Recensioni
Barbara di Go Nagai: l’opera tributo al maestro Osamu Tezuka
Go Nagai reinterpreta una delle opere più contorte di Osamu Tezuka: Barbara. Pubblicato in Italia da J-Pop, ecco la recensione di PopCorNerd
Osamu Tezuka e Go Nagai sono due volti immortali della cultura del fumetto giapponese. Se il primo è considerato il “dio del manga”, il secondo può essere visto come il suo diretto erede, sia per il rapporto che nel corso degli anni ha coltivato con Tezuka (mentore di Nagai) sia per l’importanza delle opere che ha realizzato, come Devilman, Mazinger Z o UFO Robot Grendizer, fondamentali per la storia del manga.
Quando due nomi di questo calibro vengono accostati a una singola opera, l’attenzione di ogni appassionato della nona arte si concentra inevitabilmente su di essa.
Barbara è il titolo del volume autoconclusivo pubblicato in Italia da J-Pop Manga che riunisce Tezuka e Nagai all’interno dello stesso manga, anche se non nel modo che si potrebbe immaginare. Barbara, infatti, è anche il titolo dell’opera originale scritta all’inizio degli anni Settanta da Tezuka, che Nagai ha deciso di riprendere e proseguire con una personale interpretazione.
Il risultato è un volume che va ben oltre il semplice omaggio al maestro: Nagai prova infatti a recuperare la filosofia e l’idea originale del suo idolo Tezuka, portando in Barbara la sua sensibilità e il suo tratto autoriale.
Ne nasce così un volume di grande valore che, nelle sue poche pagine, riesce a trasmettere al lettore la sensazione di trovarsi di fronte a un’opera classica, mai come in questo caso definibile come “d’autore” e, senza ombra di dubbio, diversa rispetto alle proposte che il manga contemporaneo fornisce al lettore.
Prima di parlare della versione di Barbara realizzata da Nagai, però, è forse necessario spendere qualche parola sull’opera originale di Osamu Tezuka.
Osamu Tezuka e la sua Barbara, tra sperimentazione e maturità
Barbara è un’opera affascinante e ambigua, capace di fondere critica sociale, erotismo, elementi fantastici e riflessione sull’arte. Proprio questa varietà di registri contribuisce al suo fascino, rendendola uno dei lavori più complessi della carriera di Osamu Tezuka.
Negli anni Sessanta e Settanta il panorama culturale giapponese cambia profondamente. Il movimento del gekiga, orientato verso storie più realistiche e mature, conquista sempre più spazio e molti giovani autori iniziano a considerare Tezuka un autore ormai superato. Nello stesso periodo il mangaka affronta anche alcune difficoltà professionali, come la chiusura della rivista COM e il fallimento dello studio di animazione Mushi Production, noto per aver prodotto la storica serie di Astro Boy.
Lontano dall’arretrare, Tezuka reagisce sperimentando nuovi percorsi narrativi e affrontando temi più profondi e personali. Nascono così opere più mature, che segnano un’evoluzione stilistica nella sua produzione, tra cui anche Barbara.
La storia segue Yosuke Mikura, scrittore di successo ma in piena crisi creativa, tormentato da ossessioni e visioni legate alle sue perversioni. La sua vita cambia quando incontra Barbara, una giovane senzatetto alcolizzata ma sorprendentemente colta, che cita poeti europei. Colpito dalla ragazza e forse in cerca di nuova ispirazione, Mikura decide di ospitarla in casa, dando origine a un rapporto ambiguo e complesso.
Il manga attraversa diversi registri narrativi: parte come una critica alla vita nelle grandi metropoli, si trasforma in una satira dell’ambiente culturale ed editoriale e assume infine toni quasi fantastici, con Barbara che diventa una sorta di musa enigmatica legata al mito delle streghe perseguitate nella storia.
Al centro dell’opera c’è anche una riflessione sulla condizione femminile nella società giapponese. Barbara rappresenta una figura libera e ribelle, ma allo stesso tempo fragile ed emarginata, mentre la storia affronta temi come la repressione sessuale maschile e l’ipocrisia della società borghese.
L’opera risente inoltre dell’influenza della cultura europea: Tezuka si ispira ai racconti fantastici di E. T. A. Hoffmann e all’opera lirica I racconti di Hoffmann di Jacques Offenbach, da cui riprende l’atmosfera grottesca e visionaria.
Barbara di Go Nagai
Go Nagai riporta in vita il personaggio di Barbara, mantenendo le caratteristiche con cui l’aveva concepita Osamu Tezuka: una senzatetto dalla bellezza magnetica, capace di diventare musa ispiratrice per gli uomini che incontra. Ma, forse più di Tezuka, gli attribuisce un ruolo da Femme Fatale.
Nel volume la protagonista incrocia il destino di tre personaggi molto diversi tra loro: il pittore Kyosuke Mitamura, il pianista Goro Nikaido e il malvivente Ro Shibaki.
Ognuno di loro rimane profondamente colpito dalla donna e il loro incontro con Barbara finisce per avere conseguenze importanti, talvolta positive, talvolta (decisamente) distruttive, nelle loro vite.
Sono molti gli elementi che Nagai riprende dall’opera originale di Tezuka. Il rapporto che si crea tra Barbara e ciascuno dei tre uomini è complesso e spesso quasi ossessivo: l’attrazione nei confronti della donna non è soltanto fisica o carnale, ma si trasforma soprattutto in un bisogno personale e artistico, come se Barbara rappresentasse una fonte d’ispirazione indispensabile.
Anche la componente erotica è presente in questa rivisitazione, ma rimane in secondo piano rispetto all’aura di mistero che circonda la protagonista. Barbara esiste davvero oppure è soltanto il frutto dell’immaginazione dei personaggi? È possibile che la sua figura sia legata all’occulto o alla stregoneria? Sono domande che attraversano l’intero racconto.
È interessante osservare come Nagai sviluppi il personaggio di Barbara nel corso delle diverse storie. La base resta quella pensata da Tezuka: una donna libera e ribelle, ma allo stesso tempo fragile ed emarginata. Tuttavia la sua personalità cambia a seconda dell’uomo con cui condivide la scena: più goffa e ironica nella vicenda con Mitamura, più romantica nella storia con il pianista Nikaido, più timida e impaurita, ma anche più legata a una dimensione soprannaturale, nell’episodio che la vede confrontarsi con lo spietato Shibaki.
Tre uomini diversi, dunque, e tre versioni diverse di Barbara. Ciò che rimane invariato è il punto di partenza: Barbara è una senzatetto emarginata, una figura invisibile agli occhi della società.
Questo elemento dimostra come, proprio come accadeva nell’opera di Tezuka, anche la visione di Nagai resti fedele allo spirito originale: una critica alla vita nelle grandi città e una riflessione sulla difficile condizione femminile nella società moderna.
Il tutto è impreziosito dall’intramontabile arte di Go Nagai, ancorata a quello stile classico e immediatamente riconoscibile che, ancora oggi, appare chiaro e fresco e che lo ha consacrato come uno dei maestri più importanti del panorama artistico del Sol Levante.
A completare il volume c’è anche una storia autobiografica, slegata dalla trama principale di Barbara: Go to Travel – In viaggio con il maestro Tezuka in America. In questo breve racconto Nagai ripercorre la sua esperienza al San Diego Comic-Con del 1980 in compagnia di Osamu Tezuka. Si tratta di una testimonianza divertente ma allo stesso tempo malinconica, in cui il mangaka ribadisce quanto la figura di Tezuka sia stata fondamentale per lui e per la sua carriera.
Perché leggere Barbara?
Barbara è una lettera d’amore sincera di un maestro del manga a un altro, ma anche a tutto ciò che Tezuka ha rappresentato non solo per i lettori di tutto il mondo, ma anche per gli autori che sono venuti dopo di lui. È un volume che celebra l’autore e il suo modo di intendere e realizzare il manga.
Con Barbara di Go Nagai, J-Pop Manga porta in Italia un volume estremamente godibile e coinvolgente, capace però anche di far riflettere. La storia mostra infatti come molte delle problematiche e delle tematiche affrontate siano rimaste sorprendentemente attuali anche a distanza di cinquant’anni, nonostante una società in continua evoluzione, nella quale però certi problemi sembrano rimanere immutati.
Nagai raccoglie così l’eredità di Tezuka, riprendendo una delle sue opere più complesse e mature e cercando, allo stesso tempo, di lasciare il proprio segno distintivo, attraverso lo stile e la sensibilità narrativa che da sempre contraddistinguono il suo lavoro.
VOTO POPCORNERD: 7,5/10
Recensioni
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Cinema
Il Diavolo Veste Prada 2 va visto in una sala piena
Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel fatto bene. Brillante, attuale, a tratti riflessivo, è un film che va visto in una sala piena.
Moderno, emozionante, profondo. Potremmo definire così il sequel de Il Diavolo Veste Prada.
In questo secondo capitolo vediamo Andrea “Andy” Sachs, interpretata da Anne Hathaway, 20 anni dopo la sua esperienza nel magazine di moda RUNAWAY. È una giornalista affermata e premiata, sempre estremamente appassionata del suo lavoro e soprattutto attenta all’etica. Questa è una chiave importante all’interno dello svolgimento della storia.
Per colpa, o per fortuna, viene richiamata a RUNAWAY, che è ancora guidato da una meravigliosa Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly.
Miranda e Andrea negli anni hanno dovuto – nolenti o volenti – mettersi al passo dei tempi, seguire le innovazioni del mondo giornalistico. Dalla carta stampata, all’online, alle applicazioni fino al futuro e al confronto con l’Intelligenza Artificiale.
A proposito di questo ci sarà una battuta estremamente riflessiva e toccante sul finale del film, per cui prestate particolare attenzione.
Fattore nostalgia e nuove generazioni
Uno degli aspetti affrontati dal film è proprio quello di mettersi in gioco, a confronto con le nuove generazioni, rimanendo sulla cresta dell’onda, senza lasciarsi affossare.
I più giovani non sono però demonizzati, anzi, vengono visti come una risorsa.
Dall’assistente sulla sedia, all’assistente di Andrea, la nuova generazione è pronta a mettersi in gioco.
Importante e quasi trainante nella prima parte del film è il fattore nostalgia, questo però senza esserne eccessivamente legato o confinato. Come a darvi il benvenuto in questo nuovo capitolo.
Sono dettagli e sfumature, che vi faranno dire: “Guarda, quell’ambulante riprende la scena delle cinture completamente diverse.” Dettagli curati e sottili, che fanno la differenza tra un money grab e un omaggio ai fan.

Il Diavolo Veste Prada 2, Simone Ashley è Amira
Citazioni iconiche in arrivo
Quello che segue nella storia è una sorpresa dopo l’altra tra risate e frasi che fanno riflettere:
“Hai voluto questo lavoro? Hai ottenuto questo lavoro? Fai in modo di ottenere il risultato.” Frase parafrasata di Nigel, interpretato sempre da Stanley Tucci, a Andrea, a tratti ispirazionale, a tratti tossica.
Miranda deve fare i conti anche con questo: se 20 anni fa poteva lanciare i cappotti sulle scrivanie delle collaboratrici, adesso deve fare i conti con le risorse umane del 2026.
In questo viene in suo aiuto Amari, una perfetta Simone Ashley, che durante le riunioni la redarguisce su frasi che non può più dire, come quando qualcuno nomina… i marsupi. Vi lascio immaginare la reazione di Miranda.
Frasi e stralci ispirazionali e frasi che porteremo con noi tutti i giorni:
“I carboidrati condivisi non contano”.
Qual è il contenuto?
L’etica abbiamo detto farà parte della storia.
Questo perché, come nel primo film, si pensa a RUNAWAY o altri magazine di settore, come contenitori vuoti, senza anima.
Andrea servirà un po’ a portare questo, con articoli sulla NASA o argomenti che potrebbero avvicinare lettori di altro tipo alla rivista.
All’inizio sembra quasi una sconfitta, i suoi titoli generano engagement online, ma quanti vengono letti veramente?
È un po’ una metafora dei tempi che viviamo: ci fermiamo alla superficie senza approfondire.
Io per prima passo le serate a ‘doom scrollare’ TikTok piuttosto che fare qualsiasi altra cosa.
Come facciamo a rompere il cerchio? Sto divagando, però un buon modo per uscire dall’algoritmo potrebbe essere quello di andare a vedere Il Diavolo Veste Prada 2 al cinema.

Il Diavolo Veste Prada 2, i protagonisti
Sì al budget
Milano è la grande protagonista della seconda parte del film, tra il Duomo, Pinacoteca di Brera e Villa Arconati.
L’aumento di budget si percepisce: riprese con i droni, ville, macchine private e barche tra Como e Milano…
Tantissimi camei imperdibili, sia americani che italiani; Law Roach, lo stilista di Zendaya, Amelia Dimoldenberg, la presentatrice di Chicken Shop Date, Donatella Versace e… anche lui. Michele Morrone al suo più grande cameo. Seduto, senza battute, di fianco a Miranda Priestly.
Ecco, forse Amari non mi avrebbe fatto scrivere questo.
Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel fatto bene
Il Diavolo Veste Prada 2 correva un grandissimo rischio, poteva essere un grosso buco nell’acqua e invece non lo è stato.
Soprattutto per come è stato montato il primo trailer con un possibile invecchiamento un po’ troppo repentino di Miranda, che non si ricorda di Andy e Emily, capiamo poi che è semplicemente lei che fa fatica a ricordare i nomi.
Per reference, riportate alla mente la scena della serata di RUNAWAY, in cui si deve far suggerire i nomi di tutti.
Lo snaturamento dei personaggi non c’è stato. Sono cresciuti, quello sì.
L’ho trovato brillante, attuale, a tratti riflessivo e al passo con i tempi, specchio perfetto della società in cui viviamo oggi.
Si tratta di un film che va visto al cinema, per lo spirito di comunità che si porta dietro e per ridere insieme delle battute.
Un fenomeno culturale e pop che vi trascinerà con sé.
VOTO POPCORNERD: 9/10
Fumetti
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