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Anime

Interstella 5555 – Il crocevia spaziale fra videoclip, Daft Punk e Leiji Matsumoto

Interstella 5555 è il viaggio fantascientifico dei Daft Punk insieme a Leiji Matsumoto che evolve la formula del videoclip attraverso il cinema d’animazione

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Fase 1 dell’esperimento – Osservazione

Sperimentazione” è la parola d’ordine di molti creativi, a prescindere dall’ambito artistico. L’animazione giapponese nasce e si sviluppa per merito di alcuni pionieri che sono riusciti ad intercettare la cultura più antica e trasporla nel mezzo del cinematografo tramite esperimenti.

Noburō Ōfuji, ad esempio, è stato precursore dell’utilizzo della carta chiyogami nelle pellicole e nella sonorizzazione di disegni animati. Questa tipologia di carta veniva stampata con varie fantasie e colori ed utilizzata soprattutto per l’origami o per la creazione di piccole bambole di carta chiamate chiyogami ningyo.

Dal cinema di Ōfuji è possibile rilevare le prime forme di video musicale, soprattutto con due cortometraggi del 1931: La canzone della primavera e L’inno Kimigayo.

Durante le proiezioni infatti, si invitavano gli spettatori ad imparare e cantare i testi che comparivano con scritte riportanti le parole delle canzoni, con una scansione ritmica in accordo con la musica dei brani. Una sorta di primordiale karaoke.

Questa formula rimane però solo un momentaneo esperimento. Il videoclip animato viene dimenticato per molti decenni successivi, nei quali si preferisce approfondire altri aspetti da poter legare all’animazione, dai temi adulti al nuovo mezzo della televisione.

Fase 2 dell’esperimento – Ideazione

L’avvento dei nuovi mezzi tecnologici e l’evoluzione dell’animazione portano progetti sperimentali anche nel nuovo millennio.

Nel 2000 comincia a prendere forma nella mente del duo francese composto da Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, membri dello storico gruppo di musica elettronica Daft Punk, l’idea di un progetto audiovisivo in grado di unire musica, fantascienza e industria dell’intrattenimento.

Dopo la fine delle registrazioni del loro album Discovery nel 2001, i due partono per Tokyo con l’obbiettivo di ottenere la collaborazione del leggendario Leiji Matsumoto, autore di un gigantesco universo fantascientifico che si sviluppa dai fumetti alle serie animate iconiche di Capitan Harlock, Corazzata spaziale Yamato, Danguard A e molti altri.

I brani e le bozze del progetto, supervisionate dal direttore creativo Cédric Hervet, convincono Matsumoto e lo coinvolgono immediatamente nella produzione firmata Tōei Animation.

Il risultato finale è un film completamente privo di dialoghi, in cui tutta la narrazione viene scandita dalla musica. L’operazione, strutturata come un gigantesco videoclip di oltre un’ora, arriva nelle sale cinematografiche nel 2003, ma già nel 2001 i primi quattro segmenti vengono trasmessi come clip a sé stanti sul canale MTV.

Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter – Daft Punk

Fase 3 dell’esperimento – Esecuzione

È interessante notare anzitutto il ruolo diegetico della colonna sonora: l’assenza della parola viene rimpiazzata dalla musica sia nel ritmo sia nel movimento dell’animazione. Non è raro né vedere il labiale dei personaggi coincidere perfettamente con il testo dei brani, né inquadrare gli strumenti musicali che si sentono nella componente audio.

Si tratta di una ricerca meticolosa, studiata già in fase di concept dal duo francese insieme al regista Kazuhisa Takenōchi. La componente complessa sta nel lavorare su una sceneggiatura scritta e non scritta: i tempi, le scene e le inquadrature devono essere costruiti sulla base della musica dei Daft Punk, calcolando in partenza la durata dei momenti di climax, lo sviluppo e la risoluzione anche in base alla tipologia di brano.

L’esempio perfetto che riassume il concetto è il primo videoclip che compone il film: One More Time. La presentazione della band protagonista potrebbe già essere estrapolata dalla pellicola e trasposta come video a sé stante.

L’elemento che salta subito all’occhio è il character design curato da Hiroshi Katō e sviluppato sotto la supervisione del maestro Leiji Matsumoto. Durante tutta la sua carriera, l’autore ha concepito i suoi disegni in un immaginario star system, in cui gli stessi volti e fisionomie possono ricoprire ruoli con personalità molto diverse.

Il parallelismo tra i personaggi delle sue saghe a fumetti e del videoclip è infatti evidente: il batterista del gruppo, Baryl, è molto simile a Tochiro Oyama, storico aiutante di Capitan Harlock, la bassista Stella è identica alla piratessa Queen Emeraldas, mentre il chitarrista Arpegius ricorda il giovane Susumu Kodai, pilota della corazzata spaziale Yamato.

Questa cifra stilistica dona un senso di familiarità al prodotto, almeno per gli spettatori appassionati, e allo stesso tempo arricchisce il carattere visivo della produzione agli occhi del pubblico più occasionale.

I protagonisti di Interstella 5555 – Da sinistra: Octave, Baryl, Arpegius, Stella

Fase 4 dell’esperimento – Conclusione

È infine necessaria un’avvertenza per chiunque volesse vedere per la prima volta questo, a mio parere fantastico, film.

L’anno scorso è stata riproposta nelle sale una versione rimasterizzata in 4k della pellicola. Tuttavia, la riedizione ha scatenato l’indignazione di molti utenti online per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel processo di restaurazione dei disegni.

Sebbene il risultato finale non venga compromesso da questa scelta, trovo comunque giusto avvertire i possibili nuovi spettatori che decideranno di recuperare il prodotto (interamente disponibile su Youtube) della presenza di alcuni disegni abbozzati sullo sfondo delle scene, che potrebbero risultare sgradevoli soprattutto agli appassionati più attenti.

Il difetto c’è ed è ben visibile, quindi attenzione alla versione selezionata. Per il resto, godetevi uno degli esperimenti audiovisivi più riusciti della storia dell’animazione.


I Daft Punk insieme a Leiji Matsumoto

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Cibo e anime

La storia della Manga Meat e di come è arrivata sulle nostre tavole – Prima Parte

La storia della Manga Meat, una lunga tradizione che associa la carne a virilità, abbondanza, festa, bottino e appagamento immediato.

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C’è un’immagine che, da sola, basta a evocare fame, avventura e libertà: un enorme pezzo di carne arrostita, dalla forma quasi cilindrica, con due ossa che spuntano ai lati e che permette all’eroe di afferrarla e divorarla con entusiasmo quasi animalesco.
In Giappone questa icona è chiamata spesso manga niku (マンガ肉, “carne da manga”) oppure ano niku (あの肉, “quella carne”), proprio perché non indica un taglio reale preciso, ma un oggetto dell’immaginario visivo. In altre parole: non è semplicemente carne. È la carne dell’avventura.

Oggi il suo volto più famoso è quello di Monkey D. Luffy in One Piece, dove la manga meat compare così spesso da essere diventata un vero emblema della serie. Ma la sua storia è molto più antica e attraversa secoli di narrazione, illustrazione e cultura pop.

Molto prima che esistessero anime e manga, l’idea del grande pezzo di carne addentato direttamente dall’osso era già presente nell’immaginario narrativo occidentale.
Una possibile radice simbolica si può rintracciare addirittura nell’Edda in prosa di Snorri Sturluson, testo del XIII secolo, dove compaiono le capre magiche di Thor e il cinghiale Sæhrímnir, animali che vengono cucinati e consumati per poi ritornare in vita. Non si tratta ancora della “manga meat” in senso moderno, ma dell’archetipo del grande arrosto da banchetto eroico, cioè della carne come segno di forza, abbondanza e potere.

Dal racconto che Odino ne fa, possiamo visualizzare Thor e i commensali del Valhalla addentare quei grossi pezzi di carne arrostita, afferrati per l’osso, e divorarli proprio come farebbe Luffy. Ancora prima, già nell’Odissea, i banchetti in cui la carne ricopre un ruolo centrale, sono ricorrenti e, spesso, motivo di sviluppi inattesi.

La letteratura mondiale è costellata di voraci personaggi che bramano grandi porzioni di carne arrostita per placare il loro grande appetito e questa iconografia sopravvive nei banchetti illustrati, nei ricettari di corte e nell’immaginario visivo della carne servita intera, spesso ancora con osso visibile. Come non citare il celebre saggio gastronomico La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, di Pellegrino Artusi, risalente al 1891, in cui troviamo la ricetta del cosciotto di castrato.

Il punto chiave è che la manga meat non nasce dal nulla: nasce da una lunga tradizione figurativa che associa la carne a virilità, abbondanza, festa, bottino e appagamento immediato.

L’era dell’animazione e i grandi appetiti

Per secoli, però, questa immagine è esclusiva della pittura, della prosa e, qualche volta, della poesia, come nel caso della Canzone del girarrosto di Giovanni Pascoli (sì, c’è una poesia dedicata alla carne arrosto!).
Il passaggio decisivo avviene solo quando la carne smette di essere rappresentata come un piatto realistico e comincia a essere trasformata in segno grafico.

È qui che entra in scena il Novecento, con il fondamentale contributo dell’animazione americana.

Con i primi cartoon, il cibo assume una funzione nuova. Non è più soltanto qualcosa da mangiare o da mostrare: diventa un innesco narrativo. Serve a far scattare la fame, la competizione, il furto, l’inseguimento, la gag.

Personaggi come Felix the Cat, già nei primi anni Venti, vivono spesso storie fondate proprio sulla fame. Il cibo è ciò che li muove, li distrae, li mette in pericolo o li spinge all’azione. È un bersaglio, una ricompensa, un’ossessione.

Questa è una svolta fondamentale, perché obbliga gli animatori a risolvere un problema molto pratico: come disegnare il cibo in modo che sia immediatamente leggibile e desiderabile?

La risposta è semplice: semplificarlo, ingrandirlo, renderlo più evidente del reale.

Nasce così una grammatica visiva nuova, in cui il cibo viene progressivamente deformato per diventare più efficace sullo schermo.

Nel già citato Le avventure di Felix in cui il cibo fa da comprimario escono tra il 1921 e il 1925 e sono molte; in alcuni casi, è il titolo dell’episodio stesso a chiarirlo: Felix the Food Controller, A Hungry Hoodoo, The Great Cheese Robbery, Free Lunch, Felix Brings Home the Bacon, Felix Goes Hungry, Felix Gets His Fill, Eats Are West. Rappresentare un simpatico gatto alle prese con la fame e con la ricerca del cibo risulta essere un ottimo espediente per creare storie divertenti, e i nostri amici a quattro zampe, si sa, sono sempre affamati.

A questo punto non vediamo ancora la manga meat (o meglio, la cartoon meat) così come la conosciamo oggi, ma il pollo con tanto di cosciotti in bella mostra sarà una presenza costante nelle avventure del gatto nero più famoso dell’animazione e sarà comunque un prototipo di quanto arriverà più tardi.

L’icona prende forma

Tra l’inizio degli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta questa evoluzione è ormai molto avanzata. Le tavole imbandite dei cartoon americani sono piene di tacchini interi, arrosti monumentali, cosciotti, bistecche esagerate. La carne, in particolare, si presta benissimo a questa trasformazione: è compatta, vistosa, “forte” da rappresentare. E soprattutto si presta a essere resa più grande, più succosa, più teatrale del reale.

Nel cortometraggio del 1933 dal titolo Topolino nel paese dei giganti (Giantland), per la regia di Burt Gillett, vediamo per un brevissimo istante un cosciotto anch’esso raffigurato con la prima fetta già tagliata per mostrare le venature della carne e la sua succosità; ma è in un altro famosissimo titolo che questa iconografia si affermerà con maggiore forza. Si tratta di Tom & Jerry, celeberrima serie di cortometraggi esordita nel 1940, che coltiva uno stretto legame con il cibo, elemento fondamentale nello sviluppo delle scaramucce tra i due noti arcinemici.

Uno dei passaggi più significativi arriva nel 1948, quando nell’universo di Tom & Jerry compare una bistecca sovradimensionata che diventa il centro di una contesa tra i personaggi. Qui la carne non è soltanto un oggetto di sfondo: è il vero motore dell’azione.

A quel punto la trasformazione è quasi completa.

Nel 1950, sempre in Tom & Jerry, nell’episodio dal titolo Jerry e il leone, appare un grande cosciotto con osso, molto più vicino a quella che oggi riconosceremmo istintivamente come una proto-manga meat. Non è ancora la forma canonica definitiva, ma il passaggio è ormai chiarissimo: la carne si è trasformata in icona semplificata dell’appetito.

Il suo significato è già tutto lì: abbondanza, fame, impulso, soddisfazione immediata.

Il ruolo decisivo del fumetto giapponese

Ed è proprio a questo punto che la storia smette di essere soltanto occidentale.

Nel 1949, in Giappone, Osamu Tezuka pubblica Metropolis, opera in cui si percepisce chiaramente il dialogo tra manga e cartoon americano. Nelle tavole iniziali compare, infatti, un pollo disegnato con una resa che richiama direttamente il linguaggio dell’animazione occidentale. Questo può sembrare un dettaglio minore, ma in realtà è uno snodo cruciale, perché è qui che il cibo “da cartoon” compie il suo passaggio più importante, ovvero, entra nell’universo del manga.

Con Metropolis non siamo ancora davanti alla manga meat nel suo aspetto definitivo, ma siamo esattamente nel momento in cui il Giappone assorbe, rielabora e prepara a trasformare quell’immaginario. È il punto di contatto tra due tradizioni visive. Da un lato il cartoon americano, che ha codificato il cibo come forma narrativa e comica, dall’altro il manga, che sta per farne qualcosa di nuovo, autonomo e immediatamente riconoscibile. E infatti, da qui in poi, la storia accelera.

Perché se fino a questo momento la carne con osso è stata soprattutto un archetipo, un simbolo, una grammatica visiva in formazione, nel passaggio successivo diventerà finalmente ciò che oggi conosciamo tutti: la manga meat vera e propria.

E sarà proprio Tezuka a darle il suo corpo definitivo. Ma questo lo vedremo nella seconda parte dell’articolo, dove troverai anche una ricetta per cucinare la Manga Meat a casa!

La Manga Meat che cucino nei miei eventi dal vivo

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Crunchyroll

Witch Hat Atelier: trailer dell’anime Crunchyroll in arrivo anche in italiano

L’anime Witch Hat Atelier arriva anche in lingua italiana con gli episodi 1 e 2 in uscita il 6 aprile alle 16:00 in esclusiva su Crunchyroll. Ecco il trailer!

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L’ACCLAMATO ANIME “WITCH HAT ATELIER” OTTIENE UNA DOPPIA ANTEPRIMA E L’USCITA IN CONTEMPORANEA DELLA VERSIONE DOPPIATA IN ITALIANO

Gli episodi 1 e 2 andranno in onda uno dopo l’altro il 6 aprile alle 16:00 in esclusiva su Crunchyroll.

©Kamome Shirahama/KODANSHA/ Witch Hat Atelier Committee

Crunchyroll, il brand che alimenta l’amore dei fan di tutto il mondo per gli anime, ha annunciato oggi una doppia anteprima e l’uscita in contemporanea della versione doppiata in italiano della tanto attesa serie high – fantasy Witch Hat Atelier, tratta dalla pluripremiata serie manga di Kamome Shirahama.

In anteprima esclusiva su Crunchyroll il 6 aprile alle ore 16:00, il primo e il secondo episodio saranno trasmessi in simulcast in italiano e giapponese. Ecco il trailer di seguito, in lingua italiana!

In un mondo in cui solo le streghe possono utilizzare gli incantesimi, Witch Hat Atelier segue le avventure di Coco, una ragazza sveglia e piena di meraviglia ma priva di poteri magici. Dopo un tragico incidente causato nel tentativo di usare una magia proibita, viene accolta dalla straordinaria strega Qifrey per apprendere l’arte della magia e rimediare ai suoi errori.

In Italia, Chiara Fabiano (Ranma Saotome in Ranma ½, Nico Wakatsuki in Witch Watch) dà voce a Coco, mentre Alessandro Campaiola (Sanji in One Piece live-action, Ruth in The Ancient Magus’ Bride) interpreta Qifrey. Completano il cast vocale Arianna Vignoli nel ruolo di Agathe, Veronica Cuscusa nel ruolo di Tetia, Agnese Marteddu nel ruolo di Riche e Alessandro Paradise nel ruolo di Orugio. Il doppiaggio di Witch Hat Atelier è prodotto da VSI Italy.

Witch Hat Atelier di Kamome Shirahama è un manga ancora in corso, la cui pubblicazione è iniziata nel 2016 per conto della Kodansha e che ha venduto oltre sette milioni di copie in tutto il mondo, aggiudicandosi numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Eisner Award e l’Harvey Award.

In Italia, il manga è pubblicato da Planet Manga (Panini Comics) dal 2019 con il titolo Atelier of Witch Hat.

L’adattamento anime di Witch Hat Atelier è prodotto da BUG FILMS e diretto da Ayumu Watanabe (Summer Time RenderingKomi Can’t Communicate), mentre le musiche sono composte da Yuka Kitamura (Elden RingBloodborneSekiro: Shadows Die Twice).

Tra gli altri crediti figurano Shun Shinohara (Heavenly DelusionZom 100: Bucket List of the Dead) in qualità di assistente alla regia; Hiroshi Seko (DAN DA DANJUJUTSU KAISEN) come responsabile della composizione della serie; Kairi Unabara (SPY x FAMILY Stagione 3; The Heike Story) cura il character design e ricopre anche il ruolo di Direttore dell’Animazione; Ryota Goto (Suzume) come Direttore Artistico; Naomi Nakano (The Summer Hikaru DiedSolo Leveling) alla supervisione del color design; e Tadashi Kitaoka (Love Live! Superstar!!Burst Angel) come Direttore della Fotografia.

Sinossi Witch Hat Atelier:

In un mondo in cui solo le streghe possono utilizzare gli incantesimi, devono evitare di essere viste dalla gente comune mentre usano i loro poteri. Mentre Coco fa le faccende, sogna a occhi aperti di diventare una strega. Quando la giovane strega Qifrey visita il suo villaggio, Coco scopre il suo “segreto più importante” e diventa l’appprendista di Qifrey, dando così inizio a i suoi studi. È la storia di una bambina che che ha sofferto, ma che non smette di sperare.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Crunchyroll per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Anime

One Piece non racconta la storia di un pirata, ma della nascita di un Dio

Con gli ultimi aggiornamenti estratti direttamente dal manga e dall’anime, abbiamo capito che One Piece non racconta di un pirata…

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C’è stato un momento, durante la lettura di One Piece, in cui qualcosa ha smesso di combaciare con l’idea iniziale che avevamo della storia. Un dettaglio, una crepa narrativa, una sensazione difficile da definire: come se il viaggio di Monkey D. Luffy non fosse più soltanto quello di un ragazzo che sogna di diventare il Re dei Pirati. Visti gli ultimi sviluppi dell’opera, sembra proprio che Eiichirō Oda aveva piani ben più grandi per il nostro Cappello di Paglia.

Come se quel sogno, pur rimanendo centrale, fosse in realtà solo la superficie di qualcosa di molto più importante. Per anni abbiamo seguito un’avventura che sembrava muoversi lungo binari chiari: una ciurma, un mare da attraversare, nemici sempre più forti e un tesoro leggendario alla fine della rotta.

Ma Eiichiro Oda, con la pazienza di un narratore che costruisce mondi destinati a durare decenni, stava seminando altro. Indizi sottili, simbolismi, richiami mitologici. Tutto portava verso una direzione che oggi appare evidente, ma che per lungo tempo è rimasta nascosta sotto il rumore dell’avventura.

La verità è che One Piece non è mai stato davvero la storia di un pirata. È la storia della nascita di un Dio!

One Piece: cosa nasconde il sorriso di Monkey D. Luffy

Fin dall’inizio, Luffy ha sempre avuto qualcosa di diverso. Non era solo la sua forza, né la sua incoscienza, né la sua capacità di attirare alleati. Era il suo sorriso. Un sorriso che sfidava la morte, che spezzava la tensione nei momenti più disperati, che trasformava la paura in qualcosa di leggero.

Per molto tempo abbiamo interpretato quel sorriso come il tratto distintivo di un protagonista shonen. Ma con il tempo, e soprattutto con la rivelazione legata al frutto del Diavolo che Luffy ha mangiato, quel sorriso ha assunto un significato completamente diverso.

Il potere che scorre nelle sue vene non è semplicemente quello di un frutto del diavolo. È la manifestazione di una volontà antica, di un simbolo dimenticato: Nika, il Dio del Sole.

Nika non è solo una divinità. È un’idea. È libertà allo stato puro. È la risata che rompe le catene, il corpo che si piega alle regole del mondo solo per infrangerle un attimo dopo. E Luffy, senza saperlo, è sempre stato il suo portatore.

Nika, il Dio del Sole

One Piece celebra la libertà come religione

Se c’è un filo conduttore che attraversa ogni arco narrativo di One Piece, è il concetto di libertà. Non quella idealizzata, astratta, ma quella concreta, spesso sporca, conquistata con fatica e dolore.

Luffy non combatte per il potere. Non combatte per la gloria. Combatte perché qualcuno, da qualche parte, è stato privato della propria libertà. E questo schema si ripete ossessivamente: Alabasta, Skypiea, Dressrosa, Wano.

Ogni volta troviamo un popolo oppresso, un sistema corrotto, un equilibrio costruito sulla sofferenza. E ogni volta Luffy interviene come una forza caotica, imprevedibile, quasi divina. Non porta ordine. Porta rottura.

Ed è qui che la narrazione cambia prospettiva. Perché un pirata, per definizione, cerca il proprio tornaconto. Un Dio, invece, incarna un principio. E Luffy, arco dopo arco, smette di essere un semplice individuo per diventare il simbolo vivente di qualcosa di più grande.

Joy Boy e l’eco del passato

Quando il nome di Joy Boy ha iniziato a emergere con forza nella narrazione, molti lo hanno visto come l’ennesimo mistero da svelare. Un tassello del passato, un’ombra lontana. Ma Joy Boy non è un semplice personaggio storico. È un’eredità.

O meglio, è la prova che ciò che Luffy rappresenta è già esistito. Che il mondo di One Piece ha già conosciuto una figura capace di incarnare quella stessa libertà assoluta, quella stessa risata che risuona come una sfida contro l’ordine imposto.

E allora tutto si riallinea. Il Secolo Vuoto, il Governo Mondiale, la paura ossessiva verso determinati frutti, la censura della storia. Non si tratta solo di controllo politico. Si tratta di sopprimere un’idea. Perché un mondo davvero libero è un mondo impossibile da governare.

Gear 5: la rottura definitiva

Il momento in cui Luffy risveglia il suo vero potere non è solo una trasformazione. È una dichiarazione narrativa. Con il Gear 5, le regole smettono di esistere. Il corpo diventa plastico, la realtà si deforma, il combattimento assume toni quasi cartooneschi. Per alcuni, questo è stato uno shock. Per altri, una rottura con il tono precedente.

Ma in realtà è la conclusione più coerente possibile. Perché se Luffy è davvero l’incarnazione di Nika, allora non può essere vincolato alle leggi del mondo. Deve essere libero anche nella forma, anche nel combattimento, anche nella fisica stessa.

Il Gear 5 non è un power-up. È la manifestazione visiva della libertà. È il momento in cui One Piece smette definitivamente di essere una storia realistica (per quanto lo sia mai stata) che parla di ricchezze nascoste, navi pirata e sogni di un giovane capitano. La verità è che l’opera attualmente sembra assumere un approccio più epico e mitologico.

One Piece

Oltre il One Piece

Arrivati a questo punto, viene naturale chiedersi: che cos’è davvero il One Piece? Un tesoro materiale? Un segreto? Una verità nascosta? Forse sì. Ma forse non è questo il punto.

Perché se la storia che Oda sta raccontando è davvero quella della nascita di un Dio, allora il One Piece potrebbe essere solo il catalizzatore finale. L’evento che permetterà a quella libertà, finora diffusa in frammenti, di esplodere su scala globale.

Il vero tesoro potrebbe non essere qualcosa da possedere. Potrebbe essere qualcosa da diventare. Ed è in questo contesto che impazza sul web una teoria. Secondo molti, il One Piece sarebbe Luffy, destinato a diventare non un semplice pirata ma colui che libererà tutti i popoli dagli oppressori.

La cosa più emozionante è che l’opera di Oda sembra influenzare anche gli eventi che accadono nella vita reale. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a numerose rivolte esplose in tutto il mondo. E sembra che in ognuna di esse sia stata esposta con orgoglio la bandiera dei Cappello Di Paglia. Coincidenza? Non crediamo!

Una storia che ci riguarda

È qui che One Piece smette di essere solo un manga e diventa qualcosa di più. Perché la figura di Luffy, o Nika non è distante da noi. Non è irraggiungibile. Anzi è quasi un invito a mettersi alla prova sempre, fino ad arrivare a battere i propri limiti, ma solo se mossi da un nobile obiettivo. E ancora una volta ci sentiamo di dire che Oda non ci ha raccontato solo la storia di un pirata. Ci ha raccontato come nasce un Dio.

E forse, senza che ce ne accorgessimo, ci ha mostrato che quel Dio non è poi così lontano da ciò che potremmo essere.

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