RecensioniSerie TV
Plur1bus: lo show sci-fi di Vince Gilligan che mette in dubbio l’individualità umana
Plur1bus è il nuovo serial televisivo di Apple TV+ creato da Vince Gilligan, che in poco tempo ha conquistato critica e telespettatori
Come si crea una serie di fantascienza su un’invasione aliena, senza far vedere neanche un omino verde?
È un quesito che bisogna porre a Vince Gilligan, perché ha trovato con Plur1bus la formula perfetta per creare uno show sci-fi con effetti speciali ridotti all’osso e utilizzando gli stessi strumenti già visti nei suoi precedenti successi televisivi: regia eccezionale, conversazioni fitte di dialoghi, ritmi lenti ma calibrati, colpi di scena inaspettati, personaggi profondi e (ovviamente), come sfondo in cui si svolge la storia, la città di Albuquerque.
Per Gilligan, la città del New Mexico dove sono ambientate tutte le sue serie sembra quasi un feticcio, un porta fortuna, un pegno da pagare a causa di un patto con il diavolo che gli garantisca successo per tutto quello che crea.
Beh, Plur1bus è la nuova serie TV dello sceneggiatore e produttore televisivo, arrivato sul finire del 2025 su Apple TV+, e che ha sorpreso positivamente raccogliendo consensi e divenendo rapidamente un cult, come già era capitato con Breaking Bad, prima, e Better Call Saul, dopo.

Sembra quasi una battuta, visto il tema centrale che ruota intorno alla serie, ma Pluribus pare proprio aver messo d’accordo tutti. Ha già vinto agli AFI – American Film Institute Awards 2026 il premio come Programma televisivo dell’anno ed è in nomination ai Golden Globes 2026 e ai Critics Choice Award 2026 nelle categorie Miglior attrice in una serie televisiva drammatica (Rhea Seehorn) e Miglior serie televisiva drammatica.
Sin dall’annuncio c’era, quindi, molta curiosità intorno a questa serie che, per l’appunto, etichettata come genere fantascienza, avrebbe visto Gilligan uscire dalla sua comfort zone di serial drama per confrontarsi con qualcosa di nuovo.
Gran parte del merito va a un cast di altissimo livello, guidato da una Rhea Seehorn in stato di grazia nei panni della cinica e infelice scrittrice Carol Sturka, un personaggio decisamente diverso rispetto all’avvocato Kim Wexler di Better Call Saul.
Il titolo Plur1bus fa esplicito riferimento alla locuzione latina “E pluribus unum” (“da molti, uno”), sottolineando il tema centrale dello show: la tensione tra collettività totale e identità individuale.
Plur1bus: non tutte le invasioni aliene sono negative

La storia di Plur1bus è ambientata principalmente ad Albuquerque, nel New Mexico, e segue le conseguenze di un evento misterioso che coinvolge e trasforma la maggior parte dell’umanità.
A causa di un virus derivato da impulsi alieni captati da un osservatorio astronomico, quasi tutte le persone sulla Terra perdono la propria individualità. La quasi totalità della popolazione mondiale perde conoscenza, viene colpita da convulsioni e, pochi minuti dopo, si risveglia come parte di un’unica coscienza collettiva, un vero e proprio hive mind.
Questo fenomeno unisce tutti in una mente condivisa, eliminando dolore, conflitti e dissenso, ma cancellando anche individualità e libertà personale. Un’Apocalisse anticonvenzionale che risolve, di fatto, tutti i problemi che affliggono il pianeta. L’unico dazio da pagare è la perdita della propria personalità.
Tuttavia, alcuni esseri umani, dodici in totale, sono immuni alla trasformazione, e tra questi c’è Carol Sturka.

Carol ed Helen prima dell’epidemia
Scrittrice di successo di romanzi romantic-fantasy ma profondamente insoddisfatta sul piano personale, Carol torna ad Albuquerque insieme alla sua partner e agente Helen (Miriam Shor) proprio mentre l’epidemia esplode.
Nel caos, Carol perde Helen, che muore una volta infettata, e si ritrova sola in una città in cui tutti gli altri sono stati trasformati. Ed è qui che emerge un primo, inquietante dettaglio: non tutti gli esseri umani colpiti sopravvivono al virus. Una piccola parte della popolazione mondiale, qualche milione di persone, ne fa le spese morendo dopo l’infezione. Una selezione naturale spietata, ma considerata obiettiva e sostenibile dal punto di vista dei “convertiti”.
Carol ricomincia così una nuova vita, non più come scrittrice ma come sopravvissuta alla fine del mondo, in un contesto in cui le persone che la circondano ragionano, parlano e agiscono all’unisono, mettendosi completamente al suo servizio.
Una delle prime cose che Carol scopre, infatti, è proprio questa: gli “altri” non possono mai dire di no alle richieste degli immuni, qualunque esse siano. Qualsiasi cosa venga chiesta. Q-u-a-l-s-i-a-s-i.
L’obiettivo degli “altri” è comprendere perché, nel caso di Carol e delle altre undici persone, la conversione non abbia funzionato, e trovare una cura per loro, così da completare il piano di assimilazione totale della Terra.

Zosia interpretata da Karolina Wydra
Dopo la morte di Helen, al fianco di Carol arriva Zosia (Karolina Wydra), membro e portavoce degli “altri”, verso la quale la protagonista sviluppa una certa simpatia. Attraverso di lei, Carol scopre che questi esseri non sono violenti e che, coerentemente con la loro natura, sono sempre accondiscendenti nei confronti dei non convertiti. Tuttavia, le reazioni emotive più intense, come l’ira di Carol, possono avere effetti letali su di loro.
Da questa premessa, parte l’esplorazione del ‘nuovo mondo’ e la lotta di Carol per comprendere ciò che è accaduto, individuare una possibile soluzione per invertire il processo, scoprire i punti deboli del virus con l’obiettivo di preservare la propria individualità, resistendo alla pressione costante di un nuovo status quo che tenta di “integrare” ogni essere umano in un’unica coscienza collettiva.
Carol, Robinson Crousoe perfetta per un’invasione aliena targata 2025

Vince Gilligan, come in ogni suo show, pone le basi della trama nei primi episodi per poi concentrarsi sullo sviluppo quasi maniacale dei personaggi. A differenza dei ritmi della storia, che all’apparenza possono risultare anche lenti, i suoi protagonisti non sono mai banali.
Messі di fronte a ogni tipo di difficoltà, ragionano, si interrogano, maturano ed evolvono episodio dopo episodio.
In Plur1bus, Carol è l’assoluta protagonista; una moderna Robinson Crusoe dove al posto dell’isola deserta, deve sopravvivere in un mondo ricco di comodità, ma poverissimo di individualità.
La donna attraversa stati emotivi molto diversi: la sofferenza per la perdita della persona amata (unica figura cara), il disorientamento per una situazione da Ai confini della realtà in cui si ritrova coinvolta, la rabbia che la spinge a fissare un nuovo obiettivo, scoprire chi sono “gli altri” e come sconfiggerli per salvare il mondo.
Ma la Terra ha davvero bisogno di essere salvata? Non esistono più conflitti né violenza, tutti vivono in armonia e i pochissimi immuni hanno a disposizione un mondo intero per fare, letteralmente, ciò che vogliono. Quello che è accaduto ha portato all’Apocalisse o ha dato vita a una situazione di pacifica utopia?
Il percorso intrapreso da Carol è un viaggio di scoperta e di confronto con quella che si presenta come una civiltà proveniente da un altro mondo per carpire il senso delle loro azioni. A sua volta la ‘mente alveare’ entra in contatto con l’umanità attraverso i dodici superstiti: le loro richieste, i loro vizi, le loro domande e reazioni. Una civiltà che cerca di studiarli, capirli e di accontentarli.
L’eccezionale lavoro di Gilligan sui personaggi emerge anche attraverso alcune delle altre undici persone immuni che vengono mostrate, portatrici di punti di vista spesso diametralmente opposti a quelli di Carol.
È interessante osservare come lo sceneggiatore ipotizzi reazioni profondamente diverse di fronte a un’invasione aliena: non tutti rispondono allo stesso modo e molti finiscono per compiere scelte ambigue, grottesche o persino macabre.

l’edonista e spensierato Mr. Diabanté
Uno spirito di adattamento, direbbe qualcuno, che prende forma in due figure chiave e antitetiche: l’edonista e spensierato Mr. Diabanté (Samba Schutte), che si chiede «come potremmo non essere felici di un mondo senza oppressione, guerra e povertà?», e Manousos Oviedo (Carlos-Manuel Vesga), paraguaiano che sceglie di rimanere chiuso nella propria casa per gran parte della stagione, in completa solitudine, mentre il mondo oltre la sua porta è cambiato per sempre.

Manousos Oviedo, colui che non accetta quello che è successo, ma ci convive
Quando Better Call Saul incontra Ai confini della realtà
Come anticipato, gli effetti speciali in Plur1bus sono ridotti al minimo. Eppure, la sensazione costante di angoscia, ansia e isolamento generata dal confronto con qualcosa di paranormale permea l’intera serie, soprattutto quando si manifestano “gli altri”, Zosia in primis, senza mai mostrare mostri alla Alien, visitatori extraterrestri alla Incontri ravvicinati del terzo tipo o figure alla E.T.
È un modo di raccontare la fantascienza che richiama, in parte, i film e le serie classiche degli anni ’50 e ’60, dove l’immaginazione e le sensazioni contavano più dello spettacolo visivo.

La trama procede in maniera graduale, a volte così lenta da risultare quasi impercettibile e, in alcuni momenti, persino monotona. Ma è esattamente il tipo di narrazione a cui Gilligan ci ha abituati con Breaking Bad e, soprattutto, Better Call Saul.
Goccia dopo goccia, seme dopo seme, nulla accade per caso: ogni parola e ogni evento hanno un peso preciso. I colpi di scena ci sono, pochi ma decisivi, e determinano sempre ciò che verrà dopo. È questo il fascino di Plur1bus: anche quando sembra procedere con calma estrema, non permette allo spettatore di abbandonare la poltrona, spinto dal desiderio di scoprire cosa accadrà e come evolverà la storia.
Interessante è anche lo sviluppo della fase investigativa di Carol. Pur essendo una serie di fantascienza, Plur1bus evita la classica struttura a “scatola misteriosa” tipica del genere. Restano interrogativi sull’alveare, sulle sue motivazioni e sui suoi meccanismi, e per ogni dettaglio rivelato emerge immediatamente un nuovo quesito come ad esempio: animali ed altri esseri viventi, sono stati colpiti dal virus o è toccato solo all’umanità?
L’individualità vince sulla collettività o viceversa?
Sul piano sociale, Plur1bus esplora le conseguenze di un mondo completamente interconnesso: la redistribuzione equa delle risorse, la fine delle disuguaglianze estreme e, al tempo stesso, l’impossibilità di salvare un pianeta ormai prossimo al collasso.
Ancora più inquietante è l’annullamento della cultura: in una mente collettiva che ha già visto, letto e pensato tutto, la creatività individuale perde valore, trasformandosi in un prodotto indistinto e privo di gusto, richiamando inevitabilmente il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale.
Il quesito cinico e spietato che Gilligan pone allo spettatore è quindi questo: è giusto far prevalere la propria individualità, anche rischiando di scivolare in un individualismo aggressivo e di giustificare comportamenti egoistici come legittime rivendicazioni di libertà personale, rispetto a una collettività pacifica e armoniosa, ma uniforme, monotona e artificiale? La risposta potrebbe non essere così scontata.
Infine, la serie intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la solitudine. In un’epoca segnata dall’erosione dei legami comunitari, Plur1bus si propone come una riflessione disturbante e attualissima su cosa significhi davvero “stare insieme”, suggerendo che l’assenza di solitudine non coincide necessariamente con la presenza di umanità. Una condizione che, a un certo punto della stagione, investe anche Carol e che ha un impatto determinante sulle sue azioni future.
La vera domanda su Plur1bus: che direzione vuole prendere Gilligan?

Qualche considerazione finale sulla direzione che il creatore di Breaking Bad sembra voler intraprendere. L’impatto della prima stagione di Plur1bus sul pubblico è stato notevole e il finale porta Carol a una decisione che potrebbe rivelarsi definitiva.
Il dubbio principale riguarda proprio il futuro della serie: come proseguirà Gilligan nella prossima stagione, o nelle prossime stagioni? Oltre a una regia e a una fotografia di livello altissimo ammirabile all’interno di Plur1bus, lo sceneggiatore dovrà evitare il rischio di ripetitività e banalizzazione per portare a compimento uno show che potrebbe davvero eguagliare la fama delle sue opere precedenti, ma che potrebbe essere più difficile da gestire.
C’è infine un aspetto critico da non sottovalutare: secondo alcune dichiarazioni di Gilligan, la seconda stagione potrebbe arrivare addirittura nel 2028 inoltrato. Un’attesa estenuante che, ci si augura, venga ripagata da idee chiare, coraggiose e sorprendenti.
Perché guardare Plur1bus?

Fumetti
Recensione Zorro: Man of the Dead di Sean Murphy
Recensione di Zorro: Man of the Dead, reinterpretazione in chiave moderna del leggendario spadaccino mascherato a cura di Sean Murphy.
Animazione
Toy Story 5: fine dei giochi
La recensione dell’ultimo capitolo della leggendaria saga di Toy Story. L’amaro epilogo dei giochi e la mancanza di idee in casa Pixar
“L’alternativa al rischiare su nuove idee sarebbe arrivare a fare Toy Story 27“
Pete Docter, storico regista e volto della Pixar, si pronuncia così ai microfoni di IGN in merito al flop del film Elio, uscito nelle sale a giugno 2025. Ed è vero, è un periodo molto complesso per l’animazione ed in generale per le nuove idee al cinema.
Esistono eccezioni che scaturiscono anche da giovani menti, come il successo di Backrooms di Kane Parsons oppure Obsession di Curry Barker, ma esse sono tali proprio perché il grande sistema rifiuta il rischio sempre più in maniera categorica per inseguire ciò che il pubblico già conosce.
Sono anni ormai che il più grande e storico studio d’animazione americano vive nello stagno del riciclo. Sequel e canovacci già visti e rivisti, morali che cercano di non ferire nessuno e di accontentare tutti: la Disney non è più in grado di dettare la legge, non è più in grado di generare altre realtà che si inginocchiano e cercano (anche maldestramente) di imitarla.
Pixar segue di conseguenza, e i nuovi progetti annunciati rincorrono una linea che richiama le parole del buon Docter: Gli Incredibili 3, Coco 2, il terzo film su Monsters & Co. Reiterare in funzione della maledetta nostalgia diventa l’unico modo per addolcire i produttori nel finanziare progetti da (minimo) 200 milioni di dollari, che vengono ancora più appesantiti dal costo di grandi star nel cast o collaborazioni musicali con cifre da capogiro solo nella speranza che i nomi portino più spettatori in sala.

La tecnica è l’ultima a morire
Toy Story 5, esattamente come il precedente quarto capitolo, nasce per fare cassa. Niente di più, niente di meno. Tuttavia fin dal primo annuncio, tanti appassionati nutrivano ancora flebile speranza grazie al nome messo a capo dell’operazione: Andrew Stanton.
Insieme a Docter, Stanton è uno degli ultimissimi artisti ancora rimasti in Pixar che hanno visto nascere l’azienda e che hanno maturato un metodo di lavoro segnato dall’epoca d’oro dei primi dieci anni di produzione. Un talento notato fin da subito dal grande John Lasseter (creatore della saga di Toy Story) e coltivato nelle regie di A Bug’s Life e Alla ricerca di Nemo.
Il buon Andrew si distingue negli anni fino ad arrivare al culmine della carriera dirigendo il capolavoro Wall-E e collaudando anche il linguaggio dei sequel con il delizioso Alla ricerca di Dory. Un regista dunque completo, senza paura di esporsi sui temi che decideva di trattare e con una cura maniacale nella realizzazione tecnica (come dimostra tutto lo studio fatto sui movimenti della fauna della barriera corallina utilizzato per Nemo).
Fin da subito infatti il talento tecnico di Stanton è lampante anche nel quinto capitolo di Toy Story: tutti i design dei nuovi giocattoli elettronici sono meravigliosi ed immediatamente riconoscibili, la regia va ben oltre il mestiere, seppur priva di particolari guizzi, e l’animazione in computer grafica è (ormai da tanti anni) la migliore del panorama mondiale.
C’è anche una piccola vena sperimentale in alcuni inserti dedicati ai momenti del “gioco di fantasia”: le scene in cui i giocattoli interpretano i ruoli delle storie create dai bambini adoperano un cambio stilistico tingendosi di un tratto più morbido, con colori ad acquerello e una linea da libro illustrato deliziosa, che spero non rimanga fine a sé stessa per i prossimi prodotti.

Qualcuno pensi ai genitori
Tutto il lato tecnico deve però confluire in un racconto efficace. In Toy Story 5 il tema del rapporto fra bambino e tecnologia viene raccontato solo mostrando una situazione. Nelle prime fasi del film i giocattoli e gli spettatori prendono coscienza del cambiamento dettato dai nuovi dispositivi, fino all’arrivo del nuovo tablet della protagonista Bonnie: Lilypad.
Tuttavia la pellicola sembra prendere tempo fino al suo epilogo, evitando frasi che possano minimamente ricondurre a prese di posizione in merito al tema. Tutta l’operazione si struttura infatti su pochi passaggi: l’arrivo di Lilypad, il pigiama party di Bonnie, l’avventura “in trasferta” di Jessie e la risoluzione finale.
Eppure sembrano sezioni vuote, dove l’effetto del tablet viene solo mostrato, per poi passare alla reazione sconsolata e sconfitta dei giocattoli che gridano all’estinzione.
Non c’è mai una reazione non caricaturale, un approfondimento legato a ciò che viene inquadrato, tutto si riduce ad una grande litigata fine a sé stessa fra giochi elettronici e tradizionali che senza la sorpresa di nessuno terminerà con tutti felici e contenti.
La paura si percepisce solo nell’azienda produttrice, che ovviamente si guarda bene sia dall’accusare direttamente il tablet (considerando che poi è lì che i suoi utenti guardano il caro Disney+) sia dall’incolpare i genitori del mancato controllo della situazione (sennò chi paga i biglietti per tutta la famiglia al cinema?).

Ci si trova davanti anche a semplificazioni troppo ingenue. Jessie si scaglia contro i giocattoli elettronici accusandoli in maniera anche denigratoria, ma raggruppare tutti i nuovi personaggi nella categoria “tecnologia” bollandoli come problemi di egual misura è una generalizzazione veramente miope sulla sitazione.
Come puoi paragonare un tablet con milioni di funzionalità, chat integrata e giochi di ogni tipo con un giocattolo come Smarty Pants, con 3 pulsanti e una riga a 16 bit? Non sono la stessa cosa e soprattutto non hanno lo stesso effetto sui bambini.
Il dispiacere è ancora più grande se si ripensa al fatto che 15 anni fa Andrew Stanton riusciva a raccontare una società distopica in maniera esemplare, inserendo anche momenti inquietanti come la scuola sull’astronave in Wall-E, dove i bambini imparano le lettere dell’alfabeto associandole non a semplici parole, ma ai nomi delle multinazionali. Oggi invece non sembra neanche in grado di distinguere i dispositivi elettronici, oppure (più probabile) gli ordini dall’alto hanno preso il sopravvento sulla sceneggiatura.

Smarty Pants e Jessie
Niente più gioco di squadra
Il primo Toy Story era una scusa per raccontare la società umana. All’arrivo del nuovo “collega” Buzz Lightyear tutto lo storico cast reagiva in maniera diversa: c’era chi lo odiava perché aveva paura di perdere il comando, chi lo accoglieva calorosamente, chi faceva il lecchino e chi invece rimaneva cinico e distaccato.
La coralità è sempre stata centrale nell’alchimia della saga, anche nel terzo capitolo in cui tutti i personaggi continuavano (a distanza di 15 anni dal primo film) a proporre gag ed interazioni interessanti e divertenti che riaccendevano l’amore anche per i secondari.
In Toy Story 4 questo aspetto veniva già drasticamente ridotto, proponendo un’avventura praticamente in solitaria con Woody in cerca della forchetta di plastica Forky. Questa volta invece la palla del protagonista passa a Jessie, ma rimane un racconto privo della forza del gruppo.
Slinky, Rex, Mr. Potato, Hamm e tutti gli altri storici giocattoli di Andy hanno, se va bene, una battuta in Toy Story 5, poi vengono dimenticati in una scatola per raccontare la diatriba tra la cowgirl e Lilypad.
Woody ritorna per aiutare i suoi vecchi amici, ma risulta solo un agglomerato di gag sulla vecchiaia, mentre Buzz, con un copione composto al 75% dalla parola “matrimonio”, rimane inspiegabilmente intrappolato in un vortice di stupidità iniziato col quarto capitolo (in cui “inseguiva la sua voce interiore”, nonostante avesse imparato da 3 film di essere un giocattolo).
Sono icone ridotte a parlare solamente per svegliare il pubblico ricordandogli che esistono ancora e che non devono preoccuparsi.

Neanche il nuovo cast basta per rimpiazzare i personaggi storici: Lilypad è tanto ottusa quanto inconsapevole delle sue stesse funzionalità base, in quanto non ha problemi ad auto-hackerarsi ma non riesce a disattivare il microfono per i comandi vocali, mentre Smarty Pants & co. non riescono mai a risultare incisivi, risultando solo un contorno necessario forse dovuto proprio alla consapevolezza dei creativi Pixar di dover per forza trovare una coralità, anche forzandola.
L’unica squadra interessante è quella dei nuovi modelli Buzz Lightyear: tutte le loro scene sono divertenti e le loro tappe verso la ricerca del “comando stellare” funzionano se prese a sé stanti, ma nell’insieme risultano troppo sconnesse dall’avventura principale, almeno fino alla conclusione. Sembrano quasi derivare da un cortometraggio introdotto a forza in questa pellicola solo a beneficio del minutaggio.
In conclusione
Toy Story 5 è purtroppo un contenitore quasi vuoto. Un’eccellenza tecnica con piccoli tratti sperimentali, che però spegne immediatamente l’entusiasmo se si pensa al suo contenuto.
Una storia dal tema spinoso che viene continuamente evitato solo in favore di gag o litigi fra giocattoli, una reiterazione di personaggi storici presenti ma allo stesso tempo assenti. Woody e Buzz utilizzati come portabandiera del nome di una saga leggendaria che non rinuncia a lasciarsi andare al ricordo della splendida iniziale trilogia.
Il risultato di una Pixar spaventata, che vive di rendita e che si vergogna ad essere nuovamente la regina dell’animazione mondiale. Purtroppo credo che anche gli ultimi storici creativi, come il caro Andrew Stanton, abbiano finito di giocare e divertirsi con le loro creazioni.
VOTO POPCORNERD: 6,5 / 10

Cinema
Superman: il più umano tra noi
Qualche riflessione su ‘Superman’ di James Gunn, primo tassello del nuovo Universo DC Comics al cinema, a distanza di un anno dall’uscita!
Ci sono supereroi che ho imparato ad amare grazie a grandi pellicole a loro dedicate. Prima c’è stato Sam Raimi, che ha fatto nascere in me la passione per Spider-Man.
In 27 anni ho visto, rivisto e stravisto i suoi 3 film decine di volte, da solo e in compagnia, al cinema e a casa, senza stancarmi mai e rimanendo estasiato ogni singola volta. È banale intuire che sia immediatamente diventato il mio supereroe preferito: ho letto centinaia di fumetti dedicati al Tessiragnatele, ho poster, disegni e figure disseminati per tutta la casa…e la sera, non me ne vergogno, prima di andare a dormire, indosso il suo pigiama.
Nel 2022, poi, è arrivato Matt Reeves e mi sono innamorato anche di The Batman. Non era la prima volta che vedevo l’Uomo Pipistrello in azione sul grande schermo ma nessuna incarnazione aveva mai fatto breccia così profondamente dentro di me come quella interpretata da Robert Pattinson. Nemmeno i fumetti ci erano riusciti.
Nel 2025, invece, è arrivato nelle sale Superman di James Gunn.
Viste le premesse, non è una sorpresa pensare, per voi che state leggendo, che anche l’Uomo d’Acciaio sia entrato nel mio personale Pantheon supereroistico. Per me, invece, lo è stata, anche se forse avrei dovuto aspettarmelo.

Il regista James Gunn alla première di ‘Superman’
L’uomo giusto al momento giusto
Mentre la Marvel e i suoi supereroi, dai primi anni 2000 in poi, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tutti grazie a pellicole ad alto budget, (quasi sempre) spettacolari e coinvolgenti, la DC Comics, al cinema, è stata molto altalenante.
Certo, i tre film sul Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan sono sempre nelle classifiche delle migliori trilogie cinematografiche di tutti i tempi e la Harley Quinn di Margot Robbie è stata fin da subito iconica, portando decine di cosplayer alle fiere del fumetto a vestire i suoi panni. Ma ciò non è bastato: film non all’altezza delle aspettative, narrazione poco coesa e personaggi snaturati completamente.
Alla Warner Bros. (casa di produzione cinematografica che detiene i diritti dei personaggi DC), per tanto tempo, infatti, è mancata una figura che tenesse insieme le redini del progetto, qualcuno che avesse familiarità con le storie a fumetti che si volevano trasporre e che, allo stesso tempo, avesse esperienza nel mondo del Cinema. Insomma, è mancata una figura come quella di Kevin Feige, lato Disney/Marvel.
Ecco che quindi il 1° Novembre 2022 arriva un fulmine a ciel sereno: David Zaslav (CEO di Warner Bros. Discovery) annuncia Peter Safran e James Gunn come nuovi Presidenti dei DC Studios.

Peter Safran e James Gunn nella sede dei DC Studios di Burbank, California
Safran è un manager e produttore cinematografico di lungo corso e si occuperà della parte economica e burocratica del progetto che lancerà il nuovo Universo della DC. Gunn, invece, grande artista e appassionato di storie supereroistiche fin da bambino curerà la parte creativa: a lui spetterà l’arduo compito di far capire al pubblico che personaggi della Justice League non hanno nulla da invidiare a quelli degli Avengers, anzi.
Per quest’ultimo, l’occasione arriva al momento giusto: ha da poco finito di girare il terzo e ultimo capitolo di Guardiani della Galassia per la Marvel ed è libero di dedicarsi completamente ai personaggi della Distinta Concorrenza, senza distrazioni.
Grande Cinema d’Intrattenimento
Come volevasi dimostrare, il regista non delude le aspettative: la pellicola è ricca di inquadrature dinamiche e d’impatto, dal grande respiro, piene di colori vividi, che ricordano le splash page dei fumetti.
E Superman è proprio questo: un fumetto per ragazzi che prende vita, che non ha paura di rendere esplicito il medium da cui è tratto.
Tutto ciò che vediamo a schermo è chiaro e ben leggibile, la CGI è di ottima fattura e i combattimenti e le scene d’azione sono spettacolari e ricche di pathos: non ce ne era bisogno ma, ancora una volta, James Gunn ha dimostrato una grande padronanza della macchina da presa.
Come se non bastasse, le immagini sono arricchite da una colonna sonora e da canzoni pop che restano impresse, anche ore dopo essere usciti dalla sala, anche a distanza di un anno. Ne deriva un gioiello tecnico di rara bellezza.

David Corenswet nei panni di Superman
Il ritorno di Superman
Tutti i personaggi, buoni o cattivi che siano, sono scritti in chiave moderna e attuale (tanto attuale che non mancano chiari riferimenti a conflitti in corso e a politici discutibili del nostro tempo).
Clark e Lois, ad esempio, sono una coppia come tante altre: ridono, scherzano, litigano, si allontanano, poi si avvicinano, chiariscono, risolvono, ricominciano. È chiaro, però, che Lois ha bisogno di Clark e Clark ha bisogno di Lois.
La collega e fidanzata del nostro eroe non è rappresentata più come la classica damsel in distress, anzi è proprio lei a mettere in discussione alcune scelte del compagno e a mettersi in gioco fisicamente, insieme a Mr. Terrific, per aiutarlo in un momento di estrema difficoltà.

Mr. Terrific (Edi Gathegi) e Lois Lane (Rache Brosnahan)
E poi ci sono Pa e Ma Kent, che si vedono poco, ma si sentono molto.
Quante volte, sulle scale di casa, abbiamo avuto bisogno di una parola di conforto da parte di nostro padre; quante volte nostra madre ci ha “ripulito gli stivali” affinché fossimo pronti. A me, personalmente, è successo molte volte.

Ma (Neva Howell) e Pa (Pruitt Taylor Vince) Kent, i VERI genitori di Clark
Momenti familiari, toccanti, che riassumono il cuore del film e l’essenza di Superman, anzi di Clark: non un Dio triste che ha sulle sue spalle il destino della Terra ma un semplice ragazzo di campagna, un essere umano con i suoi dubbi e le sue fragilità, con il dono e la volontà di poter fare del bene.

E si potrebbe continuare ad elogiare la scrittura anche di altri eroi: Krypto, il cane di Kara, cugina di Clark, è premuroso e imprevedibile, Mr. Terrific, che col suo essere risoluto e solitario ruba la scena, per non parlare di Guy Gardner, la Lanterna Verde “fuori di testa” interpretata da Nathan Fillion, attore feticcio di Gunn, comic relief del film.

Il potere dell’Anello all’opera
Non solo eroi
Per rendere grande un eroe, però, c’è anche bisogno di un cattivo che si rispetti e sappiamo che il cattivo per eccellenza di Superman è Lex Luthor.
Il magnate della Luthorcorp è un personaggio estremamente riuscito, che odi dal primo all’ultimo istante del film. È sadico, spietato, irascibile, narcisista: il suo unico obiettivo è dimostrare la sua superiorità, tutto il resto non importa.
Non ha poteri, ma vuole essere meglio di Superman, essere che disprezza e odia fino al midollo.
Ciò che non capisce, però, nonostante la sua smisurata intelligenza è che non sarà mai come il supereroe di Metropolis, non perché sia privo di abilità sovrumane, ma perché non ha la minima idea di cosa sia l’empatia e il rispetto per il prossimo; concetto che durante il film l’Azzurrone cercherà di fargli capire in tutti i modi.
Ma c’è poco da fare: è l’esatto contrario di Superman. Tra i due, è lui l’alieno.

Il perfido Luthor interpretato da Nicholas Hoult
Una speranza per il futuro
Tutto questo (e molto altro) fa sì che Superman sia un film d’intrattenimento come non se ne vedono più tanti. Tra i migliori in ambito supereroistico degli ultimi anni (e non solo), che ti fa venir voglia di tornare e ritornare a vederlo. Io stesso ho avuto il piacere di vederlo due volte al cinema l’anno scorso.
Certo, è solo il primo pezzo di un mosaico molto più grande e gli altri tasselli potrebbero non essere all’altezza, però se il buongiorno si vede dal mattino…
Arrivati a questo punto, poi, non dobbiamo nemmeno aspettare più di tanto perché a giorni uscirà nelle sale di tutto il mondo Supergirl, film incentrato sulle avventure (e disavventure) della cugina kryptoniana di Clark e seconda pellicola del nuovo DCU. E dagli ultimi trailer rilasciati, pare che comparirà (molto probabilmente per un cameo) anche il nostro Azzurrone preferito.
Speriamo di vederne delle belle!

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