Fase 1 dell’esperimento – Osservazione
“Sperimentazione” è la parola d’ordine di molti creativi, a prescindere dall’ambito artistico. L’animazione giapponese nasce e si sviluppa per merito di alcuni pionieri che sono riusciti ad intercettare la cultura più antica e trasporla nel mezzo del cinematografo tramite esperimenti.
Noburō Ōfuji, ad esempio, è stato precursore dell’utilizzo della carta chiyogami nelle pellicole e nella sonorizzazione di disegni animati. Questa tipologia di carta veniva stampata con varie fantasie e colori ed utilizzata soprattutto per l’origami o per la creazione di piccole bambole di carta chiamate chiyogami ningyo.
Dal cinema di Ōfuji è possibile rilevare le prime forme di video musicale, soprattutto con due cortometraggi del 1931: La canzone della primavera e L’inno Kimigayo.
Durante le proiezioni infatti, si invitavano gli spettatori ad imparare e cantare i testi che comparivano con scritte riportanti le parole delle canzoni, con una scansione ritmica in accordo con la musica dei brani. Una sorta di primordiale karaoke.
Questa formula rimane però solo un momentaneo esperimento. Il videoclip animato viene dimenticato per molti decenni successivi, nei quali si preferisce approfondire altri aspetti da poter legare all’animazione, dai temi adulti al nuovo mezzo della televisione.

Fase 2 dell’esperimento – Ideazione
L’avvento dei nuovi mezzi tecnologici e l’evoluzione dell’animazione portano progetti sperimentali anche nel nuovo millennio.
Nel 2000 comincia a prendere forma nella mente del duo francese composto da Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, membri dello storico gruppo di musica elettronica Daft Punk, l’idea di un progetto audiovisivo in grado di unire musica, fantascienza e industria dell’intrattenimento.
Dopo la fine delle registrazioni del loro album Discovery nel 2001, i due partono per Tokyo con l’obbiettivo di ottenere la collaborazione del leggendario Leiji Matsumoto, autore di un gigantesco universo fantascientifico che si sviluppa dai fumetti alle serie animate iconiche di Capitan Harlock, Corazzata spaziale Yamato, Danguard A e molti altri.
I brani e le bozze del progetto, supervisionate dal direttore creativo Cédric Hervet, convincono Matsumoto e lo coinvolgono immediatamente nella produzione firmata Tōei Animation.
Il risultato finale è un film completamente privo di dialoghi, in cui tutta la narrazione viene scandita dalla musica. L’operazione, strutturata come un gigantesco videoclip di oltre un’ora, arriva nelle sale cinematografiche nel 2003, ma già nel 2001 i primi quattro segmenti vengono trasmessi come clip a sé stanti sul canale MTV.

Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter – Daft Punk
Fase 3 dell’esperimento – Esecuzione
È interessante notare anzitutto il ruolo diegetico della colonna sonora: l’assenza della parola viene rimpiazzata dalla musica sia nel ritmo sia nel movimento dell’animazione. Non è raro né vedere il labiale dei personaggi coincidere perfettamente con il testo dei brani, né inquadrare gli strumenti musicali che si sentono nella componente audio.
Si tratta di una ricerca meticolosa, studiata già in fase di concept dal duo francese insieme al regista Kazuhisa Takenōchi. La componente complessa sta nel lavorare su una sceneggiatura scritta e non scritta: i tempi, le scene e le inquadrature devono essere costruiti sulla base della musica dei Daft Punk, calcolando in partenza la durata dei momenti di climax, lo sviluppo e la risoluzione anche in base alla tipologia di brano.
L’esempio perfetto che riassume il concetto è il primo videoclip che compone il film: One More Time. La presentazione della band protagonista potrebbe già essere estrapolata dalla pellicola e trasposta come video a sé stante.
L’elemento che salta subito all’occhio è il character design curato da Hiroshi Katō e sviluppato sotto la supervisione del maestro Leiji Matsumoto. Durante tutta la sua carriera, l’autore ha concepito i suoi disegni in un immaginario star system, in cui gli stessi volti e fisionomie possono ricoprire ruoli con personalità molto diverse.
Il parallelismo tra i personaggi delle sue saghe a fumetti e del videoclip è infatti evidente: il batterista del gruppo, Baryl, è molto simile a Tochiro Oyama, storico aiutante di Capitan Harlock, la bassista Stella è identica alla piratessa Queen Emeraldas, mentre il chitarrista Arpegius ricorda il giovane Susumu Kodai, pilota della corazzata spaziale Yamato.
Questa cifra stilistica dona un senso di familiarità al prodotto, almeno per gli spettatori appassionati, e allo stesso tempo arricchisce il carattere visivo della produzione agli occhi del pubblico più occasionale.

I protagonisti di Interstella 5555 – Da sinistra: Octave, Baryl, Arpegius, Stella
Fase 4 dell’esperimento – Conclusione
È infine necessaria un’avvertenza per chiunque volesse vedere per la prima volta questo, a mio parere fantastico, film.
L’anno scorso è stata riproposta nelle sale una versione rimasterizzata in 4k della pellicola. Tuttavia, la riedizione ha scatenato l’indignazione di molti utenti online per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel processo di restaurazione dei disegni.
Sebbene il risultato finale non venga compromesso da questa scelta, trovo comunque giusto avvertire i possibili nuovi spettatori che decideranno di recuperare il prodotto (interamente disponibile su Youtube) della presenza di alcuni disegni abbozzati sullo sfondo delle scene, che potrebbero risultare sgradevoli soprattutto agli appassionati più attenti.
Il difetto c’è ed è ben visibile, quindi attenzione alla versione selezionata. Per il resto, godetevi uno degli esperimenti audiovisivi più riusciti della storia dell’animazione.

I Daft Punk insieme a Leiji Matsumoto