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Plur1bus: lo show sci-fi di Vince Gilligan che mette in dubbio l’individualità umana
Plur1bus è il nuovo serial televisivo di Apple TV+ creato da Vince Gilligan, che in poco tempo ha conquistato critica e telespettatori
Come si crea una serie di fantascienza su un’invasione aliena, senza far vedere neanche un omino verde?
È un quesito che bisogna porre a Vince Gilligan, perché ha trovato con Plur1bus la formula perfetta per creare uno show sci-fi con effetti speciali ridotti all’osso e utilizzando gli stessi strumenti già visti nei suoi precedenti successi televisivi: regia eccezionale, conversazioni fitte di dialoghi, ritmi lenti ma calibrati, colpi di scena inaspettati, personaggi profondi e (ovviamente), come sfondo in cui si svolge la storia, la città di Albuquerque.
Per Gilligan, la città del New Mexico dove sono ambientate tutte le sue serie sembra quasi un feticcio, un porta fortuna, un pegno da pagare a causa di un patto con il diavolo che gli garantisca successo per tutto quello che crea.
Beh, Plur1bus è la nuova serie TV dello sceneggiatore e produttore televisivo, arrivato sul finire del 2025 su Apple TV+, e che ha sorpreso positivamente raccogliendo consensi e divenendo rapidamente un cult, come già era capitato con Breaking Bad, prima, e Better Call Saul, dopo.

Sembra quasi una battuta, visto il tema centrale che ruota intorno alla serie, ma Pluribus pare proprio aver messo d’accordo tutti. Ha già vinto agli AFI – American Film Institute Awards 2026 il premio come Programma televisivo dell’anno ed è in nomination ai Golden Globes 2026 e ai Critics Choice Award 2026 nelle categorie Miglior attrice in una serie televisiva drammatica (Rhea Seehorn) e Miglior serie televisiva drammatica.
Sin dall’annuncio c’era, quindi, molta curiosità intorno a questa serie che, per l’appunto, etichettata come genere fantascienza, avrebbe visto Gilligan uscire dalla sua comfort zone di serial drama per confrontarsi con qualcosa di nuovo.
Gran parte del merito va a un cast di altissimo livello, guidato da una Rhea Seehorn in stato di grazia nei panni della cinica e infelice scrittrice Carol Sturka, un personaggio decisamente diverso rispetto all’avvocato Kim Wexler di Better Call Saul.
Il titolo Plur1bus fa esplicito riferimento alla locuzione latina “E pluribus unum” (“da molti, uno”), sottolineando il tema centrale dello show: la tensione tra collettività totale e identità individuale.
Plur1bus: non tutte le invasioni aliene sono negative

La storia di Plur1bus è ambientata principalmente ad Albuquerque, nel New Mexico, e segue le conseguenze di un evento misterioso che coinvolge e trasforma la maggior parte dell’umanità.
A causa di un virus derivato da impulsi alieni captati da un osservatorio astronomico, quasi tutte le persone sulla Terra perdono la propria individualità. La quasi totalità della popolazione mondiale perde conoscenza, viene colpita da convulsioni e, pochi minuti dopo, si risveglia come parte di un’unica coscienza collettiva, un vero e proprio hive mind.
Questo fenomeno unisce tutti in una mente condivisa, eliminando dolore, conflitti e dissenso, ma cancellando anche individualità e libertà personale. Un’Apocalisse anticonvenzionale che risolve, di fatto, tutti i problemi che affliggono il pianeta. L’unico dazio da pagare è la perdita della propria personalità.
Tuttavia, alcuni esseri umani, dodici in totale, sono immuni alla trasformazione, e tra questi c’è Carol Sturka.

Carol ed Helen prima dell’epidemia
Scrittrice di successo di romanzi romantic-fantasy ma profondamente insoddisfatta sul piano personale, Carol torna ad Albuquerque insieme alla sua partner e agente Helen (Miriam Shor) proprio mentre l’epidemia esplode.
Nel caos, Carol perde Helen, che muore una volta infettata, e si ritrova sola in una città in cui tutti gli altri sono stati trasformati. Ed è qui che emerge un primo, inquietante dettaglio: non tutti gli esseri umani colpiti sopravvivono al virus. Una piccola parte della popolazione mondiale, qualche milione di persone, ne fa le spese morendo dopo l’infezione. Una selezione naturale spietata, ma considerata obiettiva e sostenibile dal punto di vista dei “convertiti”.
Carol ricomincia così una nuova vita, non più come scrittrice ma come sopravvissuta alla fine del mondo, in un contesto in cui le persone che la circondano ragionano, parlano e agiscono all’unisono, mettendosi completamente al suo servizio.
Una delle prime cose che Carol scopre, infatti, è proprio questa: gli “altri” non possono mai dire di no alle richieste degli immuni, qualunque esse siano. Qualsiasi cosa venga chiesta. Q-u-a-l-s-i-a-s-i.
L’obiettivo degli “altri” è comprendere perché, nel caso di Carol e delle altre undici persone, la conversione non abbia funzionato, e trovare una cura per loro, così da completare il piano di assimilazione totale della Terra.

Zosia interpretata da Karolina Wydra
Dopo la morte di Helen, al fianco di Carol arriva Zosia (Karolina Wydra), membro e portavoce degli “altri”, verso la quale la protagonista sviluppa una certa simpatia. Attraverso di lei, Carol scopre che questi esseri non sono violenti e che, coerentemente con la loro natura, sono sempre accondiscendenti nei confronti dei non convertiti. Tuttavia, le reazioni emotive più intense, come l’ira di Carol, possono avere effetti letali su di loro.
Da questa premessa, parte l’esplorazione del ‘nuovo mondo’ e la lotta di Carol per comprendere ciò che è accaduto, individuare una possibile soluzione per invertire il processo, scoprire i punti deboli del virus con l’obiettivo di preservare la propria individualità, resistendo alla pressione costante di un nuovo status quo che tenta di “integrare” ogni essere umano in un’unica coscienza collettiva.
Carol, Robinson Crousoe perfetta per un’invasione aliena targata 2025

Vince Gilligan, come in ogni suo show, pone le basi della trama nei primi episodi per poi concentrarsi sullo sviluppo quasi maniacale dei personaggi. A differenza dei ritmi della storia, che all’apparenza possono risultare anche lenti, i suoi protagonisti non sono mai banali.
Messі di fronte a ogni tipo di difficoltà, ragionano, si interrogano, maturano ed evolvono episodio dopo episodio.
In Plur1bus, Carol è l’assoluta protagonista; una moderna Robinson Crusoe dove al posto dell’isola deserta, deve sopravvivere in un mondo ricco di comodità, ma poverissimo di individualità.
La donna attraversa stati emotivi molto diversi: la sofferenza per la perdita della persona amata (unica figura cara), il disorientamento per una situazione da Ai confini della realtà in cui si ritrova coinvolta, la rabbia che la spinge a fissare un nuovo obiettivo, scoprire chi sono “gli altri” e come sconfiggerli per salvare il mondo.
Ma la Terra ha davvero bisogno di essere salvata? Non esistono più conflitti né violenza, tutti vivono in armonia e i pochissimi immuni hanno a disposizione un mondo intero per fare, letteralmente, ciò che vogliono. Quello che è accaduto ha portato all’Apocalisse o ha dato vita a una situazione di pacifica utopia?
Il percorso intrapreso da Carol è un viaggio di scoperta e di confronto con quella che si presenta come una civiltà proveniente da un altro mondo per carpire il senso delle loro azioni. A sua volta la ‘mente alveare’ entra in contatto con l’umanità attraverso i dodici superstiti: le loro richieste, i loro vizi, le loro domande e reazioni. Una civiltà che cerca di studiarli, capirli e di accontentarli.
L’eccezionale lavoro di Gilligan sui personaggi emerge anche attraverso alcune delle altre undici persone immuni che vengono mostrate, portatrici di punti di vista spesso diametralmente opposti a quelli di Carol.
È interessante osservare come lo sceneggiatore ipotizzi reazioni profondamente diverse di fronte a un’invasione aliena: non tutti rispondono allo stesso modo e molti finiscono per compiere scelte ambigue, grottesche o persino macabre.

l’edonista e spensierato Mr. Diabanté
Uno spirito di adattamento, direbbe qualcuno, che prende forma in due figure chiave e antitetiche: l’edonista e spensierato Mr. Diabanté (Samba Schutte), che si chiede «come potremmo non essere felici di un mondo senza oppressione, guerra e povertà?», e Manousos Oviedo (Carlos-Manuel Vesga), paraguaiano che sceglie di rimanere chiuso nella propria casa per gran parte della stagione, in completa solitudine, mentre il mondo oltre la sua porta è cambiato per sempre.

Manousos Oviedo, colui che non accetta quello che è successo, ma ci convive
Quando Better Call Saul incontra Ai confini della realtà
Come anticipato, gli effetti speciali in Plur1bus sono ridotti al minimo. Eppure, la sensazione costante di angoscia, ansia e isolamento generata dal confronto con qualcosa di paranormale permea l’intera serie, soprattutto quando si manifestano “gli altri”, Zosia in primis, senza mai mostrare mostri alla Alien, visitatori extraterrestri alla Incontri ravvicinati del terzo tipo o figure alla E.T.
È un modo di raccontare la fantascienza che richiama, in parte, i film e le serie classiche degli anni ’50 e ’60, dove l’immaginazione e le sensazioni contavano più dello spettacolo visivo.

La trama procede in maniera graduale, a volte così lenta da risultare quasi impercettibile e, in alcuni momenti, persino monotona. Ma è esattamente il tipo di narrazione a cui Gilligan ci ha abituati con Breaking Bad e, soprattutto, Better Call Saul.
Goccia dopo goccia, seme dopo seme, nulla accade per caso: ogni parola e ogni evento hanno un peso preciso. I colpi di scena ci sono, pochi ma decisivi, e determinano sempre ciò che verrà dopo. È questo il fascino di Plur1bus: anche quando sembra procedere con calma estrema, non permette allo spettatore di abbandonare la poltrona, spinto dal desiderio di scoprire cosa accadrà e come evolverà la storia.
Interessante è anche lo sviluppo della fase investigativa di Carol. Pur essendo una serie di fantascienza, Plur1bus evita la classica struttura a “scatola misteriosa” tipica del genere. Restano interrogativi sull’alveare, sulle sue motivazioni e sui suoi meccanismi, e per ogni dettaglio rivelato emerge immediatamente un nuovo quesito come ad esempio: animali ed altri esseri viventi, sono stati colpiti dal virus o è toccato solo all’umanità?
L’individualità vince sulla collettività o viceversa?
Sul piano sociale, Plur1bus esplora le conseguenze di un mondo completamente interconnesso: la redistribuzione equa delle risorse, la fine delle disuguaglianze estreme e, al tempo stesso, l’impossibilità di salvare un pianeta ormai prossimo al collasso.
Ancora più inquietante è l’annullamento della cultura: in una mente collettiva che ha già visto, letto e pensato tutto, la creatività individuale perde valore, trasformandosi in un prodotto indistinto e privo di gusto, richiamando inevitabilmente il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale.
Il quesito cinico e spietato che Gilligan pone allo spettatore è quindi questo: è giusto far prevalere la propria individualità, anche rischiando di scivolare in un individualismo aggressivo e di giustificare comportamenti egoistici come legittime rivendicazioni di libertà personale, rispetto a una collettività pacifica e armoniosa, ma uniforme, monotona e artificiale? La risposta potrebbe non essere così scontata.
Infine, la serie intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la solitudine. In un’epoca segnata dall’erosione dei legami comunitari, Plur1bus si propone come una riflessione disturbante e attualissima su cosa significhi davvero “stare insieme”, suggerendo che l’assenza di solitudine non coincide necessariamente con la presenza di umanità. Una condizione che, a un certo punto della stagione, investe anche Carol e che ha un impatto determinante sulle sue azioni future.
La vera domanda su Plur1bus: che direzione vuole prendere Gilligan?

Qualche considerazione finale sulla direzione che il creatore di Breaking Bad sembra voler intraprendere. L’impatto della prima stagione di Plur1bus sul pubblico è stato notevole e il finale porta Carol a una decisione che potrebbe rivelarsi definitiva.
Il dubbio principale riguarda proprio il futuro della serie: come proseguirà Gilligan nella prossima stagione, o nelle prossime stagioni? Oltre a una regia e a una fotografia di livello altissimo ammirabile all’interno di Plur1bus, lo sceneggiatore dovrà evitare il rischio di ripetitività e banalizzazione per portare a compimento uno show che potrebbe davvero eguagliare la fama delle sue opere precedenti, ma che potrebbe essere più difficile da gestire.
C’è infine un aspetto critico da non sottovalutare: secondo alcune dichiarazioni di Gilligan, la seconda stagione potrebbe arrivare addirittura nel 2028 inoltrato. Un’attesa estenuante che, ci si augura, venga ripagata da idee chiare, coraggiose e sorprendenti.
Perché guardare Plur1bus?

HBO Max
The Outsider: La miniserie horror HBO tratta dal libro di Stephen King
Se amate Stephen King dovete recuperare The Outsider, miniserie del 2020 disponibile su HBO Max, con protagonista un ‘male’ forse più pericoloso del pagliaccio Pennywise
Quando si parla dei mostri creati da Stephen King, il pensiero corre inevitabilmente a Pennywise. Il clown di IT è diventato un’icona dell’horror moderno grazie alla sua capacità di trasformare le paure dei bambini in un’arma letale, colpendo proprio coloro che gli adulti spesso non riescono ad ascoltare o proteggere.
Eppure, tra le creature nate dalla mente del Re dell’Horror ce n’è una che riesce a risultare persino più inquietante. Si tratta dell’entità protagonista di The Outsider, romanzo pubblicato nel 2018 e successivamente adattato da HBO in una miniserie di 10 episodi disponibile in piattaforma. Un antagonista che non si limita a nutrirsi della paura, ma trae forza da qualcosa di ancora più devastante: il dolore.
Un mostro che si alimenta della sofferenza
I lettori di Stephen King hanno subito notato alcuni punti di contatto tra Pennywise e la creatura di The Outsider. Entrambi sono esseri mutaforma che prendono di mira i bambini, ma le somiglianze finiscono praticamente qui.
L’adattamento televisivo HBO, interpretato da Ben Mendelsohn, Cynthia Erivo e Jason Bateman, racconta la storia di un’entità conosciuta con diversi nomi: L’Estraneo, El Cuco oppure semplicemente l’Uomo Nero.
Il suo metodo è tanto semplice quanto terrificante. Si introduce in una comunità, assume l’aspetto di una persona innocente e fa in modo che venga vista mentre commette l’omicidio di un bambino. Da quel momento osserva gli eventi da lontano, lasciando che il sospetto, il dolore e la rabbia facciano il resto.
Il vero nutrimento della creatura, infatti, non è la morte in sé, ma la devastazione emotiva che lascia dietro di sé. Famiglie distrutte, amicizie spezzate, comunità che si sgretolano e innocenti condannati a pagare per crimini mai commessi diventano il terreno ideale su cui prospera il mostro.
Creature di King a confronto: El Cuco è più spaventoso di Pennywise?

Se Pennywise terrorizza le sue vittime per poterle divorare, l’entità di The Outsider agisce su una scala molto più ampia.
La vicenda prende il via con il brutale omicidio del piccolo Frankie Peterson, delitto per il quale viene immediatamente accusato Terry Maitland, amatissimo allenatore di baseball locale. Tutte le prove sembrano inchiodarlo, ma Terry è completamente innocente. È stato infatti El Cuco ad assumere il suo aspetto proprio per incastrarlo.
Da quel momento il mostro osserva la tragedia consumarsi. I genitori di Frankie sono distrutti dalla perdita del figlio, mentre la famiglia Maitland vede la propria vita andare in pezzi sotto il peso delle accuse e dell’odio della comunità.
È questa la vera forza dell’antagonista. Non cerca semplicemente nuove vittime: alimenta una spirale di sofferenza che coinvolge chiunque entri in contatto con il caso. Per questo motivo risulta persino più inquietante di Pennywise. Non colpisce soltanto i bambini, ma corrompe l’intera rete di affetti che li circonda.
È il dolore il vero protagonista della serie

Come spesso accade nelle opere di Stephen King, il mostro è soltanto il simbolo di qualcosa di molto più reale.
In The Outsider il tema dominante è il lutto. Una presenza costante che accompagna praticamente ogni personaggio della storia.
Il protagonista è il detective Ralph Anderson, interpretato da Ben Mendelsohn, incaricato di guidare le indagini sull’omicidio di Frankie Peterson. In una piccola comunità dove tutti si conoscono, Ralph decide di arrestare personalmente Terry Maitland, convinto della sua colpevolezza.
Dietro questa scelta c’è però una ferita ancora aperta. Ralph e sua moglie non hanno mai superato la morte del loro figlio, scomparso anni prima a causa di una malattia infantile.
Quel dolore influenza inevitabilmente il suo giudizio. La rabbia e il senso di colpa rendono impossibile affrontare il caso con lucidità, contribuendo indirettamente alla tragedia che travolge Terry Maitland.
L’uomo, infatti, viene arrestato pubblicamente per un crimine che non ha commesso e poco dopo viene ucciso da un familiare della vittima, senza avere la possibilità di dimostrare la propria innocenza.
La disperazione della moglie Glory, rimasta sola a difendere il nome del marito, rappresenta uno degli esempi più crudeli della malvagità di El Cuco. La creatura continua infatti ad alimentarsi del dolore anche dopo la morte della sua vittima, dimostrando come il suo vero obiettivo sia la distruzione emotiva delle persone.
Un male assoluto che lascia segni indelebili

Nel corso della serie Ralph è costretto a fare i conti con le conseguenze delle proprie decisioni e con il peso della responsabilità nella morte di Terry.
La ricerca della verità diventa quindi anche un percorso personale verso una possibile redenzione, pur sapendo che alcune ferite non potranno mai essere rimarginate.
È proprio qui che The Outsider si distingue da molte altre storie di Stephen King. L’Estraneo non è soltanto una creatura soprannaturale, ma una rappresentazione del male più assoluto, capace di manipolare le persone, distruggere famiglie e trasformare il dolore in un’arma.
Persino Pennywise, con tutta la sua brutalità, appare quasi “semplice” se confrontato con un’entità che pianifica ogni tragedia con l’unico scopo di assistere al collasso emotivo delle sue vittime.
The Outsider: un finale brutale e spietato

Chi conosce IT sa che, nonostante il prezzo pagato dai protagonisti, la storia lascia comunque spazio a una certa speranza.
The Outsider, invece, percorre la strada opposta.
Gli episodi conclusivi spingono tutti i protagonisti al limite, mettendoli davanti a perdite sempre più dolorose. L’entità dimostra inoltre un’altra inquietante capacità: manipolare psicologicamente chi le sta intorno.
Tra le sue vittime c’è anche il detective Jack, costretto a diventare uno strumento del mostro dopo essere stato sottoposto a sofferenze fisiche e mentali insopportabili. Lo scontro finale culmina in una violenta sparatoria che lascia sul campo numerosi personaggi ai quali il pubblico aveva imparato ad affezionarsi.
Nemmeno Holly Gibney, investigatrice privata interpretata da Cynthia Erivo, viene risparmiata dal dolore. Quando sembra aver finalmente trovato una persona capace di comprenderla e accettarla, la perde improvvisamente, ritrovandosi ancora una volta costretta ad andare avanti.
Uno dei migliori adattamenti di Stephen King

Il finale lascia anche un interrogativo destinato a rimanere aperto. Ralph e Holly riescono a fermare El Cuco, ma la serie non chiarisce mai del tutto se creature simili siano uniche o se possano tornare a manifestarsi in futuro.
Ed è proprio questa ambiguità a rafforzare il messaggio dell’opera. Così come il dolore non può essere cancellato, anche il male non è qualcosa che si elimina definitivamente. Si può affrontare, sopravvivere e imparare a conviverci, ma non esiste una soluzione semplice.
Per questo motivo The Outsider viene ancora oggi considerato uno degli adattamenti televisivi più riusciti di Stephen King. Un thriller psicologico che utilizza l’horror soprannaturale per raccontare il peso del lutto, trasformando El Cuco in uno dei mostri più inquietanti e significativi mai usciti dalla fantasia dello scrittore americano.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
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