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Blue Lock stagione 2: La ‘guerra’ contro l’Under 20 accende l’egoismo dei calciatori

Gli episodi del Blue Lock stagione 2 portano Isagi e i suoi compagni ad affrontare una prova che deciderà le sorti del Blue Lock: la partita contro la selezione U-20 della nazionale giapponese

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Sono in ritardo, ne sono consapevole. La seconda stagione di Blue Lock è uscita diverso tempo fa, ma solo in questi giorni ho recuperato tutti gli episodi disponibili su Crunchyroll.

Era da tempo che volevo riprendere le avventure di Yoichi Isagi e di tutti i suoi compagni (o avversari?) del Blue Lock, l’esperimento ideato dall’allenatore Jinpachi Ego, che il Giappone sta portando avanti con un obiettivo chiaro: creare il miglior attaccante di calcio del mondo. 

Questa seconda stagione, composta da 14 episodi, è ancora più intensa e adrenalinica della prima, adattando un momento chiave dell’omonimo manga di Muneyuki Kaneshiro (storia) e Yusuke Nomura (disegni): la partita tra gli 11 selezionati dal Blue Lock e la nazionale giapponese U-20.

Come molti grandi anime sportivi del passato, anche la seconda stagione di Blue Lock punta a colpire lo spettatore attraverso lo sviluppo continuo dei personaggi già noti e l’introduzione di nuovi volti. Questo accresce l’intrattenimento e porta la competizione a livelli esponenziali, mantenendo gli spettatori incollati allo schermo.

Tuttavia, Blue Lock compie un passo ulteriore rispetto a opere iconiche come Capitan Tsubasa (Holly e Benji) o Slam Dunk: ribalta costantemente le dinamiche in gioco e rimescola le carte, spingendo lo spettatore a non sapere più per chi tifare davvero.

Perché Blue Lock non è un semplice anime sportivo: è una battaglia psicologica, un thriller competitivo in cui l’unica regola è affermare il proprio ego e divorare chiunque, anche i propri compagni di squadra durante la partita.

Staff e studio di animazione dietro Blue Lock 2

Nella stagione 2 viene confermato lo staff della prima; alla regia anche in questo caso troviamo Shunsuke Ishikawa, alla sceneggiatura Taku Kishimoto, come Character Design Kazuki Ura e alle musiche Jun Murayama.

Torna anche lo studio Eight Bit (8bit), già responsabile degli episodi della stagione 1, conosciuto per serie come Mi sono reincarnato in uno slime e Ushio to Tora.

La scelta di mantenere lo stesso team, sia artistico che tecnico, non è casuale: Blue Lock è una serie che vive di dinamismo, impatto visivo e regia pulita, elementi che 8bit ha dimostrato di saper valorizzare perfettamente nella prima stagione, ma che purtroppo non è riuscita a riconfermare in questa.

Sono diverse le critiche mosse contro lo studio fin dai primi episodi dove si percepisce un calo evidente rispetto alla stagione 1 e al film Episode Nagi, con episodi con uno standard qualitativo buono ed altri che, a livello visivo, sono decisamente insufficienti. Quasi come se la serie faticasse costantemente a mantenere standard accettabili, fino ad arrivare a un finale sorprendentemente curato che sembra provenire da un altro anime.

Anche l’uso della CGI, che altrove può arricchire la scena, qui sembra impiegato soprattutto per rendere “accettabile” ciò che in 2D risulterebbe troppo povero. La qualità del disegno in sé rimane buona e il character design continua a essere nitido e riconoscibile come nella prima stagione, ma non basta: senza un’animazione all’altezza, tutto il potenziale visivo si perde.

5 motivi per vedere Blue Lock stagione 2

Ma nonostante questo ‘passo indietro’ a livello di animazione, la seconda stagione di Blue Lock ritengo che vada vista perché storia e personaggi sono il vero punto di forza dei nuovi episodi che riescono a unire momenti di vero pathos a siparietti comici (soprattutto nelle scene post-credit di ogni episodio).

Ovviamente per cultori ed esperti di calcio, in Blue Lock gioco e regole non sono proprio convenzionali con quelle impartite dalla tradizione calcistica e dalla FIFA… ma, anche in questo caso, non è importante.

Il calcio è solo il pretesto per mettere in scena una battaglia vera e propria tra i protagonisti che, nel corso di questa seconda stagione, sviluppano più capacità da Sayan e abilità da ninja della Foglia che da veri sportivi.

Ma è esattamente questo che ci piace e che vogliamo vedere se siamo veri fan del Blue Lock. Quindi ecco 5 motivi per cui anche questi episodi vanno visti e che speriamo possano intrigare anche chi non ha visto le puntate della prima stagione.

  1. Il gioco del calcio come non l’avete MAI visto

Dimenticate la tradizione rassicurante degli anime sportivi alla Slam Dunk o Capitan Tsubasa: Blue Lock trasforma il campo da calcio in un’arena darwiniana in cui sopravvive solo chi impone il proprio ego. Yoichi Isagi lotta per definire la propria identità come attaccante, ma è Rin Itoshi il vero talento (glaciale e inarrivabile) che tutti temono, modello da inseguire ma anche l’avversario più temibile. Le partite diventano prove psicologiche, dominate da scelte individuali che spesso tradiscono il concetto stesso di “squadra”. Colpi di genio improvvisi, trasformazioni mentali e un’ansia costante di essere eliminati costruiscono un pathos devastante, in cui ogni minuto è un duello tra ambizione e sopravvivenza.

Tutti sono in gioco e hanno qualcosa da perdere, ma quando l’istinto di sopravvivenza chiama, ogni giocatore tira fuori abilità che non sapeva neanche di avere. E’ l’esempio di Reo Mikage, personaggio che sviluppa il Chameleon Style che gli permette di riprodurre le tecniche dei calciatori più bravi del Blue Lock (e poi anche della Nazionale U-20).

  1. Archi narrativi più intensi che li portano ad adattarsi ed evolvere

Uno dei punti di forza della serie è l’evoluzione emotiva dei protagonisti.

Isagi evolve diventando un analista del gioco, sempre più lucido e spietato, mentre Rin diventa il vero antagonista tecnico e mentale della stagione. È il giocatore perfetto, quello che sembra avere tutto sotto controllo, ma il suo arco narrativo mostra crepe profonde, come l’ossessione per il fratello Sae che sarà un punto fondamentale nel corso di questa stagione.

E se Reo diventa un ‘camaleonte’, il suo amico Nagi è quello che subisce una vera e propria scossa capendo che il talento non basta più. Blue Lock lo costringe a scegliere se restare un fenomeno passivo o diventare un vero attaccante, trasformando la sua apatia in ambizione

Barou, il “Re”, che oscilla tra arroganza e crolli psicologici, impara a usare l’ego come arma, non come gabbia. È l’arco della rinascita attraverso l’umiliazione. I conflitti interiori di questi personaggi sono più dolorosi delle sconfitte in campo, rendendo ogni progresso un piccolo dramma personale.

  1. La partita Blue Lock vs U-20: il cuore pulsante della stagione

Il grande evento narrativo della seconda stagione è l’epico scontro tra gli 11 selezionati del Blue Lock e la nazionale giapponese U-20: una partita che nel manga rappresenta uno dei momenti più acclamati. L’ingresso in scena dell’U-20 diventa una minaccia esterna che mette in discussione l’esistenza stessa del progetto. Le scelte rischiose di Jinpachi Ego vogliono dimostrare che il futuro del calcio giapponese appartiene ai “mostri” del Blue Lock, non ai talenti tradizionali. Ogni azione ha un peso enorme: non si gioca solo una partita, ma il destino dell’intero programma. E quello che ne esce fuori è una battaglia a suon di mosse speciali da vero picchiaduro dove anche Holly e Benji impallidirebbero.

  1. Ribaltamenti continui e alleanze destinate a frantumarsi

Nulla in Blue Lock è stabile: squadre, amicizie, gerarchie… tutto può cambiare in un attimo. Bachira è l’esempio perfetto di questa instabilità emotiva, diviso tra la ricerca della libertà assoluta e il desiderio di essere scelto dagli altri. Rin Itoshi, fino ad allora intoccabile, entra in crisi quando Isagi comincia a emergere come rivale diretto. Shido Ryusei, giocatore folle e dalla personalità prorompente, diventa un avversario temibile dello stesso Blue Lock. Tradimenti tattici, improvvise inversioni di ruolo e collassi psicologici rendono le partite imprevedibili. Lo spettatore finisce per tifare per un personaggio, detestarlo la scena dopo e amarlo di nuovo poco più tardi: un’altalena emotiva che riflette la natura “mostruosa” dei partecipanti.

  1. Un’identità visiva potente, nonostante limiti tecnici

Pur mostrando cali qualitativi in alcuni episodi, Blue Lock mantiene un impatto visivo inconfondibile. Il character design è solido, e alcune immagini restano impresse. Le visualizzazioni dell’ego amplificano i momenti decisivi, dando forma alla psicologia dei protagonisti. E quando l’animazione torna a brillare, soprattutto nel finale di stagione, l’intensità emotiva esplode, restituendo tutta la furia, la disperazione e la fame che guidano questi giovani attaccanti.

Una stagione che apre a nuove sfide. La strada per decidere qual è l’attaccante più forte del Giappone (e del mondo) prosegue e nuovi avversari attendono gli 11 del Blue Lock.

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The Corny Awards: i migliori anime del 2025

Da DanDaDan, Solo Leveling a Devil May Cry, i titoli che hanno riscritto le regole dell’hype e dell’immaginario anime

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Quest’anno l’anime non si è limitato a intrattenere: ha sperimentato, ha osato e in certi casi ha spaccato il pubblico a metà. Abbiamo visto shōnen che rifiutano le scorciatoie classiche, adattamenti che hanno capito finalmente cosa vuol dire rispettare l’opera originale e produzioni che sembrano nate più da una visione artistica che da un algoritmo.

Il 2025 è stato quindi un anno molto fortunato per gli appassionati di anime. Sono davvero tanti i titoli che meritano menzione ma ne abbiamo scelti solo 5 per non rischiare di andare troppo per le lunghe. Quindi, se dovessimo raccontare l’anno anime con cinque titoli soltanto, sarebbero questi. Non perché siano perfetti, ma perché sono stati impossibili da ignorare.

1. DanDaDan: Lo shōnen che ha buttato il manuale dalla finestra

DanDaDan è l’anime che più di tutti ha incarnato lo spirito del caos creativo. Azione, horror, commedia romantica e folklore giapponese convivono in un equilibrio precario ma magnetico. È veloce, imprevedibile, spesso folle, e proprio per questo è diventato un caso.

Science SARU ha dato forma a un adattamento che non si limita a seguire il manga: lo interpreta, lo amplifica, lo rende movimento puro. DanDaDan non chiede il permesso allo spettatore, lo trascina con sé.

Inoltre, l’anime ha consacrato un successo già ampliamente conquistato attraverso la pubblicazione del manga. Si perché quest’anno tra gli Otaku si parlava veramente di soli due titoli, uno è questo l’altro lo trovi nei seguenti paragrafi.

DanDanDan

DanDanDan

2. Sakamoto Days: La violenza gentile dello shōnen moderno

Un ex sicario sovrappeso che gestisce un minimarket non sembra materiale da anime dell’anno. E invece Sakamoto Days è la dimostrazione che lo shōnen può reinventarsi partendo dal tono.

Combattimenti coreografati come un film action, comic timing perfetto e una sorprendente umanità di fondo: Sakamoto Days racconta la violenza senza glorificarla, usando il contrasto come motore narrativo. Un titolo che ha convinto anche chi pensava di essere stanco del genere.

Anche in questo caso la piattaforma di riferimento è NETFLIX, che quest’anno sembra voglia continuare a puntare sugli anime per catturare l’attenzione globale del suo pubblico.

Sakamoto Days

Sakamoto Days

3. Solo Leveling: Il power fantasy fatto bene (finalmente)

Quando abbiamo detto che durante il 2025 si è parlato soprattutto di due anime, uno è DanDaDan ma l’altro è Solo Leveling. Per molti sopravvalutato, per altri invece è una vera rinascita dell’eroe di cui tanto avevamo bisogno.

Solo Leveling non ha mai fatto mistero di cosa volesse essere: un’escalation continua di potere, nemici sempre più grandi, soddisfazione immediata. La sorpresa è che l’anime è riuscito a trasformare questa semplicità in uno spettacolo curatissimo.

A-1 Pictures ha puntato tutto su ritmo, regia e colonna sonora, costruendo un’esperienza che funziona episodio dopo episodio. Non è l’anime più profondo dell’anno, ma è quello che ha capito meglio come tenere incollato il pubblico.

A nostro avviso ciò che veramente ha fatto breccia nel cuore del pubblico non è stata la trama. Anzi, quella è anche abbastanza lineare con pochi colpi di scena e personaggi caratterizzati anche in maniera abbastanza “normale”. Ciò che ha fatto esplodere Solo Leveling è il protagonista stesso. Erano anni che aspettavamo un nuovo eroe in cui credere e possiamo dire che Jinwoo ha suscitato quasi le stesse emozioni che solo Goku aveva trasmesso in passato.

Solo Leveling

Solo Leveling

4. Gachiakuta: La rabbia come linguaggio visivo

Gachiakuta è sporco, arrabbiato, scomodo. Un mondo che vive di scarti, personaggi che portano addosso cicatrici fisiche e sociali, e una direzione artistica che trasforma il degrado in identità.

Non è un anime facile, né rassicurante. È uno di quei titoli che dividono, ma proprio per questo diventano fondamentali. Gachiakuta dimostra che lo shōnen può ancora essere politico, viscerale, profondamente personale.

Nel dettaglio, si tratta di un titolo che ti ta perdere la testa perché nemmeno sbirciando tra migliaia di altri titoli riusciresti a trovarne uno simile. È un mix di tutto ciò che la società odierna ama e odia. Ma d’altronde lo stesso Gachiakuta o si ama o si odia, non accetta vie di mezzo. E se vuoi saperne di più ti invitiamo a leggere anche questo contenuto.

Gachiakuta

Gachiakuta

5. Devil May Cry: Quando l’anime abbraccia l’estetica occidentale

Devil May Cry chiude il cerchio portando l’anime fuori dal Giappone, senza snaturarlo. Stylish action, personaggi larger-than-life e un’estetica che guarda apertamente al videogioco e all’animazione occidentale.

Non è solo fanservice: è un esperimento riuscito di contaminazione. Dante funziona perché il progetto sa cosa vuole essere e non finge di essere altro. Un segnale chiaro di come l’anime stia diventando sempre più un linguaggio globale.

Ci ha colpiti perché nonostante la trama della serie anime si sia discostata un po’ da quella del progetto videoludico, il risultato è stato perfetto. Dante è il solito, quello che abbiamo amato in tutti e 5 capitoli CAPCOM e che si prepara a conquistarci anche con la prossima stagione che a tal proposito sarà online da marzo 2026.

Devil May Cry

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My Hero Academia: molto più che la fine di un anime

My Hero Academia è terminato. Andiamo a tirare le somme con alcune considerazioni (personali) su uno degli anime e manga più importanti degli ultimi anni

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*Quello che segue può sembrare un articolo atipico; non sarà un’analisi critica sull’ultima stagione dell’anime, ma bensì una riflessione su quello che ha significato (per chi scrive) My Hero Academia e il motivo per cui la ritengo una delle storie più coinvolgenti degli ultimi anni.

Si è concluso da qualche giorno l’anime di My Hero Academia, opera animata tratta dall’omonimo manga di Kōhei Horikoshi, che ha visto l’ultimo episodio andare in scena (anzi in streaming) su Crunchyroll il 13 dicembre scorso.

Così come il manga ci ha accompagnato per circa dieci anni, anche la serie animata è giunta a conclusione dopo ben otto intense ed emozionanti stagioni, adattando l’intera storia del manga in 170 episodi (lungometraggi esclusi).

Quello che My Hero Academia (MHA) lascia ai fan è indubbiamente una sensazione di profonda soddisfazione per come si sono concluse le avventure di Izuku Midoriya (Deku), All Might & Co., ma anche di incolmabile vuoto essendo giunto al termine uno degli anime più epici e memorabili degli ultimi anni che ha raccolto, anno dopo anno, stagione dopo stagione, un pubblico sempre maggiore.

My Hero Academia ha toccato corde emotive fortissime nei fan, sia del manga sia del solo anime, arrivando a picchi emozionali nel climax della final season che difficilmente si sono raggiunti nella visione di altri adattamenti animati tratti da opere a fumetti giapponesi.

Lacrime, risate e stupore hanno accompagnato la visione di chi scrive e, con ogni probabilità, anche quella dei milioni di fan in tutto il mondo.

MHA è stato celebrato e applaudito ovunque; la stessa Marvel, fonte d’ispirazione dell’autore per la creazione dei suoi personaggi, ha reso più volte omaggio all’opera di Horikoshi, rimarcando il forte legame che unisce la Casa delle Idee e la saga messa in atto dal mangaka, incentrata proprio sui supereroi e sul percorso che può trasformare dei semplici ragazzi nei più grandi eroi di tutti i tempi.

Questo dimostra ancora di più, come a livello internazionale le avventure degli studenti del liceo Yuei abbiano colpito i cuori di lettori e spettatori di tutto il mondo, consacrando l’opera come una delle più importanti del nuovo secolo.

Ma in cosa consiste la forza e il carisma di un’opera tanto acclamata come My Hero Academia?

I supereroi made in Japan

In primis, MHA analizza e inserisce il contesto supereroistico all’interno della cultura pop nipponica come mai era stato fatto prima dell’arrivo dell’opera di Horikoshi, attestando ancora una volta come la contaminazione tra Occidente e Oriente, tra comics e manga, tra cartoon e anime, sia sempre più globalizzata.

Se già qualcosa si era visto con One Punch Man, dove One e Yusuke Murata hanno descritto il mito dei supereroi nella maniera più classica, concentrandosi soprattutto sulla componente comica e su un protagonista praticamente invincibile (Saitama, il mio modello di vita), MHA entra invece visceralmente nella storia del fumetto supereroistico, portando a lettori e spettatori personaggi tridimensionali, dotati di superpoteri ma anche di “super problemi”, con personalità reali che affrontano i propri nemici con lealtà, virtù e sacrificio.

I super di Horikoshi, prendono visivamente e caratterialmente spunto dai supereroi americani, proiettandoli, però, in una cultura come quella giapponese che si rispecchia all’interno dei protagonisti.

Midoriya, Bakugo, Todoroki e tutti gli studenti della Yuei sono personaggi che affrontano un percorso di crescita sia a livello umano sia in quello da supereroi. Una tale caratterizzazione dei personaggi l’ho percepita solamente in un’altra opera orientale dal fortissimo impatto mediatico: Naruto.

Le back story che vengono analizzate nel corso dei 170 episodi di ogni personaggio fanno intendere come la costruzione di ogni singolo protagonista sia stata studiata e approfondita con molta cura dal proprio creatore, dando a ognuno lo spazio per crescere.

E non sono solo gli studenti a evolversi e ad appassionare i fan: anche i professori ed Eroi professionisti come All Might, Shota Aizawa, Hizashi Yamada, Gran Torino e altri affrontano un proprio percorso evolutivo all’interno della storia, spesso risolvendo situazioni irrisolte frutto degli errori o delle sconfitte del passato. Anche l’Unione dei villain, porta in scena personaggi con cui diventa spesso difficile non empatizzare quando si arriva a comprenderne il punto di vista (tranne All for One ovviamente!!).

L’Unione fa la (vera) forza

Ma ciò che più funziona e rende My Hero Academia unico è il messaggio principale, che può apparire in secondo piano nelle prime stagioni, ma che, mano a mano, emerge con sempre maggiore chiarezza, raggiungendo il suo punto più alto nel finale dell’anime: l’unione e l’amicizia sono la vera forza.

Nell’eterna lotta tra bene e male, non è un caso che il nemico principale della storia sia All For One (“tutti per uno”) e che voglia con ogni mezzo ottenere per sé l’incredibile potere del One For All (“uno per tutti”), detenuto da Deku.

Ed è proprio il protagonista a “insegnare” a tutti i comprimari e agli amici che un ragazzo come lui, nato privo di quirk in un mondo dove l’80% delle persone ha i superpoteri, può diventare fondamentale, l’unico in grado di contenere e utilizzare le abilità di tutti coloro che hanno ereditato nel tempo il One For All, anche a costo della propria vita. Un’impresa in cui neppure lo stesso All Might, il supereroe più forte di tutti i tempi, era riuscito pienamente.

Ma neanche Deku, da solo, è sufficiente per sconfiggere il male supremo: solo grazie all’aiuto di tutti (Bakugo compreso, autore di un ingresso e di una performance da brivido negli episodi finali) e all’amicizia che lega ciascun personaggio all’altro, l’impossibile diventa possibile.

Anche in questo caso, c’è da ricordare e notare come nei primi episodi Midoriya affermi come “questa è la storia di come sono diventato l’eroe n. 1“, mentre alla fine dell’ultimo episodio viene precisato:

E anche…la storia di come siamo diventati tutti i più grandi eroi“.

Un finale che premia tutti, perchè Midoriya è il protagonista che inizia questo cammino da solo, ma alla fine della storia si ritrova in compagnia di moltissimi amici.

Se pensate che tutto questo sia condito da epicità, scene d’azione incredibili e personaggi che riescono, anche nel finale, a trovare ognuno il proprio spazio e il proprio piccolo momento di gloria… capite che la forza di MHA sta nell’insieme di tutto ciò che lo compone.

Il raggiungimento degli obiettivi di squadra, la collaborazione, l’affiatamento e i legami sono il frutto di una crescita collettiva. I concetti espressi in My Hero Academia dovrebbero essere oggetto di vere e proprie sessioni di team building nelle aziende, perché il messaggio è chiaro e mi trova pienamente d’accordo: solo insieme si può arrivare in alto.

E infine c’è la bravura del suo autore, Kōhei Horikoshi, e dello Studio Bones, che si è occupato dell’adattamento sin dalla prima stagione ed è riuscito a trasporre sullo schermo le stesse sensazioni ed emozioni vissute nella parte finale del manga.

Quello che ho spesso notato in molti manga e, di conseguenza, negli anime, è la mancanza di un finale adeguato: MHA, invece, riesce a costruire un epilogo perfettamente coerente con la storia raccontata.

Horikoshi ha dichiarato in una recente intervista che le ultime quattro pagine di ogni capitolo sono fondamentali, perché sono quelle che, a distanza di una settimana (la cadenza di uscita dei capitoli sulle riviste giapponesi), rimangono più impresse se realizzate con cura e con il giusto cliffhanger.

La stagione 8 dell’anime è un climax continuo, e ritengo che l’intera battaglia contro All For One e Shigaraki rappresenti proprio quelle fatidiche “quattro pagine” di cui parla Horikoshi: qualcosa che non si dimentica.

PLUS ULTRA!

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Arrivano i FULLMETAL ANIME, la band Rock-Metal che celebra il mondo degli Anime

Sono in arrivo i FULLMETAL ANIME, la band Rock-Metal italiana che fonde la potenza del live con l’immaginario dilagante degli anime giapponesi

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Siete pronti a una nuova band? Nascono i FULLMETAL ANIME e questo è il comunicato stampa con cui si presentano e che molto volentieri condividiamo con i nostri lettori.


NASCONO I FULLMETAL ANIME
La band Rock-Metal italiana che apre un portale nel mondo degli Anime giapponesi

Sei musicisti professionisti provenienti da diversi generi si uniscono per dare vita a un nuovo progetto, che fonde la potenza del live con l’immaginario dilagante degli anime giapponesi: nascono i FULLMETAL ANIME.

Non sono una cartoon cover band: sono un’esperienza sonora e visiva che celebra la cultura nipponica tra passato e futuro.
Ogni loro brano diventa un portale, capace di farci entrare nel mondo degli anime: una fusione di Metal e J-Rock con l’emozione pura delle opening ed ending giapponesi più amate.

Il risultato? Un viaggio che attraversa mondi, emozioni e generazioni: da My Hero Academia a Fullmetal Alchemist, da Demon Slayer a One Punch Man e il recentissimo K-Pop Demon Hunters, eseguite in lingua originale. Questa scelta sottolinea l’importanza che oggi hanno le canzoni originali giapponesi, un fenomeno in continua crescita in Italia grazie alla diffusione garantita dai servizi di streaming e dai canali TV, che ormai importano il prodotto mediale nella sua integralità.

Il misterioso debutto social della band, con il chitarrista invisibile, segna l’inizio di un percorso che li porterà sui palchi delle fiere del fumetto ed eventi cosplay italiani, con uno spettacolo che parla tanto agli amanti del Rock-Metal quanto ai fan dell’animazione giapponese.

Make-up e costumi, ideati per fondere tradizione e modernità, completano il tratto distintivo di uno spettacolo intenso, un carico di energia, emozioni e divertimento, dove band e spettatore diventano una cosa sola.

COSA SUCCEDERÀ NEI PROSSIMI MESI

  • Debutto social: 24 novembre 2025
  • Primo video musicale: pubblicazione su YouTube – 5 dicembre 2025
    Link: https://youtu.be/-wEEPC_hz3g
  • Tour 2026: fiere del fumetto ed eventi nerd in tutta Italia

Di seguito il video musicale:

I Fullmetal Anime sono:

Roberto Castellin – Male Lead Vocal

Chiara Poggioli – Female Lead Vocal

Filippo Naso – Guitars

Sebastiano Men – Guitars

Tommaso Silvan – Bass

Alberto Lèmoni – Drums & Percussion

“Scopri il mondo degli anime con noi, dove ogni canzone apre un portale di emozioni e immaginazione.”

LINK E CONTATTI

Instagram / YouTube / Facebook / TikTok: @fma.fullmetalanime

Fonte: CS FULLMETAL ANIME

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