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Anyman vol. 1: Mirage porta in Italia il DeMultiverse di J.M. DeMatteis
Oggi parliamo di Anyman vol. 1 di J.M. DeMatteis, primo tassello del DeMultiverse che arriva finalmente in Italia grazie a Mirage Comics, dove il concetto del supereroe viene ribaltato dall’autore de L’Ultima caccia di Kraven
Il fumetto supereroistico è stato analizzato in tutte le sue sfaccettature nel corso degli anni: dalla Golden Age e dagli eroi senza macchia, fino ai superumani tormentati degli anni ’80 e, più di recente, alle figure dell’antieroe o del supereroe che utilizza i propri poteri in modo dissennato e tutt’altro che eroico (qualcuno ha detto The Boys?).
Diversi scrittori si sono avvicendati al timone delle più grandi serie e alcuni hanno persino creato le loro personali versioni in opere creator-owned, concentrandosi chi più sul lato super e chi invece su quello psicologico.

E poi ci sono i grandissimi autori che riescono a bilanciare entrambi gli aspetti. Tra questi figura J.M. DeMatteis (L’Ultima Caccia di Kraven, JLI, Moonshadow, Spider-Man: Il bambino dentro), sceneggiatore che ha prestato la sua penna ai più grandi supereroi di DC e Marvel, ma che negli ultimi anni si è concentrato su un progetto personale chiamato DeMultiverse, pubblicato sotto l’etichetta statunitense Spellbound Comics.
All’interno di questo “multiverso dematteisiano” troviamo un’opera supereroistica intitolata Anyman, scritta dall’autore italo-americano e disegnata da David Baldeón, arrivata in Italia grazie a Mirage Comics, con un primo volume disponibile arricchito da una cover di Darick Robertson.
Prima di analizzare questo interessantissimo fumetto, che può essere definito la summa del pensiero di DeMatteis sulla sua esperienza nei comics supereroistici, è giusto spendere due parole sul DeMultiverse e su cosa sia.
DeMultiverse: 4 titoli, 4 storie diverse, un unico grande autore

Il Demultiverse è l’universo narrativo creato da J.M. DeMatteis, composto da quattro miniserie, ognuna ambientata in una realtà diversa ma legata alle altre da temi comuni: spiritualità, identità, destino e la natura stessa della narrazione. L’idea nasce dal desiderio di DeMatteis di esplorare mondi originali, non vincolati ai personaggi Marvel o DC, recuperando atmosfere e suggestioni che hanno sempre fatto parte del suo stile più personale, tra il mistico e l’intimista.
Le quattro opere che compongono il Demultiverse, Wisdom, Layla in the Lands of After, Godsend e, appunto, Anyman. La forza di questo progetto è che le serie funzionano come storie autonome, ognuna con tono, genere e immaginario differenti, ma che tuttavia, sotto la superficie, condividono personaggi-chiave, concetti ricorrenti e una struttura che lascia intuire un disegno più ampio.
Il Demultiverse non è un crossover tradizionale, ma un ecosistema narrativo in cui ogni serie aggiunge un tassello a un mosaico più grande. È l’ambizione di DeMatteis di costruire un suo “multiverso personale”, unendo nuove mitologie e la poetica introspettiva che ha sempre caratterizzato la sua carriera.
Questo progetto è rimasto sino ad oggi inedito in Italia. Ora con Mirage Comics un ‘primo tassello’ arriva nel nostro paese ed è proprio Anyman.
Di cosa parla Anyman?

Direttamente dal sito della Mirage Comics, ecco la sinossi di Anyman vol. 1:
Un eroe proveniente da un passato remoto è apparso per salvare un mondo in crisi. Per oltre cinquanta anni Anyman è stato il simbolo di ciò che l’umanità ha di più nobile. Ma ogni leggenda nasconde un segreto… e tutto ciò che sappiamo di lui potrebbe essere una menzogna. Chi è davvero Anyman? O meglio: chi sono gli Anyman? Quale oscuro progetto si cela dietro la sua esistenza? E chi è la creatura che minaccia di distruggere tutto? Tra verità dimenticate, pericolosi segreti e una battaglia che scuote i confini del tempo, Anyman riscrive il mito dell’eroe… mostrandone il volto più inatteso e terribile.
Anyman è l’eroe arrivato dal passato per proteggere l’umanità: è ciò che emerge nelle primissime pagine del volume, in cui DeMatteis introduce una backstory didascalica sul protagonista, chiara e immediata.
Ma dietro la sua figura si nasconde qualcosa di più oscuro e inatteso. Pagina dopo pagina, la trama si fa più limpida e quella che sembrava una convenzionale storia supereroistica si trasforma in un racconto drammatico e stratificato, rivelando il segreto e i personaggi chiave dietro il più grande eroe del pianeta: Anyman è frutto di un esperimento e dopo un anno l’ospite che veste i panni dell’eroe muore, per lasciare spazio al suo successore.

Grande merito va alla classe di DeMatteis, da sempre capace di prendere i supereroi, decostruirli, metterli in condizioni emotivamente e psicologicamente complicate e mostrarne il lato più intimo.
Anyman non è da meno: i vari “Anyman” che si susseguono nel tempo condividono lo stesso volto, ma possiedono personalità diverse, e ciò si riflette profondamente sull’evoluzione della trama e dei personaggi.
In particolare, DeMatteis dimostra ancora una volta la sua abilità nel creare figure dalla forte caratterizzazione psicologica, capaci di evolvere costantemente. E se il protagonista è (sono?) Anyman, è impossibile non citare la dott.ssa Ajeeta Natu, figura chiave del primo volume: inizialmente personaggio secondario, devota al padre (lo scienziato Jihan Natu) e al progetto Vishnu, cresce pagina dopo pagina fino a diventare il fulcro della storia, arrivando quasi a oscurare Anyman nelle pagini finali del vol. 1.
DeMatteis omaggia il fumetto super, ripercorrendo la sua carriera

Ciò che emerge dalla lettura di Anyman è l’immenso amore di DeMatteis per il fumetto supereroistico, un genere che lo ha visto impegnato per decenni nella scrittura di alcune delle storie più iconiche dei personaggi chiave delle major.
Libero dai “paletti” imposti da figure con una lunga storia editoriale, DeMatteis dà qui libero sfogo alla fantasia, realizzando un’opera che racchiude gran parte della sua poetica sul genere.
Chi conosce l’autore noterà una certa somiglianza tra il progetto Vishnu e quello del dottor Miles Warren (alias Lo Sciacallo) legato alla Saga del Clone di Spider-Man, in particolare nella figura di Kaine, clone tormentato e complesso cui DeMatteis è sempre stato molto legato. Non sorprende, quindi, ritrovare echi di quelle dinamiche in personaggi come Costas Drakos.
Una summa, un trattato, quasi un saggio a fumetti sul genere: con Anyman, DeMatteis rende omaggio ai comics cercando di coglierne gli aspetti migliori e proiettarli all’interno della sua opera più personale.
Baldeón porta un tratto classico e dinamico all’interno di Anyman

Il comparto artistico di Anyman è affidato a David Baldeón, artista spagnolo dal tratto accademico e classico che si sposa molto bene con la storia raccontata nel volume. Baldeón dà il meglio di sé nelle scene d’azione, più che in quelle basate principalmente sul dialogo. È infatti durante i combattimenti che l’artista appare davvero ispirato, grazie a inquadrature quasi cinematografiche e a duelli fluidi e dinamici. Personalmente non conoscevo l’artista, ma ritengo che abbia offerto una buona prova nelle due storie che compongono il volume primo di Anyman.
Perchè leggere Anyman?
Anyman è una lettura interessante che propone un punto di vista diverso sul concetto di supereroe, ma senza dubbio il motivo principale per affrontarla è chi la scrive.
J.M. DeMatteis è uno sceneggiatore che sa il fatto suo, con un’enorme esperienza e con nel suo DNA storie coinvolgenti e popolate da personaggi dalla forte personalità.
A pubblicarlo è Mirage Comics, una casa editrice che sta selezionando con cura proposte editoriali internazionali di alto profilo, inspiegabilmente mai arrivate prima in Italia. Finora Mirage ha sbagliato davvero poco, grazie a una scelta oculata di titoli presentati in cartonati dal buon compromesso qualità/prezzo.
E poi… quel cliffhanger finale. Una spinta in più per continuare la lettura e attendere il secondo volume di Anyman!
VOTO POPCORNERD: 7/10

Manga
Shibatarian: quando l’amicizia diventa un incubo tra cinema, horror e identità
Shibatarian di Katsuya Iwamuro è un manga che mescola horror, cinema e adolescenza con una storia folle e imprevedibile. Ecco cosa funziona e cosa no nell’opera pubblicata da Star Comics
Parlare di Shibatarian senza raccontare troppo della sua storia è probabilmente una delle cose più complicate da fare con questo manga. Non perché la trama sia particolarmente difficile da seguire, ma perché gran parte del suo fascino nasce proprio dalla capacità di Katsuya Iwamuro di prendere una situazione apparentemente normale e trasformarla progressivamente in qualcosa di completamente diverso, percependo sempre quel sottile filo di inquietudine che cresce, però, pagina dopo pagina nella lettura dell’opera.
Il manga parte da un’amicizia tra due ragazzi delle scuole medie e dalla loro passione per il cinema, poi aggiunge un elemento che rende tutto decisamente più complicato, di cui vi parleremo tra poco.
Da quel momento Shibatarian comincia a muoversi continuamente tra generi diversi, passando dall’horror al thriller, dalla fantascienza alla commedia nera senza preoccuparsi troppo di rispettare i confini tradizionali. È proprio questa libertà a renderlo interessante e, allo stesso tempo, a spiegare perché non sia un manga facile da definire.
La serie, scritta e disegnata da Katsuya Iwamuro, è stata pubblicata originariamente su Shonen Jump+ a partire dal 2023 e si è conclusa dopo 36 capitoli raccolti in cinque volumi. In Italia è stata pubblicata da Star Comics, che ha pubblicato tutti e 5 i volumi da cui è composta.
Il risultato è un’opera breve ma particolarmente densa, che dietro una premessa da horror apparentemente assurdo nasconde una riflessione sull’amicizia, sulla solitudine e soprattutto sul bisogno di essere riconosciuti dagli altri.
Shibatarian: un’amicizia molto particolare…

Tutto comincia con Hajime Sato, uno studente delle scuole medie che durante la primavera del suo ultimo anno incontra un ragazzo decisamente fuori dal comune. Sotto un albero di ciliegio trova infatti un coetaneo sepolto fino al collo. Il ragazzo si chiama Hajime Shibata e, nonostante le circostanze tutt’altro che normali del loro incontro, tra i due nasce rapidamente un’amicizia.
Sato e Shibata condividono soprattutto la passione per il cinema e decidono di realizzare insieme un film per il festival culturale della scuola. È un punto di partenza quasi rassicurante, soprattutto considerando quello che arriverà dopo, perché il cinema diventa fin dalle prime battute qualcosa che permette ai due ragazzi di avvicinarsi e di esprimere una parte di loro stessi che normalmente rimarrebbe nascosta.
Il problema è che Shibata sembra non esistere per gli altri.
Nessuno lo conosce, nessuno sembra ricordarsi di lui e, soprattutto, la sua presenza nasconde qualcosa che Sato scoprirà molto presto. Shibata può infatti moltiplicarsi e le sue copie iniziano progressivamente a comparire in quantità sempre maggiori.
Quello che all’inizio sembra un mistero legato a un singolo ragazzo diventa così qualcosa di molto più grande. Gli Shibata aumentano, la situazione sfugge rapidamente di mano e Sato si ritrova coinvolto in un conflitto nel quale diventa sempre più difficile capire chi sia davvero Shibata e quale sia il suo obiettivo.
Il manga utilizza questa premessa per costruire una storia che non punta soltanto sulla paura ma anche sulla curiosità. Ogni volta che sembra di aver capito le regole di questo mondo, Iwamuro introduce un nuovo elemento e costringe il lettore a rivedere quello che pensava di sapere.
Il cinema è il cuore della storia
La passione per il cinema di Sato e Shibata non è un semplice dettaglio utilizzato per caratterizzare i protagonisti, ma è uno degli elementi attraverso i quali il manga racconta il rapporto tra i due ragazzi e, più in generale, il modo in cui una persona può cercare di costruire la propria identità.
Iwamuro ha parlato in diverse occasioni delle sue influenze, citando manga e film molto differenti tra loro. Tra le opere che hanno contribuito alla formazione dell’autore ci sono Tomie di Junji Ito, 20th Century Boys e I Am a Hero, mentre sul fronte cinematografico ha indicato titoli come Gremlins, Essere John Malkovich e Il ritorno dei morti viventi.
Sono riferimenti molto diversi, ma aiutano a capire il tono di Shibatarian. Il manga non cerca infatti di essere un horror puro e nemmeno un thriller tradizionale. Iwamuro sembra molto più interessato a mescolare elementi provenienti da generi diversi all’interno della stessa storia.
Il cinema diventa quindi anche un modo per parlare della realtà. Attraverso un film è possibile scegliere cosa mostrare e cosa nascondere, decidere quale immagine dare di una persona e trasformare qualcuno in un protagonista. Per Sato, che vive una condizione di sostanziale invisibilità, questa possibilità ha un significato ancora più importante.
È anche per questo che il rapporto con Shibata funziona meglio quando il manga rimane concentrato sui due ragazzi e sulla loro amicizia.
Essere qualcuno invece che uno dei tanti

Uno dei temi più interessanti di Shibatarian riguarda proprio la necessità di sentirsi speciali. Sato è un ragazzo normale, tanto normale che il suo stesso cognome è stato scelto da Iwamuro per rappresentare questa caratteristica. “Sato” è infatti uno dei cognomi più diffusi in Giappone e il protagonista, almeno inizialmente, rappresenta proprio una persona qualunque. Ma essere una persona qualunque non significa necessariamente volerlo essere.
Sato vuole essere visto e riconosciuto. Vuole avere qualcosa che lo distingua dagli altri e il cinema rappresenta anche una possibilità per riuscirci. È qui che il manga comincia a collegare la sua storia con quella degli Shibata, perché la moltiplicazione del personaggio produce esattamente l’effetto opposto.
Più Shibata esistono, meno valore sembra avere il singolo Shibata.
Quando tutti hanno lo stesso volto, la singola persona scompare.
Iwamuro ha spiegato che uno dei temi alla base dell’opera è proprio la ribellione contro la massa e il desiderio di non diventare una persona anonima. È un concetto che assume un significato particolare se inserito nel contesto attuale, soprattutto considerando il ruolo che hanno acquisito i social network.
La massa diventa una minaccia

Follower, like, visualizzazioni e condivisioni hanno trasformato il modo in cui percepiamo la popolarità e spesso anche il nostro rapporto con gli altri. Una persona può diventare improvvisamente molto conosciuta grazie a un contenuto che raggiunge milioni di utenti, mentre qualcun altro può vedere la propria reputazione distrutta nello stesso modo.
Iwamuro ha collegato proprio questa trasformazione all’idea alla base di Shibatarian, spiegando il timore di un mondo nel quale le persone possono essere ridotte a semplici numeri.
Da questo punto di vista la moltiplicazione degli Shibata diventa molto più di un espediente narrativo. Gli Shibata rappresentano una massa che cresce continuamente e che finisce per rendere impossibile distinguere il singolo dall’insieme. Il loro numero diventa la loro forza, ma allo stesso tempo cancella progressivamente la loro individualità. È una delle intuizioni più riuscite del manga perché permette a una storia apparentemente assurda di parlare di qualcosa che, in realtà, è estremamente contemporaneo.
Perché Shibata funziona così bene come figura horror
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Il design di Shibata è un altro elemento particolarmente efficace. Non è un personaggio dall’aspetto mostruoso e non ha bisogno di un design complesso per risultare inquietante. Il suo volto è semplice, quasi anonimo, e proprio questa normalità diventa il suo elemento più disturbante quando viene ripetuta all’infinito.
Una persona con quel volto può sembrare innocua, ma quando lo stesso volto compare davanti al protagonista decine o centinaia di volte la percezione cambia completamente.
È un principio molto semplice, ma il manga lo sfrutta bene anche attraverso il disegno. L’esperienza di Iwamuro nel graphic design si percepisce nella costruzione delle tavole e soprattutto nell’utilizzo del bianco e del nero, con contrasti molto forti che contribuiscono a creare una sensazione di inquietudine.
Non siamo davanti a un horror costruito esclusivamente sul gore o sui jump scare. La paura nasce spesso dalla ripetizione, dall’idea di essere circondati da persone identiche e dall’impossibilità di capire quale sia l’originale.
Il grande pregio di Shibatarian è anche il suo principale rischio
La cosa che probabilmente rende Shibatarian più divertente da leggere è la sua imprevedibilità. Iwamuro non sembra avere paura di cambiare direzione e il lettore non può mai essere completamente sicuro di dove la storia voglia arrivare.
Questa caratteristica rende i capitoli particolarmente scorrevoli e permette al manga di evitare quella sensazione di già visto che spesso accompagna le storie horror. Anche il modo in cui vengono costruiti i cliffhanger contribuisce a mantenere alta la curiosità, con l’autore che sfrutta molto la composizione delle tavole e il passaggio da una vignetta all’altra. Il problema è che questa stessa velocità può diventare un limite.
Shibatarian affronta moltissimi temi e lo fa in appena cinque volumi. Ci sono l’amicizia, il bullismo, la solitudine, la vendetta, il bisogno di essere riconosciuti, il rapporto con la massa, i social network, l’identità e naturalmente il cinema. Alcuni di questi elementi vengono sviluppati bene, mentre altri finiscono inevitabilmente per rimanere più superficiali.
Anche alcuni personaggi secondari avrebbero probabilmente beneficiato di maggiore spazio. In determinati momenti il manga introduce figure che sembrano destinate a ricoprire un ruolo importante, ma la velocità della narrazione e la fretta portata dal chiudere in pochi capitoli la storia, non sempre permette di approfondirle come sarebbe stato possibile in una serie più lunga. Ed è un limite che si percepisce e di cui la storia ne risente in più passi.
Un manga che non ha paura di cambiare tono

Un altro aspetto che può dividere i lettori è il modo in cui Shibatarian passa continuamente da un registro all’altro. Una scena può essere inquietante e drammatica e poche pagine dopo trasformarsi in qualcosa di completamente assurdo o persino comico.
Non è necessariamente un difetto, perché questa caratteristica fa parte dell’identità stessa del manga. Iwamuro sembra voler giocare continuamente con le aspettative del lettore e con i generi che sta utilizzando.
Il problema arriva quando questo cambio di tono indebolisce una scena che avrebbe avuto bisogno di maggiore peso emotivo. In alcuni passaggi il lettore potrebbe avere la sensazione che il manga corra così tanto verso la prossima idea da non fermarsi abbastanza a sviluppare quella precedente.
È probabilmente il compromesso più evidente di Shibatarian: la serie preferisce essere sorprendente piuttosto che perfettamente equilibrata.
Il finale torna all’origine di tutto

Attenzione, da questo punto sono presenti spoiler sul finale del manga.
Dopo aver fatto crescere la storia fino a trasformarla in qualcosa di molto più grande rispetto alla situazione iniziale, Iwamuro sceglie di riportare il finale al rapporto tra Sato e Shibata.
Il conflitto conclusivo non è quindi soltanto una questione di sopravvivenza o una battaglia contro una quantità apparentemente infinita di copie. Il cuore della conclusione rimane il rapporto tra i due protagonisti e quella passione per il cinema che aveva rappresentato il punto di partenza della loro amicizia.
Il quinto volume porta a compimento il piano degli Shibata e il tentativo di coinvolgere l’intera popolazione giapponese, ma la storia torna infine alla domanda più importante: che cosa significava davvero quel film che Sato e Shibata volevano realizzare insieme?
È una conclusione che cerca quindi di chiudere il cerchio tornando alla dimensione più personale della storia.
Dopo cloni, violenza, follia e situazioni sempre più assurde, ciò che rimane è il rapporto tra due ragazzi che hanno trovato nel cinema un modo per sentirsi meno soli. Ed è probabilmente il modo più coerente per concludere Shibatarian.
Shibatarian è un manga da recuperare?

Non è un manga perfetto e non ci prova nemmeno a esserlo. La narrazione è a tratti velocissima, alcuni temi avrebbero meritato maggiore approfondimento e il continuo cambio di tono potrebbe non convincere tutti. Allo stesso tempo, però, sono proprio queste caratteristiche a renderlo riconoscibile.
Katsuya Iwamuro ha costruito una storia che riesce a essere contemporaneamente assurda e sorprendentemente umana. Dietro l’idea degli Shibata che si moltiplicano all’infinito c’è infatti una riflessione molto più semplice e comprensibile: il desiderio di essere visti dagli altri e la paura di essere soltanto uno dei tanti.
Il cinema diventa il mezzo attraverso cui Sato cerca di trovare la propria identità, mentre Shibata rappresenta progressivamente il contrario, una massa nella quale l’individuo rischia di scomparire.
Ci sono sangue, horror, situazioni assurde e una quantità decisamente spropositata di Shibata. Ma sotto tutto questo rimane una storia sull’amicizia e sulla solitudine, sul bisogno di avere qualcuno che ci riconosca e sulla paura di essere dimenticati.
Per un manga di cinque volumi che parte da un ragazzo sepolto sotto un albero di ciliegio, non è affatto un risultato da poco.
Manga
Koomy amplia il catalogo manga con una prima selezione Planet Manga
Una prima selezione di oltre 600 volumi, tra cui L’Attacco dei Giganti, Blue Lock, Wind Breaker e Ken il Guerriero, arriva da oggi su Koomy

Koomy, la piattaforma italiana per la lettura legale di fumetti, manga, graphic novel e webtoon in digitale, annuncia l’arrivo di una prima selezione del catalogo Planet Manga.
Da oggi, oltre 90 serie e 600 volumi sono disponibili per la lettura da smartphone, tablet, PC ed e-reader compatibili.

L’arrivo della selezione Planet Manga rappresenta il primo passo di un percorso volto a portare su Koomy i manga dei principali editori giapponesi, offrendo agli appassionati una selezione che spazia dai grandi classici alle serie contemporanee più amate, con l’obiettivo di avvicinare nuovi lettori alla piattaforma e arricchire l’esperienza degli utenti già attivi.
I titoli disponibili da oggi
La selezione copre generazioni e generi diversi, proponendo un’offerta molto ampia:
- Classici e serie cult: Berserk, Ken il Guerriero e gli spin-off di Ken la Leggenda, Billy Bat, Alita, L’Uomo Tigre e Lupin III.
- Grandi successi contemporanei: L’Attacco dei Giganti, Blue Lock, Wind Breaker, Bungo Stray Dogs e Shangri-La Frontier.
- Azione, fantascienza e survival: BLAME!, Knights of Sidonia, Deadman Wonderland, Highschool of the Dead, Triage X e Full Metal Panic!.
- Fantasy, isekai e soprannaturale: KonoSuba, Trinity Seven e N.Angel.
- Supereroi e comics: gli speciali manga di Deadpool e X-Men.
- Romance e storie contemporanee: Sasaki e Miyano e Il marito di mio fratello.
- Volumi unici e libri: Chiedi a Iwata e i libri dedicati a Belle di Mamoru Hosoda.
Prima di acquistare, ogni lettore può leggere gratuitamente l’anteprima di un volume e capire se quella storia fa per lui. Con oltre 600 volumi disponibili, scegliere da dove iniziare non è sempre semplice: per questo Koomy ha creato dei Percorsi di lettura dedicati alla selezione Planet Manga, pensati per accompagnare la scoperta di nuovi titoli.

Chi vuole esplorare l’intera proposta può consultare l’elenco completo dei titoli Planet Manga disponibili su Koomy e scegliere il prossimo manga da leggere.
Dichiarazioni
Kristian Lentino, CEO di Koomy, ha dichiarato:
«Quando abbiamo lanciato Koomy, a marzo 2025, avevamo poche centinaia di titoli e una piccola community che ha scelto di credere nel progetto. Oggi contiamo oltre 12.000 utenti e un catalogo che supera i 2.000 titoli e i 4.000 volumi. Ma la cosa che ci piace di più è che i lettori non sono semplici spettatori in questo progetto: ci hanno suggerito opere, segnalato problemi e aiutato a far crescere la piattaforma. Portare su Koomy una selezione così importante è anche grazie a tutti loro. A loro va il nostro grazie e l’impegno a rendere la lettura digitale dei fumetti sempre più ricca, semplice e accessibile.»
Un catalogo in continua crescita
Con l’arrivo della nuova selezione Planet Manga, Koomy supera i 2.000 titoli e i 4.000 volumi disponibili in catalogo. Accanto a Planet Manga, la piattaforma ospita già editori come Panini Comics (con le linee Marvel, DC e Disney), Edizioni BD, Tunué, Saldapress, Sprea Comics, Tora Edizioni e altre realtà del fumetto italiano.
L’arrivo di Planet Manga si inserisce in una visione più ampia: rendere accessibili in digitale i grandi titoli internazionali e, allo stesso tempo, costruire uno spazio dedicato al talento italiano, dalle opere che hanno segnato intere generazioni ai progetti indipendenti ancora da scoprire e che hanno qualcosa da raccontare.

Modalità di acquisto e prezzi
I volumi Planet Manga sono acquistabili singolarmente, con prezzi che partono da 3,99 €.
Gli acquisti avvengono tramite Kooins, la valuta digitale di Koomy, acquistabile dal sito o dall’app. Gli abbonati a Koomy Plus ricevono Kooins inclusi a ogni rinnovo, beneficiando di un risparmio aggiuntivo sulla collezione personale. Tutti i volumi acquistati sono accessibili anche offline e conservati in una libreria personale permanente.

Informazioni su Koomy
Koomy è la piattaforma italiana dedicata alla lettura legale di fumetti, manga, graphic novel e webtoon in digitale. Permette di scoprire nuove opere, leggere anteprime gratuite, acquistare singoli volumi e creare una collezione personale accessibile anche offline. Attraverso funzionalità come la Lettura Smart (zoom automatico e scorrimento pannello per pannello), Koomy sviluppa un’esperienza pensata per rendere la lettura dei fumetti più semplice e comoda su smartphone e tablet.
Comics
Cosmic Odyssey: il più grande fallimento di John Stewart come Lanterna Verde
38 anni fa Cosmic Odyssey mise John Stewart davanti alla sua più grande sfida come Lanterna Verde. Il fallimento su Xanshi avrebbe segnato per sempre il suo percorso eroico
La serie Lanterns rappresenta l’ennesima occasione per riportare Lanterna Verde al centro dell’universo DC, questa volta con John Stewart tra i grandi protagonisti.
Per molti spettatori che non frequentano abitualmente i fumetti, il personaggio è diventato famoso soprattutto grazie alle serie animate Justice League e Justice League Unlimited. Nei fumetti, invece, Stewart è ormai da decenni uno dei principali Green Lantern della Terra. Ma arrivare a quel ruolo non è stato semplice.
Nel 1988, Jim Starlin e il futuro creatore di Hellboy, Mike Mignola, collaborarono a Cosmic Odyssey, un evento destinato a diventare fondamentale per la storia di John Stewart. Proprio qui il personaggio affrontò infatti uno dei più grandi fallimenti della propria carriera come Lanterna Verde, un errore che avrebbe continuato a perseguitarlo per anni.
Cosmic Odyssey e l’incontro tra Justice League e Nuovi Dei

I personaggi del Quarto Mondo creati da Jack Kirby non erano certo estranei all’universo principale DC. Per oltre un decennio avevano già interagito con gli altri eroi della casa editrice, ma Cosmic Odyssey contribuì a integrare ancora di più i Nuovi Dei all’interno degli eventi dell’universo principale.
Il crossover di Jim Starlin e Mike Mignola offrì inoltre alcuni interessanti team-up tra i membri della Justice League e i personaggi del Quarto Mondo.
In questa situazione persino Darkseid decise di schierarsi temporaneamente dalla parte degli eroi per cercare di fermare l’Entità Anti-Vita, anche se, naturalmente, il suo obiettivo segreto era riuscire a controllarla.
L’Entità Anti-Vita creò quattro Aspetti e li inviò nell’universo DC. Ognuno di loro piazzò delle bombe capaci di distruggere interi pianeti, innescando una reazione a catena che avrebbe potuto portare alla distruzione dell’universo.
Darkseid preparò quindi delle armi speciali per contenere gli Aspetti e divise il gruppo di eroi in diverse squadre, formate da membri della Justice League e dai Nuovi Dei.
John Stewart venne affiancato a J’onn J’onzz, il Martian Manhunter, per una missione sul pianeta Xanshi.
La scelta sembrava avere senso. Stewart aveva già avuto a che fare con quel mondo e, anche se all’epoca aveva lasciato il proprio ruolo all’interno del Corpo delle Lanterne Verdi, sembrava essere la persona giusta per affrontare la missione. Ma sarebbe stato proprio Xanshi a trasformarsi nel più grande fallimento della sua carriera.
John Stewart era convinto di poter salvare Xanshi da solo

Quando arrivarono su Xanshi, John Stewart e Martian Manhunter scoprirono che il pianeta era stato colpito da un virus devastante.
J’onn avvertì subito Stewart che il tempo a disposizione stava rapidamente diminuendo. Il problema, però, era che la sicurezza di John nelle proprie capacità stava iniziando a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.
Stewart decise infatti di prendersi del tempo supplementare per preparare una cura miracolosa che avrebbe potuto salvare la popolazione, prima di concentrarsi sulla minaccia principale.
Anche Martian Manhunter commentò la potenza dell’anello di Lanterna Verde, incoraggiando ulteriormente la sicurezza di Stewart. Ma la situazione peggiorò rapidamente.
L’Aspetto aveva preso il controllo di una stazione meteorologica computerizzata globale per rallentare ulteriormente i due eroi e riuscì persino a distruggere il loro dispositivo di contenimento.
Nonostante tutto, Stewart rimase impassibile. Il nemico non sembrava preoccuparlo e questo iniziò a mettere seriamente in allarme Martian Manhunter. E poi arrivò la decisione che avrebbe condannato l’intera missione.
John Stewart scoprì la debolezza di Martian Manhunter al fuoco e decise di abbandonarlo. Lasciò J’onn intrappolato all’interno di una bolla protettiva e si diresse da solo verso il loro obiettivo.
La cosa più amara è che Stewart arrivò persino a dire ironicamente al marziano esiliato che non era esattamente nel suo elemento quando si trattava di affrontare questioni intergalattiche. Una frase destinata a diventare terribilmente significativa.
La bomba gialla e la distruzione di Xanshi

John continuò a fare affidamento sull’enorme potere del suo anello mentre volava verso il luogo in cui si trovava la bomba. Era convinto che nulla avrebbe potuto fermarlo.
Quando finalmente arrivò davanti all’ordigno, però, scoprì la terribile verità: l’Aspetto aveva dipinto la bomba di giallo. E, in quella fase della continuity, gli anelli del potere delle Lanterne Verdi non erano in grado di alterare ciò che era di quel colore.
John era quindi impotente. Martian Manhunter era ancora lontano e sul conto alla rovescia rimanevano soltanto pochi secondi. Stewart non riuscì a disinnescare la bomba.
L’ordigno esplose.
Il potente anello di John riuscì a proteggere lui e Martian Manhunter, ma Xanshi venne completamente distrutto.
E la tragedia fu ancora più terribile perché la distruzione non avvenne in maniera istantanea.
Martian Manhunter fu costretto ad assistere all’onda di devastazione che si propagava lentamente attraverso la popolazione del pianeta.
Cosmic Odyssey #2 dedica diverse pagine alla carneficina e alla distruzione di Xanshi. I mari del pianeta ribollono mentre i cittadini bruciano in agonia e metà del mondo viene devastata dall’esplosione. Poi arriva una seconda detonazione catastrofica.
Il cuore di Xanshi viene trasformato in antimateria e il pianeta viene scagliato contro la stella del proprio sistema, che viene a sua volta distrutta dal primo attacco dell’Anti-Vita.
Martian Manhunter trova infine John Stewart tra le macerie, completamente sotto shock. Attraverso il suo anello ha percepito il grido di morte di Xanshi.
Prova a spiegarsi, ma J’onn lo interrompe immediatamente e lo accusa di averlo costretto ad assistere alla distruzione di due mondi e gli promette che non lo perdonerà mai per quello che ha fatto.
Il fallimento di John Stewart diventa il suo trauma più grande

Le altre squadre riescono a portare a termine le rispettive missioni, avendo a disposizione molto più tempo per disinnescare le bombe rispetto a Green Lantern e Martian Manhunter.
L’Entità Anti-Vita viene infine fermata in Cosmic Odyssey #4, anche se la maggior parte degli eroi terrestri viene esclusa dallo scontro finale.
Martian Manhunter nota però che John Stewart, completamente devastato da ciò che è accaduto, si è allontanato dal gruppo e decide di andare a controllare come sta. John si assume completamente la responsabilità della distruzione di Xanshi.
Non attribuisce la colpa ai veri responsabili, ovvero coloro che avevano piazzato la bomba, ma considera il fallimento come una propria colpa. La situazione precipita fino a un punto estremamente oscuro.
In un momento di disperazione, Stewart arriva persino a puntarsi una pistola alla tempia e a contemplare il suicidio.
Martian Manhunter, però, non si lascia fermare dalla rabbia che prova nei confronti di John e interviene con un discorso che, pur essendo necessario, finisce anche per rafforzare alcune delle convinzioni sbagliate che Stewart ha sviluppato nei confronti della propria responsabilità. John reagisce con rabbia, giura di continuare a combattere e di diventare una Lanterna Verde migliore, maledicendo Martian Manhunter mentre lascia cadere la pistola e si allontana.
Ma accettare il proprio ruolo nella distruzione di Xanshi avrebbe richiesto molto più tempo.
Ed è proprio questo a rendere l’evento così importante nella sua storia.
La distruzione di Xanshi continua a perseguitare John Stewart

Cosmic Odyssey ha lasciato un’eredità piuttosto controversa per quanto riguarda John Stewart.
L’arroganza e l’eccessiva sicurezza mostrate dal personaggio e diventate la causa del suo fallimento su Xanshi erano infatti caratteristiche introdotte quasi esclusivamente proprio attraverso questa storia.
Prima di Cosmic Odyssey, Stewart si era distinto soprattutto per il suo senso di responsabilità. Era arrivato persino a chiedere un addestramento supplementare finché non si fosse sentito davvero all’altezza del proprio ruolo.
La storia di Starlin e Mignola aveva quindi modificato alcuni aspetti del personaggio per trasformarlo nel capro espiatorio perfetto della tragedia di Cosmic Odyssey.
Fortunatamente, gli autori che sarebbero arrivati negli anni successivi riuscirono a utilizzare quel fallimento per costruire storie molto più significative, permettendo a John Stewart di evolversi rispetto alla versione mostrata nell’evento.
Questo non significa però che la distruzione di Xanshi abbia smesso di tormentarlo, anzi: Green Lantern: Mosaic raccontò proprio il modo in cui Stewart affrontò il disturbo da stress post-traumatico derivato dall’evento, su un pianeta mosaico composto da razze e culture differenti.
Il personaggio venne inoltre preso di mira per vendetta da Fatality, l’unica sopravvissuta di Xanshi, e fu perseguitato dalle Lanterne Nere resuscitate durante l’evento Blackest Night della DC.
Anche il rapporto tra Stewart e J’onn J’onzz sarebbe stato ripreso e approfondito decenni più tardi da Scott Snyder durante la sua gestione della Justice League.
John Stewart non era mai caduto così in basso come dopo il fallimento su Xanshi.
E proprio per questo Cosmic Odyssey rappresenta ancora oggi uno dei momenti più importanti della sua storia editoriale.
L’evento affrontò immediatamente alcune delle conseguenze della tragedia, ma per raccontare davvero il trauma di John Stewart gli autori avrebbero avuto bisogno di anni.
È proprio questa lunga eredità a dimostrare quanto la distruzione di Xanshi abbia continuato a influenzare John Stewart, non soltanto come Lanterna Verde ma soprattutto come uomo.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
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