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Werther Dell’Edera, l’incredibile artista dietro Something is Killing the Children
Werther Dell’Edera, artista di fama internazionale e co-creatore di Something is Killing the Children, ci ha concesso un po’ del suo tempo al San Diego Comic-Con Malaga per raccontarci alcuni momenti della sua carriera e com’è nata SIKTC. Ma non solo…
Ci sono storie, che nonostante la loro semplicità, riescono a entrare nel cuore di molti lettori. Something Is Killing the Children è una di queste.
Il merito del successo di una delle serie di punta di Boom! Studios, lo si deve principalmente ai suoi autori: James Tynion IV e Werther Dell’Edera. Perché una storia per essere ‘bella’ deve saper essere raccontata da chi la scrive e, nel caso di un fumetto, anche da chi la disegna.
Come un abile sarto, Werther Dell’Edera è riuscito, in maniera magistrale, a creare visivamente l’oscuro e drammatico mondo di SIKTC e i suoi personaggi. Seguendo le linee guida di un maestro della sceneggiatura come Tynion IV, che quando si tratta di horror tira fuori il meglio di sé, Something Is Killing the Children è diventata una delle testate di comics più apprezzate degli ultimi anni. E questo lo si deve anche all’apporto artistico e alle idee che Werther ha portato sul tavolo e che hanno aperto un mondo nella testa di Tynion IV.
Quello che era stato pensato inizialmente come un progetto di pochi numeri, nel 2026 arriverà al n. 50 e, prossimamente, diventerà una serie animata per adulti e un film live action. Senza dimenticare il crossover con il personaggio DC Comics, Swamp Thing, annunciato al NY Comic-Con 2025.
Noi di PopCornerd abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchere con Werther, scavando nel suo passato e tornando alle origini della sua carriera, per poi arrivare a parlare proprio di SIKTC e il processo creativo che ha portato Erica e tutto il suo mondo a essere tanto amati da un pubblico sempre più vasto di lettori.
Senza l’arte di Werther, siamo sicuri che Something Is Killing the Children non sarebbe arrivato dov’è.
Capite, quindi, l’emozione di poter avere tra i primi ospiti (in realtà il primo, come emerge dall’intervista stessa, quando è stata registrata) su PopCorNerd un artista talentuoso come Werther. Un autore che si reputa ‘minimale’ nei dettagli e che va ‘dritto al punto’ e, forse, questo è uno dei segreti della sua arte impattante e spettacolare.
Ma lasciamo la parola a Werther Dell’Edera. Buona lettura.
Werther Dell’Edera si racconta: dagli esordi al successo di SIKTC
PCN – Amici di PopCorNerd, siamo qua in compagnia di un grandissimo ospite, direttamente dal San Diego Comic-Con di Málaga. Grazie a Werther Dell’Edera per essere qui con noi!
Werther Dell’Edera: Ciao a tutti!
PCN – Prima di tutto ti devo dire una cosa: noi siamo una pagina giovane, e tu sei il nostro primo ospite*. Avere come primo ospite Werther Dell’Edera vuol dire partire davvero molto, molto bene.
Werther Dell’Edera: Grazie! Sono veramente contento di essere il primo ospite della vostra pagina.
*[L’intervista è stata realizzata durante il SDCC Malaga, e quindi alla fine di settembre 2025 n.d.r.]
PCN – Prima di parlare del tuo grande successo, Something Is Killing the Children, che porti avanti da anni insieme a James Tynion IV, vorrei soffermarmi su due personaggi a cui sono molto legato e che risalgono ai tuoi primi anni di carriera: John Doe e Detective Dante. Hai mantenuto un certo tipo di affezione verso questi personaggi? Che tipo di esperienza è stata lavorare su di loro?
Werther Dell’Edera: Beh sì, indubbiamente l’affezione è rimasta. Io ho iniziato su Detective Dante con Lorenzo Bartoli e subito dopo ho collaborato anche con Roberto Recchioni. Entrambi sono i due creatori di Detective Dante e John Doe per l’Eura Editore.

Immagine tratta da Detective Dante, disegnata da Werther Dell’Edera
È stato divertente, perché quando mi ero proposto all’Eura, o meglio a Roberto, durante un Napoli Comicon, avevo appena pubblicato Road’s End con i ragazzi di Innocent Victim per Magic Press.
L’avevo mostrato a Roberto e lui mi disse: “Sì, interessante, ma secondo me non sei ancora pronto.” Loro stavano partendo in pompa magna con John Doe e mi lasciò a Lorenzo, dicendo “Mi piace, lavoriamo su qualcosa con lui.” Così iniziai con Lorenzo e insieme a lui feci diverse storie brevi per Lanciostory e Skorpio. Dopo un po’ di tempo Lorenzo mi propose di fare Detective Dante, e da lì poi anche Roberto si convinse a farmi fare il salto, portandomi su John Doe. È stato un pezzo importante della mia storia lavorativa.
PCN – Tra l’altro, John Doe lo reputo uno dei migliori fumetti italiani degli ultimi trent’anni: cicli narrativi bellissimi, con disegnatori che poi hanno fatto grandi carriere.
Werther Dell’Edera: Sì, una buona parte dei disegnatori di John Doe hanno fatto il grande salto dall’Eura e sono poi andati a lavorare in America, soprattutto per DC o Marvel.

PCN – Parliamo adesso di Something Is Killing the Children. È un progetto che porti avanti da anni con James Tynion IV, molto apprezzato dai fan e dalla critica, e con cui avete vinto anche un Eisner Award nel 2022. È vero che inizialmente doveva essere un progetto molto più corto rispetto a quello che è poi diventato? Oppure era già proiettato verso una storia molto più ad ampio raggio?
Werther Dell’Edera: Quando mi hanno contattato dalla Boom! Studios, doveva essere una miniserie di sei numeri, strutturata in modo completamente diverso.
L’idea originale di James era fare sei storie autoconclusive, ognuna ambientata in un luogo diverso, con la protagonista, Erica, che appariva, risolveva la situazione e spariva.
Lei doveva essere uno di quei personaggi che viaggiano per gli Stati Uniti con uno zaino in spalla e vanno in giro a risolvere problemi; un po’ come Buffy o Jack Reacher.
Quando ho iniziato a studiare Erica, lei era già la protagonista, anzi: Erica era l’unico personaggio. Ma devo dire che è venuta fuori abbastanza facilmente e velocemente, quando poi è successa una cosa che ha cambiato tutto.
Siccome lei è una cacciatrice di mostri che va in giro per gli Stati Uniti cercando di mantenere un basso profilo, ho immaginato che volesse nascondere la sua identità quando caccia e, quindi, ho pensato di metterle una bandana.
Volevo darle qualcosa che avesse un senso anche un po’ supereroistico e che però fosse facile da portare e identificabile.

Pensando al personaggio, a quel qualcosa facile da portare, che alle brutte prendi e metti nello zaino, che non deve essere molto molto grossa, mi è venuta in mente una bandana e l’idea, da amante dei western, mi piaceva.
Mentre stavo disegnando una scena di combattimento in cui c’era Erica, ho pensato di aggiungere questi denti sulla bandana perché mi divertiva il pensiero di avere questa ragazza dal fisico molto asciutto che combatte contro dei mostri più grossi di lei facendo acrobazie pazzesche.
Ho pensato che fosse come se con questa maschera con disegnati sopra i denti da mostro, volesse spaventare a sua volta i mostri.
Quando ho mostrato a James gli studi del personaggio con la maschera e gli ho spiegato il concetto dietro, gli si è aperto un mondo e da lì il progetto è cresciuto in maniera esponenziale, già in fase di lavorazione. James è partito con la scrittura del primo numero e racconta che a metà della sceneggiatura del primo albo, aveva già capito che sei numeri non sarebbero bastati.
Così siamo passati a dieci numeri e poi da dieci a quindici, e al nono numero divenne una serie regolare.
PCN – Il tuo stile è molto cambiato rispetto agli inizi: lo definirei cinematografico, anche per le inquadrature e la gestione della “telecamera”. Ed è diventato anche proprio un marchio di fabbrica ormai di Something Is Killing the Children. È stato un adattamento alle sceneggiature di Tynion o un’evoluzione naturale?
Werther Dell’Edera: È stata una necessità mia. Quando Eric Harburn, l’editor di SIKTC, mi ha contattato, aveva visto il mio lavoro su Il Corvo: Memento Mori, la serie che avevo fatto con Roberto Recchioni per IDW e Edizioni BD e gli era piaciuto molto.

Ma il lavoro che avevo fatto sul Corvo era ancora legato al mio stile classico: tanti neri e molto pennello. Quando ho iniziato a lavorare sul personaggio di Erica avevo già in mente di cambiare il mio stile perché era una cosa che avevo necessità di fare, che volevo fare da un sacco di tempo e così è stato.
La cosa “divertente” è che Eric mi aveva contattato perché aveva visto un certo tipo di stile che gli piaceva e io al primo numero gli ho dato un cosa completamente diversa [ride n.d.r.]. Però ha funzionato.
La mia idea era quella di andare a togliere, il nero. Nel frattempo avevo iniziato ad avvicinarmi alla pittura e questa cosa ha spostato di molto la mia concezione di inchiostrazione.
Da quel momento in poi ho deciso la mia strada, lo stile si è spostato completamente in questa direzione nuova che continuo a portare avanti ancora oggi. Adesso ogni tanto ci ributto dentro un po’ di neri qua e là, però alla fine li uso in maniera del tutto “punk“, nel senso che non mi importa e non penso alla coerenza stilistica. Se mi piace, ci sta e lo
faccio.
PCN – Prima dell’intervista, stavi dicendo che questo stile lo hai riportato anche su Green Lantern: Dark, il progetto DC su cui stai lavorando ora.
Werther Dell’Edera: Sì, lì ho cercato di mixare ulteriormente le cose per divertirmi. Perché divertirsi è la cosa principale per un artista. Quando lavoro mi devo divertire, altrimenti faccio davvero fatica.

PCN – A proposito di divertimento, che sfida e stimolo è stato per te creare un universo narrativo come quello di Something Is Killing the Children, a livello grafico e visivo, rispetto a un progetto per una major?
Werther Dell’Edera: All’inizio è stato uno ‘stimolo’ di totale paura, perché non mi ritengo un bravo character designer. I miei design sono minimali: vado sempre dritto al punto, senza fronzoli. Non mi piace girarci intorno alle cose, quindi sono abbastanza diretto e questa cosa si rispecchia anche nel mio disegno.
Ogni volta vedo design di altri artisti che sono pazzeschi, bellissimi, ricchissimi e penso “mi piacerebbe fare questa roba“. Poi però si materializza l’immagine di me che devo mantenere coerentemente pagina dopo pagina il design e inizio a sudare freddo. Quindi ecco l’idea di dover creare un character, mi mette sempre molto in agitazione.
Anche perché, in realtà, il grosso del lavoro di strutturazione del personaggio riesco a farlo sulla pagina quando ho anche una sceneggiatura sulla quale basarmi.
Se noti, dallo studio iniziale, un personaggio si evolve, soprattutto se è un personaggio ricorrente, piano piano a livello grafico dentro la storia.
PCN – Infatti, la stessa Erica è molto diversa nei numeri più recenti rispetto ai primi.
Werther Dell’Edera: Sì, più ci lavoro e più diventa “mia”. È una cosa naturale.
PCN – Prima hai detto di avere uno stile diretto, fatto di figure dal design minimale. Una cosa che a me ha sempre impressionato, sono le copertine di Something Is Killing the Children. Sin dalla prima cover, la cosa che mi ha subito attirato è la tua capacità nello spiegare esattamente quello che accade nella storia con una sola immagine. Facciamo l’esempio della cover del n. 1: Erica voltata verso questo bosco con tutti questi occhi che la fissano. E’ un qualcosa che attira il lettore e colpisce subito. La realizzazione delle cover, è frutto di uno studio molto approfondito o ti viene naturale?
Werther Dell’Edera: No, c’è tanto lavoro, con l’editor in primo luogo. Ne parliamo tantissimo e, anzi, molte volte le idee vengono direttamente da lui con direzioni ben precise. Comunque è un lavoro in team, a volte seguo le sue idee, altre volte sviluppo le mie. C’è tantissimo lavoro sulle copertine, perché anche in quel caso, non sono una qualcosa che mi viene facile.
Non mi reputo propriamente un illustratore, non ho neanche un’impostazione da grafico e quindi le mie copertine sono sempre un ibrido strano. Sono sempre un po’ narrative, ogni tanto tentano di essere grafiche, però insomma… sono un po’ un ibrido, che a volte funzionano e a volte no.

La storica cover di SIKTC #1
PCN – A livello di scrittura, Tinion IV ti ha coinvolto, nella prosecuzione del progetto, in alcune scelte narrative oppure ti ha lasciato sempre solo il compito di gestire l’aspetto grafico?
Werther Dell’Edera: James è l’architetto assoluto della storia: sa sempre dove sta andando. Ogni tanto ci confrontiamo su alcuni dettagli di ambientazione o altro. Per esempio per il secondo arco narrativo nel presente di Erica, l’ambientazione l’ho scelta io.
Il primo si svolgeva in una cittadina del nord ovest. Mentre per il secondo ho chiesto il Texas, da bravo patito di Western. Quindi abbiamo chiacchierato un po’ di questa cosa e lui ha fatto tutto il secondo arco narrativo in questa cittadina immaginaria del sud degli Stati Uniti.
Oppure, ho chiesto a James di raccontare una storia sul perché Erica non usi le armi da fuoco.
PCN – Dalla serie madre si sono sviluppate diverse miniserie che vanno molto ad approfondire l’universo, anzi quello che è stato ribattezzato lo ‘Slaughterverse’. Sono previsti ulteriori spin-off che non parlino solo degli altri cacciatori delle varie ‘casate’ o vi concentrerete su quell’argomento per adesso?

Werther Dell’Edera: Sì, ci saranno altri spin-off perché sono utili, belli da fare nei vari formati, e ci aiutano ad ampliare ancora di più il mondo e il discorso sull’universo di Something Is Killing the Children, che sta diventando veramente complesso, ed è figo. Molto bello.
PCN – Tu hai la supervisione sulla parte artistica di questi volumi in alcuni casi?
Werther dell’Edera: Sì, sì, in linea di massima, sì. Io faccio sempre il character design di tutti i personaggi che appaiono in House of Slaughter o negli altri spin-off. Li ho creati io. In più lavoro sulle copertine.
Diciamo, non ho una supervisione artistica… ma scegliamo insieme con l’editor il disegnatore, che poi ha piena libertà espressiva.
PCN – E’ notizia di qualche mese fa, forse proprio al Comic-Con di San Diego, visto che siamo in tema, James Tynion IV ha dichiarato che la serie proseguirà almeno fino al numero 100, che è veramente un grande traguardo per un progetto creator-owned. Tanto di cappello a te e a lui per aver programmato questo tipo di obiettivo che raggiungerete. Avete già pianificato cosa accadrà fino ad allora e soprattutto in quel numero? Ci aspettiamo grandi cose. Insomma, dal numero 100… ci aspettiamo qualcosa di veramente importante!
Werther Dell’Edera: Guarda, parlando di traguardi, l’anno scorso abbiamo fatto cinque anni di lavorazione insieme su SIKTC. L’anno prossimo raggiungiamo il numero 50.
Ovviamente per quanto riguarda le storie non ti posso dire assolutamente niente, però sarà un numero importante, speciale, con una fogliazione extra. Sarà figo, sarà fighissimo.
PCN – E questo è quello che interessa: che sarà figo.
Werther Dell’Edera: Sì, decisamente. Inoltre entro l’anno prossimo ci saranno un’altra serie di annunci e di lavori nuovi riguardanti Something e sarà veramente emozionante da seguire [al NYCC 2025 è stato annunciato, per esempio, Swamp Thing/Something is Killing the Children n.d.r.].
Io non vedo l’ora, sono super eccitato. Sulla scorta di questo ti posso dire che evidentemente poi quando arriveremo al numero 100 saranno altri grandi festeggiamenti.
PCN -Visto che stai lavorando per DC su Green Lantern: Dark, c’è la possibilità di vederti su altri fumetti delle major? Se non puoi fare spoiler, non puoi fare anticipazioni, ci puoi dire anche solo un sì o un no.
Werther Dell’Edera: Sì.
PCN – Perfetto, ci basta questo! Werther, grazie enormemente per il tuo tempo, è stata una chiacchierata davvero interessante. Attendiamo con ansia il numero 50 di Something Is Killing the Children e quindi la continuazione di questa epopea, che non vediamo l’ora di capire come andrà a finire, ma che speriamo duri ancora parecchi anni.
Werther Dell’Edera: Grazie a voi, davvero!
Werther Dell’Edera: biografia

Dopo il diploma al liceo classico si trasferisce a Roma dove frequenta la Scuola Romana dei Fumetti. Esordì come disegnatore nel 2003 realizzando la miniserie Road’s End, edita dalla Magic Press, alla quale seguirono le collaborazioni con la Eura Editoriale alle serie regolari Detective Dante e John Doe. Inizia poi a collaborare anche con editori statunitensi per i quali realizza inizialmente la serie western Loveless scritta da Brian Azzarello e pubblicata dalla Vertigo; seguono, sempre della Vertigo, collaborazioni alle serie House of Mystery, Greek Street e quelle del personaggio di John Constantine; lavora anche con la Marvel Comics per la quale ha collaborato a varie serie oltre a realizzare graphic novel come Spider-Man: Family Business. In Italia avvia una collaborazione con la Sergio Bonelli Editore alle serie Orfani e Dylan Dog e alla collana Le storie. Su testi di Tiziano Sclavi realizza nel 2019 il romanzo a fumetti Le voci dell’acqua edito in Italia da Feltrinelli. Dal 2019 è co-creatore insieme a James Tynion IV della serie Something Is Killing the Children, per la casa editrice Boom! Studios, in Italia pubblicata da BD Edizioni, questa serie vince nel 2022 il premio Eisner come miglior storia a puntate.
Fumetti italiani
Salone del Libro di Torino 2026: Bao e il panel “Il fumetto è una macchina della verità”
Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, Bao Publishing ha incantato il pubblico nel panel “Il fumetto è una macchina della verità” grazie ai suoi autori protagonisti di un talk e di una vera e propria jam session artistica
Il Salone Internazionale del Libro di Torino da qualche anno vede sotto i riflettori anche il fumetto e, tra le grandi case editrici presenti, Bao Publishing è sempre mattatrice grazie ai suoi incredibili autori, ospiti ogni anno alla manifestazione.
Ma Bao è anche spesso protagonista di diversi panel molto interessanti che hanno un obiettivo chiaro: spiegare la nona arte e i fumetti che porta ai lettori attraverso le parole dei propri autori.
Tra questi appuntamenti, l’incontro di domenica 17 maggio intitolato “Il fumetto è una macchina della verità” si è trasformato in una lunga e divertita riflessione sul significato dell’onestà nel fumetto e nella narrazione.
Sul palco, insieme a Caterina Marietti e Michele Foschini, fondatori della casa editrice e moderatori per l’occasione, erano presenti diversi autori e autrici tra i più importanti dell’attuale panorama fumettistico italiano: Rita Petruccioli, Lorenzo Ceccotti (LRNZ ), Irene Marchesini, Carlotta Di Cataldo, Zerocalcare e Riccardo Atzeni.
L’atmosfera del confronto è stata sin dall’inizio ironica e spontanea, ma proprio attraverso il tono scherzoso è emersa una riflessione molto profonda sul rapporto tra autore, personaggi e verità emotiva.
Ah e non è tutto: il talk si è sviluppato mentre a turno gli artisti, come in una jam session, hanno disegnato diversi personaggi il cui risultato è stata una vera e propria opera d’arte collettiva.
Il fumetto è una macchina della verità: la parola agli artisti
Il punto di partenza del panel era l’idea che il fumetto riesca sempre a tradire, in senso positivo, l’autenticità o la falsità di chi racconta. Secondo i partecipanti, infatti, il lettore percepisce immediatamente quando un autore sta mettendo qualcosa di sincero nella propria opera. Non importa che il fumetto sia realistico, autobiografico o fantascientifico: quello che conta è la sincerità emotiva che attraversa le pagine.
La prima a intervenire è stata Rita Petruccioli, in libreria attualmente con la sua ultima fatica, Medea, e tra gli artisti protagonisti del film Generazione Fumetto di Omar Rashid, che ha spiegato come, quando realizza un fumetto da autrice completa, il primo pubblico sia sempre sé stessa.
«Quando scelgo di essere autrice unica di un fumetto, io disegno principalmente per me e poi soltanto in secondo luogo per il pubblico.» – Rita Petruccioli
Pur sapendo che i lettori leggeranno le sue storie, il suo obiettivo principale è raccontare qualcosa che senta autentico. Ha ammesso di provare spesso imbarazzo all’idea di esporsi, ma proprio quell’imbarazzo diventa la prova della sua sincerità: se non fosse onesta con sé stessa, non avrebbe senso creare un fumetto personale. Nei suoi libri, quindi, riversa inevitabilmente parti della propria sensibilità e della propria esperienza.
«Io voglio essere onesta con me stessa in quello che racconto, perché altrimenti non ha senso quello che sto facendo. Quindi si beccano tutta la mia onestà nei miei libri» – Rita Petruccioli
Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ l’autore di Geist Maschine, ha ampliato il discorso parlando del fumetto come di un’arte “convergente”, cioè composta da una quantità enorme di scelte: dal layout delle tavole alle inquadrature, dal design dei personaggi al lettering, fino al tono del mondo narrativo.
Secondo lui, proprio perché il fumetto richiede così tante decisioni creative, sarebbe impossibile realizzarlo senza coinvolgimento personale. Fare un fumetto senza sentire davvero proprie quelle scelte diventerebbe una tortura. Ceccotti ha anche sottolineato quanto sia importante costruire mondi narrativi pieni di desideri e volontà, non solo per i protagonisti ma anche per i personaggi che restano sullo sfondo. I mondi, secondo lui, devono sembrare vivi perché modellati dai sogni e dalle intenzioni di chi li abita.
Da questa riflessione è nata una domanda provocatoria rivolta a Zerocalcare: “Si possono fare fumetti quando si è felici?”. La questione riguardava il luogo comune secondo cui l’arte nascerebbe sempre dalla sofferenza.
Zerocalcare ha risposto con grande sincerità e ironia, dicendo di sperare che qualcuno riesca a fare fumetti anche da felice, altrimenti sarebbe un mestiere terribile.
«Se dovesse essere soltanto un’ attività per i depressi sofferenti sarebbe terribile e in generale non la consiglierei a nessuno al mondo.» – Zerocalcare
Tuttavia, ha ammesso che nel suo caso esiste una sorta di “sofferenza intermedia” che favorisce la creazione: se sta troppo bene non sente il bisogno di raccontare nulla, mentre se sta troppo male non ha la lucidità necessaria per trasformare il dolore in fumetto. Quando invece si trova in una zona emotiva più equilibrata, riesce a elaborare le proprie inquietudini e inserirle nelle storie. Ha anche sottolineato che non esiste un obbligo morale a esporsi completamente: ogni autore deve trovare il proprio equilibrio tra sincerità personale e necessità narrativa.
I personaggi delle opere a fumetti e la loro identità
Successivamente il discorso si è spostato sui personaggi e sulla loro identità. Irene Marchesini e Carlotta Di Cataldo, autrici di Rebis, hanno raccontato il modo in cui i personaggi, nel corso della scrittura, sembrano quasi prendere vita da soli. Irene ha spiegato che durante la realizzazione di una loro opera si è resa conto, dopo le prime pagine, che il protagonista aveva assunto una personalità diversa da quella inizialmente immaginata.
«E poi è successo a quella cosa che fa sembrare pazzi tutti gli scrittori e i fumettisti quando dicono che si sono cominciati a muovere per conto loro. Che ovviamente non è che prendono vita e si arrangiano però nella tua testa inconsciamente cominciano a ad assumere delle caratteristiche che poi hanno senso tra di loro e funzionano inconsciamente.» – Irene Marchesini
Di conseguenza, alcune scene già progettate non funzionavano più e sono state eliminate. Forzare il personaggio a compiere azioni incoerenti avrebbe spezzato la naturalezza del racconto. Secondo lei, il lettore percepisce immediatamente quando qualcosa è falso o costruito artificialmente, proprio come si riconosce una banconota falsa pur senza essere esperti.
Riccardo Atzeni ha poi raccontato la genesi del suo primo fumetto, Devo andare nello Spazio, una storia che affronta il rapporto padre-figlio all’interno di un contesto fantascientifico. All’inizio aveva paura di inserire elementi troppo autobiografici e aveva riempito il racconto di dettagli nonsense, personaggi assurdi e situazioni caotiche quasi per nascondersi dietro la fantasia. A un certo punto, però, si è accorto che il messaggio emotivo si stava perdendo. Ha quindi iniziato a eliminare il superfluo, mantenendo però l’ambientazione fantascientifica come filtro narrativo. Per Atzeni, infatti, la fantascienza permette di deformare la realtà per restituirla in modo ancora più autentico. Il suo obiettivo non era raccontare sé stesso in maniera diretta, ma creare una storia in cui il lettore potesse riconoscere le proprie questioni irrisolte.
Un’altra domanda centrale del panel riguardava la possibilità di lavorare su storie o temi che non interessano davvero gli autori. Le risposte hanno mostrato approcci differenti ma complementari. Riccardo Atzeni ha spiegato che, impiegando anni per realizzare un fumetto ad acquerello, gli sarebbe quasi impossibile dedicarsi a lungo a una storia che non lo coinvolga. Lorenzo Ceccotti ha invece detto che ciò che conta davvero non è tanto il tema, ma il modo in cui può essere rappresentato visivamente. Anche una storia banale può diventare stimolante se offre possibilità interessanti dal punto di vista grafico.
Diversi autori hanno però ammesso di avere alcuni limiti personali: Rita Petruccioli, per esempio, ha detto che non farebbe mai un libro di autoaiuto; altri hanno scherzato sul loro odio per le automobili, i cavalli o certi temi contemporanei.
Il panel si è trasformato così in una riflessione sul rapporto tra passione personale e mestiere. Tutti hanno concordato sul fatto che il fumetto richieda un investimento di tempo ed energie tale da rendere difficile lavorare su qualcosa di totalmente estraneo alla propria sensibilità. Anche quando si lavora su commissione, è necessario trovare almeno un elemento capace di stimolare interesse e partecipazione.
Zerocalcare ha parlato del rapporto tra solitudine e pubblico. Ha spiegato che il fumetto è un lavoro profondamente solitario, fatto di lunghi periodi passati da soli a disegnare. Gli incontri dal vivo con i lettori rappresentano quindi un momento importante perché danno senso al lavoro svolto. Diverso è invece il rapporto con i social network, che l’autore ha definito stancante e opprimente persino quando i commenti sono positivi.
Irene Marchesini ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere il suo lavoro tradotto e apprezzato anche all’estero. La scoperta che persone con culture completamente diverse riuscissero a riconoscersi nelle stesse emozioni le ha fatto capire quanto certi sentimenti siano universali. È stata per lei una conferma del fatto che le storie sincere riescono davvero a superare confini geografici e culturali.
Tirando le somme…
La parte finale del panel si è trasformata in una performance collettiva. Riccardo Atzeni ha iniziato a colorare il disegno dal vivo realizzato da tutti gli artisti presenti in una divertente corsa contro il tempo, tra i commenti esilaranti dei colleghi. Il risultato è la dimostrazione pratica di ciò di cui si era discusso per tutto il tempo: il fumetto come processo umano, collettivo, imprevedibile e profondamente legato alla personalità di chi crea.
Nel complesso, il panel restituisce l’immagine di un gruppo di autori molto diversi tra loro ma accomunati da alcune convinzioni profonde: il fumetto nasce dalla curiosità verso il mondo, dalla sincerità emotiva e dal desiderio di raccontare qualcosa che abbia un significato personale. Anche quando si scherza su cavalli, automobili o alberi difficili da disegnare, emerge continuamente il legame tra tecnica e sensibilità umana. Disegnare non significa soltanto saper riprodurre immagini, ma osservare la realtà, filtrarla attraverso la propria esperienza e trasformarla in racconto condiviso.
Una visione decisamente romantica e molto sensibile del fumetto che ha incantato il Salone Internazionale del Libro di Torino e che rispecchia in maniera assoluta lo spirito di Bao Publishing e i suoi autori, poeti visivi e spiriti sognatori della nona arte.
Fumetti italiani
Sergio Bonelli porta KEN PARKER. SCIOPERO in anteprima alla Milano Comics Week
Sergio Bonelli Editore presenta Ken Parker. Sciopero, nuovo volume della collana libraria dedicata all’opera di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo in arrivo in anteprima alla Milano Comics Week
SERGIO BONELLI EDITORE
presenta
KEN PARKER.
SCIOPERO
In anteprima alla Milano Comics Week – Una città tutta a fumetti
e dal 29 maggio in libreria e fumetteria
il nuovo volume della collana libraria dedicata a Ken Parker,
il celebre personaggio creato da Berardi e visualizzato da Milazzo.
Due veri e propri capolavori della saga di Lungo Fucile tornano dal 29 maggio in una nuova veste, presentata in anteprima sabato 23 maggio alla Milano Comics Week – Una città tutta a fumetti (21 al 24 maggio), il festival delle librerie Feltrinelli con la direzione artistica di Tito Faraci. In KEN PARKER. SCIOPERO, il celebre personaggio nato dalla penna di Giancarlo Berardi e illustrato da Ivo Milazzo è protagonista di una commovente storia di soprusi e tentativi di rivalsa.
Ken Parker, in viaggio verso Boston per incontrare il figlio adottivo dopo anni di assenza, sale clandestinamente su un treno. Durante il viaggio uno dei passeggeri scompare improvvisamente e Ken, coinvolto nell’inchiesta, si trova ad attraversare un mistero di cui sarà difficile svelare le sordide verità. Ci sono poi il rumore assordante della fabbrica, la fatica che consuma ore e corpi, la speranza appena sussurrata tra operai stremati, ma ormai pronti a sfidare l’ingiustizia e la prepotenza di una società che li vuole schiacciati, sfruttati, costretti al silenzio da un vile ricatto economico.
Il volume, che contiene gli episodi “Boston” e “Sciopero”, è arricchito dall’introduzione “Un fragile domani” di Graziano Frediani.
KEN PARKER. SCIOPERO
Soggetto e sceneggiatura: Giancarlo Berardi
Disegni e Copertina: Ivo Milazzo
Formato: 22 x29,7 cm, b/n
Tipologia: Cartonato
Pagine: 208
ISBN code: 979-12-5629-224-0
Prezzo: 25 euro
Online e sui social:
https://www.sergiobonelli.it/prodotto/ken-parker-sciopero/ https://www.facebook.com/SergioBonelliEditoreUfficiale/
https://www.instagram.com/sergiobonellieditoreufficiale/
*Ringraziamo l’Ufficio Stampa Sergio Bonelli Editore per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori
Eventi
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