CinemaSpeciali
Obsession: il film che sta ossessionando il mondo
Obsession è il film sulla bocca di tutti con protagonista Inde Navarrette. Analizziamo e capiamo cosa davvero rende questo film… ossessivo
Da quando è uscito al cinema Obsession, non si parla d’altro.
Il film horror del giovane regista americano Curry Barker sta spopolando nelle sale di tutto il mondo; dal 14 maggio, giorno dell’uscita ufficiale, la pellicola ha incassato finora 108.742.650 dollari. Mica male, soprattutto se si tiene conto dei costi di produzione davvero contenuti: meno di un milione di dollari.
Su Rotten Tomatoes ha raggiunto il 96% di recensioni positive dalla critica e circa il 95% di gradimento del pubblico verificato, un risultato raro per un horror indipendente.

Content creator, critica e riviste del settore tessono le lodi di Obsession, mentre i meme spopolano sul web. È davvero scoppiata una Obsession-mania e, in particolare, tutti i riflettori sono puntati sulla giovane attrice statunitense protagonista e star della pellicola: Inde Navarrette, che nel film interpreta la terrificante Nikki Freeman.
Ma perché Obsession sta facendo parlare tanto di sé?
Inde Navarrette, vero motore trainante di Obsession con la sua spaventosa Nikki

Quello che colpisce più di tutto è il coinvolgimento e l’interpretazione viscerale e terrificante di Inde Navarrette nel ruolo di Nikki, vittima di un “desiderio” esaudito dal suo amico e collega di lavoro Bear (Michael Johnston), innamorato segretamente di lei da tempo, che spezzando un bastoncino della fortuna desidera che lei si innamori follemente di lui. Ed è proprio quello che accade. Questa, a grandi linee, è la trama di Obsession: semplice e diretta.
Ed è qui che nasce l’ossessione di Nikki, ma anche quella degli spettatori verso il suo personaggio. La Navarrette porta sullo schermo una figura instabile, fuori controllo, ma allo stesso tempo spaesata, completamente sottomessa e incapace di rinunciare alla presenza di Bear.
Il vero orrore è proprio la deriva graduale che colpisce Nikki: da amica e confidente di Bear diventa la ragazza servizievole e innamorata. Nonostante inizialmente appaia consapevole della sua situazione e cosciente dell’amore che prova inspiegabilmente per l’amico, più il film prosegue e più l’affetto si trasforma in amore (non consensuale sia chiaro) e l’amore in un’inevitabile incontrollabile ossessione: fisica, psicologica e violenta.

La Navarrette riesce a evolvere e a mettere in atto diverse sfaccettature del suo personaggio, cambiando atteggiamento svariate volte nel corso del film, anche nel giro di pochissimi attimi, passando da un animo apparentemente tranquillo e amorevole a veri e propri scatti d’ira e follia che aumentano gradualmente l’angoscia e il terrore dietro i suoi gesti e comportamenti, spaventando tutti e, in primis, lo stesso Bear.
Ma l’attrice è davvero in gamba anche nel rappresentare la sofferenza interiore e la molestia fisica e psicologica subita da Nikki, spettatrice involontaria e non più padrona del proprio corpo, condizione che si manifesta in diverse occasioni all’interno della pellicola.

Il talento della ragazza è sotto gli occhi di tutti e, se c’è davvero un punto di forza di Obsession, è proprio la sua protagonista: l’indemoniata, l’impossessata, l’ossessionata Nikki, che ha stregato chiunque con la sua esplosione di talento.
Ma evidentemente Barker ha compreso di essere davanti a una grande attrice nel momento in cui l’ha scelta per la parte di Nikki. Il regista è rimasto colpito dalla giovane attrice perché riusciva a essere “folle e spaventosa” senza perdere l’umanità del personaggio.
Inoltre il feeling che si è creato tra i due, ha permesso la creazione di un personaggio complesso e strutturato come quello che la ragazza interpreta.
La stessa attrice, durante un’intervista ha sottolineato l’importanza del rapporto con il regista e della visione che li accomunava riguardo al personaggio di Nikki:
Sviluppare il ruolo con lui è stato fenomenale! Siamo entrati così in sintonia che a un certo punto la nostra intesa è diventata non verbale; dopo una ripresa, sapevo già cosa avrebbe voluto, e lui, girando l’angolo, si accorgeva che lo sapevo. Poi correva verso il monitor e urlava: “AZIONE!”. –Inde Navarrette a schonmagazine.com
E l’attrice ha voluto sottolineare il tipo di personaggio che ha voluto portare sullo schermo e che è stata la fonte del suo successo recente:
Per me era fondamentale che Nikki sembrasse naturale e con i piedi per terra. Non volevo assolutamente che il pubblico dimenticasse la persona che si celava dietro a quell’apparenza. Per questo motivo, ho interpretato Nikki come se non fosse posseduta, ma semplicemente una persona con forti emozioni. Questo sembra andare contro il tradizionale antagonista horror, che spesso appare soprannaturale. Per me è importantissimo che il pubblico veda Nikki come una persona, nonostante tutte le sue intense emozioni nei panni di Nikki dei Desideri. – Inde Navarrette a schonmagazine.com
Le influenze di Obsession: horror soprannaturale, sprazzi di slasher/splatter e… i Simpson?

Curry Barker
Se Nikki è il personaggio più interessante del film, Obsession colpisce anche per come Barker costruisce la trama intorno a lei, affrontando diverse tematiche molto serie come la violenza sotto ogni aspetto, la gelosia ossessiva e l’impotenza dietro certi meccanismi delle relazioni tossiche. E lo fa a tratti in maniera grottesca e quasi umoristica, a tratti invece davvero inquietante e terrificante.
Il fatto che Nikki sia un personaggio imprevedibile dà ampia libertà al regista, che può condurre la storia esattamente dove vuole, passando dall’horror soprannaturale allo slasher o allo splatter nel giro di pochi attimi.
Gli horror del passato sono stati sicuramente fonte di ispirazione per il giovane Barker, come ha dichiarato durante un’intervista:
L’idea di base è nata dal fatto che noi esseri umani possiamo ossessionarci per certe cose. Film come ‘Misery’ mi hanno ispirato… ‘Oh, questo è il racconto di una donna ossessionata da uno scrittore, che si è immaginata nella sua testa un uomo perfetto, ha un’idea precisa di chi sia e riesce a conquistarlo’. Questa era l’idea generale. Poi, quando mi è venuta in mente la parte del desiderio, tutto ha iniziato ad avere un senso. – Curry Barker a indiewire.com
Se Nikki si nasconde di notte a guardare Bear dormire, si può riscontrare la follia di Misery non deve morire e i movimenti quasi innaturali di una versione moderna dell’indemoniata Regan MacNeil de L’esorcista. Se Nikki compie uno scatto d’ira, ecco manifestarsi la pazzia nello sguardo e negli atteggiamenti del Jack Torrance di Shining.
Questo porta il giovane Barker a prendere un pezzetto da ognuno dei peggiori villain degli horror movie del passato e inserirli nella sua Nikki.
Ma tra le fonti dichiarate dello stesso Barker ci sono anche i… Simpson!?

Il regista ha spiegato che una delle fonti d’ispirazione citate è stata persino una celebre puntata de I Simpson ispirata al racconto horror “The Monkey’s Paw” (“La zampa di scimmia”), dove un desiderio apparentemente innocente genera conseguenze devastanti. I gialli personaggi di Matt Groening fanno parlare ancora una volta di loro (involontariamente).
Gli altri pregi di Obsession: ma è davvero Nikki la cattiva del film?
L’attenzione per l’intera pellicola è focalizzata su Nikki e sulle sue terrificanti azioni.. ma è lei il vero villain di Obsession?

Finora abbiamo solo accennato al giovane Bear, protagonista sin dai primi minuti. È un nerd timido, goffo e impacciato, innamorato da tempo della sua migliore amica. Vorrebbe confessarle il suo amore, ma non ne ha il coraggio. Non sembra affatto un personaggio negativo: ma Barker e Obsession ribaltano tutte le prospettive nel corso del film.
Bear, inavvertitamente, quasi per scherzo, senza crederci davvero inizialmente, esprime il desiderio che cambia ogni cosa, ma invece di riportare la situazione alla normalità, per lunghi tratti del film si comporta in maniera egoistica.
Non ha intenzione di liberare Nikki, perché sta vivendo il sogno della sua vita, ben consapevole dell’irrealtà di quell’amore, dell’evoluzione tossica della loro relazione, di quanto la situazione stia precipitando e sia pericolosa. Ma, soprattutto, è ben conscio della sofferenza della ragazza e non fa nulla per aiutarla.

Il ragazzo è complice del degrado e principale colpevole di ciò che accade a Nikki e degli eventi tragici (siamo pur sempre in un horror!) che ne conseguono, involvendo a sua volta verso lo stereotipo di personaggio malsano, patetico e viscido del cinema horror. Quindi è davvero Nikki la cattiva del film? Assolutamente no: Nikki è la vittima e il vero cattivo è proprio Bear. E questo è un aspetto originale e geniale.
Obsession è il miglior film horror dell’anno?
Il ritorno in pompa magna del genere horror tra i preferiti degli spettatori negli ultimi anni ha sicuramente spinto giovani talenti come Barker a portare le proprie idee al cinema. E di questo non possiamo che essere felici, soprattutto quando si traduce in ottimi incassi al botteghino, dando respiro a un settore spesso in difficoltà.

Per quanto mi riguarda, Obsession è un ottimo film horror che intrattiene, diverte e fa fare anche un paio di balzi sulla poltroncina del cinema. Ha alcuni difetti evidenti, come una trama a tratti troppo semplicistica e personaggi secondari appena accennati. La pellicola si regge soprattutto sulla mastodontica interpretazione della Navarrette e sul rapporto con Bear, unico altro personaggio sviluppato a dovere.
Gli incassi registrati in poco tempo, però, sembrano indicare che il pubblico abbia gradito molto e sia rimasto a sua volta ossessionato da questo film e dalla sua protagonista. Inoltre, gli spettatori stanno dimostrando di apprezzare opere dalle emozioni forti come questa. Weapons dell’anno scorso, insegna.
Non so se sia il miglior film horror dell’anno, ma Obsession è il fenomeno del momento e vera e propria ossessione per molti, a distanza di oltre 15 giorni dal suo arrivo al cinema.
Ed ha tutti gli attributi per dare battaglia all’altro film spaventoso molto atteso, arrivato da poco nelle sale: Backrooms. Altra pellicola di paura, altro giovane regista. Il genere horror pare possa dormire sonni tranquilli. Noi no.

Cinema
Venezia 83: Tutti i vincitori di quest’anno
Si è chiusa il 12 settembre la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco l’elenco di tutte le pellicole e gli attori che sono stati premiati
Sipario calato sulla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo undici giorni di proiezioni, code all’Excelsior e toto-Leone impazzito fino all’ultimo, sabato 12 settembre la Sala Grande ha incoronato i vincitori dell’edizione 2026.
A consegnare i premi, la cerimonia di chiusura condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, aperta dalla voce di Francesca Michielin, mentre a decidere il palmarès del Concorso è stata la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.
Un’edizione che ha chiuso con un verdetto sorprendente e nettamente internazionale, capace di spiazzare pronostici e toto-scommesse fino all’ultimo secondo. Ecco tutti i premi, film per film.
Leone d’Oro per il miglior film
Vincitore: Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy

Il colpo di scena della serata porta la firma di May el-Toukhy, unica regista donna in un Concorso che quest’anno ne contava solamente una su ventuno titoli in gara.
Ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra, il film segue Marie (Mathilde Arcel), giovane domestica in procinto di sposare il ricco vedovo per cui lavora, mentre un segreto legato a una relazione clandestina con un soldato tedesco durante l’occupazione minaccia di far crollare la sua nuova rispettabilità. Il Leone d’Oro rende automaticamente il film selezionabile per la categoria Miglior Film Internazionale agli Oscar, secondo il nuovo regolamento dell’Academy.
Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria
Vincitore: Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) di Lee Chang-dong

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026
Il ritorno più atteso della Mostra è quello di Lee Chang-dong, che rimette piede in Concorso a Venezia 24 anni dopo Oasis e otto anni dopo l’acclamato Burning.
Possible Love intreccia le vicende di due coppie agli antipodi sociali – un operaio licenziato e sua moglie, una regista di documentari e il marito facoltoso – ispirandosi liberamente al Decalogo 10 di Kieślowski e al licenziamento di massa alla SsangYong Motor Company del 2009. Il film, con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong, arriverà su Netflix il 6 novembre.
Leone d’Argento – Premio per la miglior regia
Vincitore: Ilya Khrzhanovsky per Dau

Il regista russo, al centro di polemiche per la sua presenza al Lido legate alla posizione dell’Ucraina, ha dedicato il premio proprio alla popolazione ucraina, ricordando le oltre duemila persone coinvolte nella lavorazione del film, molte delle quali provenienti dall’Ucraina, dove è stata girata gran parte dell’opera.
Premio Speciale della Giuria
Vincitore: Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor

Unico documentario in Concorso, Naza porta la firma di due dei registi premi Oscar di No Other Land ed è costruito sulle testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, che descrivono i sistemi utilizzati per individuare i bersagli durante la guerra a Gaza; il titolo riprende un acronimo militare israeliano usato per indicare i danni collaterali attesi in un raid.
Il film, prodotto anche da The Guardian e basato su inchieste di +972 Magazine e Local Call, ha ricevuto la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra (circa venticinque minuti). L’esercito israeliano ha respinto le accuse di aver preso di mira deliberatamente i civili, sostenendo che le operazioni sono dirette contro Hamas e che vengono adottate misure per limitare le vittime civili.
Premio per la migliore sceneggiatura
Vincitore: Stéphane Brizé per Un bon petit soldat

Con questo undicesimo lungometraggio Brizé torna a esplorare l’oppressione nel mondo del lavoro dopo la trilogia composta da La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, questa volta dal punto di vista di una donna dirigente.
Alba Rohrwacher è Carla, neo-responsabile delle risorse umane di una grande azienda, divisa tra il compito di tutelare il benessere dei dipendenti e gli obiettivi di performance imposti dai vertici, fino a quando un caso di gestione tossica la mette di fronte a un bivio decisivo. Nel cast anche Vincent Lindon.
Coppa Volpi – Migliore interpretazione maschile
Vincitore: John Malkovich per Wild Horse Nine

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
A settantadue anni Malkovich continua a scegliere ruoli tutt’altro che scontati: nella black comedy di Martin McDonagh, ambientata sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe di Pinochet, veste i panni di un anziano e decisamente poco convenzionale agente della CIA, accanto a un cast che include anche Sam Rockwell e Tom Waits.
Coppa Volpi – Migliore interpretazione femminile
Vincitrice: Mathilde Arcel per Woman Unknown

Un doppio colpo per May el-Toukhy: oltre al Leone d’Oro, il film porta a casa anche la Coppa Volpi grazie alla sua protagonista, che regge sulle spalle il dramma sommesso e teso di Marie, in bilico tra il passato che riaffiora e il ruolo di rispettabile signora di casa che sta cercando di costruirsi.
Premio Marcello Mastroianni (giovane attore o attrice emergente)
Vincitrice: Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal)

Nel film di Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti e costruito su un lungo lavoro di osservazione diretta compiuto dal regista e dalla co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec, un gruppo di giovani pazienti – tra disturbi alimentari, schizofrenia, lutti irrisolti e tentativi di fuga – convive tra crisi improvvise e momenti di leggerezza inattesa.
Khebizi fa parte del cast corale guidato da Zoé Monpart, in un racconto che affronta temi durissimi con un tono capace di restare, sorprendentemente, mai pesante.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
Vincitore: La Maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Il regista camerunese porta sullo schermo, con la propria madre Josette Kwanya nel ruolo principale, la storia di un’anziana donna di Yaoundé che sogna il ritorno dei sei figli emigrati in Occidente e finanzia in segreto la costruzione di una casa per accoglierli.
Il legame inatteso che stringe con Sarah, una giovane vicina di casa, finirà per mettere in discussione tutto ciò su cui aveva costruito la propria esistenza.
Orizzonti – Miglior film
Vincitore: Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni

Il duo belga-francese, già autore di Une vie démente e Le Syndrome des amours passées, firma una commedia romantica dai toni western tanto libera quanto spiazzante: Diane scopre che sua madre ha subito una violenza tre anni prima della sua nascita e decide di vendicarla, mentre la madre vuole solo lasciarsi il passato alle spalle. Nel cast Ninon Borsei, coprodotto anche dai fratelli Dardenne.
Orizzonti – Migliore interpretazione maschile
Vincitore: Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia

Nell’opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ex assistente di Luca Guadagnino, Scamarcio interpreta Dario, padre di un bambino con una grave disabilità che, senza volerlo, comincia a proiettare sul nipote adolescente l’immagine del figlio che avrebbe voluto avere.
Un ruolo che l’attore ha definito segnato dalla propria esperienza di padre, in un film che arriverà nelle sale italiane dal 17 settembre distribuito da Medusa.
Cinema
The Invite: quattro personaggi in cerca d’amore
La recensione della commedia degli equivoci firmata da Olivia Wilde. Una brillante situazione teatrale che indaga il diverso amore di coppia.
“Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!“
Già si respira teatro dopo la prima risata in sala causata da un innocente cartello riportante una delle frasi sull’amore più iconiche del grande Oscar Wilde. Non a caso la dimensione di remake dalla quale arriva The Invite nasce nel segno di un film (Sentimental, 2020) a sua volta tratto proprio da un opera teatrale. La situazione matura però attraverso un inferno produttivo, con cambi di registi e attori che infine portano Olivia Wilde a dirigere e recitare tutta la pellicola.
D’altronde, chi meglio di un’attrice può capire il teatro? Ormai condivido sempre di più il pensiero formulato dal grande Carmelo Bene a proposito dei critici. Il grande scrittore di scena e attore italiano mal sopportava chiunque provava a dare senso a ciò che veniva rappresentato sul palcoscenico, ritenendo che “il vero critico fosse l’artista stesso”.
Ne consegue dunque uno sguardo molto attento a chi, come l’immenso Woody Allen, mette sempre in difficoltà giornalisti che si riempiono la bocca cercando di tirare fuori qualche domanda per un’intervista. Dopo La rivincita delle sfigate e Don’t worry Darling, la Wilde adotta una matrice comica che rimanda appunto ad Allen, costruendo una commedia di equivoci molto intelligente.

Crescendo
La prima immagine ha come protagonista la musica ed è alquanto desolante: un gruppo di giovani studenti intenti a provare un brano per una recita, con un professore dal volto rassegnato che già intravede il pessimo risultato finale. L’insegnante Joe, interpretato da Seth Rogen, viene presentato con momenti in cui regna il silenzio.
Si tratta di uno schema ben delineato: gli strumenti musicali arrivano solo quando è tempo di ricordare la grande citazione di Wilde, ovvero quando si entra nella casa di una coppia sposata che, puntualmente, inizia a litigare.
Con una figlia di dodici anni e un matrimonio altrettanto lungo, Joe e Angela (interpretata da Olivia Wilde) utilizzano qualsiasi elemento presente a schermo per cominciare una discussione, facendo involontariamente partire un’intera orchestra musicale dominata da strumenti a corda che rimbombano nelle orecchie dello spettatore, con un crescendo che enfatizza il rumore e la gravità del litigio.
Improvvisamente, tutto si ferma. La musica assordante e le voci della coppia vengono spente da un altro suono, come quello del campanello di casa, che riporta tutti (attori e pubblico) alla narrazione lineare.

Da sinistra: Angela (Olivia Wilde), Joe (Seth Rogen), Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton)
Una stanza per discutere
Nel presentare gli ospiti dell’invito rimarcato dal titolo, l’intera infrastruttura del film diventa ancora più paradossale. Piña (interpretata da Penélope Cruz) e Hawk (interpretato da Edward Norton) sono l’opposto di Joe e Angela: una coppia che sa comunicare, in sintonia e che capisce le necessità dell’altro.
La loro intesa è il motore che alimenta Joe nel cercare una discussione più critica, mentre Angela cerca in tutti i modi di portare a casa una bella figura dalla serata con i vicini. I dialoghi sono brillanti in ogni situazione: Olivia Wilde non trascura nessun oggetto o condizione della messa in scena per intrecciare una sceneggiatura seminata di indizi, che diventano primari e si ricollegano ad ogni scena in maniera mirabile e a volte inaspettata.
Tappeti, formaggi, specchi, colori del bagno, pianoforti: ogni elemento viene usato per accendere una frase in una serata altrimenti dominata dall’imbarazzante silenzio.

Al comando delle emozioni
Nella seconda parte del film, quando il pubblico sembra aver imparato a riconoscere lo schema comico, Olivia Wilde rompe totalmente le fondamenta costruite ampliando lo spettro emozionale dei personaggi e degli spettatori.
Quella che doveva essere una cena con l’obbiettivo di superare l’iniziale imbarazzo si trasforma in una situazione al limite dell’assurdo. Le risate della sala vengono interrotte da momenti in cui regna l’ansia, la paura, poi l’eccitazione ed infine la commozione.
La sceneggiatura si arricchisce, il dialogo lascia momentaneamente maggior spazio al movimento di camera, al gesto e agli sguardi fra attori. Si aggiungono i monologhi e le riflessioni che modellano l’espressione del pubblico trasformando i sorrisi in facce sconvolte ed invitate alla serietà.
Perfino l’alchimia delle due coppie viene ribaltata: il chiasso degli strumenti incombe questa volta su Piña e Hawk, mentre la comunicazione fra Joe e Angela diventa per qualche istante chiara in maniera quasi casuale.
Questo cambio di registro è ben congeniato, nonostante in alcuni momenti le classiche fasi della commedia degli equivoci tornino alla ribalta in maniera troppo rapida, indebolendo il coraggioso ribaltamento della pellicola.

Giù il sipario
Tutte le verità vengono a galla nella parte finale: non si tratta però di misteri da dover risolvere, quanto di dire ciò che si pensa all’altro e fare letteralmente una seduta psicologica di coppia con l’obbiettivo di mettere in risalto i problemi concepiti da entrambe le parti.
Come per l’iniziale sinfonia di strumenti, questa volta è il silenzio che trasporta il pubblico in un momento distaccato da tutta la storia. Interi minuti dedicati a riflettere sul percorso che ha portato Joe ad essere così cinico ed Angela a cercare il costante consenso da parte di tutti.
Non ci sono risoluzioni immediate, ma tutti si rendono conto che la luce dell’amore e della felicità nella coppia si è spenta. I titoli di coda arrivano solo nel momento di questa maturazione, e la sensazione dello spettatore è ancora una volta paradossale, poiché si ritrova a porsi domande e a commuoversi dopo aver riso per decine di minuti a questo inferno chiamato matrimonio.
Con The Invite, Olivia Wilde si riconferma dunque una brillante regista, nonché attrice, che capisce profondamente la dimensione teatrale e il modo in cui la si può trasferire nel cinema con eleganza, elaborando dialoghi e regia in maniera eccellente. Forse è davvero nata una nuova grande stella a Hollywood, con la forza e il coraggio di lanciare su schermo paradossi in grado di stuzzicare con sorpresa tutte le emozioni del pubblico.
VOTO POPCORNERD: 8 / 10

Cinema
Roofman: Recensione – Channing Tatum, McDonald’s e la storia vera più assurda dell’anno
L’incredibile storia vera di Roofman, il ladro di McDonald’s, interpretato da Channing Tatum nell’omonimo film che potete trovare su Prime Video
(Piccola premessa prima di iniziare: spoilererò un po’. Quindi uomo avvisato mezzo salvato!)
Stavo cercando un crime movie per svoltare la serata morta, uno di quelli classici con le rapine in banca, le maschere fighe e le sparatorie alla Heat. Poi con il telecomando in mano mi compare il ricordo del messaggio di Doc. G, il caporedattore di PopcorNerd, in cui consigliava caldamente questo titolo, e fidandomi del suo fiuto da puro segugio di bei film mi sono ritrovato a guardare Channing Tatum che si cala dal soffitto di un McDonald’s per rubare l’incasso. E la cosa più folle di tutta questa faccenda? È una fottutissima storia vera.
Ed eccomi qui con la recensione di Roofman, un film che ti fa capire in modo cristallino quanto la realtà riesca sempre a superare anche la sceneggiatura più assurda che a Hollywood possano mai partorire. Se pensavate di aver visto il picco delle truffe con Prova a prendermi, preparatevi a rivalutare il concetto di genialità criminale (e di disagio).
Roofman: L’incredibile storia vera di Jeffrey Manchester

Il Roofman di Channing Tatum a confronto con quello reale
Partiamo dal presupposto che il protagonista, Jeffrey Manchester, non è il classico criminale spietato. È un ex ufficiale dell’esercito che ha deciso di svoltare la propria vita svaligiando i fast food (adoro quando si va contro il sistema dei fast food), passando rigorosamente dai condotti di aerazione del tetto. Niente armi spianate in faccia ai clienti, niente spargimenti di sangue. Il tizio si calava dal soffitto, svuotava la cassaforte, chiudeva i dipendenti nella cella frigorifera dicendo loro di coprirsi bene per non prendere freddo, e se ne andava.
Channing Tatum in questo ruolo è semplicemente perfetto. Riesce a darti quell’aria da cucciolone smarrito con un fisico da marines atletico, un criminale così gentile ed eccentrico che, per quanto tu sappia che stia sbagliando, finisci irrimediabilmente per tifare per lui.
Ma se pensate che la parte dei furti ai McDonald’s sia il picco del film, vi sbagliate di grosso. Il vero capolavoro di assurdità di questo film esplode nella seconda metà. Dopo essere stato beccato ed essere finito in prigione, il nostro genio evade e decide che il posto migliore in cui nascondersi per non farsi trovare dalla polizia è… un Toys “R” Us. Sì, esatto, il negozio di giocattoli.
Manchester si crea un appartamento segreto dietro gli scaffali delle biciclette, nutrendosi di omogeneizzati rubati e scorrazzando di notte sui tricicli per bambini per tenersi in forma. Sembra una gag tirata fuori da una commedia demenziale, e invece è tutto tristemente e magnificamente reale. E questa cosa mi ha gasato follemente senza capire perché.
Il regista Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un Tuono), che di solito ci ha abituati a mattonate emotive pesantissime, qui fa un lavoro pazzesco. Riesce a bilanciare la commedia surreale della situazione con una malinconia di fondo inaspettata. Perché, in mezzo a questo delirio tra pupazzi e patatine fritte, Jeffrey finisce pure per prendersi una cotta per Leigh, una dipendente del negozio (una Kirsten Dunst sempre sul pezzo), iniziando a lasciarle regali senza farsi vedere. È una specie di Fantasma dell’Opera, solo che invece di vivere nei sotterranei di un teatro parigino, vive tra i Lego e i peluche. Al fianco di Tatum c’è anche l’immancabile Ben Mendelsohn, che ormai ha la faccia da poliziotto disilluso o da cattivo impressa a fuoco nel DNA, ma che in questo film è il Pastore Ron Smith che accoglie Jeffrey nel suo gruppo parrocchiale, e che fa da perfetto contrappeso alla follia del protagonista.

Channing Tatum and Kirsten Dunst star in Paramount Pictures’ “ROOFMAN.”
In definitiva, Roofman non è il solito film di rapine. È una storia che oscilla tra il thriller anomalo e la commedia grottesca, tenuta in piedi da un Channing Tatum in stato di grazia che si diverte un mondo a interpretare questo ladro gentiluomo e disadattato (un po’ mi rivedo in questo personaggio soprattutto perché in realtà sono disagiato come lui).
Non ci sono esplosioni pazzesche o draghi che sputano fuoco come nelle serie che ho recensito ultimamente, ma c’è un livello di assurdità umana che ti incolla allo schermo fino ai titoli di coda (e questa cosa non mi succedeva da tempo).
Gran bel consiglio, Doc. G. La prossima volta che entrerai in un McDonald’s sono sicuro che guarderai il soffitto per provare a fare anche tu una rapina. Oh scherzo non farlo!
Potete trovare Roofman tra i titoli del catalogo Prime Video!
VOTO POPCORNERD: 7.5/10
(Omogeneizzati e tricicli)

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