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Dark Shots, l’antologia horror di Mirage Comics diretta da Federico Mele

Recensione del volume introduttivo della collana di graphic novels Mirage Comics a tema horror Dark Shots, curata da Federico Mele.

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L’horror ci accomuna un po’ tutti. È inevitabile: prima o poi ci siamo imbattuti nel genere in una delle sue molteplici forme, che fosse tra le pagine di un romanzo di Stephen King o sul grande schermo.

Con Dark Shots, Mirage Comics raccoglie e rielabora proprio quegli elementi dell’horror con i quali abbiamo ormai familiarizzato, dando loro una nuova forma attraverso una raccolta di storie inedite e autoconclusive scritte da Federico Mele, in collaborazione con Marco Pacini, Rebecca Sargo e Simone Tentoni, e illustrate da vari artisti, tra cui Nicola Mari, Sara Pichelli, David Mack, Eduardo Risso e molti altri, che elencherò più avanti.

Alla direzione del progetto troviamo Federico Mele, autore di La Caduta di Macbeth, la sua prima pubblicazione come autore completo, nonché una presenza di rilievo in casa Image Comics, dove ha lavorato come copertinista e disegnatore di Spawn di Todd McFarlane.

Cicchetti di oscurità

È così che lo stesso Mele definisce questo volume introduttivo della collana Dark Shots. Il volume si presenta in formato cartonato ed è disponibile in diverse edizioni: io, ad esempio, sono riuscito a mettere le mani su quella limitata a sole 400 copie con la copertina disegnata da David Mack.

Dark Shots edizione limitata, cover a cura di David Mack

Dark Shots edizione limitata, cover a cura di David Mack

Al suo interno troviamo nove storie brevi e autoconclusive che fanno da teaser alla collana di graphic novels, sia per quanto riguarda i team creativi che per quanto riguarda il “tono” delle storie che ne nasceranno. Ogni storia si prende lo spazio necessario per catapultare il lettore nel proprio universo, fatto di demoni, antiche credenze popolari e incubi, e lo fa attraverso una combinazione sempre diversa di scrittura e disegni. A legare alcune di queste nove storie è proprio Federico Mele che, oltre a essere il curatore della collana, è anche il principale sceneggiatore e l’architetto dei mondi che incontreremo in Dark Shots.

Le nove storie presentate al pubblico

Le nove storie raccolte in questo volume sono accomunate dall’horror, ma lo declinano attraverso immaginari, epoche e atmosfere profondamente diverse. Si parte da Il Miracolo, che porta il lettore indietro fino al 33 d.C., intrecciando orrore e religione attraverso i disegni di Eduardo Risso e la sceneggiatura di Federico Mele.

Dalla religione si passa al true crime con La Musa, che strizza l’occhio alle storie di serial killer americani e trova nei disegni di Nicola Mari il complemento ideale alla scrittura di Mele.

L’orrore cambia ancora volto in Scacco Matto, dove il terrore diventa psicologico e affonda le proprie radici nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, con Antonio Mlinaric alle matite.

Il viaggio prosegue verso ambientazioni ancora più estreme con Il Peso della Verità, frutto della collaborazione tra Mele e David Mack, che porta l’orrore tra i ghiacci del Polo Nord, dove il grande freddo diventa parte integrante dell’atmosfera della storia.

È però con Brava Bambina che, almeno personalmente, ho incontrato una delle storie più inquietanti dell’intero volume. Mele e Sara Pichelli prendono uno dei più classici incubi dell’infanzia – il mostro nascosto sotto il letto – e lo trasformano in qualcosa di terribilmente concreto: il mostro esiste davvero ed è assetato di sangue.

La componente religiosa torna protagonista in Ex Voto, scritta da Mele e disegnata da Veronica Chiacchio, ma questa volta il tema viene declinato attraverso una semplice quanto inquietante consapevolezza: bisogna stare attenti a chi scegliamo di invocare quando abbiamo bisogno di aiuto.

Tavola tratta da Dark Shots, Mirage Comics

Tavola tratta da Dark Shots, Mirage Comics

Con Huldufólk il volume cambia nuovamente registro e ci porta in mare, tra pirati e corsari, in una storia breve scritta da Rebecca Sargo e disegnata da Vittorio Serrenti.

A questo punto arriva Fiordinotte, penultima storia della raccolta, scritta e disegnata da Simone Tentoni. L’apparente spensieratezza iniziale lascia presto spazio a qualcosa di molto più oscuro, trasformando quella che sembrava una storia dai toni leggeri in un vero e proprio incubo dominato dal regno animale.

A chiudere il volume è infine Abiura, scritta da Marco Pacini e disegnata da Gabriele Paganini. Al centro della storia troviamo Galileo, che entra in contatto con un’entità soprannaturale destinata a rivelargli un futuro tanto inevitabile quanto inquietante.

Il futuro di Dark Shots

Queste preview hanno senza dubbio dato un assaggio della varietà e dell’ambizione che animano questa antologia horror targata Mirage Comics. Nove storie, nove mondi e altrettanti modi di declinare l’orrore, che lasciano inevitabilmente la voglia di scoprire cosa si nasconde oltre queste prime pagine.

Ma quando potremo finalmente leggere le storie di questa collana? Per scoprirlo, l’ho chiesto direttamente a Federico Mele, che ci ha anticipato qualcosa sul futuro di Dark Shots:

«Posso sicuramente dirti che la prima graphic novel di Dark Shots, come avevo già annunciato pubblicamente al Napoli Comicon, uscirà a novembre e sarà presentata alla Milano Games Week. Sarà realizzata dagli autori di Huldufólk, Rebecca Sargo e Vittorio Serrenti. Quindi rimaniamo in ambito “marinaresco” e “piratesco”, ecco. Non mi posso sbilanciare troppo al momento, ma nei prossimi mesi inizieranno a uscire maggiori informazioni a riguardo. Nel 2027, invece, sono in programma altre due graphic novel di Dark Shots, una delle quali scritta da me.»

Nel frattempo, non ci resta altro che ringraziare Federico per queste informazioni da dietro le quinte e aspettare. Novembre non è molto lontano.

Dark Shots è disponibile all’acquisto sul sito di Mirage Comics.

Splash page tratta da Huldufólk, di Rebecca Sargo e Vittorio Serrenti.

Splash page tratta da Huldufólk, di Rebecca Sargo e Vittorio Serrenti.

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Fumetti

Le candidature ai Lucca Comics Awards 2026

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Tornano i Lucca Comics Awards, i premi dedicati all’eccellenza del Fumetto. Il Comitato di Lettori e Lettrici di LC&G ha a questo scopo selezionato 33 opere finaliste tra le oltre 200 proposte pervenute dagli editori.

Ed è tra queste che la Giuria sarà chiamata a scegliere i vincitori e le vincitrici che saranno poi annunciati nell’attesissima serata di premiazione che si terrà al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 29 ottobre.

I titoli candidati

Il Comitato, composto dai contributori e contributrici culturali del festival, ha selezionato (qui in ordine alfabetico): 

  • Absolute Martian Manhunter 1 di Deniz Camp e Javier Rodríguez (Panini Comics, traduzione di Lorenzo Corti);
  • Animal Pound di Tom King, Peter Gross e Tamra Bonvillain (BAO Publishing, traduzione di Leonardo Favia);
  • Assorted Crisis Events vol. 1 di Deniz Camp, Eric Zawadzki, Jordie Bellaire e Tom Muller (Panini Comics, traduzione di Lorenzo Corti);
  • Barrier di Brian K. Vaughan, Marcos Martín e Muntsa Vicente (BAO Publishing, traduzione di Michele Foschini);
  • Deflagrazione di Miguel Vila (Coconino Press);
  • Domenica di Olivier Schrauwen (Coconino Press, traduzione di Olga Amagliani e Claudia Cozzi);
  • Due ragazze nude di Luz (Coconino Press, traduzione di Emanuelle Caillat);
  • Figli della foresta. Due vite africane rapite dal colonialismo italiano di Igiaba Scego e Chiara Abastanotti (BeccoGiallo);
  • Giangiacomo Feltrinelli. Rivoluzione permanente di Davide Toffolo e Giulio D’Antona (Feltrinelli Comics);
  • Guerra giusta di Danijel Žeželj (Eris Edizioni, traduzione di Valerio Stivè);
  • I doni di Ananke di Sabrina Gabrielli (Tunué);
  • I nostri mondi perduti di Marion Montaigne (BAO Publishing, traduzione di Michele Foschini);
  • Il mio traditore di Pierre Alary (ReNoir Comics, traduzione di Isabella Donato);
  • Il sogno della cicala di Raffaele Sorrentino e Dario Sostegni (Canicola);
  • Jaadugar – A Witch in Mongolia di Tomato Soup (J-POP Manga, traduzione di Silvia Ricci);
  • Kappa Notebook – Deep Water di Manuela Schiano (Hollowpress);
  • La Fortezza vol. 7 di Joann Sfar, Lewis Trondheim, David B., Boulet e Bastien Quignon (BAO Publishing, traduzione di Francesco Savino);
  • Medea di Rita Petruccioli (BAO Publishing);
  • Mentre ero via di Rina Jost (Diabolo Edizioni, traduzione di Giulia Bertoldo);
  • Ombre di famiglia. Feeding Ghosts di Tessa Hulls (Tunué, traduzione di Martina Fermato);
  • Paperone in Atlantide di Fabio Celoni (Panini Comics);
  • Piena! di Alison Bechdel (Rizzoli Lizard, traduzione di Aurelia Di Meo);
  • Pino di Takashi Murakami (J-POP Manga, traduzione di Marco Franca);
  • Racconti vagabondi di Daisuke Igarashi (Toshokan, traduzione di Roberto Pesci);
  • Souzie-Q. Un ritratto di Rocky Marciano di Francesco Colafella, Carmine Di Giandomenico e Tanino Liberatore (Bonelli);
  • Sto con il mio santo di Chihoi (Canicola, traduzione di Anastasia Genovese);
  • Tales of Paranoia di Robert Crumb (COMICON Edizioni, traduzione di Andrea Toscani e Vania Vitali);
  • Tapum di Leo Ortolani (Feltrinelli Comics);
  • The Great 1-2 di Jimmy e Kwang Jin (ReNoir Comics / Gaijin, traduzione di Irene Lustrissimi);
  • The moon is following us vol. 2 (di 2) di Daniel Warren Johnson e Riley Rossmo (saldaPress, traduzione di Stefano Menchetti);
  • Tokyo Tarareba Girls di Akiko Higashimura (BAO Publishing, traduzione di Teresa Gallicchio);
  • Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel di Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Tunué);
  • Wamu e le pelose avventure di Stanislaw Voderak di Wamu (Oblomov).

È ora il momento di dare spazio alla lettura delle opere da parte dei componenti della Giuria, composta quest’anno da Lorenzo La Neve (autore), Bianca Bagnarelli (autrice), Alessandro Tota (autore), Leonardo Merlini (giornalista) e Veruska Motta (Responsabile programmazione culturale Comics – Lucca Comics & Games). Saranno loro a dover decretare i vincitori che calcheranno il palco del Teatro del Giglio Giacomo Puccini nella serata di premiazione.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Lucca Comics & Games per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori.

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Manga

Kagurabachi: Katane e vendetta nel manga di Takeru Hokazono

Katane magiche e una vendetta da portare a termine. Sono questi gli elementi principali di Kagurabachi, il manga di Takeru Hokazono pubblicato da Star Comics

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Se seguite anche solo di striscio il mondo dei manga, il nome Kagurabachi vi sarà risuonato nelle orecchie più volte nel corso degli ultimi anni: prima come fenomeno virale sui social ancora prima dell’uscita del fumetto di Takeru Hokazono, oggi come uno dei titoli più chiacchierati di Weekly Shonen Jump, arrivato in Italia grazie a Star Comics, e che, prossimamente, vedrà l’arrivo dell’adattamento anime ormai alle porte.

Kagurabachi è un manga che racchiude senza ombra di dubbio gli stereotipi del battle shonen moderno, ma che ha creato in pochissimo tempo una fan base importante. Scopriamo insieme il motivo di tale successo.

Il suo autore: Takeru Hokazono e il progetto Nextwawe

In foto: Takeru Hokazono

Takeru Hokazono, lettore storico di Weekly Shonen Jump cresciuto a pane e Naruto, ha mosso i primi passi durante gli anni universitari con alcuni one-shot, tra cui Enten, vincitore del 100° Premio Tezuka nel 2020, seguito da Farewell! Cherry Boy!, CHAIN, Madogiwa de Amu e Roku no Meiyaku. Ma è qualche anno dopo che arriva la svolta grazie al progetto Nextwawe.

Infatti Kagurabachi debutta il 19 settembre 2023, inserito nel numero 42 della rivista come parte di Nextwawe, l’iniziativa con cui Shueisha ha scelto di puntare su nuovi talenti pescati tra i candidati al Premio Culturale Osamu Tezuka, in un momento in cui la scuderia di Jump doveva fare i conti con la chiusura di diverse serie storiche. Di quel progetto, va detto, Kagurabachi è l’unico titolo sopravvissuto: gli altri esordienti selezionati non hanno retto il passo.

Kagurabachi: storia di una vendetta

L’incipit della trama di Kagurabachi è molto semplice e lineare. Chihiro Rokuhira è il figlio di Kunishige Rokuhira, leggendario fabbro capace di forgiare le Lame Incantate, armi dal potere devastante che diciotto anni prima avevano posto fine alla sanguinosa Guerra di Seitei. Quando l’organizzazione di stregoni Hishaku uccide suo padre e gli sottrae sei delle sette lame, per Chihiro inizia un percorso di vendetta.

Quello che ha reso Kagurabachi immediatamente riconoscibile è la rappresentazione visiva dell’azione che si contraddistingue per coreografie di combattimento quasi cinematografiche, che devono più al cinema d’azione moderno come John Wick che ai classici shonen. Il tratto di Hokazono è netto, tagliente in ogni caso perfetto per l’atmosfera urban molto cupa che caratterizza il manga.

A questo si aggiunge un’estetica neo-giapponese molto curata, che mescola simbologia tradizionale e un tratto grafico pulito e leggibile anche nelle tavole più caotiche. E le spade. Non dimentichiamoci che un manga dove ci sono delle Katane Incantate ben personalizzate, difficilmente non attirerà l’attenzione dei lettori.

Personaggi che catturano

Ma un manga funziona quando funzionano i personaggi, e qui Hokazono ha costruito un cast che cresce capitolo dopo capitolo.

Chihiro e la sua spada Enten

Chihiro custodisce Enten, l’unica delle sette lame rimastagli, capace di manifestare tre entità spirituali (Kuro, Aka e Nishiki) che ne ampliano enormemente il ventaglio di tecniche.

Caratterialmente Chihiro non è il classico protagonista chiacchierone e ingenuo dei battle shonen come possono essere Luffy, Naruto, Ichigo, Kafka Hibino, Goku, ecc.. ed anzi; è molto taciturno, segnato dal volto sfregiato che gli conferisce un’espressione da duro, ma che nasconde sotto sotto un codice morale ereditato dal padre. È più vicino nei toni a un cacciatore di taglie che a un eroe classico.

Char, ‘sorellina’ di Chihiro

Accanto a lui si muove Char Kyonagi, una ragazzina dal sangue rigenerante che Chihiro salva nelle prime battute della storia e che diventa una sorta di sorella minore, portando nel racconto momenti di leggerezza altrimenti rari.

Non mancano alleati come Togo Shiba, stregone capace di teletrasportarsi e legato da un antico legame d’amicizia al padre di Chihiro, o Hiyuki Kagari, agente della Kamunabi (l’organizzazione governativa che regola la magia) che inizia come rivale diretta di Chihiro per poi trasformarsi in una spalla preziosa. Sullo sfondo, a fare da ponte fra il mondo legale della Kamunabi e la caccia non autorizzata di Chihiro, c’è Soshiro Azami, altra vecchia conoscenza di Kunishige.

Sul fronte antagonisti, gli Hishaku sono un gruppo di dieci stregoni guidati da Yura, capaci di muoversi nell’ombra e di tessere legami con organizzazioni criminali come la yakuza dei Korogumi. A loro si affianca, nel primo grande arco narrativo, Genichi Sojo, trafficante d’armi che porta avanti un’ambizione tanto semplice quanto inquietante: diventare il primo, dopo Kunishige, capace di piegare al proprio volere il potere dei Datenseki, il materiale con cui sono forgiate le Lame Incantate.

Un’opera in continua crescita tra i lettori, nonostante i “soliti difetti”

Kagurabachi ha vinto il 10° Next Manga Award nella categoria stampa nel 2024, e le copie in circolazione sono passate da circa 3 milioni nell’autunno 2025 a oltre 4 milioni entro l’aprile 2026, incluse le edizioni digitali. Numeri importanti che lo confermano come uno dei pochi titoli nuovi tra i manga, realmente candidati a raccogliere l’eredità dei grandi shonen action del decennio scorso.

Va detto con onestà che il consenso non è unanime: c’è chi considera l’hype iniziale sproporzionato rispetto al reale contenuto dell’opera, criticando Kagurabachi per la struttura ancora molto ancorata alle convenzioni del battle shonen contemporaneo che tende a puntare su un ritmo frenetico e veloce, sacrificando world building e sviluppi narrativi. E difatti Kagurabachi non è famoso per i ‘tempi morti’: l’azione procede spedita verso l’obiettivo, senza perdere tempo in allenamenti o saghe riempitive.

Dall’altra parte, una fetta consistente di lettori giudica i primi volumi superiori, per qualità di scrittura, a quelli di altre serie oggi affermate, apprezzando in particolare l’evoluzione più cupa avvenuta con l’inizio della Parte 2 e del Seitei War Arc (ancora inedita in Italia).

Da noi la serie è arrivata, come detto, grazie a Star Comics, che ha scelto di trattare il lancio come un vero e proprio evento: il primo volume, uscito l’11 marzo 2025, è stato proposto in tripla edizione, quella regular, una variant cover con box da collezione comprensivo di segnalibri, sticker e illustration card con dettagli oro, e una ultra-limited a tiratura limitata di duemila copie. Un trattamento riservato di solito solo ai titoli già affermati, non certo agli esordienti.

L’anime in arrivo: tutto quello che sappiamo

Sul fronte dell’adattamento animato,la produzione è affidata a Cypic, studio del gruppo CyberAgent, con la regia di Tetsuya Takeuchi (già dietro Sword Art Online II e L’estate in cui Hikaru è morto) e il character design curato da Keigo Sasaki (Blue Exorcist, The Seven Deadly Sins).

La distribuzione internazionale è stata affidata a Crunchyroll, che trasmetterà la serie in tutto il mondo a esclusione di Giappone, Cina continentale, Corea del Nord e Corea del Sud, con debutto fissato per aprile 2027. In vista dell’uscita è partito un vero e proprio World Tour promozionale: il primo appuntamento si è tenuto all’Anime Expo di Los Angeles lo scorso luglio, dove è stato proiettato in anteprima un estratto di venti minuti del primo episodio, accolto molto positivamente dal pubblico presente, accompagnato da un panel con il doppiatore Taihi Kimura, l’editor del manga Takuro Imamura e il producer dell’anime Koichi Yasuda.

Il tour proseguirà poi tra Japan Expo, AnimagiC, Otakon e Anime NYC, prima del debutto ufficiale.

Potenziale da grande Battle shonen

Kagurabachi è sicuramente un titolo da tenere d’occhio. Chi lo sta seguendo, sa che si tratta di un manga dalla scrittura action solida e un cast di personaggi che arco dopo arco ha guadagnato spessore, nonostante alcuni difetti che riguardano più che altro l’impostazione moderna dei manga shonen di oggi. Ma i numeri parlano chiaro e con l’anime ormai in arrivo nel 2027, il prossimo potrebbe essere l’anno della definitiva consacrazione per l’opera di Takeru Hokazono.

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Fumetti

Il tempo è stato clemente con il Devilman di Go Nagai?

Devilman di Go Nagai è ancora un capolavoro? Analizziamo come il tempo abbia cambiato l’esperienza di lettura.

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Pubblicato per la prima volta nel giugno del 1972, Devilman è universalmente considerato il capolavoro di Kiyoshi Nagai, meglio conosciuto come Go Nagai. In oltre cinquant’anni di storia, il manga ha venduto più di 50 milioni di copie nel mondo, diventando una delle opere più influenti del fumetto giapponese e una pietra miliare del genere horror, capace di ispirare intere generazioni di autori.

Eppure, proprio il tempo che ne ha consacrato lo status di classico sembra averne evidenziato anche alcuni limiti. Letto per la prima volta oggi, nel 2026, Devilman può rivelarsi un’opera sorprendentemente impegnativa: il ritmo della narrazione, la costruzione delle tavole e soprattutto la verbosità dei dialoghi riflettono un modo di raccontare profondamente diverso da quello a cui il pubblico contemporaneo è ormai abituato. Questo non ne ridimensiona l’importanza storica, ma rende la sua lettura meno immediata rispetto ad altri grandi classici del manga.

Autore di Devilman, il mangaka Go Nagai

Autore di Devilman, il mangaka Go Nagai

Il problema non è la storia, ma il modo in cui viene raccontata

La difficoltà principale nell’affrontare Devilman oggi non risiede nella storia in sé. Al contrario, la trama costruita da Go Nagai è ancora oggi coinvolgente e procede con una direzione ben precisa sin dalle prime pagine, senza perdersi in lunghe deviazioni o archi narrativi superflui.

Ciò che può mettere alla prova il lettore moderno è piuttosto il linguaggio con cui questa storia viene raccontata. Devilman è figlio di un’epoca in cui il fumetto privilegiava la spiegazione dell’implicito, dando voce ai pensieri dei personaggi o ribadendo concetti che il lettore aveva già intuito attraverso i disegni.

È qui che emerge il maggiore limite dell’opera. Il principio del show, don’t tell, oggi alla base della maggior parte della narrativa per immagini, è ancora lontano dall’essere comunemente adottato. I dialoghi risultano spesso ridondanti, alcune informazioni vengono ripetute più volte e battute ricorrenti come gli insistenti “Io sono l’Uomo Diavolo” finiscono per rallentare una narrazione che avrebbe potuto affidarsi maggiormente alla forza delle tavole.

Non è una questione di quantità di testo, ma di ritmo. È proprio questo a rendere Devilman una lettura meno immediata rispetto ai manga contemporanei.

Numerose le apparizioni di Devilman nelle quali annuncia il suo nome. Dialoghi molto verbosi in queste occasioni.

Numerose le apparizioni di Devilman nelle quali annuncia il suo nome. Dialoghi molto verbosi in queste occasioni.

Devilman è figlio del suo tempo

Sarebbe però profondamente ingiusto fermarsi a questa constatazione senza considerare il contesto in cui Devilman è stato scritto.

L’opera debutta nel 1972, oltre mezzo secolo fa, in un panorama fumettistico profondamente diverso da quello odierno. Il linguaggio del manga era ancora in piena evoluzione e molte delle convenzioni narrative che oggi diamo per scontate semplicemente non esistevano o erano agli albori.

Giudicare Devilman esclusivamente con gli occhi di un lettore del 2026 significherebbe commettere lo stesso errore di chi critica un film degli anni Settanta perché non possiede il montaggio frenetico delle produzioni contemporanee.

Errore che io ho inizialmente commesso.

Forse la domanda da porsi è un’altra: il problema è davvero Devilman oppure siamo noi lettori ad essere cambiati?

Negli ultimi decenni siamo stati abituati a manga dal ritmo serrato, costruiti per catturare l’attenzione in poche pagine, con dialoghi essenziali e una narrazione sempre più cinematografica. È inevitabile che un’opera nata in un’altra epoca possa apparire più lenta, senza che questo rappresenti necessariamente un difetto.

Contestualizzare Devilman non significa giustificarne ogni scelta narrativa, ma comprenderne il valore alla luce del periodo storico in cui è stato realizzato.

Eppure ci sono cose che fanno ancora impressione

Se il ritmo narrativo mostra inevitabilmente i segni del tempo, ci sono invece aspetti di Devilman che, ancora oggi, riescono a colpire con una forza sorprendente.

Il primo è senza dubbio la violenza. Alcune sequenze sono brutali, crude e visivamente disturbanti ancora oggi; immaginare l’impatto che potevano avere nel 1972 rende ancora più evidente quanto Go Nagai fosse avanti rispetto ai suoi contemporanei. Non si tratta di violenza fine a sé stessa, ma di uno strumento narrativo attraverso cui l’autore racconta la degenerazione dell’essere umano e la brutalità di esso.

Ma è soprattutto il finale a dimostrare perché Devilman continui ad essere considerato un classico. Senza entrare nel dettaglio per evitare spoiler, il messaggio che Go Nagai affida alle ultime pagine mantiene una forza impressionante anche dopo oltre cinquant’anni. Le riflessioni sull’odio, sulla paura del diverso e sulla capacità dell’uomo di autodistruggersi risultano oggi forse ancora più attuali di quanto lo fossero all’epoca della pubblicazione.

Ed è proprio questa la differenza tra un fumetto semplicemente famoso e un vero classico: il linguaggio può invecchiare, ma le idee restano.

Akira perde tutto

Akira perde tutto

Devilman pubblicato oggi avrebbe lo stesso successo?

È una domanda impossibile a cui rispondere con certezza, ma vale la pena porsela.

Se Devilman venisse pubblicato oggi, esattamente nella forma in cui lo conosciamo, è difficile immaginare che riceverebbe lo stesso entusiasmo. Il ritmo lento, i dialoghi ridondanti e un’impostazione narrativa così distante dagli standard contemporanei rappresenterebbero probabilmente un ostacolo per molti lettori.

Eppure questa riflessione porta con sé un paradosso.

Forse Devilman oggi non avrebbe il medesimo impatto proprio perché, in questi cinquant’anni, il fumetto è cambiato anche grazie ad opere come questa. Il linguaggio si è evoluto, gli autori hanno sperimentato nuove tecniche narrative e ciò che nel 1972 rappresentava una rivoluzione oggi è diventato parte integrante del modo di scrivere storie.

Per questo motivo sarebbe sbagliato misurare il valore di Devilman esclusivamente sulla sua capacità di intrattenere il lettore contemporaneo. La sua importanza va ben oltre.

Il mio parere su Devilman

Devilman non mi è piaciuto.

Complici di questo giudizio, che non lascia spazio a equivoci, sono la già menzionata scrittura prolissa e una serie di dialoghi che ho trovato spesso banali e ripetitivi. A dare il colpo di grazia alla mia esperienza di lettura sono stati però i disegni, che in alcuni momenti mi sono sembrati davvero frettolosi e poco curati, quasi come se il sensei Go Nagai stesse disperatamente cercando di vincere una gara contro il tempo. E, considerando i ritmi folli a cui sono spesso sottoposti gli autori di manga, forse non sono nemmeno troppo lontano dalla realtà.

Detto questo, ho cercato di mantenere distinto il mio giudizio personale da una valutazione più oggettiva dell’opera. E, nonostante non abbia apprezzato Devilman come lettore, non posso ignorarne l’importanza: siamo davanti a un’opera seminale, capace di contribuire alla definizione del manga horror e di influenzare numerosi autori negli anni successivi alla sua pubblicazione.

Conclusione

Leggere Devilman nel 2026 significa accettare un compromesso.

Significa mettere da parte, almeno per qualche ora, le aspettative costruite da decenni di manga dal ritmo serrato e lasciarsi trasportare da un’opera che racconta una grande storia con il linguaggio della sua epoca.

Non è una lettura che consiglierei a chi si avvicina per la prima volta al fumetto horror giapponese o, più in generale, al manga. Richiede pazienza, capacità di contestualizzazione e la volontà di andare oltre una narrazione che oggi può apparire datata.

Chi sarà disposto a farlo, però, scoprirà un’opera che continua ad avere molto da dire. Per il suo peso storico, per il coraggio con cui affronta determinati temi e per un finale che ancora oggi lascia il segno, Devilman resta una tappa fondamentale per comprendere l’evoluzione del manga horror.

E con Go Nagai ospite di Lucca Comics & Games 2026, non c’è probabilmente momento migliore per recuperare quello che, nonostante le inevitabili rughe del tempo, continua ad essere uno dei fumetti più importanti mai realizzati.

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