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RecensioniSerie TV

Fallout Stagione 2: Il Verdetto Completo (e quel finale che ci ha lasciato in mutande)

Ecco per Fallout 2 recensione episodi 1-5: tra Deathclaw a New Vegas e i segreti della Vault-Tec, la serie alza il tiro. Leggi il recap (con qualche spoiler!)

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Recensione & Recap | Dal deserto del Mojave al cliffhanger finale: ecco perché questa stagione ci ha fatto godere (e bestemmiare).

Se la prima puntata l’avevo aspettata come un fuori sede aspetta il pacco da giù, il finale di questa seconda stagione l’ho divorato come se fosse l’ultima scatoletta di Cram rimasta nel Vault. Abbiamo iniziato con teste che esplodevano fuori dai bar e siamo finiti con un casino totale sulla Strip di New Vegas.

Ho raccolto i pezzi di questi 8 episodi per tirare le somme. Ecco com’è andata, chi ha vinto, chi ha perso e perché stiamo già cercando i biglietti per il Colorado.

1. Maximus: Finalmente un vero Cavaliere (e i Deathclaw!)

Parliamoci chiaro: per metà stagione mi sono chiesto “Ma Maximus che fine ha fatto?”. Sembrava persino che la Confraternita lo avesse messo in panchina a lucidare le armature.

Poi, però, arriva il finale e ci ripaga di tutto.

Vederlo combattere contro un branco di Deathclaw (sì, finalmente ci sono e sono terrificanti) usando l’armatura al 100% delle sue possibilità, missili inclusi, è stato puro orgasmo videoludico. Non è più lo scudiero impacciato: è diventato una macchina da guerra. E quando arriva l’RNC (Repubblica della Nuova California) armata fino ai denti a dargli man forte contro la Legione… beh, lì ho quasi pianto.

2. Il Ghoul: La beffa più crudele

Cooper Howard è l’MVP della serie, punto. Ma gli autori sono dei sadici.

Dopo aver attraversato l’inferno, sparato a chiunque e fatto battute degne di Clint Eastwood, il Ghoul arriva finalmente alle capsule criogeniche della Vault-Tec. Apre quella della sua famiglia… ed è vuota.

Niente moglie, niente figlia Janey. Solo una fottuta cartolina con scritto “Saluti dal Colorado”.

Il suo sguardo in quella scena vale tutto il prezzo dell’abbonamento Prime. Non ha trovato pace, ha trovato solo una nuova missione. Prepariamoci alla neve, perché Cooper sta andando a caccia in montagna.

3. Mr. House e la “Matrioska” del Potere

Pensavamo che la Vault-Tec fosse il male assoluto? Bitch, please.

Questa stagione ci ha svelato che la tana del ‘bianconiglio‘ è molto più profonda.

  • Mr. House: Si è rivelato per quello che è: un genio chiacchierone intrappolato in un computer (praticamente un Tamagotchi miliardario) che voleva usare la fusione fredda per riaccendere New Vegas e governare come un dittatore illuminato.

  • Hank MacLean: Non è il burattinaio, è solo il burattino. La scena in cui si scopre che Stephanie Harper (la tizia del Vault 32!) era in realtà sua moglie già prima delle bombe è stata il colpo di scena “soap opera” che non mi aspettavo.

  • L’Enclave: Ecco i veri bastardi. Alla fine si scopre che sopra la Vault-Tec c’è l’Enclave, che tira i fili di tutto. Hank era solo un middle-manager terrorizzato.

4. Il Finale: “The Strip” e il Reset di Hank

L’ultima puntata, “The Strip”, è un caos meraviglioso. La Legione di Caesar (guidata da quel pazzo del nuovo Legato) marcia su Vegas, l’RNC e la Confraternita si scannano, e in mezzo c’è Lucy.

Il momento clou? Lucy mette Hank con le spalle al muro. Lui, pur di non tradire i suoi padroni dell’Enclave e rivelare i segreti, fa la cosa più da “dipendente aziendale dell’anno”: si cancella la memoria.

Attiva un comando sulla tuta e zap. Reset totale. Diventa un guscio vuoto. Lucy non ottiene le risposte, Hank non soffre più. Un finale amaro, cinico, perfetto.

5. Scena Post-Credits: Arriva il robottone

Non spegnete la TV sui titoli di coda, perché la Confraternita ha appena calato l’asso.

L’Anziano Quintus guarda i progetti di una nuova arma e dice: “Quintus l’Unificatore è morto. È nato Quintus il Distruttore”.

Cosa c’è sui progetti? Liberty Prime Alpha.

Esatto, il robottone gigante anticomunista sta per arrivare. Se pensavate che i Deathclaw fossero grossi, aspettate la terza stagione.

Verdetto Finale

Questa stagione è stata meno una “scoperta” e più una “conferma”. Ha ampliato la lore (New Vegas, Enclave, le origini dei Vault), ci ha dato i mostri che volevamo e ha reso Lucy un personaggio cazzutissimo che ora deve gestire un padre lobotomizzato e un Ghoul incazzato nero.

Il finale aperto verso il Colorado promette un cambio di scenario totale (la neve!), e onestamente non vedo l’ora.

Voto Stagione: 9/10 (Mezzo punto in più per i Deathclaw)

Anime

Il ritorno di Magic Knight Rayearth su Crunchyroll con il nuovo anime

30 anni dopo Magic Knight Rayearth torna con una nuova serie anime su Crunchyroll. Le 3 eroine di CLAMP sono tornate e vi diciamo cosa ne pensiamo della nuova trasposizione animata!

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Trent’anni dopo, Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji (conosciute in Italia come Luce, Marina e Anemone), le tre cavaliere magiche create dal collettivo CLAMP, tornano in azione con una nuova serie animata!

Il nuovo anime di Magic Knight Rayearth è arrivato su Crunchyroll il 7 ottobre, ma noi di PopcorNerd abbiamo avuto l’opportunità, grazie proprio alla piattaforma, di vedere in anteprima i primi due episodi al Cinema. L’effetto di vedere un anime sul grande schermo è sempre amplificato ed è innegabile che sia molto piacevole e ancora più immersivo.

Ma per chi non conosce o non sa di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro per spiegare chi sono le eroine Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji.

Magic Knight Rayearth: le origini del fantasy delle CLAMP

Magic Knight Rayearth

Magic Knight Rayearth è un manga fantasy del collettivo CLAMP (Cardcaptor Sakura, X e Tsubasa) uscito sulla rivista shojo Nakayoshi da novembre 1993 a febbraio 1995, con un sequel pubblicato fino ad aprile 1996 che poi Kodansha ha raccolto in sei volumi. In Italia la serie è stata pubblicata da Star Comics, divenendo un piccolo cult in quegli anni tra i lettori di manga.

La trama mescola magical girl, mecha e fantasy a mondi paralleli: le protagoniste sono tre studentesse di seconda media, Hikaru, Umi e Fuu evocate dalla principessa Emeraude, convinta che siano le Cavaliere Magiche della profezia, uniche in grado di salvare il Regno.

Ad accoglierle trovano il guru Clef, che le guida e dà loro i poteri, armature e armi forgiate apposta per loro ma, soprattutto, le dota dei giganteschi Dei della Runa: sì perché nel mondo fantasy di Rayearth ci sono anche i Mashin, minacciosi mecha senzienti.

Sul mercato italiano è uno di quei titoli che molti ricordano con affetto, anche senza averlo letto o visto per intero.

Il primo adattamento animato, prodotto da TMS, è andato in onda dall’ottobre del 1994 con due stagioni per un totale di 49 episodi a cui è stato seguito nel 1997 da un Oav di tre episodi che rilegge la storia in modo alternativo.

La nuova serie Crunchyroll

Il rifacimento in uscita su Crunchyroll, è stato realizzato per celebrare i 30 anni di Magic Knight Rayearth ed è prodotto da E&H production insieme a TMS. Dietro la macchina da presa c’è Yui Miura, al debutto come regista di una serie, mentre le musiche sono co-firmate da Yuki Kajiura.

Le voci originali delle eroine sono affidate a Ayane Sakura (Hikaru), Rumi Okubo (Umi) e Rie Takahashi (Fuu).

Le (nostre) prime impressioni

Il modo più semplice per descrivere questi primi due episodi è: una serie nuova con l’anima e il design degli anni ’90.

Il character design delle CLAMP è subito riconoscibile, ed è proprio quello classico di trent’anni fa che ha reso un piccolo cult Magic Knight Rayearth. Non lo considero un difetto, anzi: fa parte del fascino, e in un’epoca di rifacimenti che tendono a “modernizzare” tutto, un tratto così fedele può avere il suo perché, anche se potrebbe non convincere l’intero pubblico, soprattutto quello abituato alla visione di anime di taglio moderno.

Le animazioni sono fluide e piacevoli da guardare: molto divertente la commistione tra stile “realistico” e quello “chibi” nei, tanti, momenti comici di questi primi due episodi.

Cosa non mi ha convinto al 100%? La regia. Appare un po’ pigra e, almeno per ora, si fa fatica a trovare un guizzo visivo che resti in mente. In questo inizio di serie, infatti, capita spesso che i personaggi siano più o meno fermi, l’uno accanto all’altro, a parlare. Alla lunga, questo può risultare un po’ pesante durante la visione.

Il ritmo, invece, è curioso, perché la serie sembra fare due cose opposte insieme. Da un lato Magic Knight Rayearth parte lentamente: due episodi che sono in realtà una lunga introduzione della storia, tanti dialoghi e una messa in scena, come detto, statica. Dall’altra vengono fornite subito tante informazioni che possono un po’ spiazzare l’osservatore. Naif, ma contestualizzato rispetto all’epoca nel quale il manga di riferimento è nato, invece, è il fatto che già nel secondo episodio una delle ragazze abbia già molta dimestichezza nell’utilizzo dei poteri, combattendo senza troppi tentennamenti.

Questa fretta, infatti, non credo sia un’ingenuità dovuta all’inesperienza di Miura, ma un voluto richiamo al prodotto originale degli anni ’90. E in fondo, questo, fa parte del gioco.

Magic Knight Rayearth: promosso o bocciato?

Al netto di quanto detto, Magic Knight Rayearth parte sotto ottimi auspici con buone premesse e un punto di arrivo che, se la storia seguirà il materiale originale, dovrebbe diventare molto interessante. Nonostante parta lenta, la regia ha margini di crescita e il fascino nostalgico ha il suo perché.

Il momento che attendo di più dopo la visione dei primi due episodi? Il tête-à-tête tra le tre protagoniste e i mecha!

Sinossi di Magic Knight Rayearth:

Hikaru Shidou, Umi Ryuuzaki e Fuu Hououji non sono originarie di Cephiro. Mentre erano in gita scolastica nella Tokyo Tower, le tre ragazze stanno pensando a tutto tranne ad altri mondi gremiti di magia e meraviglie. Questo finché la principessa Emeraude, il pilastro di Cephiro, invoca il potere delle Magic Knight per salvare il suo mondo e si scopre che sono proprio loro tre!

*Ringraziamo Crunchyroll per l’invito all’anteprima che ci ha permesso di vedere i primi due episodi!

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Animazione

The Ghost in the Shell: R3ceN§i0ne 1n C0d3

La recensione della nuova serie animata prodotta dallo studio Science Saru che omaggia l’enciclopedica visione cyberpunk di Masamune Shirow.

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“Il futuro dei manga saranno gli anime”

Questo è ciò che sosteneva Osamu Tezuka, il grande Dio del manga che inventò il concetto moderno del fumetto giapponese e contribuì in maniera significativa alla creazione dell’industria dei cartoni animati nipponici.

A distanza di molti anni e vista l’odierna situazione del rapporto tra manga e anime nel paese del Sol levante, le parole del maestro assumono un ruolo premonitorio.

Dall’ormai consolidato fenomeno de L’attacco dei giganti, passando per i più recenti Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man, fino a tutti i record battuti da Demon Slayer, è ormai chiaro che le trasposizioni animate dei fumetti siano fondamentali al sistema d’intrattenimento giapponese, che in rapido tempo ha stregato anche l’occidente.

Si passa ovviamente anche al cinema: l’economia delle serie televisive si espande su grande schermo grazie a storie inedite dedicate ai personaggi più iconici nati dalle penne dei grandi mangaka. Tuttavia, non è impossibile la nascita di pellicole d’autore che vanno ben oltre il semplice allargamento di mercato, come dimostrano i casi di Lupin III e Hayao Miyazaki, Capitan Harlock e Shinji Aramaki, fino ad arrivare a Lamù gestita dal grande Mamoru Oshii.

Proprio quest’ultimo decise nel 1995 di intraprendere una strada apparentemente tortuosa, realizzando un lungometraggio animato ispirato al manga Ghost in the Shell, scritto e disegnato da Masamune Shirow.

Ghost in the Shell (1995, regia di Mamoru Oshii)

Gh0st Comm1ttee – Masamune Shirow

Tutto ciò che tocca Mamoru Oshii viene ribaltato e messo in simbiosi con la sua visione del mondo. Il capolavoro cinematografico realizzato dal maestro compie in questo caso un’operazione di sottrazione al materiale originale.

Tra il marzo 1998 e il settembre 1991, quando il fumetto del buon Masamune viene serializzato sulla rivista Young Magazine, il pubblico si trova improvvisamente confuso.

Sebbene da una parte si capiscano subito le chiare ispirazioni verso il grande Katsuhiro Otomo, soprattutto per alcuni evidenti furti al suo peculiare modo di bilanciare lo spazio nella tavola con grattacieli e panorami futuristici, dall’altra si rimane spiazzati dall’eccessiva presenza di balloon esplicativi.

La costruzione del mondo di Motoko Kusanagi e della Sezione 9 è precisissima: l’informatica, la robotica, le tipologie di nanotecnologie, le tensioni geopolitiche e tutti i ranghi delle forze dell’ordine e del governo vengono spiegati al lettore nel corso di tutte le episodiche vicende.

È chiaro che Shirow volesse riprendere la grande scuola di William Gibson e del Neuromante proiettandola in un manga comunque riconoscibile dal fenomeno Akira.

Se dunque Oshii si distanzia da Shirow proponendo una visione sicuramente più generale, ma allo stesso tempo più profonda e meno chiassosa rispetto al fumetto di partenza, c’è comunque una squadra che in questi anni non si è lasciata spaventare e ha voluto provare a mettere sullo schermo della TV una trasposizione fedele dell’opera originale: lo studio Science Saru decide di realizzare The Ghost in the Shell, serie animata diretta da Moko-chan.

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Un team di talenti formatosi sotto la bandiera del grandissimo Masaaki Yuasa, il quale ha sempre trovato stimolo nelle più importanti opere a fumetti nipponiche (Ping Pong di Taiyo Matsumoto, Devilman di Go Nagai) per raccontare il suo stile.

Moko-chan, nome d’arte del talentuoso allievo del buon Yuasa, oggi è a capo di operazioni come DanDaDan e del nuovo The Ghost in the Shell, assieme ad uno studio Science Saru che, seppur senza il suo leggendario fondatore, sta cercando di ritagliarsi una sua dimensione all’interno dell’industria.

Un posto meritato anche grazie alla loro quotidiana dose di follia e irriverenza nel gettarsi a capofitto in adattamenti fuori dall’ordinario. L’articolo determinativo posto davanti al titolo originale sembra voler infatti chiarire qualsiasi tipo di dubbio: il manga di Masamune Shirou verrà onorato in maniera fedele anche in animazione.

Motoko Kusanagi, protagonista di The Ghost in the Shell

Il primo impatto è quindi confusionario: come vuole la filosofia dell’autore di riferimento, anche la serie animata comincia con scritte, discorsi e situazioni che lo spettatore deve elaborare in pochi minuti, prima che cominci la frenetica sparatoria.

Si manifesta subito la prima grande complicanza: trovare un giusto equilibrio tra testo, azione e maturità della situazione all’interno del media audiovisivo.

Se nel fumetto tutto questo bilanciamento veniva forzato dalla penna di Shirow, costringendo il lettore a trovare un proprio metodo di lettura pacato per smaltire la mole di informazioni, con un minutaggio prestabilito le difficoltà vengono a galla.

Moko-chan e il suo team utilizzano un elemento ripudiato da Oshii per stemperare la complessità appena descritta: lo humor e la comicità demenziale del manga sono sempre presenti, tanto da far sembrare anche l’attentato terroristico più grave una situazione comica per la protagonista Motoko Kusanagi.

Tutto questo deve ulteriormente confrontarsi coi temi filosofici dell’opera: dall’identità personale alla fusione uomo-macchina, fino al domandarsi il valore e i diritti di un essere artificiale con il potere che esso esercita.

Tuttavia, non sempre queste situazioni risultano omogenee, soprattutto nei primi episodi dove gli sbalzi di situazioni tragicomiche sono troppo affrettati e fanno perdere mordente alle scene principe.

Ghost = ≠ Brain

La struttura delle dieci puntate che riprendono i nomi originali dei capitoli del manga finiscono per comporre un poliziesco episodico, seppur con un filo sottile di linearità che si aggroviglia sempre di più fino alla parte finale, dove la grande caccia al “marionettista” trova finalmente esito.

Se l’iniziale approccio alla serie può risultare ostico, non si può non rimanere attratti dallo splendido lavoro di ricostruzione del tratto originale di Shirow. La cyborg Motoko si mangia la scena continuamente, e questo tutte le parti in causa lo sanno bene.

Il voice acting, le espressioni e il design lontano dall’interpretazione che Ilya Kuvshinov propose a Mamoru Oshii rendono fresco e distintivo il “nuovo” Ghost in the Shell.

Tutto è stato mantenuto e, in certi casi, spinto all’eccesso: dalle spudorate scene sessuali alla collisione di impianti neurali, ovvero la migliore scusa per sperimentare con l’animazione imparata dal maestro Yuasa.

Signal: Off

Tralasciando sequel più o meno canonici, che rasentano l’inadattabilità al medium televisivo, lo studio Science Saru capitanato da Moko-chan è riuscito ad onorare la prima grande serie di Masamune Shirow, proponendo un adattamento fedele e che riesce a dare e ridare vigore all’eccentrico ed enciclopedico universo creato dal mangaka, anche con un comparto musicale ritmato e azzeccato per lo spirito della produzione.

Rimangono alcune criticità di ritmo dovute alla traslazione da fumetto a serie animata, ma il risultato rimane un godibilissimo show per tutti quelli che vogliono approfondire questa porta sull’universo cyberpunk giapponese alternativa.

Oshii rimarrà inarrivabile, ma questo gruppo di creativi ha dimostrato più volte di poter sfidare l’industria dell’animazione con le operazioni più improbabili, come solo i grandi autori sanno fare.


Serie animate The Ghost in the Shell
3.5
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HBO Max

Stuart Fails to Save the Universe S1 – Recensione

Recensione della prima stagione di Stuart Fails to Save the Universe, lo spin-off di The Big Bang Theory disponibile su HBO Max.

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SERIE TV Stuart Fails to Save the Universe S1
3.5

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Questo è il caso del fenomeno mondiale The Big Bang Theory, che torna nelle nostre vite con il suo ultimo spin-off: Stuart Fails to Save the Universe, creato e scritto da Chuck Lorre, Zak Penn e Bill Prady, e distribuito da HBO Max.

La serie, che conta 10 episodi, vede come protagonista Stuart Bloom (Kevin Sussman), l’amato proprietario della fumetteria di Pasadena, alle prese con un misterioso macchinario inventato da Leonard, Sheldon e Howard. Il dispositivo permette il viaggio multiversale ma, in qualche modo, sta irrimediabilmente danneggiando l’intero universo. Stuart è l’unico che può scongiurare la catastrofe e, accompagnato da Denise (Lauren Lapkus), dal geologo Bert (Brian Posehn) e dall’insopportabile Kripke (John Ross Bowie), parte all’avventura visitando diverse realtà pur di trovare il modo di salvare il suo mondo.

It ain’t much but it’s honest work

Stuart Fails to Save the Universe – che da qui in avanti chiamerò SFTSTU – non si distingue certo per la sua epicità o per la profondità dei temi trattati – non me ne vogliano gli autori – ma lo fa sicuramente per l’originalità e per la messa in scena dei diversi mondi visitati. Falene giganti, demoni, magia ed entità onniscienti sono solamente alcune delle stranezze in cui il nostro gruppo di eroi si imbatte nel viaggio per salvare l’universo. Alcuni episodi sono veri e propri omaggi alla cultura pop, con diretti riferimenti a opere cinematografiche come The Matrix e all’universo fumettistico DC Comics. Se l’obiettivo di SFTSTU era quello di strappare un sorriso ai fan di tutto il mondo, beh, ci sono riusciti alla grande.

Kripke, Denise, Stuart e Bert alle prese con il macchinario che permette di visitare universi paralleli

Kripke, Denise, Stuart e Bert alle prese con il macchinario che permette di visitare universi paralleli

La rivincita dei sempre secondi

Il merito, però, non è solamente degli autori ma anche del cast: personaggi che in The Big Bang Theory erano secondari, qui passano in prima fila e diventano protagonisti della propria storia.

Questo lo si nota soprattutto nel personaggio di Stuart Bloom. Quando viene introdotto, nei primi episodi di TBBT, il suo era un ruolo marginale. Nel corso degli anni è diventato leggermente più centrale, ma non ha mai trovato lo spazio necessario per diventare la vera star. Un compito effettivamente difficilissimo quando il palcoscenico è occupato dal quartetto nerd (Leonard, Sheldon, Howard, Raj) e dalle rispettive controparti. In SFTSTU, però, Stuart diventa il personaggio chiave, l’unico in grado di salvare l’intero universo dalla distruzione. Dopo tutti questi anni, anche lui può finalmente brillare.

Ma non lo fa da solo. Al suo fianco troviamo la fidanzata Denise, anche lei introdotta qualche anno fa in The Big Bang Theory. Sembra quasi che i due siano destinati a stare insieme, considerando che non c’è universo che riesca a separarli, nemmeno quando ci prova in tutti i modi (un saluto a Gary).

Poi troviamo il simpaticissimo Bert, esperto geologo, promosso anche lui a co-protagonista e da sempre uno dei miei personaggi preferiti di The Big Bang Theory. L’episodio di SFTSTU che lo vede al centro della scena, quello in cui Bert ha poteri magici, è a sua volta uno dei miei preferiti di questa prima stagione. Non è un caso, Brian Posehn è un grande attore.

Ultimo, ma non per importanza, l’eterno antagonista – no, non sto parlando di Wil Wheaton – Barry Kripke. Gli autori sono stati molto precisi nella sua scrittura, riuscendo a mantenere lo stesso livello di sarcasmo e cinismo che ha caratterizzato il personaggio per tutte le 12 stagioni della serie madre. Non è cambiato neanche un pò.

I quattro hanno i giusti tempi comici e hanno saputo vestire benissimo i panni dei loro storici personaggi, anche se le rughe sul viso mettono in risalto il tempo che è passato. D’altronde, non siamo diventati grandi solo noi davanti allo schermo.

Amici di lunga data

Quando la serie fu annunciata, insieme al cast principale, non nascondo di aver fantasticato su un possibile ritorno del gruppo originale di The Big Bang Theory per dei cameo. Alcune mie previsioni si sono rivelate corrette, altre apparizioni non le avevo minimamente prese in considerazione, e altre ancora sono rimaste, purtroppo, solo delle fantasie. È il caso, ad esempio, della presenza di Leonard, Sheldon e Howard: i tre vengono menzionati spesso in questa prima stagione, essendo i creatori del macchinario infernale che tormenta la vita di Stuart (di tutte le infinite versioni di Stuart, a dire il vero). Non penso che li vedremo mai ma la speranza è l’ultima a morire.

Nonostante ciò, i creatori della serie hanno trovato il modo di far tornare in scena alcuni volti noti del cast originale, come ad esempio Kunal Nayyar (Raj), Kaley Cuoco (la nostra cara Penny), Melissa Rauch (Bernadette Rostenkowski) e Mayim Bialik (Amy Farrah Fowler). Gli attori riprendono i loro ruoli storici ma, muovendoci in universi paralleli, le vite dei personaggi sono molto diverse da quelle che conoscevamo in TBBT.

Raj spiega ai confusi Stuart, Denise, Bert e Barry come il macchinario di Leonard, Sheldon e Howard sta distruggendo il multiverso

Raj spiega ai confusi Stuart, Denise, Bert e Barry come il macchinario di Leonard, Sheldon e Howard sta distruggendo il multiverso

Tra i cameo meno prevedibili, invece, mi ha piacevolmente sorpreso il ritorno in scena di Brian Thomas Smith (nei panni di Zack, l’ex fidanzato di Penny diventato in qualche modo amico della combriccola di nerd). Lo ricordiamo tutti per l’esilarante episodio in cui indossa il costume di Superman della Justice League of America (JLA) per partecipare alla festa di Capodanno nella fumetteria di Pasadena.

Zack e Penny, a capo della resistenza

Zack e Penny, a capo della resistenza

Ritroviamo anche Wil Wheaton (che interpreta se stesso, l’arcinemico di Sheldon), Christine Baranski (la dottoressa Beverly Hofstadter, madre di Leonard), Teller (Larry Fowler, il padre di Amy), Dean Norris (il colonnello Richard Williams, che avevamo visto nella stagione 10 di TBBT) e Joshua Malina (il presidente Siebert).

Ben rivista, signora Hofstadter!

Ben rivista, signora Hofstadter!

Insomma, questa prima stagione ha fatto di tutto pur di farmi assaporare di nuovo il gusto della sitcom che ha sdoganato (più o meno) l’essere geek, e che mi ha tenuto compagnia in innumerevoli pomeriggi passati davanti alla televisione.

E l’episodio finale ha dato il colpo di grazia al mio cuore nerd, già alle prese con un potentissimo amarcord.

L’episodio finale

Filmed Before a Live Studio Audience – che in italiano si traduce in “Girato con pubblico in studio” – è il decimo e ultimo episodio di questa prima stagione, il capitolo che ha ufficialmente riaperto le porte dell’universo di The Big Bang Theory.

Non saprei davvero come spiegare questo episodio a chi sta leggendo l’articolo senza aver prima visto la serie – pratica che sconsiglio, comunque. Se sei arrivato fin qui con la lettura e non hai ancora recuperato gli episodi, ti suggerisco un sano binge-watching prima di proseguire.

Non a caso ho scelto la parola “universo”: in questo episodio, infatti, il quartetto si ritrova in una realtà che li mette al centro di una sitcom, con tanto di risate fuori campo e tutti gli elementi narrativi che caratterizzavano le commedie dei primi anni Duemila. C’è però un piccolo problema. Sembra che un’entità misteriosa stia complottando contro di loro per portare a termine la distruzione di tutti gli universi e annullare la Creazione, avvenuta proprio grazie al Big Bang.

I quattro riescono comunque a trovare una via d’uscita, ed è proprio quando arrivano “dall’altra parte” che le cose iniziano a farsi tanto strane quanto interessanti. Gli Stuart, Denise, Bert e Barry che abbiamo seguito per tutti questi episodi non sono altro che i personaggi di una serie televisiva della CBS attualmente in produzione. I nostri si ritrovano proprio nello studio dove viene girato lo show, con tanto di pubblico dal vivo, trovandosi faccia a faccia con gli attori reali che li interpretano: Kevin Sussman, Lauren Lapkus, Brian Posehn e John Ross Bowie.

Stuart, Denise, Bert e Berry arrivano nel "nostro" universo

Stuart, Denise, Bert e Berry arrivano nel “nostro” universo

Il quartetto lascia lo studio e si incammina nel mondo “reale”, fiduciosi di poter trovare delle risposte alle loro infinite domande e di poter tornare alle proprie vite.

Il mio cervello è letteralmente esploso durante questa scena di pochi minuti, ma il mio subconscio mi porta inevitabilmente a pensare agli easter egg nascosti in questo incredibile episodio. Ne avrò sicuramente mancato qualcuno, ma i due più eclatanti sono il breve stacco di transizione, ripreso esattamente da quello usato in The Big Bang Theory, e il cibo del ristorante cinese Szechuan Palace. I fan più irriducibili, infatti, ricorderanno sicuramente lo storico episodio in cui Sheldon decide di imparare il cinese mandarino con il solo scopo di affrontare lo staff del locale e lamentarsi del suo pollo al mandarino.

In The Big Bang Theory S1E17, Sheldon impara il cinese mandarino per confrontare lo staff del ristorante riguardo il suo pollo al mandarino

In The Big Bang Theory S1E17, Sheldon impara il cinese mandarino per confrontare lo staff del ristorante riguardo il suo pollo al mandarino

Infine, non passa inosservato un diretto riferimento a quella che sembra essere una serie TV chiamata Young Leonard. Che sia un’anticipazione ad un progetto in fase di sviluppo o una semplice strizzata d’occhio da parte dei produttori alla serie Young Sheldon? O addirittura questo non è il “nostro” universo bensì una realtà parallela..

Riferimento a Young Sheldon

Riferimento a Young Sheldon

Medaglia d’argento

Gli autori Chuck Lorre, Zak Penn e Bill Prady si sono cimentati in una “doppia sfida” per niente semplice: riportare l’universo di The Big Bang Theory sul piccolo schermo – cosa per nulla scontata nel 2026 – e scrivere episodi autoconclusivi che, tuttavia, seguono un filone narrativo ben preciso. Sono riusciti a costruire una narrazione a episodi che funziona, ma in qualche modo questa prima stagione di SFSU soffre dello stesso problema delle ultime tre stagioni circa di TBBT: poco nerd, molto generalista.

Ma forse è un bene, perché le permette di essere apprezzata da un pubblico più ampio e, alla fine dei conti, è di questo che prodotti simili hanno bisogno. Se fossimo solo noi “nerd” a guardarle, serie così non avrebbero mai ottenuto il successo che ha investito, ad esempio, The Big Bang Theory, e certamente spin-off come Young Sheldon o la stessa SFTSTU non sarebbero mai nati.

La prima stagione di Stuart Fails to Save the Universe ci lascia quindi con un sorriso malinconico stampato in faccia e si porta a casa una meritata medaglia d’argento.

E noi di PopcorNerd ci auguriamo che la seconda stagione – già ufficialmente rinnovata – riesca a conquistare l’oro.

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