintonia con i protagonisti. Anche il disegno, estremamente minuzioso nei dettagli ma sintetico nella rappresentazione degli esseri umani, ha acquisito, ai miei occhi, grande importanza ed efficacia.

Dal manga al grande schermo

Ma si sa, non tutto ciò che funziona tra le pagine dei tankōbon, funziona a schermo. L’anime, purtroppo, non è riuscito minimamente a restituire le atmosfere orrorifiche e malinconiche che la controparte cartacea trasmette.

Questa volta, però, Studio MAPPA non ha sbagliato! L’idea di puntare su un unico film invece di disperdere il budget su diversi episodi ha ripagato alla grande. La regia dei combattimenti e quella di vita quotidiana di Tatsuya Yoshihara (già regista di alcuni episodi della serie tv) è ispiratissima e le animazioni scorrono fluide e naturali, non sfigurando rispetto ad altri prodotti animati, hollywoodiani e non. Grande risalto ha la scelta cromatica delle inquadrature: sequenze con colori pastello, calde e rilassanti, si alternano a momenti caratterizzati da colori accesi e brillanti incarnando perfettamente la duplice anima di Chainsaw Man e dei suoi protagonisti.

A mettere la ciliegina sulla torta del comparto tecnico è la caleidoscopica e frenetica opening cantata da Kenshi Yonezu, Iris Out, che non riesco a smettere di ascoltare.

“Iris Out” – Kenshi Yonezu

Problemi di cuore

A me piacciono le persone a cui piaccio” dice Denji a Reze.

È la frase cardine del film e ne rappresenta l’essenza stessa. È detta spontaneamente, senza pensarci troppo, da parte di una persona che per molto tempo è stata da sola e ha paura di tornare ad esserlo.

Se c’è una persona che a Denji piace, però, quella è sicuramente Makima. E lui, ovviamente, pensa di piacerle, o quantomeno di essere interessante ai suoi occhi. Il nostro ragazzo dal cuore di motosega vede nell’algida donna dai capelli color lampone la persona che può realizzare i suoi sogni, quelli per cui Pochita ha donato la sua vita. Potete immaginare la gioia quando, nelle fasi iniziali della pellicola, i due escono insieme per un appuntamento, da soli. Passano un’intera giornata al cinema, guardando film su film; probabilmente non è quello che Denji si aspettava, ma lo sta facendo con Makima e quindi va bene lo stesso.

Uno dei suoi più grandi desideri si è appena realizzato.

Nessun film, però, sembra essere di loro gradimento: lui è spaesato e lei è impassibile come sempre. È l’ultimo lungometraggio a toccare le corde giuste: entrambi scoppiano a piangere, restando colpiti dalla delicatezza delle immagini appena viste. Denji, che continuava ad avere dubbi sul possedere o meno un cuore vero, viene quindi rassicurato da Makima, regalandogli  uno dei momenti più belli della sua vita.

Detta così, sembrerebbe una banale storia d’amore tra ragazzi; nulla di più sbagliato. Quello di Denji nei confronti di Makima non è amore, o comunque non è l’amore come lo intendiamo noi. È più l’esternazione del desiderio di essere importante per qualcuno, di appartenere a qualcuno. Makima, dal canto suo, è veramente interessata a Denji, ma forse non come lui pensa…

Sensualità esplosiva

A concludere il “triangolo amoroso” di questa storia c’è Reze. Ma chi è? È una ragazza affabile, dolce, gentile ed estroversa. Arriva come un fulmine a ciel sereno nella strampalata e confusionaria vita del nostro uomo-motosega e fa breccia nel suo cuore e nel nostro. Dotata di sensualità magnetica e travolgente, riesce in poche ore ad estromettere completamente Makima dalla testa di Denji, come se il giorno prima non fosse accaduto nulla.

La complicità, la gioia e la tensione erotica tra di loro è palpabile.

Proprio quando il film sembra improvvisamente diventare una rom-com sdolcinata, con un lieto fine imprevisto, veniamo riportati alla cruda realtà.

Reze, purtroppo, è un diavolo, il Diavolo Bomba: tutto l’interesse mostrato nei confronti di Denji non era altro che una montatura per arrivare al suo cuore, non per amore, ma per possedere il potere del Diavolo Motosega. Denji, però, quasi non curante di tutto il sangue versato durante il loro scontro, per paura di perdere la persona che per lui ora rappresenta tutto, le chiede di fuggire insieme. Lei perentoriamente rifiuta, ma il dubbio che quell’atteggiamento gentile e interessato non fosse tutta una recita, resta.

Proprio mentre questo dubbio sembra diventare una certezza, la dea bendata mette di nuovo i bastoni fra le ruote al nostro protagonista. Makima, rivelando la sua vera natura, uccide Reze: Denji è suo, il Diavolo Motosega è suo, è sotto il suo controllo.

Un altro tradimento, un altro momento di solitudine, altro dolore.

Uno sguardo al futuro

100 minuti di grande cinema d’intrattenimento, che riesce a mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore con dialoghi coinvolgenti e combattimenti crudi ed esagerati, coreografati limpidamente.

Se con la prima stagione avevamo a malapena scalfito la punta dell’iceberg, con questo film entriamo maggiormente nel vivo del racconto.

Denji continuerà ad essere il cuore della vicenda ma anche personaggi, che qui hanno ricoperto ruoli minori, come Aki o Kishibe, nel prosieguo della storia, saranno fondamentali e la loro presenza sarà sempre più gradita man mano che la discesa agl’inferi sarà più estenuante.

Non resta che aspettare e sperare che la produzione continui su questa linea, rendendo giustizia ad uno degli Universi più interessanti degl’ultimi anni.

In attesa di una nuova stagione o, più probabilmente, di un nuovo film, realizzate i vostri sogni, prima che sia troppo tardi!

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Anime

PopChop Express: Detective Conan, super detective con gli occhiali!

Nella nuova puntata di PopChop Express parliamo di un investigatore molto amato dai fan: il Detective Conan, protagonista indiscusso di una delle più importanti serie anime di sempre

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Se vi dico “bambino con gli occhiali e la mente di un genio” che ha la capacità di risolvere omicidi, smascherare criminali e inseguire un’organizzazione segreta che sembra sempre un passo avanti a lui.. chi vi viene in mente?

Vi do un altro indizio: non è un supereroe, non ha poteri speciali e non combatte mostri o demoni…eppure è diventato uno dei protagonisti più iconici dell’animazione giapponese e simbolo dell’anime investigativo.

Ora dovreste aver capito di chi sto parlando; naturalmente di Detective Conan, il piccolo investigatore protagonista di una serie anime epocale tratta dall’altrettanto longevo manga di Gosho Aoyama.

L’anime ha compiuto proprio quest’anno 30 anni ed è appena entrato nella sua 31esima (!) stagione.

E difatti le prime puntate di Detective Conan sono state trasmesse in Giappone nel lontano 1996 (in Italia è arrivato solo nel 2002) e continua a essere una serie trasmessa senza interruzioni in tutto il mondo. Un fenomeno che ha superato le mille puntate, generato decine di film cinematografici e creato un universo narrativo vastissimo oltre che una fandom importantissima.

Quello che potrebbe sembrare un semplice anime investigativo si è trasformato nel tempo in una delle saghe più lunghe della storia dell’animazione e tra le più amate dai fan. Un racconto che mescola il classico genere giallo alla Agatha Christie, con tanto di tensione thriller, a momenti di commedia in stile manga/anime.

E tutto ruota, ovviamente intorno al mistero principale che da oltre mille puntate vede Conan impegnato (tra un omicidio e l’altro): scoprire la verità dietro la misteriosa organizzazione che gli ha cambiato per sempre la vita.

I primi passi di Detective Conan… in TV

L’anime di Detective Conan debutta l’8 gennaio 1996 ed è prodotto dallo studio TMS Entertainment, realtà storica giapponese dietro a molte serie iconiche, tra cui Lupin III.

La serie viene trasmessa sulle emittenti giapponesi Nippon Television e Yomiuri TV, diventando rapidamente uno dei programmi più seguiti del palinsesto, mentre in Italia per anni è stato uno dei titoli di punta di Italia 1.

Inizialmente l’anime segue molto fedelmente il manga originale di Aoyama, ma con il passare degli anni e il pericolo di raggiungere il fumetto, introduce anche episodi originali pensati esclusivamente per la televisione. Questa strategia permette alla serie di proseguire senza raggiungere troppo velocemente la trama del fumetto.

Il risultato è impressionante: oggi Detective Conan conta oltre 1100 episodi, più di 25 film cinematografici ed è uno dei franchise più redditizi dell’animazione giapponese.

Detective Conan: Super detective con gli occhiali, che dà la caccia ai criminali

Shinichi e Ran

La storia ruota attorno a Shinichi Kudo, un brillante detective liceale noto per aver aiutato più volte la polizia a risolvere casi complicati.

Durante una serata al parco divertimenti insieme all’amica d’infanzia di cui è innamorato, Ran Mori, Shinichi assiste a un losco scambio di denaro tra due uomini misteriosi. Nel tentativo di indagare viene colto di sorpresa e catturato da una misteriosa organizzazione criminale.

Per eliminarlo gli viene somministrata una sostanza sperimentale chiamata APTX 4869. Il veleno dovrebbe ucciderlo senza lasciare tracce, ma l’effetto è completamente diverso: Shinichi sopravvive ma il suo corpo rimpicciolisce, tornando a essere quello di un bambino.

Assunta la nuova identità di Conan Edogawa, il protagonista si trasferisce a casa dell’amica d’infanzia Ran Mori e di suo padre, il detective privato Kogoro Mori, non proprio l’investigatore più brillante del Giappone. Spesso arriva vicino alla soluzione dei casi ma non riesce a collegare i dettagli giusti. Ed è qui che entra in gioco Conan.

Kogoro e Conan

Grazie a gadget tecnologici creati dal professor Hiroshi Agasa, il protagonista riesce a manipolare gli eventi dietro le quinte.

Il più famoso di questi strumenti è il papillon modulatore di voce, che gli permette di imitare la voce di Kogoro dopo averlo addormentato con un dardo anestetico. Nasce così la leggenda del “detective dormiente”.

Curiosità sull’anime

Il nome Conan è un omaggio diretto allo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes. Non a caso Shinichi è un fan sfegatato del detective di Baker Street.

Un altro dettaglio curioso riguarda la cronologia interna della serie. Nonostante siano passati quasi trent’anni dalla prima pubblicazione del manga, nella storia sono trascorsi solo pochi mesi.

Il franchise è diventato talmente popolare in Giappone da generare mostre, musical teatrali, videogiochi e persino attrazioni nei parchi a tema.

L’ombra dell’Organizzazione Nera

La trama principale della serie ruota attorno alla misteriosa organizzazione criminale responsabile della trasformazione di Shinichi, che agisce nell’ombra e i cui obiettivi restano in gran parte sconosciuti.

I membri del gruppo utilizzano nomi in codice ispirati agli alcolici (Gin, Vodka, Vermouth, Bourbon), una scelta che ha contribuito a rendere l’organizzazione immediatamente riconoscibile.

Nel corso della serie Conan scopre lentamente nuovi dettagli sul gruppo, ma ogni risposta sembra portare a misteri ancora più profondi.

Ai e Kaito: personaggi amati e fondamentali per la serie

Uno dei personaggi più importanti introdotti nella serie è Ai Haibara, scienziata che in passato ha lavorato proprio per l’Organizzazione Nera e creatrice della droga APTX 4869.

Dopo la morte della sorella decide di ribellarsi all’organizzazione e ingerisce la sostanza per suicidarsi. Anche lei però sopravvive e torna bambina, diventando l’alleata più importante di Conan nella lotta contro l’organizzazione.

Kaito alle spalle di Conan

Altro personaggio molto amato è il misterioso ladro Kaito Kid, che non è un assassino né un criminale tradizionale: è un ladro spettacolare che ruba gioielli e opere d’arte con trucchi degni di un illusionista.

Il personaggio è stato creato su un’altra opera di Gosho Aoyama: il manga Magic Kaito, ma nel tempo è diventato una presenza ricorrente anche in Detective Conan, diventando a tutti gli effetti un comprimario molto amato dai fan.

Gli episodi più iconici

Ai Haibara

Con oltre mille episodi è impossibile citarli tutti, ma alcuni capitoli sono diventati veri punti di riferimento per i fan.

Il primo episodio della serie, ambientato su una montagna russa, introduce Shinichi, Ran e l’Organizzazione Nera ed è ancora oggi uno dei pilot più memorabili dell’animazione giapponese.

Tra gli episodi più amati c’è anche il caso del bus, che segna la prima apparizione di Ai Haibara e introduce un tono più oscuro nella serie.

Un altro episodio leggendario è quello che vede Conan confrontarsi direttamente con l’Organizzazione Nera in uno scontro pieno di tensione e rivelazioni.

Detective Conan: successo anche al cinema

Se la serie televisiva continua a essere un pilastro dell’animazione giapponese, negli ultimi anni sono stati soprattutto i film cinematografici a dimostrare la forza del franchise.

Dal 1997 viene prodotto e rilasciato un film cinematografico ogni anno. Una strategia molto rara nel mondo dell’animazione, che ha portato sino ad ora film di alta qualità rilasciati a brevissima distanza l’uno dall’altro (solo un anno per l’appunto).

Tra i più celebri troviamo: Detective Conan: The Phantom of Baker Street, Detective Conan: Zero the Enforcer, Detective Conan: The Million-Dollar Pentagram.

I film hanno spesso un tono più spettacolare rispetto alla serie televisiva e includono inseguimenti, esplosioni e misteri su larga scala.

Il successo degli anime al cinema ha coinvolto anche Conan che negli ultimi anni è diventato un vero fenomeno al botteghino giapponese, con incassi miliardari in yen.

Nel 2025 il lungometraggio Detective Conan: One-Eyed Flashback ha stabilito un nuovo record al botteghino giapponese. Distribuito da Toho, il film ha incassato oltre 1,05 miliardi di yen nel solo giorno di apertura, attirando circa 690.000 spettatori nelle prime 24 ore.

Perché Detective Conan continua a funzionare?

Dopo quasi tre decenni la serie continua a essere, inaspettatamente, seguita da milioni di spettatori. Solitamente dopo diversi anni il pubblico tende a stancarsi o, come è naturale che sia, c’è il classico cambio generazionale.

Per Conan non è così ed è una delle serie animate più durature nel tempo, che tiene testa a One Piece (come numero di episodi prodotti) in Giappone e ha superato da tempo in fatto di episodi The Simpsons, che è in giro da più tempo.

Il motivo? Semplice: Detective Conan riesce a combinare misteri intelligenti, personaggi memorabili e una trama più ampia ricca di segreti.

Inoltre uno degli elementi che rende Detective Conan così longevo è la sua struttura narrativa ibrida.

Le serie televisive solitamente seguono due modelli principali:

  • narrazione seriale continua, con episodi collegati tra loro e cliffhanger costanti
  • episodi autoconclusivi, in cui ogni puntata racconta una storia indipendente

Detective Conan si colloca esattamente nel mezzo tra questi due modelli.

Ogni episodio offre un enigma da risolvere, ma allo stesso tempo contribuisce ad ampliare un universo narrativo sempre più complesso. Questo sistema ricorda in parte quello di serie televisive poliziesche come La signora in giallo, dove ogni episodio racconta un caso diverso ma i personaggi restano gli stessi o i grandi romanzi gialli classici, ma adattati al linguaggio dell’animazione moderna.

Ma.. Shinichi Kudo crescerà prima o poi?

Uno dei dilemmi più frequenti tra i fan riguarda il destino di Shinichi: tornerà definitivamente adulto prima o poi?

Da un lato, far crescere il personaggio permetterebbe finalmente di concludere la lunga trama dell’Organizzazione Nera e spiegare completamente il mistero della droga APTX 4869.

Dall’altro lato, esistono forti motivazioni per cui ciò potrebbe non accadere.

Il genere investigativo su cui si basa la serie funziona perfettamente con episodi autoconclusivi: nuovi casi, nuovi sospetti e nuove ambientazioni permettono alla serie di rinnovarsi continuamente anche senza sviluppare troppo la trama principale.

Esiste poi un fattore commerciale non trascurabile. Il marchio di Detective Conan è fortemente legato all’immagine del piccolo Conan: cambiare definitivamente il protagonista significherebbe alterare un brand costruito in quasi trent’anni di merchandising, film e prodotti derivati.

Per questo motivo è probabile che Conan rimanga ancora a lungo un bambino detective.

Ancora tanti misteri da risolvere per il piccolo Conan

Nonostante siano passati trent’anni, pare che, come per il manga di Gosho Aoyama, anche per l’anime di Detective Conan la strada sia ancora lunga…

La serie animata continua a dimostrare, a distanza di tre decenni che la formula utilizzata è ancora oggi tanto semplice quanto vincente: mistero, deduzione e personaggi memorabili piacciono ancora e tanto ai fan del piccolo detective.

Il genere investigativo può funzionare nell’animazione seriale, creando una saga capace di attraversare generazioni di spettatori.

E finché esisterà un mistero da risolvere, una cosa è certa, ci sarà sempre il piccolo Conan Edogawa a cercare di risolvere il caso.

Perché  “Conan non commette mai uno sbaglio E centra sempre il suo bersaglio…” come canta Giorgio Vanni nella sigla italiana dell’anime!

E come ripete spesso il protagonista:

“C’è sempre una sola verità.”

Trovate tutti gli episodi e i film di Detective Conan su Anime Generation (Prime Video), canale tematico di Yamato Video dove stanno arrivando anche gli episodi inediti della 31°esima stagione, attualmente in corso in Giappone.

E non dimenticate di guardare il reel dedicato a Detective Conan degli amici di NerdChop Express!

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Anime

Ranking of Kings: il toccante anime fantasy che merita (decisamente) un’occasione

Ranking of Kings è un’opera che merita sia nella sua versione manga, che in quella anime. Una storia potente, emotivamente coinvolgente e con protagonista un principe sordomuto dove ogni piccola vittoria è un trionfo

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Tra grandi successi globali e produzioni spettacolari, titoli come Frieren: Beyond Journey’s End, Chainsaw Man, DanDaDan o altre serie molto popolari, monopolizzano spesso il dibattito online tra i fan e le classifiche tra i migliori anime del momento o dell’anno.

Eppure esiste un anime fantasy che, pur avendo conquistato una fanbase fedelissima e una critica entusiasta, non è mai riuscito a imporsi nei posti più alti delle classifiche, come avrebbe meritato. Si tratta di un manga (prima) e un anime (dopo) davvero sorprendente e una delle opere fantasy più toccanti degli ultimi anni. Stiamo parlando di Ranking of Kings.

La serie ha saputo conquistare il pubblico grazie a una combinazione peculiare: una narrazione emotivamente potente, personaggi memorabili e uno stile visivo unico. E solo ora, sempre più spettatori, stanno finalmente riscoprendo il valore di questo piccolo grande gioiello che è da anni sulle piattaforme (Crunchyroll per l’esattezza), ma che è spesso passato in secondo piano.

Un fantasy che sembra una fiaba… ma non lo è affatto

Uno dei motivi principali per cui Ranking of Kings è stato spesso sottovalutato è il suo stile grafico. Nel manga di Ōsama Rankingu (a cui prossimamente dedicheremo un articolo specifico) si tratta di un tratto semplice e poco definito che dà al lettore un’impressione di approssimativo a prima vista. Ma non è la parte grafica che merita attenzione.

L’anime, dal canto suo, sembra quasi una fiaba illustrata. I personaggi hanno linee morbide, design semplici e animazioni estremamente espressive. Non ci sono armature dettagliate, atmosfere dark o monologhi pomposi che spesso caratterizzano il fantasy “prestigioso”.

Ci sono cavalieri, c’è la magia e ci sono i complotti per il controllo del potere…altrimenti non sarebbe un fantasy che si rispetti, ma l’estetica delicata che caratterizza l’animazione ha portato molti spettatori a pensare che la serie fosse troppo infantile o leggera. Ma la realtà è esattamente l’opposto.

Dietro l’apparenza fiabesca si nasconde infatti un racconto estremamente complesso e doloroso, che affronta temi come eredità e potere, tradimento e vendetta, disabilità e discriminazione, violenza politica e dolore familiare.

La forza della serie sta proprio in questo contrasto: un mondo visivamente dolce che nasconde una cinica realtà. Ed è proprio questo equilibrio tra tenerezza e crudeltà a rendere l’anime così memorabile.

Quando si rivedono le prime puntate con questa consapevolezza, molte scene assumono un significato completamente diverso. L’innocenza dei personaggi convive costantemente con la consapevolezza che il loro mondo può essere estremamente spietato.

Bojji: piccolo principe dalla silenziosa sofferenza, ma dal grande animo degno di re

Uno dei motivi principali per cui Ranking of Kings riesce a colpire così profondamente è il suo protagonista.

Il giovane principe Bojji è, sulla carta, tutto ciò che un eroe fantasy non dovrebbe essere. È figlio di un Re gigante ma è piccolo di statura, fisicamente debole e, soprattutto, sordo. Per gran parte del suo regno viene considerato inadatto a governare e spesso trattato con disprezzo o pietà. In una storia più tradizionale, questo sarebbe solo il punto di partenza per un classico percorso di rivalsa. Ma Ranking of Kings sceglie una strada molto più interessante.

La vulnerabilità di Bojji non viene mai cancellata né trasformata in un semplice ostacolo narrativo. Al contrario, diventa il cuore emotivo della storia. Bojji non è forte perché diventa improvvisamente invincibile, ma lo è perché continua ad andare avanti nonostante tutto. E il suo modo di essere contagia tutte le persone che lo circondano.

È gentile, empatico e incredibilmente coraggioso, ma la serie evita di trasformarlo in un simbolo di purezza ingenua o in un eroe dal talento innato. Bojji non ha (grandi) talenti: soffre, viene umiliato, cresce attraverso il dolore e impara lentamente a trovare il proprio posto nel mondo insieme all’unico amico che ha: Kage l’ombra.

Questo rende ogni sua vittoria profondamente meritata. Gli spettatori non tifano per un eroe invincibile, ma per un bambino che combatte per la sua dignità, anche quando il mondo cerca costantemente di negargliela. E che ha molto più di un re rispetto a quanto possa sembrare all’apparenza.

Il lavoro straordinario di WIT Studio

Per quanto riguarda l’anime, gran parte della magia della serie deriva anche dall’adattamento animato realizzato da Wit Studio, lo studio già noto per lavori di altissimo livello.

L’animazione di Ranking of Kings possiede una qualità particolare: sembra semplice, ma è in realtà incredibilmente raffinata.

Ogni movimento è pensato per trasmettere emozioni, non solo spettacolo. L’azione è pulita, dinamica e sempre leggibile, mentre la regia utilizza piccoli dettagli visivi per amplificare il peso emotivo delle scene.

Uno dei punti di forza dell’anime è proprio il suo equilibrio tra momenti di grande delicatezza, scene d’azione intense e sequenze emotivamente devastanti.

Nel fantasy spesso si pensa che “più grande” significhi automaticamente “più epico”. Ranking of Kings dimostra invece che lo spettacolo funziona davvero solo quando è sostenuto da un forte cuore emotivo.

Un momento di silenzio o un’esitazione possono risultare tanto intensi quanto un duello con la spada.

Il riscatto di Ranking of Kings

Molte opere vengono rivalutate con il passare del tempo, grazie per lo più a storie davvero solide che riescono finalmente a emergere, proprio come quella di Ranking of Kings.

La serie è sempre stata molto amata da chi l’ha vista, ma spesso è rimasta quel titolo consigliato con entusiasmo dai fan, più che un titolo commerciale che risponde ai canoni degli anime moderni.

Con il franchise di nuovo attivo e con sempre più spettatori che lo recuperano, Ranking of Kings sta finalmente ricevendo l’attenzione che merita. Ed è facile capire perché.

La sua forza non dipende dalla moda del momento, ma dalla qualità del prodotto.

Una scrittura emotivamente potente, personaggi complessi e memorabili, una regia visiva straordinaria e una storia capace di parlare a tutti.

Con il suo mix di fiaba, dramma e avventura, la serie dimostra quanto l’animazione possa essere potente nel raccontare storie universali, senza per forza avere animazioni spettacolari. E quando conoscerete il principe Bojji, sarà difficile non innamorarvi di lui.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Scarlet: l’Amleto che gridava alla non violenza

Mamoru Hosoda rilegge Shakespeare per interrogare l’etica contemporanea e proporre un urgente messaggio di pace

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Il mondo odierno sta letteralmente bruciando. Se una qualsiasi persona prova ad accendere la televisione per ascoltare le notizie quotidiane, deve prepararsi ad assorbire aggiornamenti su popoli in guerra, violenze domestiche, omicidi ed incidenti di ogni tipo.

Tuttavia, nessun reportage o comunicato è mai bastato a far riflettere le persone sulla gravità degli eventi, ancor meno nella nostra epoca. Le informazioni di oggi viaggiano alla velocità della luce e la sovrastimolazione alla quale siamo sottoposti quotidianamente non aiuta. Tutto si legge, tutto si ascolta, nulla fa pensare.

L’urgenza di raccontare il presente

Il cineasta, una specie molto interessante da studiare secondo molti esperti, usa da sempre il suo mezzo prediletto anche per mostrare la realtà intesa come collettività. In un mondo mutuato da conflitti e atrocità, autori di tutto il mondo cominciano sempre più spesso a creare pellicole che mostrano l’uomo e la sua società.

La fantascienza e l’horror sono per loro ormai superati: descrivere il telegiornale odierno significa raccontare una storia più spaventosa di qualsiasi zombie e più fantasiosa di ogni nave spaziale. Ma il pubblico come reagisce? In un modo che, sinceramente, non so se riuscirò mai a spiegarmi.

Nell’anno appena passato ho assistito ad un altro grande mistero a riprova della precedente affermazione: un film come One Battle After Another di Paul Thomas Anderson viene celebrato e nominato a gran voce verso i grandi riconoscimenti del cinema, mentre Eddington di Ari Aster incassa solo fischi al Festival di Cannes.

Eppure si parla la stessa lingua, sono due film dalla tecnica eccelsa, di due grandi autori, che raccontano in maniera quasi gemellare l’America contemporanea.

Questi strambi casi si moltiplicano sempre di più, come dimostra l’ultimo lavoro di Mamoru Hosoda: il film d’animazione Scarlet.

“Che maledetto destino”

Purtroppo non ho mai incontrato il regista di persona, eppure leggendone la storia e sentendolo parlare in molte interviste non si fa fatica ad intuire che sia un uomo molto avvezzo alle scelte forti. D’altronde, se anche il suo idolo Hayao Miyazaki gli fa dubitare fin da giovane delle sue capacità, è necessario un grande coraggio per riuscire a proseguire nella strada dell’animazione senza battere ciglio.

Dall’apertura del suo Studio Chizu, il regista ha attraversato una serie di scelte, anche artistiche, controverse e lungamente discusse da critica e pubblico. L’emblema di questa situazione è la sua precedente pellicola Belle (2021), che provava a creare un connubio, assai contestato, di animazione bidimensionale e computer grafica.

Scarlet segue lo stesso binario tecnico, stravolgendone però i temi e l’intenzione. Hosoda si trova, data la critica situazione mondiale, a sentire il bisogno di comunicare un messaggio chiaro: rifiutare la violenza.

Egli parte dalla base del classico Amleto, cambiandone letteralmente i connotati con una principessa dai capelli rosa, con la quale riviviamo il primo breve frammento di matrice shakespeariana.

Dopodiché, l’attenzione si sposta sul sentimento di vendetta di Scarlet, che governa le azioni della ragazza per tutta un’avventura ultraterrena, un viaggio on the road con il paramedico giapponese del XXI secolo Hijiri.

La principessa Scarlet e suo zio Claudius

L’interazione fra i due protagonisti, che si evolve sorpassando confini culturali e temporali, si basa sul concetto della violenza.

Hijiri, in quanto medico, ha un costante atteggiamento propositivo verso il prossimo, noncurante della differenza fra amico o nemico. Scarlet gli si contrappone con un’indole distaccata, solitaria e indifferente, almeno nelle prime fasi, al rapporto umano.

Entrambi imparano nuovi aspetti della morte, della violenza e del perdono. Parole che cominciano a sibilare sempre di più nella testa della principessa e che rimbombano negli scontri con i vari seguaci di suo zio Claudius.

Essere o non essere perdonati?

Le azioni di Scarlet danno progressivamente minor importanza alla vendetta man mano che si prosegue con le conversazioni, sempre più intime, con Hijiri e la sua bontà d’animo, seppur a volte ridondante.

La riflessione sulla pace rimane incollata a concetti semplici: invece di limitarsi a sciorinare frasi fatte, Hosoda mostra l’inutilità della paura dell’uomo verso la cultura altrui con scene di cucina, balli e canti utilizzate come ristoro dall’apparente purgatorio condiviso da popoli e persone totalmente diverse.

L’aspetto tecnico del film non inficia in nessuna maniera sulla progressione. Il livello dell’animazione CGI raggiunto dallo studio Shizu è molto buono, sebbene le già più rodate scene in tecnica bidimensionale rimangano nettamente superiori.

Tuttavia si percepisce, soprattutto in alcune scene antecedenti al finale, un’inaspettata fretta nella messa in scena e una voglia, anche innecessaria, di ribadire il discorso pacifico in una chiave utopica e sognante, in totale distacco con la semplicità designata nella prima metà della pellicola.

In conclusione

Il risultato finale è comunque un’ottima interrogazione della bussola etica dell’umanità moderna, che Mamoru Hosoda connette all’antica matrice classica di Shakespeare.

Il regista devia dai temi costruiti in oltre vent’anni di carriera in favore di urgenza, la necessità di trasmette al pubblico un inno alla non violenza privo di retorica e oggi più che mai necessario.


VOTO POPCORNERD: 8 / 10

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