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Plur1bus: lo show sci-fi di Vince Gilligan che mette in dubbio l’individualità umana

Plur1bus è il nuovo serial televisivo di Apple TV+ creato da Vince Gilligan, che in poco tempo ha conquistato critica e telespettatori

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Come si crea una serie di fantascienza su un’invasione aliena, senza far vedere neanche un omino verde?

È un quesito che bisogna porre a Vince Gilligan, perché ha trovato con Plur1bus la formula perfetta per creare uno show sci-fi con effetti speciali ridotti all’osso e utilizzando gli stessi strumenti già visti nei suoi precedenti successi televisivi: regia eccezionale, conversazioni fitte di dialoghi, ritmi lenti ma calibrati, colpi di scena inaspettati, personaggi profondi e (ovviamente), come sfondo in cui si svolge la storia, la città di Albuquerque.

Per Gilligan, la città del New Mexico dove sono ambientate tutte le sue serie sembra quasi un feticcio, un porta fortuna, un pegno da pagare a causa di un patto con il diavolo che gli garantisca successo per tutto quello che crea.

Beh, Plur1bus è la nuova serie TV dello sceneggiatore e produttore televisivo, arrivato sul finire del 2025 su Apple TV+, e che ha sorpreso positivamente raccogliendo consensi e divenendo rapidamente un cult, come già era capitato con Breaking Bad, prima, e Better Call Saul, dopo.

Sembra quasi una battuta, visto il tema centrale che ruota intorno alla serie, ma Pluribus pare proprio aver messo d’accordo tutti.  Ha già vinto agli AFI – American Film Institute Awards 2026 il premio come Programma televisivo dell’anno ed è in nomination ai Golden Globes 2026 e ai Critics Choice Award 2026 nelle categorie Miglior attrice in una serie televisiva drammatica (Rhea Seehorn) e Miglior serie televisiva drammatica.

Sin dall’annuncio c’era, quindi, molta curiosità intorno a questa serie che, per l’appunto, etichettata come genere fantascienza, avrebbe visto Gilligan uscire dalla sua comfort zone di serial drama per confrontarsi con qualcosa di nuovo.

Gran parte del merito va a un cast di altissimo livello, guidato da una Rhea Seehorn in stato di grazia nei panni della cinica e infelice scrittrice Carol Sturka, un personaggio decisamente diverso rispetto all’avvocato Kim Wexler di Better Call Saul.

Il titolo Plur1bus fa esplicito riferimento alla locuzione latina “E pluribus unum” (“da molti, uno”), sottolineando il tema centrale dello show: la tensione tra collettività totale e identità individuale.

Plur1bus: non tutte le invasioni aliene sono negative

La storia di Plur1bus è ambientata principalmente ad Albuquerque, nel New Mexico, e segue le conseguenze di un evento misterioso che coinvolge e trasforma la maggior parte dell’umanità.

A causa di un virus derivato da impulsi alieni captati da un osservatorio astronomico, quasi tutte le persone sulla Terra perdono la propria individualità. La quasi totalità della popolazione mondiale perde conoscenza, viene colpita da convulsioni e, pochi minuti dopo, si risveglia come parte di un’unica coscienza collettiva, un vero e proprio hive mind.

Questo fenomeno unisce tutti in una mente condivisa, eliminando dolore, conflitti e dissenso, ma cancellando anche individualità e libertà personale. Un’Apocalisse anticonvenzionale che risolve, di fatto, tutti i problemi che affliggono il pianeta. L’unico dazio da pagare è la perdita della propria personalità.

Tuttavia, alcuni esseri umani, dodici in totale, sono immuni alla trasformazione, e tra questi c’è Carol Sturka.

Carol ed Helen prima dell’epidemia

Scrittrice di successo di romanzi romantic-fantasy ma profondamente insoddisfatta sul piano personale, Carol torna ad Albuquerque insieme alla sua partner e agente Helen (Miriam Shor) proprio mentre l’epidemia esplode.

Nel caos, Carol perde Helen, che muore una volta infettata, e si ritrova sola in una città in cui tutti gli altri sono stati trasformati. Ed è qui che emerge un primo, inquietante dettaglio: non tutti gli esseri umani colpiti sopravvivono al virus. Una piccola parte della popolazione mondiale, qualche milione di persone, ne fa le spese morendo dopo l’infezione. Una selezione naturale spietata, ma considerata obiettiva e sostenibile dal punto di vista dei “convertiti”.

Carol ricomincia così una nuova vita, non più come scrittrice ma come sopravvissuta alla fine del mondo, in un contesto in cui le persone che la circondano ragionano, parlano e agiscono all’unisono, mettendosi completamente al suo servizio.

Una delle prime cose che Carol scopre, infatti, è proprio questa: gli “altri” non possono mai dire di no alle richieste degli immuni, qualunque esse siano. Qualsiasi cosa venga chiesta. Q-u-a-l-s-i-a-s-i.

L’obiettivo degli “altri” è comprendere perché, nel caso di Carol e delle altre undici persone, la conversione non abbia funzionato, e trovare una cura per loro, così da completare il piano di assimilazione totale della Terra.

Zosia interpretata da Karolina Wydra

Dopo la morte di Helen, al fianco di Carol arriva Zosia (Karolina Wydra), membro e portavoce degli “altri”, verso la quale la protagonista sviluppa una certa simpatia. Attraverso di lei, Carol scopre che questi esseri non sono violenti e che, coerentemente con la loro natura, sono sempre accondiscendenti nei confronti dei non convertiti. Tuttavia, le reazioni emotive più intense, come l’ira di Carol, possono avere effetti letali su di loro.

Da questa premessa, parte l’esplorazione del ‘nuovo mondo’ e la lotta di Carol per comprendere ciò che è accaduto, individuare una possibile soluzione per invertire il processo, scoprire i punti deboli del virus con l’obiettivo di preservare la propria individualità, resistendo alla pressione costante di un nuovo status quo che tenta di “integrare” ogni essere umano in un’unica coscienza collettiva.

Carol, Robinson Crousoe perfetta per un’invasione aliena targata 2025

Vince Gilligan, come in ogni suo show, pone le basi della trama nei primi episodi per poi concentrarsi sullo sviluppo quasi maniacale dei personaggi. A differenza dei ritmi della storia, che all’apparenza possono risultare anche lenti, i suoi protagonisti non sono mai banali.

Messі di fronte a ogni tipo di difficoltà, ragionano, si interrogano, maturano ed evolvono episodio dopo episodio.

In Plur1bus, Carol è l’assoluta protagonista; una moderna Robinson Crusoe dove al posto dell’isola deserta, deve sopravvivere in un mondo ricco di comodità, ma poverissimo di individualità.

La donna attraversa stati emotivi molto diversi: la sofferenza per la perdita della persona amata (unica figura cara), il disorientamento per una situazione da Ai confini della realtà in cui si ritrova coinvolta, la rabbia che la spinge a fissare un nuovo obiettivo, scoprire chi sono “gli altri” e come sconfiggerli per salvare il mondo.

Ma la Terra ha davvero bisogno di essere salvata? Non esistono più conflitti né violenza, tutti vivono in armonia e i pochissimi immuni hanno a disposizione un mondo intero per fare, letteralmente, ciò che vogliono. Quello che è accaduto ha portato all’Apocalisse o ha dato vita a una situazione di pacifica utopia?

Il percorso intrapreso da Carol è un viaggio di scoperta e di confronto con quella che si presenta come una civiltà proveniente da un altro mondo per carpire il senso delle loro azioni. A sua volta la ‘mente alveare’ entra in contatto con l’umanità attraverso i dodici superstiti: le loro richieste, i loro vizi, le loro domande e reazioni. Una civiltà che cerca di studiarli, capirli e di accontentarli.

L’eccezionale lavoro di Gilligan sui personaggi emerge anche attraverso alcune delle altre undici persone immuni che vengono mostrate, portatrici di punti di vista spesso diametralmente opposti a quelli di Carol.

È interessante osservare come lo sceneggiatore ipotizzi reazioni profondamente diverse di fronte a un’invasione aliena: non tutti rispondono allo stesso modo e molti finiscono per compiere scelte ambigue, grottesche o persino macabre.

l’edonista e spensierato Mr. Diabanté

Uno spirito di adattamento, direbbe qualcuno, che prende forma in due figure chiave e antitetiche: l’edonista e spensierato Mr. Diabanté (Samba Schutte), che si chiede «come potremmo non essere felici di un mondo senza oppressione, guerra e povertà?», e Manousos Oviedo (Carlos-Manuel Vesga), paraguaiano che sceglie di rimanere chiuso nella propria casa per gran parte della stagione, in completa solitudine, mentre il mondo oltre la sua porta è cambiato per sempre.

Manousos Oviedo, colui che non accetta quello che è successo, ma ci convive

Quando Better Call Saul incontra Ai confini della realtà

Come anticipato, gli effetti speciali in Plur1bus sono ridotti al minimo. Eppure, la sensazione costante di angoscia, ansia e isolamento generata dal confronto con qualcosa di paranormale permea l’intera serie, soprattutto quando si manifestano “gli altri”, Zosia in primis, senza mai mostrare mostri alla Alien, visitatori extraterrestri alla Incontri ravvicinati del terzo tipo o figure alla E.T.

È un modo di raccontare la fantascienza che richiama, in parte, i film e le serie classiche degli anni ’50 e ’60, dove l’immaginazione e le sensazioni contavano più dello spettacolo visivo.

La trama procede in maniera graduale, a volte così lenta da risultare quasi impercettibile e, in alcuni momenti, persino monotona. Ma è esattamente il tipo di narrazione a cui Gilligan ci ha abituati con Breaking Bad e, soprattutto, Better Call Saul.

Goccia dopo goccia, seme dopo seme, nulla accade per caso: ogni parola e ogni evento hanno un peso preciso. I colpi di scena ci sono, pochi ma decisivi, e determinano sempre ciò che verrà dopo. È questo il fascino di Plur1bus: anche quando sembra procedere con calma estrema, non permette allo spettatore di abbandonare la poltrona, spinto dal desiderio di scoprire cosa accadrà e come evolverà la storia.

Interessante è anche lo sviluppo della fase investigativa di Carol. Pur essendo una serie di fantascienza, Plur1bus evita la classica struttura a “scatola misteriosa” tipica del genere. Restano interrogativi sull’alveare, sulle sue motivazioni e sui suoi meccanismi, e per ogni dettaglio rivelato emerge immediatamente un nuovo quesito come ad esempio: animali ed altri esseri viventi, sono stati colpiti dal virus o è toccato solo all’umanità?

L’individualità vince sulla collettività o viceversa?

Sul piano sociale, Plur1bus esplora le conseguenze di un mondo completamente interconnesso: la redistribuzione equa delle risorse, la fine delle disuguaglianze estreme e, al tempo stesso, l’impossibilità di salvare un pianeta ormai prossimo al collasso.

Ancora più inquietante è l’annullamento della cultura: in una mente collettiva che ha già visto, letto e pensato tutto, la creatività individuale perde valore, trasformandosi in un prodotto indistinto e privo di gusto, richiamando inevitabilmente il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale.

Il quesito cinico e spietato che Gilligan pone allo spettatore è quindi questo: è giusto far prevalere la propria individualità, anche rischiando di scivolare in un individualismo aggressivo e di giustificare comportamenti egoistici come legittime rivendicazioni di libertà personale, rispetto a una collettività pacifica e armoniosa, ma uniforme, monotona e artificiale? La risposta potrebbe non essere così scontata.

Infine, la serie intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la solitudine. In un’epoca segnata dall’erosione dei legami comunitari, Plur1bus si propone come una riflessione disturbante e attualissima su cosa significhi davvero “stare insieme”, suggerendo che l’assenza di solitudine non coincide necessariamente con la presenza di umanità. Una condizione che, a un certo punto della stagione, investe anche Carol e che ha un impatto determinante sulle sue azioni future.

La vera domanda su Plur1bus: che direzione vuole prendere Gilligan?

Qualche considerazione finale sulla direzione che il creatore di Breaking Bad sembra voler intraprendere. L’impatto della prima stagione di Plur1bus sul pubblico è stato notevole e il finale porta Carol a una decisione che potrebbe rivelarsi definitiva.

Il dubbio principale riguarda proprio il futuro della serie: come proseguirà Gilligan nella prossima stagione, o nelle prossime stagioni? Oltre a una regia e a una fotografia di livello altissimo ammirabile all’interno di Plur1bus, lo sceneggiatore dovrà evitare il rischio di ripetitività e banalizzazione per portare a compimento uno show che potrebbe davvero eguagliare la fama delle sue opere precedenti, ma che potrebbe essere più difficile da gestire.

C’è infine un aspetto critico da non sottovalutare: secondo alcune dichiarazioni di Gilligan, la seconda stagione potrebbe arrivare addirittura nel 2028 inoltrato. Un’attesa estenuante che, ci si augura, venga ripagata da idee chiare, coraggiose e sorprendenti.

Perché guardare Plur1bus?

Plur1bus è una serie che mette al centro il significato stesso dell’umanità e della diversità del genere umano. Ogni persona è interessante, fastidiosa, simpatica o antipatica proprio perché diversa dalle altre. Ma l’individualità è sinonimo di creatività, genio e meraviglia, tanto quanto di contrasti, guerre e violenza.

Gilligan porta lo spettatore a riflettere, attraverso il personaggio di Carol, su una situazione in cui tutto questo scompare per lasciare spazio a una perfezione anonima.

Plur1bus non è una serie che cerca risposte semplici né consolazioni immediate. Vince Gilligan costruisce un racconto di fantascienza minimale solo in apparenza, che utilizza l’invasione aliena come strumento per interrogare lo spettatore su temi profondamente umani — libertà, identità, solitudine, responsabilità collettiva — senza mai abbandonare lo stile vincente maturato nel corso degli anni.

Se questa è solo la prima tappa del viaggio, Plur1bus ha già dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare una delle opere più ambiziose e disturbanti della televisione contemporanea. Resta ora da capire se Gilligan riuscirà a mantenere questa tensione morale e narrativa anche nelle stagioni future, trasformando l’attesa in qualcosa che valga davvero la pena vivere… individualmente.


VOTO POPCORNERD: 9/10

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HBO Max

The Outsider: La miniserie horror HBO tratta dal libro di Stephen King

Se amate Stephen King dovete recuperare The Outsider, miniserie del 2020 disponibile su HBO Max, con protagonista un ‘male’ forse più pericoloso del pagliaccio Pennywise

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Quando si parla dei mostri creati da Stephen King, il pensiero corre inevitabilmente a Pennywise. Il clown di IT è diventato un’icona dell’horror moderno grazie alla sua capacità di trasformare le paure dei bambini in un’arma letale, colpendo proprio coloro che gli adulti spesso non riescono ad ascoltare o proteggere.

Eppure, tra le creature nate dalla mente del Re dell’Horror ce n’è una che riesce a risultare persino più inquietante. Si tratta dell’entità protagonista di The Outsider, romanzo pubblicato nel 2018 e successivamente adattato da HBO in una miniserie di 10 episodi disponibile in piattaforma. Un antagonista che non si limita a nutrirsi della paura, ma trae forza da qualcosa di ancora più devastante: il dolore.

Un mostro che si alimenta della sofferenza

I lettori di Stephen King hanno subito notato alcuni punti di contatto tra Pennywise e la creatura di The Outsider. Entrambi sono esseri mutaforma che prendono di mira i bambini, ma le somiglianze finiscono praticamente qui.

L’adattamento televisivo HBO, interpretato da Ben Mendelsohn, Cynthia Erivo e Jason Bateman, racconta la storia di un’entità conosciuta con diversi nomi: L’Estraneo, El Cuco oppure semplicemente l’Uomo Nero.

Il suo metodo è tanto semplice quanto terrificante. Si introduce in una comunità, assume l’aspetto di una persona innocente e fa in modo che venga vista mentre commette l’omicidio di un bambino. Da quel momento osserva gli eventi da lontano, lasciando che il sospetto, il dolore e la rabbia facciano il resto.

Il vero nutrimento della creatura, infatti, non è la morte in sé, ma la devastazione emotiva che lascia dietro di sé. Famiglie distrutte, amicizie spezzate, comunità che si sgretolano e innocenti condannati a pagare per crimini mai commessi diventano il terreno ideale su cui prospera il mostro.

Creature di King a confronto: El Cuco è più spaventoso di Pennywise?

Se Pennywise terrorizza le sue vittime per poterle divorare, l’entità di The Outsider agisce su una scala molto più ampia.

La vicenda prende il via con il brutale omicidio del piccolo Frankie Peterson, delitto per il quale viene immediatamente accusato Terry Maitland, amatissimo allenatore di baseball locale. Tutte le prove sembrano inchiodarlo, ma Terry è completamente innocente. È stato infatti El Cuco ad assumere il suo aspetto proprio per incastrarlo.

Da quel momento il mostro osserva la tragedia consumarsi. I genitori di Frankie sono distrutti dalla perdita del figlio, mentre la famiglia Maitland vede la propria vita andare in pezzi sotto il peso delle accuse e dell’odio della comunità.

È questa la vera forza dell’antagonista. Non cerca semplicemente nuove vittime: alimenta una spirale di sofferenza che coinvolge chiunque entri in contatto con il caso. Per questo motivo risulta persino più inquietante di Pennywise. Non colpisce soltanto i bambini, ma corrompe l’intera rete di affetti che li circonda.

È il dolore il vero protagonista della serie

Come spesso accade nelle opere di Stephen King, il mostro è soltanto il simbolo di qualcosa di molto più reale.

In The Outsider il tema dominante è il lutto. Una presenza costante che accompagna praticamente ogni personaggio della storia.

Il protagonista è il detective Ralph Anderson, interpretato da Ben Mendelsohn, incaricato di guidare le indagini sull’omicidio di Frankie Peterson. In una piccola comunità dove tutti si conoscono, Ralph decide di arrestare personalmente Terry Maitland, convinto della sua colpevolezza.

Dietro questa scelta c’è però una ferita ancora aperta. Ralph e sua moglie non hanno mai superato la morte del loro figlio, scomparso anni prima a causa di una malattia infantile.

Quel dolore influenza inevitabilmente il suo giudizio. La rabbia e il senso di colpa rendono impossibile affrontare il caso con lucidità, contribuendo indirettamente alla tragedia che travolge Terry Maitland.

L’uomo, infatti, viene arrestato pubblicamente per un crimine che non ha commesso e poco dopo viene ucciso da un familiare della vittima, senza avere la possibilità di dimostrare la propria innocenza.

La disperazione della moglie Glory, rimasta sola a difendere il nome del marito, rappresenta uno degli esempi più crudeli della malvagità di El Cuco. La creatura continua infatti ad alimentarsi del dolore anche dopo la morte della sua vittima, dimostrando come il suo vero obiettivo sia la distruzione emotiva delle persone.

Un male assoluto che lascia segni indelebili

Nel corso della serie Ralph è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni e con il peso della responsabilità nella morte di Terry.

La ricerca della verità diventa quindi anche un percorso personale verso una possibile redenzione, pur sapendo che alcune ferite non potranno mai essere rimarginate.

È proprio qui che The Outsider si distingue da molte altre storie di Stephen King. L’Estraneo non è soltanto una creatura soprannaturale, ma una rappresentazione del male più assoluto, capace di manipolare le persone, distruggere famiglie e trasformare il dolore in un’arma.

Persino Pennywise, con tutta la sua brutalità, appare quasi “semplice” se confrontato con un’entità che pianifica ogni tragedia con l’unico scopo di assistere al collasso emotivo delle sue vittime.

The Outsider: un finale brutale e spietato

Chi conosce IT sa che, nonostante il prezzo pagato dai protagonisti, la storia lascia comunque spazio a una certa speranza.

The Outsider, invece, percorre la strada opposta.

Gli episodi conclusivi spingono tutti i protagonisti al limite, mettendoli davanti a perdite sempre più dolorose. L’entità dimostra inoltre un’altra inquietante capacità: manipolare psicologicamente chi le sta intorno.

Tra le sue vittime c’è anche il detective Jack, costretto a diventare uno strumento del mostro dopo essere stato sottoposto a sofferenze fisiche e mentali insopportabili. Lo scontro finale culmina in una violenta sparatoria che lascia sul campo numerosi personaggi ai quali il pubblico aveva imparato ad affezionarsi.

Nemmeno Holly Gibney, investigatrice privata interpretata da Cynthia Erivo, viene risparmiata dal dolore. Quando sembra aver finalmente trovato una persona capace di comprenderla e accettarla, la perde improvvisamente, ritrovandosi ancora una volta costretta ad andare avanti.

Uno dei migliori adattamenti di Stephen King

Il finale lascia anche un interrogativo destinato a rimanere aperto. Ralph e Holly riescono a fermare El Cuco, ma la serie non chiarisce mai del tutto se creature simili siano uniche o se possano tornare a manifestarsi in futuro.

Ed è proprio questa ambiguità a rafforzare il messaggio dell’opera. Così come il dolore non può essere cancellato, anche il male non è qualcosa che si elimina definitivamente. Si può affrontare, sopravvivere e imparare a conviverci, ma non esiste una soluzione semplice.

Per questo motivo The Outsider viene ancora oggi considerato uno degli adattamenti televisivi più riusciti di Stephen King. Un thriller psicologico che utilizza l’horror soprannaturale per raccontare il peso del lutto, trasformando El Cuco in uno dei mostri più inquietanti e significativi mai usciti dalla fantasia dello scrittore americano.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Fumetti

Something Is Killing the Children: la guida definitiva allo Slaughterverse

Personaggi, casate, mostri e tutte le pubblicazioni italiane dell’universo Something is Killing the Children di Edizioni BD​.

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Mostri invisibili agli adulti. Un’antica organizzazione segreta. Una cacciatrice armata di una gigantesca lama. Bastano poche pagine di Something is Killing the Children per capire perché la serie di James Tynion IV e Werther Dell’Edera sia diventata uno dei fumetti horror più importanti dell’ultimo decennio. Pubblicata in Italia da Edizioni BD, la serie ha dato vita a uno dei più interessanti universi narrativi del fumetto indipendente americano: lo Slaughterverse.

Da scommessa editoriale a cult moderno

Quando James Tynion IV propose Something is Killing the Children a BOOM! Studios, l’idea era quella di raccontare una storia horror dalle atmosfere cupe e autoconclusiva. Il successo riscosso fin dal primo numero, però, cambiò rapidamente i piani editoriali. Le ottime vendite, l’entusiasmo della critica e il passaparola tra i lettori convinsero l’editore a trasformare quella che sembrava destinata a essere una serie di breve durata in un progetto molto più ambizioso.

Pubblicata per la prima volta nel 2019, la serie si è affermata in pochi anni come uno dei maggiori successi del fumetto indipendente americano, conquistando numerosi riconoscimenti e imponendosi come uno dei titoli di punta del catalogo BOOM! Studios. Il merito è soprattutto della capacità di James Tynion IV di combinare horror, thriller e world building, dando vita a un universo narrativo che si espande senza perdere coerenza.

Il successo della serie principale ha portato alla nascita dello Slaughterverse, un universo narrativo in continua espansione. Il primo tassello di questo progetto è House of Slaughter, spin-off che approfondisce il funzionamento dell’Ordine di San Giorgio e il passato di alcuni dei suoi membri più importanti. Parallelamente, BOOM! Studios ha arricchito la linea editoriale con edizioni deluxe, speciali e numerose variant cover, trasformando la serie in uno dei maggiori successi del fumetto indipendente americano. In Italia, Edizioni BD ha accompagnato questa crescita pubblicando progressivamente tutte le opere principali finora disponibili nel nostro Paese.

Un universo in continua espansione

Lo Slaughterverse non cresce soltanto attraverso nuovi mostri da affrontare. Ogni arco narrativo amplia un diverso aspetto della mitologia creata da James Tynion IV: dalle origini di Erica Slaughter alle lotte di potere all’interno dell’Ordine di San Giorgio, passando per l’espansione della lore grazie allo spin-off House of Slaughter. Ecco i principali capitoli dell’universo pubblicato in Italia da Edizioni BD.

Archer’s Peak Saga (Something is Killing the Children Vol. 1-2)

È il racconto che ha dato origine al fenomeno mondiale. Nella tranquilla cittadina di Archer’s Peak una serie di efferati omicidi di bambini getta la comunità nel panico. Gli adulti parlano di un serial killer, mentre i pochi sopravvissuti raccontano di creature mostruose impossibili da descrivere. È qui che compare Erica Slaughter, una giovane donna armata di una gigantesca lama, incaricata di eliminare il vero responsabile della strage.

Nei primi due volumi James Tynion IV costruisce un horror capace di fondere atmosfere alla Stephen King, mistero investigativo e dark fantasy. Il lettore scopre gradualmente le regole dello Slaughterverse: i mostri sono invisibili alla maggior parte degli adulti, si nutrono delle paure dei bambini e possono essere affrontati soltanto da chi conosce la loro vera natura.

Erica Slaughter: la cacciatrice diventata leggenda

In pochi anni Erica Slaughter è diventata uno dei personaggi più riconoscibili del fumetto americano contemporaneo. Il suo successo non deriva soltanto dal design iconico – la mascherina, la lunga chioma bionda, la gigantesca lama e il fedele pupazzo Octo – ma soprattutto dalla sua complessità.

A differenza dei classici eroi dell’horror, Erica non combatte per gloria o vendetta. Cresciuta all’interno dell’Ordine di San Giorgio, è stata addestrata fin dall’infanzia a sacrificare la propria vita per proteggere gli altri, pagando però un prezzo altissimo in termini di libertà e umanità. Ogni missione la costringe a scegliere tra il codice imposto dall’Ordine e ciò che ritiene davvero giusto, trasformando molti scontri in dilemmi morali prima ancora che fisici.

Il suo carattere schivo, il sarcasmo con cui affronta anche le situazioni più disperate e la profonda empatia nei confronti dei bambini sopravvissuti agli attacchi dei mostri la rendono una protagonista lontana dagli stereotipi del “cacciatore infallibile”. Erica è una guerriera straordinaria, ma è anche una persona profondamente segnata dai traumi del proprio passato, costretta a convivere con un destino che non ha mai scelto davvero.

È proprio questo equilibrio tra forza e vulnerabilità ad aver trasformato Erica Slaughter in una delle grandi protagoniste del fumetto horror moderno, tanto da diventare il volto dell’intero “Slaughterverse” e una delle creazioni più amate di James Tynion IV.

Il peso dell’Ordine (Something is Killing the Children Vol. 3)

Concluse le vicende di Archer’s Peak, la serie cambia completamente prospettiva. Il vero protagonista diventa l’Ordine di San Giorgio, l’antichissima organizzazione segreta che da secoli combatte le creature nell’ombra. Le missioni di Erica non dipendono più soltanto dalla presenza dei mostri, ma anche dalle decisioni dei suoi superiori, da regole rigide e da una struttura gerarchica che non ammette errori.

È il volume che trasforma Something is Killing the Children da eccellente horror a grande racconto di world building. Il lettore comprende che dietro ogni caccia si nasconde una rete internazionale di cacciatori, studiosi e strateghi, ciascuno con un ruolo ben preciso nella lotta contro il soprannaturale.

Cecilia Slaughter: il pugno di ferro dell'Ordine

Tra le figure più influenti dello Slaughterverse, Cecilia Slaughter rappresenta l’autorità dell’Ordine di San Giorgio nella sua forma più rigorosa. Membro di spicco di Casa Slaughter, è una leader rispettata e temuta, convinta che la sopravvivenza dell’umanità dipenda dal rispetto assoluto delle regole che governano l’organizzazione.

A differenza di Erica, che spesso lascia che siano la propria coscienza e l’istinto a guidarne le decisioni, Cecilia antepone sempre il bene collettivo alle esigenze del singolo. Per lei ogni missione è parte di un disegno più grande e ogni cacciatore è una risorsa al servizio dell’Ordine. Questa visione pragmatica la porta a prendere decisioni difficili e talvolta spietate, rendendola uno dei personaggi più complessi e moralmente ambigui della serie.

Il rapporto tra Cecilia ed Erica è uno dei cardini della narrazione. Più che un semplice scontro tra protagonista e antagonista, il loro confronto mette in scena due filosofie opposte: da una parte chi ritiene che le regole esistano per essere rispettate a ogni costo, dall’altra chi è disposto a infrangerle pur di salvare una vita innocente. È proprio questa tensione a dare profondità allo Slaughterverse, dimostrando come i conflitti più duri non siano sempre quelli combattuti contro i mostri.

Nel corso della serie e di House of Slaughter, Cecilia assume un ruolo sempre più centrale nella costruzione della mitologia dell’Ordine di San Giorgio. Attraverso la sua figura, James Tynion IV mostra il peso delle responsabilità che gravano sui vertici dell’organizzazione e quanto sia sottile il confine tra leadership, sacrificio e ossessione. Più che una semplice autorità, Cecilia Slaughter incarna l’ideologia stessa della Casa: proteggere il mondo dal buio, anche quando ciò significa compiere scelte che nessun altro avrebbe il coraggio di prendere.

Le origini di Erica Slaughter (Something is Killing the Children Vol. 4-5)

Per capire davvero Erica bisogna guardare al suo passato.

Questo arco narrativo racconta il suo ingresso nella Casa Slaughter e il durissimo addestramento che trasforma una bambina sopravvissuta ai mostri, in una delle migliori cacciatrici dell’Ordine. Attraverso una lunga serie di flashback scopriamo il significato delle Maschere, il rapporto tra maestro e allievo e il prezzo psicologico richiesto a chi dedica la propria vita alla caccia.

È probabilmente la parte più emotiva della serie, perché mostra come Erica sia stata privata di una normale adolescenza in nome di una missione più grande di lei. Molti dei suoi comportamenti nella storia principale acquistano così un significato completamente nuovo.

Allo stesso tempo vengono introdotti personaggi fondamentali per l’espansione dello Slaughterverse, destinati a tornare sia nella serie principale che negli spin-off.

Charlotte Cutter: una cacciatrice fuori dagli schemi

Tra i personaggi più affascinanti introdotti nello Slaughterverse, Charlotte Cutter rappresenta una delle figure più enigmatiche e imprevedibili dell’Ordine di San Giorgio. Pur condividendo con Erica lo stesso obiettivo – proteggere l’umanità dalle creature – il suo modo di interpretare la missione è profondamente diverso, rendendola uno dei personaggi più sfaccettati dell’universo creato da James Tynion IV.

Charlotte è una cacciatrice eccezionale, dotata di un talento fuori dal comune e di una personalità magnetica. Sicura di sé, ironica e spesso provocatoria, affronta il pericolo con un atteggiamento quasi disinvolto, in netto contrasto con il carattere più chiuso e tormentato di Erica. Dietro questa apparente leggerezza, però, si nasconde una guerriera perfettamente consapevole del prezzo che comporta appartenere alla Casa di Slaughter.

La sua presenza contribuisce ad ampliare il punto di vista del lettore sull’Ordine di San Giorgio. Attraverso Charlotte emerge infatti che non esiste un solo modo di essere un cacciatore: ogni membro della Casa affronta il proprio ruolo secondo sensibilità, esperienze e convinzioni differenti. Questo arricchisce ulteriormente il world building della serie, mostrando come l’Ordine sia una realtà molto più articolata di quanto lasci intendere la sola esperienza di Erica.

La Tribulation Saga (Something is Killing the Children Vol. 6-9)

Con la Tribulation Saga il fumetto cambia nuovamente pelle.

I mostri continuano a rappresentare una minaccia costante, ma il cuore della narrazione si sposta definitivamente all’interno dell’Ordine di San Giorgio. Erica diventa una figura sempre più scomoda per i vertici dell’organizzazione e il conflitto assume toni quasi politici, mettendo in discussione il significato stesso della parola “ordine”.

James Tynion IV amplia ulteriormente la mitologia della serie, approfondendo il ruolo delle diverse casate, la classificazione delle creature e le conseguenze delle decisioni prese da Erica nel corso delle sue missioni.

È la fase in cui Something Is Killing the Children smette definitivamente di essere “la storia di una cacciatrice di mostri” e diventa un universo narrativo complesso, fatto di intrighi, tradimenti e dilemmi morali.

Lo spin-off che cambia prospettiva

Se la serie principale racconta Erica Slaughter, House of Slaughter mostra cosa significhi vivere all’interno dell’Ordine di San Giorgio.

Ogni arco approfondisce personaggi diversi, permettendo ai lettori di osservare la Casa Slaughter da prospettive completamente nuove.

Aaron Slaughter: il peso della Maschera

Se Erica Slaughter è il simbolo dello Slaughterverse, Aaron Slaughter ne rappresenta l’anima più fragile e tormentata. Introdotto nella serie principale e protagonista di House of Slaughter, Aaron offre al lettore una prospettiva completamente diversa sulla Casa di Slaughter e sull’Ordine di San Giorgio, mostrando cosa significhi crescere all’interno di un’organizzazione che trasforma bambini sopravvissuti all’orrore in cacciatori di mostri.

A differenza di Erica, che affronta il proprio destino con una determinazione quasi assoluta, Aaron è un personaggio più introspettivo e vulnerabile. Il suo percorso è segnato da dubbi, paure e continui conflitti interiori, elementi che lo portano spesso a mettere in discussione le rigide regole dell’Ordine e il prezzo richiesto a chi decide di consacrare la propria vita alla lotta contro le creature.

Attraverso la sua storia, House of Slaughter esplora aspetti dello Slaughterverse solo accennati nella serie principale: il difficile addestramento delle reclute, i rapporti tra maestro e allievo, il peso delle aspettative e il delicato equilibrio tra obbedienza e libertà personale. Aaron diventa così il punto di contatto tra il lettore e la Casa di Slaughter, permettendo di osservare dall’interno un’organizzazione tanto affascinante quanto spietata.

Più che un semplice protagonista dello spin-off, Aaron è il personaggio che completa il ritratto dell’Ordine di San Giorgio: se Erica ne incarna l’efficienza sul campo di battaglia, Aaron ne mostra il costo umano, ricordando che dietro ogni cacciatore si nasconde una persona costretta a sacrificare la propria infanzia per proteggere quella degli altri.

Il percorso di Aaron Slaughter (House of Slaughter Vol. 1, 3 e 5)

Aaron Slaughter è uno dei personaggi più importanti dello Slaughterverse dopo Erica.

I volumi a lui dedicati raccontano il suo ingresso nella Casa, il difficile addestramento e il conflitto costante tra la propria sensibilità e le regole imposte dall’Ordine.

A differenza di Erica, Aaron mette continuamente in discussione ciò che gli viene insegnato. Le sue storie esplorano temi come l’identità personale, il libero arbitrio, il trauma e il desiderio di appartenere a una famiglia che, paradossalmente, sembra incapace di offrire affetto.

Sono probabilmente gli episodi più introspettivi dell’intero Slaughterverse e permettono di comprendere quanto il vero nemico dell’Ordine non siano soltanto i mostri, ma anche la rigidità delle sue stesse regole.

La Trilogia dei Colori (House of Slaughter Vol. 2, 4 e 6)

Uno degli aspetti più interessanti dello spin-off è la cosiddetta “Trilogia dei Colori”. Ogni volume segue un protagonista appartenente a una diversa Casata dell’Ordine, mostrando come ogni Maschera interpreti in modo differente il concetto di protezione dell’umanità.

Queste storie non puntano tanto sull’azione quanto sull’espansione del world building. Attraverso nuovi personaggi scopriamo il funzionamento interno dell’organizzazione, le differenze culturali tra le casate e il modo in cui ogni membro affronta il peso della propria missione.

È grazie a questi racconti che lo Slaughterverse acquisisce la profondità tipica dei grandi universi narrativi contemporanei.

Pur essendo uno spin-off, ogni arco narrativo di House of Slaughter aggiunge informazioni preziose sulla struttura dell’Ordine di San Giorgio, approfondisce il significato delle maschere, introduce nuovi protagonisti e offre una prospettiva diversa sugli eventi vissuti da Erica Slaughter.

Per chi desidera comprendere davvero il funzionamento dello Slaughterverse, la lettura di House of Slaughter rappresenta il complemento ideale a Something Is Killing the Children. Insieme, le due serie costruiscono uno degli universi horror più ricchi e stratificati del fumetto americano contemporaneo.

Le regole dell'orrore

Uno degli elementi più originali della serie è la sua mitologia.

I mostri non sono semplici creature soprannaturali, ma entità strettamente legate alle paure infantili. Più intensa è la paura di un bambino, maggiore è la possibilità che una creatura riesca a manifestarsi nel mondo reale.

È per questo che i bambini sono quasi sempre gli unici testimoni degli attacchi, mentre gli adulti, incapaci di vedere le creature, interpretano le stragi come opera di serial killer, animali feroci o incidenti.

Ma i mostri non sono tutti uguali. Nel corso della serie emerge una vera e propria classificazione delle creature, ciascuna con caratteristiche, capacità e punti deboli differenti. Alcune si comportano come predatori animali, altre dimostrano un’intelligenza sorprendente, mentre le più potenti possono manipolare l’ambiente circostante o sfruttare le paure delle proprie vittime.

Per questo motivo ogni missione richiede un lungo lavoro investigativo: comprendere la natura del mostro è spesso più importante dello scontro stesso.

L’Ordine di San Giorgio cataloga ogni creatura incontrata, raccogliendo informazioni che vengono tramandate ai futuri cacciatori. È questo approccio quasi scientifico che distingue Something Is Killing the Children da molti altri fumetti horror: non basta essere coraggiosi per sopravvivere, bisogna conoscere il proprio nemico.

Il Drago: il custode delle antiche verità

Tra le figure più enigmatiche dello Slaughterverse spicca il Drago, un’entità antichissima il cui ruolo va ben oltre quello di semplice creatura soprannaturale. Più che un antagonista o un alleato, il Drago rappresenta la memoria vivente dell’Ordine di San Giorgio, custodendo conoscenze che attraversano secoli di caccia ai mostri e di guerre combattute nell’ombra.

La sua presenza contribuisce ad ampliare la mitologia della serie, suggerendo che il conflitto tra l’Ordine e le creature sia solo una parte di una storia molto più antica e complessa. Attraverso il Drago, James Tynion IV introduce il tema della conoscenza come arma: per sopravvivere non basta essere forti o coraggiosi, è necessario comprendere il passato, interpretarne i segreti e tramandarne gli insegnamenti alle generazioni future.

Più che un semplice personaggio, il Drago incarna il legame tra storia, leggenda e realtà, ricordando al lettore che nello Slaughterverse ogni mistero nasconde un frammento di una mitologia ancora tutta da esplorare.

Due autori, un universo da incubo

Il successo di Something is Killing the Children nasce dall’incontro tra due autori che hanno saputo valorizzare reciprocamente il proprio talento. James Tynion IV costruisce una narrazione che va ben oltre il semplice horror: intreccia mistero, thriller, dramma psicologico e un meticoloso lavoro di world building, dando vita a uno degli universi narrativi indipendenti più ricchi degli ultimi anni. Ogni nuovo volume aggiunge tasselli alla mitologia dell’Ordine di San Giorgio  senza sacrificare il ritmo della storia, mantenendo costante il senso di scoperta che accompagna il lettore.

A dare forma a questo mondo è il tratto inconfondibile di Werther Dell’Edera, autore italiano ormai affermato nel mercato statunitense. Le sue tavole alternano momenti di quiete a improvvise esplosioni di violenza, con un segno nervoso, dinamico e fortemente espressivo che rende tangibile la tensione di ogni scena. I mostri, mai uguali tra loro, incarnano le paure dei protagonisti senza perdere credibilità, mentre il character design di Erica Slaughter è diventato uno dei più iconici del fumetto contemporaneo.

L’alchimia tra la scrittura di Tynion e le matite di Dell’Edera è uno dei principali punti di forza della serie.

Se il primo costruisce un universo ricco di misteri e personaggi moralmente complessi, il secondo gli conferisce un’identità visiva immediatamente riconoscibile, esaltata dai colori di Miquel Muerto. Il risultato è un’opera in cui testo e immagini dialogano perfettamente, trasformando Something is Killing the Children in uno dei fumetti horror più influenti e premiati del panorama americano moderno.

Perché non puoi perderti lo Slaughterverse

Negli ultimi anni il fumetto horror ha conosciuto una nuova stagione di grande creatività, ma poche opere sono riuscite a lasciare il segno quanto questa. La serie di James Tynion IV e Werther Dell’Edera non conquista soltanto per l’atmosfera inquietante o per i suoi mostri, ma per la capacità di costruire un universo narrativo coerente, popolato da personaggi complessi e da una mitologia che si espande volume dopo volume.

Chi cerca un horror ricco di tensione troverà una storia capace di sorprendere continuamente; chi ama il fantasy apprezzerà la cura con cui vengono sviluppate le Casate, l’Ordine di San Giorgio e le regole che governano le creature; chi, invece, predilige i grandi personaggi troverà in Erica Slaughter una protagonista sfaccettata, lontana dagli stereotipi e destinata a rimanere impressa ben oltre l’ultima pagina.

A rendere l’opera ancora più interessante è la perfetta sintonia tra la scrittura di Tynion e le tavole di Werther Dell’Edera, che trasformano ogni volume in un’esperienza visiva e narrativa di altissimo livello. A rendere l’opera ancora più interessante contribuisce anche House of Slaughter, uno spin-off che amplia la mitologia dell’Ordine di San Giorgio senza perdere il legame con la serie principale. Insieme ai volumi di Something Is Killing the Children, costruisce uno degli universi horror più affascinanti del fumetto americano contemporaneo.

Un horror destinato a lasciare il segno

Nel panorama del fumetto horror contemporaneo, Something is Killing the Children occupa ormai un posto di assoluto rilievo. Quella che all’inizio sembra una storia di mostri nascosti nell’ombra si rivela, volume dopo volume, un universo narrativo sorprendentemente articolato, dove il vero orrore non nasce soltanto dalle creature, ma anche dai compromessi, dai sacrifici e dalle scelte che i protagonisti sono costretti ad affrontare.

Grazie alla scrittura di James Tynion IV e alle tavole evocative di Werther Dell’Edera, lo Slaughterverse è riuscito a distinguersi nel panorama del fumetto indipendente americano per la qualità del suo world building, la profondità dei personaggi e una mitologia che continua a espandersi senza perdere coerenza. La serie principale, gli spin-off e i volumi speciali contribuiscono infatti a costruire un mosaico narrativo in cui ogni tassello aggiunge nuovi dettagli sull’Ordine di San Giorgio, sulle sue casate e sul misterioso legame tra i mostri e le paure dell’infanzia.

Con la pubblicazione italiana curata da Edizioni BD, oggi è possibile seguire l’evoluzione dello Slaughterverse attraverso la serie principale e House of Slaughter, due opere complementari che hanno contribuito a fare di Something Is Killing the Children uno dei fumetti horror più acclamati degli ultimi anni. Un universo narrativo ancora in espansione, capace di conquistare tanto gli appassionati dell’horror quanto i lettori in cerca di una saga ricca di misteri, personaggi memorabili e un world building di altissimo livello.

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Fumetti

La trilogia extraterrestre di Dylan Dog di Sclavi e Brindisi

Recensione della Trilogia Extraterrestre di Dylan Dog, scritta da Tiziano Sclavi e disegnata da Bruno Brindisi

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Quando si parla di alieni nel contesto dell’intrattenimento – libri, cinema o serie TV – non si può non pensare ad alcuni classici come i romanzi The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (Guida Galattica per gli Autostoppisti) di Douglas Adams e The Three-Body Problem (Il Problema dei Tre Corpi) di Cixin Liu, oppure agli iconici film di Steven Spielberg come E.T. l’Extraterrestre, Close Encounters of the Third Kind (Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo) o il più recente Disclosure Day.

Il tema degli UFO e della vita nell’universo ha sempre esercitato un fascino irresistibile, capace di attrarre da sempre le menti di scrittori e sceneggiatori. Tiziano Sclavi entra a far parte di questa cerchia di “creators sci-fi” grazie alla sua Trilogia Extraterrestre, che vede Dylan Dog indagare misteriosi casi legati ad avvistamenti alieni e incontri del terzo tipo in tre storie nelle quali omaggia il genere sci-fi, citando anche il leggendario Spielberg.

Questa trilogia, raccolta nell’undicesimo volume de I Classici del Fumetto di Repubblica – Serie Oro, comprende i tre racconti Terrore dall’infinito, pubblicato nell’ottobre 1991 sul n. 61; Quando cadono le stelle, uscito nell’agosto 1997 sul n. 131; e Lassù qualcuno ci chiama, pubblicato nel gennaio 1998 sul n. 136 di Dylan Dog. Tutte e tre le storie sono scritte da Tiziano Sclavi e disegnate da Bruno Brindisi.

Il filo conduttore che lega queste tre storie è il modo in cui Sclavi affronta il tema degli alieni e delle abduzioni, mescolando elementi sci-fi alla lore dell’Indagatore dell’Incubo senza mai risultare scontato o forzato.

Il primo racconto, Terrore dall’infinito, è un chiaro esempio di questo esperimento, decisamente riuscito, con cui Sclavi e Brindisi mescolano i due generi senza snaturare il personaggio di Dylan Dog.

Dolore alienante

La prima storia di questa trilogia, Terrore dall’Infinito, mescola il mistero “alla Dylan Dog” alla fantascienza spielberghiana e lo fa raccontando la storia di Whitley Davies, un uomo divorato dal dolore e dal trauma per la perdita del fratello in giovane età, che, per affrontare questo lutto, si chiude in se stesso e diventa testimone di un incontro ravvicinato con degli alieni. Dylan Dog viene chiamato in causa dallo stesso Whitley per aiutarlo a risolvere il mistero che gli sta lentamente rovinando la vita.

Storia di estrema potenza narrativa questa raccontata nel numero 61 di Dylan Dog. L’approccio di Sclavi al tema “alieni” non sarebbe potuto essere più incisivo e indimenticabile. Quella di Whitley non è semplicemente una storia di abduction ma è un viaggio nei ricordi dolorosi di un bambino che ha inconsciamente rimosso un trauma troppo doloroso da sopportare sostituendolo con un’entità altrettanto misteriosa come quella degli alieni.

Tavola tratta da Dylan Dog n. 61
Tavola tratta da Dylan Dog n. 61

Quello che mi ha colpito maggiormente di Terrore dall’Infinito è l’atmosfera di costante tensione che Sclavi riesce a costruire pagina dopo pagina. Per tutta la lettura si rimane sospesi tra realtà e illusione, senza mai avere la certezza che ciò che sta vivendo il protagonista sia davvero accaduto o sia soltanto il frutto del suo trauma e della sua mente. È proprio questa ambiguità a rendere la storia così coinvolgente, fino a un finale imprevedibile, con un colpo di scena degno dei migliori racconti di Dylan Dog. A completare il quadro ci sono i disegni superlativi di Bruno Brindisi, capaci di dare forma tanto all’angoscia quanto al senso di meraviglia che permeano l’intero racconto. Per tutti questi motivi, Terrore dall’Infinito è entrata di diritto tra le mie storie preferite dell’Indagatore dell’Incubo, accanto a capolavori come Il lungo addio e Memorie dall’invisibile.

La paura del diverso

In Quando cadono le stelle, la seconda storia della trilogia, Sclavi si collega direttamente a Terrore dall’Infinito: ritroviamo infatti Whitley Davies, ormai invecchiato e malato terminale, in fuga dai militari perché è entrato in possesso di un filmato top secret di cui vogliono impedire la divulgazione. Davies si affida nuovamente ai servizi del nostro Dylan Dog per riuscire a mettersi in salvo e trovare una risposta definitiva alla domanda: “C’è vita nell’universo?”.

Tavola tratta da Dylan Dog n. 131
Tavola tratta da Dylan Dog n. 131

Quello che colpisce di più di Quando cadono le stelle è la crudeltà dell’uomo nei confronti del diverso e quanto questa nasconda una profonda fragilità. Sclavi utilizza gli alieni per rappresentare tutto ciò in cui l’essere umano non si riconosce e che, proprio per questo, percepisce come “alieno”: che si tratti di un grigio dalla testa ovale o, leggendo tra le righe, di un altro essere umano con un colore della pelle o una cultura diversi dai propri.

Dylan Dog incontra Arrival

Degli scienziati captano un messaggio proveniente dallo spazio profondo, ma decifrarlo sembra impossibile, poiché l’idioma utilizzato dal misterioso mittente è profondamente diverso da qualsiasi forma di comunicazione scritta o verbale conosciuta dall’uomo. Così, un linguista si mette alla ricerca di una “lingua madre” che possa essere utilizzata per comunicare con queste entità extraterrestri.

No, non ho appena riassunto la trama di Arrival di Denis Villeneuve, ma quella della terza e ultima storia che conclude la trilogia extraterrestre di Sclavi e Brindisi: Lassù qualcuno ci chiama.

Tavola tratta da Dylan Dog n. 136
Tavola tratta da Dylan Dog n. 136

Dylan e Groucho si trovano in Galles e, per puro caso – o forse per la legge dei grandi numeri – vengono trascinati in una vicenda più grande di loro, fatta di folklore, alieni e… mucche.

Quello che mi ha colpito di più di questa storia – ed è anche il motivo per cui ho apprezzato particolarmente Arrival – è il modo in cui Sclavi racconta la profonda diversità tra gli esseri umani e un popolo extraterrestre, così distanti da avere difficoltà perfino a instaurare la più basilare e primitiva forma di comunicazione. L’introduzione della figura del linguista richiama fortemente il film di Denis Villeneuve – o forse è il contrario, viste le date di pubblicazione delle due opere? – e non posso che ammettere che questo Dylan Dog più sci-fi e meno orientato al mistero mi abbia piacevolmente sorpreso.

In questo numero, Tiziano Sclavi propone una profonda riflessione sull’anima, teorizzando che, nel momento della morte, ogni essere umano la liberi, generando una sorta di energia cosmica che si manifesta sotto forma di canto. Un’immagine potente, capace di lasciare ampio spazio all’interpretazione del lettore.

Conclusione

La Trilogia Extraterrestre di Tiziano Sclavi e Bruno Brindisi, che raccoglie le tre storie Terrore dall’Infinito, Quando cadono le stelle e Lassù qualcuno ci chiama, è la prova tangibile dell’influenza della fantascienza americana sul fumetto italiano. Ispirandosi alle pellicole di Steven Spielberg, Sclavi rielabora il mistero degli UFO in chiave profondamente “dylaniata”, mescolando elementi scientifici e mistero soprannaturale con grande naturalezza.

Sono tre racconti che mi sento di consigliare a chiunque voglia avvicinarsi al mito di Dylan Dog, ma anche ai lettori più esperti che desiderano recuperare alcune delle storie più riuscite dell’Indagatore dell’Incubo.

VOTO POPCORNERD 9.5/10

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