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La storia della Manga Meat e di come è arrivata sulle nostre tavole – Seconda Parte

Seconda e ultima parte della storia della Manga Meat, il pezzo di carne contraddistinto da due ossa ai lati, che potete trovare in molti anime e manga

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Nella prima parte abbiamo tratteggiato gli inizi del percorso che porterà un segno grafico a diventare un simbolo della cultura pop. In questa seconda parte vedremo come siamo arrivati a desiderare e poi (per alcuni fortunati) ad addentare letteralmente questo succulento pezzo di carne arrosto.

Da Tezuka a Luffy: nascita, diffusione e consacrazione di un’icona

1950: il momento in cui la forma si compie

Per secoli il grande pezzo di carne con osso era rimasto un archetipo del banchetto, poi era diventato un espediente comico nei cartoon americani, e infine era entrato nel linguaggio del manga attraverso l’influenza occidentale.
Ma è soltanto nel 1950 che quella figura prende corpo in modo pienamente riconoscibile.

Il passaggio decisivo arriva, infatti, con Osamu Tezuka e con il primo capitolo di Kimba – Il leone bianco, nel novembre del 1950.

Qui compare, per la prima volta in forma ormai compiuta, il pezzo di carne che oggi riconosciamo immediatamente come manga meat: una massa cilindrica, compatta, con due ossa che sporgono lateralmente e che permettono di afferrarla e addentarla con le mani.

È un momento chiave non solo perché cristallizza la forma nell’immaginario collettivo, ma perché ne chiarisce anche la funzione.

Questa icona non trasmette l’idea di un banchetto elegante o di una preparazione raffinata, ma il suo contrario. È piuttosto cibo da afferrare, mordere e divorare, in un atto primordiale che ben si sposa con le atmosfere del regno della Savana, dove predatore e preda condividono lo stesso ambiente.

Con questa immagine, la carne smette definitivamente di appartenere solo all’immaginario gastronomico o cartoonistico e diventa un vero segno narrativo giapponese.

Non una ricetta, ma un’icona

Uno degli aspetti più interessanti della manga meat è che, a differenza di tanti piatti che compaiono negli anime e nei manga, non corrisponde davvero a una ricetta precisa.

Non si tratta, come accadrà dai primi ‘anni 70 in avanti, di ramen, kare raisu (riso al curry giapponese), sukiyaki o di uno dei tantissimi piatti regionali e non è un taglio di carne specifico.

Non ha nemmeno un vero e proprio nome, i giapponesi la chiameranno anoniku (あの肉, lett. “quella” carne), un nome generico per indicare qualcosa che nella realtà non esiste (o sarebbe meglio dire, non esisteva, come vedremo dopo). Si tratta di qualcosa di nuovo, di un oggetto visivo assoluto. Proprio per questo la sua forza è enorme.

La manga meat non deve spiegare nulla. Non ha bisogno di contesto culturale per essere capita. La sua forma racchiude una sintesi grafica quasi perfetta del concetto stesso di appetito. È grande, succosa, desiderabile ed è il premio perfetto dopo la fame, la lotta o il viaggio.

Perché funziona così bene nei manga e negli anime

La ragione per cui questa immagine ha avuto una fortuna così lunga è semplice:
la manga meat concentra in un solo oggetto una quantità straordinaria di significati e ne possiamo isolare almeno cinque:

  1. cibo dell’abbondanza, perché è enorme e sproporzionata;
  2. cibo della forza, perché è carne e richiama energia, muscoli, vitalità;
  3. cibo dell’azione, perché si mangia con le mani;
  4. cibo dell’infanzia, perché è esagerata, quasi “giocattolosa”;
  5. cibo della comicità, perché è più vicina al simbolo che al reale.

In questo senso, la manga meat è uno dei più perfetti esempi di come il cibo disegnato funzioni in anime e manga: non come semplice riproduzione della realtà, ma come acceleratore di emozione e desiderio.

Dalla tavola alla leggenda visiva

Una volta fissata la sua forma, la manga meat comincia a vivere di vita propria.

Da quel momento in poi, la sua presenza non dipende più da un’opera sola, ma da una logica visiva che si diffonde con estrema naturalezza nell’immaginario popolare.
Personaggi impulsivi, eroi affamati, guerrieri, avventurieri, bambini selvatici, creature sempre in bilico tra fame e vitalità, saranno solo alcuni degli archetipi narrativi che vedremo alle prese con questo enorme pezzo di carne.

Sanpei Shirato la rappresenterà in Sasuke il Piccolo Ninja (1968), la vedremo in Giatrus, il Primo uomo (1975), nelle opere dello Studio Ghibli, come in Conan il Ragazzo del Futuro (1978), Laputa Castello nel Cielo (1984), sarà una costante nel corso delle avventure di Goku e dei suoi amici e la vedremo addentata da tutti quei personaggi il cui appetito sarà grande quanto le loro gesta. In sostanza, la manga meat si adatta perfettamente al linguaggio di anime e manga d’azione, fantasy, avventura e commedia.

E, dal momento che ha tutte le carte in regola per rappresentare un cibo fantastico, lontano dal realismo quotidiano e rappresenta l’eccesso e il piacere senza mediazioni, non poteva che simboleggiare la natura stessa di uno dei personaggi più spontanei della produzione anime degli ultimi decenni, compiendo così il grande salto successivo.

Ma, prima di arrivarci, vediamo velocemente come la manga meat giunge presso il pubblico italiano.

Il dettaglio italiano: quando la manga meat entra nella memoria televisiva

Per il pubblico italiano, la manga meat non arriva subito con i grandi shōnen contemporanei.

Un passaggio curioso e prezioso riguarda infatti Vicky il Vichingo, il primo anime seriale trasmesso in Italia in cui compare questo tipo di carne. La presenza, in particolare, è legata a un episodio centrato proprio sulla gola, la carne e un sovrano ghiottone.

È un dettaglio interessante perché mostra che la manga meat, prima ancora di essere riconosciuta come tale, aveva già iniziato a sedimentarsi nell’immaginario televisivo europeo.

Come accade spesso alle icone, esisteva già prima di essere riconosciuta universalmente come tale.

Piccola curiosità: Oda stesso svelò al pubblico che questa serie fu una delle principali ispirazioni per la creazione di One Piece.

One Piece: quando la manga meat diventa mito

Se Tezuka le dà una forma, è One Piece a trasformarla in leggenda.

Con Eiichirō Oda, la manga meat fa un salto, diventa un elemento ricorrente, citato e desiderato in continuazione da Luffy e, da immagine ricorrente, si trasforma in un vero simbolo culturale globale.

Nel mondo di One Piece, il cibo non è mai un elemento marginale. È parte del ritmo della narrazione, del carattere dei personaggi, del piacere del viaggio, della ricompensa dopo lo scontro, del senso stesso di libertà che attraversa tutta la serie.

E in questo universo, nessun personaggio incarna la fame meglio di Monkey D. Luffy.

Luffy e “quella carne”

Anche se il suo piatto preferito, in senso stretto, non coincide necessariamente con la manga meat, nell’immaginario collettivo Luffy è diventato inseparabile da quella scena: lui che ride, spalanca la bocca e si avventa su un gigantesco pezzo di carne.

Come già anticipato, in giapponese questa carne viene spesso chiamata ano niku, cioè “quella carne”. Un nome straordinariamente semplice, quasi infantile, e proprio per questo perfetto, perché non c’è bisogno di definirla meglio.

Non è un arrosto, non è un cosciotto di…, non è un taglio preciso, è semplicemente la carne, “quella” carne. Oggetto di desiderio, sognato, assoluto. E in questa genericità vi è tutta la sua forza.

Luffy non ha con il cibo un rapporto estetico o sofisticato, mangia come vive: con slancio, con fame, con gioia, con assoluta assenza di misura.

La manga meat è quindi il suo cibo ideale non perché sia il più realistico, ma perché è quello che meglio traduce la sua energia narrativa.

Luffy e Sanji: la passione e la cucina

C’è poi un altro motivo per cui la manga meat funziona così bene in One Piece: esiste dentro un mondo in cui il cibo non serve solo a placare la fame, ma rappresenta anche l’abilità che si fa sovrumana, la cura per i compagni d’avventura e la tecnica più sopraffina.

Accanto a Luffy c’è infatti Sanji, il cuoco della ciurma, che rappresenta il lato opposto e complementare della stessa immagine.

Se Luffy è il desiderio puro, Sanji è la trasformazione di quel desiderio in cucina.

È una dinamica bellissima, perché mostra come la manga meat non sia soltanto il simbolo dell’appetito animalesco, ma anche il punto in cui la fame incontra la preparazione, l’istinto incontra la tecnica, il gesto del divorare incontra quello del nutrire.

Per questo, in One Piece, il cibo non è mai davvero un semplice oggetto di scena, ma un simbolo del mondo dei mugiwara.

Dal disegno alla realtà

A questo punto arriva forse il paradosso più affascinante di tutti: la manga meat, proprio perché non nasce come ricetta reale, ha spinto tantissime persone a cercare di farla esistere davvero.

Negli anni, fan, cuochi, locali a tema e appassionati hanno tentato di ricrearla in mille modi. La maggior parte delle versioni moderne è costruita come una reinterpretazione, spesso più vicina a un polpettone scenografico che a un vero taglio unico di carne. Anche nel contesto del museo-ristorante di One Piece a Tokyo (oggi purtroppo chiuso) la sua resa è stata proposta in forma adattata.

Questo dettaglio racconta molto bene il suo statuto culturale. Se infatti, normalmente il fumetto prende in prestito dalla realtà, in questo caso avviene il contrario ed è la realtà a rincorrere un simbolo nato dall’animazione e consolidato dal fumetto. Non riusciremmo a descrivere meglio il grado del suo successo.

Perché continua a funzionare

La ragione per cui la manga meat continua a essere così amata è che rappresenta qualcosa che il cibo reale, spesso, tende a perdere: la purezza del desiderio. Un desiderio che posso testimoniare essere reale.

Da quando ho iniziato a offrire al pubblico i piatti degli anime, ancora prima che divenisse un trend da social, ho servito una versione reale di manga meat innumerevoli volte, vedendo negli occhi degli appassionati di anime, la stessa luce che si può vedere in quelli di Luffy quando si accinge ad addentare quel succoso ed enorme pezzo di carne.

Perché, se la manga meat non è il cibo della tecnica esasperata, è e resterà per sempre il simbolo della fame autentica, della gioia semplice e della ricompensa immediata.
Forse anche di quel piacere infantile e assoluto di mordere qualcosa di enorme, nutriente e buonissimo.

Ed è proprio per questo che non smette di parlare a chi guarda anime e manga:
perché in quella forma assurda, impossibile e irresistibile continua a sopravvivere una fantasia molto antica.

La fantasia di un mondo in cui, dopo il viaggio, dopo la lotta, dopo la fame, esiste ancora un grande pezzo di carne da dividere — o da divorare da soli, senza il minimo rimorso.

Conclusione

La manga meat non si riduce ad essere semplicemente un cibo disegnato, ma è forse una delle più riuscite invenzioni visive della cultura pop.

Affonda le sue radici nel banchetto antico, prende forma nei cartoon americani, si codifica nel manga giapponese e trova in One Piece la sua consacrazione definitiva.

Rappresenta un percorso che da forma diventa mito.

Credo che sia proprio questa la sua vera forza: non rappresentare un piatto reale, ma qualcosa di molto più universale.

La fame dell’avventura.

Un saluto da chef Ojisan. Visita ilramen.it per vivere dal vivo le delizie del manga e anime food!

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Animazione

Hajime no Ippo: Cosa significa, davvero, essere forti?

La mia riflessione sui primi episodi di Hajime no Ippo, controparte animata dell’omonimo manga dedicato al pugilato creato da George Morikawa

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Ippo Makunouchi

Si dice che la dedizione e la costanza battono il talento. Che non importa quanto tu sia portato per qualcosa. Se sei disposto a lavorare più duramente degli altri, a rialzarti quando cadi e a continuare quando ogni fibra del tuo corpo ti chiede di fermarti, prima o poi riuscirai a colmare qualsiasi distanza. È una di quelle frasi che abbiamo sentito ripetere così tante volte da essere diventata quasi un luogo comune.

Eppure, guardando l’adattamento anime di Hajime no Ippo, ho iniziato a chiedermi quanto ci sia di vero.

Conosciuto anche con il titolo di Fighting Spirit, l’opera nasce nel 1989 sulle pagine del Weekly Shōnen Magazine, per poi essere adattata in una serie televisiva nei primi anni Duemila. Nonostante il manga del maestro George Morikawa goda di una certa popolarità, al momento non esiste un’edizione italiana dei circa 145 tankōbon pubblicati fino a gennaio 2026.

Nonostante questo vuoto nel panorama manga italiano, l’anime è disponibile su Netflix e conta ben tre stagioni per un totale di 127 episodi.

Come dice il proverbio, le cose belle accadono quando meno te le aspetti, e non posso che confermarlo. Ho iniziato a guardare Hajime no Ippo quasi per caso e mi sento davvero fortunato ad aver scoperto quello che considero uno degli spokon più entusiasmanti di sempre.

Una storia di riscatto sociale

Hajime no Ippo segue il percorso di crescita di Ippo Makunouchi, un timido studente delle superiori, vittima di bullismo e insicuro. L’incontro con la boxe cambia radicalmente la sua vita, permettendogli di scoprire una forza che non sapeva di possedere e una passione per il pugilato destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più grande.

Da ragazzo insicuro e introverso, Ippo intraprende così un lungo percorso fatto di allenamenti, sacrifici, sconfitte e vittorie, fino a trasformarsi in un temibile pugile. Ma il vero viaggio di Ippo non consiste soltanto nel diventare più forte sul ring, ma anche nella ricerca continua della risposta a una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che banale: cosa significa, davvero, essere forti?

Ippo Makunouchi

Ippo Makunouchi

Lo sviluppo dei personaggi è al centro della narrazione

Nonostante sia un anime incentrato sul pugilato e ricco di combattimenti al cardiopalma, il vero cuore pulsante della serie è il character development. Ogni personaggio porta con sé un passato importante che, in un modo o nell’altro, finisce per influire sulla crescita di Ippo.

Questo vale tanto per chi fa il tifo per lui quanto per i suoi avversari. Basti pensare al rapporto di amicizia e rivalità che nasce con Miyata, al rispetto reciproco con il temibile russo Volg Zangief o al legame con il suo allenatore Genji Kamogawa, che Ippo vede come una figura paterna e del quale si fida ciecamente.

Al momento della scrittura di questo speciale ho guardato i primi 59 dei 127 episodi che compongono la serie e mi sono sinceramente affezionato ad alcuni dei personaggi che circondano Ippo.

Primo tra tutti Mamoru Takamura, campione dei pesi medi e mentore di Ippo sin dai suoi primi passi sul ring. Anche se può sembrare una persona superficiale e spesso sopra le righe, i suoi consigli e il suo supporto sono fondamentali per la crescita di Ippo, che lo stima profondamente. Takamura regala inoltre alcuni dei momenti più esilaranti della serie, soprattutto a causa della sua incontenibile passione… per le donne.

Secondo solo a Takamura per importanza e peso nella storia di Ippo c’è il coach Genji Kamogawa. Il rapporto tra i due è paragonabile a quello tra padre e figlio. Ippo, da quello che sappiamo fino all’episodio 59, è cresciuto senza il padre e vede in Kamogawa una figura paterna di cui si fida ciecamente, oltre che un allenatore esperto e intelligente. Il loro rapporto di fiducia sembra però incrinarsi irreparabilmente quando il coach Kamogawa sottopone Ippo a un allenamento estenuante, portandolo quasi al burnout. Per la prima volta vediamo Ippo dubitare delle capacità del suo allenatore e chiedersi se i suoi metodi siano davvero quelli giusti. Sarà uno scontro memorabile contro “White Fang” Volg a costringerlo a ricredersi.

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura

Ultimo, ma non certo per importanza, c’è Ichiro Miyata, l’eterno rivale di Ippo. Dotato di un’elasticità impressionante, Miyata è il primo avversario di Ippo, anche se non in veste ufficiale. Il loro primo sparring, che avviene nei primissimi episodi, mette in evidenza l’enorme divario tecnico tra i due e non fa che alimentare in Ippo il desiderio di migliorare. I due prendono strade diverse quando Miyata parte per la Thailandia, dopo essere stato sconfitto da Ryo Mashiba in un incontro del Eastern Japan Rookie King Tournament, competizione alla quale Ippo partecipa per la prima volta come pugile professionista. Sono sicuro che prima o poi i due si scontreranno di nuovo e, quando accadrà, sarà un incontro carico di emozioni.

È grazie a personaggi come questi tre, e ad altri che non ho menzionato, che assistiamo alla graduale ma profonda trasformazione di Ippo, che passa dall’essere un timido ragazzo vittima di bullismo a diventare un temibile combattente, spinto da un’enorme forza di volontà e dal desiderio di non deludere quelli che credono in lui.

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo

Hajime no Ippo non è una serie perfetta

Nonostante i feroci combattimenti, i momenti carichi di tensione e una rappresentazione abbastanza fedele del nobile sport del pugilato, Hajime no Ippo non è una serie esente da difetti.

Dopo aver guardato una cinquantina di episodi mi sono reso conto di quanto la serie segua uno schema ben preciso e, alla lunga, ripetitivo, quasi fosse una combinazione di colpi. Lo schema prevede il susseguirsi di diverse “fasi”: lo studio dell’avversario, la presa di coscienza di non essere all’altezza dello scontro, l’allenamento, il combattimento, le difficoltà sul ring, il colpo di scena e, infine, la vittoria.

Questo schema ha accompagnato i primi otto incontri di Ippo, guidandolo verso altrettanti KO consecutivi. Una formula che funziona e che sa regalare momenti di grande tensione, ma che rischia di diventare prevedibile quando viene riproposta quasi invariata.

Almeno fino all’incontro contro Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma.

Il peso dei pugni di un campione

Eiji Date è uno degli avversari più interessanti che Ippo incontra sul suo cammino. Nonostante sia nella fase discendente della sua carriera, Date è un pugile esperto, capace di combattere con tecnica e cervello. È proprio lui a porre fine all’incessante serie di knockouts di Ippo, in uno scontro valido per il titolo nazionale dei pesi piuma.

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma

Il divario tecnico tra i due sembra assottigliarsi sempre più nel corso dell’incontro carico di tensione, anche grazie al coraggio e alla caparbietà del giovane challenger Makunouchi, capace di tenere testa al campione e al suo colpo migliore: il corkscrew, il “cavatappi”. Nonostante ciò, il match vede Ippo sconfitto, cadere al tappeto privo di sensi proprio mentre il coach lancia l’asciugamano sul ring, decretando la resa.

Questo incontro, che vede Ippo perdere per la prima volta, rappresenta uno spartiacque per il giovane pugile. Attanagliato dal rimorso di non aver fatto abbastanza, non riesce ad accettare la sconfitta e ripensa incessantemente alle parole di Date: “I tuoi pugni sono leggeri”. Parole che fanno riflettere Ippo, fino a fargli comprendere che il campione non si riferiva al peso o alla potenza dei suoi pugni, bensì a tutto ciò che un pugno porta con sé: rabbia, rancore e voglia di riscatto. In altre parole, lo spirito combattivo e il rifiuto di arrendersi.

È chiaro come la sconfitta contro Eiji Date sarà un tassello importante per la carriera pugilistica di Ippo.

"Avrei voluto vincere", qualche giorno dopo la sconfitta contro Date

“Avrei voluto vincere”, qualche giorno dopo la sconfitta contro Date

L’animazione e il sound design portano lo spettatore nel ring

Nulla da dire nemmeno sull’animazione, che conserva tutto il sapore degli anime degli anni Novanta, curata dallo studio Madhouse con il contributo di Nippon Television e la regia di Satoshi Nishimura.

Non avendo ancora letto il manga, non ho termini di paragone per valutare il livello artistico della sua controparte animata. Posso però dire che Hajime no Ippo rispetta e soddisfa pienamente le aspettative che si possono avere da un anime di questo tipo.

Le scene di combattimento, che si tratti di un allenamento o di un match ufficiale, sono realistiche sia nei movimenti dei pugili sia nella cura dei suoni. Si può sentire il rumore delle catene che sostengono il sacco mentre viene martellato di colpi, il fischio delle suole degli stivali dei pugili che si muovono agilmente sul tappeto del ring o persino il semplice impatto di un gancio destro capace di spezzare il fiato dell’avversario.

Insomma, guardando Hajime no Ippo mi è quasi sembrato di essere lì sul ring, con il fiato corto e la fatica che si fa sentire nelle gambe, in attesa della prima occasione utile per affondare un colpo.

Ippo e il suo letale "dash and dart"

Ippo e il suo letale “dash and dart”

Il viaggio continua…

Hajime no Ippo è lo spokon dedicato alla nobile arte del pugilato creato dal mangaka George Morikawa e tutt’oggi pubblicato in Giappone da Kodansha sulle pagine del celebre Weekly Shōnen Magazine. Nonostante il manga non sembri essere ancora giunto alla sua conclusione, la controparte animata dell’opera conta tre stagioni per un totale di 127 episodi, tutti disponibili sul catalogo italiano di Netflix.

Hajime no Ippo non è una semplice storia sul pugilato, ma un’opera che comunica un messaggio ben preciso: l’impegno e la dedizione verso qualcosa possono ripagare molto più del solo talento. Una lezione che la serie ci ricorda costantemente, attraverso ogni allenamento, ogni sconfitta e ogni vittoria, invitandoci a fare del nostro meglio nella vita, indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo.

Ho iniziato a guardare questo anime quasi per caso, senza aspettarmi molto, e mi sono ritrovato sul ring, a soffrire insieme a Ippo per ogni pugno, ogni sconfitta e ogni allenamento. Dopo 59 episodi non so ancora dove porterà il suo viaggio, ma so che continuerò a seguirlo. Perché forse è proprio questo che rende grande questo spokon: non importa quanto sia difficile l’incontro, finché hai ancora la forza di continuare a rialzarti.

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Cinema

Zodiac: il miglior film di Robert Downey Jr. prima dell’MCU fu un flop

Prima di diventare Iron Man, Robert Downey Jr. brillava in Zodiac di David Fincher accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo. Un film oggi amatissimo ma che all’epoca fu un flop al botteghino

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L’Universo Cinematografico Marvel ha ufficialmente preso il via nel 2008 con Iron Man, cambiando completamente la carriera di Robert Downey Jr. Un anno prima, però, l’attore stava ancora cercando di ritrovare la propria strada a Hollywood dopo un periodo piuttosto difficile della sua vita.

Downey aveva già dimostrato il proprio talento molti anni prima, ma doveva ancora riconquistare lo spazio che aveva perso. Ed è proprio in quel periodo che arrivò a bussare alla sua porta per una parte in un film, David Fincher.

Parliamo di Zodiac, thriller del 2007 che oggi possiamo finalmente apprezzare per quello che è, ovvero un eccezionale adattamento e un film investigativo capace di costruire la suspense in maniera completamente diversa dal classico thriller sul serial killer. Downey Jr. fu affiancato in Zodiac da due attori che avevano già una propria reputazione e che, anni dopo, sarebbero entrati a far parte della storia dell’MCU, ovvero Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo.

All’epoca, però, non fu esattamente il successo che il regista e il suo cast sembravano promettere.

Ed è quasi divertente guardarlo oggi e vedere Robert Downey Jr., Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo condividere lo schermo prima di diventare, rispettivamente, Tony Stark, Mysterio e Hulk. Oggi sembra quasi un piccolo evento cinematografico, anche se nel 2007 nessuno poteva ancora immaginare quanto quei tre attori sarebbero diventati importanti per il mondo Marvel.

Ma soprattutto Downey offre nella pellicola una performance straordinaria, e a dire il vero, il suo Paul Avery ha qualcosa in comune con Iron Man. E le somiglianze tra i due personaggi sono piuttosto divertenti da notare.

La performance di Robert Downey Jr. in Zodiac è una delle migliori della sua carriera

Zodiac, uscito nel 2007 e oggi forse meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri film di David Fincher, è basato sulla storia vera del serial killer noto come Zodiac ed è un adattamento dell’omonimo libro di Robert Graysmith e del suo seguito, Zodiac Unmasked.

La pellicola segue le indagini che sconvolsero San Francisco tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando un criminale iniziò a uccidere persone e a inviare lettere e messaggi in codice ai giornali.

Ma il vero punto del film non è raccontare chi sia l’assassino. Fincher è molto più interessato a mostrare cosa può succedere alle persone che passano anni e anni cercando quella risposta.

Zodiac è quindi soprattutto un film sull’ossessione e la suspense nasce proprio da questa idea, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale. Al centro della storia troviamo il fumettista e scrittore Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, l’ispettore Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, e il giornalista Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr.

Ed è proprio Avery a rappresentare uno degli elementi più interessanti della pellicola.

Il personaggio è esattamente il tipo di ruolo che Downey Jr. sa interpretare alla perfezione. Anzi, guardandolo oggi, si potrebbe persino pensare che una parte di questa interpretazione abbia contribuito a plasmare, almeno idealmente, il Tony Stark che sarebbe arrivato appena un anno dopo.

Avery è un cronista di nera del San Francisco Chronicle, intelligente, sarcastico, sicuro di sé e profondamente convinto delle proprie capacità. Sa come ottenere uno scoop, sa con chi parlare e sembra sempre essere un passo avanti rispetto agli altri.

All’inizio è quindi facile capire perché sia così rispettato all’interno del giornale. E se ci pensate, sono tratti piuttosto simili a quelli dell’eroe dell’MCU. L’unica vera differenza è che Avery non è un eroe.

Ciò che colpisce maggiormente dell’interpretazione di Downey è però il modo in cui l’attore evita di trasformare Avery nel semplice stereotipo del “giornalista alcolizzato”.

Sì, il personaggio beve molto, fuma e con il passare del tempo inizia a perdere il controllo della propria vita. Ma il cambiamento avviene in maniera graduale e, proprio come accade per il film nel suo complesso, Avery viene lentamente consumato dal caso. Soprattutto quando l’assassino comincia a minacciarlo.

Ogni personaggio di Zodiac mostra in maniera diversa l’ossessione e le sue conseguenze. Per Avery questo significa iniziare lentamente a deteriorarsi, anche se continua a essere divertente e a comportarsi come un uomo convinto di sapere esattamente cosa sta facendo.

All’inizio questi aspetti sembrano semplicemente parte della sua personalità, ma con il procedere della storia iniziano ad assumere i contorni di un vero e proprio meccanismo di difesa. E vale la pena ricordare che Avery non è nemmeno il protagonista della storia. Eppure ruba la scena praticamente ogni volta che compare.

È forse proprio questo uno dei motivi per cui la performance di Downey in Zodiac può essere considerata una delle migliori della sua intera carriera. Non è necessariamente la sua interpretazione più trasformativa, ma è una prova attoriale in cui l’attore comprende perfettamente cosa deve fare.

Avery cattura l’attenzione senza sembrare che la stia cercando disperatamente. Downey gli permette di essere sgradevole quando serve, divertente quando ha senso e vulnerabile senza mai trasformare quella vulnerabilità in una scena di autocommiserazione.

È un tipo di recitazione che merita di essere applaudito, soprattutto oggi, quando spesso sembra che ogni emozione debba essere spiegata attraverso i dialoghi lasciando ben poco spazio all’interpretazione.

Anche la regia di Fincher fa la sua parte.

Il regista mantiene infatti l’assassino lontano dalla scena. Zodiac è sempre presente attraverso i racconti, le lettere, le prove e le paure dei protagonisti, ma nella maggior parte dei casi rimane fisicamente assente.

Ed è proprio in questi momenti che le interpretazioni diventano fondamentali per creare il giusto effetto thriller. Avery non è ossessionato dal caso come Graysmith, ma non ne esce nemmeno completamente illeso.

Se Zodiac funziona così bene, il merito è soprattutto di Downey e dell’intero cast. Un’indagine di questo tipo può avere conseguenze completamente diverse sulle persone che la seguono. Graysmith diventa ossessionato, Toschi continua a insistere e Avery inizia lentamente a perdere il controllo.

Sono reazioni diverse allo stesso problema e il film è interessante proprio perché mostra fin dove può spingersi ognuno di loro.

Perché Zodiac fu un flop al botteghino?

D’accordo, ma se Zodiac è davvero così bello, perché non funzionò al cinema?

Parte della risposta sta nel fatto che il film non era esattamente quello che il pubblico probabilmente si aspettava da David Fincher.

Il regista aveva già alle spalle il famigerato Se7en e, quando venne annunciato un nuovo progetto dedicato a un serial killer, era facile immaginare un’altra indagine cupa, piena di omicidi, violenza e scene pensate per scioccare lo spettatore.

Ma Zodiac non è quel film, o almeno non lo è principalmente.

La violenza c’è e alcune scene di omicidio sono ancora oggi piuttosto inquietanti, ma l’obiettivo di Fincher è concentrarsi soprattutto sulle persone che cercano di comprendere il caso, più che mostrare l’assassino in azione.

In effetti, il consenso della critica su Rotten Tomatoes riassume piuttosto bene questa differenza, descrivendo il film come un thriller più pacato e incentrato sui dialoghi, che si affida maggiormente all’evoluzione dei personaggi e alla ricostruzione degli anni Settanta piuttosto che ai dettagli grafici degli omicidi.

Oggi Zodiac vanta un punteggio del 90% da parte della critica sulla piattaforma e del 78% da parte del pubblico.

Un altro fattore che potrebbe aver contribuito al risultato al botteghino è inoltre la durata. Zodiac dura circa due ore e mezza, qualcosa che non rappresenta necessariamente un problema, ma che va tenuto in considerazione quando si parla degli incassi di un film, soprattutto considerando l’epoca in cui uscì.

La trama è costruita in maniera estremamente intrigante proprio grazie al modo in cui viene raccontata e strutturata, ma non offre al pubblico un finale tradizionale.

Non c’è infatti un momento di piena soddisfazione in cui l’assassino viene arrestato o ucciso e il film non spiega tutto in maniera conclusiva.

Immaginate quindi qualcuno che entra in un cinema negli anni Duemila aspettandosi un thriller classico e si ritrova davanti a un film in cui gran parte della storia è composta da poliziotti che discutono di prove, giornalisti alla ricerca di informazioni e Graysmith impegnato a decifrare codici e documenti.

Se amate questo genere di cinema è assolutamente fantastico, ma di certo non può funzionare per tutti.

Per chi non è interessato, probabilmente Zodiac può dare l’impressione di non arrivare mai davvero al punto, lasciando lo spettatore con la sensazione di non aver capito fino in fondo quello che ha appena visto.

Anche il marketing non aiutò particolarmente il film; la campagna promozionale di Zodiac enfatizzò infatti il lato più oscuro e macabro della storia, mettendolo in qualche modo in relazione con Se7en, mentre il film di Fincher era in realtà molto più riflessivo e investigativo.

In altre parole, alcune persone arrivarono al cinema con aspettative molto precise e finirono per rimanere deluse.

Gli incassi dimostrarono quanto fosse serio il problema.

Zodiac ebbe un budget di 65 milioni di dollari e ne incassò circa 84 milioni in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raccolse poco più di 33 milioni di dollari, con circa 13 milioni di dollari nel weekend di apertura.

Per una pellicola con un budget del genere, è tutt’altro che un grande risultato.

Il lato positivo è che l’accoglienza della critica fu molto positiva fin dall’inizio e questo probabilmente contribuì a consolidare la reputazione del film nel corso degli anni.

Sebbene Zodiac tenda ancora oggi a essere trascurato, viene ormai considerato uno dei migliori film di David Fincher e a dire il vero, è invecchiato davvero bene.

Oggi molte persone riescono a guardarlo e ad apprezzarlo per quello che è, rendendosi conto che il vero fascino della pellicola non sta tanto nello scoprire chi sia Zodiac, quanto nel vedere questi personaggi cercare continuamente di mettere insieme i pezzi di un mistero che sembra impossibile da risolvere.

Forse Zodiac aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo.

E per quanto riguarda Robert Downey Jr., la spiegazione è ancora più interessante.

Un film che avrebbe dovuto essere un successo e che invece fu considerato un flop finì per diventare, con il passare degli anni, uno dei tasselli più importanti della carriera dell’attore.

Appena un anno dopo, Downey sarebbe diventato Tony Stark in Iron Man e avrebbe iniziato una delle più grandi trasformazioni della storia del cinema contemporaneo. E in Zodiac possiamo rivedere quell’attore prima dell’MCU, affiancato da Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, due futuri protagonisti dell’universo Marvel.

Riguardando oggi Zodiac, è difficile non sorridere davanti all’idea che Tony Stark, Mysterio e Hulk fossero già tutti lì, sullo stesso schermo, molto prima che l’MCU cambiasse per sempre il cinema.

*Fonte del presente articolo: comicbook.com

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Comics

Lanterns: Chi sono le Lanterne Verdi? Da Hal Jordan a John Stewart protagonisti della serie HBO Max

Scopriamo insieme chi sono le Lanterne Verdi protagoniste di Lanterns, la serie TV dei DC Studios in arrivo il 17 agosto su HBO Max

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«Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel buio del male si perde, si guardi dal mio potere… la luce di Lanterna Verde!»

Per chi non lo conosce, questo è il giuramento delle Lanterne Verdi e sono sicuro che lo sentirete recitare più di una volta all’intero di Lanterns.

Ma prima ancora che Hal Jordan e John Stewart accendano i loro anelli nel nuovo show DC Universe, c’è una cosa che vale la pena sapere: essere una Lanterna Verde significa molto più che indossare un costume verde e creare giganteschi pugni di energia (di colore verde, ovviamente).

Dietro Lanterns, la nuova serie di HBO Max targata DC Studios, esiste infatti una delle mitologie più vaste e affascinanti della storia di DC Comics. Un universo fatto di pianeti alieni, guerre cosmiche, anelli del potere, organizzazioni millenarie e soprattutto di una forza apparentemente semplice, ma fondamentale: la volontà.

La serie debutterà il 17 agosto 2026 e avrà come protagonisti Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart. La storia sarà però ambientata principalmente sulla Terra e partirà da un misterioso omicidio nel cuore dell’America, trascinando le due Lanterne Verdi in un’indagine destinata ad avere implicazioni molto più grandi.

È un’impostazione che pare portare sullo schermo un mix tra avventura sci-fi in stile X-Files e il concetto di Lanterna Verde come ‘poliziotto intergalattico’ espresso da Grant Morrison nel suo ciclo qualche anno fa.

Ma è arrivato il momento di capire chi sono le Lanterne Verdi, cosa sono Oa e i Guardiani e quali sono i personaggi dei fumetti che potremmo vedere entrare in gioco nella serie.

Il Corpo delle Lanterne Verdi: la polizia dell’universo

Per capire chi siano Hal Jordan e John Stewart bisogna partire dal Green Lantern Corps (Corpo delle Lanterne Verdi).

In termini molto semplici, possiamo considerarlo una sorta di polizia intergalattica, anche se in alcuni cicli viene rappresentata più come con un’organizzazione dalla forte disciplina militare. I suoi membri appartengono a specie completamente diverse proveniente da diversi pianeti e hanno il compito di proteggere i vari settori dell’universo.

Secondo la mitologia DC, il Corpo esiste da oltre tre miliardi di anni ed è composto da migliaia di Lanterne, distribuite nei diversi settori dello spazio. La loro base è Oa, il pianeta che rappresenta il centro del potere delle Lanterne Verdi.

Il loro strumento principale è naturalmente l’anello del potere, che permette di volare, creare campi di forza, costruire armi e oggetti attraverso la cosiddetta luce solida e, in generale, trasformare la volontà di chi lo indossa in una forza concreta.

Ma è proprio qui che nasce il concetto fondamentale della mitologia moderna di Green Lantern: l‘anello non è potente soltanto perché utilizza una tecnologia aliena, ma lo è perché viene alimentato dalla forza di volontà di chi lo utilizza.

È un’idea introdotta nella mitologia moderna di Green Lantern e diventata progressivamente sempre più importante, soprattutto durante la lunga gestione dello sceneggiatore Geoff Johns.

Per capire il Green Lantern moderno, infatti, uno dei fumetti fondamentali da recuperare è Green Lantern: Rebirth del 2004, realizzato da Johns ed Ethan Van Sciver e tutto il ciclo di DC Deluxe: Il Corpo delle Lanterne Verdi di Geoff Johns, Dave Gibbons, Keith Champagne, Patrick Gleason. È proprio con queste storie che DC rilancia Hal Jordan e il Corpo, e prepara il terreno per una nuova, enorme espansione della mitologia delle Lanterne.

Ma dobbiamo tornare ancora più indietro per spiegare dove nasce il mito di Hal Jordan, non la prima Lanterna Verde terrestre, ma sicuramente la più carismatica e tra le più amate dai lettori.

Hal Jordan, la prima grande Lanterna Verde umana

Nel 1959, Showcase #22 di John Broome e Gil Kane introduce quello che sarebbe diventato il Green Lantern più famoso di tutti: Hal Jordan.

Hal è un pilota collaudatore e la sua vita cambia quando un’astronave precipita sulla Terra. A bordo c’è Abin Sur, un alieno appartenente al Green Lantern Corps e ormai prossimo alla morte. Il suo anello cerca un nuovo possessore e sceglie proprio Hal. Da quel momento, l’uomo diventa la Lanterna Verde del Settore 2814, quello che comprende la Terra.

Hal è coraggioso, impulsivo e spesso insofferente nei confronti delle autorità. Non è quindi sorprendente che il suo rapporto con i Guardiani dell’Universo, coloro che governano il Green Lantern Corps, sia stato spesso tutt’altro che semplice.

La stessa DC ha anticipato che, nella serie, Hal sarà una lanterna veterana che sta allenando John da circa due mesi e, tra i due esiste già un rapporto piuttosto complicato. John non è semplicemente il suo allievo, ma potrebbe diventare il suo sostituto.

Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno degli elementi più interessanti della serie, perché Hal e John sono due Green Lantern molto diversi.

John Stewart: disciplina contro istinto

John Stewart debutta nel 1971 sulle pagine di Green Lantern #87, grazie a Dennis O’Neil e Neal Adams.

La sua storia è molto diversa da quella di Hal. John è un ex Marine e un architetto e viene scelto inizialmente come Lanterna di riserva nel caso Hal non possa svolgere il proprio compito. Con il tempo, però, diventa molto più di una semplice alternativa.

John Stewart diventa uno dei leader più importanti del Green Lantern Corps e uno dei personaggi più rispettati della mitologia delle Lanterne.

Anche il suo modo di utilizzare l’anello riflette la sua personalità. Essendo un architetto e un ex marine abituato alla disciplina militare, John costruisce i propri costrutti di luce solida con una precisione quasi maniacale, realizzandoli dall’interno verso l’esterno.

È una differenza apparentemente piccola, ma racconta perfettamente il personaggio.

John è inoltre protagonista di alcune delle storie più importanti del Green Lantern Corps, soprattutto quando il fumetto ha iniziato a raccontare il Corpo come una vera e propria squadra, dando sempre più spazio alle Lanterne aliene e alle loro vicende.

La serie rappresenterà finalmente il debutto live action di John Stewart, interpretato da Aaron Pierre, dopo anni nei quali il personaggio è stato particolarmente popolare nelle produzioni animate DC.

Guy Gardner, il ‘bullo irascibile’ delle Lanterni Verdi

E poi c’è Guy Gardner, arrogante, irriverente, aggressivo e spesso incapace di tenere la bocca chiusa, Gardner è uno dei personaggi più particolari del Green Lantern Corps.

La cosa curiosa è che, nei fumetti, Guy avrebbe potuto essere il primo essere umano a ricevere l’anello di Abin Sur al posto di Hal. Semplicemente, si trovava più lontano dal luogo dello schianto. Guy debutta nel 1968, in Green Lantern #59, e nel corso degli anni diventa una presenza sempre più importante nel Corpo.

La sua personalità esplode soprattutto nelle storie degli anni Ottanta, trasformandolo nella Lanterna che tutti amano odiare.

Nel nuovo DC Universe lo abbiamo già visto in Superman (2015), interpretato da Nathan Fillion, e tornerà anche in Lanterns.

Il suo ruolo nella serie dovrebbe essere più limitato rispetto a quello di Hal e John, ma la sua presenza è importante perché permette di mostrare ancora una volta quanto possa essere variegato il Green Lantern Corps. Non esiste un unico modo di essere una Lanterna.

OA, il cuore del Green Lantern Corps

Ma chi decide chi può diventare una Lanterna Verde? E soprattutto, da dove arrivano gli anelli? La risposta è una sola e ha il nome di OA.

Il pianeta è il centro del Green Lantern Corps e ospita la Batteria Centrale del Potere, la gigantesca batteria che alimenta gli anelli verdi.

OA è anche la casa dei Guardiani dell’Universo, una delle razze più antiche dell’intero universo DC.

I Guardiani hanno creato il Green Lantern Corps per proteggere l’universo e mantenere l’ordine. Sono esseri estremamente intelligenti, razionali e apparentemente privi delle debolezze emotive che caratterizzano le altre specie. Ed è proprio questo che, nel corso dei fumetti, ha creato più di un problema.

Perché i Guardiani sono talmente ossessionati dall’ordine da arrivare spesso a prendere decisioni discutibili. Le Lanterne, invece, sono esseri viventi con emozioni, dubbi, paure e soprattutto una propria idea di ciò che è giusto.

Il rapporto tra il Corpo e i suoi creatori è quindi molto più complicato di quello tra semplici soldati e comandanti.

Sinestro, il maestro di Hal diventato suo nemico

Se Hal Jordan è il Green Lantern più famoso, Sinestro è probabilmente il personaggio che meglio rappresenta il lato oscuro di questa mitologia.

Prima di diventare il suo più grande nemico, il korugariano Thaal Sinestro era una delle migliori Lanterne del Corpo oltre ad essere soprattutto il maestro di Hal Jordan.

Sinestro crede fermamente nell’ordine, ma il suo concetto di ordine diventa progressivamente sempre più estremo. Per lui la libertà può trasformarsi in caos e, di conseguenza, l’universo deve essere controllato.

Quando i Guardiani scoprono i suoi metodi, Sinestro viene espulso dal Corpo.

Ma non accetta la sconfitta; il personaggio finirà per creare il Sinestro Corps, un’organizzazione che utilizza l’energia gialla della paura.

È uno dei passaggi fondamentali della grande gestione di Geoff Johns e trova una delle sue massime espressioni in Green Lantern: Sinestro Corps War.

E questo rende particolarmente interessante la sua presenza in Lanterns: sarà fino in fondo parte del Corpo delle Lanterne Verdi, o nel corso della stagione prevarranno le sue ideologie che lo porteranno lontano da OA?

A interpretarlo sarà Ulrich Thomsen, mentre il suo rapporto con Hal sarà chiaramente uno degli elementi più importanti della serie.

I Manhunters: il lato più inquietante della mitologia

Ed è qui che Lanterns potrebbe cominciare a mostrare il proprio lato più fantascientifico.

I Manhunters sono macchine create dai Guardiani prima della nascita del Green Lantern Corps.

Il loro compito originale era mantenere l’ordine, ma la loro incapacità di comprendere realmente le emozioni li trasformò progressivamente in una minaccia. Nei fumetti rappresentano quindi uno dei primi grandi errori dei Guardiani.

E proprio i Manhunters sono stati mostrati nel trailer ufficiale di Lanterns come una delle minacce legate alla storia della serie. Il materiale promozionale suggerisce inoltre che potrebbero essersi infiltrati sulla Terra assumendo sembianze umane.

Questo dettaglio è particolarmente interessante perché permette alla serie di mantenere l’impostazione da thriller investigativo senza rinunciare alla componente cosmica.

Le altre Lanterne che potremmo vedere

Naturalmente Hal, John e Guy non sono gli unici esseri umani ad aver indossato un anello verde.

Tra le Lanterne più importanti della storia DC troviamo Kyle Rayner, artista scelto in un momento particolarmente drammatico per il Corpo, e due personaggi più recenti come Simon Baz e Jessica Cruz.

Ma nella mitologia dei fumetti sulle Lanterne Verdi, risulta impossibile non inserire tra le più importanti Lanterne Verdi di altri pianeti, il celebre pianeta senziente Mogo, l’addestratore brutale ma dal cuore d’oro Kilowog, il leggendario e potentissimo custode della profezia Sodam Yat, la saggia spia pesci-uccello Tomar-Re e la diplomatica aliena Arisia Rrab. Chissà chi di questi comparirà all’interno della prima stagione della serie…

Lanterns: dal 17 agosto su HBO Max

La vera curiosità, a questo punto, è capire come tutto questo verrà portato sul piccolo schermo.

James Gunn e Peter Safran hanno descritto fin dall’inizio Lanterns come una storia investigativa ambientata sulla Terra, con Hal e John al centro di un mistero destinato però a collegarsi alla più ampia storia del nuovo DC Universe.

È una scelta che può sembrare quasi in contrasto con la natura cosmica di Green Lantern, ma potrebbe rivelarsi esattamente il modo migliore per introdurre questo mondo.

Insomma, non ci resta che attendere il 17 agosto per entrare nel mondo delle Lanterne Verdi. Appuntamento su HBO Max!

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