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Comics Legends: intervista a Mark Waid, scrittore ‘world’s finest’ di DC e Marvel

Intervista a Mark Waid, prolifico scrittore di comics che su Comics Legends racconta gli ultimi suoi lavori tra cui Superman/Spider-Man e il suo lavoro più ambizioso di sempre: The New History of the DC Universe

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Ci sono scrittori che inseguono per una vita il sogno di raccontare le storie degli eroi di Marvel e DC Comics. C’è, poi chi, una volta arrivato, continua a sognare di scrivere un giorno le serie con protagonisti eroi iconici come Superman, Spider-Man, Batman, Daredevil.

E poi c’è una ristretta categoria a parte di autori, fatta di fuoriclasse dello storytelling, tra cui rientra Mark Waid.

Lo scrittore statunitense non solo ha lavorato per la Casa delle Idee e, attualmente, è uno dei pilastri della DC Comics, ma ha davvero (davvero!) scritto le avventure di ogni eroe blasonato delle Big Two. Senza sbagliare un colpo.

Il leggendario ciclo sul Flash di Wally West, Kingdom Come, il Capitan America pre e post Heroes Reborn, il Daredevil con Chris Samnee, Paolo Rivera e Marcos Martin, la sua incredibile run sulla Justice League di fine anni ’90, e così via.

Sono talmente tante le pagine scritte da Mark che se ne perde il conto. Così come si perde il conto di quante belle storie sta sfornando da qualche anno a questa parte per DC Comics, soprattutto quando si tratta di narrare le epopee di Cavalieri Oscuri e Uomini d’Acciaio.

Mark Waid è uno stakanovista dei comics e la grossa qualità che gli viene riconosciuta è l’importante conoscenza degli eroi e degli universi che contribuisce a rendere sempre più… fantastici.

DC ultimamente gli ha consegnato, le chiavi di Action Comics,Justice League Unlimited e Batman/Superman: World’s Finest, ma gli ha dato anche il compito di scrivere il più grande crossover degli ultimi 50 anni: Superman/Spider-Man.

E non affidi una storia così, se di fronte non hai una vera e propria Leggenda dei Comics.

Preparatevi a un’intervista epocale (con qualche anticipazione importante sul futuro) da parte di Mark Waid: un world’s finest tra gli scrittori di comics.


Mark Waid: lo scrittore dei due universi tra Superman/Spider-Man, Action Comics, The New History of the DC Universe e…

Grazie mille, Mark, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina ospitare uno scrittore internazionale di comics, così importante come te.

Iniziamo con il tuo recente lavoro su Action Comics. Superman è uno dei personaggi DC a cui sei più legato dal punto di vista creativo, e uno di quelli di cui hai raccontato più storie nel corso degli anni. Eppure, sembra che tu abbia ancora molto da dire sull’Uomo d’Acciaio, soprattutto per quanto riguarda il suo passato.

Con Action Comics #1087 hai iniziato a raccontare una “storia mai narrata” di Superboy e del primo periodo in cui Clark Kent decide di rivelarsi pubblicamente al mondo. Cosa ti ha spinto a esplorare un altro capitolo della giovinezza di Clark? E cosa ti affascina di più di quel periodo specifico e della figura di Superboy?

Mark Waid – Se Clark assume il ruolo di Superman da adulto, non c’è molto spazio perché impari qualcosa: un Superman adulto non ha il lusso di poter commettere grandi errori da cui trarre insegnamento. Come Superboy quindicenne, praticamente confinato a Smallville, c’è invece l’opportunità di vederlo davvero imparare cosa significhi diventare un eroe, perché può sbagliare come farebbe qualsiasi adolescente.

Inoltre, questo ci dà la possibilità di mostrare, anziché semplicemente raccontare, quanto Ma e Pa Kent abbiano saputo insegnare a Clark i suoi valori, e in che modo lo abbiano fatto.

L’attuale run di Action Comics può essere vista come una sorta di espansione o evoluzione della tua opera classica, Superman: Birthright, questa volta pienamente sviluppata e inserita nella continuity canonica DC?

Mark Waid – Al 100%.

Spostandoci da Metropolis a Gotham City, Batman & Robin: Year One è già considerato una sorta di cult moderno e ti vede ancora una volta esplorare le origini del rapporto tra Bruce Wayne e Dick Grayson. La serie di dodici numeri, realizzata insieme a Chris Samnee, possiede un’identità visiva che richiama fortemente la Golden Age e che si sposa perfettamente con il tono della storia.

Quanto è stata importante la collaborazione con Chris Samnee nello sviluppo, nella crescita e nell’identità finale di questo progetto, soprattutto considerando i vostri precedenti lavori insieme su Daredevil e Captain America alla Marvel?

Mark Waid – Non avrei potuto (e probabilmente nemmeno voluto) farlo senza Chris, che è il vero cuore pulsante di quel fumetto e del suo prossimo sequel, DYNAMIC DUOS. (Sì, torneremo per un’altra run di 12 numeri!) [La nuova maxi-serie è stata annunciata il 20 maggio sui social da Samnee n.d.r.]

È il progetto dei suoi sogni, ed è profondamente legato alla sua visione di come questi personaggi debbano apparire e del punto della loro carriera in cui si svolgono le avventure. Lui è un treno ad alta velocità e io sto semplicemente cercando di restare aggrappato.

Batman & Robin: Year One… pronti al suo sequel Dynamic Duos?

Parliamo di uno dei tuoi progetti più attesi del 2026, sbarcato finalmente anche in Italia: il crossover che riunisce due icone assolute del fumetto americano dopo cinquant’anni: Superman e Spider-Man. Hai scritto l’albo speciale per DC Comics, con i disegni di Jorge Jiménez.

Sono entrambi eroi amatissimi, entrambi vestono di rosso e blu e condividono un fortissimo senso di responsabilità. È stato difficile trovare il giusto equilibrio narrativo tra i due? Puoi raccontarci qualche retroscena sulla realizzazione di questo albo evento, attesissimo dai fan di entrambe le case editrici?

Mark Waid – Per me non è stato difficile affatto: adoro entrambi i personaggi e penso di essere piuttosto bravo a catturare le loro voci in modo naturale e spontaneo. La vera difficoltà è stata cercare di far stare tutto in appena 24 pagine! Dietro le quinte, vorrei avere storie più interessanti da raccontare, ma in realtà non ce ne sono molte: avendo una lunga esperienza nella scrittura di entrambi i personaggi, sia Marvel che DC mi hanno praticamente lasciato totale libertà, con pochissime note o restrizioni, cosa di cui sono molto grato.

Con The New History of the DC Universe ti sei trovato a raccontare l’intera storia dell’universo DC, dalle origini fino al presente, in poco più di 120 pagine distribuite in quattro numeri. Un’impresa che era già stata affrontata nel 1986 da due giganti del fumetto come Marv Wolfman e George Pérez.

Oltre ai circa quarant’anni di nuove storie che dovevano essere incluse, cosa vuole aggiungere questa nuova versione rispetto all’opera originale di Wolfman e Pérez? Lo spirito del progetto è rimasto lo stesso o si è evoluto nel tempo?

Mark Waid – Lo spirito è rimasto lo stesso, ma il fumetto è stato, su mia richiesta, molto più dettagliato fin dall’inizio. Amo ciò che Marv e George fecero, ma la loro era una visione molto più ampia e generale dell’universo DC, più sommaria e senza l’ulteriore peso di dover rendere conto di altri quarant’anni di crossover, reboot e storie che hanno stravolto la continuity.

Se dovevo fare questa cosa, volevo farla nel modo giusto ed entrare davvero nei particolari, ed è per questo che abbiamo realizzato le Appendici. In realtà, ho iniziato proprio da quelle, per poi estrarre i momenti più importanti da utilizzare nella sezione illustrata: questo mi ha aiutato a essere sicuro di non trascurare accidentalmente qualcosa o qualcuno. Naturalmente, questo ha significato anche un enorme lavoro di taglio e revisione: la prima bozza della prima Appendice era, incredibilmente, lunga circa 40 pagine dattiloscritte a spazio singolo!

Mark Waid ri-scrive la storia dell’Universo DC

 

Qual è stata la sfida più grande nel creare un’opera che attraversa più di ottant’anni di storia editoriale DC? Immagino sia stato un processo estremamente complesso e intenso, fatto di enormi ricerche, approfondimenti e di una profonda conoscenza personale del materiale. The New History of the DC Universe è il progetto più ambizioso e impegnativo che tu abbia mai affrontato per DC Comics?

Mark Waid – Assolutamente sì. Ma è stato anche un enorme lavoro d’amore, il genere di cosa che probabilmente avrei voluto fare anche da semplice fan di lunga data. Le parti più complicate sono state scegliere quali personaggi ed eventi mettere in evidenza, soprattutto nell’ultimo numero, dove c’era davvero tantissimo da coprire. Inoltre, con l’aiuto dei miei editor, ho dovuto fare alcune scelte interessanti per cercare di ricucire il più possibile la continuity.

Per esempio, questo ha significato aggiungere informazioni mai menzionate prima: sebbene l’origine più recente della Justice League dei tempi dei New 52 sia ora quella “ufficiale”, Cyborg era rimasto così gravemente ferito durante quell’avventura da essere fuori gioco fino alla nascita dei New Teen Titans. In questo modo poteva far parte di entrambe le squadre.

Un altro esempio riguarda Supergirl: volevamo riconoscere la sua morte in Crisis on Infinite Earths, ma allo stesso tempo spiegare il fatto che oggi sia di nuovo viva. Così abbiamo preso solo alcune parti della origin story di Supergirl di Jeph Loeb, quella in cui veniva reintrodotta come se non fosse mai esistita prima.

In quella storia Darkseid aveva un ruolo importante, quindi abbiamo unito le due continuity dicendo che fosse stato Darkseid a resuscitarla.

Non è la prima volta che lavori a un progetto “enciclopedico” di questo tipo: qualche anno fa hai raccontato l’evoluzione dell’universo Marvel in The History of the Marvel Universe. Il tuo metodo e il tuo approccio generale furono simili anche in quel caso, oppure The New History of the DC Universe ha richiesto una mentalità e una struttura differenti?

Mark Waid – Per quanto riguarda la “voce” che ho adottato come narratore onnisciente, l’approccio è stato molto simile. Ma nel progetto Marvel l’editor Tom Brevoort aveva già un team di ricerca che poteva fornirmi una traccia molto essenziale degli eventi da coprire. Restava comunque compito mio capire quando e come introdurre i vari personaggi e come spiegare quegli eventi. C’è però una grande differenza tra i due progetti: con la storia DC ho lavorato duramente per inserire in ogni numero informazioni completamente nuove, piccoli “easter egg” che potessero interessare anche i fan più accaniti.

Cover di The History of the Marvel Universe #1

Spostiamoci per un momento in casa Marvel. Negli anni precedenti al 2011, quando hai preso in mano la serie, Daredevil era stato scritto da autori come Brian Michael Bendis ed Ed Brubaker che, diciamolo chiaramente, avevano puntato moltissimo su un tono estremamente cupo per il Diavolo Custode. Poi sei arrivato tu e, insieme a Chris Samnee, siete riusciti a riportare Matt Murdock in una dimensione più “leggera”, mantenendo comunque un livello narrativo altissimo e tenendo i lettori completamente coinvolti (me compreso).

Come ci siete riusciti? Qual è stato il tuo approccio creativo quando hai iniziato a scrivere Daredevil, e quale linea guida ha sostenuto la tua run per quattro anni? P.S.: Dai, quel maglione natalizio con scritto “I’m not Daredevil” è leggendario! [Domanda di Rossano D’Angelo n.d.r.]

Mark Waid – Vorrei prendermi il merito del maglione, ma quella era una battuta dell’editor Steve Wacker. (Così come la frase “Guarda mamma! È Batman rosso!”, che ci fecero togliere dalle edizioni raccolte.)

Quando Steve mi contattò, lavoravamo insieme da abbastanza tempo alla DC perché lui conoscesse i miei punti di forza. Sapeva anche che la Marvel era interessata, almeno per un periodo, a riportare Daredevil alle sue radici da supereroe e a renderlo meno un fumetto crime noir. Era perfetto per me: adoravo gli elementi noir e l’oscurità della serie, ma non sono il tipo di autore che riesce a scrivere bene quel genere di cose. Inoltre, mi sembrava che praticamente tutti quelli che avevano scritto Daredevil a lungo dopo che Frank Miller aveva reinventato il personaggio stessero seguendo le sue orme, e questo non mi interessava. Mi sembrava un limite: nel migliore dei casi sarei stato semplicemente “non bravo quanto Frank”.

Mi irrita ancora un po’ quando alcuni lettori definiscono la nostra versione “sciocca” o “cartoonesca”. Era comunque una serie molto oscura, accidenti. Basta rileggerla. Foggy ha il cancro. Il corpo del padre di Matt viene rubato. Daredevil trova una stanza piena di teste mozzate. E così via. A Matt succedevano le stesse cose orribili di prima: l’unica differenza era nel modo in cui sceglieva di affrontarle.

Il principio guida, il tema portante di tutta la run, è sempre stato la depressione. Non ho un ego così grande da voler trasformare personaggi consolidati in versioni di me stesso, quindi cerco sempre di non inserire troppo di me nelle storie. Però, essendo una persona che convive con una forte depressione da tutta la vita, per me era evidente che, se fossi stato un medico, quella sarebbe stata la diagnosi di Matt Murdock. Così, soprattutto nella seconda metà della run, quell’aspetto è emerso in primo piano e ho attinto molto dalle mie esperienze personali: mi ha aiutato a comprendere Daredevil in un modo che non avevo mai considerato prima.

Scrivi supereroi DC e Marvel da molti anni. Col tempo una persona cresce, matura, cambia prospettive e impara dalle proprie esperienze, e credo che tutto questo finisca inevitabilmente nel proprio lavoro creativo. Pensi che il tuo approccio nello scrivere personaggi come Superman, Batman e Capitan America, così come il tuo modo di affrontare nuove storie che li coinvolgono, sia cambiato nel corso degli anni e delle diverse fasi della tua vita?

Mark Waid – Non so davvero se sia cambiato. Alla fine tutto si riduce al rapporto molto speciale e unico che ho con questi personaggi: penso a loro e fanno parte della mia vita da quando avevo quattro anni. Mi sembra di conoscerli meglio della mia stessa famiglia o dei miei amici più stretti, e anche se la mia vita ha attraversato fasi molto diverse, alla fine scrivere fumetti è una gioia così costante per me che quelle fasi non emergono davvero, o almeno non emergevano.

Per essere brutalmente onesto, ultimamente sto facendo un po’ fatica a scrivere supereroi. Ho sempre creduto che il bene fosse più forte della forza stessa e che i valori e l’etica di questi personaggi fossero qualcosa a cui aspirare, ma dal 2016 ampie fasce dei miei concittadini americani hanno dimostrato ripetutamente di considerare quei valori stupidi e deboli. Siamo diventati una nazione di bulli, in cui i cattivi hanno, almeno per ora, vinto.

Sapere questo rende difficile, a volte, alzarsi la mattina e trovare l’ottimismo necessario per scrivere supereroi. Ma continuo a resistere finché posso, sperando che questo Paese riesca in qualche modo a ritrovare la propria strada.

Ultima domanda: dopo Superman/Spider-Man, puoi darci qualche indizio su dove ti vedremo prossimamente?

Mark WaidBatman & Robin: Year One Dynamic Duos! E oltre a quello, per il momento resto concentrato su Justice League Unlimited, Action Comics e World’s Finest. Lavoro senza sosta da quasi due anni e, anche se ci sono altri progetti che non vedo l’ora di affrontare, in questo momento voglio solo rilassarmi un po’.

Grazie mille, Mark, per il tuo tempo e per aver risposto alle nostre domande con le tue incredibili risposte!


Mark Waid: Biografia

Mark Waid è un autore bestseller del New York Times, le cui opere sono state tradotte in innumerevoli lingue in tutto il mondo. Nel corso dei suoi quasi quarant’anni di carriera nel settore dei fumetti, Mark ha creato personaggi e storie per Batman, Superman, Spider-Man, gli Avengers, gli X-Men, Iron Man, Wonder Woman, Daredevil e praticamente ogni altro franchise di successo su tutte le piattaforme mediatiche.

Kingdom Come, da lui creato per la DC Comics, è diventato uno dei graphic novel più venduti della storia. Molte delle trame e dei personaggi che ha scritto e creato durante i suoi otto anni di lavoro sui fumetti di The Flash sono presenti ogni settimana nell’omonima serie televisiva di successo. Ha scritto e curato oltre 2.000 titoli a fumetti e ha ricevuto tutti i principali premi del settore.

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Hyde Street Vol. 1: l’incubo di Geoff Johns arriva in Italia

Mirage Comics ha portato in Italia il primo volume di Hyde Street, l’opera di Geoff Johns e Ivan Reis creata per l’etichetta Ghost Machine

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Una strada che compare soltanto quando la vita sta per cambiare. Un luogo abitato da misteriosi custodi, dove ogni scelta può costare l’anima. È da questa inquietante premessa che prende forma Hyde Street, la nuova serie horror di Geoff Johns pubblicata in Italia da Mirage Comics.

Con Hyde Street Vol. 1, Mirage Comics porta in Italia una delle serie più enigmatiche nate sotto l’etichetta Ghost Machine, il progetto editoriale fondato da Geoff Johns insieme ad alcuni dei più apprezzati autori del fumetto americano contemporaneo. Dopo aver inaugurato il proprio universo narrativo con opere appartenenti a generi diversi, Ghost Machine apre le porte al soprannaturale e all’horror, affidando proprio a Johns il compito di dare vita a una storia capace di coniugare tensione psicologica, mistero e allegoria.

Pur condividendo lo stesso universo editoriale delle altre pubblicazioni Ghost Machine, Hyde Street racconta una vicenda completamente autonoma e rappresenta un ottimo punto di partenza anche per chi si avvicina per la prima volta a questo nuovo progetto. Il primo volume non si limita infatti a introdurre nuovi personaggi, ma costruisce un luogo affascinante e inquietante, dove ogni strada percorsa sembra condurre a una domanda anziché a una risposta.

Una strada, mille destini

Hyde Street Vol. 1 introduce il lettore in un luogo che sembra esistere ai margini della realtà, una strada che compare soltanto davanti a persone giunte a un momento decisivo della propria esistenza. Non esiste una spiegazione immediata del perché ciò accada: Geoff Johns preferisce accompagnare il lettore nella scoperta di questo universo attraverso una narrazione che procede per piccoli tasselli, lasciando che siano gli eventi e i dialoghi a suggerire il funzionamento della strada.

Il volume adotta una struttura episodica, nella quale ogni capitolo segue personaggi diversi e racconta una nuova vicenda. Sebbene ogni storia abbia una propria identità, tutte contribuiscono ad ampliare la mitologia di Hyde Street. I visitatori cambiano, ma la strada rimane immutabile, così come i suoi enigmatici residenti, che osservano l’arrivo dei nuovi ospiti e li accompagnano lungo un percorso destinato a mettere alla prova le loro convinzioni e le loro fragilità.

La scelta di Geoff Johns è quella di costruire il mistero gradualmente. Ogni episodio offre qualche indizio in più sul funzionamento della strada, sul contratto che lega i suoi abitanti e sulle misteriose 10.000 anime, ma evita accuratamente di fornire risposte definitive. Il lettore viene così coinvolto in un’indagine continua, nella quale ogni rivelazione apre nuovi interrogativi anziché chiudere quelli precedenti.

L’elemento più interessante della narrazione è il modo in cui l’horror nasce dalle persone più che dagli eventi soprannaturali. Hyde Street diventa il luogo in cui i protagonisti sono costretti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, con i propri rimorsi e con desideri che credevano di poter controllare. Il soprannaturale non sostituisce il dramma umano, ma lo amplifica, trasformando ogni storia in una riflessione sul confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Pur raccontando vicende diverse, il primo volume mantiene una forte coesione narrativa grazie alla presenza costante della strada e dei suoi custodi, che rappresentano il filo conduttore dell’intera opera. Più che concludere una storia, Hyde Street Vol. 1 pone le basi di un universo narrativo ricco di potenzialità, invitando il lettore a proseguire l’esplorazione di un luogo dove ogni risposta sembra nascondere un nuovo mistero.

Custodi di un luogo senza tempo

Se Hyde Street è il cuore della serie, i suoi veri protagonisti sono gli enigmatici residenti che la abitano. Geoff Johns li introduce poco alla volta, evitando di raccontarne l’origine o di spiegare quale sia il loro ruolo all’interno delle regole che governano la strada. Il lettore li osserva mentre accolgono i nuovi visitatori, li mettono alla prova e sembrano perseguire un obiettivo comune, ma il loro passato e la loro vera natura rimangono volutamente avvolti nel mistero. È proprio questa scelta narrativa a renderli uno degli elementi più affascinanti del volume. Tra loro spicca senza dubbio Pranky, il personaggio che diventa immediatamente il volto di Hyde Street. Il suo aspetto da giovane boy scout contrasta con l’inquietudine che trasmette fin dalla prima apparizione, trasformandolo in una presenza tanto carismatica quanto imprevedibile. Geoff Johns gioca continuamente sul contrasto tra l’immagine rassicurante dell’uniforme scout e il comportamento del personaggio, che sembra muoversi con assoluta naturalezza in un luogo governato da regole incomprensibili. Pranky è spesso il primo a entrare in contatto con i visitatori, quasi fosse il loro “benvenuto” nella strada. Non agisce come un antagonista tradizionale, ma come una figura che osserva, provoca e accompagna gli eventi, lasciando che siano le persone a compiere le proprie scelte. È una presenza che incarna perfettamente il tono della serie: ironica, disturbante e impossibile da decifrare fino in fondo.

Se Pranky rappresenta il volto più dinamico e imprevedibile della strada, Mister X-Ray ne incarna invece il lato più enigmatico. Le sue apparizioni sono più misurate e il suo comportamento è distante, quasi imperscrutabile. Johns non gli dedica lunghe spiegazioni, ma costruisce il personaggio attraverso pochi dialoghi e una presenza scenica capace di trasmettere autorevolezza e mistero. Ogni volta che entra in scena si ha la sensazione che conosca molto più di quanto scelga di rivelare, contribuendo ad aumentare il fascino dell’universo narrativo anziché spiegarlo. È un personaggio che sembra osservare il funzionamento della strada con consapevolezza, pur rimanendo anch’egli vincolato alle regole che governano Hyde Street.

A rendere memorabili entrambi i personaggi contribuisce in maniera decisiva il lavoro di Ivan Reis. Pranky e Mister X-Ray possiedono silhouette immediatamente riconoscibili e un design capace di rifletterne la personalità ancora prima che parlino. Il primo colpisce per il contrasto tra l’aspetto innocente e il comportamento ambiguo, mentre il secondo trasmette inquietudine attraverso una presenza silenziosa e quasi spettrale. Insieme rappresentano le due anime di Hyde Street: una più giocosa e provocatoria, l’altra più austera e misteriosa. Pur rivelando pochissimo sul loro conto, Geoff Johns riesce a trasformarli nei principali punti di riferimento del lettore, alimentando la curiosità su ciò che ancora rimane nascosto dietro le porte della strada.

Perché proprio Hyde Street?

Uno dei primi interrogativi che Geoff Johns pone al lettore riguarda proprio il modo in cui le persone giungono a Hyde Street. Il fumetto non offre una spiegazione e questo contribuisce ad alimentare il fascino della serie. Fin dalle prime pagine, però, emerge un elemento comune: chi percorre quella strada non lo fa per caso. I visitatori arrivano in un momento cruciale della propria esistenza, quando il peso delle loro scelte, dei rimorsi o dei desideri più profondi sembra aver raggiunto un punto di non ritorno.

Hyde Street appare così come un luogo che si manifesta soltanto a chi si trova in una condizione di profonda vulnerabilità. Non importa che si tratti di senso di colpa, rabbia, avidità, disperazione o desiderio di rivalsa: la strada sembra attirare individui che stanno affrontando un conflitto interiore, trasformando quella crisi personale nel punto di partenza di un’esperienza destinata a cambiare la loro vita.

Il primo volume suggerisce inoltre che i residenti della strada non siano coloro che scelgono i visitatori. Al contrario, sembrano limitarsi ad accoglierli e ad agire secondo regole che li vincolano tanto quanto vincolano chi arriva a Hyde Street. È un dettaglio importante, perché contribuisce a rafforzare l’idea che la strada sia qualcosa di più di un semplice scenario: una presenza misteriosa, dotata di una volontà che i suoi stessi abitanti sembrano non poter controllare.

Una volta giunti a Hyde Street, i protagonisti non vengono giudicati né condannati automaticamente. I residenti li osservano, li provocano e li accompagnano lungo un percorso che li costringe a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro decisioni. Geoff Johns costruisce così un horror in cui il soprannaturale non sostituisce il libero arbitrio, ma lo mette continuamente alla prova. Sono le scelte dei personaggi, più che gli eventi che li circondano, a determinare l’esito delle loro vicende.

È proprio questa ambiguità a rendere Hyde Street un luogo tanto affascinante quanto inquietante. La strada non appare come una semplice trappola o come un regno della dannazione, ma come un crocevia dove ogni visitatore è chiamato a rivelare la propria vera natura. Più che offrire una condanna o una salvezza, Hyde Street sembra mettere ogni individuo di fronte a sé stesso, trasformando l’orrore in una riflessione sulle debolezze e sulle contraddizioni dell’animo umano.

Il patto delle 10.000 anime

Tra gli elementi che più alimentano il fascino del racconto, c’è il misterioso contratto che lega gli abitanti della strada al loro destino. Geoff Johns introduce questo concetto con estrema gradualità, evitando di spiegarne l’origine o il funzionamento nel dettaglio. Il lettore comprende però fin dalle prime pagine che si tratta della regola fondamentale su cui si regge l’intero universo narrativo: i residenti di Hyde Street sono vincolati a un patto dal quale sembrano poter essere liberati soltanto raggiungendo un obiettivo preciso, la raccolta di 10.000 anime.

Il volume non chiarisce cosa rappresentino realmente queste anime né quale sia il significato della ricompensa promessa al termine del percorso. Proprio questa mancanza di risposte rende il contratto uno degli aspetti più intriganti della serie. Più che un semplice espediente narrativo, diventa il motore che orienta le azioni dei residenti, influenzandone il comportamento nei confronti dei visitatori e lasciando intuire che ogni incontro abbia un peso all’interno di un disegno molto più ampio.

Un altro elemento interessante è il modo in cui Geoff Johns tratta il concetto stesso di “contratto”. Nel volume non viene presentato come un patto liberamente accettato, ma come una condizione dalla quale gli abitanti della strada sembrano incapaci di sottrarsi. Questo dettaglio modifica la percezione dei personaggi: più che semplici artefici della sorte altrui, appaiono anch’essi prigionieri di un sistema di regole che devono rispettare. Il confine tra carnefici e vittime si fa così più sfumato, contribuendo ad aumentare la complessità morale dell’opera.

Anche il numero delle 10.000 anime assume un forte valore simbolico. La cifra appare volutamente irraggiungibile, quasi a suggerire un obiettivo destinato a protrarsi nel tempo e a trasformare Hyde Street in un luogo sospeso, dove ogni nuovo visitatore rappresenta una possibilità, ma mai una certezza. Geoff Johns non si sofferma sul significato numerico di questo traguardo, preferendo utilizzarlo come un costante elemento di tensione narrativa che accompagna il lettore per tutta la durata del volume.

Più che offrire spiegazioni, Hyde Street Vol. 1 utilizza il contratto e le 10.000 anime per alimentare il mistero che avvolge la strada. Sono domande ancora prive di risposta, ma proprio per questo rappresentano uno dei motivi principali che spingono a proseguire la lettura. Dietro quel patto, infatti, si intravede un qualcosa di molto più ampio, del quale il primo volume sceglie consapevolmente di mostrare soltanto la superficie.

Lo specchio dell'animo umano

Al di là del mistero che avvolge la strada e i suoi abitanti, Hyde Street Vol. 1 utilizza il soprannaturale come strumento per raccontare la complessità dell’animo umano. Geoff Johns costruisce un horror che non punta principalmente sul mostruoso o sull’effetto sorpresa, ma sulle emozioni e sui conflitti interiori dei suoi protagonisti. Ogni visitatore arriva a Hyde Street portando con sé un peso invisibile: un rimorso, un desiderio incontrollabile, una paura, un’ossessione o una scelta destinata ad avere conseguenze profonde. È da queste fragilità che prende forma il vero cuore del racconto.

La strada diventa così uno spazio simbolico, un luogo dove ciò che normalmente rimane nascosto dentro una persona emerge con forza. Hyde Street non sembra creare il male né trasformare i suoi visitatori in qualcosa di diverso da ciò che sono. Al contrario, mette a nudo la loro natura costringendoli a confrontarsi con sentimenti che fino a quel momento avevano cercato di reprimere o ignorare. Il soprannaturale diventa quindi un mezzo narrativo attraverso cui Geoff Johns esplora il libero arbitrio, la responsabilità delle proprie azioni e il prezzo delle decisioni più difficili.

Anche i residenti della strada sembrano partecipare a questa costruzione allegorica. Pur senza conoscere la loro origine o il loro vero scopo, il primo volume suggerisce che ciascuno di essi rappresenti un diverso modo di mettere alla prova i visitatori. Più che semplici antagonisti, assumono il ruolo di figure che accompagnano, osservano e, in alcuni casi, alimentano le debolezze delle persone che incontrano. Non esprimono giudizi morali né impongono un destino prestabilito: lasciano che siano gli esseri umani a compiere le proprie scelte, rendendoli gli unici veri responsabili delle conseguenze.

È proprio questa impostazione a distinguere Hyde Street da molti horror contemporanei. Il centro della narrazione non è la minaccia rappresentata dai suoi abitanti, ma il modo in cui ogni individuo reagisce quando viene posto davanti ai propri limiti. Geoff Johns sembra suggerire che il male non sia qualcosa di esterno all’uomo, bensì una possibilità sempre presente, pronta a emergere quando paure, ambizioni o desideri prendono il sopravvento. In questa prospettiva, Hyde Street diventa molto più di una semplice ambientazione: è uno specchio delle coscienze, un luogo dove ogni incontro costringe i protagonisti – e indirettamente anche il lettore – a interrogarsi su quanto sia sottile il confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Geoff Johns riscopre l'horror psicologico

Nel corso della sua carriera Geoff Johns si è affermato come uno degli sceneggiatori più influenti del fumetto americano moderno, contribuendo a rilanciare personaggi iconici come Lanterna Verde, Flash e Aquaman. Le sue storie sono spesso caratterizzate da una grande attenzione alla costruzione del mondo narrativo, alla caratterizzazione dei personaggi e alla capacità di recuperare la tradizione del fumetto supereroistico per reinterpretarla in chiave moderna.

Con Hyde Street, però, Johns sceglie di esplorare un territorio differente. Pur mantenendo la stessa cura nella costruzione, qui mette da parte l’azione spettacolare per concentrarsi sull’atmosfera e sulla tensione psicologica. Il ritmo della narrazione è più misurato, le spiegazioni vengono dosate con estrema attenzione e il lettore è chiamato a ricostruire il funzionamento della strada attraverso piccoli indizi disseminati nel corso della lettura.

Il primo volume dimostra come Johns preferisca alimentare la curiosità anziché soddisfarla immediatamente. Ogni capitolo amplia il mondo di Hyde Street senza svelarne completamente le regole, facendo del mistero il vero motore della narrazione. È una scelta che distingue la serie da gran parte della sua produzione supereroistica e che conferma la versatilità dell’autore, capace di adattare il proprio stile a un horror in cui la suspense nasce più dalle domande irrisolte che dagli eventi soprannaturali.

Ivan Reis: un horror raccontato attraverso le immagini

Nel panorama del fumetto americano, Ivan Reis è considerato uno dei disegnatori più autorevoli della sua generazione. Il suo tratto realistico e la straordinaria cura per anatomie, ambientazioni e composizione della tavola lo hanno reso uno degli artisti simbolo della DC Comics, dove ha illustrato serie di grande successo come Lanterna Verde – proprio insieme a Geoff Johns – Aquaman, Justice League e numerosi eventi editoriali. Un percorso che lo ha consacrato come interprete ideale del fumetto supereroistico moderno, fatto di scene spettacolari e personaggi iconici.

Con Hyde Street, Reis dimostra però quanto il suo talento vada oltre il genere supereroistico. L’azione lascia spazio all’atmosfera, e la spettacolarità viene sostituita da una regia più misurata, costruita per alimentare il mistero e la tensione. Ogni tavola accompagna il lettore all’interno della strada con inquadrature studiate, prospettive che accentuano il senso di smarrimento e un uso sapiente dei silenzi, nei quali spesso sono le immagini a raccontare più delle parole.

Uno degli aspetti più riusciti del suo lavoro è la caratterizzazione visiva dei residenti di Hyde Street. Personaggi come Pranky e Mister X-Ray possiedono connotazioni immediatamente riconoscibili e un design capace di trasmetterne la personalità fin dal primo sguardo. Reis non ricerca il mostruoso fine a sé stesso, ma costruisce figure disturbanti attraverso piccoli dettagli: uno sguardo, un’espressione, una postura o il modo in cui occupano lo spazio della vignetta. È un approccio che rende ogni apparizione memorabile e contribuisce a rafforzare il senso di inquietudine che permea l’intero volume.

Anche l‘ambientazione assume un ruolo fondamentale. Hyde Street non è soltanto lo scenario della vicenda, ma un luogo vivo, ricco di dettagli e costantemente avvolto da un’atmosfera sospesa. Gli edifici, i vicoli e gli interni sembrano raccontare una storia ancora prima dell’arrivo dei protagonisti, trasformando la strada in un vero e proprio personaggio del fumetto.

A completare il comparto grafico interviene il lavoro di Brad Anderson, le cui tonalità fredde, i contrasti marcati e il sapiente utilizzo delle ombre amplificano il senso di mistero e di inquietudine. L’intesa tra disegni e colori è tale che diventa difficile immaginare Hyde Street con un’identità visiva diversa: ogni tavola contribuisce a costruire un horror che non punta sugli eccessi, ma sulla capacità di creare un’atmosfera costante e coinvolgente, nella quale il lettore ha la sensazione che dietro ogni angolo possa nascondersi un nuovo segreto.

Vale la pena leggere Hyde Street Vol. 1?

Hyde Street Vol. 1 è una lettura consigliata a chi cerca un horror capace di andare oltre il semplice spavento. Geoff Johns costruisce un racconto in cui il mistero, l’atmosfera e la riflessione sull’animo umano assumono un ruolo centrale, preferendo suggerire piuttosto che spiegare. Attraverso una narrazione episodica, il volume introduce gradualmente il lettore a un universo popolato da personaggi enigmatici, regole solo parzialmente svelate e interrogativi destinati ad alimentare la curiosità. Domande come chi siano realmente i residenti di Hyde Street, quale sia l’origine del contratto che li lega alla strada e cosa rappresentino davvero le 10.000 anime rimangono volutamente aperte, trasformando ogni capitolo in un tassello di una mitologia ancora tutta da scoprire.

A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente contribuisce il comparto grafico di Ivan Reis e Brad Anderson, capace di dare forma a un mondo ricco di atmosfera, tensione e immagini destinate a rimanere impresse. Ma il vero punto di forza del volume è la capacità di incuriosire senza svelare troppo: Geoff Johns costruisce solide fondamenta narrative, presenta personaggi memorabili e lascia intuire un universo molto più ampio di quello mostrato in queste prime pagine.

Più che raccontare una storia conclusa, Hyde Street Vol. 1 rappresenta l’inizio di un viaggio. È un’opera che invita il lettore a tornare ancora su quella misteriosa strada, con la consapevolezza che dietro ogni porta, ogni incontro e ogni scelta si nasconde un nuovo tassello di un disegno più grande. Se il primo volume pone le basi della serie, è proprio la promessa di ciò che resta ancora da scoprire a renderne così naturale e coinvolgente la prosecuzione.

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Comics

Chip Zdarsky e Valerio Schiti portano Capitan America nel mondo post 11/09/2001

La prima run di Chip Zdarsky e Valerio Schiti su Capitan America si intitola La Nostra Guerra Segreta, storia che vede Steve Rogers confrontarsi con un altro Capitan America: David Colton, il Super Soldato post 11 settembre 2001

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Capitan America è prima di tutto un simbolo.

Quel costume, quello scudo e, soprattutto, quella bandiera sono l’emblema degli Stati Uniti e della libertà, che negli anni ’40 servivano a far forza a chi stava al fronte, e la Seconda Guerra Mondiale la viveva in prima persona.

Oltre a Steve Rogers, diversi sono stati i portatori dello scudo nel corso degli anni e ogni uomo che ha ricoperto quel ruolo ha messo in atto onore, giustizia e coraggio mostrando, anche nei fumetti, come il sogno americano rispecchiasse una nazione forte e a tratti invincibile.

Poi è arrivato il 2001. Quel maledetto 11 settembre.

L’America è stata messa in ginocchio dallo scioccante attentato alle Torri Gemelle, che ha pietrificato tutto il mondo e ha dimostrato che anche i potenti Stati Uniti possono sanguinare dall’interno.

Una serie come quella di Cap non può rimanere estranea a certi eventi e scandali politici, che sono stati anche solo citati all’interno della testata o che hanno dato voce a uno schieramento attraverso le azioni del Capitano. Tra questi, la Guerra in Vietnam, il Watergate e, per l’appunto, l’11/09/2001, il giorno più buio del recente passato degli U.S.A.

Con il rilancio della serie di Capitan America, Chip Zdarsky e Valerio Schiti decidono di partire proprio da quel giorno, da quel momento fatidico in cui, per gli americani (ma non solo), tutto è cambiato.

Nel giorno che celebra i 25 anni da quel tragico e scellerato attacco al World Trade Center, abbiamo deciso di parlare proprio della prima saga del Cap di Zdarsky e Schiti, La nostra Guerra Segreta, che si è prefissata di “svecchiare” il mito fumettistico di Capitan America, applicando una sorta di soft reboot, e di presentarci un inedito personaggio che ha indossato i panni del Discobolo proprio negli anni successivi al 2001.

Ed anzi: per David Colton, quell’11/09/01 è stato il momento che gli ha fatto decidere che avrebbe difeso l’America e i suoi cittadini a ogni costo.

Il team creativo dietro la nuova serie di Cap: Chip Zdarsky e Valerio Schiti

Marvel punta a un rinnovamento in grande stile per Capitan America e lo fa scegliendo uno degli scrittori di grido degli ultimi anni: quello Zdarsky che ha ammaliato tutti con il suo Daredevil, riconosciuto tra le migliori interpretazioni a fumetti del Diavolo di Hell’s Kitchen, che poi ha scritto Batman (dove ha brillato decisamente meno rispetto a DD) prima di lasciare il posto a Matt Fraction, per tornare alla Casa delle Idee e curare la serie di Cap (e altri futuri progetti legati all’Universo Marvel).

Dopo aver testato il suo rapporto con Steve Rogers all’interno del futuro orwelliano della maxiserie Avengers: Twilight, Chip è stato scelto per portare la serie di Capitan America al posto che merita, dopo qualche anno di alti e bassi.

Alle matite troviamo un ottimo Valerio Schiti, talento romano reduce dalla sfortunata miniserie G.O.D.S. scritta da Jonathan Hickman, decisamente a suo agio tra le pagine di Cap, con diversi spunti creativi che dimostrano l’affiatamento con Chip Zdarsky.

Risvegliarsi in un America ferita

La prima cosa che decide di fare Chip Zdarsky è “spostare in avanti” lo scongelamento di Steve Rogers di qualche anno. Quando Steve viene ritrovato e viene tolto dal ghiaccio, quello che gli si para davanti è il mondo post-11/09/2001. Una realtà in cui Steve si trova spaesato, disorientato e, mai come in questo caso, si sente fuori dal tempo.

Contemporaneamente facciamo la conoscenza di David Colton, partendo dal passato con un’immagine davvero di impatto: un giovanissimo David, di schiena, di fronte all’orrore delle Torri Gemelle che crollano, manifestando ancora di più l’impotenza, la paura e lo sgomento di un popolo. E siamo solo a pagina 1 del primo numero della gestione Zdarsky/Schiti.

Nel corso dei numeri, attraverso alcuni flashback e salti temporali, capiamo meglio chi è David: un ragazzo rimasto scioccato dall’attacco aereo, che ha deciso di intraprendere la carriera militare, per essere uno degli uomini al fronte pronto a difendere l’America ed evitare che possa vivere un altro 11 settembre in futuro.

Ma David è gracile, proprio come Steve, viene preso di mira dai superiori e picchiato. La sua determinazione attira l’attenzione di qualcuno che decide di riprovare l’esperimento del Super Soldato… e funziona.

David Colton è il Cap del nuovo millennio, quello che va in Afghanistan e che partecipa alle missioni sul campo, che è testimone di tutti gli orrori che ne derivano e che lo lasceranno segnato.

Nel presente Steve viene arruolato per una missione top-secret dal Generale Thaddeus E. “Thunderbolt” Ross che, insieme a una nuova formazione di Howling Commandos e al nuovo Cap deve liberare alcuni ostaggi all’ambasciata di Latveria, stato che da poco ha visto salire al potere un nuovo sovrano: Victor Von Doom, il Dottor Destino!

Ovviamente, la missione in cui si trovano invischiati i due Cap nasconde alcuni segreti che metteranno sotto una luce diversa il Governo americano e, soprattutto, metteranno a confronto Steve Rogers con Victor Von Doom e il suo modello di sovranità, che agli occhi di Steve si avvicina molto alla dittatura nazista.

Inoltre i due capitani si troveranno anche a divergere sulle strategie da usare sul campo. Steve e David hanno gli stessi ideali, ma esperienze diverse e questo significa avere un senso di giustizia differente, che li metterà faccia a faccia.

Steve e David: due lati della stessa bandiera

La nuova serie di Capitan America mette subito a confronto Steve Rogers con un altro Capitano: David Colton. Un personaggio inedito, creato per la serie da Zdarsky e Schiti, che fa capire che l’America, in un’era moderna in cui Steve Rogers è ancora congelato, dopo l’attacco alle Torri Gemelle non può permettersi altri errori e ha bisogno di un nuovo simbolo per risollevare la nazione. E così dà lo scudo a David Colton, un ragazzo con gli stessi ideali e motivazioni del vecchio Cap.

In realtà, Steve e David hanno origini molto simili. Sono entrambi determinati ma fisicamente deboli, disposti a tutto (anche ad assumere un siero che potrebbe ucciderli) pur di diventare i difensori della nazione che hanno giurato di proteggere sino alla fine.

E allora, come mai sono così diversi? Steve e David sono figli della guerra, ma di due conflitti diversi. Rogers, come sappiamo, è il simbolo della lotta americana contro un nemico che ha un volto ben delineato: Hitler e i nazisti. Colton, invece, oltre a essere di un’epoca diversa, ha tutto un altro percorso.

David è il Capitano che rappresenta l’America in Afghanistan. Il suo nemico è diverso rispetto ai nazisti affrontati da Rogers. Spesso è silenzioso, si nasconde tra i civili e compie azioni che mettono in pericolo anche donne e bambini, vittime sacrificali per gli uomini di Osama Bin Laden e potenziali pericoli per gli americani che si muovono tra quelle strade e che non sanno cosa e chi li potrà colpire. E nel frattempo esseri umani muoiono per una guerra che non hanno chiesto venisse combattuta.

La guerra che affronta e vive David è qualcosa che lo smuove internamente, lo turba, lo fa dubitare e lo sgretola psicologicamente, sino a renderlo più duro, spavaldo e un’arma a tutti gli effetti del Governo americano più che un simbolo degli Stati Uniti.

Un evento specifico e struggente che accade all’interno di un flashback di Colton in Capitan America #3 lo spezza e lo rende un Capitan America decisamente vulnerabile emotivamente e dall’equilibrio molto instabile.

Sino a che punto ci si deve spingere per vincere una guerra? Quello che accade in quello specifico numero è uno dei momenti più crudi, intensi e reali di un fumetto Marvel degli ultimi anni.

Il dualismo e il diverso modo di agire che vede da un lato Steve Rogers, ancora ancorato a uno stile di lotta più idealista, e dall’altro David Colton, più votato all’azione militare e al portare a termine la missione, è una delle cose più interessanti portate in scena da Chip Zdarsky, che ancora una volta si dimostra un ottimo scrittore in fatto di dialoghi e personaggi.

Il suo David Colton è un Capitano davvero interessante da conoscere e scoprire e sappiamo che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro dell’Universo Marvel.

Un Chip Zdarsky davvero in forma ma che riscrive il passato di Steve Rogers

Sulle indiscutibili doti di Chip Zdarsky non ci sono dubbi e si conferma uno dei migliori sulla piazza anche in Capitan America.

Lo sceneggiatore, come già detto, ha un’ottima capacità di sviluppo narrativo ed è abile a caratterizzare i personaggi, a descrivere i loro sentimenti e atmosfere e a raccontare storie che tengono incollato il lettore, anche se ha spesso il difetto di non essere troppo originale (questo va detto) nelle sue trame.

Con Capitan America decide di spostare le lancette dell’iceberg dove era congelato Steve in avanti di qualche decina di anni. In questa maniera riscrive il passato di Steve Rogers, proiettandolo in un’epoca più moderna, ma allo stesso tempo dando un bel colpo di spugna al passato editoriale.

Storie uscite all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle sulla testata di Cap, scritta da John Ney Rieber e disegnata dal compianto John Cassaday, o anche semplicemente lo struggente ed emozionante albo speciale Amazing Spider-Man #36, intitolato 11/09/2001 di J. Michael Straczynski e John Romita Jr., che vedevano Steve di fronte all’orrore di Ground Zero, in questa maniera sono state “cancellate” dal passato di Steve.

Un vero peccato per storie che hanno segnato un’epoca.

Al netto di questo, Zdarsky imbastisce un’ottima trama che alterna momenti molto intensi, ripresentando la storia delle origini di Steve, ribaltandola su David e mostrando la guerra vissuta da Colton, a bei momenti d’azione in cui mette ottimamente a confronto i due Cap e Steve contro Destino, senza dimenticare anche la parte thriller spy che si svolge in Latveria.

Inoltre, Zdarsky ci presenta anche una versione di Destino e una situazione di Latveria decisamente interessanti. Si tratta di un Von Doom appena divenuto il regnante di Latveria, ancora “acerbo” rispetto al nemico temibile dei Fantastici 4 e prossimo villain del MCU, ma con le idee ben chiare.

La rappresentazione di Victor e il confronto con Steve Rogers sono un’altra dimostrazione di qualità da parte dello sceneggiatore quando si tratta di esaltare personaggi di peso.

Anche la situazione riguardante la nazione comandata dal neo-sovrano è controversa e vede da un lato chi sta dalla parte di Destino, sperando che porti un futuro migliore, e dall’altro i ribelli già pronti a rovesciare quello che è, a tutti gli effetti, un tiranno che comanda con i suoi Doombot e che negli anni a venire farà rimpiangere ai suoi abitanti il passato.

Valerio Schiti: un italiano capace di tener testa a due Super Soldati

Se Zdarsky è lo sceneggiatore di questo film a fumetti di Cap, Valerio Schiti ne è l’assoluto regista.

L’artista romano fa già intendere di che pasta è fatto e di aver assimilato la sceneggiatura di Zdarsky sin dalle prime battute. La prima e l’ultima pagina di Capitan America #1 sono due tavole dall’impatto visivo pazzesco che mostrano Colton di schiena in entrambi i casi: a pagina 1, bambino di fronte al crollo delle Torri Gemelle e nell’ultima pagina del numero David nei panni di Capitan America mentre assiste alla caduta della Torre di Saddam Hussein.

Due momenti della storia recente delicati e ben registrati nella memoria di chi quegli anni se li ricorda e li ha vissuti, anche solo tramite i notiziari.

L’apporto grafico di Schiti è di prim’ordine in tutti i primi 6 numeri a livello visivo, dimostrando di saper domare due Capitani, e raggiunge picchi altissimi in diverse occasioni.

Un altro esempio? L’ultima pagina di Capitan America #3: pagina divisa in due, con la parte superiore con protagonista Colton e quella inferiore Steve. Entrambi arrivano, dopo un crescendo, a situazioni di sconfitta e disperazione personale, ma anche di resa simbolica di Capitan America, con un utilizzo dei colori rosso e blu (i colori di Cap) pressoché perfetto.

Ma Schiti è fondamentale in questo nuovo corso di Capitan America anche e soprattutto dal punto di vista creativo. Costumi nuovi e più moderni, come quello di Steve o quello di Colton, personaggi inediti accattivanti o vecchi reinterpretati, sono parte integrante dell’operato del disegnatore italiano, che non si è fermato alle sole matite.

Una co-produzione, quella Zdarsky/Schiti, che vede entrambi egualmente protagonisti di questa rinascita di Capitan America. E non posso che esserne felice.

Una fiction a fumetti che non vuole dimenticare la cinica e cruda realtà

Con la storia La nostra Guerra Segreta, Capitan America riparte da Steve Rogers, ma soprattutto da un momento cupo della storia degli Stati Uniti: l’11 settembre 2001.

Ma quello che cercano di mostrare Chip Zdarsky e Valerio Schiti in questa prima run è che la guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, è capace di segnare le persone in maniera indelebile, lasciando ferite che per alcuni sono difficili da rimarginare.

E lo fanno attraverso David Colton, un personaggio che riparte dal dolore di una nazione, davvero bello da esplorare e da leggere, che rende partecipe il lettore della sua storia personale e delle sue scelte.

Ma è anche e soprattutto la testata di Steve Rogers e quello che vediamo in queste prime storie è il solito e vecchio Steve, il Capitan America “perfetto”, l’unico che, in fondo, sembra in grado di sostenere quel ruolo e di opporsi sempre e comunque ai tiranni in ogni epoca; sia che abbiano i baffetti e portino una fascetta rossa con la svastica, sia che abbiano una maschera di metallo e un cappuccio verde.

Un (nuovo) inizio promettente per il Vendicatore a stelle e strisce.

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Comics

Absolute Batman Annual: Un Cavaliere Oscuro da Eisner Awards

Absolute Batman Annual #1 è stato protagonista agli Eisner Awards 2026 con una vittoria nella categoria Best Single Issue/One-Shot. Non potevamo non prendere in esame l’albo scritto e disegnato da tre grandi autori del fumetto americano: Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren

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È proprio il caso di dire che il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora.

Questo perché vincere un Eisner Award, prestigioso riconoscimento in ambito fumettistico, non è mai facile né scontato. Se a conquistarlo è un one-shot di Batman realizzato da tre grandi autori come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, la notizia fa ancora più parlare di sé.

Bisogna dire che, quest’anno, l’Uomo Pipistrello in versione “Absolute” si è portato a casa ben due Eisner Awards al San Diego Comic-Con 2026: sia come Best Continuing Series per la serie regolare di Scott Snyder e Nick Dragotta, sia, appunto, come Best Single Issue/One-Shot per Absolute Batman 2025 Annual #1.

Che la serie ideata da Snyder e Dragotta sia una delle punte di diamante dell’ultima era di DC Comics ormai è un dato di fatto, ma il sottoscritto non avrebbe mai immaginato che anche il primo Annual di Absolute Batman potesse arrivare a vincere l’ambito premio dedicato al maestro Will Eisner.

L’albo in questione, pubblicato in Italia da Panini Comics su Absolute Batman #15, racchiude al suo interno le tre storie realizzate da Johnson, Harren e McCLaren. Si tratta di tre racconti molto diversi tra loro, che esplorano i primi passi di Absolute Batman come giustiziere di Gotham City e, al contempo, esaltano lo stile personale di ciascuno dei tre autori.

La forza di questo one-shot sta nel rappresentare in maniera esaustiva, nelle poche pagine a disposizione, questa versione del Cavaliere Oscuro, permettendo anche a chi non ha mai preso in mano un numero di Absolute Batman di conoscerne le sfaccettature, i punti di forza e le debolezze.

Allo stesso tempo, le tre storie mostrano l’oscuro mondo in cui Batman vive e agisce come vigilante, dove regnano odio, malvagità e disprezzo: un vero e proprio girone infernale nel quale un eroe deve prendere misure drastiche per la propria sopravvivenza e per quella delle persone che ama.

L’Absolute Batman di Daniel Warren Johnson: non il modo giusto, ma il mio

Daniel Warren Johnson è uno dei fumettisti più interessanti degli ultimi anni, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti dalla critica e dal pubblico nel corso della sua carriera, oltre agli Eisner Awards conquistati in passato per l’opera creator-owned Do a Powerbomb!, nel 2023, e per il rilancio di Transformers per Skybound, nel 2024.

Siamo di fronte a un autore che, nel corso degli anni, ha perfezionato uno stile unico e dinamico, caratterizzato da numerose contaminazioni artistiche orientali e da un’estetica metal. Johnson ha, inoltre, la capacità di costruire storie drammatiche e dal forte carico emotivo, utilizzando spesso la violenza come elemento di grande impatto visivo per amplificare ulteriormente la forza delle sue tavole.

La scelta di DC Comics di affidare la storia principale di Absolute Batman 2025 Annual #1 a Daniel Warren Johnson è stata quasi naturale, perché chi meglio di lui avrebbe potuto ideare una trama perfetta per la versione dell’Uomo Pipistrello più brutale mai creata nei comics, che si muove nel mondo oscuro, sudicio e malato di Darkseid?

Quello che fa Johnson è molto semplice: trasporta Bruce Wayne fuori dal contesto urbano e tossico di Gotham City e lo conduce nella cosiddetta “Palude del Massacro”, dove vivono alcuni senzatetto, per lo più clandestini e stranieri, che ricevono aiuto da Padre Peters.

Uomini, donne e bambini alla ricerca di una speranza e di una vita normale vengono presi di mira da un gruppo di estremisti che, capitanati da un certo Deejay, hanno intenzione di “ripulire” con ogni mezzo a disposizione la Tendopoli che si è creata ai confini del paese dove vive il prete. Batman non è d’accordo e farà prevalere la sua giustizia spietata su chi cercherà di uccidere quella povera gente.

La storia di Johnson costituisce il piatto forte di Absolute Batman Annual e imbastisce una trama carica di drama, prendendo spunto da situazioni brutali e fatti di cronaca reale. Impossibile non notare il parallelismo tra i villain e le azioni portate avanti negli ultimi tempi dalla I.C.E. statunitense, che ha contribuito, con metodi poco ortodossi e spesso violenti, a far rispettare le leggi sull’immigrazione. Ma, senza citare le sole forze governative, basti pensare alla piaga razzista che da sempre attanaglia gli Stati Uniti, soprattutto nelle zone di periferia di alcuni Stati, dove il Ku Klux Klan e altre forme di propaganda razziale non sono mai state completamente debellate.

Johnson porta la realtà all’interno delle pagine di Absolute Batman, e appare quasi ironico che il Mondo Oscuro creato da Darkseid, dove vive questa versione del Crociato Incappucciato, sia quello più vicino al nostro.

L’autore statunitense coglie in pieno l’essenza del Batman Assoluto e porta allo stremo la brutalità e la violenza dell’Uomo Pipistrello, trasformandolo quasi in un emulo del Charles Bronson de Il Giustiziere della Notte, o semplicemente nella versione più rabbiosa del Punisher Marvel. In questa storia Batman raggiunge vette di aggressività mai viste, colpito emotivamente dalla situazione che lo circonda, che lo porta ad applicare nella forma più risoluta la sua concezione di giustizia, superando la sottile linea che lo separa dalle persone che spesso combatte.

Ed è il momento di riflessione, il ricordo di una persona che non c’è più, a far comprendere all’uomo sotto la maschera, Bruce Wayne, che per essere un eroe quello non è il modo giusto di combattere il crimine.

Sulle matite, Johnson è… semplicemente il “solito” spettacolare Johnson, con tavole ricche di azione in puro stile cinematografico, che da sempre contraddistingue la sua arte, aiutato da onomatopee che bucano la pagina, alternate a tavole di dialogo che spesso sono un vero e proprio pugno nello stomaco, per quanto risultino immersive grazie all’espressività dei disegni dell’autore.

E, leggendo questa storia, era impossibile non pensare che meritasse un premio.

L’Absolute Batman di James Harren: Sanctuary

James Harren è un altro autore dall’identità artistica ben definita. Co-creatore di Rumble insieme a John Arcudi, Harren si distingue per uno stile decisamente action e personale, che anche lui strizza l’occhio all’Oriente. Per chi non l’avesse ancora recuperato, è assolutamente consigliato il suo Ultra Mega, saga che è una vera e propria lettera d’amore alla cultura orientale e, in particolare, ai kaiju, che Saldapress ha portato in Italia in cinque volumi.

In Sanctuary, Harren porta il suo tratto alla corte di Batman, raccontando una storia che vede protagonisti, oltre al Cavaliere Oscuro, anche i Party Animals, gli scagnozzi di Maschera Nera.

Un giovane ragazzo di nome Victor è entrato nei Party Animals e conduce alcuni di loro all’interno della casa di suo padre, un pastore che vive in una chiesa di Gotham, per rapinarla. Ma Batman è nei paraggi e darà molto filo da torcere agli uomini di Maschera Nera, nemico con cui incrocerà di nuovo la strada nel primo ciclo di storie che hanno inaugurato il mito di Absolute Batman.

In questa breve storia, Harren presenta ancora una volta una vicenda violenta, con al centro un gruppo di persone traviato, ancora uomini di chiesa sullo sfondo e Batman nel mezzo. Il tratto e lo stile di Harren, da sempre caratterizzati da personaggi con caratteristiche spesso “mostruose” e proporzioni caricaturali al limite dell’umanità, ci offrono un Crociato Incappucciato che, nella versione dell’autore, è silenzioso, all’apparenza più mostruoso e mastodontico, con un mantello che, nei momenti di lotta, pare muoversi in autonomia quasi fosse vivo.

Una versione decisamente interessante, dove a parlare sono soprattutto i villain della storia e Batman appare quasi come una creatura soprannaturale e leggendaria, metà uomo e metà pipistrello, mossa solamente dalla sua personale missione di purificare Gotham.

Una visione interessante del personaggio, che si intreccia con una storia familiare fatta di incomprensioni e dolore e con un gruppo di criminali che approfittano della fragilità di un ragazzo.

L’Absolute Batman di Meredith McCLaren: Alla scoperta dei pipistrelli

In chiusura di albo troviamo la storia di due pagine di Meredith McCLaren, artista dallo stile manga che racconta una vicenda bizzarra fatta di social, post e tweet relativi agli avvistamenti della “creatura della notte” da parte della popolazione di Gotham.

In questa storia, Absolute Batman non è il protagonista diretto, ma lo è attraverso gli occhi delle persone che salva, aiuta e persino dei criminali che cattura. È la percezione che gli abitanti hanno del loro protettore a manifestarsi nei commenti degli stessi, contribuendo a portare avanti la leggenda dell’Uomo Pipistrello.

Contaminazione e talento: il segreto del successo agli Eisner di Absolute Batman

Come anticipato sopra, l’Annual di Absolute Batman è caratterizzato da tre autori con stili molto diversi tra loro, ma che hanno due cose in comune: il talento cristallino e la contaminazione con la cultura fumettistica orientale, ormai entrata prepotentemente anche nei gusti del pubblico americano attraverso manga e anime.

E Absolute Batman ne è l’emblema: un prodotto con protagonista un’icona supereroistica del mercato comics americano, che da subito ha sottolineato, attraverso omaggi, storie e stili, quanto la cultura manga e anime sia divenuta di dominio internazionale e sia seguita e apprezzata anche oltreoceano.

Ma non c’è solo questo dietro Absolute Batman, una serie contraddistinta dal talento dei suoi autori e da idee capaci di reinterpretare in maniera fresca e originale un personaggio in giro da 87 anni. E questo si è riflesso nell’albo speciale attraverso le parole e le matite di altrettanti autori incredibili come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, che hanno saputo cogliere gli aspetti più importanti del personaggio, tanto da valere loro un Eisner Award.

Il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora una volta. E non sarà l’ultima.

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