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Comics Legends: intervista a Mark Waid, scrittore ‘world’s finest’ di DC e Marvel

Intervista a Mark Waid, prolifico scrittore di comics che su Comics Legends racconta gli ultimi suoi lavori tra cui Superman/Spider-Man e il suo lavoro più ambizioso di sempre: The New History of the DC Universe

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Ci sono scrittori che inseguono per una vita il sogno di raccontare le storie degli eroi di Marvel e DC Comics. C’è, poi chi, una volta arrivato, continua a sognare di scrivere un giorno le serie con protagonisti eroi iconici come Superman, Spider-Man, Batman, Daredevil.

E poi c’è una ristretta categoria a parte di autori, fatta di fuoriclasse dello storytelling, tra cui rientra Mark Waid.

Lo scrittore statunitense non solo ha lavorato per la Casa delle Idee e, attualmente, è uno dei pilastri della DC Comics, ma ha davvero (davvero!) scritto le avventure di ogni eroe blasonato delle Big Two. Senza sbagliare un colpo.

Il leggendario ciclo sul Flash di Wally West, Kingdom Come, il Capitan America pre e post Heroes Reborn, il Daredevil con Chris Samnee, Paolo Rivera e Marcos Martin, la sua incredibile run sulla Justice League di fine anni ’90, e così via.

Sono talmente tante le pagine scritte da Mark che se ne perde il conto. Così come si perde il conto di quante belle storie sta sfornando da qualche anno a questa parte per DC Comics, soprattutto quando si tratta di narrare le epopee di Cavalieri Oscuri e Uomini d’Acciaio.

Mark Waid è uno stakanovista dei comics e la grossa qualità che gli viene riconosciuta è l’importante conoscenza degli eroi e degli universi che contribuisce a rendere sempre più… fantastici.

DC ultimamente gli ha consegnato, le chiavi di Action Comics,Justice League Unlimited e Batman/Superman: World’s Finest, ma gli ha dato anche il compito di scrivere il più grande crossover degli ultimi 50 anni: Superman/Spider-Man.

E non affidi una storia così, se di fronte non hai una vera e propria Leggenda dei Comics.

Preparatevi a un’intervista epocale (con qualche anticipazione importante sul futuro) da parte di Mark Waid: un world’s finest tra gli scrittori di comics.


Mark Waid: lo scrittore dei due universi tra Superman/Spider-Man, Action Comics, The New History of the DC Universe e…

Grazie mille, Mark, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina ospitare uno scrittore internazionale di comics, così importante come te.

Iniziamo con il tuo recente lavoro su Action Comics. Superman è uno dei personaggi DC a cui sei più legato dal punto di vista creativo, e uno di quelli di cui hai raccontato più storie nel corso degli anni. Eppure, sembra che tu abbia ancora molto da dire sull’Uomo d’Acciaio, soprattutto per quanto riguarda il suo passato.

Con Action Comics #1087 hai iniziato a raccontare una “storia mai narrata” di Superboy e del primo periodo in cui Clark Kent decide di rivelarsi pubblicamente al mondo. Cosa ti ha spinto a esplorare un altro capitolo della giovinezza di Clark? E cosa ti affascina di più di quel periodo specifico e della figura di Superboy?

Mark Waid – Se Clark assume il ruolo di Superman da adulto, non c’è molto spazio perché impari qualcosa: un Superman adulto non ha il lusso di poter commettere grandi errori da cui trarre insegnamento. Come Superboy quindicenne, praticamente confinato a Smallville, c’è invece l’opportunità di vederlo davvero imparare cosa significhi diventare un eroe, perché può sbagliare come farebbe qualsiasi adolescente.

Inoltre, questo ci dà la possibilità di mostrare, anziché semplicemente raccontare, quanto Ma e Pa Kent abbiano saputo insegnare a Clark i suoi valori, e in che modo lo abbiano fatto.

L’attuale run di Action Comics può essere vista come una sorta di espansione o evoluzione della tua opera classica, Superman: Birthright, questa volta pienamente sviluppata e inserita nella continuity canonica DC?

Mark Waid – Al 100%.

Spostandoci da Metropolis a Gotham City, Batman & Robin: Year One è già considerato una sorta di cult moderno e ti vede ancora una volta esplorare le origini del rapporto tra Bruce Wayne e Dick Grayson. La serie di dodici numeri, realizzata insieme a Chris Samnee, possiede un’identità visiva che richiama fortemente la Golden Age e che si sposa perfettamente con il tono della storia.

Quanto è stata importante la collaborazione con Chris Samnee nello sviluppo, nella crescita e nell’identità finale di questo progetto, soprattutto considerando i vostri precedenti lavori insieme su Daredevil e Captain America alla Marvel?

Mark Waid – Non avrei potuto (e probabilmente nemmeno voluto) farlo senza Chris, che è il vero cuore pulsante di quel fumetto e del suo prossimo sequel, DYNAMIC DUOS. (Sì, torneremo per un’altra run di 12 numeri!) [La nuova maxi-serie è stata annunciata il 20 maggio sui social da Samnee n.d.r.]

È il progetto dei suoi sogni, ed è profondamente legato alla sua visione di come questi personaggi debbano apparire e del punto della loro carriera in cui si svolgono le avventure. Lui è un treno ad alta velocità e io sto semplicemente cercando di restare aggrappato.

Batman & Robin: Year One… pronti al suo sequel Dynamic Duos?

Parliamo di uno dei tuoi progetti più attesi del 2026, sbarcato finalmente anche in Italia: il crossover che riunisce due icone assolute del fumetto americano dopo cinquant’anni: Superman e Spider-Man. Hai scritto l’albo speciale per DC Comics, con i disegni di Jorge Jiménez.

Sono entrambi eroi amatissimi, entrambi vestono di rosso e blu e condividono un fortissimo senso di responsabilità. È stato difficile trovare il giusto equilibrio narrativo tra i due? Puoi raccontarci qualche retroscena sulla realizzazione di questo albo evento, attesissimo dai fan di entrambe le case editrici?

Mark Waid – Per me non è stato difficile affatto: adoro entrambi i personaggi e penso di essere piuttosto bravo a catturare le loro voci in modo naturale e spontaneo. La vera difficoltà è stata cercare di far stare tutto in appena 24 pagine! Dietro le quinte, vorrei avere storie più interessanti da raccontare, ma in realtà non ce ne sono molte: avendo una lunga esperienza nella scrittura di entrambi i personaggi, sia Marvel che DC mi hanno praticamente lasciato totale libertà, con pochissime note o restrizioni, cosa di cui sono molto grato.

Con The New History of the DC Universe ti sei trovato a raccontare l’intera storia dell’universo DC, dalle origini fino al presente, in poco più di 120 pagine distribuite in quattro numeri. Un’impresa che era già stata affrontata nel 1986 da due giganti del fumetto come Marv Wolfman e George Pérez.

Oltre ai circa quarant’anni di nuove storie che dovevano essere incluse, cosa vuole aggiungere questa nuova versione rispetto all’opera originale di Wolfman e Pérez? Lo spirito del progetto è rimasto lo stesso o si è evoluto nel tempo?

Mark Waid – Lo spirito è rimasto lo stesso, ma il fumetto è stato, su mia richiesta, molto più dettagliato fin dall’inizio. Amo ciò che Marv e George fecero, ma la loro era una visione molto più ampia e generale dell’universo DC, più sommaria e senza l’ulteriore peso di dover rendere conto di altri quarant’anni di crossover, reboot e storie che hanno stravolto la continuity.

Se dovevo fare questa cosa, volevo farla nel modo giusto ed entrare davvero nei particolari, ed è per questo che abbiamo realizzato le Appendici. In realtà, ho iniziato proprio da quelle, per poi estrarre i momenti più importanti da utilizzare nella sezione illustrata: questo mi ha aiutato a essere sicuro di non trascurare accidentalmente qualcosa o qualcuno. Naturalmente, questo ha significato anche un enorme lavoro di taglio e revisione: la prima bozza della prima Appendice era, incredibilmente, lunga circa 40 pagine dattiloscritte a spazio singolo!

Mark Waid ri-scrive la storia dell’Universo DC

 

Qual è stata la sfida più grande nel creare un’opera che attraversa più di ottant’anni di storia editoriale DC? Immagino sia stato un processo estremamente complesso e intenso, fatto di enormi ricerche, approfondimenti e di una profonda conoscenza personale del materiale. The New History of the DC Universe è il progetto più ambizioso e impegnativo che tu abbia mai affrontato per DC Comics?

Mark Waid – Assolutamente sì. Ma è stato anche un enorme lavoro d’amore, il genere di cosa che probabilmente avrei voluto fare anche da semplice fan di lunga data. Le parti più complicate sono state scegliere quali personaggi ed eventi mettere in evidenza, soprattutto nell’ultimo numero, dove c’era davvero tantissimo da coprire. Inoltre, con l’aiuto dei miei editor, ho dovuto fare alcune scelte interessanti per cercare di ricucire il più possibile la continuity.

Per esempio, questo ha significato aggiungere informazioni mai menzionate prima: sebbene l’origine più recente della Justice League dei tempi dei New 52 sia ora quella “ufficiale”, Cyborg era rimasto così gravemente ferito durante quell’avventura da essere fuori gioco fino alla nascita dei New Teen Titans. In questo modo poteva far parte di entrambe le squadre.

Un altro esempio riguarda Supergirl: volevamo riconoscere la sua morte in Crisis on Infinite Earths, ma allo stesso tempo spiegare il fatto che oggi sia di nuovo viva. Così abbiamo preso solo alcune parti della origin story di Supergirl di Jeph Loeb, quella in cui veniva reintrodotta come se non fosse mai esistita prima.

In quella storia Darkseid aveva un ruolo importante, quindi abbiamo unito le due continuity dicendo che fosse stato Darkseid a resuscitarla.

Non è la prima volta che lavori a un progetto “enciclopedico” di questo tipo: qualche anno fa hai raccontato l’evoluzione dell’universo Marvel in The History of the Marvel Universe. Il tuo metodo e il tuo approccio generale furono simili anche in quel caso, oppure The New History of the DC Universe ha richiesto una mentalità e una struttura differenti?

Mark Waid – Per quanto riguarda la “voce” che ho adottato come narratore onnisciente, l’approccio è stato molto simile. Ma nel progetto Marvel l’editor Tom Brevoort aveva già un team di ricerca che poteva fornirmi una traccia molto essenziale degli eventi da coprire. Restava comunque compito mio capire quando e come introdurre i vari personaggi e come spiegare quegli eventi. C’è però una grande differenza tra i due progetti: con la storia DC ho lavorato duramente per inserire in ogni numero informazioni completamente nuove, piccoli “easter egg” che potessero interessare anche i fan più accaniti.

Cover di The History of the Marvel Universe #1

Spostiamoci per un momento in casa Marvel. Negli anni precedenti al 2011, quando hai preso in mano la serie, Daredevil era stato scritto da autori come Brian Michael Bendis ed Ed Brubaker che, diciamolo chiaramente, avevano puntato moltissimo su un tono estremamente cupo per il Diavolo Custode. Poi sei arrivato tu e, insieme a Chris Samnee, siete riusciti a riportare Matt Murdock in una dimensione più “leggera”, mantenendo comunque un livello narrativo altissimo e tenendo i lettori completamente coinvolti (me compreso).

Come ci siete riusciti? Qual è stato il tuo approccio creativo quando hai iniziato a scrivere Daredevil, e quale linea guida ha sostenuto la tua run per quattro anni? P.S.: Dai, quel maglione natalizio con scritto “I’m not Daredevil” è leggendario! [Domanda di Rossano D’Angelo n.d.r.]

Mark Waid – Vorrei prendermi il merito del maglione, ma quella era una battuta dell’editor Steve Wacker. (Così come la frase “Guarda mamma! È Batman rosso!”, che ci fecero togliere dalle edizioni raccolte.)

Quando Steve mi contattò, lavoravamo insieme da abbastanza tempo alla DC perché lui conoscesse i miei punti di forza. Sapeva anche che la Marvel era interessata, almeno per un periodo, a riportare Daredevil alle sue radici da supereroe e a renderlo meno un fumetto crime noir. Era perfetto per me: adoravo gli elementi noir e l’oscurità della serie, ma non sono il tipo di autore che riesce a scrivere bene quel genere di cose. Inoltre, mi sembrava che praticamente tutti quelli che avevano scritto Daredevil a lungo dopo che Frank Miller aveva reinventato il personaggio stessero seguendo le sue orme, e questo non mi interessava. Mi sembrava un limite: nel migliore dei casi sarei stato semplicemente “non bravo quanto Frank”.

Mi irrita ancora un po’ quando alcuni lettori definiscono la nostra versione “sciocca” o “cartoonesca”. Era comunque una serie molto oscura, accidenti. Basta rileggerla. Foggy ha il cancro. Il corpo del padre di Matt viene rubato. Daredevil trova una stanza piena di teste mozzate. E così via. A Matt succedevano le stesse cose orribili di prima: l’unica differenza era nel modo in cui sceglieva di affrontarle.

Il principio guida, il tema portante di tutta la run, è sempre stato la depressione. Non ho un ego così grande da voler trasformare personaggi consolidati in versioni di me stesso, quindi cerco sempre di non inserire troppo di me nelle storie. Però, essendo una persona che convive con una forte depressione da tutta la vita, per me era evidente che, se fossi stato un medico, quella sarebbe stata la diagnosi di Matt Murdock. Così, soprattutto nella seconda metà della run, quell’aspetto è emerso in primo piano e ho attinto molto dalle mie esperienze personali: mi ha aiutato a comprendere Daredevil in un modo che non avevo mai considerato prima.

Scrivi supereroi DC e Marvel da molti anni. Col tempo una persona cresce, matura, cambia prospettive e impara dalle proprie esperienze, e credo che tutto questo finisca inevitabilmente nel proprio lavoro creativo. Pensi che il tuo approccio nello scrivere personaggi come Superman, Batman e Capitan America, così come il tuo modo di affrontare nuove storie che li coinvolgono, sia cambiato nel corso degli anni e delle diverse fasi della tua vita?

Mark Waid – Non so davvero se sia cambiato. Alla fine tutto si riduce al rapporto molto speciale e unico che ho con questi personaggi: penso a loro e fanno parte della mia vita da quando avevo quattro anni. Mi sembra di conoscerli meglio della mia stessa famiglia o dei miei amici più stretti, e anche se la mia vita ha attraversato fasi molto diverse, alla fine scrivere fumetti è una gioia così costante per me che quelle fasi non emergono davvero, o almeno non emergevano.

Per essere brutalmente onesto, ultimamente sto facendo un po’ fatica a scrivere supereroi. Ho sempre creduto che il bene fosse più forte della forza stessa e che i valori e l’etica di questi personaggi fossero qualcosa a cui aspirare, ma dal 2016 ampie fasce dei miei concittadini americani hanno dimostrato ripetutamente di considerare quei valori stupidi e deboli. Siamo diventati una nazione di bulli, in cui i cattivi hanno, almeno per ora, vinto.

Sapere questo rende difficile, a volte, alzarsi la mattina e trovare l’ottimismo necessario per scrivere supereroi. Ma continuo a resistere finché posso, sperando che questo Paese riesca in qualche modo a ritrovare la propria strada.

Ultima domanda: dopo Superman/Spider-Man, puoi darci qualche indizio su dove ti vedremo prossimamente?

Mark WaidBatman & Robin: Year One Dynamic Duos! E oltre a quello, per il momento resto concentrato su Justice League Unlimited, Action Comics e World’s Finest. Lavoro senza sosta da quasi due anni e, anche se ci sono altri progetti che non vedo l’ora di affrontare, in questo momento voglio solo rilassarmi un po’.

Grazie mille, Mark, per il tuo tempo e per aver risposto alle nostre domande con le tue incredibili risposte!


Mark Waid: Biografia

Mark Waid è un autore bestseller del New York Times, le cui opere sono state tradotte in innumerevoli lingue in tutto il mondo. Nel corso dei suoi quasi quarant’anni di carriera nel settore dei fumetti, Mark ha creato personaggi e storie per Batman, Superman, Spider-Man, gli Avengers, gli X-Men, Iron Man, Wonder Woman, Daredevil e praticamente ogni altro franchise di successo su tutte le piattaforme mediatiche.

Kingdom Come, da lui creato per la DC Comics, è diventato uno dei graphic novel più venduti della storia. Molte delle trame e dei personaggi che ha scritto e creato durante i suoi otto anni di lavoro sui fumetti di The Flash sono presenti ogni settimana nell’omonima serie televisiva di successo. Ha scritto e curato oltre 2.000 titoli a fumetti e ha ricevuto tutti i principali premi del settore.

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Il fumetto Marvel che introdusse i Mandaloriani nell’universo di Star Wars

A introdurre i Mandaloriani nell’universo di Star Wars non furono nè i film nè le serie TV bensì un vecchio fumetto Marvel. E il primo mandaloriano non fu Boba Fett come molti credono…

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Oggi è impossibile immaginare The Mandalorian senza pensare immediatamente all’enorme impatto che i Mandaloriani hanno avuto sull’universo di Star Wars negli ultimi anni.

Da Din Djarin e Grogu (anche se ancora apprendista di Mando), passando per Bo-Katan, Sabine Wren e naturalmente Boba Fett, il popolo di Mandalore è diventato uno degli elementi più amati dell’intera saga tanto da far arrivare in questi giorni il mandaloriano interpretato da Pedro Pascal al cinema nel lungometraggio The Mandalorian & Grogu (qui la nostra recensione!)

Eppure le origini dei Mandaloriani all’interno del franchise sono molto più particolari di quanto molti fan immaginino.

Prima di Star Wars: Episode II – L’attacco dei Cloni, prima di Star Wars: The Clone Wars e molto prima della serie Disney+, Mandalore venne nominato per la prima volta in un vecchio fumetto Marvel del 1983: Star Wars #68 di David Michelinie, Gene Day e Tom Palmer.

Un albo che oggi appare quasi come un reperto archeologico della galassia lontana lontana.

Il primo Mandaloriano della storia di Star Wars non è Boba Fett

La cosa più curiosa di Star Wars #68 è che la copertina sembrava promettere una classica avventura con protagonista Boba Fett, il mandaloriano più famoso del franchise prima dell’arrivo di Din Djarin, ma i lettori scoprirono rapidamente che non era lui il vero centro della storia.

Nel fumetto, Leia Organa e C-3PO arrivano su Mandalore mentre sono alla disperata ricerca di Han Solo dopo gli eventi di Star Wars: Episode V – L’Impero colpisce ancora.

Sul pianeta si imbattono in un gruppo di schiavisti che viene improvvisamente attaccato da guerrieri mandaloriani guidati da un uomo che Leia inizialmente scambia proprio per Boba Fett.

In realtà si tratta di Fenn Shysa, personaggio oggi quasi dimenticato ma importantissimo nella storia editoriale di Star Wars, perché è infatti lui il primo vero Mandaloriano mai introdotto ufficialmente nel franchise. E con lui arriva anche la prima menzione assoluta di Mandalore.

Le Guerre dei Cloni: completamente diverse nei fumetti

La parte più affascinante di questo fumetto riguarda però il modo in cui descrive le Guerre dei Cloni.

Bisogna ricordare che nel 1983 la mitologia di Star Wars era ancora lontanissima dall’essere definita. La Trilogia Prequel non esisteva ancora, George Lucas non aveva rivelato praticamente nulla del passato di Anakin Skywalker e le Clone Wars erano poco più di un misterioso riferimento citato da Obi-Wan in Star Wars: Episode IV – Una nuova speranza.

Per questo motivo lo sceneggiatore David Michelinie si prese enormi libertà narrative.

Nel fumetto, Fenn Shysa racconta infatti che Mandalore fu costretta a combattere per l’Impero durante le Guerre dei Cloni e sostiene addirittura di aver incontrato Leia anni prima durante un briefing militare. Un dettaglio totalmente impossibile secondo la timeline ufficiale.

Leia, ovviamente, non era nemmeno nata durante le Guerre dei Cloni.

Queste incongruenze trasformano oggi Star Wars #68 in una specie di universo parallelo proto-Star Wars, realizzato in un periodo in cui nessuno sapeva davvero quale direzione avrebbe preso il franchise.

Il retcon che cercò di sistemare tutto

Con il passare degli anni, Lucasfilm provò ovviamente a sistemare questi problemi di continuità.

Un articolo pubblicato su Star Wars Insider intitolato “The History of the Mandalorians” tentò di spiegare le contraddizioni affermando che Fenn Shysa avesse semplicemente confuso Leia con Padmé Amidala.

Una soluzione abbastanza traballante, ma perfettamente in linea con il vecchio universo espanso di Star Wars, pieno di retcon creati per collegare materiale pubblicato in epoche completamente diverse.

Anche il riferimento all’“Impero” durante le Guerre dei Cloni venne reinterpretato suggerendo che i Mandaloriani stessero in realtà combattendo per Darth Sidious dietro le quinte.

Insomma: una gigantesca toppa narrativa, ma anche questo fa parte del fascino dei vecchi fumetti Marvel di Star Wars.

Un fumetto nato mentre la trilogia originale era ancora al cinema

La cosa incredibile della prima serie Marvel di Star Wars è che veniva pubblicata mentre i film uscivano ancora nelle sale.

Star Wars #68 uscì addirittura prima di Star Wars: Episode VI – Il ritorno dello Jedi, in un periodo in cui il destino di Han Solo era ancora un mistero per i fan.

Per questo molti albi di quell’epoca raccontavano le avventure dei protagonisti tra un film e l’altro, riempiendo i vuoti narrativi lasciati dalla trilogia cinematografica.

In questo caso vediamo Leia, Luke, Lando e Chewbacca dividersi per cercare Han dopo la sua cattura da parte di Jabba The Hutt. Ed è proprio questa ricerca a portare Leia su Mandalore per la prima volta nella storia del franchise.

Fenn Shysa è stato dimenticato, ma ha cambiato Star Wars per sempre

Oggi il nome di Fenn Shysa dice pochissimo alla maggior parte del pubblico. Eppure senza questo personaggio probabilmente non avremmo mai avuto tutto ciò che oggi associamo ai Mandaloriani.

Quando quel fumetto uscì nel 1983, nessuno poteva immaginare che Mandalore sarebbe diventata una parte così importante dell’universo di Star Wars. Nessuno poteva prevedere The Mandalorian, nessuno poteva immaginare Din Djarin, Grogu o le Guerre dei Cloni raccontate da Dave Filoni.

Eppure tutto è iniziato proprio lì: in un vecchio fumetto Marvel pieno di contraddizioni, idee strane e continuity confusionaria.

Un albo apparentemente dimenticato che, senza volerlo, ha contribuito a costruire uno degli elementi più iconici dell’intera saga di Star Wars.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Spider-Man e Superman: amici e alleati nel crossover dell’anno tra Marvel e DC

Spider-Man e Superman tornano, a distanza di 50 anni, protagonisti di un nuovo crossover tra Marvel e DC che sta per arrivare anche in Italia

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Superman e Spider-Man sono due supereroi che fanno parte dell’immaginario di chiunque. O quasi.

Quanti bambini durante l’arco della sua infanzia hanno fantasticato infinite avventure con l’action figure dell’uno o dell’altro eroe? Alcuni di quei bambini oggi sono cresciuti e continuano a coltivare la passione verso i due eroi dal costume rosso e blu, sognando di volare come Superman o di volteggiare tra i grattacieli di New York come Spider-Man.

L’Uomo d’Acciaio e il Tessiragnatele godono di una popolarità talmente vasta, che solo pochi altri supereroi al mondo (Batman?) possono vantare.

Con quei colori che hanno in comune, rosso e blu, quel senso di innata giustizia e responsabilità che li contraddistingue, i due personaggi sono gli ambasciatori di DC Comics (Superman) e Marvel (Spider-Man) nonché i supereroi pionieristici insieme al Cavaliere Oscuro ad avere intrapreso la strada del cinema prima ancora che venisse coniato il termine ‘cinecomics‘.

Con ogni probabilità se facessero parte dello stesso universo, Clark Kent e Peter Parker sarebbero degli ottimi amici e colleghi nella vita di tutti i giorni. Nonché una squadra da ‘world’s finest heroes’ quando indossano gli abiti da supereroe. Ma così non è.

Però, grazie all’unione delle forze di Marvel e DC Comics, tutto ciò è stato reso possibile con le Big Two che hanno replicato l’esperimento dell’anno scorso tra Deadpool e Batman, dando vita a un altro incredibile crossover che vede protagonisti questa volta proprio Superman e Spider-Man.

Se vogliamo essere sinceri fino in fondo, i due albi che hanno visto Batman e Deadpool insieme, sono state due ottime mosse commerciali, ma da cui ci si aspettava qualcosa di più oltre alle belle tavole di Greg Capullo e Dan Mora, artisti delle storie principali, coadiuvati da altri grandi autori che si sono occupati delle storie brevi.

Ma Zeb Wells, prima, e Grant Morrison, dopo, non hanno fatto centro confezionando due trame poco intriganti che difficilmente verranno ricordate come tra le migliori storie crossover tra DC e Marvel.

Le due case editrici, però, ci hanno voluto riprovare con altri due grandi calibri, confezionando due albi extralarge contenenti una storia lunga e alcune short stories.

Il primo edito da DC Comics intitolato Superman/Spider-Man, vede ai testi della storia principale un veterano come Mark Waid e ai disegni un grandissimo (e emozionatissimo) Jorge Jimenez.

Il secondo albo pubblicato questa volta da Marvel, dal titolo Spider-Man/Superman, ha come sceneggiatore un altro grande storyteller come Brad Meltzer, autore che ci ha regalato in passato storie molto emozionanti e introspettive, e Pepe Larraz, l’artista di punta dell’attuale ciclo ragnesco (insieme a John Romita Jr.).

2 scrittori americani e 2 disegnatori spagnoli, ovvero 4 superstar del fumetto contemporaneo, che hanno dato vita a due incontri epici tra gli eroi più famosi di sempre.

Insieme a loro, altrettanti importanti team creativi che si sono occupati delle storie brevi che completano i due albi: su Superman/ Spider-Man troviamo storie di Tom King e Jim Lee, Matt Fraction e Steve Lieber, Gail Simone e Belén Ortega, mentre su Spider-Man/Superman tra gli altri vi sono Dan Slott e Marcos Martin, Jason AaronRussell Dauterman, Brian Michael Bendis e Sara Pichelli come team creativi d’eccezione.

E non va dimenticata l’infinita lista di artisti che hanno preso parte alle numerose cover variant celebrative di entrambi gli albi.

Ma da cosa nasce l’idea di un nuovo crossover tra Superman e Spider-Man? Per saperlo bisogna tornare indietro nel tempo di qualche anno… per l’esattezza di 50 anni tondi.

Il primo crossover Marvel /DC Comics della storia è… Superman/Spider-Man!

Stati Uniti, 1976. Nell’anno che vede l’elezione di Jimmy Carter come presidente degli USA, Marvel e DC Comics devono affrontare un periodo di importante calo di vendite. Carmine Infantino e Stan Lee, rispettivamente i capi di DC Comics e Marvel Comics, cercano di scuotere il mercato con qualcosa di inedito e di trasgressivo allo stesso tempo: unire i loro personaggi più iconici in un unico fumetto. Con un titolo che campeggia sulla copertina “La Battaglia del Secolo” Superman e Spider-Man si ritrovano per la prima volta nella storia dei comics, insieme.

Su storia del compianto Gerry Conway, scomparso recentemente, e con le matite di Ross Andru, i due supereroi uniscono le forze per sconfiggere i rivali di sempre, Lex Luthor e Dottor Octopus.

Questo primo albo, inaugura una serie di collaborazioni tra DC e Marvel che vedrà avvicendarsi diversi eroi e autori, nel corso degli anni che daranno origine ai team-up più improbabili sino ad arrivare ad ‘amalgamarli’ (se vi interessa l’argomento, fatemelo sapere e ne parlerò in uno speciale dedicato…).

Ma questo albo di Superman e Spider-Man viene ancora oggi ricordato per essere stato il primo e più importante crossover di sempre tra Marvel e DC.

E non è un caso che a distanza di ben 50 anni, le due case editrici un po’ per commemorare la prima collaborazione, un po’ perché albi di questo genere sono sempre grandi fonti di guadagno, hanno pensato di far incrociare nuovamente le strade all’Amichevole Spider-Man di quartiere e all’Azzurrone.

Superman/Spider-Man #1: un tandem più classico e supereroistico

Mark Waid è un fuoriclasse dello storytelling, e alza ulteriormente il livello quando si tratta di scrivere avventure dedicate ai supereroi delle Major. L’autore statunitense ha praticamente firmato storie su tutti gli eroi di Marvel e DC Comics e, da qualche anno, è una delle colonne portanti della casa editrice di Burbank.

Con Superman/Spider-Man: Verità, Giustizia e Grande Responsabilità punta su un team-up dal sapore classico: una trama lineare e divertente, con villain storici animati da malvagità e brame di conquista, che riesce a bilanciare bene lo spazio riservato a entrambe le star dell’albo.

Chi conosce il lavoro di Mark Waid potrà ritrovare parte delle atmosfere di Batman/Superman: I migliori del mondo, con la differenza che al posto di Batman troviamo, per l’appunto, Spider-Man: un personaggio decisamente meno cupo del Cavaliere Oscuro, capace di portare energia e umorismo nella coppia e che, a mio parere, si integra meglio con la personalità di Superman. E il Ragno, in un paio di occasioni, “gioca” e punzecchia l’Uomo d’Acciaio sul fatto che sia molto meno impaziente con lui rispetto a quando fa squadra con Batman.

La scelta dei nemici affonda le radici nella classicità dei cast dei due personaggi: Brainiac, per quanto riguarda Superman, e il Dottor Octopus, storico villain di Spider-Man già protagonista del primo celebre incontro del 1976. I due uniscono le forze e si rivelano antagonisti perfetti per una storia incentrata sul tentativo di impiantare un virus nella mente degli esseri umani. Peter Parker e Clark Kent per conto del Daily Bugle e del Daily Planet, sono sulle tracce di un dispositivo rubato proprio dai due criminali. Dall’indagine giornalistica al cambio d’abito per indossare mantello e spara ragnatele, il passo è breve.

La storia si rivela davvero divertente ed entusiasmante, con quel sapore da team-up ‘old school‘.

Come già accaduto per Batman/Deadpool, DC Comics affida il comparto grafico a un talento cristallino, ovvero il suo miglior disegnatore attualmente in forza alla casa editrice: Jorge Jiménez. L’artista spagnolo non vedeva l’ora di mostrare ai fan il risultato finale di Superman/Spider-Man, e il suo entusiasmo si è rivelato davvero contagioso. Il risultato? Tavole dalle inquadrature cinematografiche, dinamiche e mozzafiato.

Jorge Jimenez al debutto di Superman/Spider-Man#1, decide di promuovere l’albo sui social così

Il disegnatore dell’attuale run di Batman ha lasciato intendere più volte che questo progetto rappresentasse uno dei lavori più importanti della sua carriera, anche solo per la possibilità di affiancare Superman a un eroe altrettanto iconico come Spider-Man.

L’omaggio a diversi artisti della storia editoriale di Spidey, come Steve Ditko o John Romita Jr., è rimarcato in più occasioni e si nota in particolare in una scena dell’albo in cui il Ragno solleva un intero cumulo di macerie, dimostrando grande conoscenza e rispetto per il personaggio da parte dell’artista. E come potrebbe essere altrimenti.

La sensazione di chi legge, e leggerà, questa storia è che i due autori si siano divertiti a loro volta moltissimo nel realizzare Verità, Giustizia e Grande Responsabilità. E quando a divertirsi sono gli autori stessi, difficilmente l’albo si presenta come piatto e insipido. Superman/Spider-Man è esattamente l’opposto: fresco e leggero e il lettore non può fare altro che gioire e sorridere davanti a una lettura come questa.

Chiudono l’albo una serie di storie brevi che impreziosiscono ulteriormente un albo già di per sé molto buono grazie all’avventura principale. Queste short stories, come detto, vedono protagonisti diversi super-team creativi e personaggi che fanno parte dei mondi di Superman e Spider-Man. Senza entrare troppo nello specifico, una in particolare mi ha colpito: Il Ponte, di Jeff Lemire e Rafa Sandoval, con protagonisti Zio Ben e Pa’ Kent, che dimostrano come i loro figli adottivi siano diventati eroi soprattutto grazie ai valori trasmessi dai due padri. Una piccola chicca d’autore.

Spider-Man/Superman #1: Perchè fai tutto questo?

Quando ho letto il nome di Brad Meltzer in copertina, mi ha particolarmente stupito la scelta dell’autore a cui Marvel ha affidato la storia principale di Spider-Man/Superman: La nostra Kriptonite. Meltzer è infatti un grandissimo sceneggiatore che, però, ha legato gran parte della propria carriera a DC Comics, firmando alcune storie memorabili.

Poi ho capito il motivo: il suo modo di entrare nell’intimità dei personaggi, quasi a psicanalizzarli, e di tirarne fuori il meglio è perfetto sia per Spider-Man sia per Superman.

La trama ha una connotazione più seria rispetto a quella di Waid e, almeno nelle prime pagine, trasmette anche un forte senso claustrofobico. Spider-Man e Superman sono intrappolati sotto New York, con tonnellate di macerie sopra le loro teste, quando da una fessura arriva una bomba-zucca che, esplodendo, sprigiona della Kriptonite. L’Uomo d’Acciaio è impotente e tutto ricade letteralmente sulle spalle di Spider-Man, compreso il manto stradale che grava sopra entrambi.

Ed è qui che la storia comincia davvero a ingranare. Quello che nasce è un dialogo sincero tra gli uomini oltre la maschera, tra Peter e Clark, con il secondo che pone a Spidey una domanda apparentemente semplice, ma pesante quanto il macigno che incombe sui due eroi:

Why do you do it? (“Perché lo fai?”)

Meltzer spoglia gli eroi dei loro costumi e li costringe a un faccia a faccia in cui si mettono a nudo, confidandosi sui motivi che spingono entrambi a fare “quello che fanno”. Ed è proprio questo confronto a saldare ulteriormente la loro amicizia.

C’è spazio anche per la pura azione che un lettore di comics si aspetta, ovvero lo scontro con le nemesi della storia, gli spietati Green Goblin e Lex Luthor (e anche un certo simbionte alieno…), che però rimangono volutamente (per scelta di Meltzer) sullo sfondo per lasciare maggiore spazio al rapporto tra Superman e Spider-Man, fino a un finale davvero toccante ed emozionante che coinvolge Clark, Peter e le rispettive famiglie.

Le matite di Pepe Larraz, probabilmente al massimo della sua maturità artistica in questo momento, si esaltano ancora di più nelle scene d’azione, con splash page spettacolari che confermano come sia ormai entrato, in pochissimo tempo, nel gotha dei migliori artisti di sempre di Spider-Man.

E con Superman non fa assolutamente rimpiangere il collega Jorge Jiménez. La vera sfida da Marvel e DC, si consuma tra i due artisti a colpi di talento.

Anche in Spider-Man/Superman trovano spazio diverse storie brevi di livello. Tra queste spicca, almeno a mio avviso, Metropolis Marvels di Dan Slott e Marcos Martín, in cui Spider-Man Noir se la deve vedere con il Superman del 1938 in una mini-avventura pulp davvero divertente, con tanto di omaggio a Steve Ditko e alla storica copertina di Amazing Fantasy #15 — anche se, questa volta, al posto di Spidey c’è Superman.

Tra le storie che completano l’albo, una menzione speciale la merita L’unica cosa…, che segna il ritorno del celebre team creativo di Miles Morales: Spider-Man: Brian Michael Bendis e Sara Pichelli.

Variant cover di Spider-Man/Superman #1 di Sara Pichelli.

Marvel e DC riescono ancora a trasmettere quel ‘sense of wonder’

Se il crossover tra Batman e Deadpool mi aveva decisamente deluso, il team-up tra Superman e Spider-Man è stata una lettura sorprendente.

In un mercato dei comics come quello attuale, dove operazioni di questo tipo solitamente si concentrano più sul risultato economico che sul contenuto, Superman/Spider-Man #1 e Spider-Man/Superman #1 sono due albi intelligenti, realizzati per presentare nelle poche pagine a disposizione le caratteristiche principali e le qualità dei due supereroi protagonisti anche a chi non li conosce, attraverso storie fresche e divertenti.

Sono due speciali in cui Marvel e DC Comics dimostrano di ricordarsi ancora come si trasmette quel “sense of wonder” ai lettori, qualcosa che un tempo era più facile trovare nei loro albi.

E lo fanno affidandosi a grandi autori e artisti che applicano poche semplici regole: conoscenza accurata dei personaggi e passione. E anche un po’ di emozione e responsabilità, perché credo che essere scelti per scrivere o disegnare una storia con protagonisti Superman e Spider-Man sia come arrivare in nazionale per un calciatore: una volta lì, bisogna dare il massimo.

Ed è forse anche questo che rende grandi supereroi come Spider-Man e Superman: eroi in cui ognuno cerca sempre il meglio.

Perché ogni volta che si apre un loro albo, ogni lettore si aspetta di vivere grandi avventure, di volare insieme a Superman o di tessere tele insieme a Spider-Man. O, come capita in questi due speciali, di fare entrambe le cose insieme. Speriamo di non dover attendere altri 50 anni per un altro incontro tra i due!

Superman/Spider-Man #1 arriverà in Italia grazie a Panini Comics il 21 maggio mentre Spider-Man/Superman #1 uscirà a giugno!

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Comics

Comics Legends: intervista a Brian M. Bendis il papà di Miles Morales che ha rivoluzionato i comics

Abbiamo avuto l’onore di avere ai nostri microfoni uno degli autori più influenti dei comics degli ultimi 25 anni: Brian M. Bendis. Il creatore di molti successi tra cui New Avengers, Ultimate Spider-Man e Ultimate Spider-Man: Miles Morales, si è raccontato con moltissimi aneddoti davvero interessanti

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Credo che Brian M. Bendis sia lo scrittore che più mi ha influenzato nel corso della mia vita da lettore di comics americani.

C’è stato un lungo periodo, dall’inizio degli anni 2000 fino circa al 2015, in cui, quando vedevo il nome “Bendis” sulla copertina di un fumetto, sapevo che dovevo leggerlo. E ogni volta rimanevo stupito da ciò che l’autore era riuscito a tirare fuori. All’epoca lo chiamavo “Re Mida Bendis”, perché tutto quello che scriveva era una lettura sbalorditiva.

A partire da Sam & Twitch e Powers sino a New Avengers, Daredevil, Jessica Jones, Ultimate Spider-Man, e il personaggio più importante da lui creato in carriera, Miles Morales, la lista di cose incredibili fatte da Bendis nel campo dei comics è davvero lunga.

Se esiste un Marvel Cinematic Universe lo si deve in gran parte alle sue idee, fonte d’ispirazione per molti film e serie TV, in ultimo Daredevil: Born Again di Disney+.

A mio giudizio, Bendis è stato uno sceneggiatore rivoluzionario all’interno del mercato dei comics, portando a compimento quel cambiamento che ha visto il fumetto supereroistico evolversi in qualcosa di più complesso rispetto a una semplice scazzottata tra uomini in costume e mantello.

Nelle mani di Bendis, i personaggi diventano persone reali, e le scene di dialogo costruite dall’autore sono vere e proprie lezioni di storytelling.

In questo Bendis è un maestro: riesce a rendere interessante qualsiasi argomento decida di affrontare, come scoprirete nell’intervista che segue, realizzata qualche mese fa alla Milan Games Week 2025.

Purtroppo ho avuto modo di fare poche domande allo sceneggiatore, che però è stato davvero esaustivo in ogni risposta e aneddoto. Come gli dico a un certo punto: “Avrei bisogno di tre o quattro giorni per farti tutte le domande che ho in testa”.

Ma il tempo che mi ha dedicato, anche se poco, è stato davvero speciale e spero che i suoi racconti riusciranno a incantare anche voi tanto quanto hanno incantato me durante la nostra chiacchierata.

Prima di lasciarvi alle parole della nuova leggenda dei comics ospite della nostra pagina, un sentito ringraziamento a Mirage Comics, che ha portato Bendis in Italia dopo troppi anni di assenza, e al mio amico Mr. Kent.


Brian Michael Bendis is Back: il successo tra i supereroi Marvel e DC e il recente ritorno alla Casa delle Idee

Grazie Brian per essere qui su PopCorNerd

Brian M. Bendis – Oh, Figurati! Grazie a voi.

Partiamo dalla grande notizia del tuo clamoroso ritorno in Marvel: dopo tanti anni torni alla Casa delle Idee e lo fai con una storia contenuta in Avengers #800.

Brian M. Bendis – Oh Sì!

Quindi cosa significa questo ritorno per te e quali emozioni ti suscita?

Brian M. Bendis – Beh, è una domanda impegnativa. Onestamente, sono stato via per molti anni, quasi otto. E solo perché… essere alla Marvel è un po’ come essere un membro del cast del Saturday Night Live.

Ci penso spesso. Ci sono alcuni lavori nel mondo che sono simili, ma pochissimi paragonabili a essere un creatore di fumetti che lavora per Marvel e DC Comics. Ed è davvero come il Saturday Night Live: persone che lavorano molto duramente per arrivare a quello che è il lavoro dei propri sogni. Ma, sai, anche quando va molto bene, si tratta solo di qualche anno. Non è un lavoro che dura per sempre.

In Marvel è la stessa cosa, davvero, anche se io sono riuscito a restare per tipo 20 anni, giusto? Per tutto il tempo mi chiedevo quando sarei andato via.

Non sai mai quando è il momento giusto per lasciare. Una volta che Miles ha avuto successo, vinto un Oscar e tutto il resto, ho pensato: “Okay, non diventerà più grande di così la cosa”.

E poi, Miles mi aveva aperto così tante porte per provare cose nuove, nel mondo e nel mercato dei graphic novel, che ero davvero emozionato all’idea di provarle.

E qualche mese fa, C.B. Cebulski mi ha chiamato e mi ha detto: “Se sei pronto, abbiamo un paio di cose da proporti”.

E le cose che mi ha proposto, che non abbiamo ancora annunciato, per una di quelle… ho pensato: “Oh no, devo dire sì. Non posso dire di no”. [uno di questi annunci riguarda il ritorno al lavoro con Sara Pichelli su Miles Morales per la breve storia speciale realizzata per Spider-Man/Superman n.d.r.]

una preview: variant cover di Spider-Man/Superman #1 di Sara Pichelli. All’interno una breve storia che la rivede insieme a Brian M. Bendis su Miles Morales (in compagnia dell’Uomo d’Acciaio) dopo molto tempo!

E quello ha aperto la porta ad altre cose, incluso il fatto che mi hanno detto: “Ehi, a proposito, c’è Avengers 800…Che ne dici di te e Bagley?”.

Ho pensato che mi sarebbe piaciuto tantissimo lavorare un’ultima volta con Mark Bagley, perché non avevamo mai avuto una brutta giornata insieme. In Marvel mi hanno ancora detto: “Tu e Mark potete fare quello che volete su Avengers”.

Io ho chiamato Mark e gli ho chiesto se gli andava. Lui, tra l’altro, era appena andato in pensione e non stava più facendo fumetti, ma l’ha interrotta per causa mia.

E lo vedrete. Non mi sto vantando, ma Mark ha veramente ‘spaccato’. È incredibile quello che ha fatto. È stato come: “Ah, ne ho ancora di cose da dire. Guardatemi. Sono ancora bravo, no?”. Ed è stata… un’esperienza incredibile.

Mi hai chiesto delle emozioni. Ho provato un sacco di emozioni, perché all’inizio era tipo: “Ma sì, proviamo”.

Poi l’ho scritta [la storia di Avengers # 800 n.d.r.], e mi sono sentito molto bene.

Controllavo come mi sentivo. Volevo che non fosse solo “Amo questi personaggi”, ma anche “Come mi sento mentre lo faccio?”. E mi stavo divertendo davvero.

Poi Bagley ha iniziato a consegnare le tavole e sono così belle che, nonostante mi avesse detto “Sono in pensione”, ha consegnato il miglior lavoro della sua vita. E riuscivo a vedere nel lavoro quanto significasse anche per lui. E questo mi ha sopraffatto.

Abbiamo finito tutto questa settimana [fine novembre 2025 n.d.r.] e posso dirti che è stata un’esperienza fantastica. Sono entusiasta di averlo fatto. Entusiasta. E ho continuato a monitorarmi: sai, a volte ti chiedi, “Dovrei tornare? Dovrei?”. Non sai mai se è la cosa giusta da fare. Ma se ti fa stare bene, allora è la cosa giusta.

Immagine promozionale della Marvel che annunciava il ritorno di Brian M. Bendis alla Casa delle Idee con Avengers #800

Quindi è anche quasi un ritorno a casa per te?

Brian M. Bendis – Beh, c’è anche l’altra versione, in cui torni al liceo e ti dicono: “Ehi, amico, sei troppo vecchio per stare qui”. Hai paura anche di quello, ma non è esattamente così per i fumetti e i fumettisti. Però sì, è bello. E tutto ciò che mi hanno messo davanti in Marvel è qualcosa che mi piace davvero. E pensavo cose tipo: “Oh sì. Vediamo se riesco a farlo”. È una bella sensazione.

Tornando al tuo lavoro sugli Eroi più Potenti della Terra… Dopo Vendicatori Divisi hai creato diversi team di Avengers, spesso includendo eroi che non avevano mai fatto parte della formazione, come Spider-Man. Quali criteri hai usato per scegliere i membri dei primi New Avengers?

Brian M. Bendis – È stato un momento in cui in realtà non stavo cercando quel lavoro. Ci avevano portato a New York per un ritiro dove c’erano molti scrittori, dozzine di scrittori.

E in uno di questi primi incontri, il publisher Marvel disse: “Ehi, voglio passare in rassegna la lista delle serie e voglio chiedere: perché pubblichiamo questa? Non perché la possediamo. Non è abbastanza. Perché pubblichiamo Iron Man? Stiamo facendo quello che dovremmo fare?”. Passavano in rassegna ogni serie. E noi eravamo lì semplicemente per parlare.

Quando arrivammo agli Avengers, io, Mark Millar e altri dicemmo: “Ehi, perché gli Avengers non sono i più fighi? Perché non sono i più cool del momento?”.

Nessuna offesa per chi lavorava sulla testata, ma all’epoca la formazione era composta da Il Fante di Cuori e She-Hulk… e non la She-Hulk che abbiamo oggi. E io pensavo: “Perché non ci sono Spider-Man e Wolverine?”.

Stavamo parlando ad alta voce, e ho guardato il publisher che aveva proprio i segni dei dollari negli occhi, come in un cartone animato. E alla fine della serata ero lo scrittore degli Avengers. Non stavo nemmeno facendo un pitch [una breve presentazione di un progetto n.d.r.], stavo solo parlando.

Ricordo che quando ho iniziato a lavorarci ho pensato a chi fossero i più fighi dell’Universo Marvel. Ho detto Luke Cage e Spider-Woman, ma il mio capo mi disse: “Avevi detto Spider-Man e Wolverine e loro sono nel team, non mi interessa chi altro metti”.

Allora ho pensato che il mio lavoro non sarebbe stato dimostrare che Wolverine era figo, ma dimostrare che Luke Cage e Spider-Woman lo erano. E così ho creato quel team.

Penso anche che ogni personaggio degli Avengers dovrebbe essere una sorta di tentacolo di una parte dell’universo Marvel, se capisci cosa intendo. Gli Avengers dovrebbero essere un punto centrale, non una realtà secondaria, ma il luogo dove convergono mutanti, supereroi urbani e personaggi cosmici. Quindi ho costruito tutto intorno a quell’idea, incluse le storie e il “franchise” degli Avengers stessi, che aveva sempre almeno un personaggio per cui qualcuno diceva: “Perché questo è qui?”.

E mi interessava anche il dibattito online, che all’epoca era molto diverso da quello di oggi, sul perché Spider-Man dovesse essere un Avenger. Sapevo che la gente avrebbe urlato contro di me su Twitter o qualcosa del genere. E infatti è successo. E ho pensato: “Ve lo dimostrerò con il mio lavoro”.

Ora sono passati decenni e nessuno ricorda più quando Spider-Man non era un Avenger.

I New Avengers di Brian M. Bendis. Spider-Man e Wolverine tra gli Eroi più potenti della Terra

Sì, è incredibile.

Brian M. Bendis – E poi Luke Cage ha avuto la sua serie TV, e l’ho presa come una vittoria personale, anche se non c’entro nulla. [risata n.d.r.]

Tra i vari membri, ho apprezzato molto Ronin

Brian M. Bendis – Oh per Ronin è successa una cosa buffa, perché online ho ricevuto un sacco di… posso imprecare? No? Niente parolacce, ok. La gente era molto arrabbiata con Ronin.

Ronin vs. La Mano

La rivelazione dell’identità di Ronin è tipo… “wow”.

Brian M. Bendis – Erano davvero arrabbiati con me per Ronin. Ho ricevuto un sacco di mail da hater. Poi siamo andati a vedere Avengers: Endgame, e quando Ronin appare, la gente esplode in applausi. Qualcuno mi dà una pacca sulla schiena e dice: “Dai, ora dovete tutti scusarvi per come ci avete trattati dieci anni fa”. È stato divertentissimo.

In Marvel hai scritto praticamente di tutto…

Brian M. Bendis – Era uno dei motivi per cui pensavo di andare via: avevo scritto tutto. Tutto. E ho pensato: “Okay, basta”.

Ma il tuo capolavoro è ovviamente Ultimate Spider-Man.

Brian M. Bendis – Oh, grazie.

Una run senza precedenti, che ha definitivamente rilanciato il personaggio nel Terzo Millennio, aumentando ancor di più il pubblico di Spidey. Ricordi il momento in cui ti fu proposta questa serie?

Brian M. Bendis – Oh sì, certo che me lo ricordo. Perché prima avevo avuto l’incarico per la serie di Daredevil.

Daredevil è stato il primo lavoro che Marvel mi aveva offerto, ed era un fumetto che stavo facendo con David Mack, uno dei miei migliori amici. E per anni avevo cercato di attirare l’attenzione di Marvel e DC, senza riuscirci. Anche dopo aver avuto qualche successo con i miei libri creator-owned, per cui avevo vinto un Eisner [per Powers, n.d.r.], pensavo: “Okay, magari farò il mensile di Darkhawk o qualcosa del genere”.

E invece no. A un certo punto ho accettato il fatto che… non facevo quello che facevano loro. Perché stavo cercando di attirare la loro attenzione? Non facevo quel tipo di fumetti e così ho smesso di pensarci.

Poi Joe [Quesada, n.d.r.] mi ha chiamato e ha detto: “Ehi, vieni a fare Daredevil. Sarebbe un grande aiuto, perché Kevin Smith è in ritardo e ci servono dei numeri”. E io: “Perfetto”.

Ma l’ho scritto con un po’ di rabbia dentro, tipo: “A voi non è mai piaciuto quello che faccio, ora scrivo quello che voglio io, bla bla bla…”. L’ho scritto e l’ho consegnato dicendo: “Se vi piace, bene. Se non vi piace, fa niente”.

Il lunedì successivo Joe mi chiama: “Ehi, stiamo ricominciando Spider-Man da zero. Ti piace Spider-Man?”. E io: “Ma stai scherzando? Cosa?”.

Ricordo che Joe mi chiese di nuovo: “Ti piace Spider-Man?” e io ovviamente gli risposi: “Certo che mi piace Spider-Man”. Quesada mi chiamò nerd, al che io replicai: “Tu sei l’editor-in-chief della Marvel e chiami me nerd perché mi piace Spider-Man?”.

Poi ho scoperto che stavano lavorando a questo progetto da un po’, che c’erano stati altri scrittori, ma che non aveva funzionato. Ho chiesto di vedere cosa avevano fatto gli altri.

E fui davvero grato di questo, perché ho visto errori che avrei commesso anch’io se mi avessero dato la serie senza mostrarmi quelle versioni. È stato un regalo enorme. Non solo ho avuto il lavoro, ma mi hanno anche detto: “Ecco cosa NON fare”. E questo mi ha spinto a provare la versione che poi abbiamo realizzato.

E mentre decidevo quanto spingermi lontano dalle idee originali, Stan Lee, che non sapeva nulla di tutto questo, disse in un’intervista: “Sai, Amazing Fantasy #15 è lungo solo undici pagine perché l’editore non ci credeva per niente. I ragni sono schifosi. Nessuno li vuole. Era praticamente una storia di riserva. Avrei voluto avere sette numeri per raccontare quella storia”.

Allora dovevo raccontare quella storia in sette numeri. È stato quasi come ricevere il permesso da parte dell’universo.

Ho anche capito che Spider-Man non è un personaggio “rotto”. Non devi aggiustarlo. Alcuni lo vedevano così, tipo: “Oh, devo sistemare Spider-Man”. Ma nessuno pensa davvero che Spider-Man sia rotto. Quindi è stata un’esperienza incredibile.

E poi mi hanno messo insieme a Mark Bagley, che abbiamo menzionato prima. Non lo conoscevo: eravamo cresciuti in due mondi completamente diversi. Lui è cresciuto in Georgia, all’interno di un’ottima scuola creativa. Ed è stato un casting intelligente, perché io arrivavo come “nerd di fumetti indipendenti che non sa quali siano le regole”, mentre Mark sapeva perfettamente come funzionava tutto. E proprio nel mezzo tra queste due energie è nata la magia. E ha funzionato per entrambi.

Cover di Ultimate Spider-Man #1

Ho avuto il piacere di intervistare anche Mark Bagley per un’altra rivista e ha detto che inizialmente non voleva tornare a disegnare Spider-Man

Brian M. Bendis – Oh, no! Aveva già fatto una run su Amazing Spider-Man. Un ciclo sostanzioso e aveva già detto quello che doveva dire sul personaggio. Aveva firmato solo per sei numeri di Ultimate Spider-Man. All’inizio doveva essere solo una miniserie.

Ma stavano lavorando così tanto per promuoverla che ho detto: “Ehi, perché non continuiamo?” Stavo solo cercando di tenermi il lavoro.

Se fosse dipeso da me, sarei andato avanti. Se non funziona, ci fermiamo, giusto? Ma se funziona, non sarebbe un peccato aver speso così tanto tempo e fatica solo per sei numeri?

Quindi Mark aveva firmato solo per sei numeri. E avevo sentito tramite la voce di corridoio chi lo avesse convinto a fare il lavoro. Era qualcuno che conoscevamo entrambi e che gli aveva detto “Dovresti farlo, Mark.” Quindi Mark l’ha fatto.

E gli dissi anche: “Mark, non sarà ‘pesante’ a livello di immagini su Spider-Man. Non ci saranno tonnellate di ragnatele. Penso tu sia stufo di disegnarle. Ricorda: Peter non indossa nemmeno il costume fino al quinto numero”.

Così ho potuto esplorare davvero l’altro lato di Mark Bagley, cioè il fatto che sia un incredibile artista dei personaggi: recitazione, piccole sfumature… è pazzesco in questo. E non sempre ha avuto la possibilità di mostrarlo. È anche un artista straordinario di supereroi, quindi gli chiedono sempre il supereroe esplosivo. Ma lui, da solo, con due personaggi che parlano, è incredibile. Quindi sì, è stato fantastico.

Quando è cominciata la nostra collaborazione, dopo aver scritto e disegnato i miei fumetti per così tanto tempo, non sapevo dove finisse la scrittura. Disegnavo cose pensando che quello fosse scrivere. Quindi disegnavo le pagine e le consegnavo a Mark.
Un giorno mi chiama, nel modo più gentile del mondo, con la sua voce da gentleman del Sud (l’hai sentita quando l’hai intervistato, no?)  fa: “Ehi, non farlo. Quello è il mio lavoro.”

E mi sono scusato, ma lui l’ha detto così gentilmente che mi sono sentito in imbarazzo. Sarebbe stato meglio se mi avesse urlato contro! Ha detto: “Ehi fratello, non devi farlo.”

Quindi sì, è stato bello. E mi ha anche aiutato a trovare la mia strada alla Marvel. Ho capito quanto amassi la collaborazione con lui e la magia di quando arrivano le tavole. Ancora oggi è la cosa da cui dipendo di più.

Okay, l’ultima domanda.

Brian M. Bendis – So che sto dando risposte lunghe. È colpa mia [ride n.d.r.].

Mi servirebbero tre o quattro giorni con te per farti tutte le domande che ho [risata n.d.r.]. Okay, questa è l’ultima domanda. Lasciamo da parte Marvel e veniamo al motivo per cui sei qua in Italia alla Milan Games Week. Grazie a Mirage Comics, arriva in Italia Joy Operations, fumetto sci-fi da te scritto e nato sotto la tua etichetta Jinxworld per Dark Horse.

Brian M. Bendis –

Ci puoi dire qualcosa del volume di Joy Operations?

Brian M. Bendis – Be’, sì. Prima mi stavi chiedendo del mio percorso alla Marvel. Nel 2018, quando stavo compiendo 50 anni, mi sono fermato a riflettere. E tra tutte le cose belle che erano successe, e alcune erano davvero fantastiche, pensavo di non aver creato abbastanza cose nuove.
E con questa idea in testa sono partito per un viaggio, collaborando con partner nuovi e vecchi, provando cose di cui non ero sicuro o che non sapevo di poter fare. Solo facendo libri che mi sarebbe piaciuto comprare e che nessun altro stava facendo. Questo è sempre il trucco.

Con Joy Operations, è quasi una risposta al fatto che io sia un po’… irritabile nei confronti della fantascienza. Sono stranamente critico verso quel genere. Nel crime puoi fare qualsiasi cosa: tutto è cool. Ma la fantascienza… se non è esattamente come piace a me, divento molto critico.

Quindi ho pensato: dovrei provare a dire qualcosa di mio sul genere.

E allora è arrivata quest’idea che ribolliva dentro di me: stiamo andando verso un mondo in cui le corporazioni controlleranno grandi porzioni di territorio. Succede già in alcune aree. L’idea di città-stato di proprietà di una compagnia, che ne plasma lo stile di vita, e in cui tu puoi scegliere di vivere… ma una volta entrato, resti lì. Che tipo di società nascerebbe da tutto questo? Era qualcosa che volevo esplorare.

Così abbiamo creato Joy, che è una sorta di “envoy”, una difensora di una di queste città-stato, e partiamo da lì. Ma dal momento in cui si apre il libro, il mondo sta già crollando, e lo scopriamo attraverso quella situazione.

Il co-creatore e disegnatore è Stephen Byrne, che ha fatto Wonder Twins alla DC nella mia linea editoriale Wonder Comics. È un artista e collaboratore meraviglioso. Volevo creare un mondo dove potesse costruire e disegnare e ridisegnare senza limiti. Ha creato un’esperienza incredibile.
È per questo che amo i fumetti: ecco un mondo completamente nuovo, su carta, e l’unico posto in cui puoi vederlo per ora è lì.

Joy l’envoy protagonista di Joy Operations

Bene. Grazie mille, Brian, per aver fatto questa chiacchierata con me. Sono davvero, davvero emozionato di intervistarti perché sei il mio scrittore di comics preferito.

Brian M. Bendis – Oh, grazie mille. Be’, lo dico alle persone che leggeranno questa intervista, magari perché amano Spider-Man: sapete qual è la cosa bella delle fumetterie? Entrate e prendetevi un minuto in più. Comprate qualcosa che non avreste mai comprato. Sorprendete voi stessi.

E ci sono tanti autori di cui amate il lavoro… tipo Jason Aaron che ora sta scrivendo Absolute Superman, ma ha anche un libro che si chiama Once Upon a Time at the End of the World, che è pazzesco.
Quindi, se vi piace un autore, cercate il suo lavoro creator-owned: vi si aprirà un mondo. È un’esperienza incredibile.

Grazie. È stato un enorme piacere.


Brian M. Bendis: Biografia

Brian Michael Bendis (Cleveland, 18 agosto 1967) è un fumettista statunitense, vincitore di cinque Eisner Award. Conosciuto anche con l’acronimo BMB, talvolta firma le sue opere con “BENDIS!”.

Inizia la sua carriera scrivendo e disegnando serie indipendenti di genere crime quali Goldfish, Jinx, Fire e Torso. Queste opere diventano la base su cui viene fondato l’imprint Jinxworld per il quale Bendis realizza le sue opere creator-owned tra cui la serie Powers grazie alla quale vince l’Eisner Award, ottenendo consensi e visibilità.

A cavallo del nuovo millennio diventa uno degli autori più rappresentativi della Marvel Comics di cui rilancia gli Avengers occupandosene per 8 anni sui titoli Avengers, New Avengers, Dark Avengers e Mighty Avengers.

Scrive un celebre ciclo di storie per Daredevil e dal 2012 al 2015 è alle redini delle serie mutanti e poi dei Guardiani della Galassia.

Bendis riveste un ruolo centrale nella creazione dell’Ultimate Universe per il quale realizza la serie Ultimate Spider-Man, albo al quale si dedicherà per più tempo sceneggiandone oltre 200 numeri.

Gli vengono inoltre affidate importanti saghe evento quali Avengers vs X-Men, House of M, Secret War, Secret Invasion, Age of Ultron, Civil War II e Siege. Oltre a gestire diversi personaggi Marvel si dedica anche alle sue opere creator-owned (del Jinxworld) tra cui Cover, lavoro toccante ed estremamente personale insieme al suo amico e collega David Mack.

Il suo lavoro sui supereroi Marvel contribuisce allo sviluppo cross-mediale dei personaggi con i Vendicatori e Iron Man che divengono icone cinematografiche e la sua creazione Jessica Jones che viene trasposta come serie televisiva Netflix.

A fine 2017 annuncia il suo passaggio alla DC Comics, esordisce sulla storica serie Action Comics (con il n. 1000, che è celebrativo) per poi prendere le redini dell’iconico personaggio Superman.*

*bio presente sul sito Mirage Comics
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