Serie TV
A Knight of the Seven Kingdoms S1 E3 – The Squire
Recensione – con spoiler – del terzo episodio della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, la nuova serie dell’universo Game of Thrones
Benvenuti all’analisi del terzo capitolo delle avventure di Dunk ed Egg. Oggi parliamo di A Knight of the Seven Kingdoms S1 E3 – The Squire (Lo scudiero), andato in onda il 2 febbraio 2026 su HBO Max.
In questa recensione con spoiler – inevitabili d’ora in poi – analizzeremo la scrittura e l’evoluzione dei personaggi in questo punto di svolta della stagione. Se vi siete persi l’analisi precedente, vi invito a leggere prima la recensione dell’episodio 2, “Hard Salt Beef”, per riprendere il filo del discorso.
La trama
Nell’episodio precedente, Dunk chiede a Tanselle – la giovane burattinaia del villaggio – di dipingere il suo scudo. Dunk sceglie un nuovo stemma: un olmo “con una stella cadente sopra un campo color tramonto”. Tra i due nasce subito una tensione particolare, o forse è solo nella mente di Dunk; fatto sta che Egg non perde occasione per far notare al suo impacciato cavaliere l’evidente infatuazione.

Dunk e Tanselle, interpretata da Tanzyn Crawford
Una sera, durante uno spettacolo in cui Tanselle mette in scena la morte di un drago, la sfortuna vuole che tra il pubblico ci sia il Principe Aerion Targaryen, giunto ad Ashford Meadow insieme a suo padre Maekar e suo zio Baelor. Al principe la rappresentazione non piace affatto: per lui “i draghi non possono perdere”. In un atto di pura crudeltà, Aerion spezza le dita alla povera ragazza. Dimenticando il divario sociale, Dunk ha fatto ciò che un vero cavaliere dovrebbe fare: ha difeso i deboli, aggredendo fisicamente il Principe.
Le guardie reali si gettano su di lui e, proprio quando Dunk sta per essere giustiziato per aver colpito un reale, arriva il colpo di scena. Egg si interpone e rivela la sua vera identità: lui è in realtà Aegon Targaryen e ordina al fratello maggiore di lasciar andare Duncan. Avete letto bene: Egg è di sangue reale e diretto antenato di Daenerys Targaryen.

Egg, che si rivela essere un Principe Targaryen
Chi è chi? Guida rapida all’albero genealogico Targaryen
Prima di tuffarci nell’analisi dell’episodio, facciamo un po’ di ordine. Se i nomi vi sembrano tutti uguali e fate fatica a capire chi è nipote di chi, non preoccupatevi: è normale.
Per orientarvi in A Knight of the Seven Kingdoms, dovete tenere a mente che ci troviamo circa 90 anni prima degli eventi di Game of Thrones e circa un secolo dopo House of the Dragon. I draghi sono estinti, ma i Targaryen siedono ancora saldamente sul Trono di Spade.
Ecco i “giocatori” principali coinvolti negli eventi di Ashford che dovete conoscere:
- Il Re: Daeron II (Il Buono) non è presente al torneo, ma è l’attuale Re sul Trono di Spade. È un sovrano saggio e colto, noto per aver unito pacificamente Dorne ai Sette Regni
- Il primo figlio del Re (L’Erede): Principe Baelor “Breakspear” è il Primo Cavaliere del Re e l’erede al trono. Lo riconoscete perché, a differenza dei classici Targaryen, ha i capelli scuri (ereditati dalla madre dorniana). È l’uomo più potente presente al torneo, rispettato da tutti per la sua onestà e abilità cavalleresca
- Il quarto figlio del Re: Principe Maekar, fratello minore di Baelor. È un uomo severo, rigido e perennemente all’ombra del fratello maggiore, cosa che lo rende piuttosto scontroso. È il padre dei tre ragazzi “problematici” che incontriamo in questa serie:
- Il figlio maggiore: Daeron (L’Ubriacone), quello che Dunk incontra nella locanda nel primo episodio. È colui che ha rasato la testa a Egg per non farsi riconoscere. Non vuole essere un cavaliere e preferisce il vino alle armi
- Il secondo figlio: Aerion “Brightflame” (Il Pazzo) è il nostro “cattivo”. Crudele, vanitoso e convinto di essere un drago in forma umana. È lui che ha spezzato le dita a Tanselle
- Il figlio minore: Aegon (“Egg”) è lo scudiero di Dunk. Essendo il quarto figlio di un quarto figlio, è molto lontano nella linea di successione
In sintesi: Dunk si è messo nei guai con Aerion, che è il figlio di Maekar, che è il fratello del potente Baelor. Ha letteralmente scatenato una crisi diplomatica familiare. Questo è uno spin-off di Game of Thrones, dopottutto.

Albero genealogico della famiglia Targaryen
“Nel nome della madre, ti ordino di proteggere gli innocenti”
Questo episodio mi ha convinto sotto diversi aspetti, ma soprattutto per come gestisce l’umanità dei suoi protagonisti. È bellissimo vedere Egg impegnarsi così tanto nell’addestramento: non vuole solo essere un bravo scudiero, vuole essere degno di Dunk.
E Dunk, dal canto suo, ci mostra cosa significa avere un cuore nobile in un mondo di nobili senza cuore. Lontano dagli sfarzi e dalla vanità che spesso accompagnano il titolo di cavaliere, Dunk cerca qualcosa di più semplice e potente: il rispetto. Il suo sogno non è la ricchezza, ma la dignità di non sentirsi più un emarginato, un “cavaliere errante”, ma un uomo d’onore a tutti gli effetti.
Mai come in questo episodio Ser Duncan the Tall incarna il vero spirito della cavalleria. La sua non è solo obbedienza a un voto, ma un istinto di difesa verso i deboli. Quando si frappone tra il Aerion e la sventurata Tanselle – per la quale, ammettiamolo, prova qualcosa che va oltre la semplice cortesia – Dunk non vede un Principe Targaryen, ma solo un uomo crudele. Non esita, non calcola le conseguenze e agisce. In quel pugno sferrato al sangue reale c’è tutta la filosofia della serie: la vera giustizia e l’onore di un cavaliere vanno ben oltre i titoli e le corone.
Lo spietato Principe Aerion Targaryen
Un altro punto che ho apprezzato enormemente, sia a livello di scrittura che di interpretazione, è il ruolo di Principe Aerion. L’attore è riuscito a dare volto e voce a un personaggio che trasuda arroganza da ogni poro. Non me ne vogliate, ma Aerion è costruito al solo scopo di farsi odiare: è viscido, crudele ed un sadico. Incarna perfettamente lo spirito Targaryen.

Finn Bennett nei panni di Aerion ‘Brightflame’ Targaryen
Aspettando il quarto episodio
Questo terzo episodio preme decisamente sull’acceleratore, regalandoci un finale che lascia col fiato sospeso. Finora la serie sta facendo esattamente quello che deve: pur avendo toni molto distanti dai quelli di Game of Thrones e House of the Dragon, riesce a mantenere una propria identità forte e precisa all’interno dell’universo creato da George R.R. Martin.
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Recensioni
The Punisher: One Last Kill. Bentornato Frank!
Nuovo Special presentation sul vigilante più complesso e violento di casa Marvel. Un viaggio fra psiche controversa e violenza inaudita.
Immaginate di entrare in una fumetteria e di prendere un albo one shot di The Punisher perchè non avete mai letto nulla sul personaggio e volete scoprire di cosa si tratta. Ecco, The Punisher: One Last Kill è la rappresentazione sul piccolo schermo di uno di questi albi, prodotto da Disney+ e rilasciato al pubblico con uno special presentation di 50 minuti.

Se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank
Siamo nella New York del Marvel Cinematic Universe, in una timeline non precisata, molto probabilmente fra la prima e la seconda stagione di Daredevil Born Again e Frank Castle vive in perenne conflitto con sè stesso, fra deliri causati dal PTSD e il dolore per la perdita della sua famiglia, per colpa di un regolamento di conti fra bande rivali. Frank cerca di andare avanti, circondato dai fantasmi del passato, in una New York dove la violenza dilaga e la mancanza di forze dell’ordine è la normalità. Ovviamente se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank e quello che ne viene fuori è una mattanza di corpi e proiettili, dove il concetto di giustizia perde il volto più puro e idealista a cui ci hanno abituato eroi come Spider-Man o Steve Rogers, per lasciare spazio al metodo brutale del Punitore. Frank Castle è il vigilante per eccellenza: non si fa alcuno scrupolo, spesso supera ogni limite e, pur arrivando a estremi discutibili, agisce con un unico obiettivo in mente: eliminare il male alla radice.
The Punisher: One Last Kill quindi è uno special presentation che soddisfa i neofiti del personaggio e gasa chi si aspetta un mediometraggio sul punitore dalla psiche instabile, poche parole e tanto spargimento di sangue.

Jon Bernthal è nato per interpretare il ruolo del Punisher
Jon Bernthal si conferma essere un Frank Castle di altissimo livello. La sua interpretazione è magistrale, soprattutto quando deve farsi carico dei traumi del suo passato. Nelle espressioni ruvide, crude, tristi e rabbiose traspare veramente la sofferenza di un uomo che ha bisogno di aiuto, che vuole dimenticare la guerra, ma che non riesce a stare lontano da essa. Tutto ciò sfocia nella parte forse più violenta del personaggio, quella in cui fa fuori tutto e tutti, senza appello, unico giudice, giuria e boia. Violenza come valvola di sfogo contro una vita che non gli ridarà mai più indietro i propri cari. Violenza contro un sistema giudiziario a volte traballante che rimette in libertà assassini che possono tornare a uccidere, facendo passare a innocenti, quello che ha passato Frank.

Una seconda parte di questo speciale che vede la violenza, il sangue e i proiettili come protagonisti, ben orchestrati da Frank che, come detto in precedenza, deve tornare a fare il punitore per colpa del “villain” della situazione.. Mà Gnucci. Una donna che ha visto la sua famiglia (mafiosa) essere massacrata tempo prima dal punitore. Ovviamente non è la vittima, ma prima complice dei loschi traffici della sua famiglia. Per sua sfortuna non è incappata nella giustizia ordinaria, ma in quella estrema di Frank.
Per vendicarsi scatena una caccia all’uomo in un quartiere di New York, Little Sicily, già in degrado, quasi distopico, con violenze ad ogni angolo di strada. La scena iniziale è la copertina, anche forse esagerata, della situazione di questo quartiere.
Un quartiere in cui la polizia non entra, ma luogo dove vive (o cerca di vivere) Frank Castle: mi è piaciuta molto l’evoluzione del personaggio durante lo speciale nei confronti di Little Sicily e dei suoi abitanti. Prima una persona che non si vuole intromettere nei soprusi, che quasi vuole vivere da estraneo, solo con i suoi fantasmi, talmente forti che gli spari reali intorno a lui si trasformano in spari e ed esplosioni immaginarie dei tempi della guerra.
Poi, grazie anche alla figura della defunta figlia, Frank non è solo più spettatore passivo, ma indossa di nuovo il giubbotto antiproiettile con il teschio e si fa carico di ripulire le strade dai balordi, ridando una sorte di serenità a chi in quelle strade ci passeggia e ci lavora onestamente.

Speciale promosso a pieni voti
In conclusione cosa mi ha lasciato questo The Punisher: One Last Kill?
Mi è rimasta una bella storia su Frank Castle che analizza a 360º le sue sfaccettature più grandi, senza cercare di esplorarne altre, per quelle ci sarà tempo spero (magari con una nuova stagione interamente dedicata a lui e magari continuando proprio la faida con Mà Gnucci). Come detto all’inizio è un modo per far conoscere il personaggio a chi non ha mai letto o visto nulla su di lui e che emoziona chi già lo conosce, con quello che un fan vuole vedere quando si parla di The Punisher. 50 minuti dove Marvel Non si prende rischi, ma va sul già visto garantito, che con Jon Bernthal nei panni di Frank, non stanca mai.
Rivedremo presto il Punitore al cinema in Spider-Man: Brand New Day e, oltre alla curiosità di scoprire come lui e Peter Parker si incontreranno, è facile immaginare che i toni saranno inevitabilmente più leggeri e meno brutali rispetto a quelli a cui Frank Castle e questo special presentation ci hanno abituati. Insomma, una versione del personaggio probabilmente più adatta ad un pubblico giovane, ma comunque interessante da vedere.
VOTO POPCORNERD 9/10
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