FumettiInterviste
Giorgio Sommacal: fumettisti comici si nasce, Cattivik lo si diventa!
Intervista a Giorgio Sommacal, tra i più apprezzati autori di Cattivik e de Il Giornalino, capace di far ridere migliaia di italiani con il solo utilizzo della sua matita
Se si parla di fumetto italiano, spesso si pensa al genere comico. Fino a qualche anno fa le edicole erano invase dai fumetti a strisce, simbolo della tipologia di fumetto che contenevano, ovvero quello che “faceva ridere” grandi e piccini. Saper far ridere è un’arte e i nostri autori ne sono da sempre dei maestri. Giorgio Sommacal rientra tra questi.
Con i suoi disegni, gag e onomatopee, Sommacal ha contribuito a far innamorare letteralmente i lettori del nostro paese del ladro più goffo e puzzolente del panorama fumettistico italiano. Con Cattivik è riuscito a modellare e valorizzare un ottimo personaggio creato da Bonvi, passato poi nelle mani di Silver, e a trasformarlo in una vera e propria icona della nona arte made in Italy.
Ebbene, ho avuto l’onore e il privilegio di intervistare, all’ultima edizione dell’X-Mas Comics, proprio Giorgio Sommacal, una vera colonna del fumetto italico e prima ancora appassionato delle “nuvole parlanti” come piace definirle a lui.
Quello che mi ha subito impressionato dell’autore è stato il suo modo di raccontare aneddoti ed episodi della propria carriera, sempre con il sorriso. Una carriera davvero incredibile, nata dal suo interesse per il fumetto comico, che lo ha portato a diventare un autore fondamentale principalmente per Cattivik e Il Giornalino, oltre che a insegnare arte e fumetto anche ai più piccoli. Sempre con il sorriso. È stato incredibile e molto divertente passare mezz’ora a sentire le storie di Giorgio Sommacal, e questo è il resoconto della nostra chiacchierata. Grazie mille, Giorgio.
Intervista a Giorgio Sommacal: l’arte di far ridere con l’utilizzo della matita
PCN: Diamo il benvenuto a Giorgio Sommacal su Popcornerd! Grazie Giorgio, è un vero onore averti come nostro ospite!
Giorgio Sommacal – Grazie a voi!
PCN: È un grande piacere avere sulla nostra pagina uno dei maggiori esponenti italiani del fumetto, soprattutto umoristico. Vorrei partire proprio da questo punto: una buona parte del fumetto italiano, fin dalle origini, ha trovato nella comicità una delle sue caratteristiche fondamentali, capace di attirare un vastissimo pubblico. Secondo te qual è la forza del fumetto umoristico? E, soprattutto, cosa ti ha sempre affascinato di questo tipo di storie, che hanno definito gran parte della tua carriera?
Giorgio Sommacal – Beh, allora, fin da piccolo leggevo i fumetti e a quei tempi le edicole erano piene di fumetti per bambini e ragazzi, soprattutto di tipo umoristico. C’erano i vari Geppo, Tiramolla, Braccio di Ferro, Cucciolo, ecc.. insomma tutta una serie di personaggi che ormai non ci sono più. Quindi la mia formazione è stata sul fumetto comico-umoristico, ma ero un lettore anche de Il Giornalino, dove c’erano molti autori realistici e difatti, parte di essi, sono poi finiti a lavorare anche per la Sergio Bonelli Editore.
Ma io ero affascinato dalle cose comiche. In particolare ero attratto da quelle realizzate da Bonvi, grazie anche al suo Nick Carter, parte di SuperGulp! Fumetti in TV. [programma televisivo dedicato al mondo dei fumetti trasmesso nel 1972 e poi dal 1977 al 1981, sul Secondo Canale della RAI n.d.r.] E poi, quando ho scoperto Lupo Alberto di Silver, mi sono innamorato di questo tipo di fumetti.
PCN: La tua carriera a livello professionale comincia nel 1989. Inizi a collaborare con Silver e, dopo un paio di storie per Lupo Alberto, diventi una delle colonne portanti di Cattivik. Qual è stato il tuo primo approccio con l’essere più putrido, sgangherato, malvagio e inconcludente del panorama fumettistico italiano?
Giorgio Sommacal – La storia è questa. Quando ho iniziato non c’erano le scuole di fumetto che ci sono oggi, ma c’erano dei corsi. Avevo fatto un corso qui a Torino organizzato dall’Arci Comix e, in quell’occasione, avevo conosciuto Silver. Poi, dopo un po’ di anni, forse quattro o cinque, ho partecipato a un concorso di fumetti ad Alassio. Ho vinto il primo premio e l’ho ricevuto direttamente dalle mani dello stesso Silver.
Quando, poi, mi sono deciso a proporre i miei lavori per vedere di riuscire a disegnare fumetti a livello professionale, ho scelto di mandarle a Silver e a Il Giornalino. Ho cominciato quindi prima con Silver e, di lì a poco, anche con Il Giornalino.
All’epoca facevo un altro lavoro, il grafico, e quando è arrivata la chiamata di Silver mi sono licenziato e sono entrato nel “magico mondo” della partita IVA [risata n.d.r.].
Ho scritto e disegnato tre storie di Lupo Alberto e poi sono passato a fare Cattivik. Silver in quel momento voleva partire con il fumetto di Cattivik e mi chiese se ero interessato a prendere parte al progetto. Gli dissi: “Certo che voglio disegnarlo!”.
Leggevo Cattivik già quando lo faceva Bonvi ed era un personaggio che mi piaceva moltissimo. Infatti mi sono divertito un sacco a disegnarlo e all’inizio scrivevo anche le storie.

Tutta l’arte di Giorgio Sommacal mentre ritrae il terrore e raccapriccio in tutta la sua ‘putrida’ bellezza
PCN: Una delle tue storie che apprezzo di più è Cattivik vs. Diavolik.
Giorgio Sommacal – Quella l’ho solo disegnata. A scriverla è stato Moreno Burattini, l’ex responsabile di Zagor alla Sergio Bonelli Editore che, beato lui, è andato in pensione da poco. [risata n.d.r.] Però lui nasce anche come autore di fumetto comico.
Questa l’ha scritta lui, e io ne ho scritte altre all’inizio. Poi il discorso è questo: lo sceneggiatore è un mestiere a sé stante rispetto al disegnatore.
Poi certo, ci sono quelli che scrivono e disegnano, se la suonano e se la cantano. Beati loro! [risata n.d.r.].
Io invece alla fine ho scelto di disegnare, anche perché, poi, avevamo degli obblighi di consegne, dovevamo essere produttivi e quindi c’era un bel gruppo di sceneggiatori e disegnatori.
PCN: Bonvi ha detto di Cattivik: “Nasce come una macchia d’inchiostro. Non importa quali siano le forme di una macchia, l’importante è che sporchi”. Ritrovi in questa sua definizione anche qualcosa della tua idea personale del personaggio?
Giorgio Sommacal – Allora, Bonvi era un personaggio originalissimo, geniale, anarchico, dissacrante. E allora ha definito Cattivik con questa macchia nera, no?
E qui racconto una storiella: ho scoperto una cosa di Cattivik che non sapevo mentre ci lavoravo. Dopo aver disegnato un bel po’ di storie, a un certo punto, in una storia scritta da Piero Lusso, un altro grande sceneggiatore che scrive anche Lupo Alberto, Cattivik si spoglia e resta nudo. E quando l’ho fatta vedere a Silver lui mi ha detto: “Eh, però tu qui, in mezzo alle gambe, devi metterci una pecetta con scritto censura”.
Io gli ho chiesto il perché, il quale mi ha risposto: “Ma perché in fondo Cattivik è un uomo; brutto ma pur sempre un uomo”.
Alla fine di Cattivik, non sappiamo granché. Vivendo nelle fogne, non sappiamo esattamente le sue origini.
Io me lo sono sempre immaginato un po’ come un Quasimodo di Notre Dame; gobbo, un po’ deforme, storto perché è nato nelle fogne che, ovviamente, non è un ambiente salutare.
Poi, se uno legge Cattivik, sa che, per esempio, non si vede che sotto questa calzamaglia nera c’è un corpo. Però lui ha un naso e delle orecchie, che escono fuori quando ha bisogno che ci siano. Per il resto sembra un mostro.
Per cui, per me, alla fine è uno che vive ai margini della società. È deforme, bruttarello, anche se lui comunque ha un’autostima impressionante. È il riscatto del personaggio apparentemente sfigato e inconcludente, perché lui, in sé stesso, crede molto.
Infatti secondo me sarebbe ancora di grandissima attualità. Viviamo in un mondo con una forte crisi economica e di valori, dove molte persone sono ai margini di questa società apparentemente ricca e si devono arrangiare come possono.
E Cattivik, secondo me, è l’emblema di questo modo di stare al mondo: un po’ anarchico, un po’ visionario, molto creativo. Lui ha assemblato l’arredamento di casa sua con i mobili rubati alla discarica. Cioè, è uno che si arrangia, si aggiusta, come tanta gente ormai è abituata ed è obbligata anche a fare.
Infatti è un personaggio che funziona molto bene. Forse racchiude bene un po’ le caratteristiche dell’italiano, che è uno che si arrangia in tutto e per tutto.
Non so se tra le tue domande c’è quella che, in genere, mi fanno tutti su questo modo strano di parlare che ha Cattivik.
PCN: Assolutamente. Era una delle prossime domande, anche perché mi pare di ricordare che, nelle prime storie di Bonvi, Cattivik parli normalmente e poi nelle storie da Silver in poi, il suo modo di parlare cambia.
Giorgio Sommacal – L’ha detto Bonvi: perché Cattivik parla troncando le parole, non finendole? Perché lui, essendo un ladro che ha necessità di rubare, di delinquere non ha tempo di parlare tanto. È molto veloce nel parlare. Poi è vero che il suo Cattivik e quello di Silver parlavano pochissimo.
Il mio, quello di Massimo Bonfatti e degli altri venuti dopo, è diventato un chiacchierone. Parla tantissimo.
Ho letto in rete già qualche anno fa che qualcuna di quelle persone che si dedica ai passatempi più strani ha studiato il linguaggio di Cattivik. C’è chi dice che parli in dialetto pugliese, visto il modo di esprimersi del personaggio. Sinceramente non lo so! [risata n.d.r.]
PCN: Cattivik ha raggiunto un traguardo importante: 60 anni. Oggi è disponibile in libreria un volume celebrativo edito da GigaCiao che festeggia il compleanno del “Terrore e Raccapriccio”, dal titolo La Novell’ Grafik’, firmato da due giovani autori, Lorenzo La Neve e Spugna. Non ti chiedo un giudizio sul libro, ma vorrei sapere se sei d’accordo sul fatto che personaggi come Cattivik possano continuare la loro vita editoriale anche attraverso interpretazioni di nuovi autori, purché ne mantengano l’essenza.
Giorgio Sommacal – Allora io non l’ho letta, ma ho visto qualche immagine. Ho conosciuto Spugna, il disegnatore, mentre lo sceneggiatore, La Neve, non lo conosco di persona.
Spugna è molto simpatico e ci ha tenuto anche a dirmi che lui lo ha disegnato perché era stato lettore di Cattivik e anche il suo stile l’ha derivato un po’ dal nostro modo sgangherato di disegnare.
Se tu guardi, non so, altri personaggi come quelli del mondo Disney sono molto studiati e curati. Cattivik, invece, no.
A parte il fatto che eravamo un gruppo di persone diverse, ognuno lo interpretava a modo suo, anche con un disegno, non dico dilettantistico, però senza stare troppo a curare tutti i particolari. La comunicazione veloce, d’impatto di Cattivik sta nella bellezza del personaggio, nella simpatia, nelle gag, non nella maestria del disegno.
Noi deriviamo un po’, almeno parlo per me stesso, ma credo anche un po’ Bonfatti, dal fumetto underground americano. Sgangherato, comunicativo. Per cui sì, mi piace il fatto che venga interpretato anche da altri. Non c’è nulla di male.
PCN: Non hai lavorato ovviamente solo su Cattivik, ma anche per Il Giornalino con serie come Zia Agatha e Contatti, e per Bonelli su Dylan Dog, Demian, Zagor, Adam Wild, adattandoti a un tipo di fumetto molto diverso da quello a cui sei abituato. Come ti sei trovato a passare a uno stile decisamente più realistico?
Giorgio Sommacal – Allora, con Zia Agatha avevo una discreta libertà e a volte sperimentavo anche delle cose, degli stili. Era un po’ una commistione fra il grottesco e il realistico. Quelli di Bonelli hanno, ovviamente, delle esigenze legate ai personaggi.
Fatico molto ogni volta che disegno realistico. Sono più a mio agio con il disegno comico, lo dico con estrema sincerità.
Però, per vivere di fumetti ora come ora, a meno che tu non sia un genio che sfonda, devi avere una certa versatilità nel saper disegnare. Se sai fare sia il comico che il realistico, ti aiuta a lavorare di più.
PCN: Tra le testate e i personaggi Bonelli, con quali ti sei sentito maggiormente a tuo agio?
Giorgio Sommacal – Allora, Dylan Dog l’ho fatto come aiutante di Luigi Piccatto. Diciamo che lui, grandissimo disegnatore di Dylan Dog, faceva il lavoro più importante.
Degli altri personaggi devo dire che mi sono divertito molto a fare Adam Wild, perché intanto Gianfranco Manfredi era, ahimè dico “era” perché è mancato da poco, una persona collaborativa che lasciava molta libertà, e mi sono proprio divertito. Gli altri un po’ meno.
Però, per esempio, ho fatto il numero di una miniserie di Cico, l’amico e spalla comica di Zagor, e anche lì mi sono divertito molto.
PCN: Dal 2019 sei direttore artistico della collana SBAM! Libri Edizioni. In cosa consiste il tuo ruolo all’interno del progetto?
Giorgio Sommacal – Questa è una piccola casa editrice di Cologno Monzese del mio amico Antonio Maranghi. Nasce dalla sua grandissima passione per il fumetto e io collaboro con lui da anni.
Faccio il direttore artistico, nel senso che, insieme a lui decidiamo, in base a quello che ci arriva tra le varie proposte editoriali, gli autori da pubblicare.
Diciamo che siamo per la pubblicazione o la pubblicazione di nuove edizioni di autori soprattutto umoristici.
Certo, c’è roba anche abbastanza d’antan, nel senso che abbiamo recuperato una serie dei personaggi di quando eravamo ragazzini noi, che tutto sommato ha un pubblico di appassionati.
PCN: Ho visto dai social che lavori molto con i bambini nelle scuole e hai dedicato anche alcune opere ai più piccini, come i PicoSauri. Quanto è importante oggi diffondere il concetto di fumetto ai più piccoli, sempre più attratti da telefoni, tablet e contenuti digitali?
Giorgio Sommacal – Io faccio anche, a parte fumetti, libri per ragazzi e, appunto, vado nelle scuole a fare laboratori di fumetto. Uno degli ultimi libri che ho fatto riguarda il pop-up [libri che, grazie a complesse ingegnerie di carta, creano scene tridimensionali che emergono dalla pagina, aggiungendo profondità e movimento alla narrazione n.d.r.]
Mi sono inventato un corso breve per bambini dove insegno a fare dei piccoli pop-up. Io mi diverto moltissimo coi bambini perché imparo tanto da loro e faccio questo mestiere proprio perché ho conservato in parte l’animo bambino che, secondo me, per chi fa un lavoro creativo come il nostro è fondamentale, perché il bambino essenzialmente si stupisce, si meraviglia.
E lo stupore, a volte, in questa società così sovrabbondante di messaggi, è una roba che non esiste neanche più. Manca tanto e, secondo me, invece è fondamentale per farti sentire vivo e in contatto con le emozioni, con l’essenza di noi esseri umani. Altrimenti saremo degli organismi viventi senza sogni, senza domande, senza desideri protetti. E invece questo è fondamentale.
Faccio i laboratori coi bambini perché mi diverto, imparo tante cose e spero di trasmettere a loro il fatto che si può vivere creando delle cose che prima non c’erano, come le storie a fumetti e i libri per ragazzi. Un’idea che ti viene in mente, che realizzi, che ti esprime, che esprime te stesso, le tue emozioni e ti permette di trasmetterle agli altri.
Quando un’opera, anche a fumetti o un libro per ragazzi, è fatta benissimo tecnicamente, spesso uno la guarda e esclama: “Che bello”. Ma se non ci metti l’anima, se non ci metti le tue emozioni, non c’è la trasmissione col lettore. Almeno io penso così.
L’insegnamento è importante, ma, in realtà, sono i bambini che spesso insegnano agli adulti che cos’è la creatività. Loro sono alla scoperta del mondo. Sono anche magari un insegnante, uno stimolo, e ti aprono, magari ti amplificano la creatività.
Non l’abbiamo detto, ma ho ripreso a lavorare con Il Giornalino. Sto facendo una serie con il mio amico Augusto Rasori ai testi e un altro amico, Claudio Taurisano, ai colori. Si tratta di una serie per bambini sul tema dell’arte e mi sto divertendo tantissimo. Mi piace anche il fumetto d’autore, però io sono per il fumetto comico per bambini.
PCN: Mi trovi d’accordo, perché per me la cosa che si è un po’ persa è che il fumetto nasce per i più piccoli. Invece adesso sembra che il fumetto sia più dedicato a un pubblico adulto.
Giorgio Sommacal – Bisogna partire dai piccoli; che imparino a leggere, non solo fumetti, perché si è perso anche il gusto dell’oggetto libro, della lettura. E poi, quando saranno più grandi, leggeranno quelle che adesso chiamano graphic novel.
Però c’è tutto un mondo di fumetti per ragazzi bellissimo e da scoprire.
PCN: Grazie mille, Giorgio, del tempo. È stato veramente un onore e un piacere.
Giorgio Sommacal – Grazie a voi e saluto tutti, soprattutto gli appassionati di questo mondo strano delle nuvolette parlanti!
Giorgio Sommacal: Biografia
Giorgio Sommacal (Carmagnola, 1961) è un illustratore e fumettista italiano. Dopo gli esordi su pubblicazioni locali, nel 1989 entra nella casa editrice ACME, lavorando su Lupo Alberto (di Silver) e Cattivik. Collabora con Il Giornalino e con Mondadori – Libri per Ragazzi, realizzando anche copertine e libri umoristici.
Per Sergio Bonelli Editore ha disegnato, tra le altre, storie di Demian (con Luigi Piccatto), Dylan Dog, Zagor e dal 2013 entra nello staff di Adam Wild; nel 2021 firma lo Speciale Zagor n. 33 e nel 2017 un numero di Cico a spasso nel tempo (testi di Tito Faraci).
Parallelamente realizza libri illustrati per ragazzi, spesso con lo scrittore Pino Pace, per editori come Sperling & Kupfer e Giralangolo-EDT. Dal 2007 pubblica online le Strisce Bavose (testi di Augusto Rasori), poi adattate anche in animazione e premiate nel 2009.
Dal 2012 pubblica su Skorpio la serie Rapa&Nui (con Laura Stroppi e Rasori), raccolta in volume nel 2018 da Sbam! Comics, di cui dal 2019 è direttore artistico della collana SBAM! Libri.
Nel 2023 gli è stata dedicata la mostra “Bestiacce!… e altri animali” al Forte di Bard. Ha inoltre insegnato in diverse scuole di fumetto, tra cui la Scuola Internazionale di Comics di Torino e la Scuola di Fumetto di Bra.
Graphic novels
Storie da Spoon River: la graphic novel di Rizzo e Allo che reinterpreta l’opera di Masters
Marco Rizzo ha raccontato al Circolo dei lettori di Torino la genesi della graphic novel Storie da Spoon River, disegnata dall’artista Deborah Allo e ispirata all’opera originale di Edgar Lee Masters
È sempre bello quando gli autori vengono a raccontarsi nella mia Torino, città ricca d’arte e capitale della letteratura italiana una volta all’anno grazie al Salone Internazionale del Libro. A maggior ragione quando gli incontri si tengono all’interno della fantastica cornice rappresentata dal Circolo dei Lettori di Torino, gli appuntamenti assumono una connotazione… magica.
In questa occasione ospite e protagonista è stato Marco Rizzo, autore e giornalista famoso per il suo lavoro su Spider-Man e su opere di graphic journalism, nonché redattore Panini Comics, che è stato nel capoluogo piemontese per promuovere una serie di incontri legati a un progetto della Cooperativa Letteraria, che porta il fumetto direttamente nelle scuole. Non semplici eventi, ma percorsi strutturati dove gli studenti lavorano sui testi prima e dopo l’incontro, trasformando il fumetto in uno strumento didattico continuo.
Durante queste giornate è stato spiegato che sono state affrontate opere diverse ma accomunate da una forte valenza civile e culturale; da Jan Karski. L’uomo che scoprì l’Olocausto a Per amore di Monna Lisa, fino agli incontri dedicati a figure come Peppino Impastato. Un approccio che riflette perfettamente la poetica di Rizzo: usare il fumetto per raccontare la realtà.
Ma torniamo al tema principale dell’incontro della serata dello scorso 15 aprile, ovvero la presentazione al pubblico in sala da parte dello scrittore siciliano di Storie da Spoon River.

La genesi e la sfida di Storie da Spoon River
Storie da Spoon River, è la graphic novel scritta per l’appunto da Marco Rizzo e disegnata dall’artista Deborah Allo, pubblicata da Feltrinelli Comics nel 2024 e ispirata all’opera di Edgar Lee Masters Antologia di Spoon River (1914).
Il progetto, ha raccontato Rizzo, nasce su proposta di Tito Faraci, curatore editoriale di Feltrinelli Comics:
Mentirei se dicessi che è stata una mia idea perché è stata una proposta, anzi un invito obbligato [ride n.d.r.] dal mio mentore e amico Tito Faraci, curatore della collana Feltrinelli Comics. Un bel giorno mi chiama e dice “senti vorrei che ti occupassi di adattare a fumetti Spoon River.”

In foto Marco Rizzo che presenta Storie da Spoon River
Inizialmente titubante, Rizzo accetta la sfida trovando una chiave narrativa personale e coinvolgendo la disegnatrice Deborah Allo, il cui stile gotico si è rivelato ideale per dare forma visiva ai testi:
Questo libro è nato con Deborah. Ho in mente i suoi disegni e credo che sia cucito su di lei e sul suo tratto gotico
Tra oltre 200 epitaffi dell’opera originale, lo scrittore ne ha selezionati alcuni, costruendo una rete di storie interconnesse, sottolineando di aver cercato di non portare nella sua opera, personaggi che già avevano avuto un adattamento, come, ad esempio, quelli trattati da Fabrizio De Andrè nel suo album Non al denaro, non all’amore nè al cielo (1971). In alcuni casi, invece, ha inserito personaggi che magari non erano protagonisti dei singoli capitoli, ma che facevano parte della cosmologia di Spoon River.
Si è trattato di un lavoro di adattamento complesso e meticoloso, supportato da una vera e propria “mappa” dei personaggi, fatta di linee temporali e collegamenti.
Ho preso un tabellone, ho preso i colori di mia figlia e ho disegnato delle linee temporali: ognuna per ogni personaggio. […] E a me questa cosa è servita per darmi una visione d’insieme di come si muovessero dei personaggi e come interagissero fra di loro.
Johnnie Sayre, Daisy Fraser e gli altri personaggi protagonisti di Storie da Spoon River, intrecciano le loro vite a cavallo di tre decenni: 1880, 1890, 1900.
Ed è stato uno degli aspetti più complessi del progetto quello legato alla creazione e costruzione della rete di connessioni tra i personaggi con un obiettivo specifico ovvero creare un’opera che potesse essere letta anche in modo non lineare, proprio come l’antologia originale.

La trasformazione da poesia a fumetto, raccontando sempre l’essere umano
Trasformare un’opera poetica in fumetto significa cambiare linguaggio, non tradire l’originale.
Per Rizzo, poesia e fumetto condividono lo stesso obiettivo: raccontare l’essere umano.
Nonostante le novelle siano state scritte e ispirate alla società di oltre un secolo fa, diversi temi sono sempre i medesimi così come le persone nonostante siano passati oltre 100 anni.
Gli abitanti Spoon River siamo noi: gli sfruttati, gli sfruttatori, le puttane, i venduti, gli assassini, i santi, la disabile, l’alleato e il poveraccio
Gli incidenti sul lavoro, lo stupro, l’aborto clandestino e molti altri temi che sono centrali nella graphic novel di Rizzo e Allo, sono ancora riconducibili a situazioni della società attuale nonostante siano passate generazioni dall’opera di Masters. E la potenza, probabilmente, consiste proprio in questo: nell’identificarsi in personaggi del passato e nei loro problemi sotto altre forme.
Storie da Spoon River permette di visualizzare attraverso l’arte della Allo ciò che nella poesia è suggerito, mantenendo però intatta la profondità emotiva di Masters. La graphic novel può, anzi, diventare un ponte per nuovi lettori, incuriosendoli e spingendoli a scoprire il testo originale.
Qui ha fatto un ottimo lavoro Masters. Quindi per Deborah è bastato immaginarsi questi personaggi. Lei tra l’altro, partendo dalle poesia, aveva in testa volti degli attori legati a certi personaggi.

Daisy Fraser, personaggio anticonformista che ha stregato l’autore
Tra i tanti personaggi di Spoon River, Marco Rizzo ha raccontato di essersi particolarmente affezionato a Daisy Fraser, una delle prostitute del villaggio, principalmente per ciò che rappresenta: una figura anticonformista, capace di restare sé stessa nonostante le difficoltà e le circostanze che spesso la rendono vittima.
E’ il personaggio che porto nel cuore e anche il preferito di Deborah da realizzare e credo che si veda. E quello a cui mi sono affezionato di più.
Ma lo sceneggiatore sottolinea una cosa importante: non si è mai immedesimato direttamente nei personaggi, ma il suo punto di vista è piuttosto quello di un osservatore esterno, quasi “dall’alto”, simboleggiato nel fumetto dalla presenza di un falco che sorvola il cimitero. Uno sguardo neutrale, che non giudica ma osserva, proprio come fanno gli animali.
La potenza del linguaggio del fumetto: tempo, ellissi e narrazione visiva

Passando a un aspetto più ‘tecnico’, Rizzo ha spiegato quanto interessante sia l’uso del linguaggio fumettistico. Rizzo racconta una sequenza a cui è particolarmente legato: quella che coinvolge Daisy e Benjamin.
In questa scena, il tempo non è definito in modo preciso. Tra una vignetta e l’altra possono passare minuti o ore, e il lettore non ha bisogno di saperlo. L’unico elemento costante è un cane che attende dietro la porta, sottolineando con la sua presenza il passare del tempo in modo implicito.
Il cane aspetta fedele dietro la porta si muove ogni tanto come fanno i cani quando dormono. Si mette a pancia all’aria, si rigira, poi ritorna alla sua posizione. Non sappiamo quanto tempo passa. Non ci è dato saperlo, non ci interessa.
Il momento chiave arriva con il cambio di scena: girando pagina, il lettore scopre che sono passati anni e che da quell’incontro è nato un figlio. È un esempio perfetto di come il fumetto riesca a condensare tempo e significato attraverso immagini e ritmo narrativo.
Il lavoro a quattro mani con Deborah Allo

Rizzo ha spiegato nel dettaglio il processo di collaborazione con la disegnatrice Deborah Allo, un lavoro che parte dalla scrittura di soggetti e sceneggiature, spesso inviati a blocchi, capitolo per capitolo.
Le sue sceneggiature sono molto dettagliate, a detta dello stesso Rizzo, con indicazioni precise su inquadrature, azioni e ritmo. Tuttavia, il confronto con Deborah risulta fondamentale, in quanto l’artista ha rielaborato le indicazioni attraverso bozzetti e layout, proponendo soluzioni visive che possono anche modificare l’idea iniziale.
È proprio in questa fase che è nato il vero dialogo creativo tra i due e che ha portato alla nascita di Storie da Spoon River.
Il fascino dannato di personaggi complessi dalla morale ambigua
Uno degli elementi più forti di Spoon River è la complessità dei personaggi, mai davvero senza macchia e integerrimi, ma anzi; moralmente discutibili. Eppure sia l’opera originale che la graphic novel di Rizzo e Allo riescono a generare empatia anche attraverso queste figure ambigue, sempre al limite della moralità e per questo profondamente umani. Ma sono tutti tratti distintivi del lavoro di Edgar Lee Masters che è stato cercato di riportare in questa nuova veste dagli autori di Storie da Spoon River.
E il risultato è un’opera fascinosa e poetica, a detta di chi scrive, che dimostra ancora una volta quanto potente sia il fumetto per raccontare (per la prima volta o nuovamente) storie, e quanto possa essere forte la connessione con la letteratura del passato, indipendentemente dall’epoca in cui è stata scritta.
Dove trovare Storie da Spoon River
Storie da Spoon River è disponibile nei negozi di libri e sul sito Feltrinelli al costo di €19.00.
Fumetti
Il coatto Ran(k)xerox s’è desto
La storia di RanXerox, il coatto cibernetico che cambiò il fumetto italiano. Un’icona immortale portabandiera dell’ironia e della rivolta sociale.
Era l’epoca del punk. Era l’epoca di fortunati artisti in attività fra il Sessantotto e l’edonismo della cosiddetta “Milano da bere” della decadenza (all’ora ancora non percepita come tale).
Era l’epoca di giovani menti creative che frequentavano cinema e teatri, che ascoltavano Brian Eno, che leggevano Robert Crumb e che partecipavano con eccitazione all’esplosione delle radio libere, nate con la liberalizzazione delle frequenze a metà del decennio.
Un periodo ribelle in cui l’intera Penisola riusciva chiaramente a vedere una prospettiva di cambiamento. Le riviste a fumetti italiane come Linus non si limitavano più a tradurre ed importare la scuola americana, ma cominciavano a dar spazio a roboanti nuove voci desiderose di farsi ascoltare.
A far scoppiare questi nuovi talenti era anche la grande contestazione alla circolare emessa dal ministero della Pubblica Istruzione Malfatti nel 1976, la quale vanificava molte vittorie ottenute dagli studenti nel ’68.
In tutt’Italia i giovani scendevano in piazza, occupavano le università e si scontravano, anche con esiti tragici, contro le forze dell’ordine in una gigantesca azione ricordata come il Movimento del ’77.

Il Movimento del ’77 a Bologna
Dei poteri faccio senza
Intanto, direttamente dalla facoltà di Lettere a Roma, si sentiva l’eco di una matricola chiamata Stefano Tamburini, che ispirato da quei giorni dava vita alla rivista Cannibale, sotto l’agenzia di controinformazione Stampa Alternativa.
Non tardarono a salire a bordo del progetto altri improbabili geni: un piccolo nevrotico chiamato Filippo Scòzzari, il defilato Massimo Mattioli e due fuggitivi del Liceo Artistico di Pescara, Andrea Pazienza e Gaetano (detto Tanino) Liberatore.
Una squadra sovversiva fondata sul saldo principio dell’ironia, che esordiva con uno spillato dall’irrisorio prezzo di cinquecento lire, mentre si sbeffeggiava delle formule in voga della sinistra istituzionale discetta di “equilibri più avanzati” definendosi organo degli “squilibri più avanzati”.
È proprio da Tamburini però che scaturisce l’idea di un eroe anarchico e violento, pronto a diventare il nuovo volto di Cannibale. Rank Xerox è infatti figlio diretto di una contestazione studentesca: dopo uno scontro tra le forze armate e gli studenti, il buon Stefano assiste ad una indimenticabile scena di violenza da parte di un gruppo di universitari che inveiscono contro una povera macchina fotocopiatrice.
Col vivido ricordo in testa, Tamburini elabora il concetto dell’androide creato da uno “studelinquente” (un neologismo popolare dell’epoca scaturito dalla macchietta radiofonica del Professor Aristogitone) del DAMS con alcune parti di una fotocopiatrice, ripensando anche ai coatti di borgata che girovagavano tra le fila del Movimento del ’77 non per ideali politici, ma per semplice insoddisfazione o circolo di droga.

Da sinistra in alto: Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Filippo Scozzari e Massimo Mattioli; in basso: Stefano Tamburini e Andrea Pazienza
La Banana Comics è lieta di presentare….un fumetto pieno di violenza gratuita!
I giochi erano fatti. Il nuovo soggetto sociale degli imminenti anni ’80 era pronto ad esordire sul numero di giugno 1978 con una storia scritta da Tamburini e con le matite di Tanino Liberatore, Andrea Pazienza (che inaugurava la copertina con la sua iconica verve cabarettistica e la sua massima comica “ma infatti!”) e dello stesso Stefano.
Le prime apparizioni di Rank Xerox su Cannibale non presentano solo la genesi del personaggio e dell’immancabile comprimaria Lubna, la dodicenne sbarazzina di cui il cyber-coatto è follemente innamorato, ma servono anche per delineare la scuola di riferimento della produzione.
All’epoca il fumetto era un linguaggio urlato. I silenzi erano un lusso che non ci si poteva permettere per via delle poche pagine a disposizione di ciascun autore su una rivista, dunque avere la possibilità di realizzare una puntata di, per esempio, 26 pagine significava già cimentarsi in una produzione lunghissima.
Visto il tardivo arrivo del fumetto orientale, si volgeva lo sguardo all’America, da cui la squadra dei “cannibalisti” recuperava una narrazione molto serrata, che amplificava la tendenza artistico-psicologica dell’horror vacui in cui ogni vignetta doveva riuscire ad attirare l’attenzione del lettore il più velocemente possibile.
D’altronde, l’universo di Ranx e Lubna è esso stesso chiassoso: una Roma punk dai tratti americaneggianti con panorami di tecnologia e degrado soverchianti.

Coatto, e pure spiritoso
Al di là della violenza gratuita, che comunque troneggia in ogni interazione fra i personaggi e l’androide Ranx, le prime storie del coatto sono un concentrato di vita ed omaggi della banda messa in piedi da Tamburini: Lubna è il nome di una diciassettenne mediorientale che frequentava le stesse compagnie degli autori, alcuni omaggi all’interno delle puntate derivano direttamente dalle storie prese in simpatia da Liberatore, come il Mickey Mouse strafatto tratto dall’indimenticabile storia di Andrea Pazienza Perché Pippo sembra uno sballato?, oppure lo stacchetto comico dei topolini Nip e Tuk del disegnatore underground canadese Rand Holmes, letto direttamente da Ranx in una delle sue avventure.
Dopo una breve apparizione anche sulla rivista Il Male, il successo di questo bestione cibernetico non sfugge alla filiale italiana della Rank Xerox (l’omonima ditta di fotocopiatrici che aveva ispirato Tamburini), che intima gli autori del Cannibale ad evitare di usare quel nome con la minaccia di percorrere vie legali.
La cosa spaventa qualcuno? Assolutamente no, anzi. Tamburini risponde pubblicando un’ultima vignetta in cui il coatto parla a suo nome rispondendo all’azienda: “E io mi vedrò costretto a ròmpeve èr culo!”. Un’ironia reazionaria purtroppo fine a sé stessa, visto il successivo fallimento della rivista dopo il flop in edicola ed il mancato sostegno de Il Male.

Provaci ancora Rank
Tuttavia, nel 1980 la squadra di Stefano Tamburini ritorna con una nuova fiammante proposta editoriale: Frigidaire. Una nuova veste grafica inaugura quella che è, ancora oggi, una delle più interessanti realtà sperimentali del fumetto italiano ed un brillante modello per le testate future.
Dalle ceneri risorge anche il nostro eroe, ribattezzato Ranxerox per evitare le noie legali. Le nuove pagine a colori e patinate permettono al coatto il salto di qualità: questa volta l’intera veste grafica viene affidata a Tanino Liberatore, che realizza magnifiche tavole pittoriche e dettagliatissime, che trasformano l’androide in un ammasso di muscoli vibranti con jeans e t-shirt al limite dell’iperrealismo.
Le provocazioni politiche lasciano invece il posto all’azione pura, per un fumetto dissacrante in grado di elaborare situazioni estreme con grande ricercatezza e con l’ironia di uno spontaneo romanesco.
Persino la scrittura cambia leggermente volto. Oltre alla violenza, questa volta ad essere centrale è anche l’evoluzione del sentimento di Ranx per la sua “sbarba” Lubna, la quale muove con regolarità tutte le azioni e le motivazioni dell’androide.

L’ultimo znórt
All’apice del suo successo, dopo la pubblicazione in Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone (dove andrà incontro ad una violenta censura), purtroppo la produzione subisce un arresto a causa dell’improvvisa morte di Stefano Tamburini a soli 30 anni.
La sua scomparsa lascia un enorme vuoto non solo all’interno del circolo Frigidaire, ma nell’intero mondo del fumetto in cui era ormai un genio riconosciuto e apprezzato universalmente. Il suo collega Liberatore, nel mentre, si allarga anche al mercato francese, realizzando copertine per manifesti pubblicitari, cinema e musica, come l’iconica illustrazione per il disco The Man from Utopia (1983) di Frank Zappa.
Grazie al suo amico attore e regista Alain Chabat, Tanino decide, vista l’enorme richiesta, di riportare ancora una volta in vita il coatto per un’ultima volta. Il nuovo episodio di Ranxerox, intitolato Amen!, riparte con un’androide riprogrammato e mostrato sotto le vesti di un prete.
Sebbene il tratto di Liberatore rimanga eccelso, si sente comunque la mancanza della geniale follia di Tamburini. L’addio del coatto è infatti amaro, malinconico, con un’ultima vignetta in cui Lubna si lamenta per l’ennesima volta di non voler più vedere quell’androide in vita sua.
È la fine brusca di una storia anarchica, che esce di scena senza nessun inchino, in maniera violenta ed irriverente.

Fumetti
Comicon Napoli 2026: Fumetti del passato e del presente
Durante il Comicon Napoli 2026, si è tenuto un panel molto interessante sul fumetto e l’evoluzione del medium nel corso della sua storia attraverso le parole dell’esperto in materia Gino Frezza, che ha presentato il suo libro, Kinematici
Per tutti gli appassionati di nona arte, l’appuntamento del secondo giorno del Comicon Napoli 2026 con protagonista Gino Frezza è stato sicuramente affascinante.
Per chi non lo conosce, Frezza è un rinomato studioso italiano del fumetto e dei media, che al panel Fumetti del passato e del presente. Un dialogo sui mutamenti della Nona Arte ha parlato del suo libro Kinematici, un’opera che non si limita a raccontare il fumetto, ma lo utilizza come lente per osservare come è mutato l’intero ecosistema che ci ruota intorno, partendo dagli inizi e arrivando sino all’attualità.
La memoria del Comicon e il peso delle origini
Una normale giornata al Comicon Napoli degli ultimi anni
Moderato da Diego Del Pozzo, l’incontro, prima ancora di entrare nel vivo del discorso, si apre con un momento personale sia per il moderatore che per il Dott. Frezza. La sala che ospita la presentazione, dedicata a Dino De Matteo, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla memoria.
Si torna indietro nel tempo, per la precisione al 1998 e al primo Comicon Napoli di Castel Sant’Elmo, dove è nato quello che all’epoca era ancora il “Salone del Fumetto” e non il grande festival internazionale della cultura pop che conosciamo oggi.
Del Pozzo era parte del nucleo organizzativo originario del Comicon, insieme a De Matteo, che oggi purtroppo, non è più in vita.
Da quei primi eventi che hanno visto protagonisti oltre lo stesso Frezza anche altre figure fondamentali, come Valerio Evangelisti, è partita la riflessione, che è contenuta anche all’interno di Kinematici, sull’evento nato come semplice Salone del Fumetto, e arrivato a essere il Festival della cultura pop che è oggi, che tutti conoscono come Comicon Napoli.
Il fumetto come sistema culturale
Frezza parte dal concetto che il fumetto non è un linguaggio isolato; è parte di un sistema più ampio che include cinema, televisione, letteratura, arti visive.
Un sistema che nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e che continua a evolversi ancora oggi.
Non è un caso che nel suo discorso emergano riferimenti a figure come Italo Calvino e Umberto Eco: autori che, pur non essendo fumettisti, hanno compreso prima di molti altri il valore culturale e simbolico del fumetto.
Il fumetto non è solo intrattenimento, ma è un dispositivo narrativo complesso, capace di dialogare con altri media e di influenzarli.
Le grandi trasformazioni del fumetto

Il fumetto ha attraversato diverse trasformazioni storiche, e per capire quella attuale è necessario guardare al passato.
Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Venti del Novecento, il fumetto si sviluppa come forma ibrida, ancora in cerca di una propria identità. È l’epoca delle tavole domenicali, delle strisce sui giornali, di un linguaggio ancora in formazione.
Negli anni ’30 c’è la svolta con l’arrivo dei grandi fumetti avventurosi, come Flash Gordon e Tarzan, che porta una narrazione più strutturata, epica e coinvolgente.

Flash Gordon
Si tratta di un mutamento che ha un impatto enorme anche in Italia, influenzando riviste e autori e contribuendo alla nascita di un pubblico sempre più ampio.
Fino agli anni Settanta, il fumetto è un vero e proprio medium di massa, non solo per la diffusione, ma per il tipo di relazione che instaura con il pubblico.
Frezza racconta episodi emblematici: lettori che protestano per la morte di un personaggio, comunità che si mobilitano, un coinvolgimento emotivo che oggi associamo ai social media ma che esisteva già allora, in forme diverse.
Il rapporto con la cultura dei comics americani

Uno dei temi più stimolanti del libro è il rapporto tra fumetto italiano e fumetto americano.
L’influenza degli Stati Uniti è evidente fin dalle origini, ma non si tratta di un semplice processo di imitazione, bensì di un dialogo continuo, fatto di adattamenti, reinterpretazioni, resistenze.
Un esempio emblematico è quello del Corriere dei Piccoli, che trasforma i balloon in didascalie in rima: una scelta che modifica profondamente il linguaggio del fumetto in Italia.
Allo stesso tempo, autori italiani sviluppano una propria identità, dando vita a tradizioni uniche, come quella del fumetto popolare.

Gli anni Sessanta e la rivoluzione italiana
Se c’è un momento in cui il fumetto italiano dimostra davvero la sua capacità innovativa, è negli anni Sessanta.
È l’epoca dei fumetti neri, dei personaggi ambigui, delle narrazioni più adulte tra cui spicca Diabolik, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli più duraturi del fumetto italiano.

Questa fase segna un cambiamento fondamentale: il fumetto non è più solo per ragazzi, ma diventa uno strumento per esplorare temi più complessi e controversi.
Nel racconto di Frezza emerge anche il ruolo cruciale degli editori; case editrici come Sergio Bonelli Editore e Mondadori non sono semplici produttori di contenuti, ma sono diventati negli anni dei veri e propri motori culturali, con scelte editoriali che hanno contribuito (e lo fanno tutt’ora) a definire il gusto del pubblico, a orientare il mercato, a costruire l’immaginario collettivo.
Autori, sperimentazione e contaminazione: Micheluzzi, Rubino a Zavattini
La seconda parte del libro si concentra su autori e opere, intrecciando analisi storica e critica. Tra le figure citate emerge Attilio Micheluzzi, a cui sono dedicati i premi del Comicon, un autore che incarna perfettamente la capacità del fumetto di dialogare con altri linguaggi, in particolare con il cinema.

Premio Attilio Micheluzzi
E proprio il rapporto tra fumetto e cinema fatto di influenze reciproche, scambi continui, sperimentazioni è uno dei temi centrali del lavoro di Frezza.
Un passaggio particolarmente interessante riguarda Antonio Rubino, figura spesso sottovalutata ma fondamentale.
Rubino non è solo un autore di fumetti, ma anche un pioniere del cinema d’animazione italiano e il suo lavoro dimostra come, fin dalle origini, il fumetto fosse già in dialogo con altri media. Questo tipo di contaminazione non è un’eccezione, ma una costante nella storia del fumetto.
Un altro nome chiave è quello di Cesare Zavattini che prima di diventare uno dei padri del neorealismo cinematografico, ha lavorato anche nel fumetto, contribuendo a creare alcune delle opere più significative degli anni Trenta.
La sua presenza nel libro di Frezza non è casuale: rappresenta un ponte tra fumetto e cinema.
Che cos’è il fumetto oggi: tra crisi e rinascita

Arrivando al presente, Frezza parla di una nuova trasformazione. Il fumetto non è più il medium di massa che era negli anni Settanta, ma si è trasformato, adattato e reinventato.
Oggi il fumetto vive in un ecosistema diverso, in cui convivono graphic novel, webcomic, adattamenti cinematografici, serie TV. E proprio in questa complessità sta la sua forza.
Uno degli aspetti più riusciti del libro è la sua capacità di aprire nuove prospettive.
È un libro che si rivolge non solo a chi vuole approfondire, ma anche a chi semplicemente ama il fumetto e vuole capirlo meglio.
Il fumetto come cultura pop totale

Alla fine, il messaggio di Frezza è semplice ma potente: il fumetto è una forma totale di cultura pop.
Non è inferiore ad altri linguaggi, ma è un medium complesso, stratificato, capace di raccontare il mondo in modi unici.
E il fatto che questo discorso venga fatto a una fiera come il Comicon Napoli, che oggi abbraccia tutte le forme della cultura pop, rende tutto ancora più significativo.
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