Connect with us

Speciali

La storia della Manga Meat e di come è arrivata sulle nostre tavole – Seconda Parte

Seconda e ultima parte della storia della Manga Meat, il pezzo di carne contraddistinto da due ossa ai lati, che potete trovare in molti anime e manga

Avatar photo

Pubblicato

il

Nella prima parte abbiamo tratteggiato gli inizi del percorso che porterà un segno grafico a diventare un simbolo della cultura pop. In questa seconda parte vedremo come siamo arrivati a desiderare e poi (per alcuni fortunati) ad addentare letteralmente questo succulento pezzo di carne arrosto.

Da Tezuka a Luffy: nascita, diffusione e consacrazione di un’icona

1950: il momento in cui la forma si compie

Per secoli il grande pezzo di carne con osso era rimasto un archetipo del banchetto, poi era diventato un espediente comico nei cartoon americani, e infine era entrato nel linguaggio del manga attraverso l’influenza occidentale.
Ma è soltanto nel 1950 che quella figura prende corpo in modo pienamente riconoscibile.

Il passaggio decisivo arriva, infatti, con Osamu Tezuka e con il primo capitolo di Kimba – Il leone bianco, nel novembre del 1950.

Qui compare, per la prima volta in forma ormai compiuta, il pezzo di carne che oggi riconosciamo immediatamente come manga meat: una massa cilindrica, compatta, con due ossa che sporgono lateralmente e che permettono di afferrarla e addentarla con le mani.

È un momento chiave non solo perché cristallizza la forma nell’immaginario collettivo, ma perché ne chiarisce anche la funzione.

Questa icona non trasmette l’idea di un banchetto elegante o di una preparazione raffinata, ma il suo contrario. È piuttosto cibo da afferrare, mordere e divorare, in un atto primordiale che ben si sposa con le atmosfere del regno della Savana, dove predatore e preda condividono lo stesso ambiente.

Con questa immagine, la carne smette definitivamente di appartenere solo all’immaginario gastronomico o cartoonistico e diventa un vero segno narrativo giapponese.

Non una ricetta, ma un’icona

Uno degli aspetti più interessanti della manga meat è che, a differenza di tanti piatti che compaiono negli anime e nei manga, non corrisponde davvero a una ricetta precisa.

Non si tratta, come accadrà dai primi ‘anni 70 in avanti, di ramen, kare raisu (riso al curry giapponese), sukiyaki o di uno dei tantissimi piatti regionali e non è un taglio di carne specifico.

Non ha nemmeno un vero e proprio nome, i giapponesi la chiameranno anoniku (あの肉, lett. “quella” carne), un nome generico per indicare qualcosa che nella realtà non esiste (o sarebbe meglio dire, non esisteva, come vedremo dopo). Si tratta di qualcosa di nuovo, di un oggetto visivo assoluto. Proprio per questo la sua forza è enorme.

La manga meat non deve spiegare nulla. Non ha bisogno di contesto culturale per essere capita. La sua forma racchiude una sintesi grafica quasi perfetta del concetto stesso di appetito. È grande, succosa, desiderabile ed è il premio perfetto dopo la fame, la lotta o il viaggio.

Perché funziona così bene nei manga e negli anime

La ragione per cui questa immagine ha avuto una fortuna così lunga è semplice:
la manga meat concentra in un solo oggetto una quantità straordinaria di significati e ne possiamo isolare almeno cinque:

  1. cibo dell’abbondanza, perché è enorme e sproporzionata;
  2. cibo della forza, perché è carne e richiama energia, muscoli, vitalità;
  3. cibo dell’azione, perché si mangia con le mani;
  4. cibo dell’infanzia, perché è esagerata, quasi “giocattolosa”;
  5. cibo della comicità, perché è più vicina al simbolo che al reale.

In questo senso, la manga meat è uno dei più perfetti esempi di come il cibo disegnato funzioni in anime e manga: non come semplice riproduzione della realtà, ma come acceleratore di emozione e desiderio.

Dalla tavola alla leggenda visiva

Una volta fissata la sua forma, la manga meat comincia a vivere di vita propria.

Da quel momento in poi, la sua presenza non dipende più da un’opera sola, ma da una logica visiva che si diffonde con estrema naturalezza nell’immaginario popolare.
Personaggi impulsivi, eroi affamati, guerrieri, avventurieri, bambini selvatici, creature sempre in bilico tra fame e vitalità, saranno solo alcuni degli archetipi narrativi che vedremo alle prese con questo enorme pezzo di carne.

Sanpei Shirato la rappresenterà in Sasuke il Piccolo Ninja (1968), la vedremo in Giatrus, il Primo uomo (1975), nelle opere dello Studio Ghibli, come in Conan il Ragazzo del Futuro (1978), Laputa Castello nel Cielo (1984), sarà una costante nel corso delle avventure di Goku e dei suoi amici e la vedremo addentata da tutti quei personaggi il cui appetito sarà grande quanto le loro gesta. In sostanza, la manga meat si adatta perfettamente al linguaggio di anime e manga d’azione, fantasy, avventura e commedia.

E, dal momento che ha tutte le carte in regola per rappresentare un cibo fantastico, lontano dal realismo quotidiano e rappresenta l’eccesso e il piacere senza mediazioni, non poteva che simboleggiare la natura stessa di uno dei personaggi più spontanei della produzione anime degli ultimi decenni, compiendo così il grande salto successivo.

Ma, prima di arrivarci, vediamo velocemente come la manga meat giunge presso il pubblico italiano.

Il dettaglio italiano: quando la manga meat entra nella memoria televisiva

Per il pubblico italiano, la manga meat non arriva subito con i grandi shōnen contemporanei.

Un passaggio curioso e prezioso riguarda infatti Vicky il Vichingo, il primo anime seriale trasmesso in Italia in cui compare questo tipo di carne. La presenza, in particolare, è legata a un episodio centrato proprio sulla gola, la carne e un sovrano ghiottone.

È un dettaglio interessante perché mostra che la manga meat, prima ancora di essere riconosciuta come tale, aveva già iniziato a sedimentarsi nell’immaginario televisivo europeo.

Come accade spesso alle icone, esisteva già prima di essere riconosciuta universalmente come tale.

Piccola curiosità: Oda stesso svelò al pubblico che questa serie fu una delle principali ispirazioni per la creazione di One Piece.

One Piece: quando la manga meat diventa mito

Se Tezuka le dà una forma, è One Piece a trasformarla in leggenda.

Con Eiichirō Oda, la manga meat fa un salto, diventa un elemento ricorrente, citato e desiderato in continuazione da Luffy e, da immagine ricorrente, si trasforma in un vero simbolo culturale globale.

Nel mondo di One Piece, il cibo non è mai un elemento marginale. È parte del ritmo della narrazione, del carattere dei personaggi, del piacere del viaggio, della ricompensa dopo lo scontro, del senso stesso di libertà che attraversa tutta la serie.

E in questo universo, nessun personaggio incarna la fame meglio di Monkey D. Luffy.

Luffy e “quella carne”

Anche se il suo piatto preferito, in senso stretto, non coincide necessariamente con la manga meat, nell’immaginario collettivo Luffy è diventato inseparabile da quella scena: lui che ride, spalanca la bocca e si avventa su un gigantesco pezzo di carne.

Come già anticipato, in giapponese questa carne viene spesso chiamata ano niku, cioè “quella carne”. Un nome straordinariamente semplice, quasi infantile, e proprio per questo perfetto, perché non c’è bisogno di definirla meglio.

Non è un arrosto, non è un cosciotto di…, non è un taglio preciso, è semplicemente la carne, “quella” carne. Oggetto di desiderio, sognato, assoluto. E in questa genericità vi è tutta la sua forza.

Luffy non ha con il cibo un rapporto estetico o sofisticato, mangia come vive: con slancio, con fame, con gioia, con assoluta assenza di misura.

La manga meat è quindi il suo cibo ideale non perché sia il più realistico, ma perché è quello che meglio traduce la sua energia narrativa.

Luffy e Sanji: la passione e la cucina

C’è poi un altro motivo per cui la manga meat funziona così bene in One Piece: esiste dentro un mondo in cui il cibo non serve solo a placare la fame, ma rappresenta anche l’abilità che si fa sovrumana, la cura per i compagni d’avventura e la tecnica più sopraffina.

Accanto a Luffy c’è infatti Sanji, il cuoco della ciurma, che rappresenta il lato opposto e complementare della stessa immagine.

Se Luffy è il desiderio puro, Sanji è la trasformazione di quel desiderio in cucina.

È una dinamica bellissima, perché mostra come la manga meat non sia soltanto il simbolo dell’appetito animalesco, ma anche il punto in cui la fame incontra la preparazione, l’istinto incontra la tecnica, il gesto del divorare incontra quello del nutrire.

Per questo, in One Piece, il cibo non è mai davvero un semplice oggetto di scena, ma un simbolo del mondo dei mugiwara.

Dal disegno alla realtà

A questo punto arriva forse il paradosso più affascinante di tutti: la manga meat, proprio perché non nasce come ricetta reale, ha spinto tantissime persone a cercare di farla esistere davvero.

Negli anni, fan, cuochi, locali a tema e appassionati hanno tentato di ricrearla in mille modi. La maggior parte delle versioni moderne è costruita come una reinterpretazione, spesso più vicina a un polpettone scenografico che a un vero taglio unico di carne. Anche nel contesto del museo-ristorante di One Piece a Tokyo (oggi purtroppo chiuso) la sua resa è stata proposta in forma adattata.

Questo dettaglio racconta molto bene il suo statuto culturale. Se infatti, normalmente il fumetto prende in prestito dalla realtà, in questo caso avviene il contrario ed è la realtà a rincorrere un simbolo nato dall’animazione e consolidato dal fumetto. Non riusciremmo a descrivere meglio il grado del suo successo.

Perché continua a funzionare

La ragione per cui la manga meat continua a essere così amata è che rappresenta qualcosa che il cibo reale, spesso, tende a perdere: la purezza del desiderio. Un desiderio che posso testimoniare essere reale.

Da quando ho iniziato a offrire al pubblico i piatti degli anime, ancora prima che divenisse un trend da social, ho servito una versione reale di manga meat innumerevoli volte, vedendo negli occhi degli appassionati di anime, la stessa luce che si può vedere in quelli di Luffy quando si accinge ad addentare quel succoso ed enorme pezzo di carne.

Perché, se la manga meat non è il cibo della tecnica esasperata, è e resterà per sempre il simbolo della fame autentica, della gioia semplice e della ricompensa immediata.
Forse anche di quel piacere infantile e assoluto di mordere qualcosa di enorme, nutriente e buonissimo.

Ed è proprio per questo che non smette di parlare a chi guarda anime e manga:
perché in quella forma assurda, impossibile e irresistibile continua a sopravvivere una fantasia molto antica.

La fantasia di un mondo in cui, dopo il viaggio, dopo la lotta, dopo la fame, esiste ancora un grande pezzo di carne da dividere — o da divorare da soli, senza il minimo rimorso.

Conclusione

La manga meat non si riduce ad essere semplicemente un cibo disegnato, ma è forse una delle più riuscite invenzioni visive della cultura pop.

Affonda le sue radici nel banchetto antico, prende forma nei cartoon americani, si codifica nel manga giapponese e trova in One Piece la sua consacrazione definitiva.

Rappresenta un percorso che da forma diventa mito.

Credo che sia proprio questa la sua vera forza: non rappresentare un piatto reale, ma qualcosa di molto più universale.

La fame dell’avventura.

Un saluto da chef Ojisan. Visita ilramen.it per vivere dal vivo le delizie del manga e anime food!

Continua a leggere
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Comics

G.I. JOE, l’ultimo tassello (per ora?) dell’ Energon Universe in Italia

Saldapress espande il vasto universo narrativo dell’Energon Universe con i G.I. Joe di Joshua Williamson. Ecco cosa pensiamo dei primi due volumi usciti!

Pubblicato

il

Presentato in occasione del COMICON di Bergamo 2026, G.I. Joe Vol. 2 – La vendetta di Bludd – segna un nuovo capitolo dell’Energon Universe pubblicato da SaldaPress. Joshua Williamson prosegue la costruzione della nuova formazione dei G.I. Joe, intrecciando azione militare, spionaggio e fantascienza in una storia sempre più strettamente collegata agli eventi di Transformers e Void Rivals.

In questo secondo volume, che raccoglie i numeri #7-12 della serie regolare, una vecchia minaccia torna a farsi viva: il Maggiore Bludd, spinto da un unico obiettivo, vendicarsi della Baronessa. Nel frattempo, nuove missioni legate al misterioso Energon conducono i Joe verso rivelazioni inattese, tra cui un sorprendente alleato cybertroniano destinato a cambiare gli equilibri del conflitto.

Con i disegni di Marco Foderà e Andrea Milana, La vendetta di Bludd amplia il cast e alza la posta in gioco, consolidando il ruolo di G.I. Joe come la serie che racconta la risposta dell’umanità alla guerra tra Autobot e Decepticon. Un tassello fondamentale dell’Energon Universe, capace di unire adrenalina, intrighi e grandi personaggi in un racconto sempre più ambizioso.

La Road to G.I. Joe

Prima di entrare nel vivo della storia appena uscita, è bene fare una breve presentazione. Questa collana è stata preceduta infatti da quattro volumi autoconclusivi che riportano le vicende, la nascita, la crescita e le motivazioni di alcuni dei personaggi che ritroveremo appunto, nella serie. Si tratta di miniserie composte da cinque numeri ognuna che secondo me non hanno fatto altro che presentare al lettore alcune delle figure più importanti della trama più ampia scritta da Joshua Williamson e pensata dalla mente di Robert Kirkman all’interno dell’Energon Universe. Infatti non dobbiamo pensare a questa serie come un naturale proseguimento, o la resa moderna dei personaggi classici che tanto abbiamo amato grazie alle figures della Hasbro ed ai fumetti degli anni ‘80 (arriveremo anche li), bensì di un qualcosa di nuovo, amalgamato ed orchestrato dallo scrittore statunitense nel concept che ne condivide l’universo con Transformers e Void Rivals.

Scritto da Joshua Williamson  e disegnato da Tom Reilly, il primo dei quattro è intitolato DUKE, il “nome d’assalto” di Conrad Hauser. La miniserie dedicatagli rappresenta il punto di vista del soldato. Dopo aver assistito a uno scontro tra giganteschi robot trasformabili che è costata la vita al pilota d’aviazione Mike Frost, Duke cerca di convincere i vertici militari della minaccia aliena, ma viene trattato con scetticismo. Gli eventi lo portano ad indagare autonomamente sull’origine dell’Energon e sulle organizzazioni che stanno cercando di appropriarsene. La storia introduce il colonnello Hawk e pone le basi per la futura formazione dei G.I. Joe, mostrando un protagonista che passa dall’essere un semplice militare a un leader disposto al tutto per tutto per intraprendere una guerra segreta con l’obiettivo di vendicare il militare caduto e fare chiarezza sull’esistenza di questi robottoni giganti.

Il secondo volume ci fa conoscere COBRA COMMANDER, facendo così nascere il villain principale della serie che verrà. La serie dedicata a Cobra Commander ribalta la prospettiva. Williamson racconta un antagonista ancora lontano dall’immagine classica del leader di Cobra: è un personaggio ossessionato dal potere dell’Energon e disposto a qualsiasi atrocità pur di ottenerlo. Nel corso della storia vengono introdotti elementi fondamentali del futuro impero Cobra, comprese le prime sperimentazioni che porteranno alla nascita di armi biologiche e nuovi soldati. La miniserie mostra anche i primi collegamenti con la tecnologia cybertroniana, rendendo Cobra una minaccia globale ancor prima dell’esordio della serie regolare. La serie presenta toni cupi, mostrando il protagonista come uno spietato calcolatore, imprevedibile nelle scelte e deciso a governare il mondo attraverso la forza.

La terza uscita riporta il nome di James McCullen DESTRO XXIV, capo della M.A.R.S. Industries. La miniserie esplora il lato economico e politico dell’universo narrativo: Destro non combatte solo sul campo, ma attraverso il controllo del mercato delle armi. L’arrivo dell’Energon costringe la sua azienda a reinventarsi, mentre l’emergere di Cobra mette in discussione il suo predominio. Tra i vari antagonisti che troveremo, Destro è di certo quello che più mi affascina. Non è mosso dalla semplice sete di potere, bensì da un codice d’onore tramandato dalla sua famiglia di generazione in generazione. Questa miniserie approfondisce proprio questo aspetto, rendendo il personaggio vero, tridimensionale nelle sue decisioni e nei suoi comportamenti: la parola data è sacra, il rispetto va conquistato, gli affari devono avere una loro dignità, e l’incapacità viene disprezzata.

L’ultima miniserie, scritta da Kelly Thompson, introduce il lato più “ninja” dell’universo G.I. Joe. SCARLETT affronta una missione sotto copertura per infiltrarsi nel clan Arashikage, sulle tracce dell’ex compagna Jinx. La vicenda sviluppa il rapporto tra le due donne e rivela l’esistenza di un’arma collegata ai misteri dell’Energon. Oltre all’azione, la serie approfondisce il passato di Scarlett e amplia il ruolo del clan Arashikage nel nuovo universo condiviso. Infatti risulterà come una terza forza oltre alle già citate G.I. Joe e Cobra, che ha formato personaggi che ritroveremo sia nella capacità della lotta a corpo libero e arti marziali, che ad arma bianca nel pieno stile dei ninja.

Il ruolo nell’Energon Universe

 Le quattro miniserie non raccontano storie isolate. Ogni titolo segue un protagonista diverso ma condivide personaggi, organizzazioni ed eventi, facendo convergere progressivamente tutte le trame. L’Energon è il filo conduttore: una risorsa rivoluzionaria che attira eserciti, industrie belliche, terroristi e potenze mondiali, mentre sullo sfondo continua la guerra dei Transformers.

Il risultato è una costruzione del mondo in modo graduale: anziché presentare subito la squadra dei G.I. Joe, gli autori preferiscono mostrare come ogni protagonista reagisca ai cambiamenti provocati dall’arrivo della tecnologia cybertroniana. Quando prende il via la serie regolare G.I. Joe, il lettore conosce già motivazioni, alleanze e conflitti dei principali personaggi, rendendo l’esordio della squadra il punto di arrivo naturale dell’intero percorso. Ho apprezzato davvero molto questo tipo di approccio. Nel corso dei mesi, uscita dopo uscita, ho avuto tempo e modo di far sedimentare le nozioni, i nomi, le motivazioni e tutto quello che stava accadendo ai personaggi umani che avrebbero preso parte alla difesa della Terra dalla minaccia aliena, così come invece altri hanno costruito imperi ed organizzazioni per un ordine mondiale decisamente differente nella sua concezione ed attuazione.

Ed ora… all’attacco Joe!

Se Void Rivals introduce il cosmo dell’universo condiviso e Transformers racconta la guerra tra Autobot e Decepticon sulla Terra, G.I. Joe mostra come l’umanità reagisce a questo nuovo scenario. La squadra non esisteva prima dell’arrivo dei robot alieni sul pianeta, è stata la risposta alla crisi globale che i terrestri si sono trovati, loro malgrado, a dover affrontare. Joshua Williamson utilizza G.I. Joe per mostrare le conseguenze politiche dell’arrivo dell’Energon in maniera del tutto corretta secondo me. Una squadra nata dal nulla, da formare ed amalgamare. Personalità diverse, capacità diverse, obiettivi diversi che scopriamo man mano che accadono eventi più o meno importanti e missioni altrettanto particolari e pericolose. Sono dell’idea che quando i personaggi sono caratterizzati e scritti bene, buona parte del lavoro sia già stata fatta. E’ proprio questo che mi piace della scrittura dell’autore e dei volumi letti, ossia il cambiamento operativo e di pensiero che i vari Duke, Baronessa, Clutch hanno lungo il percorso che li porterà ad essere davvero una squadra di élite.

L’Energon non è soltanto un combustibile: è una risorsa strategica che governi, aziende e organizzazioni terroristiche cercano di controllare. Per questo motivo Cobra non è soltanto un gruppo di criminali, ma una potenza emergente capace di competere con gli Stati grazie alla tecnologia aliena. La serie mette quindi in scena una vera e propria corsa agli armamenti, dove ogni fazione cerca di ottenere un vantaggio sfruttando l’Energon.

Volume 1 – L’attacco dei Cobra (G.I. Joe #1-6)

Il primo volume – L’attacco dei Cobra – segna la nascita ufficiale dei G.I. Joe. Dopo gli eventi di Transformers e delle miniserie della Road to G.I. Joe, il mondo è ormai consapevole dell’esistenza dell’Energon, la misteriosa fonte di energia aliena. Mentre il Cobra Commander mette in atto il suo piano per sfruttare l’Energon e creare un nuovo ordine mondiale, il colonnello Duke riceve l’incarico di costituire una forza speciale capace di affrontare minacce che gli eserciti tradizionali non sono in grado di gestire. Duke deve imparare a guidare soldati molto diversi tra loro, ognuno con competenze specifiche ma anche forti personalità, imparando a ragionare come un leader piuttosto che semplicemente come un soldato. Cobra dimostra di essere un’organizzazione molto più pericolosa di quanto i governi immaginano: organizzazione, disciplina, armi di livello avanzato ne contraddistinguono l’operato.

E proprio il primo incontro/scontro tra le due fazioni ci mostra tutta l’adrenalina di cui abbiamo, ho bisogno. Da una parte un’organizzazione del tutto sicura dei propri mezzi, guidata da un leader misterioso e carismatico come Cobra Commander, sempre un passo avanti, sempre mentalmente lucido e capace di guardare oltre. Dall’altra una formazione ancora insicura, che non conosce perfettamente gli effettivi, ma che getta il cuore oltre l’ostacolo con tenacia per raggiungere l’obiettivo della missione. Questo dualismo si sposa davvero bene nella narrazione delle fazioni che incontriamo in questo volume, dando spessore ad entrambe rendendomi gradevole la lettura anche attraverso alle immagini che si susseguono rapide una dietro l’altra per dare slancio a loro volta a quanto accade.

Volume 2 – La vendetta di Bludd (G.I. Joe #7-12)

G.I. Joe Vol. 2 – La vendetta di Bludd – prosegue gli eventi della serie regolare dell’Energon Universe con una storia che alza ulteriormente la posta in gioco per i Joe. Dopo la formazione della squadra e il primo scontro con Cobra, Duke e i suoi uomini si trovano ad affrontare nuove minacce legate all’Energon e ai piani di Cobra Commander.

Al centro del volume c’è il ritorno del Maggiore Bludd, spietato mercenario deciso a regolare i conti con la Baronessa, dando vita a una caccia all’uomo che coinvolge anche i G.I. Joe. Mentre il conflitto si intensifica, la squadra è chiamata a intervenire in missioni sempre più rischiose, tra operazioni di recupero, infiltrazioni e combattimenti che mettono alla prova la fiducia reciproca come nel caso di Clutch, che si imbatte nell’Autobot Hound e ne tiene segreta la scoperta con il resto della squadra andando a minare appunto la fiducia con Duke e Risk, e la capacità di lavorare come un’unica unità.

Parallelamente, la guerra per il controllo dell’Energon continua ad allargarsi. Cobra consolida il proprio potere e dimostra di essere una minaccia sempre più organizzata, mentre nuove rivelazioni sulla tecnologia cybertroniana rafforzano i legami tra G.I. Joe, Transformers e il resto dell’Energon Universe.

Con questo secondo volume Joshua Williamson abbandona definitivamente la fase introduttiva e porta la serie verso un respiro più ampio, fatto di azione militare, spionaggio e grandi scontri. La vendetta di Bludd consolida così il ruolo di G.I. Joe come la serie che racconta il punto di vista dell’umanità all’interno dell’Energon Universe, dove la guerra tra Autobot e Decepticon continua a cambiare il destino della Terra.

Il talento italiano al servizio dei G.I. Joe

 Qualcuno direbbe “italians do it better”, e questa frase potrebbe essere presa in considerazione vista la grande componente di artisti italiani all’interno delle testate che abbiamo appena preso in considerazione nella cavalcata che porta ai Joe.

Andrea Milana è il nome italiano più rappresentativo della componente G.I. Joe dell’Energon Universe. Dopo essersi fatto notare nel mercato statunitense, Skybound gli affida l’intera miniserie Road to G.I. Joe: Cobra Commander, scritta da Joshua Williamson. Il suo tratto, realistico e ricco di dettagli, contribuisce a rendere Cobra Commander una figura inquietante e quasi horror, perfettamente in linea con il tono oscuro della serie.

Il suo ruolo cresce ulteriormente con Road to G.I. Joe: Destro, dove affianca Andrei Bressan realizzando parte dei disegni e alcune copertine. La sua capacità di alternare sequenze d’azione a momenti di forte tensione psicologica valorizza il conflitto tra Destro, Cobra Commander e la M.A.R.S. Industries.

Con la serie regolare G.I. Joe, Milana diventa uno degli artisti principali, illustrando gran parte del secondo arco narrativo e tornando anche negli archi successivi. Il suo stile contribuisce a definire l’identità moderna dei Joe, con un taglio cinematografico e una grande attenzione alle espressioni dei personaggi

Marco Foderà, che abbiamo intervistato durante il Comicon Bergamo (prossimamente su Popcornerd) raccoglie il testimone di Andrea Milana nel secondo volume della serie, illustrando parte dell’arco narrativo dedicato al Maggiore Bludd. Il suo stile, caratterizzato da un forte senso del movimento e da una regia molto dinamica, enfatizza le sequenze militari e gli scontri a fuoco, mantenendo continuità con l’impostazione grafica dell’intera collana. Skybound lo confermerà anche negli archi narrativi successivi, segno della fiducia riposta nel suo lavoro.

Marco Ferrari è il disegnatore della miniserie Road to G.I. Joe: Scarlett, scritta da Kelly Thompson. Il suo tratto dinamico e raffinato accompagna una storia che mescola spionaggio, arti   e atmosfere orientali. Ferrari riesce a caratterizzare perfettamente Scarlett come agente d’élite, rendendo spettacolari sia i combattimenti sia le sequenze ambientate all’interno del misterioso clan Arashikage. Ma non ci sono solamente disegnatori italiani impegnati in questo filone dell’Energon Universe, bensì anche una colorista, Annalisa Leoni, che troviamo sulle pagine della miniserie dedicata a Cobra Commander. Il suo lavoro è fondamentale nel definire l’atmosfera cupa e inquietante della serie, attraverso una palette cromatica che alterna toni freddi e metallici a improvvise esplosioni di rossi e arancioni, sottolineando la violenza e la tensione della narrazione.

Conclusioni

 Con G.I. Joe, Transformers e Void Rivals, l’Energon Universe si conferma uno dei progetti editoriali più ambiziosi degli ultimi anni, capace di reinventare personaggi iconici all’interno di un universo narrativo condiviso, moderno e accessibile anche ai nuovi lettori. In Italia, SaldaPress sta proponendo l’intera saga in un’edizione organica che comprende le serie regolari, i volumi della Road to G.I. Joe, gli Energon Universe Special e le pubblicazioni dedicate a Transformers e Void Rivals, offrendo ai lettori italiani la possibilità di seguire l’evoluzione dell’universo ideato da Robert Kirkman e Skybound nella stessa sequenza della pubblicazione originale. Parallelamente è ripresa anche la pubblicazione della serie originale degli anni ‘80 sotto il titolo di “G.I. Joe A Real American Hero”, che invece riprende le storie classiche in un vero e proprio sequel in continuity con le stesse.

Come ogni progetto strutturato in questa maniera, non è necessario leggere anche le altre testate collegate, infatti questa dei G.I. Joe risulta una lettura pienamente godibile anche se letta a se stante. E’ comunque consigliato leggere anche le trame che nascono e si evolvono nelle altre due serie di riferimento per poter avere un’idea a tutto tondo di quello che il burattinaio di questo universo ha in mente, coadiuvato dagli sceneggiatori cui ha delegato quando non scrive in prima persona. Joshua Williamson, il principale artefice dell’overture e della serie regolare, ha avuto la capacità di rendere accessibili concetti riguardanti problemi globali anche a chi non mastica tutti i giorni argomenti come la caccia agli armamenti, lo spionaggio, le attività militaresche grazie a dialoghi diretti e pungenti tra i vari protagonisti sia della stessa fazione che tra fazioni opposte caratterizzandoli in modo tale da renderli riconoscibili e unici. Il tutto condito con disegni dinamici, inquadrature quasi cinematografiche durante le scene di inseguimento o combattimento. In definitiva l’avventura che ci viene proposta è di altissimo livello, adatta a chi cerca tanta azione e colpi di scena, ed un cast che va ampliandosi sia nelle fila dei Joe che in quelle dei Cobra pagina dopo pagina. Non ci resta che attendere i prossimi volumi!

Continua a leggere

Speciali

Rayman Legends: musica a ritmo d’arte

La storia dell’ultimo capitolo della mascotte di Ubisoft, una saltellante melanzana viola sempre in cerca di rinascita e successo

Pubblicato

il

Essere una mascotte è una grande responsabilità. Sei il simbolo e il portavoce di una realtà, devi essere sempre riconoscibile, devi adattarti a quanti più contesti possibile e, se necessario, occorre saperti reinventare senza stravolgerti troppo per essere costantemente nella mente del tuo pubblico.

I più grandi ambasciatori nel mondo videoludico sono proprio le storiche icone del medium, molto più dei creativi a cui esse devono i natali: Super Mario, Sonic, Pikachu sono solo alcuni dei nomi che riescono a scolpire interi immaginari costruiti in decenni di produzioni anche nella testa del giocatore più occasionale.

Sebbene la cultura dell’icona dei videogiochi sia altamente più radicata in Giappone (in cui il prodotto di marketing mascotte invade praticamente ogni ambito commerciale), anche in occidente non mancano proprietà intellettuali che decidono di essere trainate dal carisma di un personaggio simbolico.

È il caso del colosso dello sviluppo Ubisoft, che nel 1995 si presentava su Playstation, Atari Jaguar, Sega Saturn e MS-DOS con un platform a scorrimento laterale coloratissimo con una melanzana umanoide dagli arti scomposti: Rayman

Melanzane in cerca di successo

Il gioco creato dalla mente di Michel Ancel venne immediatamente riconosciuto all’epoca come un gioiello visivo e musicale, con un’atmosfera senza tempo e una mascotte già pronta per essere lanciata nel pantheon delle icone videoludiche.

Per il secondo e terzo capitolo della saga, Rayman segue infatti lo stesso percorso del suo “collega” idraulico italiano e, pescando a piene mani dalla rivoluzionaria lezione di Super Mario 64, il team di Ancel comincia a costruire intorno alla melanzana viola un mondo interamente tridimensionale.

Tutti amano Rayman e i suoi giochi. Ubisoft sembra aver trovato la ricetta perfetta per il suo personale portabandiera in grado di produrre marketing semplicemente con la sua immagine.

Eppure, il destino di questa mascotte viene improvvisamente traviato da una serie di scomode circostanze. Già nel 2006, la piccola melanzana inizia a diventare immagine per altri personaggi nello spin-off Rayman raving Rabbits, in cui si cercava di spostare l’attenzione proprio sui conigli bipedi considerati dalla casa di sviluppo francese “la nuova frontiera delle mascotte”.

Il povero personaggio di Ancel dunque, se si esclude la deriva dei Rabbits, non rivedrà un suo gioco fino al 2011, anno che coincide con la prima prova per riportare Rayman al successo: Rayman Origins.

Foto da Rayman Origins

Come anticipa il nome, il gioco è un ritorno alla formula originale del primo capitolo datato 1995, con una struttura a livelli bidimensionali a scorrimento laterale.

L’esperimento di Origins culmina con l’ultimo capitolo della serie uscito per le console di scorsa generazione (PS4, Xbox One e Switch), che segna anche la lunga scomparsa della mascotte da avventure platform ad essa dedicate.

Rayman Legends nasce infatti in una Ubisoft molto diversa: il fenomeno Assassin’s Creed continua a macinare annualmente copie vendute, la serie Far Cry è seguitissima e l’azienda, anche se solo internamente, sta già guardando con profondo interesse alla dimensione di giochi online come Rainbow Six e Ghost Recon.

La melanzana si ritrova con una concorrenza molto più agguerrita, tuttavia rimane ancora un’eccellenza di critica e pubblico grazie al team di Ubisoft Montpellier che perfeziona il grandioso UbiArt Framework, un motore proprietario sviluppato dallo studio e dedicato alla realizzazione di giochi 2.5D.

Foto da Rayman Legends

Musica, Maestro!

Rayman Legends è un enorme compendio e celebrazione della storia della melanzana viola. In tutto sono presenti ben 120 livelli suddivisi in sette mondi, ognuno con una grande quantità di creaturine blu chiamate Teensy da trovare e salvare, nonché premi di vario genere qualora si completi ogni livello con una certa quantità di valuta di gioco.

Ogni mondo è studiato alla perfezione per proporre un mix di varie esperienze del platform a scorrimento laterale: insieme ai livelli classici si potranno trovare dei livelli invasione, ovvero corse contro il tempo in cui si verrà invasi da nemici di altri mondi, oppure livelli “salva la principessa” con prove d’abilità che sbloccheranno le diverse fanciulle regnanti dei vari universi esplorabili.

Ci si potrà cimentare nella sezione “Back to Origins”, una selezione dei migliori livelli del gioco precedente, pensato per coloro che non hanno potuto accedervi nella precedente generazione di console.

E ultimi, ma assolutamente non per importanza, i livelli musicali che si troveranno alla fine di ogni mondo.

La colonna sonora composta da Christophe Héral e Billy Martin è infatti l’elemento più affascinante di tutta la produzione. L’identità sonora e i brani orchestrali originali sono stati prevalentemente curati da Héral, con un muro sonoro fortemente ispirato e in grado di trasmettere al giocatore tutte le sensazioni di un concetto di riferimento.

In questo senso rimane emblematico il Medieval Theme, una delle tracce più iconiche che è possibile ascoltare nel primissimo livello e che restituisce tutte le suggestioni dell’immaginario fantasy-medievale.

Martin invece conclude l’operazione occupandosi di rifinire il sound design, gli arrangiamenti e di elaborare i sopracitati livelli musicali. Queste parti di gioco sono rielaborazioni di brani già esistenti e su cui si costruisce tutta la sezione giocabile, nonché i movimenti dello stesso Rayman.

Ad esempio sarà possibile sentire l’iconico brano Black Betty dei Ram Jam, Eye of the Tiger dei Survivor oppure il bellissimo Woo Hoo del gruppo giapponese 5.6.7.8’s. Il giusto salto da eseguire, oppure il tasto per attaccare i nemici del livello saranno perfettamente sincronizzati con gli strumenti e il ritmo della canzone che sentirete.

Se sarete abbastanza abili, sarà possibile anche fare il livello in questione ad occhi chiusi semplicemente anticipando il suono della canzone.

Bis del finale

Esattamente come Origins, nonostante il plauso di pubblico e critica, Rayman viene nuovamente dimenticato dalla sua casa madre, rientrando nel mondo dei videogiochi console solo in un cameo per il bellissimo Mario + Rabbits: Sparks of Hopesolamente come contenuto aggiuntivo a pagamento.

Già molti anni fa Ubisoft sospese definitivamente l’utilizzo del motore UbiArt Framework, poiché troppo complesso da utilizzare e difficilmente condivisibile con altri studi interni.

Questo pose fine anche allo stile estetico prediletto da Michel Ancel, il quale sfruttò la risorsa concretamente solo fino alla fine del 2014 in giochi bellissimi come Child of Light e Valiant Hearts.

Sono piccoli gioielli che purtroppo non torneranno solo per capriccio di una casa di sviluppo che negli anni ha sempre e solo guardato al guadagno facile spremendo e rovinando brand di enorme successo.

Negli ultimi anni però, dopo la crisi che ha attraversato il colosso francese, Rayman ha ricominciato a saltare fra lo studio di Montpellier e quello di Ubisoft Milano, riaccendendo la speranza degli appassionati della melanzana.

A maggio del 2026 viene infatti svelato un “nuovo” gioco dedicato alla mascotte, tuttavia si tratta del rifacimento dello stesso Rayman Legends, per l’occasione rinominato Retold. Una collaborazione tra i due studi che dunque stanno cercando, seppur con questa scelta priva di senso, a riportare in vita l’interesse per il personaggio in una nuova veste grafica.

Foto di Rayman Legends Retold

Trascurando la vaga utilità dell’operazione, che comunque presenta un colpo d’occhio eccellente, spero che questo sia l’inizio di un nuovo corso per questa mascotte che ha vissuto fin troppe vite alla ricerca del suo successo.

Un personaggio che ha fatto della qualità e del divertimento nei suoi giochi il suo marchio di fabbrica, con una musica sempre eccelsa in grado di rendere Rayman l’icona che è rimasta scolpita nella mente degli appassionati.

Che tutti possano nuovamente amare la melanzana viola, magari con un capitolo inedito in futuro che possa davvero raccogliere l’eredità inestimabile di Rayman Legends.


Continua a leggere

Speciali

Essenza Ludica K.O.: Who would win? I picchiaduro messi alla prova della realtà

Su Essenza Ludica si parla di chi vincerebbe una competizione teale tra i personaggi dei picchiaduro

Avatar photo

Pubblicato

il

Nei picchiaduro tutto è possibile: un pensionato può mettere al tappeto un demone millenario, un liceale può abbattere un lottatore di due metri e mezzo e una ragazzina di quaranta chili può spedire al tappeto un wrestler da centocinquanta con una presa spettacolare. È la magia del gameplay, dove il bilanciamento viene prima del buon senso e ogni personaggio deve avere una possibilità di vincere.

Ma cosa succederebbe se eliminassimo le esigenze del videogioco e portassimo questi combattenti nel mondo reale? Chi avrebbe davvero la meglio in uno scontro uno contro uno? In questa puntata di Essenza Ludica proveremo a rispondere proprio a questa domanda, analizzando ogni sfida con un approccio il più possibile realistico.

Non conteranno le barre della vita, le combo infinite o le super mosse cinematografiche. A fare la differenza saranno fattori concreti, che andremo a discutere più avanti. L’obiettivo non è stabilire chi sia il più forte nel proprio videogioco, ma capire chi avrebbe maggiori probabilità di uscire vincitore da un combattimento che obbedisce alle leggi della fisica… o almeno ci prova.

Naturalmente non esiste una risposta assoluta e una parte del divertimento sarà proprio discuterne. Perché, diciamocelo, i picchiaduro sono nati anche per alimentare quella domanda che ogni appassionato si è posto almeno una volta nella vita: “Sì, ma tra questi due… chi vincerebbe davvero?

Il mito del marzialista invincibile

Da bambino ci sono cascato in pieno. Anzi, credo di essere stato in ottima compagnia. Come me, milioni di appassionati e, a giudicare da certi personaggi dei picchiaduro, anche molti sviluppatori di videogiochi erano convinti che le arti marziali fossero una sorta di lasciapassare per l’invincibilità. Nella mia testa il classico combattente mingherlino, maestro di kung fu o di qualche antica disciplina orientale, avrebbe sempre trovato il modo di sconfiggere il gigante di turno, indipendentemente dalla differenza di peso, forza o stazza.

Non era una convinzione nata dal nulla. Per anni cinema e produzioni orientali ci hanno raccontato proprio questo: il maestro apparentemente fragile che, grazie a tecnica, disciplina e anni di allenamento, riusciva a mettere al tappeto avversari enormemente più grossi e potenti. Era una narrazione affascinante, quasi mitologica, che finiva inevitabilmente per plasmare anche il nostro modo di immaginare il combattimento.

A rafforzare questa idea contribuivano anche i racconti tramandati quasi come leggende metropolitane. C’era sempre qualcuno, spesso il famoso “cugino”, che conosceva un maestro capace di abbattere un uomo con un solo dito, di spezzare mattoni a mani nude o di vincere qualsiasi rissa senza nemmeno scomporsi. Vere o inventate che fossero, queste storie alimentavano un’immagine quasi mistica delle arti marziali, trasformando i loro praticanti in figure ai limiti del sovrumano.

Poi si cresce e, inevitabilmente, cambiano anche le prospettive. Si scopre che il combattimento reale segue regole molto diverse da quelle del cinema e dei videogiochi. La vera rivoluzione arrivò negli anni ’90 con le prime edizioni dell’UFC, nate proprio con l’idea di mettere a confronto praticanti di discipline diverse per capire quali fossero realmente efficaci in uno scontro senza le limitazioni delle singole competizioni.

Il risultato fu un autentico terremoto. Alcune arti marziali, considerate quasi leggendarie nell’immaginario collettivo, si dimostrarono sorprendentemente poco efficaci in quel contesto. Altre, invece, dominarono gli incontri, mostrando una superiorità che pochi avrebbero previsto. Molti stili, eccellenti nelle rispettive competizioni o nell’autodifesa, faticavano enormemente quando venivano privati delle regole che li avevano plasmati, mentre discipline incentrate sul contatto pieno, sulla lotta e sul combattimento a terra si rivelavano devastanti.

Da quel momento il mito del “maestro imbattibile” iniziò a lasciare spazio a una visione molto più concreta del combattimento. Non esisteva più un’arte marziale definitiva, ma discipline più o meno adatte a un determinato contesto, e soprattutto divenne evidente che il confronto tra stili diversi era molto più complesso di quanto ci avessero fatto credere decenni di film, fumetti e videogiochi.

Essenza Ludica K.O. – Le regole dello scontro

Prima di iniziare, però, è necessario stabilire alcune regole. Questo non sarà un esercizio di fantasia, ma un tentativo di analizzare gli scontri sulla base di ciò che abbiamo imparato osservando decenni di combattimenti reali, soprattutto dopo la rivoluzione portata dalle prime UFC. Da allora il mondo degli sport da combattimento ha accumulato una quantità enorme di dati, incontri ed esperienze che permettono di distinguere abbastanza chiaramente ciò che appartiene al mito da ciò che funziona davvero.

Il primo principio è forse il più importante: il grappling tende a prevalere sullo striking. Un lottatore capace di portare rapidamente il combattimento a terra neutralizza gran parte dei vantaggi di chi combatte esclusivamente in piedi. Non significa che uno striker non possa vincere, ma statisticamente parte quasi sempre in una posizione di svantaggio contro un grappler di livello equivalente.

Il secondo criterio riguarda la fisicità. Nei videogiochi una differenza di trenta o quaranta chili è poco più di un dettaglio; nella realtà è spesso decisiva. Peso, altezza, forza e massa muscolare influenzano enormemente l’esito di uno scontro, tanto che gli sport da combattimento sono divisi in categorie proprio per evitare incontri troppo sbilanciati.

Anche la distinzione tra arti marziali tradizionali e sport da combattimento avrà un peso importante. Senza nulla togliere al valore culturale e formativo delle prime, l’esperienza ha dimostrato che chi combatte regolarmente a contatto pieno, contro avversari che oppongono una resistenza reale, parte generalmente con un vantaggio rispetto a chi pratica discipline dove il combattimento libero è limitato o assente.

C’è poi un aspetto che può risultare scomodo, ma che sarebbe disonesto ignorare. A parità di allenamento, un uomo possiede mediamente un vantaggio fisico significativo nei confronti di una donna in termini di forza, massa muscolare e potenza esplosiva. Per questo motivo gli eventuali scontri tra personaggi maschili e femminili verranno valutati tenendo conto della realtà biologica e non delle esigenze di bilanciamento tipiche dei videogiochi.

Infine, saranno esclusi tutti quei personaggi il cui stile di combattimento ruota attorno ad armi da fuoco, spade o altri equipaggiamenti, così come verranno ignorate tecniche palesemente soprannaturali: niente onde energetiche, pugni infuocati, teletrasporti o trasformazioni. L’obiettivo è capire chi vincerebbe affidandosi unicamente alle proprie capacità fisiche e tecniche. Perché, una volta spente le barre della vita e messe da parte le super mosse, è proprio lì che inizia il combattimento vero. Per questo uno dei picchiaduro più importanti, Mortal Kombat, viene escluso da questo articolo.

Street Fighter II Turbo: – Chi vincerebbe davvero?

Se prendessimo il roster di Street Fighter II Turbo e togliessimo di mezzo Hadoken, Sonic Boom, Yoga Fire e qualsiasi altra concessione al soprannaturale, il quadro cambierebbe radicalmente. Resterebbero uomini e donne con il loro bagaglio tecnico, la loro preparazione atletica e, soprattutto, i loro limiti fisici. Applicando i criteri stabiliti in precedenza, il podio dei combattenti più pericolosi sarebbe, a mio avviso, piuttosto netto.

🥇 1° posto – Zangief

Il gigante sovietico parte con un vantaggio enorme: lotta. Il wrestling, inteso come disciplina di combattimento e non come spettacolo, è storicamente una delle basi più efficaci in uno scontro reale e continua ancora oggi a dominare le MMA insieme al grappling. Se un atleta della stazza di Zangief riesce ad accorciare la distanza e a mettere le mani sull’avversario, l’incontro rischia di finire in pochi secondi. A questo si aggiungono una forza fuori dal comune, una massa muscolare impressionante e una resistenza eccezionale. Nel mondo reale sarebbe un incubo da affrontare.

🥈 2° posto – Sagat

La Muay Thai è una delle discipline di striking più devastanti mai concepite. Gomiti, ginocchia, calci e pugni: ogni parte del corpo diventa un’arma. Sagat, però, non è soltanto un maestro di questa disciplina. È anche un colosso che supera abbondantemente i due metri di altezza, con un allungo enorme e una potenza fisica impressionante. Pur soffrendo contro un lottatore puro capace di portarlo a terra, contro la maggior parte degli avversari avrebbe tutti gli strumenti per imporre distanza, ritmo e potenza.

🥉 3° posto – Balrog

La boxe ha dimostrato per oltre un secolo di essere una delle discipline più efficaci nel combattimento in piedi. Balrog incarna perfettamente il pugile costruito per fare danni: fisico possente, grande esplosività, allungo e una capacità di generare potenza impressionante. Certo, soffrirebbe un grappler esperto, ma contro chiunque fosse costretto a combattere in piedi partirebbe con un vantaggio enorme. E un solo pugno ben assestato potrebbe essere sufficiente per chiudere i conti.

Al di fuori del podio il livello si abbassa sensibilmente. Molti personaggi pagano semplicemente la differenza di stazza: per quanto possano essere tecnici, affrontare avversari che pesano decine di chili in più e possiedono un background da combattimento così solido è un’impresa quasi impossibile. Altri, invece, sono penalizzati dalla disciplina che praticano, spesso romanzata o comunque poco collaudata in un contesto di combattimento reale senza regole.

Honda e T. Hawk meritano un discorso a parte. Entrambi dispongono di una forza fisica impressionante e rappresentano autentici colossi, ma gli stili ai quali sono associati lasciano più di un interrogativo. Il sumo, per esempio, è uno sport estremamente impegnativo e produce atleti potentissimi, ma nasce con obiettivi e regole molto specifici, ben diversi da quelli di uno scontro reale. Anche il combattimento di T. Hawk è un insieme di tecniche ispirate alle tradizioni dei nativi americani, senza un corrispettivo moderno che ne dimostri l’efficacia in un confronto ad alto livello. La loro fisicità li renderebbe comunque avversari temibilissimi, ma difficilmente li vedrei prevalere contro specialisti della lotta, della Muay Thai o della boxe.

Chi potrebbe invece ritagliarsi un ruolo da outsider è Guile. Il suo addestramento militare e le competenze nel combattimento corpo a corpo gli garantirebbero una notevole versatilità, anche se è difficile stabilire quanto il suo stile sia realmente competitivo contro atleti specializzati. Discorso simile per Dee Jay: la kickboxing è una disciplina efficace, completa e ampiamente collaudata negli sport da combattimento, e lui possiede anche un fisico atletico e potente. Probabilmente non abbastanza per scalzare il podio, ma certamente sufficiente per giocarsela con gran parte del roster.

Tekken  – Chi vincerebbe davvero?

Con Tekken  il lavoro si complica parecchio. Il roster (useremo quello del 7, il più ampio al momento) è enorme e comprende combattenti provenienti dagli stili più disparati, ma anche robot, esseri geneticamente modificati, demoni e personaggi dotati di capacità decisamente incompatibili con il mondo reale. Più che in qualsiasi altro picchiaduro, quindi, le regole della rubrica diventano fondamentali.

Per questa analisi verranno completamente ignorati tutti gli elementi soprannaturali. Niente Gene del Diavolo, trasformazioni demoniache, raggi laser, capacità sovrumane o resistenze fuori da ogni logica. Allo stesso modo, personaggi come Jack, Alisa o gli altri combattenti non umani saranno valutati come se fossero esseri umani in carne e ossa, mantenendo esclusivamente il loro stile di combattimento, la loro corporatura e il loro addestramento. In altre parole, niente vantaggi derivanti dall’essere robot, cyborg o creature soprannaturali.

Questa scelta penalizza alcuni personaggi molto più che in Street Fighter. Se nel titolo Capcom bastava eliminare Hadoken e Shoryuken “magici”, in Tekken ci sono combattenti la cui pericolosità deriva quasi interamente dai loro poteri o dalla loro natura non umana. Privati di questi vantaggi, il confronto torna a essere quello che interessa a questa rubrica: quale stile di combattimento, unito alla migliore combinazione di tecnica, esperienza e caratteristiche fisiche, avrebbe davvero la meglio in uno scontro reale?

🥇 1° posto – Craig Marduk

Qui ho davvero pochi dubbi. Marduk è un ex praticante di Vale Tudo, disciplina che rappresenta l’antenata delle moderne MMA. Sa colpire, sa lottare, sa finalizzare a terra e, soprattutto, possiede una stazza impressionante. È il classico combattente che le prime UFC hanno dimostrato essere devastante: completo sotto ogni aspetto, potentissimo fisicamente e difficilissimo da controllare una volta entrato nel clinch. Contro avversari specializzati in una sola disciplina partirebbe quasi sempre favorito.

🥈 2° posto – Sergei Dragunov

Il Combat Sambo è probabilmente una delle discipline più complete presenti nel roster. Proiezioni, lotta, sottomissioni e striking convivono in un sistema pensato per essere efficace e pragmatico. Dragunov, inoltre, è un soldato delle forze speciali, abituato a un addestramento estremo e al combattimento ravvicinato. Non possiede la mole di Marduk, ma compensa con una preparazione tecnica di altissimo livello e una versatilità che pochi altri personaggi possono vantare.

🥉 3° posto – Paul Phoenix

Molti ricordano Paul soprattutto per il suo karate, ma spesso si dimentica un dettaglio fondamentale: pratica anche il judo. Questa combinazione lo rende uno dei combattenti più completi dell’intero roster. Il karate gli garantisce un ottimo striking, mentre il judo gli offre proiezioni, controllo del corpo dell’avversario e la capacità di gestire il combattimento a distanza ravvicinata. Non raggiunge il livello di completezza di Marduk o Dragunov, ma rappresenta probabilmente il miglior compromesso tra tecnica, esperienza e versatilità.

Qualcuno potrebbe storcere il naso per l’assenza di King dal podio, ed è un’obiezione più che legittima. Il problema è che il suo stile è difficile da inquadrare. Se ci limitassimo alla sua biografia ufficiale, King è un wrestler professionista, una disciplina spettacolare ma non pensata per il combattimento reale. È vero che nel suo repertorio compaiono moltissime tecniche ispirate al catch wrestling e alla lotta libera, ma il personaggio resta volutamente sospeso tra sport e spettacolo.

Per questo motivo ho preferito non premiarlo con il podio. Se interpretassimo il suo wrestling come vero catch wrestling ad altissimo livello, allora potrebbe tranquillamente competere con Paul Phoenix e Sergei Dragunov, se non addirittura superarli in alcune situazioni. Ma attenendoci il più possibile alla versione ufficiale del personaggio, credo sia più corretto lasciarlo appena fuori dai primi tre.

Qualcuno potrebbe poi chiedersi: come mai Bruce Irvin e Fahkumram siano rimasti fuori dal podio, nonostante pratichino la Muay Thai, unanimemente considerata una delle discipline di striking più efficaci al mondo? La risposta è semplice: il problema non è la Muay Thai, ma il confronto con combattenti più completi. Bruce e Fahkumram sarebbero probabilmente favoriti contro la maggior parte del roster in un combattimento esclusivamente in piedi, ma contro specialisti del grappling come Marduk o Dragunov partirebbero in svantaggio.

Fahkumram, inoltre, paga anche un altro fattore. Nel gioco è rappresentato come un gigante quasi sovrumano, con caratteristiche fisiche ai limiti dell’impossibile. Applicando le regole di questa rubrica, però, quei vantaggi vengono necessariamente ridimensionati, rendendolo “solo” un atleta enorme e straordinariamente preparato. Bruce, dal canto suo, è probabilmente il rappresentante più realistico della Muay Thai nel roster, ma la sua specializzazione nello striking non basta, a mio avviso, per superare combattenti capaci di eccellere sia in piedi sia nella lotta.

Virtua Fighter  – Chi vincerebbe davvero?

Se Street Fighter richiede di eliminare le mosse soprannaturali e Tekken impone di ridimensionare demoni e robot, Virtua Fighter rappresenta quasi un caso di studio. Il roster è composto quasi esclusivamente da combattenti realistici, ciascuno con uno stile ben definito e ispirato a discipline realmente esistenti. Proprio per questo stilare un podio è molto più difficile: qui le differenze non le fanno magie o poteri impossibili, ma l’efficacia delle arti marziali rappresentate e le caratteristiche fisiche dei singoli personaggi.

🥇 1° posto – Jeffry McWild

Il gigante australiano pratica il pankration, una disciplina che combina efficacemente striking e grappling e che, per filosofia e completezza, ricorda molto le moderne MMA. A questo si aggiunge una struttura fisica imponente, una forza fuori dal comune e un’aggressività che lo rendono probabilmente il combattente più completo del roster. Se c’è un personaggio di Virtua Fighter che incarna ciò che oggi sappiamo essere più efficace in un combattimento reale, è proprio Jeffry.

🥈 2° posto – Goh Hinogami

Il judo è una delle poche arti marziali tradizionali ad aver dimostrato senza ombra di dubbio la propria efficacia nel combattimento reale. Proiezioni, sbilanciamenti, controllo del corpo e leve articolari ne fanno una disciplina estremamente pericolosa. Goh, inoltre, interpreta il judo nel modo più brutale possibile, senza alcuna concessione all’aspetto sportivo. Contro molti striker riuscirebbe probabilmente a portare rapidamente il combattimento a terra, trasformando lo scontro in un terreno a lui decisamente favorevole.

🥉 3° posto – Wolf Hawkfield

L’esclusione di Wolf dai primi due posti potrebbe sorprendere qualcuno, soprattutto considerando la sua mole impressionante. Il problema, però, è lo stesso già affrontato con King in Tekken. Ufficialmente Wolf è un wrestler professionista, disciplina che nasce come spettacolo e non come combattimento reale. È vero che molte delle sue tecniche derivano dalla lotta e dal catch wrestling, e proprio per questo riesce comunque a conquistare il podio. Tuttavia ho preferito non attribuirgli capacità che il personaggio non dichiara esplicitamente, premiando invece discipline la cui efficacia è stata dimostrata in decenni di competizioni reali.

Appena fuori dal podio metterei Jean Kujo. Il suo Kyokushin Karate è una delle discipline di striking più dure mai concepite: allenamenti massacranti, contatto pieno e una preparazione fisica che pochi altri stili possono vantare. Se gli manca qualcosa rispetto ai primi tre è soprattutto una componente di grappling di alto livello, che nelle moderne MMA si è dimostrata fondamentale. Detto questo, contro gran parte del roster Jean partirebbe comunque con ottime possibilità di vittoria e rappresenterebbe probabilmente il migliore tra gli specialisti del combattimento in piedi.

Un discorso a parte merita Vanessa. Se dovessimo giudicare esclusivamente lo stile di combattimento, sarebbe probabilmente la numero uno dell’intero roster. Le sue tecniche sono infatti ispirate alle moderne MMA, cioè la disciplina che più di ogni altra ha dimostrato la propria efficacia negli ultimi trent’anni, combinando striking, lotta e combattimento a terra in un sistema completo e pragmatico.

Il motivo per cui resta fuori dal podio è purtroppo un altro, ed è lo stesso criterio adottato per tutta questa rubrica: la realtà biologica. A parità di preparazione tecnica, un uomo possiede mediamente un vantaggio significativo in termini di forza, massa muscolare, densità ossea e potenza esplosiva. È il motivo per cui negli sport da combattimento uomini e donne competono in categorie separate. Questo non sminuisce in alcun modo il valore di Vanessa, che rimane uno dei personaggi tecnicamente più preparati dell’intera serie, ma in un confronto diretto con combattenti maschili di alto livello partirebbe inevitabilmente in svantaggio.

The King of Fighters – Chi vincerebbe davvero?

Come già visto con Tekken, anche The King of Fighters richiede una premessa importante. Poteri elementali, energie spirituali, trasformazioni e abilità soprannaturali fanno parte del DNA della serie, ma in questa rubrica vengono completamente ignorati. L’obiettivo è valutare esclusivamente il combattente, il suo stile, la sua preparazione e le sue caratteristiche fisiche.

🥇 1° posto (ex aequo) – Clark Still e Ralf Jones

Separarli è praticamente impossibile. I due mercenari dell’Ikari Team sono addestrati per il combattimento reale e rappresentano l’antitesi del marzialista tradizionale. Clark eccelle nella lotta e nelle prese, mentre Ralf è un combattente completo, capace di combinare forza bruta, tecnica e addestramento militare. Entrambi possiedono una fisicità impressionante e uno stile estremamente pragmatico, costruito per neutralizzare rapidamente l’avversario. Se dovessi scegliere i combattenti con le maggiori probabilità di uscire vincitori da uno scontro reale, loro sarebbero in cima alla lista.

🥈 2° posto – Goro Daimon

Ancora una volta il judo dimostra perché sia una delle arti marziali tradizionali che meglio hanno superato la prova del combattimento reale. Goro è un autentico colosso e abbina una disciplina devastante a una forza fisica fuori dal comune. Una proiezione eseguita da un atleta della sua stazza può decidere un incontro in pochi istanti, e una volta portato il combattimento a distanza ravvicinata diventerebbe un avversario difficilissimo da gestire.

🥉 3° posto – Joe Higashi

Joe rappresenta il miglior striker dell’intero roster. La Muay Thai è una delle discipline di combattimento più efficaci mai sviluppate e il suo stile è costruito attorno a potenza, resistenza e capacità di infliggere danni con ogni parte del corpo. Contro la maggior parte dei personaggi partirebbe favorito, ma contro specialisti della lotta come Clark o Goro pagherebbe probabilmente la mancanza di un grappling di alto livello, proprio come abbiamo visto accadere più volte nella storia delle MMA.

Appena fuori dal podio meritano una menzione Blue Mary e Ramon. La prima pratica il Combat Sambo, una disciplina estremamente completa che, sulla carta, sarebbe probabilmente la più efficace dell’intero roster. Se questa classifica fosse limitata alle sole tecniche di combattimento, avrebbe tutte le carte in regola per puntare al primo posto. La sua esclusione dipende esclusivamente dal criterio realistico adottato fin dall’inizio della rubrica: a parità di preparazione, il divario fisico tra uomini e donne rappresenta uno svantaggio difficilmente colmabile. Ramon, invece, paga uno stile ispirato alla lucha libre, spettacolare e ricco di prese scenografiche, ma meno collaudato in un contesto di combattimento reale rispetto a discipline come judo, sambo o lotta libera.

Dead or Alive : e tra le donne?

Dead or Alive rappresenta un caso particolare. Se applicassimo alla lettera i criteri utilizzati finora, il podio assoluto sarebbe piuttosto prevedibile: Bass Armstrong, Bayman e Leon, tre autentici specialisti del combattimento reale, forti di una stazza imponente e di discipline estremamente efficaci. Per questo motivo una classifica generale avrebbe poco da dire.

Molto più interessante è invece restringere il campo alle sole combattenti, che sono il 90% del roster qui, mettendole sullo stesso piano e valutandole esclusivamente in base allo stile praticato, alla preparazione e alle caratteristiche fisiche.

🥇 1° posto – Mila

Non poteva che essere lei. Mila pratica le MMA, la disciplina che più di ogni altra ha dimostrato la propria efficacia negli ultimi trent’anni. Sa colpire, sa lottare e sa combattere a terra, qualità che la rendono la combattente più completa dell’intero roster femminile. In uno scontro realistico partirebbe con un vantaggio evidente sulla maggior parte delle avversarie.

🥈 2° posto – Tina Armstrong

Il wrestling rappresentato da Tina è molto più concreto di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Le sue numerose prese e proiezioni richiamano chiaramente la lotta reale e, unite a una struttura fisica decisamente superiore alla media delle altre combattenti, la rendono un’avversaria estremamente pericolosa. Contro Mila pagherebbe probabilmente la maggiore completezza tecnica dell’MMA, ma resterebbe una delle lottatrici più difficili da affrontare.

🥉 3° posto – Hitomi

Hitomi chiude il podio grazie al suo karate, praticato in una forma molto realistica e orientata al combattimento. Non possiede un vero repertorio di grappling, ma compensa con una tecnica eccellente, un’ottima preparazione atletica e uno stile estremamente pulito ed efficace. Tra le specialiste dello striking è probabilmente quella che offre le maggiori garanzie in un confronto reale.

Appena fuori dal podio rimangono Kasumi, Ayane e Christie. Le prime due pagano uno stile inevitabilmente influenzato dalla componente ninja della serie, mentre Christie, pur essendo una striker di altissimo livello, soffrirebbe contro avversarie più complete come Mila o dotate di un grappling più incisivo come Tina.

Bonus finale – Il campione dei campioni

Dopo aver analizzato le principali saghe dei picchiaduro, è arrivato il momento della domanda più difficile: chi vincerebbe mettendo insieme tutti i podi?

🥇 1° posto – Craig Marduk (Tekken )

Per me il vincitore assoluto è lui. Il motivo è semplice: rappresenta quasi il prototipo del combattente perfetto secondo gli standard moderni. Vale Tudo significa grappling, striking e combattimento a terra, il tutto unito a una stazza impressionante. È enorme, potente e possiede un bagaglio tecnico completo. Se dovessi scommettere su un solo personaggio in un torneo realistico, sceglierei senza esitazioni Marduk.

🥈 2° posto – Jeffry McWild (Virtua Fighter)

Il pankration è uno stile incredibilmente completo e Jeffry abbina questa preparazione a un fisico da autentico colosso. Probabilmente non raggiunge il livello di completezza di Marduk nel combattimento moderno, ma possiede tutte le qualità necessarie per mettere in difficoltà chiunque.

🥉 3° posto – Zangief (Street Fighter II )

Senza Spinning Piledriver impossibili e altre licenze videoludiche, resta comunque un gigante specializzato nella lotta. E la storia degli sport da combattimento ci ha insegnato che un grappler di altissimo livello, dotato di una simile forza fisica, rappresenta sempre un avversario temibilissimo. Forse meno completo dei primi due, ma abbastanza dominante da meritare il gradino più basso del podio.

Appena fuori dalla top three rimangono Sergei Dragunov, Clark Still, Ralf Jones, Goro Daimon e Paul Phoenix, tutti combattenti che, in giornate diverse, potrebbero tranquillamente ribaltare qualsiasi pronostico. Del resto, è proprio questa la lezione che gli sport da combattimento ci hanno insegnato negli ultimi trent’anni: nessuno è imbattibile. Ma se dovessi scegliere un solo campione tra tutti i picchiaduro, il mio gettone finirebbe senza dubbio su Craig Marduk.

Continua a leggere

In evidenza

Copyright © 2026 Popcornerd by Viaggipop | Designed & Developed by Webbo.eu