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La storia della Manga Meat e di come è arrivata sulle nostre tavole – Seconda Parte

Seconda e ultima parte della storia della Manga Meat, il pezzo di carne contraddistinto da due ossa ai lati, che potete trovare in molti anime e manga

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Nella prima parte abbiamo tratteggiato gli inizi del percorso che porterà un segno grafico a diventare un simbolo della cultura pop. In questa seconda parte vedremo come siamo arrivati a desiderare e poi (per alcuni fortunati) ad addentare letteralmente questo succulento pezzo di carne arrosto.

Da Tezuka a Luffy: nascita, diffusione e consacrazione di un’icona

1950: il momento in cui la forma si compie

Per secoli il grande pezzo di carne con osso era rimasto un archetipo del banchetto, poi era diventato un espediente comico nei cartoon americani, e infine era entrato nel linguaggio del manga attraverso l’influenza occidentale.
Ma è soltanto nel 1950 che quella figura prende corpo in modo pienamente riconoscibile.

Il passaggio decisivo arriva, infatti, con Osamu Tezuka e con il primo capitolo di Kimba – Il leone bianco, nel novembre del 1950.

Qui compare, per la prima volta in forma ormai compiuta, il pezzo di carne che oggi riconosciamo immediatamente come manga meat: una massa cilindrica, compatta, con due ossa che sporgono lateralmente e che permettono di afferrarla e addentarla con le mani.

È un momento chiave non solo perché cristallizza la forma nell’immaginario collettivo, ma perché ne chiarisce anche la funzione.

Questa icona non trasmette l’idea di un banchetto elegante o di una preparazione raffinata, ma il suo contrario. È piuttosto cibo da afferrare, mordere e divorare, in un atto primordiale che ben si sposa con le atmosfere del regno della Savana, dove predatore e preda condividono lo stesso ambiente.

Con questa immagine, la carne smette definitivamente di appartenere solo all’immaginario gastronomico o cartoonistico e diventa un vero segno narrativo giapponese.

Non una ricetta, ma un’icona

Uno degli aspetti più interessanti della manga meat è che, a differenza di tanti piatti che compaiono negli anime e nei manga, non corrisponde davvero a una ricetta precisa.

Non si tratta, come accadrà dai primi ‘anni 70 in avanti, di ramen, kare raisu (riso al curry giapponese), sukiyaki o di uno dei tantissimi piatti regionali e non è un taglio di carne specifico.

Non ha nemmeno un vero e proprio nome, i giapponesi la chiameranno anoniku (あの肉, lett. “quella” carne), un nome generico per indicare qualcosa che nella realtà non esiste (o sarebbe meglio dire, non esisteva, come vedremo dopo). Si tratta di qualcosa di nuovo, di un oggetto visivo assoluto. Proprio per questo la sua forza è enorme.

La manga meat non deve spiegare nulla. Non ha bisogno di contesto culturale per essere capita. La sua forma racchiude una sintesi grafica quasi perfetta del concetto stesso di appetito. È grande, succosa, desiderabile ed è il premio perfetto dopo la fame, la lotta o il viaggio.

Perché funziona così bene nei manga e negli anime

La ragione per cui questa immagine ha avuto una fortuna così lunga è semplice:
la manga meat concentra in un solo oggetto una quantità straordinaria di significati e ne possiamo isolare almeno cinque:

  1. cibo dell’abbondanza, perché è enorme e sproporzionata;
  2. cibo della forza, perché è carne e richiama energia, muscoli, vitalità;
  3. cibo dell’azione, perché si mangia con le mani;
  4. cibo dell’infanzia, perché è esagerata, quasi “giocattolosa”;
  5. cibo della comicità, perché è più vicina al simbolo che al reale.

In questo senso, la manga meat è uno dei più perfetti esempi di come il cibo disegnato funzioni in anime e manga: non come semplice riproduzione della realtà, ma come acceleratore di emozione e desiderio.

Dalla tavola alla leggenda visiva

Una volta fissata la sua forma, la manga meat comincia a vivere di vita propria.

Da quel momento in poi, la sua presenza non dipende più da un’opera sola, ma da una logica visiva che si diffonde con estrema naturalezza nell’immaginario popolare.
Personaggi impulsivi, eroi affamati, guerrieri, avventurieri, bambini selvatici, creature sempre in bilico tra fame e vitalità, saranno solo alcuni degli archetipi narrativi che vedremo alle prese con questo enorme pezzo di carne.

Sanpei Shirato la rappresenterà in Sasuke il Piccolo Ninja (1968), la vedremo in Giatrus, il Primo uomo (1975), nelle opere dello Studio Ghibli, come in Conan il Ragazzo del Futuro (1978), Laputa Castello nel Cielo (1984), sarà una costante nel corso delle avventure di Goku e dei suoi amici e la vedremo addentata da tutti quei personaggi il cui appetito sarà grande quanto le loro gesta. In sostanza, la manga meat si adatta perfettamente al linguaggio di anime e manga d’azione, fantasy, avventura e commedia.

E, dal momento che ha tutte le carte in regola per rappresentare un cibo fantastico, lontano dal realismo quotidiano e rappresenta l’eccesso e il piacere senza mediazioni, non poteva che simboleggiare la natura stessa di uno dei personaggi più spontanei della produzione anime degli ultimi decenni, compiendo così il grande salto successivo.

Ma, prima di arrivarci, vediamo velocemente come la manga meat giunge presso il pubblico italiano.

Il dettaglio italiano: quando la manga meat entra nella memoria televisiva

Per il pubblico italiano, la manga meat non arriva subito con i grandi shōnen contemporanei.

Un passaggio curioso e prezioso riguarda infatti Vicky il Vichingo, il primo anime seriale trasmesso in Italia in cui compare questo tipo di carne. La presenza, in particolare, è legata a un episodio centrato proprio sulla gola, la carne e un sovrano ghiottone.

È un dettaglio interessante perché mostra che la manga meat, prima ancora di essere riconosciuta come tale, aveva già iniziato a sedimentarsi nell’immaginario televisivo europeo.

Come accade spesso alle icone, esisteva già prima di essere riconosciuta universalmente come tale.

Piccola curiosità: Oda stesso svelò al pubblico che questa serie fu una delle principali ispirazioni per la creazione di One Piece.

One Piece: quando la manga meat diventa mito

Se Tezuka le dà una forma, è One Piece a trasformarla in leggenda.

Con Eiichirō Oda, la manga meat fa un salto, diventa un elemento ricorrente, citato e desiderato in continuazione da Luffy e, da immagine ricorrente, si trasforma in un vero simbolo culturale globale.

Nel mondo di One Piece, il cibo non è mai un elemento marginale. È parte del ritmo della narrazione, del carattere dei personaggi, del piacere del viaggio, della ricompensa dopo lo scontro, del senso stesso di libertà che attraversa tutta la serie.

E in questo universo, nessun personaggio incarna la fame meglio di Monkey D. Luffy.

Luffy e “quella carne”

Anche se il suo piatto preferito, in senso stretto, non coincide necessariamente con la manga meat, nell’immaginario collettivo Luffy è diventato inseparabile da quella scena: lui che ride, spalanca la bocca e si avventa su un gigantesco pezzo di carne.

Come già anticipato, in giapponese questa carne viene spesso chiamata ano niku, cioè “quella carne”. Un nome straordinariamente semplice, quasi infantile, e proprio per questo perfetto, perché non c’è bisogno di definirla meglio.

Non è un arrosto, non è un cosciotto di…, non è un taglio preciso, è semplicemente la carne, “quella” carne. Oggetto di desiderio, sognato, assoluto. E in questa genericità vi è tutta la sua forza.

Luffy non ha con il cibo un rapporto estetico o sofisticato, mangia come vive: con slancio, con fame, con gioia, con assoluta assenza di misura.

La manga meat è quindi il suo cibo ideale non perché sia il più realistico, ma perché è quello che meglio traduce la sua energia narrativa.

Luffy e Sanji: la passione e la cucina

C’è poi un altro motivo per cui la manga meat funziona così bene in One Piece: esiste dentro un mondo in cui il cibo non serve solo a placare la fame, ma rappresenta anche l’abilità che si fa sovrumana, la cura per i compagni d’avventura e la tecnica più sopraffina.

Accanto a Luffy c’è infatti Sanji, il cuoco della ciurma, che rappresenta il lato opposto e complementare della stessa immagine.

Se Luffy è il desiderio puro, Sanji è la trasformazione di quel desiderio in cucina.

È una dinamica bellissima, perché mostra come la manga meat non sia soltanto il simbolo dell’appetito animalesco, ma anche il punto in cui la fame incontra la preparazione, l’istinto incontra la tecnica, il gesto del divorare incontra quello del nutrire.

Per questo, in One Piece, il cibo non è mai davvero un semplice oggetto di scena, ma un simbolo del mondo dei mugiwara.

Dal disegno alla realtà

A questo punto arriva forse il paradosso più affascinante di tutti: la manga meat, proprio perché non nasce come ricetta reale, ha spinto tantissime persone a cercare di farla esistere davvero.

Negli anni, fan, cuochi, locali a tema e appassionati hanno tentato di ricrearla in mille modi. La maggior parte delle versioni moderne è costruita come una reinterpretazione, spesso più vicina a un polpettone scenografico che a un vero taglio unico di carne. Anche nel contesto del museo-ristorante di One Piece a Tokyo (oggi purtroppo chiuso) la sua resa è stata proposta in forma adattata.

Questo dettaglio racconta molto bene il suo statuto culturale. Se infatti, normalmente il fumetto prende in prestito dalla realtà, in questo caso avviene il contrario ed è la realtà a rincorrere un simbolo nato dall’animazione e consolidato dal fumetto. Non riusciremmo a descrivere meglio il grado del suo successo.

Perché continua a funzionare

La ragione per cui la manga meat continua a essere così amata è che rappresenta qualcosa che il cibo reale, spesso, tende a perdere: la purezza del desiderio. Un desiderio che posso testimoniare essere reale.

Da quando ho iniziato a offrire al pubblico i piatti degli anime, ancora prima che divenisse un trend da social, ho servito una versione reale di manga meat innumerevoli volte, vedendo negli occhi degli appassionati di anime, la stessa luce che si può vedere in quelli di Luffy quando si accinge ad addentare quel succoso ed enorme pezzo di carne.

Perché, se la manga meat non è il cibo della tecnica esasperata, è e resterà per sempre il simbolo della fame autentica, della gioia semplice e della ricompensa immediata.
Forse anche di quel piacere infantile e assoluto di mordere qualcosa di enorme, nutriente e buonissimo.

Ed è proprio per questo che non smette di parlare a chi guarda anime e manga:
perché in quella forma assurda, impossibile e irresistibile continua a sopravvivere una fantasia molto antica.

La fantasia di un mondo in cui, dopo il viaggio, dopo la lotta, dopo la fame, esiste ancora un grande pezzo di carne da dividere — o da divorare da soli, senza il minimo rimorso.

Conclusione

La manga meat non si riduce ad essere semplicemente un cibo disegnato, ma è forse una delle più riuscite invenzioni visive della cultura pop.

Affonda le sue radici nel banchetto antico, prende forma nei cartoon americani, si codifica nel manga giapponese e trova in One Piece la sua consacrazione definitiva.

Rappresenta un percorso che da forma diventa mito.

Credo che sia proprio questa la sua vera forza: non rappresentare un piatto reale, ma qualcosa di molto più universale.

La fame dell’avventura.

Un saluto da chef Ojisan. Visita ilramen.it per vivere dal vivo le delizie del manga e anime food!

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