Molti grandi artisti hanno dovuto fare una gavetta. Chi viene oggi considerato autore o addirittura maestro nel mondo dell’animazione ha comunque seguito un percorso costellato di consigli, correzioni e rimproveri da parte di insegnanti già navigati. Il tempo trascorso in questo apprendistato ha contribuito a consolidare esperienza ed identità artistica per le allora considerate nuove leve.
È il caso di un giovane studente di scienze politiche ed economia di nome Hayao Miyazaki, che decide di voler diventare un animatore dopo essere rimasto folgorato dalla visione del film La leggenda del serpente bianco (1958).
Dopo la laurea, iniziano per lui le vere lezioni all’interno dello staff di disegnatori dello studio Toei Animation. Il suo docente di riferimento è Yasuo Ōtsuka, che dieci anni prima già lavorava a quel film fondamentale per la vocazione di Miyazaki e che nel 1967 si occupa di sorreggere l’esordio alla regia del “compagno di banco” Isao Takahata.

Il giovane Hayao Miyazaki e il suo mentore Yasuo Ōtsuka
Nascita di un ladro
In quello stesso anno compare un nuovo mito in Giappone. La rivista a fumetti Weekly Manga Action pubblica sul numero di agosto il primo capitolo della serie Lupin III, disegnata da Kazuhiko Katō sotto lo pseudonimo di Monkey Punch.
Lo straordinario successo del personaggio porta prima alla realizzazione di un episodio pilota affidato a Masaaki Ōsumi e Yasuo Ōtsuka e poi ad una vera e propria serie animata televisiva.
Tuttavia, il primo episodio lavorato da Ōsumi non riscuote l’adeguato successo sperato. Si decide dunque di togliere il regista dall’incarico ed affidare l’intera operazione seriale al buon Yasuo.
Nonostante il materiale di partenza sia chiaro, c’è comunque resistenza nel proseguire una linea produttiva in continuità con il primo pilota. Questa ritrosia è dettata dalla volontà di Ōtsuka, il quale nel frattempo recluta nella produzione sia Hayao Miyazaki sia Isao Takahata, di provare a raccontare qualcosa di diverso e soprattutto distante dalla visione originale di Monkey Punch.
Inizia così la grande rivoluzione del ladro gentiluomo.

Illustrazione realizzata da Monkey Punch
Una giacca politica
La giacca che indossa Lupin porta con sé un intero immaginario. Con il passare del tempo, il colore del vestiario del ladro ha rappresentato le sue diverse incarnazioni. La preferita di Monkey Punch era sicuramente quella rossa, da lui stesso concepita per la sua serie manga.
Veniva indossata da un ladro spietato, non curante del prossimo e che non aveva problemi nell’usare donne e amici come oggetti da sacrificare all’occorrenza per aver salva la pelle.
Un fuorilegge alla guida di una Mercedes Benz SSK, la macchina rappresentante della destra autoritaria del partito nazista, parente del modello 770K con la quale Adolf Hitler sfilava nelle sue parate militari.
Un criminale che uccideva a sangue freddo anche civili ed innocenti con una pistola Walther P38, prodotta in serie proprio in Germania a partire dal 1938.
Un’icona spietata che rifletteva l’ideologia di un artista dichiaratamente di destra.
Non è dunque difficile intuire le motivazioni della reticenza di Ōtsuka, Miyazaki e Takahata nei confronti del fumetto originale. Nei primi episodi della serie Le avventure di Lupin III (1971) si nota infatti una leggera crisi identitaria.
Il cambio con la giacca verde già mette in chiaro le intenzioni, tuttavia rimane per le prime puntate qualche elemento proveniente dal ladro in rosso, come i giochetti sessuali con Fujiko Mine, la crudezza delle sparatorie o la presenza ricorrente del sangue nelle scene d’azione.
La direzione cambia in maniera comunque rapida e la serie si trasforma in una riduzione del personaggio molto più calma e positiva. La canaglia di Monkey Punch diventa un sorridente ladro gentiluomo che agisce per amore di Fujiko e nel rispetto dei suoi amici Jigen e Goemon, con una comicità in stile Tom & Jerry maturata insieme all’immancabile ispettore Zenigata.

Da sinistra: Jigen Daisuke, Lupin III e Goemon Ishikawa
Gli schieramenti del partito cinematografico
La divergenza autoriale viene ulteriormente enfatizzata in terreno cinematografico. Il primo lungometraggio dedicato al ladro, ovvero Lupin III: La pietra della saggezza (1978) diretto da Sōji Yoshikawa, ottiene la benedizione del suo creatore proprio per la visione condivisa tra mangaka e regista.
Questa gotica avventura fra Egitto e Transilvania segna, in un certo senso, un ritorno alle origini. Non solo per la ritrovata giacca rossa, ma anche per la violenza e gli impulsi sessuali nuovamente centrali, oltre al rapporto più distaccato fra Lupin e i comprimari.
La lotta per la sconfitta del perfido Mamoo ha sicuramente un tono più sporco e psichedelico, nonché di maggior attinenza alle ideologie di Monkey Punch anche per l’inserimento di figure storiche autoritarie come Napoleone e Hitler.
Dall’altro lato, la squadra di Yasuo Ōtsuka prepara la consacrazione della giacca verde con l’esordio alla regia di Miyazaki: Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979). In questo film, il ladro gentiluomo diventa un definitivo eroe della sinistra proletaria, creato da un team di marxisti dichiarati che impianta nuovi valori morali.
L’intenzione va a braccetto con l’economia: Lupin si libera della Mercedes per guidare una Fiat 500, che Ōtsuka e Miyazaki stessi utilizzavano nella loro vita quotidiana e che non faticavano a replicare sopra gli acetati.
L’ulteriore fortuna è la forza popolare di questo tipo di mezzi: l’uomo medio giapponese ottiene un contatto ancora maggiore con l’icona animata ed empatizza ancora di più con l’ideologia romantica del ladro dalla giacca verde.

Specchio di un’identità stilistica
Chiunque conosca la filmografia di Hayao Miyazaki riconoscerà da subito gli elementi che il futuro maestro porterà con sé anche nelle sue pellicole future. L’apprendistato sotto Ōtsuka ha aiutato il regista ad avere una primordiale forma espressiva che verrà sviluppata dopo la fondazione del leggendario Studio Ghibli.
Oltre alla palese somiglianza tra la duchessa di Cagliostro Clarisse e la principessa della valle del vento Nausicaa, è ben riconoscibile il ritmo classico delle produzioni di Miyazaki.
Vi è un costante senso di pace, un’attenzione minuziosa ai fondali naturali (sicuramente recuperati anche dalla realizzazione della serie Heidi insieme ad Isao Takahata) e sonorità orchestrali che ricordano tracce provenienti da La città incantata (2001) e dai migliori lavori del compositore Joe Hisaishi.
Un Lupin che diventa specchio dell’autore di riferimento nell’ideologia e nei comportamenti (basta guardare l’abbondanza di sigarette consumate da Lupin nel film, dipendenza condivisa da Miyazaki), in un’avventura romantica e dalla morale tutt’altro che egoista.

Negli anni, la maschera di Lupin si è trasformata in una delle più cangianti della storia dell’animazione giapponese.
Le nuove incarnazioni moderne, dalla versione demenziale ed anarchica della giacca rosa, fino al rilancio cinematografico firmato da Takeshi Koike, continuano a far vivere nella memoria collettiva il nipote di Arsenio Lupin.
Un ladro indescrivibile, dalle mille personalità e dagli obbiettivi imprevedibili, rappresentante di ideologie fra centinaia di autori che ancora oggi cercano di creare nuove avventure e tesori da rubare.
