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AnimazioneInterviste

Intervista a Bruno Bozzetto, regista e pioniere dell’animazione italiana

Abbiamo avuto l’immenso piacere di avere ai nostri microfoni uno dei più grandi esponenti dell’animazione del nostro paese: Bruno Bozzetto. Ecco l’intervista completa al regista che ha reso l’animazione italiana, parte del cinema

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Non capita tutti i giorni di intervistare un regista, così come non capita tutti i giorni di avere ai propri microfoni un vincitore del David di Donatello. Bruno Bozzetto è entrambe le cose.

Se l’animazione italiana ha compiuto un determinato percorso ed è diventata ciò che conosciamo oggi, gran parte del merito va al lavoro e alla carriera di Bruno Bozzetto. Potete quindi immaginare quanto sia importante e prestigioso per PopCorNerd avere avuto l’opportunità di ospitare una personalità di tale caratura.

Ascoltare i racconti e gli aneddoti del sig. Bozzetto, dagli esordi della sua carriera fino ai giorni nostri, è stato un viaggio affascinante.

Parliamo dell’uomo che ha contribuito a trasformare il cortometraggio animato in una vera forma d’arte in Italia, che ha portato l’animazione a intrecciarsi con la musica classica e con il cinema dal vivo. Un artigiano dell’animazione, un pioniere che ha perfezionato il linguaggio del disegno animato e lo ha elevato a forma cinematografica. Un autore che, attraverso il Signor Rossi, ha saputo raccontare e continua a raccontare con semplicità ed efficacia l’italiano medio.

Tutto questo è Bruno Bozzetto. E questa è l’intervista che ci ha concesso. Mettetevi comodi, perché state per intraprendere un viaggio attraverso la storia dell’animazione italiana. La storia di Bruno Bozzetto.


Bruno Bozzetto: una vita ad animare storie

In primis ringrazio il sig. Bruno Bozzetto. Per me e tutta PopCorNerd è un vero onore averla qui. Siamo una piccola realtà e poter ospitare uno dei più grandi animatori italiani è davvero un grande privilegio.

Bruno Bozzetto – Buongiorno a tutti.

Allora, io comincio subito con una precisazione: non mi sento un animatore. So animare, so muovere le cose, ma non sono mai stato e non sarò mai un animatore nel senso più completo del termine. Mi considero un regista, uno scrittore di soggetti e sceneggiature.

Gli animatori veri sono tantissimi e molto più bravi di me. Io animo in maniera funzionale: se devo far compiere un gesto a un personaggio, glielo faccio fare. Ma l’animazione è un’altra cosa. Animazione significa dare vita ai personaggi, renderli credibili. Questo, onestamente, lo faccio fare ad altri. Perciò quando mi definiscono un grande animatore rispondo sempre di no: non sono un animatore, sono un regista.

Vorrei cominciare… dal presente (o dal passato recentissimo, se vogliamo dirla tutta). Il 6 maggio scorso ha ricevuto, durante la cerimonia dei prestigiosi David di Donatello, un premio speciale per celebrare la sua incredibile carriera. Un premio sicuramente importante, ma non è il primo che Bruno Bozzetto riceve e (speriamo) non sia neanche l’ultimo. Che effetto le fa ricevere oggi, a questo punto della sua carriera, un premio così importante?

Bruno Bozzetto – Mi ha fatto molto piacere. Intanto perché il David di Donatello è oggettivamente un bellissimo premio e averlo tra le mani è già una soddisfazione rispetto alle tante targhe e ai tanti riconoscimenti ricevuti negli anni.

Ma soprattutto mi ha fatto piacere perché arriva dal mondo del cinema. Io ho ricevuto parecchi premi alla carriera… non so neanche più quanti. Però in genere arrivano dal mondo dell’animazione o da ambienti specifici che danno importanza a determinate cose.

Quando invece il riconoscimento arriva dal cinema, significa che viene riconosciuta la tua capacità di fare film. Ed è questo che interessa a me e credo a tutti i registi di animazione.

Noi siamo sempre stati un po’ relegati all’idea del cinema per bambini. Quando si parla di animazione, la gente pensa automaticamente a un film per bambini, e non è corretto.

Noi realizziamo film esattamente come un regista di cinema dal vero. Scriviamo il soggetto, la sceneggiatura, realizziamo lo storyboard, creiamo i personaggi. Sono aspetti che il regista tradizionale spesso non fa direttamente. Lui deve trovare gli attori che corrispondano alla sua idea. Per il resto, montaggio, musica, effetti, sono gli stessi strumenti.

Eppure, quando un film animato è finito, non viene definito commedia, film d’avventura, western o fantascienza. Viene definito semplicemente “film d’animazione”.

È come se, davanti a un film di Paolo Sorrentino, io scrivessi “film con attori”. È assurdo.

L’animazione è una tecnica, non un genere. Se faccio un western, ho fatto un western. Se faccio un giallo, ho fatto un giallo.

Per questo ricordo sempre con piacere Piero Angela. Lui era una persona intelligentissima. I nostri lavori non li definiva mai “film d’animazione”, ma li chiamava “film di divulgazione scientifica”. Se poi l’animazione aiutava a spiegare meglio i concetti, tanto meglio, ma il genere restava quello.

Ecco, questo David di Donatello ha in qualche modo consacrato l’idea che anche noi facciamo cinema. E per me questo è stato molto importante.

In foto: Bruno Bozzetto con il David di Donatello ricevuto come premio alla carriera

Prima ha citato Piero Angela, che è stata una figura importante per la sua carriera. Nel suo ultimo libro, Il Signor Bozzetto. Una vita animata, parla specificatamente di lui, ma anche di suo nonno e di suo padre, due persone che hanno avuto un ruolo altrettanto importante nella sua crescita professionale. Come hanno contribuito questi tre uomini alla formazione del Bruno Bozzetto regista?

Bruno Bozzetto – Mio nonno, pittore, mi ha formato inconsciamente, attraverso il DNA.

Fin da giovane mi sono ritrovato con una certa predisposizione al disegno; le proporzioni, i punti di fuga, tutto ciò che riguarda la rappresentazione grafica mi veniva naturale.

Non ho mai dovuto studiare particolarmente queste cose: se un disegno aveva qualcosa di sbagliato, lo vedevo subito.

Questo lo devo a lui, anche se purtroppo l’ho frequentato poco perché è morto quando ero ancora giovane.

Ricordo però l’impressione che mi faceva vederlo dipingere affreschi enormi, di due, tre o quattro metri. Per me era qualcosa di magico.

Lui aveva uno stile realistico, completamente diverso dal mio. Era un pittore vero e proprio. Ha realizzato affreschi in molte chiese, ha lavorato anche per La Scala e ha eseguito opere molto importanti. Poteva dipingere enormi scene di battaglia con decine di cavalieri.

Il suo lavoro era lontanissimo da quello che ho fatto io. Però mi ha trasmesso la passione e soprattutto quella capacità istintiva di riconoscere ciò che funziona e ciò che non funziona in un disegno.

Io poi ho scelto una strada completamente diversa: semplice, caricaturale, ironica. Ma la facilità nell’affrontare il disegno la devo sicuramente a lui.

In foto: un giovane Bruno Bozzetto

E invece suo padre Umberto?

Bruno Bozzetto – Mio padre è stato una figura fondamentale nella mia vita.

Mi ha sostenuto e aiutato in tutti i modi possibili. Quando ho iniziato, alla fine degli anni Cinquanta, l’unico vero concorrente era Walt Disney. Pensare di poter fare un lavoro del genere in Italia era quasi impensabile.

Io stesso non avevo mai immaginato di trasformarlo in una professione: era semplicemente un hobby.

La cosa più importante è che lui mi aiutò nella parte tecnica. Il cinema d’animazione è composto da due aspetti distinti: quello artistico e quello tecnico.

La parte tecnica è molto complessa. Non basta prendere una macchina da presa e filmare. Bisogna fotografare i disegni uno per uno, avere luci adeguate, filtri per evitare riflessi, meccanismi che consentano alla macchina di avanzare e arretrare.

E poi c’era tutta la tecnica della realizzazione. Disegnare su un foglio è una cosa, realizzare centinaia di fogli perforati con precisione è un’altra.

Chi costruiva i registri metallici? Chi preparava i materiali? Non esisteva nulla.

Io avevo imparato la teoria da un libro, ma fu mio padre a costruire concretamente tutto quello che serviva. Mi aiutò a reperire fogli trasparenti, colori e strumenti che in Italia erano praticamente sconosciuti. Era un piccolo genio della tecnica. Avere un supporto del genere è stato fondamentale.

Tra l’altro ho scoperto che nel mondo dell’animazione quasi tutti i grandi lavoravano in coppia. Walt Disney aveva suo fratello che si occupava della parte commerciale e organizzativa. Molti altri autori erano affiancati da una seconda figura complementare.

Io ho avuto mio padre, si chiamava Umberto Bozzetto ed è stato una persona fondamentale: il mio primo collaboratore, il mio primo sostenitore e probabilmente anche il mio primo tifoso.

Mi ha aiutato anche nella parte commerciale, nel trovare persone e opportunità. È stato davvero un partner eccezionale.

Uno dei disegni animati realizzati da Bruno Bozzetto e tratti da Quark

Quark e Carosello sono i programmi televisivi dove lei è stato protagonista. Ci può raccontare qualche aneddoto particolare o curioso legato a questi due programmi che hanno segnato la storia della televisione italiana?

Bruno Bozzetto – Carosello è stato fondamentale perché mi ha permesso di aprire lo studio. Grazie ai primi guadagni ho potuto assumere collaboratori e costruire una vera struttura professionale.

Ma non solo; in seguito è stato proprio Carosello a finanziare i cortometraggi e i lungometraggi. I soldi che guadagnavo li reinvestivo nei progetti in cui credevo. Non mi sono costruito una piscina personale, per intenderci: ho fatto dei film.

Carosello è stata anche una grande scuola. Mi ha insegnato a rispettare le consegne, i tempi stretti e soprattutto una serie di regole molto rigide.

Esisteva una censura severissima all’epoca. Non si potevano usare determinate parole. Ad esempio non si poteva dire “olio vergine“, bisognava dire “puro olio d’oliva“. La parola “vergine” era vietata. Erano cose assurde e oggi fanno sorridere, ma all’epoca bisognava attenersi alle regole.

Per quanto riguarda Quark, invece, la collaborazione con Piero Angela nacque in modo molto semplice.

Io leggevo i suoi libri, che continuo a considerare straordinari, perché erano scritti in maniera chiara, accessibile e pieni di esempi visivi.

Avendo, io, una grande capacità di visualizzazione, mentre leggevo, vedevo già un film nella mia testa. Così gli scrissi una lettera dicendogli:

“Caro dottor Piero Angela, leggendo i suoi libri vedo dei film. Perché non realizzare un’animazione basata su quello che scrive?”

Lui già mi conosceva, aveva visto Allegro non troppo e mi stimava. Mi rispose che l’idea gli piaceva molto, ma che produrre un film tratto da un libro era economicamente rischioso. Aggiunse però che, alla prima occasione, ci saremmo risentiti.

Dopo alcuni mesi mi telefonò. Mi disse: “Mi hanno affidato una nuova trasmissione Rai che si chiamerà Quark. Vorrei inserire in ogni puntata un breve filmato di divulgazione scientifica e vorrei realizzarlo con i disegni animati.”

Mi indicò un articolo uscito quel giorno su La Repubblica e mi chiese di trasformarlo in uno storyboard. Lo preparai, glielo mandai e lui mi rispose: “Perfetto. Andiamo avanti.”

E da lì è iniziata la nostra collaborazione.

Abbiamo realizzato circa sessanta filmati da otto o dieci minuti e una quarantina di contributi più brevi per Miniquark.

Abbiamo lavorato insieme per dieci anni senza avere mai un problema, una discussione o uno screzio. Lavorare con lui era un piacere, anzi: non sembrava nemmeno lavoro.

Immagine tratta da Quark, realizzata dallo studio Bozzetto

Passiamo ora a una delle sue creazioni più celebri: il Signor Rossi. Come è nata la creatura probabilmente più importante della sua carriera, simbolo dell’italiano medio?

Bruno Bozzetto – Nasce da una vendetta personale.

Ero molto giovane, avevo circa diciannove anni. Avevo realizzato il mio primo film, Tapum! La storia delle armi, e successivamente un secondo lavoro dedicato alla storia delle invenzioni, realizzato in coproduzione con John Halas, autore del celebre adattamento animato de La fattoria degli animali di Orwell.

Non è un film straordinario e con Halas avevo avuto alcune divergenze creative: io avrei voluto un approccio più forte e personale, mentre lui preferiva un’impostazione più didattica.

Comunque ero molto giovane e stavo realizzando qualcosa che in quel periodo praticamente nessuno faceva.

Decisi di mandare il film a un festival che si teneva a Bergamo, città alla quale sono sempre stato molto legato. Il film, però, non venne accettato e la cosa mi sembrò davvero ingiusta.

Primo: ero uno dei pochissimi italiani che realizzavano animazione. Secondo: ero di Bergamo. Terzo: andai a vedere il festival e trovai film che, francamente, ritenevo molto peggiori del mio.

Mi sembrò una bocciatura incomprensibile.

Lei in precedenza aveva già partecipato al Festival di Cannes con un altro film, se non sbaglio.

Bruno Bozzetto – Sì, con Tapum! La storia delle armi.

Però bisogna ricordare che all’epoca non c’era l’attenzione mediatica di oggi. Oggi basta sollevare un bicchiere e finisci sui giornali. Allora non era così.

Comunque quella bocciatura mi diede molto fastidio e decisi di raccontare la vicenda in modo ironico, inventando un personaggio che chiamai Signor Rossi.

Nel film cerca di realizzare un’opera, la presenta a un festival, viene respinto e allora, per rabbia, rovina la pellicola, la sporca e la getta all’interno del palazzo della manifestazione. E proprio quella pellicola vince l’Oscar.

Era una storia chiaramente autobiografica, ma la cosa divertente è che, senza accorgermene, avevo disegnato il direttore del festival di Bergamo.

Non l’ho fatto apposta: me ne sono reso conto solo dopo, ma era identico: basso, pelato, con i baffetti. Non ci fu alcuna cattiveria, ma fu una coincidenza assolutamente inconscia.

Lui se ne accorse?

Bruno Bozzetto – Non gliel’ho mai detto. Era una persona molto conosciuta e rispettata a Bergamo, impegnata nell’organizzazione di mostre, eventi e festival. Solo dopo la sua morte ho iniziato a raccontare questo episodio. Ripeto: non c’era nessuna intenzione polemica.

Da quel primo film nacque poi tutto il resto.

L’anno successivo volevo raccontare la storia di un uomo comune che va a sciare. Poi mi venne in mente quello che va al mare. Poi quello che va in campeggio.

Avrei potuto inventare ogni volta un personaggio diverso, ma mi resi conto che avevo già il Signor Rossi. Piaceva al pubblico, era simpatico e ormai sapevamo come animarlo, così continuai a usarlo.

In pratica nacque una delle prime vere serie animate italiane: otto film con lo stesso protagonista. Ed è proprio questo che rese il Signor Rossi così popolare.

E c’è anche un bell’aneddoto che coinvolge suo padre Umberto e il “salvataggio” del Signor Rossi.

Bruno Bozzetto – Sì, ed è una storia incredibile.

Per poter essere distribuiti nei cinema, questi cortometraggi dovevano partecipare a un concorso ministeriale. Era necessario presentare documentazione, soggetti e pratiche burocratiche per ottenere il cosiddetto “premio di qualità”.

Conobbi una società romana specializzata in questo tipo di procedure. Loro si occupavano di tutta la parte burocratica mentre io mi sarei occupato di realizzare il film. Sembrava una soluzione comoda.

Dopo un po’, però, mio padre mi fece notare una cosa e mi disse:

“Bruno, se sono loro a presentare tutta la documentazione ufficiale, sulla carta il Signor Rossi appartiene a loro.”

Io rimasi sconvolto. Avevo creato il personaggio, scritto la storia, investito i soldi, prodotto e disegnato tutto, eppure rischiavo di non esserne il proprietario. Mi sembrava una follia.

Fu mio padre a convincermi ad andare a Roma per chiarire la situazione. All’inizio non volevo nemmeno crederci, ma alla fine ci andai e riuscimmo a risolvere il problema e meno male. Ancora oggi mi sembra assurdo pensare che qualcuno, senza aver contribuito creativamente, potesse diventare proprietario di un personaggio. Ma la burocrazia funziona così.

Quindi suo padre ha salvato il Signor Rossi, ma anche lei.

Bruno Bozzetto – Esattamente, ma direi soprattutto il Signor Rossi.

A proposito del Signor Rossi, il personaggio ha avuto anche una vita a fumetti sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Fare un fumetto e fare un film sono due cose molto diverse e quindi volevo chiederle come si è trovato nel creare un fumetto? Quali differenze ha riscontrato rispetto alla realizzazione di un film d’animazione?

Bruno Bozzetto – Allora, i fumetti del Corriere dei Piccoli non li ho fatti direttamente io, ma li ha realizzati il mio studio, perché era una cosa abbastanza meccanica. Li ho seguiti poco.

Ho invece realizzato un libro che si chiamava Il Signor Rossi e le donne, che è interamente a fumetti e in cui ho utilizzato il Signor Rossi come personaggio fumettistico.

La differenza sostanziale è che fare un fumetto è molto più semplice. Per fare un film devo coinvolgere sei, sette, otto, dieci persone; il fumetto invece posso realizzarlo interamente da me. Posso modificarlo in corsa, cambiare ciò che mi viene in mente, correggere e sperimentare continuamente.

È anche più divertente, devo dire, perché molte idee nascono all’ultimo momento. L’ho trovato molto simpatico come mezzo espressivo.

Non sono particolarmente appassionato di fumetti, nel senso che, avendo fatto film per tutta la vita, un film con dialoghi, musica e rumori mi offre molto di più. C’è un ritmo narrativo che trovo più stimolante.

Però devo dire che ultimamente faccio più fumetti che film. Faccio vignette, disegni, cose di questo genere. Ed è chiaramente una specie di gioco: ci si mette lì, ci si diverte, si prova.

Oggi poi, con la tavoletta grafica, è meraviglioso. Uno può fare una cosa, poi cambiarla, cancellarla, rifarla dieci volte, fare esperimenti. È molto bello.

La cosa fondamentale, sia nel fumetto sia nel cinema, però, è l’idea. Più ancora del disegno.

Ecco perché prima dicevo che mi considero soprattutto un regista o un soggettista. Senza un soggetto non nasce nulla di particolarmente interessante.

Possono nascere dei disegni meravigliosi, certo, ma io sono meno interessato al disegno in sé. Non sono un pittore. Io voglio comunicare.

Quello che mi interessa è la storia, ciò che ho da dire. Se non ho un’idea per il fumetto e se non ho un’idea per il film, non faccio niente. Rimango praticamente fermo, immobile.

Sono completamente d’accordo con lei. Alla storia ci si può appassionare, ci si può affezionare. Del disegno si può dire “che bello” e finisce lì, senza nulla togliere al lavoro degli artisti. Almeno dal punto di vista emotivo.

Bruno Bozzetto – Secondo me il discorso va impostato così: io considero il cinema e il fumetto dei mezzi di comunicazione.

Se ho un microfono davanti ma non ho niente da dire, non comunico nulla. Posso usare parole bellissime, fare discorsi eleganti, ma non comunico niente.

Allora posso anche fare una mostra grafica, mostrare disegni meravigliosi in un palazzo o in una galleria.

Nel momento in cui utilizzo il dialogo, la musica, i rumori, lo faccio per comunicare un concetto. Senza concetti non nasce nulla. Questo è sempre stato il mio punto di vista e l’ho mantenuto fin dal primo film.

Bruno Bozzetto con in braccio una riproduzione della sua creatura più importante: il Signor Rossi

Sono assolutamente d’accordo. Senta, recentemente è stata annunciata una nuova serie animata dedicata al Signor Rossi che arriverà su RaiPlay e Rai Gulp. Come dicevamo prima, il Signor Rossi rappresentava l’italiano medio degli anni in cui è stato creato. Nel 2026 è ancora lo stesso personaggio oppure è diventato un Signor Rossi più moderno, che deve confrontarsi con una società completamente diversa da quella delle sue origini?

Bruno Bozzetto – Io considero il Signor Rossi come l’uomo medio.

L’uomo medio esiste ed esisterà sempre, perché tutti noi siamo uomini medi e ogni giorno abbiamo a che fare con problemi nuovi e situazioni nuove.

L’aspetto estetico del personaggio è una cosa. Il contenuto è sempre nuovo.

Prendiamo I Simpson, la serie animata più longeva mai realizzata. Perché funziona da così tanto tempo? Perché parla di persone normali che ogni giorno hanno problemi con il vicino, con la scuola, con le vacanze. Sono situazioni universali.

Io mi metto nei panni dell’uomo medio e vedo che oggi ho molti problemi con la tecnologia moderna. Alcuni riesco a risolverli, altri no.

Come il Signor Rossi, affronto tutto con entusiasmo, ma spesso vado a sbattere contro un muro.

Mi accorgo che la domotica può essere meravigliosa, ma può anche fare brutti scherzi. Mi accorgo che l’automazione può essere utilissima, ma a volte complica le cose. Queste situazioni mi sembrano divertenti da raccontare.

Perciò ho fatto lo stesso ragionamento che feci cinquant’anni fa e mi sono detto: perché creare un personaggio nuovo? Il Signor Rossi è l’uomo medio e posso metterlo ovunque.

Gli cambierò l’abbigliamento, magari gli metterò gli occhiali o un cappellino diverso, ma resta l’uomo che si alza al mattino e scopre che Siri non risponde più, oppure che il navigatore lo porta in mezzo ai campi invece che a destinazione. Sono situazioni in cui tutti possiamo riconoscerci.

Ovviamente, dovendo realizzare cinquanta episodi, i soggetti diventano molto diversi tra loro. Si inventano situazioni nuove, magari anche un po’ più forzate. L’idea di base, però, è questa.

Ci tengo a precisare che questa serie è seguita soprattutto da mio figlio Andrea. Io faccio un po’ il papà che conosce il Signor Rossi e supervisiona il lavoro.

Ma è lui che sta cercando gli sceneggiatori, sviluppando i soggetti e seguendo concretamente la produzione. La serie è già entrata nelle prime fasi di lavorazione e sarà piuttosto lunga, perché gli episodi sono molti, cinquanta o cinquantuno, non ricordo con precisione.

Se avessi dovuto realizzarli tutti personalmente ci avrei lasciato le penne, perché è un lavoro enorme.

A un certo punto ci si ritrova con quindici episodi in lavorazione contemporaneamente, che si intrecciano tra loro. È davvero un lavoro molto complesso da seguire.

Il ritorno del Sig. Rossi, in arrivo prossimamente con una nuova serie animata

Passando a uno dei suoi lungometraggi cult, Allegro non troppo quest’anno compie 50 anni. È il lavoro che hai realizzato che reputa personalmente il migliore? Quello di cui va più orgoglioso?

Bruno Bozzetto – Direi di sì, anche perché ho avuto dei collaboratori e degli animatori di altissimo livello.

Ho avuto Giovanni Ferrari e Walter Cavazzuti, che hanno realizzato l’animazione del Bolero, quella dell’Ape di Vivaldi e anche l’episodio dell’Uccello di fuoco. Non posso non citare, poi, Giuseppe Laganà, direttore artistico del Bolero e del Preludio al pomeriggio di un fauno e Maurizio Nichetti, che fu molto importante nelle riprese dal vero.

Insomma, ho avuto degli animatori che erano veramente al top e questo ha dato un valore enorme all’estetica del film.

Il gatto sul Valzer triste di Jean Sibelius, per esempio, è stato animato da Giovanni Ferrari.

Il gatto dell’episodio Valzer triste

Però vorrei fare una precisazione; più che i lungometraggi, io adoro i cortometraggi, perché mi permettono di raccontare storie molto ricche in pochi minuti, di cambiare stile, di essere più graffiante e, se vogliamo, anche più cattivo.

Vorrei chiarire che Allegro non troppo non è propriamente un lungometraggio: è un insieme di cortometraggi. Ed è proprio nei cortometraggi che mi ritrovo meglio.

I film che amo di più, come La vita in scatola, Cavallette o Mister Tao, sono film di pochi minuti.

Con Allegro non troppo mi sono ritrovato ad avere un modo di espressione che sentivo molto mio.

Ho avuto delle musiche meravigliose che amavo profondamente e sono riuscito a realizzare un lungometraggio fatto di cortometraggi. Quindi ho raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato. Sicuramente è il film a cui sono più affezionato.

Anche se, dal punto di vista emotivo e sentimentale, quello che porto più nel cuore è West and Soda. Lo abbiamo realizzato quando eravamo giovani.

Eravamo un po’ pazzi, non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, non avevamo mai realizzato un lungometraggio e c’era una carica, un entusiasmo molto forti.

Quindi quello è il film che tengo più nel cuore. Però il film più bello resta Allegro non troppo.

Dovesse fare oggi Allegro non troppo o un suo potenziale secondo capitolo, c’è qualcosa che cambierebbe? Con le nuove tecnologie, rispetto all’epoca, (e specifico che non mi riferisco all’I.A.!), sperimenterebbe qualcosa di nuovo, utilizzando magari anche solo un genere musicale diverso rispetto alla musica classica o lo ritiene perfetto così?

Bruno Bozzetto – Due anni fa ho realizzato un altro film che, tra me e me, ho definito Allegretto non troppo. [risata n.d.r.]

Il titolo vero era Sapiens?, con il punto interrogativo [corto realizzato nel 2024 n.d.r.].  È composto da tre brani di musica classica e, tutto sommato, rappresenta una continuazione di Allegro non troppo. Ho visto che, sostanzialmente, non ho cambiato molto.

L’unica novità importante è stata un episodio basato sul Notturno di Chopin, che ho fatto realizzare in 3D da Adriano Marigo. Ho quindi sperimentato una tecnologia che mi affascinava molto.

La storia è quella di un ragnetto, molto stilizzato, che cade in un lavandino e non riesce più a uscirne. Da questa situazione nascono una serie di momenti divertenti. È un film in difesa degli insetti, che io tendo sempre a difendere, così come con qualunque animale.

Il primo episodio, basato su un brano di Giuseppe Verdi, parla della guerra e ne mostra la stupidità e l’inutilità. Il terzo episodio, costruito sul Coriolano di Beethoven, racconta la distruzione degli animali da parte dell’uomo, fin dalla comparsa dell’essere umano sulla Terra.

È quindi un episodio chiaramente ecologista e in difesa degli animali. In sostanza non ho cambiato molto.

Ho sperimentato il 3D, ma mi sono trovato bene seguendo le stesse orme di Allegro non troppo.

Per me il risultato perfetto non dipende necessariamente dalla musica classica, perché potrebbe essere anche musica moderna, ma quello che mi interessa è far combaciare perfettamente la musica con un’idea che ho in testa.

Quando questa fusione funziona, per me si raggiunge la perfezione.

Ci sono riuscito con Allegro non troppo e anche con Sapiens?, perché i film che avevo immaginato sono usciti esattamente come li avevo pensati. Potrei farne un altro anche utilizzando musica moderna. Non avrei alcun problema. Devo soltanto trovare l’idea giusta e verificare che funzioni davvero.

Le faccio una domanda legata proprio a questo. Quando ha realizzato Allegro non troppo, ascoltava la musica e immaginava le scene, oppure aveva già le immagini in testa e poi le collegava alla musica?

Bruno Bozzetto – Ascoltavo la musica. La ascoltavo dieci, venti, trenta, quaranta volte, piano piano cercavo un’idea e, poco alla volta, costruivo il racconto. Era un lavoro molto difficile.

Se si vuole mantenere una sincronizzazione corretta, bisogna percepire il mood della musica e adattare la storia a quel mood, a quei suoni.

Bisogna creare qualcosa che si avvicini il più possibile allo spirito della musica, senza però tradire la storia. Perché la storia, a un certo punto, prende una sua direzione e pretende di seguirla.

Ha una struttura drammaturgica che va rispettata. Non posso far uscire tre personaggi da una porta e, nella scena successiva, ritrovarli improvvisamente in mezzo al mare senza alcuna logica. Tutto deve avere coerenza, e questa coerenza deve convivere con la musica.

Per questo è un lavoro molto complesso e molto difficile, ma anche estremamente stimolante e bellissimo.

Immagine tratta da ‘Sapiens?’

C’è un progetto che reputa il più complesso, il più stressante, il più complicato? Quello che le ha fatto passare la maggior parte delle notti insonni tra tutti quelli che ha realizzato?

Bruno Bozzetto – Ce n’è uno, ma non è un cortometraggio e non è nemmeno un film d’animazione: è Sotto il ristorante cinese [film del 1987 n.d.r.]

Lì ho perso davvero il sonno, perché mi sono trovato ad affrontare un lavoro che non era il mio. Ma ho avuto anche parecchia sfortuna: quando mi serviva il sole pioveva, quando mi serviva la pioggia c’era il sole.

E poi era la prima volta che lavoravo con attori, fotografi e con tutto il mondo del cinema dal vero.

Ho scoperto che un lavoro del genere significa affrontare, dalla mattina alle sette fino alla sera, un imprevisto dietro l’altro. E io non ero abituato.

Nel cinema d’animazione lavoriamo con molta più tranquillità. Abbiamo il nostro tavolo, riflettiamo, ci fermiamo a bere un bicchiere d’acqua e poi torniamo a lavorare. Nel cinema dal vero non è così.

Si arriva sul set, si monta tutto e magari si scopre che il luogo che si doveva filmare è stato rovinato durante la notte.

Oppure arriva un’attrice con un forte mal di testa e non se la sente di recitare. Insomma, gli imprevisti sono continui. Lì ho veramente perso il sonno.

Mi sono divertito perché mi piace fare cinema con gli attori e con la macchina da presa, ma mi sono reso conto che è un lavoro molto difficile.

Sicuramente molto lontano dallo spirito di chi è abituato a realizzare film d’animazione con più calma e con tempi più lunghi.

Foto tratta dalla pellicola ‘Sotto il ristorante cinese’

Le chiedo di raccontarci, per l’ennesima volta, quello che è uno dei suoi racconti più interessanti, ovvero la sua personale notte degli Oscar del 1991. So che ha avuto modo di conoscere Kim Basinger, ma quello è solo uno dei tanti aneddoti legati a quell’esperienza.

Bruno Bozzetto – Non è vero che l’ho conosciuta, ma è stato Simone Tempia, nel libro a ricamarci sopra parecchio. [Il libro si intitolaIl signor Bozzetto – Una vita animata’ n.d.r.]

Io ho semplicemente detto che non l’avevo mai ritenuta particolarmente bella per i miei gusti e che, quando l’ho vista di persona, mi sono ricreduto perché è bellissima. Ho detto solo questo. Lui ci ha ricamato molto sopra. L’ho anche sgridato. [risata n.d.r.]

La notte degli Oscar è stata divertente soprattutto per l’arrivo davanti al cinema.

Il produttore-distributore di Cavallette che si chiamava Spike [della società “Spike & Mike”, molto famosa all’epoca nell’ambito dell’animazione n.d.r.] ha portato me, Nick Park, che era l’altro candidato agli Oscar, l’autore di Wallace & Gromit, e Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei film, che era con me a Hollywood.

Ci ha accompagnati alla cerimonia su una Cadillac scoperta. Lui era vestito da pirata, con tanto di cappello da pirata. Una cosa completamente folle. Sembrava di andare a una festa di Carnevale.

Ci ha scaricati davanti all’ingresso in queste condizioni e credo che abbiano avuto una certa sorpresa nel vederci arrivare così. Però è stato molto divertente. Mi ha colpito soprattutto l’organizzazione, che era pazzesca.

C’è un episodio che racconto sempre perché è molto divertente.

Ero seduto vicino a Nick Park e a Roberto Frattini. A un certo punto, durante una pausa, Roberto si è alzato per andare in bagno. Immediatamente è arrivata una splendida bionda molto scollata che si è seduta accanto a me.

Successivamente abbiamo scoperto che tutti questi giovani, uomini e donne molto belli, erano stati preparati per riempire eventuali posti vuoti. Non volevano che le telecamere inquadrassero sedie libere.

Quindi c’erano ragazzi e ragazze pronti a intervenire: appena qualcuno si alzava, uno di loro prendeva immediatamente il suo posto. Questo dà l’idea del livello di organizzazione.

Però appena Roberto è tornato, la ragazza si è alzata immediatamente. Erano tutti perfettamente coordinati.

Immagine tratta da ‘Cavallette’, opera animata che ha portato alla candidatura all’Oscar 1991 Bruno Bozzetto

Il panorama dell’animazione si è evoluto tantissimo negli ultimi anni, con un’internazionalizzazione e una contaminazione degli stili e delle culture. È molto più facile vedere opere animate di altri Paesi anche al cinema, che fino a qualche anno fa non sarebbero mai arrivate. E di conseguenza c’è anche una maggiore contaminazione di stili. Riguardo proprio al concetto di contaminazione ed evoluzione, l’Italia a che punto è in questo momento e cosa può trarre dalle altre culture dell’animazione?

Bruno Bozzetto – Può imparare moltissimo. Le contaminazioni sono sempre positive.

Poi dipende dalla storia che si vuole raccontare. Nessuno copia davvero un altro autore, però può essere influenzato.

Una cosa che ho notato è che, ultimamente, molti ragazzi che vengono a mostrarmi i loro lavori presentano disegni chiaramente influenzati dal Giappone. Direi che il novanta per cento porta disegni di quel tipo. Secondo me questo è un po’ eccessivo, però è inevitabile che, vedendo così tanto materiale, certe influenze entrino nel proprio modo di disegnare.

Io torno sempre al discorso della storia: prima si pensa alla storia e poi si decide quale sia la strada migliore da seguire per raccontarla.

A Napoli, per esempio, c’è la Mad Entertainment, che ha realizzato film con uno stile diverso, più legato al personaggio realistico. Sono tutti cambiamenti positivi, perché aprono nuove strade e nuove esperienze.

Alla fine, però, tutto ricade sempre sulla storia; se il racconto è interessante, funziona indipendentemente dallo stile utilizzato.

Potrei usare anche uno stile vecchio e ottenere successo, se la storia è buona. Viceversa, se la storia è debole, non funziona nemmeno con lo stile più moderno.

Credo che questo sia un momento molto interessante, perché arrivano tante idee nuove, tanti stimoli e tante strade diverse da esplorare. Per me va benissimo. Penso che sia utile per tutti vedere il maggior numero possibile di film e lasciarsi contaminare il più possibile. In questo modo si cresce, si cambia e si aprono nuovi orizzonti.

Siamo arrivati all’ultima domanda, che ci tengo particolarmente a farle. Lei è un amante delle barzellette, ma dice di non essere bravo a raccontarle. Ecco… c’è o c’è stata una persona nella sua vita che reputa la migliore nel raccontarle a lei agli amici o al pubblico?

Bruno Bozzetto – Sì, c’è una persona e la sua storia è anche molto interessante.

Questa persona è capace di raccontarne trenta di seguito ed è un genio nel far ridere tutti. Si tratta di Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei ultimi film.

Roberto oltre a essere un bravissimo compositore e direttore d’orchestra, è simpaticissimo e possiede un umorismo straordinario. Io mi sono detto che era la persona ideale per fare la musica dei miei film.

Ho sempre basato moltissime situazioni e moltissimi film sull’umorismo. Perciò ho pensato: se trovo qualcuno che è un bravo compositore e che in più ha il senso dell’umorismo, allora ho trovato il massimo. Infatti ci ho azzeccato, perché lui ha realizzato alcune delle più belle colonne sonore dei miei film.

Ma la cosa interessante è che riesce a mantenere anche nella musica quelle pause, quei tempi e quei momenti che rendono una situazione divertente. A un certo punto gli ho addirittura chiesto, come favore, di realizzare anche gli effetti sonori, perché l’effetto sonoro fa parte della musica. Diventa un ritmo narrativo, musicale e sonoro.

E lui, con il suo spirito, ha creato rumori eccezionali, persino utilizzando la propria voce e devo dire che, grazie al suo umorismo, ha realizzato alcune tra le colonne sonore più belle che io abbia avuto.

Quindi sì, ce l’ho una persona che ammiro particolarmente: Roberto Frattini.

In foto da sinistra: Roberto Frattini, Bruno Bozzetto e Silvio Orlando

Sulle barzellette, prima di chiudere, le racconto un episodio, che forse può interessare anche lei: ha mai conosciuto qualcuno che abbia inventato una barzelletta?

Effettivamente no.

Bruno Bozzetto – Tutti dicono sempre: “Ti racconto una barzelletta che ho sentito”.

Esiste una teoria affascinante secondo la quale le barzellette ci arrivano dagli extraterrestri, che vogliono controllare il senso dell’umorismo dell’umanità. Quando noi non rideremo più alle barzellette, ci elimineranno tutti. [risata n.d.r.]

Effettivamente è una teoria bellissima. Speriamo allora che continuino a esistere barzellette ancora per molto tempo e se nei prossimi anni dovesse arrivare un’invasione aliena, sapremo che è perché nessuno ride più.

Bruno Bozzetto – Anche perché io dico sempre che l’umorismo è una forma di civiltà.

Un popolo che non ha umorismo è un popolo pericolosissimo, perché prende tutto troppo seriamente. Nel momento in cui le cose si mettono davvero male, bisogna sempre conservare un po’ di leggerezza.

L’altro giorno eravamo a Bergamo ed è venuto al nostro festival Lillo. È fantastico dal punto di vista dell’umorismo.

Parlavamo proprio di questo argomento e lui diceva: “Anche nelle situazioni più drammatiche riesco a ridere. Non riesco ad arrabbiarmi“. Ecco, io credo che questo sia un modo per smussare gli angoli e accettare tante cose.

La ringrazio davvero tantissimo per il suo prezioso tempo. Ero anche un po’ emozionato, quindi mi perdoni se magari ho detto qualche strafalcione.

Bruno Bozzetto – Ma no, assolutamente. Grazie molte e buona serata.


Bruno Bozzetto – Biografia

Bruno Bozzetto (Milano, 1938) è uno dei più importanti autori e registi dell’animazione italiana, nonché una figura fondamentale nella storia del cinema d’animazione europeo. Creatore dell’indimenticabile Signor Rossi, simbolo dell’italiano medio alle prese con le contraddizioni della società contemporanea, nel corso della sua carriera ha realizzato lungometraggi diventati cult come West and Soda, Vip – Mio fratello superuomo e Allegro non troppo, considerato uno dei capolavori dell’animazione mondiale.

Attivo dagli anni Cinquanta, Bozzetto ha saputo coniugare satira, innovazione tecnica e sensibilità artistica, collaborando anche con Piero Angela per i celebri filmati divulgativi di Quark. Nel 1991 è stato candidato al Premio Oscar per il cortometraggio Cavallette e, nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e due David di Donatello Speciali, l’ultimo nel 2026.

Ancora oggi continua a raccontare con ironia e intelligenza i vizi, le virtù e le trasformazioni della società contemporanea, confermandosi uno dei più autorevoli e amati maestri dell’animazione italiana.

Animazione

Toy Story 5: fine dei giochi

La recensione dell’ultimo capitolo della leggendaria saga di Toy Story. L’amaro epilogo dei giochi e la mancanza di idee in casa Pixar

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“L’alternativa al rischiare su nuove idee sarebbe arrivare a fare Toy Story 27

Pete Docter, storico regista e volto della Pixar, si pronuncia così ai microfoni di IGN in merito al flop del film Elio, uscito nelle sale a giugno 2025. Ed è vero, è un periodo molto complesso per l’animazione ed in generale per le nuove idee al cinema.

Esistono eccezioni che scaturiscono anche da giovani menti, come il successo di Backrooms di Kane Parsons oppure Obsession di Curry Barker, ma esse sono tali proprio perché il grande sistema rifiuta il rischio sempre più in maniera categorica per inseguire ciò che il pubblico già conosce.

Sono anni ormai che il più grande e storico studio d’animazione americano vive nello stagno del riciclo. Sequel e canovacci già visti e rivisti, morali che cercano di non ferire nessuno e di accontentare tutti: la Disney non è più in grado di dettare la legge, non è più in grado di generare altre realtà che si inginocchiano e cercano (anche maldestramente) di imitarla.

Pixar segue di conseguenza, e i nuovi progetti annunciati rincorrono una linea che richiama le parole del buon Docter: Gli Incredibili 3, Coco 2, il terzo film su Monsters & Co. Reiterare in funzione della maledetta nostalgia diventa l’unico modo per addolcire i produttori nel finanziare progetti da (minimo) 200 milioni di dollari, che vengono ancora più appesantiti dal costo di grandi star nel cast o collaborazioni musicali con cifre da capogiro solo nella speranza che i nomi portino più spettatori in sala.

La tecnica è l’ultima a morire

Toy Story 5, esattamente come il precedente quarto capitolo, nasce per fare cassa. Niente di più, niente di meno. Tuttavia fin dal primo annuncio, tanti appassionati nutrivano ancora flebile speranza grazie al nome messo a capo dell’operazione: Andrew Stanton.

Insieme a Docter, Stanton è uno degli ultimissimi artisti ancora rimasti in Pixar che hanno visto nascere l’azienda e che hanno maturato un metodo di lavoro segnato dall’epoca d’oro dei primi dieci anni di produzione. Un talento notato fin da subito dal grande John Lasseter (creatore della saga di Toy Story) e coltivato nelle regie di A Bug’s Life Alla ricerca di Nemo

Il buon Andrew si distingue negli anni fino ad arrivare al culmine della carriera dirigendo il capolavoro Wall-E e collaudando anche il linguaggio dei sequel con il delizioso Alla ricerca di Dory. Un regista dunque completo, senza paura di esporsi sui temi che decideva di trattare e con una cura maniacale nella realizzazione tecnica (come dimostra tutto lo studio fatto sui movimenti della fauna della barriera corallina utilizzato per Nemo).

Fin da subito infatti il talento tecnico di Stanton è lampante anche nel quinto capitolo di Toy Story: tutti i design dei nuovi giocattoli elettronici sono meravigliosi ed immediatamente riconoscibili, la regia va ben oltre il mestiere, seppur priva di particolari guizzi, e l’animazione in computer grafica è (ormai da tanti anni) la migliore del panorama mondiale.

C’è anche una piccola vena sperimentale in alcuni inserti dedicati ai momenti del “gioco di fantasia”: le scene in cui i giocattoli interpretano i ruoli delle storie create dai bambini adoperano un cambio stilistico tingendosi di un tratto più morbido, con colori ad acquerello e una linea da libro illustrato deliziosa, che spero non rimanga fine a sé stessa per i prossimi prodotti.

Qualcuno pensi ai genitori

Tutto il lato tecnico deve però confluire in un racconto efficace. In Toy Story 5 il tema del rapporto fra bambino e tecnologia viene raccontato solo mostrando una situazione. Nelle prime fasi del film i giocattoli e gli spettatori prendono coscienza del cambiamento dettato dai nuovi dispositivi, fino all’arrivo del nuovo tablet della protagonista Bonnie: Lilypad.

Tuttavia la pellicola sembra prendere tempo fino al suo epilogo, evitando frasi che possano minimamente ricondurre a prese di posizione in merito al tema. Tutta l’operazione si struttura infatti su pochi passaggi: l’arrivo di Lilypad, il pigiama party di Bonnie, l’avventura “in trasferta” di Jessie e la risoluzione finale.

Eppure sembrano sezioni vuote, dove l’effetto del tablet viene solo mostrato, per poi passare alla reazione sconsolata e sconfitta dei giocattoli che gridano all’estinzione.

Non c’è mai una reazione non caricaturale, un approfondimento legato a ciò che viene inquadrato, tutto si riduce ad una grande litigata fine a sé stessa fra giochi elettronici e tradizionali che senza la sorpresa di nessuno terminerà con tutti felici e contenti.

La paura si percepisce solo nell’azienda produttrice, che ovviamente si guarda bene sia dall’accusare direttamente il tablet (considerando che poi è lì che i suoi utenti guardano il caro Disney+) sia dall’incolpare i genitori del mancato controllo della situazione (sennò chi paga i biglietti per tutta la famiglia al cinema?).

Ci si trova davanti anche a semplificazioni troppo ingenue. Jessie si scaglia contro i giocattoli elettronici accusandoli in maniera anche denigratoria, ma raggruppare tutti i nuovi personaggi nella categoria “tecnologia” bollandoli come problemi di egual misura è una generalizzazione veramente miope sulla sitazione.

Come puoi paragonare un tablet con milioni di funzionalità, chat integrata e giochi di ogni tipo con un giocattolo come Smarty Pants, con 3 pulsanti e una riga a 16 bit? Non sono la stessa cosa e soprattutto non hanno lo stesso effetto sui bambini.

Il dispiacere è ancora più grande se si ripensa al fatto che 15 anni fa Andrew Stanton riusciva a raccontare una società distopica in maniera esemplare, inserendo anche momenti inquietanti come la scuola sull’astronave in Wall-E, dove i bambini imparano le lettere dell’alfabeto associandole non a semplici parole, ma ai nomi delle multinazionali. Oggi invece non sembra neanche in grado di distinguere i dispositivi elettronici, oppure (più probabile) gli ordini dall’alto hanno preso il sopravvento sulla sceneggiatura.

Smarty Pants e Jessie

Niente più gioco di squadra

Il primo Toy Story era una scusa per raccontare la società umana. All’arrivo del nuovo “collega” Buzz Lightyear tutto lo storico cast reagiva in maniera diversa: c’era chi lo odiava perché aveva paura di perdere il comando, chi lo accoglieva calorosamente, chi faceva il lecchino e chi invece rimaneva cinico e distaccato.

La coralità è sempre stata centrale nell’alchimia della saga, anche nel terzo capitolo in cui tutti i personaggi continuavano (a distanza di 15 anni dal primo film) a proporre gag ed interazioni interessanti e divertenti che riaccendevano l’amore anche per i secondari.

In Toy Story 4 questo aspetto veniva già drasticamente ridotto, proponendo un’avventura praticamente in solitaria con Woody in cerca della forchetta di plastica Forky. Questa volta invece la palla del protagonista passa a Jessie, ma rimane un racconto privo della forza del gruppo.

Slinky, Rex, Mr. Potato, Hamm e tutti gli altri storici giocattoli di Andy hanno, se va bene, una battuta in Toy Story 5, poi vengono dimenticati in una scatola per raccontare la diatriba tra la cowgirl e Lilypad.

Woody ritorna per aiutare i suoi vecchi amici, ma risulta solo un agglomerato di gag sulla vecchiaia, mentre Buzz, con un copione composto al 75% dalla parola “matrimonio”, rimane inspiegabilmente intrappolato in un vortice di stupidità iniziato col quarto capitolo (in cui “inseguiva la sua voce interiore”, nonostante avesse imparato da 3 film di essere un giocattolo).

Sono icone ridotte a parlare solamente per svegliare il pubblico ricordandogli che esistono ancora e che non devono preoccuparsi.

Neanche il nuovo cast basta per rimpiazzare i personaggi storici: Lilypad è tanto ottusa quanto inconsapevole delle sue stesse funzionalità base, in quanto non ha problemi ad auto-hackerarsi ma non riesce a disattivare il microfono per i comandi vocali, mentre Smarty Pants & co. non riescono mai a risultare incisivi, risultando solo un contorno necessario forse dovuto proprio alla consapevolezza dei creativi Pixar di dover per forza trovare una coralità, anche forzandola.

L’unica squadra interessante è quella dei nuovi modelli Buzz Lightyear: tutte le loro scene sono divertenti e le loro tappe verso la ricerca del “comando stellare” funzionano se prese a sé stanti, ma nell’insieme risultano troppo sconnesse dall’avventura principale, almeno fino alla conclusione. Sembrano quasi derivare da un cortometraggio introdotto a forza in questa pellicola solo a beneficio del minutaggio.

In conclusione

Toy Story 5 è purtroppo un contenitore quasi vuoto. Un’eccellenza tecnica con piccoli tratti sperimentali, che però spegne immediatamente l’entusiasmo se si pensa al suo contenuto.

Una storia dal tema spinoso che viene continuamente evitato solo in favore di gag o litigi fra giocattoli, una reiterazione di personaggi storici presenti ma allo stesso tempo assenti. Woody e Buzz utilizzati come portabandiera del nome di una saga leggendaria che non rinuncia a lasciarsi andare al ricordo della splendida iniziale trilogia.

Il risultato di una Pixar spaventata, che vive di rendita e che si vergogna ad essere nuovamente la regina dell’animazione mondiale. Purtroppo credo che anche gli ultimi storici creativi, come il caro Andrew Stanton, abbiano finito di giocare e divertirsi con le loro creazioni.


VOTO POPCORNERD: 6,5 / 10

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Anime

CRUNCHYROLL annuncia gli anime dell’estate 2026!

Nuovi titoli in arrivo sulla piattaforma Crunchyroll questa estate. Tra nuove stagioni e nuove serie ecco l’elenco dei nuovi titoli presto disponibili

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CRUNCHYROLL ANNUNCIA LA STAGIONE ANIME DELL’ESTATE 2026

BLACK TORCH, Jaadugar: A Witch in Mongolia, Clevatess Stagione 2, Tomb Raider King, Smoking Behind the Supermarket with You e molti altri titoli arriveranno sulla piattaforma nel corso dell’estate.

Crunchyroll presenta la sua nuova lineup dell’estate 2026, come sempre ricca di serie e generi per tutti i gusti: dal dark fantasy di BLACK TORCH e Tomb Raider King, alle atmosfere dell’antico Impero Persiano di Jaadugar: A Witch in Mongolia, fino ai momenti di quotidiana leggerezza di Smoking Behind the Supermarket with You

Daemons of the Shadow Realm, ONE PIECE – L’arco di Elbaph Parte 2, That Time I Got Reincarnated as a Slime Stagione 4 e molti altri titoli continueranno ad accompagnare il pubblico nell’imminente stagione estiva.

Di seguito l’elenco completo delle serie annunciate, con ulteriori novità in arrivo prossimamente.

NUOVE SERIE

  • BLACK TORCH
  • Dara-san of Reiwa
  • From Overshadowed to Overpowered: Second Reincarnation of a Talentless Sage
  • Goodbye, Lara
  • GROW UP SHOW -Sunflower Circus-
  • Hanaori-san Still Wants to Fight in the Next Life
  • Heroine? Saint? No, I’m an All-Works Maid (And Proud of It)!
  • I Became a Legend after My 10 Year-Long Last Stand
  • I Want to Love You Till Your Dying Day
  • Jaadugar: A Witch in Mongolia
  • KAIJU GIRL CARAMELISE
  • Love Unseen Beneath the Clear Night Sky
  • MEBIUS DUST
  • Oh Boy, Was I Wrong About Her
  • Rich Girl Caretaker: I’m Secretly the Caregiver of the Most Popular Girl in This Rich Kid School
  • Smoking Behind the Supermarket with You
  • Sorry About My Little Brothers
  • The Cat and the Dragon
  • The Duke’s Son Claims He Won’t Love Me Yet Showers Me with Adoration
  • The Exiled Heavy Knight Knows How to Game the System
  • The Insipid Prince’s Furtive Grab for The Throne
  • The Oblivious Saint Can’t Contain Her Power
  • The Ogre’s Bride
  • The Villager of Level 999
  • The World’s Strongest Rearguard
  • Though I Am an Inept Villainess
  • Tomb Raider King
  • Victoria of Many Faces
  • Young Ladies Don’t Play Fighting Games

NUOVE STAGIONI

  • Anime AzurLane: Slow Ahead! Stagione 2
  • Bungo Stray Dogs WAN! 2
  • Clevatess Stagione 2
  • Hana-Kimi Stagione 2
  • Magical Girl Lyrical Nanoha EXCEEDS Gun Blaze Vengeance
  • Mushoku Tensei: Jobless Reincarnation Stagione 3
  • Re:ZERO -Starting Life in Another World- Stagione 4 Parte 2
  • Saga of Tanya the Evil Stagione 2
  • Skeleton Knight in Another World Stagione 2
  • The Elusive Samurai Stagione 2
  • Trapped in a Dating Sim: The World of Otome Games is Tough for Mobs Stagione 2
  • Yoroi-Shinden Samurai Troopers (Parte 2)
  • You and I Are Polar Opposites Stagione 2

SERIE CHE PROSEGUONO DALLA PRIMAVERA 2026

  • Ascendance of a Bookworm: Adopted Daughter of an Archduke – Nuovi episodi ogni sabato
  • Daemons of the Shadow Realm– Nuovi episodi ogni sabato
  • Digimon Beatbreak – Nuovi episodi ogni sabato
  • Star Detective Precure! – Nuovi episodi ogni sabato
  • Welcome to Demon School! Iruma-kun Stagione 4 – Nuovi episodi ogni sabato
  • ONE PIECE – L’arco di Elbaph Parte 2 – Nuovi episodi ogni sabato
  • The Classroom of a Black Cat and a Witch – Nuovi episodi ogni sabato
  • LIAR GAME – Nuovi episodi ogni lunedì
  • RILAKKUMA – Nuovi episodi ogni venerdì
  • That Time I Got Reincarnated as a Slime Stagione 4 – Nuovi episodi ogni venerdì
  • The Drops of God – Nuovi episodi ogni venerdì

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Crunchyroll per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Animazione

Popchop Express – Arion: Mýthoi enós Iápona afigití

Riscopriamo l’epopea greca di Arion raccontata dal Giappone con un tratto unico, che ritorna al cinema con un evento dal 22 al 24 giugno

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Esiste un manga per ogni argomento. L’immenso successo internazionale del fumetto giapponese è anche dovuto al suo essere un linguaggio universale, in grado di accontentare qualsiasi tipo di lettore proponendo storie di ogni genere.

Se provate ad immaginare un qualunque tema, difficilmente lo troverete senza un volume o una serializzazione editoriale nipponica, soprattutto scavando nelle pubblicazioni del mercato interno. Ad esempio, uno dei più grandi successi del manga moderno è la serie di Kingdom realizzata da Yasuhisa Hara dal 2006 sull’iconica rivista Weekly Shonen Jump.

Si tratta di un’epopea storica (ancora in corso) che ricostruisce in maniera romanzata tutto il periodo cinese conosciuto come Zhànguó Shídài (“Periodo degli stati combattenti”), il quale portò all’unificazione della Cina. Anche nel mainstream dunque il manga assorbe immaginari provenienti da culture estere, ma c’è chi addirittura si spinge ancora più ad ovest cercando di inglobare influenze e fondamenti dell’occidente.

Esiste un manga su Giovanna d’Arco? Assolutamente sì. E su Nerone, o Alessandro Magno? Certo. Esiste un manga su Gesù? Ovvio. Tutte queste storie sono solo la punta di un iceberg fatto di racconti senza fondo. In questi nomi appena citati ritorna però un nome ricorrente: Yoshikazu Yasuhiko.

Foto di Yoshikazu Yasuhiko con accanto una sua illustrazione dedicata a Gundam

Giocare con gli Dei

Questo nome è una leggenda nell’animazione nipponica, seppur ad alcuni potrebbe non dire nulla sentendolo per la prima volta. Si tratta del character designer dell’iconica serie Mobile Suit Gundam, alla quale lavora insieme a Yoshiyuki Tomino subito dopo la diretta proposta dell’allora Nippon Sunrise, nonché animatore navigato della Mushi Production di sua maestà Osamu Tezuka.

Una carriera invidiabile dunque, che viene ulteriormente arricchita nel mondo del manga a partire dal 1979, anno in cui il buon Yasuhiko imbastisce su carta quello che in origine doveva essere un breve progetto realizzato in animazione: Arion.

Immagine gentilmente concessa per l’utilizzo da Nexo Studios in collaborazione con Yamato Video

Yoshikazu parte da un’esigenza: l’immagine scolpita nel pensiero comune a proposito del mito greco è pura e splendente, ma in realtà documentandosi si scopre un mondo fatto di incesti, omicidi e drammi famigliari d’ogni sorta.

L’idea di utilizzare questa base per una re-immaginazione del pantheon con la chiave della narrazione giapponese stuzzica la rivista Monthly Comic Ryū, la quale propone all’autore la serializzazione di un fumetto con la possibilità futura di renderlo un cartone animato qualora dovesse riscontrare l’adeguato successo.  

Tuttavia, già nelle sue prime idee, l’aderenza ai racconti originali viene a mancare nelle sue premesse: Arion nel mito è un cavallo, non un ragazzo ingannato dagli Dei, mentre Seneca non c’entra nulla col filosofo e drammaturgo dell’antica Roma.

Immagine gentilmente concessa per l’utilizzo da Nexo Studios in collaborazione con Yamato Video

Spirito indomito d’animatore

Il non rimanere fedeli alle Grecia classica diventa il motore per alimentare una storia cupa che vuole occuparsi della libertà dell’uomo sull’essere divino tramite la sua propria ribellione. Il “nuovo Pantheon” ideato da Yoshikazu Yasuhiko si imprime subito nella mente del pubblico.

Zeus non è il sovrano assoluto degli Dei, ma un semplice inetto tormentato e sfruttatore delle leggi per governare senza fatica. Apollo dovrebbe ricordare la radiosità, la gioia e la musica, quando è in verità il personaggio più meschino e lascivo dell’intero film. Ares si ritrova ad avere un lato per certi versi comico, mentre Atena è tutt’altro che risoluta con il suo desiderio morboso d’amore incestuoso e la sua gelosia per Resfina.

In relazione al film, il manga originale sottolinea alcuni elementi cari all’autore: nel concepire Arion come un fumetto seriale, si può notare come alcune vignette vogliano comunicare lo spirito dell’animatore.

Immagine gentilmente concessa per l’utilizzo da Nexo Studios in collaborazione con Yamato Video

In maniera analoga al lavoro svolto da Hayao Miyazaki con il manga di Nausicaa della valle del vento, costruire la tavola tramite il movimento silenzioso dei personaggi, spesso sfruttando figure che non si muovono da un lato all’altro dello schermo (pratica che era molto inusuale all’epoca, soprattutto nell’animazione televisiva e con l’utilizzo dello schermo in 4:3), ma che al contrario  si avvicinano frontalmente al lettore acquisendo dettaglio, ricorda inevitabilmente un taglio già improntato verso il linguaggio cinematografico.

Inoltre, lo stile visivo comunque conserva l’essenza della lezione del maestro Tezuka, con tratti molto espressivi e freschi, un approccio molto più libero sia rispetto alle soluzioni barocche e complesse degli Shojo manga (che all’epoca stavano spopolando), sia rispetto alla nuova ondata del manga underground gekiga.

Tavole del manga di “Arion”

Neo Heroic Fantasia

È un terreno di scontro fra l’uomo e il Dio, Arion si costruisce dunque come un racconto anche sulla solitudine del giovane eroe. Un cammino di formazione verso la ricerca del valore della fiducia e delle relazioni, sia amorose sia genitoriali. Un tema molto caro al racconto manga, amalgamato questa volta con l’immagine del mito greco.

Immagine gentilmente concessa per l’utilizzo da Nexo Studios in collaborazione con Yamato Video

Avere l’opportunità di rivedere al cinema questo colossal dell’animazione è un assoluto privilegio, un’occasione da non perdere nei tre giorni di evento che accompagneranno il ritorno di Arion e Yoshikazu Yasuhiko sul grande schermo (il 22,23 e 24 giugno).

Un’enorme operazione dal tratto unico di chi ha contribuito a costruire la grande animazione giapponese. Dal linguaggio manga alla pellicola, Yasuhiko costruisce la sua epopea cupa ed intensa dove l’uomo finalmente prende in mano le redini del proprio destino per cambiarlo.


Immagine gentilmente concessa per l’utilizzo da Nexo Studios in collaborazione con Yamato Video

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