C’è un’immagine che, da sola, basta a evocare fame, avventura e libertà: un enorme pezzo di carne arrostita, dalla forma quasi cilindrica, con due ossa che spuntano ai lati e che permette all’eroe di afferrarla e divorarla con entusiasmo quasi animalesco.
In Giappone questa icona è chiamata spesso manga niku (マンガ肉, “carne da manga”) oppure ano niku (あの肉, “quella carne”), proprio perché non indica un taglio reale preciso, ma un oggetto dell’immaginario visivo. In altre parole: non è semplicemente carne. È la carne dell’avventura.
Oggi il suo volto più famoso è quello di Monkey D. Luffy in One Piece, dove la manga meat compare così spesso da essere diventata un vero emblema della serie. Ma la sua storia è molto più antica e attraversa secoli di narrazione, illustrazione e cultura pop.

Molto prima che esistessero anime e manga, l’idea del grande pezzo di carne addentato direttamente dall’osso era già presente nell’immaginario narrativo occidentale.
Una possibile radice simbolica si può rintracciare addirittura nell’Edda in prosa di Snorri Sturluson, testo del XIII secolo, dove compaiono le capre magiche di Thor e il cinghiale Sæhrímnir, animali che vengono cucinati e consumati per poi ritornare in vita. Non si tratta ancora della “manga meat” in senso moderno, ma dell’archetipo del grande arrosto da banchetto eroico, cioè della carne come segno di forza, abbondanza e potere.
Dal racconto che Odino ne fa, possiamo visualizzare Thor e i commensali del Valhalla addentare quei grossi pezzi di carne arrostita, afferrati per l’osso, e divorarli proprio come farebbe Luffy. Ancora prima, già nell’Odissea, i banchetti in cui la carne ricopre un ruolo centrale, sono ricorrenti e, spesso, motivo di sviluppi inattesi.

La letteratura mondiale è costellata di voraci personaggi che bramano grandi porzioni di carne arrostita per placare il loro grande appetito e questa iconografia sopravvive nei banchetti illustrati, nei ricettari di corte e nell’immaginario visivo della carne servita intera, spesso ancora con osso visibile. Come non citare il celebre saggio gastronomico La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, di Pellegrino Artusi, risalente al 1891, in cui troviamo la ricetta del cosciotto di castrato.
Il punto chiave è che la manga meat non nasce dal nulla: nasce da una lunga tradizione figurativa che associa la carne a virilità, abbondanza, festa, bottino e appagamento immediato.
L’era dell’animazione e i grandi appetiti
Per secoli, però, questa immagine è esclusiva della pittura, della prosa e, qualche volta, della poesia, come nel caso della Canzone del girarrosto di Giovanni Pascoli (sì, c’è una poesia dedicata alla carne arrosto!).
Il passaggio decisivo avviene solo quando la carne smette di essere rappresentata come un piatto realistico e comincia a essere trasformata in segno grafico.
È qui che entra in scena il Novecento, con il fondamentale contributo dell’animazione americana.
Con i primi cartoon, il cibo assume una funzione nuova. Non è più soltanto qualcosa da mangiare o da mostrare: diventa un innesco narrativo. Serve a far scattare la fame, la competizione, il furto, l’inseguimento, la gag.
Personaggi come Felix the Cat, già nei primi anni Venti, vivono spesso storie fondate proprio sulla fame. Il cibo è ciò che li muove, li distrae, li mette in pericolo o li spinge all’azione. È un bersaglio, una ricompensa, un’ossessione.
Questa è una svolta fondamentale, perché obbliga gli animatori a risolvere un problema molto pratico: come disegnare il cibo in modo che sia immediatamente leggibile e desiderabile?
La risposta è semplice: semplificarlo, ingrandirlo, renderlo più evidente del reale.
Nasce così una grammatica visiva nuova, in cui il cibo viene progressivamente deformato per diventare più efficace sullo schermo.
Nel già citato Le avventure di Felix in cui il cibo fa da comprimario escono tra il 1921 e il 1925 e sono molte; in alcuni casi, è il titolo dell’episodio stesso a chiarirlo: Felix the Food Controller, A Hungry Hoodoo, The Great Cheese Robbery, Free Lunch, Felix Brings Home the Bacon, Felix Goes Hungry, Felix Gets His Fill, Eats Are West. Rappresentare un simpatico gatto alle prese con la fame e con la ricerca del cibo risulta essere un ottimo espediente per creare storie divertenti, e i nostri amici a quattro zampe, si sa, sono sempre affamati.
A questo punto non vediamo ancora la manga meat (o meglio, la cartoon meat) così come la conosciamo oggi, ma il pollo con tanto di cosciotti in bella mostra sarà una presenza costante nelle avventure del gatto nero più famoso dell’animazione e sarà comunque un prototipo di quanto arriverà più tardi.

L’icona prende forma
Tra l’inizio degli anni Trenta e la fine degli anni Quaranta questa evoluzione è ormai molto avanzata. Le tavole imbandite dei cartoon americani sono piene di tacchini interi, arrosti monumentali, cosciotti, bistecche esagerate. La carne, in particolare, si presta benissimo a questa trasformazione: è compatta, vistosa, “forte” da rappresentare. E soprattutto si presta a essere resa più grande, più succosa, più teatrale del reale.
Nel cortometraggio del 1933 dal titolo Topolino nel paese dei giganti (Giantland), per la regia di Burt Gillett, vediamo per un brevissimo istante un cosciotto anch’esso raffigurato con la prima fetta già tagliata per mostrare le venature della carne e la sua succosità; ma è in un altro famosissimo titolo che questa iconografia si affermerà con maggiore forza. Si tratta di Tom & Jerry, celeberrima serie di cortometraggi esordita nel 1940, che coltiva uno stretto legame con il cibo, elemento fondamentale nello sviluppo delle scaramucce tra i due noti arcinemici.

Uno dei passaggi più significativi arriva nel 1948, quando nell’universo di Tom & Jerry compare una bistecca sovradimensionata che diventa il centro di una contesa tra i personaggi. Qui la carne non è soltanto un oggetto di sfondo: è il vero motore dell’azione.
A quel punto la trasformazione è quasi completa.
Nel 1950, sempre in Tom & Jerry, nell’episodio dal titolo Jerry e il leone, appare un grande cosciotto con osso, molto più vicino a quella che oggi riconosceremmo istintivamente come una proto-manga meat. Non è ancora la forma canonica definitiva, ma il passaggio è ormai chiarissimo: la carne si è trasformata in icona semplificata dell’appetito.
Il suo significato è già tutto lì: abbondanza, fame, impulso, soddisfazione immediata.

Il ruolo decisivo del fumetto giapponese
Ed è proprio a questo punto che la storia smette di essere soltanto occidentale.
Nel 1949, in Giappone, Osamu Tezuka pubblica Metropolis, opera in cui si percepisce chiaramente il dialogo tra manga e cartoon americano. Nelle tavole iniziali compare, infatti, un pollo disegnato con una resa che richiama direttamente il linguaggio dell’animazione occidentale. Questo può sembrare un dettaglio minore, ma in realtà è uno snodo cruciale, perché è qui che il cibo “da cartoon” compie il suo passaggio più importante, ovvero, entra nell’universo del manga.

Con Metropolis non siamo ancora davanti alla manga meat nel suo aspetto definitivo, ma siamo esattamente nel momento in cui il Giappone assorbe, rielabora e prepara a trasformare quell’immaginario. È il punto di contatto tra due tradizioni visive. Da un lato il cartoon americano, che ha codificato il cibo come forma narrativa e comica, dall’altro il manga, che sta per farne qualcosa di nuovo, autonomo e immediatamente riconoscibile. E infatti, da qui in poi, la storia accelera.
Perché se fino a questo momento la carne con osso è stata soprattutto un archetipo, un simbolo, una grammatica visiva in formazione, nel passaggio successivo diventerà finalmente ciò che oggi conosciamo tutti: la manga meat vera e propria.
E sarà proprio Tezuka a darle il suo corpo definitivo. Ma questo lo vedremo nella seconda parte dell’articolo, dove troverai anche una ricetta per cucinare la Manga Meat a casa!

La Manga Meat che cucino nei miei eventi dal vivo