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PopChop Express: Lupin III: Il castello di Cagliostro – Le identità politiche del ladro gentiluomo

La riscoperta dell’esordio cinematografico di Hayao Miyazaki: l’avventura politicamente schierata del ladro gentiluomo Lupin III, in Lupin III: Il castello di Cagliostro nella nuova puntata del PopChop Express

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Molti grandi artisti hanno dovuto fare una gavetta. Chi viene oggi considerato autore o addirittura maestro nel mondo dell’animazione ha comunque seguito un percorso costellato di consigli, correzioni e rimproveri da parte di insegnanti già navigati. Il tempo trascorso in questo apprendistato ha contribuito a consolidare esperienza ed identità artistica per le allora considerate nuove leve.

È il caso di un giovane studente di scienze politiche ed economia di nome Hayao Miyazaki, che decide di voler diventare un animatore dopo essere rimasto folgorato dalla visione del film La leggenda del serpente bianco (1958).

Dopo la laurea, iniziano per lui le vere lezioni all’interno dello staff di disegnatori dello studio Toei Animation. Il suo docente di riferimento è Yasuo Ōtsuka, che dieci anni prima già lavorava a quel film fondamentale per la vocazione di Miyazaki e che nel 1967 si occupa di sorreggere l’esordio alla regia del “compagno di banco” Isao Takahata.

Il giovane Hayao Miyazaki e il suo mentore Yasuo Ōtsuka

Nascita di un ladro

In quello stesso anno compare un nuovo mito in Giappone. La rivista a fumetti Weekly Manga Action pubblica sul numero di agosto il primo capitolo della serie Lupin III, disegnata da Kazuhiko Katō sotto lo pseudonimo di Monkey Punch.

Lo straordinario successo del personaggio porta prima alla realizzazione di un episodio pilota affidato a Masaaki Ōsumi e Yasuo Ōtsuka e poi ad una vera e propria serie animata televisiva.

Tuttavia, il primo episodio lavorato da Ōsumi non riscuote l’adeguato successo sperato. Si decide dunque di togliere il regista dall’incarico ed affidare l’intera operazione seriale al buon Yasuo.

Nonostante il materiale di partenza sia chiaro, c’è comunque resistenza nel proseguire una linea produttiva in continuità con il primo pilota. Questa ritrosia è dettata dalla volontà di Ōtsuka, il quale nel frattempo recluta nella produzione sia Hayao Miyazaki sia Isao Takahata, di provare a raccontare qualcosa di diverso e soprattutto distante dalla visione originale di Monkey Punch.

Inizia così la grande rivoluzione del ladro gentiluomo.

Illustrazione realizzata da Monkey Punch

Una giacca politica

La giacca che indossa Lupin porta con sé un intero immaginario. Con il passare del tempo, il colore del vestiario del ladro ha rappresentato le sue diverse incarnazioni. La preferita di Monkey Punch era sicuramente quella rossa, da lui stesso concepita per la sua serie manga.

Veniva indossata da un ladro spietato, non curante del prossimo e che non aveva problemi nell’usare donne e amici come oggetti da sacrificare all’occorrenza per aver salva la pelle.

Un fuorilegge alla guida di una Mercedes Benz SSK, la macchina rappresentante della destra autoritaria del partito nazista, parente del modello 770K con la quale Adolf Hitler sfilava nelle sue parate militari.

Un criminale che uccideva a sangue freddo anche civili ed innocenti con una pistola Walther P38, prodotta in serie proprio in Germania a partire dal 1938.

Un’icona spietata che rifletteva l’ideologia di un artista dichiaratamente di destra.

Non è dunque difficile intuire le motivazioni della reticenza di Ōtsuka, Miyazaki e Takahata nei confronti del fumetto originale. Nei primi episodi della serie Le avventure di Lupin III (1971) si nota infatti una leggera crisi identitaria.

Il cambio con la giacca verde già mette in chiaro le intenzioni, tuttavia rimane per le prime puntate qualche elemento proveniente dal ladro in rosso, come i giochetti sessuali con Fujiko Mine, la crudezza delle sparatorie o la presenza ricorrente del sangue nelle scene d’azione.

La direzione cambia in maniera comunque rapida e la serie si trasforma in una riduzione del personaggio molto più calma e positiva. La canaglia di Monkey Punch diventa un sorridente ladro gentiluomo che agisce per amore di Fujiko e nel rispetto dei suoi amici Jigen e Goemon, con una comicità in stile Tom & Jerry maturata insieme all’immancabile ispettore Zenigata.

Da sinistra: Jigen Daisuke, Lupin III e Goemon Ishikawa

Gli schieramenti del partito cinematografico

La divergenza autoriale viene ulteriormente enfatizzata in terreno cinematografico. Il primo lungometraggio dedicato al ladro, ovvero Lupin III: La pietra della saggezza (1978) diretto da Sōji Yoshikawa, ottiene la benedizione del suo creatore proprio per la visione condivisa tra mangaka e regista.

Questa gotica avventura fra Egitto e Transilvania segna, in un certo senso, un ritorno alle origini. Non solo per la ritrovata giacca rossa, ma anche per la violenza e gli impulsi sessuali nuovamente centrali, oltre al rapporto più distaccato fra Lupin e i comprimari.

La lotta per la sconfitta del perfido Mamoo ha sicuramente un tono più sporco e psichedelico, nonché di maggior attinenza alle ideologie di Monkey Punch anche per l’inserimento di figure storiche autoritarie come Napoleone e Hitler.

Dall’altro lato, la squadra di Yasuo Ōtsuka prepara la consacrazione della giacca verde con l’esordio alla regia di Miyazaki: Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979). In questo film, il ladro gentiluomo diventa un definitivo eroe della sinistra proletaria, creato da un team di marxisti dichiarati che impianta nuovi valori morali.

L’intenzione va a braccetto con l’economia: Lupin si libera della Mercedes per guidare una Fiat 500, che Ōtsuka e Miyazaki stessi utilizzavano nella loro vita quotidiana e che non faticavano a replicare sopra gli acetati.

L’ulteriore fortuna è la forza popolare di questo tipo di mezzi: l’uomo medio giapponese ottiene un contatto ancora maggiore con l’icona animata ed empatizza ancora di più con l’ideologia romantica del ladro dalla giacca verde.

Specchio di un’identità stilistica

Chiunque conosca la filmografia di Hayao Miyazaki riconoscerà da subito gli elementi che il futuro maestro porterà con sé anche nelle sue pellicole future. L’apprendistato sotto Ōtsuka ha aiutato il regista ad avere una primordiale forma espressiva che verrà sviluppata dopo la fondazione del leggendario Studio Ghibli.

Oltre alla palese somiglianza tra la duchessa di Cagliostro Clarisse e la principessa della valle del vento Nausicaa, è ben riconoscibile il ritmo classico delle produzioni di Miyazaki.

Vi è un costante senso di pace, un’attenzione minuziosa ai fondali naturali (sicuramente recuperati anche dalla realizzazione della serie Heidi insieme ad Isao Takahata) e sonorità orchestrali che ricordano tracce provenienti da La città incantata (2001) e dai migliori lavori del compositore Joe Hisaishi.

Un Lupin che diventa specchio dell’autore di riferimento nell’ideologia e nei comportamenti (basta guardare l’abbondanza di sigarette consumate da Lupin nel film, dipendenza condivisa da Miyazaki), in un’avventura romantica e dalla morale tutt’altro che egoista.

Negli anni, la maschera di Lupin si è trasformata in una delle più cangianti della storia dell’animazione giapponese.

Le nuove incarnazioni moderne, dalla versione demenziale ed anarchica della giacca rosa, fino al rilancio cinematografico firmato da Takeshi Koike, continuano a far vivere nella memoria collettiva il nipote di Arsenio Lupin.

Un ladro indescrivibile, dalle mille personalità e dagli obbiettivi imprevedibili, rappresentante di ideologie fra centinaia di autori che ancora oggi cercano di creare nuove avventure e tesori da rubare.


Serie animate

Popchop Express – Batman: The Animated Series ha cambiato l’Uomo Pipistrello (e noi)

Batman: The Animated Series è LA serie d’animazione supereroistica per eccellenza e nel nuovo appuntamento di PopChop Express ve ne parliamo approfonditamente…

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Non negherò un fatto: quando abbiamo realizzato lo speciale su Spider-Man ’94 con i ragazzi del Nerdchop Express, in molti ci hanno chiesto “a quando Batman: The Animated Series??”. Beh…quel momento è arrivato.

Non è facile parlare di Batman The Animated Series (Batman TAS) e rimanere obiettivi, perché nonostante il dovere di stampa che ci chiede l’imparzialità, siamo davanti alla “cazzo di serie animata più bella mai realizzata su un supereroe”. E non stiamo esagerando.

Perché Batman: The Animated Series oltre a essere una grande serie animata sotto ogni aspetto (trame, atmosfere, design, characters) ha ridefinito il mito di Batman e trasformato Gotham City in un personaggio vivo.

Gli autori Bruce Timm, Paul Dini ed Eric Radomski che hanno dato origine a quello che oggi è una vera e propria gemma dell’animazione, hanno dimostrato che un cartone animato tratto dai fumetti poteva affrontare temi come trauma, morte, follia, perdita, ossessione e alienazione con una maturità che spesso mancava perfino ai film live action. Ma soprattutto, era (ed è tutt’ora) bellissima da guardare.

Insomma, per un’intera generazione cresciuta negli anni Novanta, questo è il vero Batman, quello che ha ispirato in seguito registi e disegnatori cresciuti con il mito dell’Uomo Pipistrello che “si avvolge nel mantello… è Batman”.

Gotham City non era mai stata così viva

La nascita della serie è indissolubilmente legata al successo del Batman di Tim Burton con protagonista Michael Keaton nei panni del Cavaliere Oscuro. Senza la Batmania esplosa tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, probabilmente Fox Kids non avrebbe mai approvato una serie tanto ambiziosa e cupa.

All’inizio l’idea era semplicemente quella di sfruttare il successo cinematografico del personaggio. Ma Bruce Timm ed Eric Radomski trasformarono rapidamente il progetto in qualcosa di completamente diverso. Presero l’estetica gotica di Burton, la unirono al noir anni ’40, ai cartoon dei Fleischer Studios e al cinema espressionista tedesco, creando quella che definirono “Dark Deco”: una Gotham sospesa fuori dal tempo, dove dirigibili della polizia sorvolavano grattacieli Art Déco immersi tra neon, ombre e pioggia eterna.

La città sembrava un vero e proprio incubo noir in cui convivevano automobili anni ’40, computer futuristici, gangster armati di Tommy Gun e televisioni in bianco e nero.

Le menti dietro Batman TAS: Bruce Timm, Paul Dini e il geniale Eric Radomski

In foto: Paul Dini e Bruce Timm

Quando si parla della serie, il nome più citato è quasi sempre quello di Bruce Timm. Eppure gran parte dell’identità visiva di Batman TAS nacque dalle intuizioni di Eric Radomski, genio spesso dimenticato.

In foto: Eric Radomski

Fu lui ad avere l’idea rivoluzionaria di dipingere gli sfondi su cartoncini neri anziché bianchi. Una scelta apparentemente semplice che cambiò completamente l’atmosfera dello show, rendendo Gotham più sporca, cinematografica e opprimente.

Quell’approccio visivo contribuì a creare uno stile unico e immediatamente riconoscibile, lontanissimo dai tradizionali cartoon americani dell’epoca.

Tim Burton e il ruolo fondamentale nella nascita della serie

Oggi l’influenza di Tim Burton sulla serie appare evidente, ma all’epoca fu addirittura decisiva per la sopravvivenza del progetto. Per molti dirigenti televisivi dei primi anni ’90, Batman era ancora il personaggio ironico e colorato interpretato da Adam West nella serie cult degli anni ’60.

La Fox voleva qualcosa di più leggero e “sicuro”, mentre Bruce Timm ed Eric Radomski, invece, volevano un Batman oscuro, gotico e malinconico.

Secondo Radomski, ottenere l’approvazione di Burton fu fondamentale. Dopo il successo gigantesco dei film del 1989 e del 1992, Burton aveva un’enorme influenza dentro Warner Bros., e il suo semplice via libera bastò a proteggere la serie dalle continue interferenze del network.

Il regista vide i concept preparatori e approvò immediatamente la direzione artistica dello show. Da quel momento, Gotham poté restare oscura, espressionista e profondamente noir.

Perfino alcuni elementi di Batman Returns influenzarono direttamente la serie animata, in particolare il design del Pinguino e l’estetica più grottesca e decadente della città.

Una sigla diventata leggenda.. anzi due!

Bastava meno di un minuto per capire che Batman: The Animated Series non era il solito cartone animato.

La sigla originale è ancora oggi una delle opening più iconiche della storia della televisione. Nessun dialogo, nessuna spiegazione: soltanto immagini, atmosfera e musica.

E che i film di Burton fossero le basi da cui partire per attirare il pubblico (giovane e meno giovane), lo si capisce proprio dalla colonna sonora che riprendeva il tema composto da Danny Elfman per il Batman di Burton, rielaborato magistralmente da Shirley Walker.

In sessanta secondi la serie riusciva già a definire perfettamente il personaggio: Batman emergeva dall’ombra, affrontava criminali armati e scompariva tra i fulmini. Puro cinema.

Ovviamente in Italia la sigla fu totalmente stravolta dall’interpretazione di Cristina d’Avena, che realizzò, però, un tema musicale in linea con il suo stile ma che si adattava in qualche modo al cartone animato di Batman. E anche questa sigla divenne iconica, almeno nel nostro paese.

Ma, con buona pace della Cristina nazionale, le musiche di Elfman vincono a mani basse su tutti i fronti.

Kevin Conroy & Mark Hamill: il Batman perfetto vs. il Joker definitivo

Kevin Conroy: la voce perfetta di Batman

La voce originale del Batman di TAS ha il timbro indelebile del compianto Kevin Conroy.

Nell’interpretare il Cavaliere Oscuro, Conroy comprese immediatamente che Bruce Wayne e Batman non potevano parlare allo stesso modo: Bruce era caldo, umano, affascinante, mentre Batman diventava improvvisamente freddo, controllato, quasi spettrale.

La sua performance influenzò ogni incarnazione successiva del personaggio, dai videogiochi della saga Batman: Arkham Asylum fino ai film moderni.

Mark Hamill: il più folle Joker della storia!

Accanto a Conroy, Mark Hamill, l’eroico Luke Skywalker di Star Wars, creò probabilmente la versione definitiva del Joker. Il suo Clown Principe del Crimine era folle, teatrale, inquietante e irresistibilmente divertente. Una miscela perfetta di comicità slapstick e pura psicopatia. Ma fu soprattutto la sua risata che divenne indimenticabile

Ancora oggi tutte le interpretazioni del Joker vengono inevitabilmente confrontate con quella di Hamill.

L’influenza di Batman The Animated Series sui fumetti del Cavaliere Oscuro:

Harley Quinn: il personaggio che cambiò la DC per sempre

Uno degli aspetti più incredibili di Batman TAS è che non si limitò ad adattare i fumetti, ma li influenzò in qualche modo introducendo personaggi nella serie animata che funzionavano talmente bene, che esordirono, poi, anche nei fumetti.

Il caso più eclatante è ovviamente quello di Harley Quinn, creata da Paul Dini e ispirata all’attrice Arleen Sorkin, che inizialmente doveva essere una semplice spalla del Joker per un solo episodio. Ma il personaggio funzionò immediatamente catturando da subito gli spettatori.

Harley era divertente, tragica, imprevedibile e profondamente malinconica, ma quello che più colpì fu il suo rapporto tossico con Joker e la sorprendente profondità con cui veniva raccontato in un cartone animato pomeridiano dei primi anni ’90.

L’episodio “Mad Love” resta ancora oggi uno dei ritratti più forti e inquietanti di una relazione abusiva mai raccontati nell’animazione occidentale.

Da lì, il passaggio ai fumetti fu inevitabile e oggi Harley Quinn è uno dei personaggi più popolari dell’intero universo DC.

Heart of Ice e la rinascita di Mr. Freeze

Ma Batman: TAS trasformò e diede anche spessore a personaggi già esistenti nella storia editoriale del Cavaliere Oscuro di casa DC.

Prima della serie, Mr. Freeze era considerato un villain secondario, quasi ridicolo. Poi arrivò “Heart of Ice”.

Scritto da Paul Dini, l’episodio reinventò completamente Victor Fries trasformandolo in una figura tragica e shakespeariana. Non era più uno scienziato ossessionato dal ghiaccio, ma un uomo devastato dal tentativo disperato di salvare sua moglie Nora.

La serie trasformò Freeze in uno dei personaggi più complessi della DC Comics, influenzando così anche i fumetti.

Ancora oggi la frase:

“Think of it, Batman. To never again walk on a summer’s day…” – “Pensaci, Batman. A non passeggiare mai più in un giorno d’estate”

resta una delle più memorabili della storia del personaggio.

Harvey Dent, Clayface e i villain reinventati

Batman TAS comprese perfettamente che la grandezza di Batman dipende anche dalla sua galleria di nemici.

La trasformazione di Harvey Dent in Due Facce fu reinterpretata come una tragedia umana devastante. La serie mostrò Dent molto prima della sua caduta, permettendo allo spettatore di vivere davvero il peso della sua trasformazione.

Clayface, invece, diventò protagonista di una storia horror sul culto dell’immagine, la dipendenza e la perdita della propria identità.

Perfino villain minori come Baby-Doll o Killer Croc ricevettero episodi sorprendentemente malinconici e complessi.

Un cartone animato che parlava agli adulti

La vera rivoluzione della serie non fu soltanto estetica, ma anche narrativa.

Batman TAS affrontava temi considerati impensabili per un cartoon americano pomeridiano: malattie mentali, solitudine, dipendenze, discriminazione, perdita e alienazione.

Gli autori riuscivano continuamente ad aggirare la censura della Fox con intelligenza e creatività. Non potevano mostrare troppo sangue? Usavano ombre e tensione psicologica. Non potevano affrontare certi temi apertamente? Li suggerivano tra le righe. E funzionava perfettamente.

I criminali usavano Tommy Gun anni ’30 per evitare problemi con le armi moderne. Le scene più violente venivano nascoste con giochi di montaggio e ombre.

Paul Dini e una writers room leggendaria

La qualità della scrittura degli episodi non fu una fortunata serie di coincidenze ma bensì l’incontro di qualità e esperienza, affidando la creazione delle storie a nomi enormi del fumetto americano come Dennis O’Neil, Len Wein, Marv Wolfman e Gerry Conway.

Ogni episodio veniva costruito come un piccolo film noir da venti minuti. Anche le storie apparentemente minori riuscivano quasi sempre a lasciare qualcosa.

Mask of the Phantasm: il miglior film di Batman?

Nel 1993 la serie generò anche Batman: Mask of the Phantasm.

Uscito quasi in sordina nei cinema, col tempo è diventato uno dei film di Batman più amati di sempre. Per molti fan resta ancora oggi il miglior film sul personaggio mai realizzato.

Il film racconta Bruce Wayne come pochissime altre opere hanno saputo fare: un uomo spezzato tra il desiderio di felicità personale e la propria missione autodistruttiva.

Perfino Robert Pattinson ha dichiarato di essersi ispirato a quel film per interpretare il suo Batman.

L’eredità di Batman TAS: Dal DCAU ai videogiochi Arkham, sino al futuristico Batman Beyond

Terry McGinnis, il Batman del Futuro

Batman TAS fu anche l’inizio del DC Animated Universe; da lì nacquero Superman: The Animated Series, Batman Beyond, Justice League e Justice League Unlimited.

Perfino la saga videoludica Arkham è chiaramente figlia della serie animata: Kevin Conroy torna come Batman, Mark Hamill è ancora Joker e Paul Dini firma parte della scrittura.

Anche Batman Beyond, il Cavaliere Oscuro del futuro, nacque da un compromesso creativo piuttosto incredibile.

La Warner Bros. voleva un “Batman adolescente” sul modello dei teen drama dell’epoca. Bruce Timm e il suo team ribaltarono completamente il concetto, creando Terry McGinnis: un nuovo Batman futuristico guidato da un Bruce Wayne anziano e disilluso. Il risultato fu una delle reinterpretazioni più innovative mai realizzate sul personaggio.

Batman: Caped Crusader, l’erede spirituale di Batman TAS

L’eredità di Batman: The Animated Series è ancora oggi così forte che ogni nuovo adattamento animato del Cavaliere Oscuro viene inevitabilmente confrontato con quella serie.

Ed è proprio da questa eredità che nasce Batman: Caped Crusader, la nuova serie animata prodotta da Bruce Timm insieme a J.J. Abrams e Matt Reeves per Amazon Prime Video.

Caped Crusader recupera quelle intuizioni che resero rivoluzionaria la serie originale: il noir, l’atmosfera pulp, la Gotham fuori dal tempo e la centralità della psicologia dei personaggi.

Per anni Bruce Timm aveva dichiarato di non voler più tornare su Batman:

“Ci siamo già stati, l’abbiamo già fatto.”

Ma ripensando ai concept mai realizzati negli anni ’90, il produttore iniziò a immaginare una versione ancora più pulp e oscura del personaggio, ispirata ai vigilanti mascherati come The Shadow e ai vecchi horror Universal.

Con Caped Crusader, Timm ha finalmente avuto la possibilità di esplorare quelle idee senza i limiti imposti dalla televisione per ragazzi degli anni ’90.

La nuova serie affronta infatti temi molto più maturi: brutalità della polizia, corruzione sistemica, discriminazione e ambiguità morale. I personaggi possono morire, la violenza è più esplicita e figure come Harvey Bullock vengono rappresentate in modo molto più complesso rispetto al passato.

Secondo Timm:

“La possibilità di far morire i personaggi, anche fuori campo, apre nuove prospettive narrative.”

Nonostante questo approccio più adulto, Caped Crusader mantiene chiaramente il DNA artistico di Batman TAS: la Gotham noir, l’estetica rétro e il focus sulla dimensione detective del personaggio.

In molti sensi, sembra la versione della serie che Bruce Timm avrebbe voluto realizzare negli anni ’90 se non avesse dovuto combattere continuamente contro censura e limiti televisivi.

Una serie immortale

A più di trent’anni dal debutto, Batman: The Animated Series continua a sembrare attuale, non soltanto perché visivamente è invecchiata meglio di moltissimi prodotti contemporanei, ma perché ha capito Batman meglio di quasi chiunque altro.

E’ una serie quasi perfetta, drammatica al punto giusto e, soprattutto, esplora Batman e il suo mondo come nessun altro ha mai fatto in TV o al cinema. Analizza il punto di vista dei personaggi positivi, ma anche di quelli negativi. E la linea di demarcazione può essere davvero sottile a volte.

Dietro maschere, gadget e supercriminali, la serie racconta esseri umani spezzati dal dolore, dalla paura e dall’ossessione. Gotham è una città marcia e disperata, e Bruce Wayne un uomo profondamente solo che continua comunque a combattere.

Perché…

È l’uomo pipistrello, è Batman
Si avvolge nel mantello, è proprio Batman
È rapidissimo, è furbissimo, è giustissimo
Combatte con lealtà, con caparbietà, con abilità
E corre, corre Batman

E non dimenticate di andare a vedere il reel su Batman The Animated Series, realizzato dagli amici del Nerdchop Express!

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Netflix

Due Spicci: Recensione della nuova serie Netflix di Zerocalcare

Abbiamo visto in anteprima Due Spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare in arrivo su Netflix il 27 maggio 2026. E questa è la nostra recensione no spoiler

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A distanza di tre anni, Michele Rech, in arte Zerocalcare, torna su Netflix con Due Spicci, la nuova serie d’animazione che vede protagonista ancora una volta la sua controparte animata, la sua voce interiore l’Armadillo, e il suo gruppo di amici, tra cui gli inseparabili Sarah e Secco.

Dopo Strappare lungo i bordi (2021) e Questo mondo non mi renderà cattivo (2023), anche questa nuova serie è prodotta da Movimenti Production, in collaborazione con Bao Publishing, e riprende gli elementi tipici dell’arte di Zerocalcare che lo hanno consacrato al pubblico: monologhi serrati, ironia e “disegnetti”. Ma c’è qualcosa di diverso in questa nuova serie.

“Zero” riporta lo spettatore a Rebibbia, il quartiere romano dove vive e in cui ha ambientato finora le sue avventure animate, e fin qua niente di nuovo.

Ma la storia che l’artista romano ha pensato, realizzato e messo in scena per Due Spicci ti entra dentro, ti mette davanti alla realtà e ti dà un pugno nello stomaco per ricordarti com’è fatto il mondo degli adulti.

Perché ciò che emerge sin da subito dallo show di Netflix è che ci troviamo davanti a uno Zero più malinconico, inquieto e apprensivo rispetto al passato, che dà origine forse alla sua storia più complessa, costretto ad affrontare innanzitutto un’importante presa di coscienza: il superamento di un’età che ufficializza in modo categorico l’ingresso (volente o nolente) nell’età adulta, con i problemi che ne conseguono, così come il cambiamento dei rapporti personali con gli amici.

A un certo punto non c’è più tempo per un “Annamo a pijà er gelato?” e Zero in Due Spicci racconta il trauma e le difficoltà di fronte a certi ostacoli. Crescere comporta responsabilità di entità maggiore, che generano più preoccupazioni e ansie, e non sempre si è pronti ad affrontarle. Quasi mai, a dire il vero.

Ma Due Spicci non è soltanto malinconia o una storia più drammatica rispetto alle precedenti serie, perché non mancano la comicità surreale e i riferimenti alla cultura nerd / pop della generazione Millennial, tipiche delle opere di Zerocalcare (chi non è impazzito cercando di ottenere il famoso Chocobo d’oro in Final Fantasy VII?).

I ‘Buffi’ di Zero e Cinghiale: i problemi suoi sono anche i tuoi

Zerocalcare viene convinto dall’amico Cinghiale a diventare socio del suo baretto. Le cose grazie ai fumetti gli vanno bene e decide di aiutare l’amico versando una somma di denaro diventando proprietario di una quota del locale. Col tempo, però, Zero si rende conto che i soldi spariscono dalla cassa e tutto lascia intendere che l’amico abbia dei problemi: droga?

Nel frattempo, Zero viene convinto da Sarah a ospitare a casa sua, l’amica Esmeralda (e il suo cane Schiocco) dopo che quest’ultima ha lasciato il compagno che la picchiava. Nulla di trascendentale, se non fosse che Zero aveva una grande cotta per lei da ragazzino e questo non può che riaccendere quei sentimenti sopiti, anche a distanza di 20 anni…

Zero e Esmeralda

Una sera, al bar, Zero cerca di affrontare con Cinghiale il problema delle finanze e capisce che non si tratta di droga… ma di qualcosa di molto più serio, che coinvolge uno dei più temibili ceffi della zona: Paturnia.

Insomma:a finir male così, dico ci vuole una laurea, bisogna essere bravi.”

E, in tutto questo, Secco da mesi non esce più di casa e nessuno sa che fine abbia fatto…

La coscienza di Zero, la coscienza di una generazione

Se Questo mondo non mi renderà cattivo raccontava e metteva in evidenza il lato più “politico” di Zero, Due Spicci torna invece a esplorare la parte più intima e personale dell’autore.

Due Spicci parla DI Zerocalcare, ma parla anche A un’intera generazione: quella che oggi ha più o meno la stessa età dell’artista e autore e che, in molti casi, non è stata davvero “preparata” a diventare adulta.

Una generazione che si ritrova improvvisamente a passare dalla spensieratezza e dalla superficialità della gioventù, trascinate avanti negli anni un po’ per protezione, un po’ per volontà e comodità, allo scontro improvviso con i problemi veri e le responsabilità, quelli con cui ogni adulto sa di dover fare prima o poi i conti e davanti ai quali non ci si può tirare indietro: segreti troppo grandi da custodire, figli da mantenere, scelte disperate che dovrebbero risolvere i problemi e che invece finiscono per crearne altri, litigi che lasciano ferite sempre più difficili da rimarginare col passare del tempo.

Due Spicci mostra un protagonista che si mette davvero a nudo davanti allo spettatore, esponendo debolezze, barriere personali autoimposte a protezione e preoccupazioni di un uomo normale alle prese con problemi più grandi di lui, ma anche più grandi di tutti gli altri (persino di Sarah, che solitamente è la problem solver del gruppo). Forse per questi motivi lo stesso Zerocalcare ha definito Due Spicci una serie crepuscolare.

E più i problemi si fanno seri, più la testa e la coscienza di Zerocalcare vagano alla ricerca di una soluzione attraverso le parole dell’Armadillo che ancora una volta ha la voce di Valerio Mastandrea. La sua coscienza, più presente rispetto ai precedenti show, in questa serie si conferma uno dei veri mattatori: battute a raffica e confronti irresistibili con Zero, cercano continuamente di stemperare la drammaticità di alcuni eventi.

Non sempre si può fare affidamento sugli amici come si era abituati a fare da “pischelli”, perché ognuno ha i propri problemi da gestire.

C’è chi si rifugia in sé stesso, nei propri Armadilli, e cerca di aggrapparsi agli altri, come Zero; chi affronta tutto di petto, come ha sempre fatto, come Secco; e chi si costruisce una corazza, riesce a risolvere i problemi degli altri ma non i propri, come Sarah. E poi c’è chi non sa come affrontare certe situazioni, che si abitua al malessere e ne viene inghiottito finendo per affondare.

Tutto questo è Due Spicci.

Quando cresci non bastano più Due Spicci

Ma Due Spicci è anche una storia corale che coinvolge tutti i personaggi già visti finora nei prodotti animati di Netflix e Zerocalcare, ma soprattutto coinvolge chi la guarda.

È una storia che appassiona, forse perché racconta situazioni molto vicine, almeno per il sottoscritto, a quelle che possono essere vissute da Zerocalcare, da me o dai miei amici più cari. Una serie che non stanca e non annoia, anzi: si divora, perché ti cattura, ti devasta, ti fa ridere e subito dopo quasi piangere, accompagnandoti fino al finale.

Animazione e colonna sonora da paura

Movimenti Production, la casa di produzione già dietro alle altre serie di Zerocalcare, anche in questo caso svolge un lavoro davvero eccellente e, anzi, migliora sotto ogni aspetto grafico e d’animazione rispetto al passato.

Quello che Netflix e Zerocalcare realizzano con Due Spicci è un prodotto fruibile non solo per l’Italia, ma anche dal respiro internazionale, persino a livello visivo, e sono sicuro che spopolerà anche all’estero, proprio perché racconta in modo moderno, schietto a livello universale ma soprattutto umano, cosa vuol dire far parte della generazione a cui il protagonista appartiene.

Importante anche il contributo della colonna sonora della serie: se il ritorno di Giancane, cantautore amico di Zero che aveva già curato le sigle delle altre due serie, era quasi scontato, con la nuova Non ti riconosco più, l’asticella si è alzata ulteriormente grazie al coinvolgimento di Coez, che ha realizzato il brano Ci vuole una laurea, destinato a diventare una delle hit più ascoltate dei prossimi mesi.

Perché vedere Due Spicci?

Non c’è due senza tre, dice il proverbio, e Zerocalcare ci è riuscito ancora.

Due Spicci è una serie molto attesa dal pubblico e, con ogni probabilità, anche dallo stesso Zerocalcare, curioso di capire come verrà accolta.

Perché Due Spicci è la sua serie più personale e complessa, ma proprio per questo gran parte degli spettatori la adorerà: Zero non si risparmia e, come sempre, dice le cose come stanno, soprattutto quando riguardano sé stesso.

Questo lo porta ad aprirsi ancora di più con il suo pubblico, raccontando il proprio disagio, paure, angosce e tutto ciò che si porta dentro, nel modo in cui lo abbiamo imparato a conoscere bene: attraverso disegnetti (stavolta animati) e personaggi che ormai sono entrati nei nostri immaginari, nelle nostre case e fanno parte di noi.

Due Spicci ha tutto: ironia, malinconia, drammaticità, personaggi complessi e anche una forte componente morale.

A 42 anni non pensavo che mi sarei ritrovato a piangere davanti a un cartone animato. Zerocalcare è riuscito anche in questo.


VOTO POPCORNERD: 9/10

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Animazione

Netflix celebra l’uscita di DUE SPICCI di Zerocalcare

Netflix celebra l’uscita della nuova serie di animazione DUE SPICCI creata, scritta e diretta da Zerocalcare con un evento al Circo Massimo.

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25 maggio 2026 – Ieri sera si è tenuto al Circo Massimo a Roma “INSERT DUE SPICCI”, l’evento per tutti i fan dell’universo di Zerocalcare per celebrare DUE SPICCI – la nuova serie di animazione creata, scritta e diretta dal celebre fumettista romano in uscita solo su Netflix il 27 maggio.

A chiudere l’evento, le attesissime special performance di Coez e Giancane (con un featuring a sorpresa di Rancore), che hanno portato i loro brani presenti nella colonna sonora di Due Spicci: “Ci vuole una laurea”, il nuovo singolo di Coez, e “Non ti riconosco più” di Giancane, sigla della serie. Ad accoglierli sul palco Cecilia Cantarano, in veste di host della serata.

Durante l’evento, il pubblico ha giocato su centinaia di postazioni arcade in una grande partita collettiva, immergendosi al tempo stesso in altre attività ludiche e photo opportunity tematizzate. I fan hanno fatto squadra e si sono cimentati nel retro gaming nel corso della giornata, tra titoli classici degli anni ‘80 e ‘90 e un videogioco realizzato appositamente per l’occasione con i personaggi e le ambientazioni della Roma di Zerocalcare, fino ad accumulare, checkpoint dopo checkpoint, 1 miliardo di punti per sbloccare l’obiettivo finale: la proiezione in anteprima dei primi tre episodi della nuova serie Netflix.

Il divertimento nell’universo di Zerocalcare continua online: non sei ancora riuscito a battere il tuo record? Il videogioco “Insert Due Spicci” è disponibile fino al 27 maggio! Gioca qui → https://insertduespicci.it/online 

Informazioni su DUE SPICCI

Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale, ma problemi economici, incomprensioni e vite personali che si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto pressione. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte difficili.
Accanto a Zero sempre l’immancabile presenza della sua coscienza, l’Armadillo a cui Valerio Mastandrea torna a prestare l’inconfondibile voce.

CREDITI
Data di uscita: 27 maggio 2026
Numero di episodi: 8
Creata, scritta e diretta da: Zerocalcare
Prodotta da: Movimenti Production, parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO Publishing
Cast: Zerocalcare, Valerio Mastandrea

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