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Zagor+ #20 – La condanna di Trampy: Recensione
Zagor+ #20, La condanna di Trampy, è lo speciale di Moreno Burattini e Raffaele Della Monica che vede lo Spirito con la Scure della Bonelli alle prese con un caso davvero spinoso dove è coinvolto il suo amico Trampy
Quando c’è di mezzo Trampy, il lettore abituale di Zagor sa che potrà contare su gag insieme a Cico, qualche goffo raggiro, ma sempre a fin di bene, e una o più sequenze comiche. Sin dal suo esordio ne L’isola della Paura (Zagor #11), Trampy è sempre stato un personaggio che, come il buon Cico, ha il compito, a livello narrativo, di alleggerire la tensione in alcuni momenti specifici della storia. Ma non è questo il caso.
Nel ventesimo numero di Zagor+, dal titolo La condanna di Trampy, un team creativo di razza composto da Moreno Burattini, ex curatore editoriale e tra i più grandi sceneggiatori dello Spirito con la Scure, e Raffaele Della Monica, artista incoronato lo scorso anno come “il più prolifico” della Sergio Bonelli Editore, confeziona una trama in cui il povero Trampy è tutt’altro che allegro e ridanciano.
Lo sgangherato compagno di mille disavventure di Cico, in questo speciale, si trova in guai davvero grossi e potrebbe rimetterci la vita.
Chi ha incastrato Trampy?
A Field Town, tutto il paese attende l’indecente spettacolo che sta per andare in scena. Nel silenzio generale, lo sceriffo conduce al patibolo un uomo accusato di omicidio, pronto per essere impiccato. Ma chi conosce il condannato sa che Ebenezer Snare, soprannominato Trampy, non sarà probabilmente uno stinco di santo, ma di certo non è un assassino.
Per fortuna del panciuto Trampy, Zagor e Cico sono pronti a portare in salvo l’amico con un piano ben architettato, che semini scompiglio in paese e permetta allo Spirito con la Scure di fuggire con il condannato, nonostante lo sceriffo Osborne e i suoi aiutanti si mettano subito alle loro calcagna.
Zagor, questa volta, avrà un compito davvero intricato: scagionare il povero Trampy, incastrato per un omicidio che non ha commesso, e capire chi ha teso la trappola al suo amico, scoprendo i reali scopi dietro questa machiavellica macchinazione. E dovrà fare tutto questo con lo sceriffo Osborne alle costole. Non certo un’impresa facile per la leggenda di Darkwood.
Burattini e Della Monica, ci regalano una caccia all’uomo al cardiopalma
Burattini, con La condanna di Trampy, mette in scena una trama che amalgama il giallo alla Agatha Christie con il classico genere western che ritroviamo in moltissime avventure zagoriane. Si parte subito con una sequenza d’azione efficace, con il povero Trampy che si ritrova, suo malgrado, protagonista di una situazione alla Tuco Ramírez de Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone: una scena, quella che parte dall’impiccagione, in cui la tensione si taglia con il coltello, di lettura rapida ma altrettanto coinvolgente.
Come dicevo, il prosieguo dell’albo è una corsa contro il tempo per scagionare il povero Trampy, in una storia in cui l’azione resta sempre centrale, ma anche l’indagine dello Spirito con la Scure diventa, pagina dopo pagina, sempre più importante e altrettanto intricata.
Oltre a Trampy, Zagor e Cico, a dare ulteriore spessore a questo numero di Zagor+ sono gli stessi uomini che hanno teso la trappola al povero Trampy: cinici, spietati e privi di valori, non solo nei confronti di Zagor & Co., ma anche tra loro stessi. Si tratta di nemici davvero temibili, caratterizzati con grande cura nell’ottima sceneggiatura di Burattini.
A impreziosire il tutto ci sono le tavole di Raffaele Della Monica, disegnatore che dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di muoversi con destrezza dalle pagine d’azione a quelle di puro dialogo, quasi come lo stesso Spirito con la Scure si muove agile tra gli alberi e le liane della foresta di Darkwood.
L’artista campano, dal tratto molto classico, è ormai una certezza in termini di rapidità e qualità, e anche il suo lavoro su La condanna di Trampy non ha deluso affatto il sottoscritto, e credo neanche la maggior parte dei lettori di Zagor.
Perché leggere La condanna di Trampy?
Zagor+ #20: La condanna di Trampy è un albo speciale che si gode dall’inizio alla fine.
Un giallo a tinte western ricco di azione, che vede Zagor & Co. impegnati a risolvere l’intricato caso che ruota attorno a Trampy, cercando al contempo di non farsi catturare dallo spietato sceriffo Osborne, sempre sulle loro tracce.
Moreno Burattini e Raffaele Della Monica confezionano 128 pagine di puro intrattenimento che racchiudono tutti gli elementi necessari per una buona storia di Zagor: azione, mistero, divertimento e qualche canaglia che merita di essere messa al tappeto dallo Spirito con la Scure.
VOTO POPCORNERD: 6,5/10

Fumetti italiani
Intervista a Dado, autore di Dragon Village nel segno del fantasy, cibo e… Toriyama
Su PopCorNerd ospite Dado, autore e co-fondatore di Gigaciao, con cui al Comicon di Napoli abbiamo parlato della nuova edizione di Dragon Village, la sua opera che unisce un’ambientazione da Trono di Spade alla comicità tipica dei manga di Toriyama (oltre che al cibo!)
Si può unire il genere fantasy al cibo e creare un fumetto? La risposta è all’interno di Dragon Village, l’opera edita da Gigaciao di Dado, tra i fondatori della casa editrice, nonché direttore editoriale e amministratore unico, che è riuscito a trovare il tempo di tornare a fare ‘anche’ l’autore di fumetti.
In Dragon Village Dado unisce quali ingredienti proprio il fantasy, un padre cuoco e una figlia peperina decisamente forzuta, alcuni personaggi dalle caratteristiche e dai nomi strambi e un ‘Villaggio di Draghi’ (anche se di draghi non vi è l’ombra!).
In occasione del Comicon di Napoli abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con Dado sulla nuova edizione della sua opera nata sulle pagine di Scottecs Gigazine, e ora finalmente in volume.
E tra le fonti di ispirazione c’è un noto sensei che ha formato l’immaginario di milioni di persone grazie alle sue opere: Akira Toriyama. Per quale motivo? Non vi resta che leggere l’intervista che segue…
Dado su PopCorNerd!
Grazie mille Dado di essere con noi su PopCornerd. Partiamo con il parlare di Dragon Village: è un fantasy a tutti gli effetti. Ci racconti un po’ come è nato questo grande progetto?
Dado – Sì, nasce letteralmente perché serviva una storia a capitoli per la rivista Scottecs Gigazine, che è stata la nostra prima uscita editoriale come Gigaciao. Servivano circa 14 pagine all’interno della rivista da riempire ogni mese, quindi volevo pensare qualcosa che fosse adattabile a capitoli e che poi potesse essere raccolto anche in una storia unica. È una delle poche storie che poi ha anche una trama orizzontale.
Avevo diverse idee in testa ed essendo anche un giocatore di ruolo da tanti anni, soprattutto di D&D, avevo già tanto immaginario fantasy. Ho tirato fuori un po’ di roba per capire cosa potesse divertirmi a raccontare.
Perché, avendo anche poco tempo e dovendo gestire tutta la parte editoriale come direttore editoriale di Gigaciao, se devo fare una cosa voglio almeno che sia quella che mi diverte di più.

Quali sono state le opere (letterarie, cinematografiche, fumetti) da cui hai tratto spunto per Dragon Village?
Dado – Dragon Village pesca dal lato fantasy classico: mostri, terre selvagge, ambiente medievale con magia. Ho cercato di interpretare alcuni stilemi e archetipi aggiungendo qualcosa di mio.
Per quanto riguarda lo stile di disegno e di racconto, mi sono ispirato a vari fumetti che mi hanno formato. In primis, sfogliandolo si vede molto di Dr. Slump & Arale: c’è quella dinamica umoristica del papà con la bambina dotata di superpoteri che devono rimanere nascosti.
Poi anche Dragon Ball, soprattutto la prima parte con Goku bambino, che è una delle mie preferite, dove c’era ancora molto l’umorismo tipico di Toriyama.
Ci sono poi influenze occidentali: fumetto francese, italiano e americano. Ho fatto la Scuola del Fumetto, quindi mi hanno aperto a quel mondo. Io sono cresciuto coi manga, poi ho avuto una fase in cui non li leggevo più e ho scoperto altro. Questo mi ha aperto la mente, e oggi mescolo tutto: influenze occidentali e cose che mi piacciono dei manga. Ne è venuto fuori uno stile che è un mix tra i due mondi e che mi diverte fare.
Hai citato Toriyama, ed era proprio una delle domande l’influenza del mangaka in quest’opera. Anche il titolo richiama qualcosa come Dragon Quest, videogioco la cui ambientazione e personaggi erano disegnati da lui. Anche quest’ultimo è stata una fonte di ispirazione?
Dado – Diciamo che la parola “Dragon” aiuta. Mi piaceva richiamare quell’immaginario, anche se poi i draghi non hanno un ruolo nella storia.
Mi piaceva anche l’idea che il vero protagonista non fossero tanto i personaggi, ma proprio il villaggio: Dragon Village. È un luogo con un ecosistema e una socialità tutta sua, perché si trova ai confini estremi del regno, l’ultimo baluardo della razza umana. Dopo ci sono solo mostri e terre selvagge.
Gli abitanti sono abituati a vivere alla giornata, a invasioni di mostri e cose strane. È la normalità per loro. Ed è anche il motivo per cui i protagonisti si trasferiscono lì: le loro stranezze vengono più tollerate.
Tutti i personaggi principali hanno nomi di cibi o ingredienti: Chily, Brisee, nonno Miso, Nashi Soup, Lord Mela ecc… sei appassionato di cucina ? E c’è un collegamento tra i personaggi e l’ingrediente/ cibo a cui sono associati?
Dado – Sì, tutti i personaggi hanno nomi di cibo. Cerco spesso di legare il nome all’aspetto fisico: Mela ha una testa a forma di mela, Brisée ha tonalità arancioni come la pasta cotta, Chili è “piccante”.
Spesso nasce prima il personaggio e poi cerco un nome di qualcosa di commestibile che si adatti. Anche Ortica, per esempio, è commestibile e funzionava bene.
Il cibo è importante anche nella storia: il protagonista è un cuoco che porta una cucina più raffinata in un posto dove si mangia per sopravvivere. Prima si cucinavano bistecche di mostro e patate giusto per riempirsi la pancia. Lui introduce una cucina quasi gourmet.
Anche una semplice omelette diventa qualcosa di incredibile, perché è fatta con uova di mostro. È anche una citazione sempre a Toriyama, che spesso dava nomi legati a cibo o oggetti. È una cosa che mi ha sempre fatto sorridere e ho voluto riportarla nel mio mondo.
I primi due capitoli sono disegnati da Carlo Cid Lauro, grande artista italiano. Come è nata la collaborazione con lui?
Dado – In quel momento stavo “costruendo” Gigaciao e serviva materiale. Mi sono accorto che non sarei riuscito a fare tutto subito. Conoscevo Carlo da tanti anni, è un bravissimo professionista, e gli ho chiesto se voleva occuparsi dei primi capitoli. Dovevano essere 3 o 4, ma poi sono riuscito a liberarmi prima e ho ripreso io dal terzo.
È nato tutto dall’amicizia e dal rispetto reciproco. E posso anticipare che tornerà nella prossima stagione come disegnatore regolare, perché io sarò impegnato su altre cose. Continuerò a scrivere, ma lui sarà il disegnatore. Nei primi capitoli io facevo le matite e lui le rifiniva, ora invece farà tutto lui.
Il tuo approccio cambia quando lavori con un altro artista rispetto a quando lavori da solo?
Dado – Sì. Quando lavoro da solo non faccio una vera sceneggiatura: parto da un’idea, butto giù un soggetto e costruisco direttamente a matita.
Quando lavoro con altri devo scrivere sceneggiature vere e proprie. Cerco comunque di non essere troppo rigido: evito di dare troppe indicazioni sulle inquadrature e mi concentro più sulle emozioni dei personaggi. Lascio molta libertà all’artista. Mi piace vedere come interpreta quello che scrivo.
E poi quando scrivo per altri sono più “spietato”: metto scene con folle e ambienti complessi che io magari eviterei se dovessi disegnarle!
Il fumetto nasce in bianco e nero su Gigazine, ma ora è raccolto in un volume a colori. Cambia l’esperienza di lettura?
Dado – Sì, sicuramente. I colori di Silvia “savuland” Landucci aggiungono molto: atmosfera, momenti del giorno, emozioni che il bianco e nero non può rendere.
Il volume è anche molto corposo, circa 300 pagine, e contiene come extra, un bestiario con schede di mostri, alcuni presenti nella storia e altri no. Serve ad arricchire l’ambientazione senza appesantire la narrazione con spiegoni.
Io adoro approfondire il mondo, ma nel fumetto può risultare pesante. Così ho inserito queste schede per dare qualcosa in più.
Leggerlo tutto insieme è un’altra esperienza: non devi aspettare un mese tra un capitolo e l’altro. Puoi leggerlo tutto in un pomeriggio. Inoltre è una versione rivista e corretta: ho sistemato dialoghi e piccoli errori accumulati nei due anni e mezzo di pubblicazione. Quindi sì, è il modo migliore per leggere Dragon Village.
Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda stagione di Dragon Village? Perché le cose si sono fatte molto serie alla fine del volume con un cliffangher importante! Sarà una seconda stagione sempre all’insegna della comicità e delle gag o ci sarà più spazio per la parte (possiamo chiamarla) Drama?
Dado – Sarà sempre un mix. Mi piace alternare le due cose.
La prossima stagione partirà da quella situazione più grave, ma inizialmente dal punto di vista dei bambini, in particolare di Chili e dei suoi compagni, che non percepiscono davvero la gravità di ciò che è successo.
Vedremo quindi le conseguenze in modo più leggero, mentre gli adulti affrontano la situazione. Poi la storia si svilupperà e approfondirà tutto. I piani ci sono.
Grazie mille Dado per questa intervista!
Dado – Grazie mille a te!
Dado: Biografia

Davide “Dado” Caporali muove i primi passi nel mondo del fumetto online nel 2008, durante l’ultimo anno di Liceo Scientifico. Successivamente, nel 2011, consegue il diploma presso la Scuola Internazionale di Comics.
Nel corso della sua carriera ha svolto numerose attività professionali nel settore, lavorando come disegnatore, inchiostratore, colorista, flattista e sceneggiatore.
Sia come autore indipendente sia collaborando con altri professionisti, ha realizzato e pubblicato diversi volumi per alcune tra le più importanti case editrici italiane, ottenendo anche vari riconoscimenti.
Il suo profilo Instagram, dove condivide strisce umoristiche ispirate alla quotidianità e allo stile “slice of life”, conta oggi circa 200 mila follower.
Nel 2022 è tra i fondatori di Gigaciao, nata insieme a Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua. All’interno della casa editrice ricopre il ruolo di direttore editoriale e amministratore unico, affiancando a queste responsabilità l’attività di autore di fumetti e di altri contenuti… e tra le sue opere c’è Dragon Village!
Fumetti
Intervista a Simone Pace, raccontare la libertà
Durante Comicon Napoli 2026 abbiamo avuto il piacere di intervistare Simone Pace, autore di ‘Belmiele’ edito da Edizioni BD.
Simone Pace è un giovane fumettista che da qualche anno si sta ritagliando un suo spazio all’interno del panorama italiano.
Ha uno stile visivo riconoscibile e particolare, oltre ad avere idee ben precise sulla vita. Scrive, disegna e colora egregiamente le sue opere, dimostrando in più occasioni di essere un autore a tutto tondo. Dall’unione di questi aspetti sono, appunto, nate tre graphic novel edite da Edizioni BD: Fiaba di cenere (2022), Cuore (2024) e Belmiele (2026).
Proprio in occasione dell’uscita di quest’ultimo, avendo apprezzato molto le precedenti, ho scelto di porgli delle domande che ripercorressero un po’ il suo percorso personale e artistico.
Ciao Simone, grazie per questa intervista! Comincio subito con le domande.
Ho notato un’evoluzione nel tuo stile di disegno da Tom Sawyer ad oggi con Belmiele. Prima i tuoi personaggi erano più “puliti”, caratterizzati visivamente al meglio, con pochi tratti. Ora mi sembra che tu abbia adottato un tratto più articolato e “sporco” ma altrettanto efficace.
Anche le tinte piatte sembrano aver lasciato infatti il posto ad un uso più sfumato del colore. Pensi di aver trovato il tuo stile “definitivo” o è una fase per arrivare a qualcosa di diverso?
Simone Pace – Ti ringrazio per la domanda perché è molto interessante. Affrontare questioni stilistiche è sempre qualcosa che si fa poco in realtà, secondo me troppo poco.
Allora è assolutamente vero, specialmente se partiamo da Tom Sawyer, che è un’opera di tanti tanti anni fa.
Diciamo che la mia è una direzione e una dichiarazione di intenti. Ho una mia personale formazione letteraria sul fumetto pop, però ho avuto una formazione artistica un po’ più underground, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ma col tempo ho capito che voglio ricongiungermi al mio gusto pop. Quindi praticamente sto facendo un percorso per avvicinarmi a quello. La mia mira è comunque un gusto più americano o anche giapponese, ma pop, ciò che mi interessa è essere collocato lì.
Per fare questo sto facendo degli step. È un percorso che non è sempre lineare perché ci sono delle cose dell’underground che non voglio abbandonare di per sé. Però il mio gusto mi porta sempre più lì in maniera molto naturale; quindi, non penso che sia arrivato al mio stile definitivo ma, se penso ai miei più grandi autori del cuore, il loro stile è mutato nel corso del tempo. Però sì, sicuramente la direzione è tracciata.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Rimanendo sull’uso dei colori, in un’intervista passata hai dichiarato “Sono diventato noto per i miei colori. Ho sempre pensato che il fumetto bianco e nero fosse il massimo del massimo.”. Lo pensi ancora ed è in programma, in futuro, più o meno lontano, un fumetto che vada in direzione completamente opposta a quelli che hai fatto fino ad ora?
Simone Pace – Devo arricchire quella risposta. Io penso che il fumetto sia un mezzo che riesce a raccontare in maniera potentissima anche l’essenziale, cioè anche solo col bianco e col nero, con lo zero e con l’uno. Puoi veramente fare tutto.
Il colore è un enorme strumento. Uno strumento potentissimo per settare l’atmosfera, per suggerire, per raccontare…e a forza di usarlo mi rendo conto quanto spesso sia un mezzo per evitare didascalismo. Cioè se tu vuoi raccontare una situazione di tensione e usi il colore in un certo modo può evitare di scrivere. Quindi è uno strumento importantissimo.
Detto ciò, i miei fumetti preferiti sono in bianco e nero e in gran parte sono manga. Ho in testa, in futuro, di fare un fumetto puramente in bianco e nero, magari coi retini, anche per misurarmi con quel tipo di gusto ma attualmente non ho nulla di concreto.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Sui social, Instagram in particolare, ci rendi spesso partecipe dei tuoi work in progress, delle tue commission e delle nuove graphic novel su cui stai lavorando, ma ti esponi anche tanto politicamente. Personalmente apprezzo molto la scelta, ma mi chiedevo se ciò ti avesse mai creato dei problemi con gli editori e i followers o se invece lo reputi un vantaggio.
Simone Pace – Un vantaggio no. Assolutamente no. Cerco di farlo sempre meno e, in generale, mi rendo conto che sui social sto esponendo sempre meno gli aspetti della mia vita privata. Sono un po’ allergico al culto della persona dietro all’opera. È una cosa in cui tutti quanti incappano, perché i social funzionano così. Però, a costo di faticare di più, vorrei che fosse solo l’opera ad arrivare.
In Belmiele c’è tanta politica e ci sono espressioni di una posizione politica molto molto precisa, ma lo faccio dire all’opera. Detto ciò, non ho mai avuto nessun problema perché penso che il mondo editoria, specialmente quello italiano, sia molto schierato, in realtà. Chi più, chi meno.
Non ho conosciuto quasi nessuna realtà che non avesse un’idea politica piuttosto progressista. Però non so il mondo americano, perché lo conosco troppo poco da quel punto di vista ma credo sia più sfaccettato.

Cover regular Belmiele di Simone Pace © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Cover variant Belmiele di Wether Dell’Edera © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Le tue idee sulla vita, poi, si evincono facilmente dalle tue opere realizzate per Edizioni BD, di cui hai il pieno controllo creativo.
Fiaba di Cenere, Cuore e Belmiele sono tre storie che mettono al centro di tutto i rapporti tra le persone e con sé stessi durante un periodo di guerra. Tutti e tre finiscono in maniera dolce-amara, in particolare quest’ultimo, secondo me. Se dovessi scrivere oggi le tue prime due graphic novel, visto l’attuale clima geopolitico, avrebbero lo stesso finale o saresti più cinico?
Simone Pace – Non lo so.
La connessione col reale c’è sempre ma cerco sempre di astrarre, non mi baso mai su una situazione precisa; anche perché in questo senso, le cose mutano così tanto e allo stesso tempo non mutano mai.
Adesso sembra che ci sia la guerra in tutto il mondo, ma in realtà non c’è mai stato un momento senza guerra. Quindi se uno si guarda intorno, purtroppo certe situazioni sono così da tempo. Ora, magari, sono esacerbate. Quindi diciamo che se vogliamo il cinismo ci può sempre stare come risposta e non è biasimabile.
Comunque, penso che in realtà le scriverei così perché rimangono storie che raccontano quel mondo lì con quei personaggi lì; i bambini di Fiaba di Cenere sono, appunto, dei bambini e rimarranno naif rispetto ad alcune cose. Sono così e rimarrebbero così anche se li scrivessi adesso, magari con qualche minima variazione.
Belmiele è forse più dolce-amara, ma perché è un personaggio più incattivito. Sicuramente è un personaggio che in questo periodo storico mi sentivo di raccontare più di altri, forse. Ha trovato il momento storico per essere raccontato. Però lei è così, questo è il suo carattere.
Dei quattro protagonisti delle tre storie è sicuramente la più arrabbiata.
Simone Pace – Sì, sicuramente sì. Tra i personaggi in generale, no: il più arrabbiato è il generale di Cuore.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Dopo aver raccontato il fantasy e il sci-fi, attraverso l’ambientazione medievale, poi cyberpunk e, infine, in stile western, hai considerato di cimentarti in un altro genere o sottogenere, magari come noir, l’horror o il supereroistico, di cui comunque sei fan? Oppure hai voglia, invece, di espandere gli Universi già creati, un po’ come hai fatto con Sorbo Rosso in passato?
Simone Pace – Chiaramente, l’idea di espandere gli universi è una cosa stimolante. In un certo senso, creo sempre tasselli in cui immagino delle coerenze potenziali anche tra i vari libri, anche se nessuno è sequel di un altro.
Non voglio cadere in una logica di serialità, specialmente con racconti autoconclusivi. Non voglio che il lettore, venendo in fiera, trovi il “volume 3” di una serie di cartonati che possono avere un costo importante, magari di 30€.
Secondo me non è il tipo d’approccio giusto rispetto al mio tipo di storie. Per cui se io mi imbarco in un sequel di Fiaba di Cenere che necessita la lettura del capostipite, è un po’ controproducente.
In più, ogni volta che penso di allargare un Universo (di cui comunque ho qualche idea), allo stesso tempo ho tantissima voglia di sperimentare su un altro genere o altre storie.
Ad esempio, adesso ho in mente un progetto cyberpunk che è vicino a Cuore, anche come tipi di personaggi, però è un’altra storia.
Ho la fortuna di poter lavorare rendendo conto solo all’editore e a me; non ci stanno terze persone le cui idee poi inficiano sulla storia e posso scegliere in base all’ispirazione del momento. Quindi è probabile che vedrete anche storie di genere completamente diverso, sì.
Torno un attimo su Fiaba di Cenere. Ciò che mi ha spinto, anni fa, in un ormai lontano Lucca Comics, all’acquisto di questo volume sono stati, appunto, i colori. Ciò che me lo ha fatto amare, però, sono i personaggi. Marlo e Marfisa hanno un bellissimo rapporto fraterno, spontaneo e naturale.
Mi ha ricordato in un contesto diverso, ovviamente, quello tra me e mio fratello quando eravamo piccoli. Tutto ciò deriva da esperienze personali o solo da un’ottima capacità di scrittura?
Simone Pace – Ho un fratello e con lui ho un buon rapporto, però è sempre stato un po’ litigioso. Due fratelli maschi, tre anni di differenza: non è esattamente lo stesso rapporto di Marlo e Marfisa.
Sicuramente tante dinamiche tra loro derivano da esperienze personali: non ci sono riferimenti a momenti ben precisi, però il mood sì.
Marfisa è diversa da me. Io, come lei, sono il maggiore. Lei è molto più protettiva di me, ma per fortuna noi abbiamo fatto una vita normale, loro meno. Sicuramente l’esperienza diretta c’è e conta, però lei non è me e Marlo non è mio fratello, sicuramente.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Parliamo di Cuore. Il momento in cui Alma capisce che tutto sta volgendo al termine mi ha messo i brividi. È una delle poche volte in cui lo vediamo sorridere. Lui non è un umano, ma molto più cuore, appunto, di tanti altri umani. Come sei riuscito a creare un momento così intenso con un personaggio che la maggior parte del tempo è volutamente mono espressivo e malinconico?
Simone Pace – Io l’ho sempre considerato molto umano, anche se per sua programmazione non dimostra l’umanità e l’espressività che dimostrano gli esseri umani è un personaggio profondamente sensibile a dinamiche umane. È cresciuto con gli umani, quindi ho pensato che non fosse così innaturale che si avvicinasse agli esseri umani in un momento così culminante. È la cosa più vicina all’umanità che ha fatto, in un certo senso.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Anche su Belmiele libertà, guerra, rabbia, natura (il fuoco, particolare) e il rapporto genitori-figli sono la spina dorsale del racconto. È quasi sempre la figura femminile il tramite per esprimere questi temi. Belmiele e la Strega-Drago, Nuvia ed Estrella, Marfisa, la Strega del Fuoco e Pupa. Come mai?
Simone Pace – Non c’è una scelta a monte, in realtà.
Belmiele è un personaggio che ho in testa da tanti anni ed è sempre stato un personaggio femminile. In realtà, riflettendoci questi giorni in cui mi hanno chiesto diverse cose, c’è sicuramente un riferimento a Queen Emeraldas di Leiji Matsumoto, che è un personaggio femminile molto forte e mi è sempre piaciuto molto e, probabilmente, mi ha ispirato.
Però non ne vorrei fare una questione di genere, perché, di base, è una scelta naturale. Probabilmente mi viene naturale far sì che personaggi femminili siano in quelle posizioni, muovono l’azione in quel modo, forse. Però non è una scelta presa a tavolino.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl
Nei mesi scorsi ti sei messo alla prova con nuove avventure. Sei tra gli artisti scelti da Tomodachi Press per realizzare una carta di Release the Creatures: Dinosaurs!, set di carte curato da Dario Moccia, e stai lavorando con Curtis Clow su A Place Where Time Doesn’t Exist, space-opera nata su Kickstarter del quale curi le illustrazioni. Com’è stato il processo di realizzazione della carta e come cambia il modo di lavorare quando sei a contatto con uno sceneggiatore e non sei tu a scrivere la storia?
Simone Pace – Per quanto riguarda la carta, in realtà, è stato tutto molto frenetico perché i tempi erano molto stretti. È stato un lavoro abbastanza “cotto e mangiato” ed è andata benissimo così. Mi ha dato un dinosauro disegnare e già così ero felice.
Abbiamo avuto un’interazione di editing in due/tre giorni e ho realizzato la carta; quindi è stato un lavoro molto interessante. Spero di farne ulteriori perché comunque disegnare carte è molto bello.
Tutti quanti abbiamo avuto contatti con le carte, quindi poterle realizzare è un po’ un piccolo sogno.
Il problema dell’altro del progetto è che, purtroppo, è arenato, per ragioni che non dipendono da me.
C’è stato un processo anche molto bello, è stato un bel lavoro. Ho lavorato con sceneggiatori in altre piccole cose, è sempre una cosa che mi piace fare.
Il problema è che è un progetto in cui io ero ingaggiato come disegnatore. Ho fatto la mia parte. Lo sceneggiatore, che è anche il creatore e curatore, chi detiene i diritti e chi si occupa della gestione del crowfunding purtroppo non dà più notizie. Non so se è per problemi personali, non mi è dato saperlo.
Ne approfitto per dire che io, purtroppo, non posso che invitarvi a scrivere allo sceneggiatore e sperare di spronarlo. Purtroppo non dipende da me, davvero.
Mi dispiace per il progetto e per questa nota amara nel finale, ma ti ringrazio di cuore per quest’intervista!
Simone Pace – Grazie mille a te!
Simone Pace: Biografia

Simone Pace è nato a Rieti. Fin da bambino è affascinato dai racconti fantastici, mitologici e dai miti del folklore della sua terra. L’amore per il disegno e la scrittura lo spinge a raccontare a fumetti. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2016 fonda con altri colleghi il collettivo Sciame, con cui autoproduce, pubblica e promuove storie a fumetti di genere. Nel 2022 esce in edizione cartacea a marchio Edizioni BD Fiaba di Cenere, opera inizialmente pubblicata sulla piattaforma di webtoon Tacotoon. Nel 2023 vince il premio Nuovi Talenti a Romics, mentre la sua autoproduzione Sorbo Rosso è candidata ai premi Boscarato come Miglior Fumetto Web. Dopo una incursione nel cyberpunk con Cuore (edito nel 2024 da Edizioni BD) presenta a COMICON Napoli 2026 la sua ultima opera: il fantasy dalle atmosfere western Belmiele.
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Dylan Dog: La Camera Cremisi – Recensione del thriller dove i social uccidono
Recensione di Dylan Dog #477 – La Camera Cremisi, una storia di De Feo, Dell’Agnol e Riccio, che mostra il lato più pericoloso dei social
Una volta erano i Conigli Rosa ad uccidere sulle pagine di Dylan Dog, oggi, invece, lo fanno i social network. Ma anche l’Indagatore dell’Incubo deve adeguarsi alla modernità e alla tecnologia!
I social media sono, difatti, protagonisti di Dylan Dog #477, intitolato La Camera Cremisi e sceneggiato da Giovanni De Feo, all’esordio sulla serie regolare, con i disegni di Piero Dell’Agnol e chine di Renato Riccio. Anche questo numero porta sulla copertina, come tutti gli albi di quest’anno, il simbolico logo “40” accanto al nome della testata, per continuare a celebrare i 40 anni del personaggio creato da Tiziano Sclavi.
Tornando a La Camera Cremisi, il nuovo albo di Dylan Dog mette al centro i social, quanto essi facciano sempre più parte della nostra vita, ponendo quella “virtuale” davanti a quella “reale”, e l’annosa dipendenza che spesso ne consegue. E, come scoprirete all’interno di DD#477, possono anche essere mortali!
Vivi in cerca di redenzione, fantasmi in cerca di vendetta
Victor è un tecnico informatico, nonché vecchio amico di Dylan, che ha da poco perso la moglie. L’uomo, per compensare in qualche modo la propria perdita e quella di altre persone che hanno subito un lutto, crea la Camera Cremisi, un luogo virtuale dove ricordare i defunti e a cui poter scrivere in loro memoria.
Ma a un certo punto i morti tornano virtualmente in vita. Cominciano a mandare messaggi ai propri cari e questo porta Victor a presentarsi a casa di Dylan per chiedergli di indagare sul caso: fantasmi che hanno invaso lo spazio social da lui creato.
Dylan, in primis, e poi Bloch credono che possa trattarsi di qualcuno che ha preso il controllo della Camera Cremisi. Nel frattempo Victor comincia a subire alcune aggressioni da parte dei parenti dei defunti presenti nella piattaforma, finché alcuni di questi non vengono trovati morti in modi brutali. Soprattutto, in circostanze che ricordano quelle dei loro cari scomparsi.
Per Bloch siamo davanti a un serial killer, per Victor si tratta di fantasmi; per Dylan l’indagine si fa più intricata anche perché ha un compito arduo: risolvere il caso, interrompere la scia di morti e allo stesso tempo salvaguardare la salute del suo amico Victor.
Ma i morti sono davvero tornati in vita, anche se solo online, per vendicarsi? Toccherà all’Indagatore dell’Incubo scoprirlo.
I social, moderni assassini (almeno nei fumetti) nell’horror
Nei film così come nella letteratura, le macchine sono sempre state tanto affascinanti quanto pericolose. Da un lato supportano e contribuiscono a migliorare la vita umana, dall’altro terrorizzano da sempre l’uomo per ciò che potrebbero fare qualora sfuggisse loro il controllo.
Nel cinema di fantascienza e horror spaziamo da Christine – La macchina infernale a Terminator, sino al più recente M3GAN.
Negli ultimi anni anche i social sono stati protagonisti di film e serie TV dove risultano molto pericolosi per la salute mentale. Basti pensare a diversi episodi di Black Mirror.
In La Camera Cremisi lo sceneggiatore Giovanni De Feo riesce a rendere decisamente pericolosi i social media sotto due punti di vista: la dipendenza che comportano per gli utenti (forse l’aspetto più reale e attuale) e il dover rivivere nuovamente il lutto che pensavano di aver messo alle spalle. I messaggi che provengono dai morti, anche se attraverso una chat, riportano a galla emozioni e dolori difficili da gestire.
Intorno a questo incipit De Feo costruisce una storia thriller dove a morire sono i parenti della community della Camera Cremisi: una vicenda lineare e a tratti abbastanza scontata, ma comunque godibile nella lettura.
Centrale nella storia è anche il lutto e il dolore di Victor, che non riesce ad abbandonare il ricordo della moglie deceduta e trascina con sé tutte quelle persone che fanno fatica a dimenticare e, anzi, non vogliono farlo. Vogliono ricordare i morti in una maniera piuttosto sadica e macabra, se si pensa alla Camera Cremisi.
È divertente e bizzarro l’atteggiamento scettico di Dylan che, pur affrontando da sempre mostri e assassini, fatica ad accettare l’idea che possano esistere fantasmi virtuali in grado di uccidere. Uno scetticismo che deriva anche dal rifiuto dell’Indagatore dell’Incubo nei confronti del progresso e della tecnologia, tanto che spesso è Groucho a dover utilizzare quei dannati aggeggi.
Una trama semplice, con un Dylan più detective che Indagatore dell’Incubo rispetto ad altri albi, rende La Camera Cremisi uno di quei fumetti che tra un mesetto ci si può tranquillamente portare sotto l’ombrellone (per chi è fortunato e va già in vacanza) e da leggere senza impegno.
Se si deve fare un appunto, De Feo deve ancora prendere maggiore confidenza con Groucho, personaggio che ho trovato forzato nel ruolo di spalla comica, con battute spesso poco divertenti e prive di mordente.
Gradito il ritorno di Dell’Agnol, artista veterano della collana e autore dal tratto “dylaniano” classico, che punta molto sull’espressività dei volti e sui primi piani. Il suo lavoro richiama alla mente dei lettori old school uno stile e un’atmosfera che hanno contribuito a rendere grande il mito di Dylan Dog. Insomma, vedere all’opera uno dei grandi registi visivi della serie fa sempre molto piacere. Ad aiutarlo alle chine c’è Renato Riccio, che contribuisce a rendere ancora più chiaro e definito il disegno di Dell’Agnol.
Perché leggere Dylan Dog: La Camera Cremisi?
Dylan Dog è una collana che mostra sempre il lato oscuro di ogni cosa e, in questo caso, lo fa con i social media.
Giovanni De Feo, Piero Dell’Agnol e Renato Riccio, con Dylan Dog: La Camera Cremisi, ci regalano una storia thriller soprannaturale come ce ne sono tante nella serie, ma non per questo meno piacevole da leggere.
Gli autori non si inventano nulla di nuovo e, come detto, alcuni sviluppi risultano piuttosto telefonati nel corso della storia, ma riescono comunque a dare vita a un racconto lineare che scorre bene e che può contare su un ottimo comparto grafico.
E che forse insegna ai lettori che è sempre meglio leggere un buon fumetto che stare sui social. Non si sa mai chi potrebbe inviare una notifica… dall’aldilà.
VOTO POPCORNERD: 6,5/10
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