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Oscar 2026: i candidati al Miglior Film! (Prima parte)

Gli Oscar 2026 sono alle porte. I 10 candidati a Miglior Film saranno all’altezza delle aspettative? Scopriamolo!

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Lo scorso 22 Gennaio, con una diretta mondiale su YouTube, gli attori Lewis Pullman (Top Gun: Maverick, Thunderbolts*) e Danielle Brooks (Orange is the New Black, Il colore Viola) hanno annunciato, a nome dell’AMPAS (Academy of Motion Picture Arts and Sciences), tutte le nomination delle 98ª edizione degli Oscar.

L’ultima categoria annunciata, la più attesa, è anche quella che da sempre catalizza maggiormente l’attenzione di pubblico e critica: il Miglior Film.

Tra certezze, sorprese ed esclusioni eccellenti, ciò che state per leggere è la prima parte di un breve (e personale) excursus sulle dieci pellicole che il 15 Marzo avranno la possibilità di portarsi a casa la statuetta più ambita di tutte.

Attenzione: potrei dover fare dei piccoli spoiler.

Non ho intenzione di rivelare finali o risvolti di trama importanti, sia chiaro, ma potrei comunque dover approfondire scene specifiche che mi hanno colpito, in positivo o negativo, e so che per qualcuno potrebbe essere un problema.

Ora, quindi, possiamo cominciare.


Un’ultima precisazione: come avrete modo di intuire leggendo i miei commenti, i film in questione non sono in ordine di preferenza; il seguente elenco non è quindi da intendersi come una classifica.

Ecco le recensioni della prima cinquina:

  • Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson

Domanda: “Ma quante persone sono sfuggite al processo di Norimberga?” Risposta: “Molte, a quanto sembra.”

Il decimo lungometraggio di PTA è un film pieno di stelle affermate ed emergenti, che riflette su molti grandi temi, sempre attuali: l’emancipazione della donna, il razzismo, la lotta di classe, il rapporto genitori/figli.

Ciò che deriva da queste premesse è un road movie frenetico, equiparabile (anche nelle ambientazioni brulle e rocciose) ad un lungo episodio di Willy il Coyote e Beep Beep.

Una caccia all’uomo, anzi, in questo caso alla donna, carica di tensione e adrenalina accompagnata da una colonna sonora di Jonny Greenwood martellante e pervasiva che accresce nello spettatore un senso di soffocamento.

Tutto ciò viene raccontato attraverso personaggi memorabili come i rivoluzionari Rocketman/Ghetto Pat (Leonardo DiCaprio) e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), per non parlare del viscido colonnello fascista Steven J. Lockjaw (Sean Penn).

È quest’ultimo, infatti a dare la caccia alla figlia di Perfidia e Ghetto, Willa (Chase Infiniti), una ragazza caparbia e intelligente, il cui unico peccato è il colore della pelle, in una società ancora intrisa di odio e disprezzo.

Vorrei sottolineare la performance attoriale di quest’ultima, ingiustamente snobbata dall’Academy. Oltre a non sfigurare minimamente al suo primo ruolo cinematografico con gli attori sopracitati, le è stato anche affidato l’ingrato compito di portare a schermo (senza dubbio con successo) un personaggio scomodo: la ragazza forte.

Tutta questa serietà, comunque, viene spesso spezzata da momenti tragicomici e al limite del ridicolo affidati ai personaggi di Dicaprio e, soprattutto, di Benicio del Toro, il Sensei Sergio St. Carlos, santone tuttofare dal carattere bizzarro che meriterebbe un film tutto suo.

Tirando le somme: un blockbuster d’Autore assolutamente da recuperare.

Abbasso i suprematisti bianchi, viva Paul Thomas Anderson, Viva la revolución!

 

  • L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho

Domanda: “Quanto può essere noioso un film?” Risposta: “Evidentemente, moltissimo.”

Ho “amato” Wagner Moura nel ruolo di Pablo Escobar in Narcos di Netflix. Un attore meraviglioso e carismatico, dal volto particolare e capace di grande espressività.

Il vero segreto, però, è come questo film estremamente soporifero sia finito nella rosa dei migliori lungometraggi dello scorso anno.

Non c’è nulla di particolare che non quadri, sia chiaro; semplicemente è stato molto difficile rimanere in sala, sulle poltroncine, con gli occhi aperti.

Colmo di personaggi grotteschi e sopra le righe, vagamente lynchani (chiedo scusa al maestro David per questo paragone), il film confezionato da Kleber Mendonça Filho è, nonostante ciò, asettico, freddo e senza sentimento (anche a dispetto della location brasiliana nel quale si ambienta questa tediosa vicenda).

Non c’è molto da dire, il film scorre lento, senza particolari guizzi registici, senza una storia solida, senza personaggi realmente interessanti per cui valga la pena spendere il proprio tempo.

Eppure, le premesse erano altre. Fin dall’inizio sembra di essere su un campo minato: cadaveri, polizia corrotta, squali, misteri. Da un momento all’altro potrebbe esplodere una granata e gettare nel panico personaggi e spettatori. Niente di tutto questo.

Un film che non faccio fatica a sconsigliare.

 

  • Sentimental Value di Joachim Trier

Domanda: “Può, un film, ricucire un rapporto padre-figlia spezzato da tanti anni?” Risposta: “Potrebbe.”

Il rapporto con i propri genitori non è mai facile. Se poi vivi in Norvegia e tuo padre è un grande regista in giro per il mondo, è anche peggio.

Al centro del racconto ci sono i Borg, una famiglia con un passato travagliato (quale famiglia non ce l’ha) e un presente difficile da digerire per via di lutti e grandi distanze…che stanno per essere accorciate.

Il Cinema, che per lungo tempo ha separato Gustav (Stellan Skarsgård) dalle figlie, ora emerge come salvifico, o almeno è quello che spera. Vuole dirigere, infatti, un nuovo film, questa volta a stretto contatto con le proprie figlie, proprio come ha fatto in passato quando erano piccole. La sceneggiatura è intima, personale e, per lui, catartica. Nella sua idea, inoltre, la protagonista non può che essere Nora (Renate Reinsve), la figlia maggiore: senza di lei, non si può girare. Ma si sa, «Si vis pacem, para bellum» (se vuoi la pace, prepara la guerra) e riconquistare la fiducia di entrambe non è un’impresa facile e, infatti, Nora rifiuta.

Ma perché riconciliarsi in questo modo quando basterebbe parlarsi? Per esperienza personale, non è così semplice come si possa credere; spesso le parole, nel percorso da una persona all’altra, cambiano forma, assumono significati differenti e, invece di unire, allontanano.

Gustav, dal canto suo, è un ottimo regista, ed è bravo a trasmettere i suoi pensieri e sentimenti attraverso le azioni, i gesti, gli sguardi, i silenzi. Stare dietro la macchina da presa, dove si sente più protetto, è il modo migliore che ha per comunicare il suo amore, il suo dolore.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questa pellicola sono proprio i lunghi silenzi: in pieno stile nordico, Joachim Trier ed Eskil Vogt (i due sceneggiatori), affidano alle scene prive di dialogo e a piccoli cambiamenti di espressione del volto i momenti salienti della vita di questa famiglia.

A rendere possibile tutto ciò, ovviamente, serve un cast in stato di grazia, che conferma la bravura di attori già noti al grande pubblico, come Elle Fanning, e che segna l’ingresso definitivo di altri nel grande Pantheon hollywoodiano, come Inga Ibsdotter Lilleaas.

Seguendo l’impostazione del film, smetto di parlare (scrivere) e vi rimando direttamente alla visione di quest’opera piena di speranza.

 

  • I peccatori di Ryan Coogler

Immaginate di essere un bambino afroamericano nato ad Oakland, in California, a metà degl’anni ’80. Siete figli di due umili lavoratori e avete voglia di dimostrare che, nonostante il colore della pelle e l’estrazione sociale, valete.

Studiate, vi impegnate, iniziate a lavorare: dimostrate al mondo che esistete e che avete qualcosa di importante da dire.

Ecco, questa è la vita di Ryan Coogler, il cineasta (attenzione, non il cineasta afroamericano) col film con più candidature di sempre agli Oscar, 16 in totale, superando di ben due lunghezze, film come Eva contro Eva, Titanic e La La Land.

Domanda: “Ma quindi è il miglior film della storia?” Risposta: “In realtà, no.”

Non fraintendetemi, è un buon film ma, personalmente, non è nemmeno il migliore tra questi dieci.

Michael B. Jordan, nel suo doppio ruolo è stato bravo, così come la gran parte del cast di sostegno, su questo non ci sono dubbi. La regia di Ryan Coogler è solida e la colonna sonora di Ludwig Göransson (che con Tenet e Oppenheimer ha ampiamente dimostrato il suo valore) è perfetta per le scene a cui deve dare supporto, talvolta sovrastando (in senso positivo) anche ciò che stiamo vedendo.

Anche il tema della pellicola è ben catturato: in un’America nel pieno della segregazione razziale, i bianchi, proprio come dei vampiri, sono sempre pronti a succhiare, a prosciugare, a voler prevaricare tutti gli aspetti della black culture (come abbiamo detto, molto caro al regista) e, parte, di quella asian.

Eppure manca qualcosa.

Alla fine della visione avevo una sensazione di parzialità, come se il film avesse altro da dire, altro da mostrare, ma che avesse “paura” di farlo.

Forse, però, una soluzione a questa mia delusione ce l’ho: nel film, in realtà, è presente una scena di pochi minuti, girata interamente in piano sequenza, che vale da sola l’intera visione del film e che setta un livello estremamente alto da raggiungere nuovamente. È una scena che ripercorre l’intera storia musicale nera, dall’alba dei tempi fino ai giorni nostri! Musica tribale, blues, country, elettrica, pop, rap…tutta unita in un’unica, affascinante, melodia mentre i protagonisti della pellicola, gli spiriti dei loro antenati e dei loro discendenti ballano e si divertono dopo una lunga giornata di lavoro.

Una scena da brividi, che racchiude al meglio tutto l’estro e la bravura delle maestranze che hanno lavorato a questo progetto.

Un film di cui consiglio la visione, anche solo per il valore storico che ha avuto, ha e avrà sul cinema e nel mondo.

 

  • Train Dreams di Clint Bentley

Domanda: “È possibile guardare un film su un boscaiolo ambientato nella prima metà del novecento senza annoiarsi un secondo?” Risposta: “Sì.”

Robert Grainier (Joel Edgerton) è una persona semplice: molto silenziosa, dedita al lavoro e amorevole verso la sua famiglia. Non ha desideri particolari, si accontenta di quel poco che ha, che guadagna onestamente e con fatica, e ogni suo gesto è finalizzato al benessere di sua moglie Gladys (Felicity Jones) e sua figlia Kate. Infatti, trascorre giorni, settimane, a volte mesi, lontano da casa, svolgendo un lavoro usurante, solo per poter concedere alla sua famiglia una vita adeguata.

L’ho amato, anzi, li ho amati dal primo all’ultimo momento e sono sicuro che li amerete anche voi.

Train Dreams  è permeato da un’atmosfera eterea, capace di trascinarti nel verde della foresta e nei cuori di chi, quei luoghi, li vive tutti i giorni. Durante la visione volevo essere lì: sognavo di abbandonare la mia vita e perdermi nelle montagne dell’Idaho, abbracciando totalmente la vita rurale.

E, forse, nelle intenzioni di Clint Bentley e Greg Kwedar (i due sceneggiatori), c’è proprio l’idea di dar grande risalto ai boschi, che solo apparentemente fanno da cornice, ma che sono in realtà i veri protagonisti silenziosi di questa storia; del resto, centinaia di anni prima dell’avvento della famiglia Granier erano già lì e lo saranno anche dopo.

La natura appare delicata, poi feroce, catartica, letale, imprevedibile e sicuramente imperscrutabile. Come una divinità, agisce per vie misteriose, in positivo e negativo, e le persone ne sono consapevoli, vivendo sulla propria pelle le due facce di questa medaglia, consce del fatto che il lieto fine potrebbe non essere dietro l’angolo.

A livello tecnico, ciò che maggiormente mette in risalto la grande importanza dell’ambiente è la fotografia di Adolpho Veloso. Ogni inquadratura potrebbe essere estrapolata dal film, incorniciata ed esposta all’interno di un museo. I colori pastello si amalgamano perfettamente tra toni caldi e freddi, i giochi di luci e di ombre sono effettuati quasi esclusivamente senza l’aiuto di impianti artificiali, le albe e i tramonti sono da togliere il fiato, così come i paesaggi innevati e quelli ricoperti di fiamme e cenere catturano l’attenzione dello spettatore.

Un film delicatissimo, che mette al centro di tutto l’uomo, la natura e il complicato rapporto tra di essi. Da recuperare assolutamente.


Ti sei curioso di leggere la seconda parte? Non ti preoccupare, la trovi qui!

https://www.popcornerd.it/oscar-2026-i-candidati-al-miglior-film-seconda-parte/

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Approfondimenti e Curiosità

Finché morte non ci separi 2: incontro con Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton

Il 23 marzo c’è stata la conferenza stampa del film Finché morte non ci separi 2 a cui hanno partecipato le protagoniste, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton. Noi di PopCorNerd eravamo lì ed ecco come è andata

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È andata in scena nella giornata di lunedì 23 marzo al Cinema Barberini di Roma la conferenza stampa sul nuovo film horror diretto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, Finché morte non ci separi 2, sequel del fortunato film uscito nel 2019, che arriverà nelle sale italiane il prossimo 9 aprile.

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Presenti due delle star della pellicola, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton, in un incontro moderato dalla giornalista Eva Carducci. Ne è emersa una conferenza vivace e ricca di spunti, che ha delineato il ritratto di un film capace di ripercorrere le orme del capitolo precedente, mescolando horror e commedia e puntando su un equilibrio sempre più raffinato tra tensione e ironia, con la famiglia e i conflitti interni al centro di una pellicola adrenalinica di puro intrattenimento.

Finché morte non ci separi 2 e quel mix tra horror e humor

In foto: le star Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton durante la conferenza stampa

Il tono del film, che unisce horror e commedia, è stato uno degli elementi chiave per entrambe le attrici, insieme al rapporto con i registi e con il franchise.

«Ho detto sì al progetto perché i registi sono dei geni. Avevo già lavorato con loro in Abigail e quando mi hanno detto che avevano scritto questo film è stato un grande onore. Per me è stato fondamentale essere invitata a lavorare di nuovo con loro, ed ero entusiasta anche all’idea di condividere questa nuova esperienza con Samara Weaving.» – Kathryn Newton

«Ero già una grandissima fan dell’originale. Quando mi hanno chiamata per dirmi che avrebbero fatto un sequel, non ci ho pensato due volte. Non capita spesso di poter entrare a far parte di una storia che ami davvero: ho letto la sceneggiatura e ho colto subito l’occasione.» – Sarah Michelle Gellar

Temi familiari, tra rapporti e potere

Dietro lo spettacolo e l’azione adrenalinica, il film nasconde un’anima sorprendentemente intima. Il tema della famiglia attraversa tutta la narrazione in modo tutt’altro che convenzionale: i legami sono complessi, spesso dolorosi, fatti di aspettative e incomprensioni.

«È proprio questo che rende il film interessante. Puoi viverlo come un viaggio divertente, oppure soffermarti su quello che racconta davvero. Usiamo horror e commedia per parlare del desiderio di potere, di ciò che le persone sono disposte a fare per ottenerlo e mantenerlo. Allo stesso tempo esploriamo le famiglie, i rapporti e gli obblighi che esistono all’interno di queste strutture.» – Sarah Michelle Gellar

Umanità, costruzione dei personaggi e…interpretare il lato “cattivo”

Un aspetto centrale è la tridimensionalità dei ruoli. Alla Gellar è stato chiesto cosa cerca di inserire nei personaggi che porta sullo schermo.

«Spero sempre di portare umanità in qualsiasi personaggio. Non cerco qualcosa di specifico, ma voglio tridimensionalità. Non voglio mai fare una caricatura. Anche quando un personaggio è cattivo, deve avere una motivazione.

Se io non credo in ciò che lo spinge, non posso chiedere al pubblico di crederci. Essere cattivi è sicuramente più divertente. Sono stata fortunata perché ho potuto interpretare anche l’eroe, ma mi piace dare umanità anche a personaggi più oscuri. La verità è che nessuno è buono o cattivo al cento per cento: questa dualità è ciò che li rende interessanti. Mi sento fortunata perché il pubblico mi ha accettata in entrambe le versioni.» – Sarah Michelle Gellar

Lavoro fisico e scene d’azione

La Newton ha sottolineato il lato più fisico del ruolo che ricopre nel film, Faith MacCaullay, apprezzando la possibilità di mettersi alla prova.

«Mi piace fare le scene d’azione in prima persona. Questo film mi ha dato la possibilità di mostrare le mie capacità fisiche ed è stato uno degli aspetti più divertenti.
È stato incredibile lavorare con Shawn [Hatosy]: vederlo recitare è qualcosa che va oltre ciò che ci si aspetta. Questo dimostra quanto sia importante avere registi che scelgono gli attori giusti, quelli davvero entusiasti di recitare.
Sapete che ci saranno esplosioni e tanto sangue, ma non sapete quando né come: è questo il bello. Sono molto grata di aver potuto fare queste scene e non vedo l’ora di sapere cosa ne penserete dopo aver visto il film.» – Kathryn Newton

Il ricordo di Nicholas Brendon

Un momento toccante ha riguardato il pensiero personale di Sarah Michelle Gellar sulla scomparsa di Nicholas Brendon, interprete di Xander Harris in Buffy l’ammazzavampiri.

«La perdita di una persona è sempre una tragedia, ancora di più quando accade troppo presto. Lui è stato una parte importante di Buffy e ha portato gioia a tante persone: questa è la sua eredità.
Forse abbiamo la sensazione che nella nostra serie ci siano state più tragedie, ma probabilmente è solo qualcosa di personale. Quello che conta è ciò che ha lasciato: tutta quella gioia continua a vivere, ed è questa la verità.» – Sarah Michelle Gellar

Il lavoro di gruppo e le scene più divertenti

Il set è stato un’esperienza molto corale che ha coinvolto tutti gli attori protagonisti, come racconta la Newton.

«Mi sento fortunata a essere qui con lei [Sarah Michelle Gellar n.d.r.]. Le scene più divertenti sono state quelle girate insieme, anche grazie a un cast fantastico. I momenti corali sono stati i migliori: abbiamo riso, parlato, condiviso esperienze. Questo è stato fondamentale per noi.» –Kathryn Newton

L’esperienza con David Cronenberg sul set

Una domanda della moderatrice Eva Carducci ha riguardato la presenza sul set di David Cronenberg, regista de La Mosca e attore in questa pellicola nei panni di Chester Danforth, e di come una figura così importante avesse potuto lasciato il segno.

«All’inizio ero ovviamente nervosissima. Quando ci hanno detto che David Cronenberg sarebbe stato sul set, sono rimasta senza parole: prima sorpresa e poi entusiasta. Si percepiva proprio un cambio di energia quando è arrivato. Stavamo girando in Canada ed è stata una presenza davvero speciale. È una persona molto gentile e ama profondamente il cinema. Gli piaceva osservare come i registi lavoravano e voleva essere trattato come un attore qualsiasi. Naturalmente tutti gli facevano domande sui suoi film, ma quando gli abbiamo chiesto dei consigli di regia ha risposto: “No, sono qui come attore, come voi”.» – Sarah Michelle Gellar

Il futuro del franchise

A Kathryn Newton è stato chiesto se le piacerebbe tornare in futuro nel franchise.

«Hanno fatto un primo capitolo fantastico e questo sequel è altrettanto riuscito. Sono sicura che potrebbero realizzare altri film, anche come storie autonome. Personalmente non vedo l’ora di lavorare di nuovo con loro. Li adoro davvero e farei qualsiasi cosa mi proponessero. Anche interpretare una mummia, perché no?» – Kathryn Newton

Rapporti familiari e dinamiche tra personaggi

In foto: Eva Carducci, Kathryn Newton e Sarah Michelle Gellar

Il film lavora molto sui legami tra fratelli e sorelle, spesso conflittuali, quasi come una forma di “terapia” portata all’estremo.

«È curioso, perché io e Kathryn siamo entrambe figlie uniche, quindi abbiamo dovuto “immaginare” cosa significhi avere un fratello o una sorella. Io e Samara ne abbiamo parlato molto. I gemelli, in particolare, hanno un legame unico, difficile da comprendere se non lo vivi. È qualcosa di affascinante, perché implica una connessione profondissima ma anche dinamiche molto complesse.» – Sarah Michelle Gellar

«Con Samara Weaving è stato naturale creare un rapporto da sorelle. Sul set è diventata davvero come una sorella maggiore. La nostra dinamica è nata subito in modo spontaneo: quello che volevo fare era sostenerla e accompagnarla nel suo percorso. Mi sono affezionata tantissimo a lei e spero che questo si percepisca anche nel film.» – Kathryn Newton

L’horror come libertà creativa

Entrambe hanno ribadito quanto il genere horror offra libertà espressiva.

«Mi piace perché non ci sono regole. Ogni film horror crea le proprie regole, e anche questo film ha le sue.» – Sarah Michelle Gellar

«Puoi sperimentare molto più che in altri generi. I registi si fidano di te e puoi prenderti dei rischi: anche se qualcosa non funziona, c’è sempre modo di rielaborarlo. Questo rende il processo molto creativo.» – Kathryn Newton

La catarsi dell’horror e il cinema in sala

Le due attrici con Roma alle loro spalle

Infine, si è parlato del valore dell’esperienza collettiva in sala riguardante la visione dei film horror, genere salito nuovamente alla ribalta negli ultimi anni.

«L’horror è catartico. Vai al cinema, stacchi da tutto e vivi qualcosa insieme agli altri. È uno dei motivi per cui il cinema è così importante: condividere emozioni, ridere e spaventarsi insieme» – Sarah Michelle Gellar

«È un’esperienza condivisa: si ride e si salta sulla sedia insieme. Io adoro i film horror anche per questo, perché pensiamo sempre al pubblico mentre li realizziamo. Se una persona esce felice dal cinema, abbiamo fatto il nostro lavoro. In un mondo pieno di distrazioni, il cinema resta uno spazio in cui puoi spegnere tutto e concentrarti solo su ciò che stai vivendo.» – Kathryn Newton

Finchè morte non ci separi 2

SINOSSI

Poco dopo essere sopravvissuta a un attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas, Grace (Samara Weaving) scopre di aver raggiunto il livello successivo di questo gioco da incubo, questa volta con al suo fianco la sorella Faith (Kathryn Newton) con cui non aveva più rapporti. Grace ha una sola possibilità per sopravvivere, per salvare la vita della sorella e rivendicare il Posto D’Onore del Consiglio che controlla il mondo. Quattro famiglie rivali le stanno dando la caccia per il trono, e chi vincerà governerà su tutto.

Finché morte non ci separi 2 è il nuovo film di Matt Bettinelli-Olpin (Finché morte non ci separi, Scream VI, Abigail e il prossimo capitolo del franchise de La Mummia) e Tyler Gillett, con Samara Weaving, Kathryn Newton, Sarah Michelle Gellar David, Cronenberg ed Elijah Wood in arrivo dal 9 aprile nelle sale italiane.

*Ringraziamo l’ufficio stampa Disney per l’invito alla conferenza stampa di Finché morte non ci separi 2

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Netflix

Peaky Blinders: The Immortal Man – Il ritorno a Birmingham di Tommy ‘Il Re’ Shelby

Peaky Blinders: The Immortal Man è il film di Netflix di Steven Knight che vede Cillian Murphy tornare a indossare ancora una volta i panni di Tommy Shelby, boss dei Peaky Blinders di Birmingham

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Quattro anni. Abbiamo dovuto aspettare quattro lunghi anni, per conoscere l’epilogo delle avventure di Tommy Shelby, boss dei fottuti Peaky Blinders di Birmingham, che avevamo visto l’ultima volta alla fine della stagione sei nel lontano 2022.

Con il film originale Netflix, Peaky Blinders: The Immortal Man, il creatore Steven Knight cala il sipario sulla storia della famiglia Shelby, realmente esistita, che ha dato vita a cavallo tra la fine dell’800 e il primo trentennio del secolo ‘900 a un vero e proprio regno di criminalità, fondato su un importante codice d’onore e uno stile nel vestire che metteva al primo posto l’eleganza.

Sembrava impossibile rivedere Cillian Murphy nei panni di Tommy, vista l’escalation che l’ha portato a vincere nel 2024 l’Oscar come migliore attore in Oppenheimer di Christoper Nolan. Ma l’attore aveva un conto in sospeso con Tommy e i suoi spettatori: la storia meritava un capitolo finale, visto l’ultimo episodio della stagione 6 che aveva lasciato a molti l’amaro in bocca.

Del resto lo show di Steven Knight ha preso un ottimo interprete come Cillian Murphy nel lontano 2013, rendendolo uno dei più grandi talenti di Hollywood degli ultimi anni. Cillian è cresciuto insieme a Tommy. Ha vissuto tutte le sue tragedie e tutti i suoi successi, sulla propria pelle e, probabilmente, anche per questo motivo era giusto tornare ancora una volta in quegli abiti e indossare il “berretto a 8 spicchi” che aveva reso Tommy e la sua famiglia i veri padroni di Birmingham.

Peaky Blinders: The Immortal Man presenta un cast stellare in compagnia di Cillian Murphy, fatto di volti nuovi come Tim Roth, Barry Keoghan e Rebecca Ferguson, e vecchie conoscenze dei fan della serie come Stephen Graham che torna come Hayden Stagg, personaggio ricorrente della serie.

Alla regia Tom Harper, adatta in maniera impeccabile la ‘solita’ sceneggiatura di Steven Knight fatta di drammaticità, violenza, brutalità e spietatezza, per dare un giusto finale a uno degli show più importanti della carriera di quest’ultimo (e della piattaforma Netflix).

Peaky Blinders: dove eravamo rimasti

Non starò a riassumere l’intera sesta stagione, ma vi basti sapere che, nel corso degli anni ’30, con l’avvento del nazismo di Hitler in Europa, anche il Regno Unito viene colpito dalla strapotenza del Führer. E con esso l’impero dei Peaky Blinders di Birmingham.

Ma la morte della figlia Ruby distrugge il già precario stato emotivo di Tommy Shelby, che vediamo, alla fine dell’ultimo episodio della stagione 6, lasciare tutto e andare via a cavallo, per vivere in totale solitudine. Sembrava che i Peaky Blinders fossero finiti. E invece…

Peaky Blinders: The Immortal Man – Trama

1940. Birmingham è il palcoscenico di un traffico di sterline false, messe in circolazione dai nazisti capitanati da John Beckett (Tim Roth), talpa dei nazisti, con la finalità di uccidere l’economia del Regno Unito dall’interno.

Nel frattempo la Luftwaffe tedesca sta bombardando l’Inghilterra e colpisce una fabbrica di munizioni della BSA, uccidendone tutti i dipendenti.

In questo tragico panorama, Tommy Shelby vive in campagna isolato dal mondo, intento a scrivere le sue memorie autobiografiche nel libro L’uomo Immortale. Gli unici compagni di Tommy sono Johnny Dogs (Packy Lee) e i fantasmi del suo passato che lo tormentano: in primis la piccola Ruby e il fratello Arthur, anch’egli morto un paio di anni prima. Della famiglia Shelby che aveva governato anni addietro su Birmingham rimangono soltanto lui e la sorella, Ada.

Ma i Peaky Blinders non sono morti: Duke (Barry Keoghan), figlio bastardo di Tommy, è il nuovo spietato leader della banda criminale e cerca di mantenere il controllo di Birmingham tramite violenza gratuita e accordi con Beckett.

La condotta di Duke non può proseguire oltre e Kaulo (Rebecca Ferguson), zia e gemella della madre con la quale Tommy aveva concepito Duke anni prima, convince l’ultimo dei fratelli Shelby a tornare a Birmingham per salvare l’anima del figlio e la città con lui. Un ulteriore evento tragico scatenerà la rabbia di Tommy, costringendolo a risvegliare l’animo che ha reso celebre lui e i (fottuti) Peaky Blinders.

I tormenti e i fantasmi di Tommy Shelby

Al centro di Peaky Blinders: The Immortal Man c’è, senza neanche dirlo, la figura di Tommy Shelby. Un Tommy che ha perso tutto: potere, denaro e affetti. Un uomo che aveva dedicato una vita intera a creare un impero per lui e la sua famiglia, ma che ha visto solo morte, sangue e dolore come conseguenze delle sue azioni.

E il fatto di essere rimasto da solo con gli spettri di tutti coloro che ha amato e perso, aumentati nel corso della vita del boss dei Peaky, non fa che amplificare l’aura di tragedia che aleggia intorno a Tommy. Non è alla ricerca di redenzione o di riscatto, ma della pace dalle visioni che da anni lo tormentano, insieme ai peccati che non può lavare via dalla coscienza. E la peggior tortura per lui è continuare a vivere.

L’uomo che troviamo in Peaky Blinders: The Immortal Man è spezzato e svuotato, completamente diverso dal Tommy Shelby delle prime stagioni: ambizioso, freddo e calcolatore. Ma è giusto così: per come si è sviluppata ed è evoluta la trama nel corso delle precedenti stagioni, questo è l’unico risultato a cui potevano portare le scelte di Tommy Shelby.

La storia di Peaky Blinders: The Immortal Man è cruenta, violenta e tragica. Steven Knight ci aveva abituato a storie molto dure da digerire, sporche e ruvide sia nelle precedenti stagioni sia in altre sue produzioni. Ma mai come in questo caso.

È ‘l’ultima meta‘ di Tommy Shelby, ma è anche un pretesto dello stesso per cercare di espiare i propri peccati, ristabilendo quell’ordine che manca da tempo alla città dopo il suo addio.

Cillian Murphy: è lui L’uomo Immortale

Questa versione di Tommy è ciò che lo spettatore sa essere l’unica possibile arrivati a questo punto della storia. E Cillian Murphy, ancora una volta, giganteggia, con un’interpretazione (nuovamente) da Oscar.

L’attore riparte esattamente da dove aveva lasciato Tommy quattro anni fa, come se non fossero mai passati, e rientra nei panni del personaggio con una semplicità sbalorditiva.

Anche quando è obbligato a tornare a essere il “vecchio” Tommy, fa intendere che quegli abiti gli calzano ancora bene addosso. E che non si scherza con Tommy Shelby e i suoi Peaky Blinders.

L’attore aveva confessato che sarebbe tornato a interpretare Tommy solo con la giusta storia. Beh: Steven Knight, con Peaky Blinders: The Immortal Man, ha confezionato su misura per lui, come un abile sarto, una grande trama che celebrasse la figura di Tommy Shelby, che il buon vecchio Cillian sembra aver apprezzato. Il risultato è un’altra grande prova che oscura tutti gli altri (per quanto interessanti) attori presenti.

Barry Keoghan, talento arrivato troppo tardi in Peaky Blinders

Barry Keoghan/Duke faccia a faccia con Cillian Murphy/Tommy Shelby

Il personaggio di Duke è interpretato da un ottimo Barry Keoghan, figlio zingaro di Tommy che ha preso le redini dell’impero dei Peaky Blinders.

L’attore porta sullo schermo un personaggio interessante e un boss dei Peaky Blinders completamente diverso dallo stile di Tommy: rispetto all’eleganza, all’intelligenza e alla strategia di quest’ultimo, Duke è un ragazzo giovane e inesperto che si affida alla violenza e all’istinto.

Il rapporto complicato tra padre e figlio, che evolve all’interno del film, è una componente interessante che mostra come i due siano diversi caratterialmente, ma come, con ogni probabilità, se le cose fossero andate diversamente, avrebbero potuto essere due grandi alleati e capi della gang di Birmingham.

Regia e musiche che sanno di candidatura da Statuetta (per il 2027)

Il John Beckett di Tim Roth

Steven Knight è sempre un abile narratore quando si tratta di storie in costume che affondano le radici nella realtà. Insieme a Tom Harper costruisce un film dove la guerra è il punto focale: quella per la sopravvivenza della città di Birmingham, quella per l’assoluzione dell’anima di Tommy e quella che davvero si è consumata in quegli anni e che ha visto un bombardamento nazista nella città di Birmingham il 19 novembre 1940.

Intorno a questo evento storico ruota The Immortal Man, che trova il suo antagonista in un sempre bravo Tim Roth, nei panni di un John Beckett viscido, calcolatore, fascista e complice della Germania nazista.

Teatro degli eventi è la città di Birmingham, che per anni ci ha accompagnato con i suoi abitanti e lo storico pub Garrison, sede degli affari della famiglia Shelby e che abbiamo visto cambiare e rinnovarsi nel tempo.

Registicamente siamo davanti a un film di caratura cinematografica: forse davvero il primo grande film originale Netflix che vale la pena di vedere. Rimarrà tra le immagini più forti dell’intera epopea dei Peaky Blinders l’attraversamento a cavallo di Tommy Shelby della sua Birmingham, che non ha mai scordato il suo re.

Tommy Shelby nella ‘sua’ Birmingham

Risulta impossibile non citare la musica, da sempre un elemento che ha contribuito al successo della serie. La sigla Red Right Hand di Nick Cave & The Bad Seeds era già, fondamentalmente, storia della musica e ora fa parte della storia dei Peaky Blinders.

Nel film The Immortal Man, la colonna sonora originale porta la firma di Antony Genn e Martin Slattery, fondatori dei The Hours. Accanto alle loro composizioni trovano spazio anche brani dei Fontaines D.C. e di Elizabeth Fraser, e soprattutto la straordinaria versione di Hunting the Wren di Ian Lynch, che rende gli ultimi minuti del film decisamente intensi e memorabili.

Perché vedere Peaky Blinders: The Immortal Man?

Chiunque ha amato la serie di Netflix, non può perdere Peaky Blinders: The Immortal Man. Chi non ha mai visto i Peaky Blinders… recuperi la serie e POI guardi The Immortal Man.

È il canto del cigno di Tommy Shelby. Il saluto di un attore come Cillian Murphy al personaggio che l’ha reso (più) celebre, e del suo creatore Steven Knight, che è stato capace, con questo film, di farci amare ancora di più il carismatico boss dei Peaky Blinders di Birmingham.

Non so se ci sarà un futuro per il franchise dei Peaky Blinders, ma è stato davvero bello tornare ancora una volta per le strade di Birmingham e restare in compagnia di Tommy Shelby, per un’ultima sigaretta e un ultimo whisky al Garrison Pub sulle note di Red Right Hand.


VOTO POPCORNERD: 8.5/10

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Apex: Trailer e poster del film Netflix con Charlize Theron e Taron Egerton

Apex è il nuovo film originale Netflix con Charlize Theron e Taron Egerton in uscita il 24 aprile sulla piattaforma. Ecco trailer e poster

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Apex

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IL TRAILER E IL POSTER DI

IL NUOVO FILM AD ALTA TENSIONE

CON CHARLIZE THERON E TARON EGERTON

DAL 24 APRILE

SOLO SU NETFLIX

Netflix pubblica il trailer e i poster di APEX, il nuovo film con protagonisti Charlize Theron e Taron Egerton, in arrivo solo su Netflix il 24 aprile.

Una donna distrutta dal dolore mette alla prova i propri limiti nella natura selvaggia dell’Australia, ma si ritrova improvvisamente intrappolata in un gioco mortale con un predatore spietato.

CREDITI

  • Regia: Baltasar Kormákur

  • Sceneggiatura: Jeremy Robbins

  • Produttori: Peter Chernin, Jenno Topping e David Ready per Chernin Entertainment; Ian Bryce per Ian Bryce Productions; Charlize Theron, A.J. Dix, Beth Kono per Secret Menu; Baltasar Kormákur per RVK Studios

  • Cast: Charlize Theron, Taron Egerton e Eric Bana

*Ringraziamo gli uffici stampa Netflix per la condivisione del comunicato di cui sopra

 

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