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Daredevil: Born Again, un capolavoro senza tempo

L’opera Marvel Comics a cura di Frank Miller e David Mazzucchelli compie 40 anni

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Per comprendere davvero l’importanza di Daredevil: Born Again, fumetto di cui voglio parlarvi oggi, è utile fare un rapidissimo passo indietro nel tempo. Ogni storia, infatti, nasce all’interno di un contesto preciso: un momento storico, una realtà socio-politica e un clima creativo che inevitabilmente ne influenzano temi, toni e ambizioni.

Prima di entrare nel cuore dell’opera, vale quindi la pena fare un breve tuffo negli anni in cui questa storia è stata concepita e pubblicata, per capire quale mondo circondava i suoi autori e l’industria del fumetto in quel preciso momento storico.

Gli anni Ottanta in USA e in Marvel Comics

Il contesto socio-politico

Nel 1986 gli Stati Uniti e il mondo occidentale stanno vivendo una fase complessa e contraddittoria. Alla Casa Bianca c’è il repubblicano Ronald Reagan, presidente dal 1981 e simbolo dell’America conservatrice degli anni Ottanta e lo spettro della Guerra Fredda aleggia ancora negli animi della gente.

Gli anni Ottanta sono stati anche gli anni della diffusione massiccia delle droghe, soprattutto negli Stati Uniti, dove il Paese si trovò a fare i conti con un’ondata senza precedenti di sostanze stupefacenti, alimentata in larga parte dai cartelli della droga sudamericani. Per avere un riferimento immediato, sono gli anni in cui la figura di Pablo Escobar diventa centrale nell’immaginario collettivo. Il tema della tossicodipendenza viene ripreso da Frank Miller e inserito al centro della narrazione di Daredevil: Born Again, utilizzandolo come uno dei motori principali della caduta – e successiva rinascita – dei suoi personaggi.

La fase creativa di Marvel Comics

Negli anni in cui nasce Born Again, la Marvel Comics sta attraversando una fase creativa estremamente fertile. Dopo l’epoca rivoluzionaria degli anni Sessanta guidata da figure come Stan Lee e Jack Kirby, la Casa delle Idee sta vivendo una nuova stagione di sperimentazione grazie a una generazione di autori più giovani. Alcune delle testate più popolari del periodo includono The Uncanny X-Men di Chris Claremont e John Byrne, The Amazing Spider-Man e Thor, rilanciato con successo da Walter Simonson.

È anche un periodo in cui la Marvel permette ad alcuni autori di imprimere una forte identità autoriale alle serie su cui lavorano. Storie più lunghe, temi più maturi e una narrazione visivamente ambiziosa iniziano a ridefinire il linguaggio del fumetto supereroistico.

Tutto ha inizio da un’idea

È proprio in questo contesto che due giovani autori iniziano a lavorare su una storia destinata a lasciare un segno profondo nell’industria del fumetto. Lo sceneggiatore Frank Miller e il disegnatore David Mazzucchelli collaborano su una run di Daredevil che avrebbe ridefinito il personaggio e influenzato il fumetto supereroistico per decenni.

Chris Claremont (sinistra) e Frank Miller (destra) nel 1981

Chris Claremont (sinistra) e Frank Miller (destra) nel 1981

David Mazzucchelli in una foto del 2012

David Mazzucchelli in una foto del 2012

Frank Miller iniziò a lavorare come sceneggiatore su Daredevil nel 1981, a partire dal numero #168, ruolo che avrebbe mantenuto fino al 1983. In questo periodo Miller ridefinisce completamente il personaggio: introduce Elektra Natchios e trasforma Wilson Fisk, alias Kingpin, nel grande antagonista di Daredevil. Il tono della serie diventa più noir, urbano e adulto, allontanandosi sensibilmente dall’impostazione più tradizionale dei fumetti supereroistici dell’epoca.

Questa run, oggi considerata storica, dona a Daredevil un fascino e una profondità narrativa che il personaggio non aveva mai avuto prima.

Qualche anno dopo, Miller torna a scrivere Daredevil con un’idea molto precisa in mente: cosa succederebbe se qualcuno distruggesse completamente la vita di Matt Murdock? Per raccontare questa storia sceglie come disegnatore David Mazzucchelli, con il quale aveva già collaborato proprio su Daredevil. Il risultato di questa collaborazione è Daredevil: Born Again, pubblicato nei numeri #227 – #233 della serie regolare tra il 1986 e il 1987.

In questo articolo dedicato al quarantesimo anniversario dell’opera, voglio rivivere insieme a voi la lettura di questo capolavoro del fumetto moderno.

Apocalypse (#227)

Quando Daredevil: Born Again ha inizio, troviamo Matt Murdock alle prese con le difficoltà che la sua doppia vita inevitabilmente comporta: è alla ricerca di un impiego stabile, mentre la sua relazione sentimentale sta andando in frantumi. Insomma, another day in the life of Matt Murdock. E come se non bastasse, il rigido inverno della East Coast contribuisce a rendere tutto ancora più cupo.

Ma Matt non sa che, da qualche parte in Messico, la sua vecchia fiamma Karen Page, ormai consumata dalla tossicodipendenza, ha venduto la sua identità segreta in cambio di una dose. Un’informazione che, passando di mano in mano, finisce inevitabilmente per arrivare a Wilson Fisk, il Kingpin.

È questo il momento esatto in cui tutto cambia. L’inizio della fine per il vigilante noto come Daredevil… e, soprattutto, per l’uomo chiamato Matt Murdock.

Il piano di Kingpin è così semplice quanto crudele. Non vuole colpire direttamente Matt Murdock, no. Sarebbe troppo facile. Prima di passare all’attacco, vuole testare l’informazione che ha ricevuto e, per farlo, attacca Matt e non Daredevil, screditando la sua figura di avvocato.

Il mondo intorno a Matt inizia a sgretolarsi quando la falsa notizia creata da Fisk arriva sulle scrivanie dei giornalisti, compresa quella di Ben Urich. Matt perde la licenza da avvocato e, con essa, la sua carriera e la sua unica fonte di sostentamento.

In preda alla disperazione e alla rabbia, indossa i panni di Daredevil e si fa strada a forza di pugni nella malavita di New York, cercando di risalire a chi ha messo in giro le false voci su di lui, senza ottenere molto, se non la soddisfazione del Kingpin, che osserva la vita dell’Uomo Senza Paura andare in frantumi, pezzo dopo pezzo.

Il colpo di grazia, che mette definitivamente in ginocchio Matt Murdock, arriva nelle ultime due pagine di questo capitolo. Il palazzo in cui Matt vive viene incendiato ed esplode, e tutto ciò che ne resta sono macerie. È proprio grazie a questo atto di inaudita violenza che Matt riesce finalmente a collegare tutto ciò che gli sta accadendo a un volto e, soprattutto, a un nome: Kingpin.

Matt capisce che Kingpin è il mandante

Questa prima parte è memorabile. Wilson Fisk si accanisce contro Matt Murdock, distruggendogli la vita nel giro di poche ore, con una violenza psicologica che lascia un segno profondo nella mente dell’Uomo Senza Paura.

E questo è solo l’inizio delle sventure che colpiranno il nostro protagonista.

Purgatory (#228)

Senza casa, senza denaro e senza amici – perché ormai è convinto che anche loro stiano complottando contro di lui – Matt Murdock trova rifugio in una disgustosa stanza d’albergo, l’unica che può permettersi con i suoi ultimi dieci dollari. Offuscato dalla rabbia e senza nessuno su cui contare, decide di affrontare Kingpin.

Questo scontro non finisce bene per Matt. Kingpin, che aveva fatto pedinare Murdock, si aspettava il suo arrivo. Si fa trovare pronto, con un piano preciso per mettere fine alle sofferenze dell’avvocato vigilante. Dopo averlo pestato, mette in scena la sua morte: lo getta nel fiume, all’altezza del Pier 41 sull’East River, dentro un taxi rubato, cosparso di alcol. Una morte che non avrebbe portato ad alcuna indagine.

Ma quando la carcassa del taxi viene recuperata dal fondo del fiume, vengono trovate bottiglie di whisky, vetri rotti… ma nessun cadavere.

Nessun cadavere.

Nell’ultima ultima pagina di questa issue, con una sola immagine, Frank Miller e David Mazzucchelli comunicano molto più di quanto avrebbero potuto fare con mille parole.

Lo sguardo determinato ma, allo stesso tempo, spaventato di Wilson Fisk tradisce il suo autocontrollo, proprio nel momento in cui inizia a capire di aver commesso un errore… che probabilmente pagherà caro.

Pariah! (#229)

Matt Murdock è distrutto, fisicamente e psicologicamente. È riuscito miracolosamente a liberarsi dal taxi sul fondo del fiume e ora si ritrova per strada, ferito e solo. Non sapendo dove altro andare, si reca nell’ultimo posto che può ancora chiamare casa: la Fogwell’s Gym. La palestra dove si allenava suo padre e dove, di nascosto, si è allenato anche lui.

Nel frattempo Ben Urich continua a indagare sul caso Murdock, anche se il suo editor si aspetta tutt’altro per l’edizione natalizia del Daily Bugle. Rintraccia Nick Manolis, un poliziotto corrotto il cui nome compare nel libro mastro del Kingpin. Urich ha ormai capito tutto: le false accuse contro Murdock, che gli sono costate la licenza, sono il risultato di uno scambio. Kingpin avrebbe garantito le cure necessarie al figlio del poliziotto in cambio di una testimonianza falsa. Quando Urich affronta Manolis, emerge un dettaglio ancora più inquietante: Kingpin ha infiltrati anche nella clinica dove è ricoverato il figlio di Manolis. L’infermiera presente al colloquio interviene all’improvviso, spezza le dita di Ben e aggredisce Manolis.

Non li uccide. Questo era solo un avvertimento.

 

Mentre tutto questo accade a New York, in Messico una Karen Page in piena crisi di astinenza da eroina, è alla disperata ricerca di un passaggio verso gli Stati Uniti. Alla fine lo trova in un boss locale, il quale le propone un patto: le darà un passaggio verso New York, ma il prezzo da pagare… è il suo corpo.

Nella Fogwell’s Gym una figura soccorre Matt, svenuto e in fin di vita. Una suora, con una croce d’oro appesa al collo.

Questa issue è la prova dell’immenso acume artistico dei due autori, che spesso, nel corso dell’opera, inseriscono riferimenti a una delle sculture più celebri della storia dell’arte, la Pietà di Michelangelo Buonarroti. Questa struttura triangolare viene ripresa più volte nella composizione delle pagine di Daredevil: Born Again, contribuendo a rafforzare visivamente i momenti più carichi di significato emotivo.

Un omaggio degli autori alla Pieta' di Michelangelo

Un omaggio degli autori alla Pietà di Michelangelo Buonarroti

Trovo questa issue una delle più intense dell’intero arco narrativo. In poche pagine Miller e Mazzucchelli riescono a distruggere completamente i personaggi di Matt Murdock e Karen Page, togliendo a quest’ultima anche la dignità.

Miller affronta il tema della tossicodipendenza e della prostituzione in modo crudo e diretto, senza girarci intorno. Come abbiamo già detto, Daredevil: Born Again è stato un punto di svolta nel fumetto moderno, anche per il modo in cui certi argomenti vengono trattati in un medium che, fino a poco tempo prima, sembrava incapace di affrontarli con una tale maturità.

Born Again (#230)

Mentre Matt Murdock combatte la polmonite nel letto di una missione nel seminterrato di una chiesa, Karen Page riesce a mettersi in contatto con Foggy. I due si incontrano e Karen rivela all’amico di essere maltrattata e che, cosa ancora più importante, deve trovare Matt a qualsiasi costo. Foggy non se la sente di lasciarla tornare dall’uomo che abusa di lei e le offre un posto a casa sua.

Nel frattempo, Kingpin continua a tessere la sua tela, instancabile e meticoloso. Ordina l’omicidio di Nick Manolis e si assicura di comprare il silenzio del giornalista Ben Urich, esercitando su di lui la giusta pressione fatta di minacce e intimidazioni.

Nella tavola che chiude questa issue, scopriamo infine che Maggie, la suora che ha soccorso il moribondo Matt nella palestra dove si allenava suo padre, è in realtà sua madre.

Anche in questa issue viene utilizzata con forza la struttura triangolare che richiama alla scultura di Michelangelo.

Matt Fraction analizza la forza con cui Miller e Mazzuchielli richiamano alla forma triangolare che richiama alla Pieta'

Miller e Mazzucchelli utilizzano la forma triangolare che richiama alla Pietà

Saved (#231)

Kingpin diventa sempre più paranoico e impaziente, ed elabora un piano per far uscire allo scoperto Matt Murdock. Ordina il rilascio di un paziente mentalmente instabile da una clinica psichiatrica, lo veste con i panni di Daredevil – dopo aver estorto il costume al povero Melvin Potter – e gli ordina di fare del male all’avvocato Foggy Nelson e a chiunque si trovi con lui, in questo caso Karen Page.

Matt, ormai ripresosi dalla polmonite, osserva tutto senza farsi notare, nell’ombra.

Nel frattempo, Ben Urich e sua moglie vengono aggrediti da Lois – l’infermiera che lo ha aggredito in precedenza – ma Matt interviene, sventando il tentato omicidio. Il nostro protagonista riesce anche ad arrivare nell’appartamento del suo migliore amico Foggy, proteggendo lui e Karen dal folle criminale.

Daredevil sembra essere tornato. E con il suo ritorno il castello di carte costruito dal Kingpin inizia a crollare.

Una delle tavole che mi sono piaciute di più in questa issue è quella in cui Karen Page tenta di fuggire dal suo abusatore, in un disperato tentativo di iniettarsi un’ultima dose di eroina. La tavola sembra quasi dettare la frenesia travolgente con cui gli eventi si susseguono, anche grazie a un layout davvero incredibile. Le vignette si accorciano progressivamente, in un crescendo visivo che trasmette ansia e panico, accompagnando il lettore nel ritmo sempre più accelerato della scena.

La scena concitata si risolve in un abbraccio a lungo atteso, quello tra Karen e Matt. Karen è finalmente salva.

God and Country (#232)

Quando Wilson Fisk viene a sapere che anche l’ennesimo piano per far uscire allo scoperto Matt Murdock è fallito, decide di giocarsi l’ultima carta. Ha saputo che uno dei suoi uomini ha accoltellato Matt a Hell’s Kitchen qualche giorno prima. Hell’s Kitchen. Proprio il luogo in cui il suo peggior incubo è nato e cresciuto. È lì che potrebbe essersi nascosto.

A questo punto, Kingpin non è più interessato a piani sottili o sofisticati. Decide di agire in modo diretto. Ordina a un soldato di nome Nuke – un esaltato reduce dell’occupazione nel Nicaragua da parte degli Stati Uniti – di recarsi a Hell’s Kitchen e raderla al suolo. Solo così, pensa, Matt Murdock sarà costretto a uscire allo scoperto per proteggere il quartiere e gli innocenti che lo abitano.

Il piano funziona.

Quando Nuke bombarda la mansarda in cui Matt e Karen Page vivono, l’Uomo Senza Paura non ha più scelta. Torna a indossare il costume. Torna a essere Daredevil.

Siamo alla resa dei conti. Frank Miller e David Mazzucchelli costruiscono questa penultima issue con un crescendo di tensione palpabile, che culmina in un’ultima pagina memorabile: fiamme, distruzione… e un diavolo che rinasce dalle proprie ceneri.

Armageddon (#233)

Hell’s Kitchen è in fiamme. Kingpin, accecato dalla paranoia, ha ordinato un vero e proprio massacro. Centinaia di persone sono ferite, decine i morti. Daredevil fa del suo meglio per disarmare Nuke, ma si rende presto conto che non si tratta di un avversario normale. I suoi muscoli sono troppo resistenti, la sua velocità non è quella di un uomo comune.

Quando il peggio sembra ormai inevitabile, intervengono gli Avengers: Captain America, Iron Man e Thor giungono sulla scena e aiutano Daredevil a contenere la furia di Nuke, che, sotto effetto di droghe, non vede più persone… ma solo bersagli. I tre vendicatori riescono a fermare Nuke e lo consegnano nelle mani del governo.

Hell’s Kitchen attraversa un periodo di apparente pace. I feriti vengono curati e i palazzi ricostruiti, mattone dopo mattone. Ma la guerra di Matt Murdock è tutt’altro che finita.

Kingpin, a causa del massacro ordinato per pura vendetta personale, inizia a perdere il consenso delle altre famiglie che detengono il potere a New York. Per la prima volta, Wilson Fisk si ritrova con le spalle al muro. Intrappolato. E il colpo di grazia non tarda ad arrivare.

Nuke riesce a fuggire e, ancora sotto effetto di droghe, è deciso a scatenare una nuova ondata di violenza in città. Questa volta, però, Daredevil è pronto. Con l’aiuto di Captain America – che si sente in parte responsabile per le condizioni in cui versa l’agente Simpson – riesce a intercettarlo. Ma non basta. I due non riescono a proteggerlo dai proiettili dello stesso governo che lo aveva trasformato in un’arma, somministrandogli il siero del supersoldato.

Nuke muore sulla scrivania di Ben Urich, al Daily Bugle. E con lui muore anche l’ultima possibilità per il Kingpin di sfuggire alle proprie responsabilità.

Wilson Fisk ha perso l’appoggio dei suoi alleati, ormai troppo spaventati per continuare a coprire la sua intricata rete di bugie e ricatti. Così, il nome del Kingpin di New York finisce in prima pagina sul Daily Bugle, e i crimini di cui è accusato sono ormai troppo evidenti per essere ignorati.

Nonostante ciò, Fisk è convinto di aver vinto. È riuscito nella sua missione: distruggere completamente il suo incubo, Matt Murdock, l’Uomo Senza Paura, Daredevil.

Quello che non sa, però, è che Matt ha ritrovato in Karen Page la voglia di vivere che aveva perduto. E che, dalle macerie, qualcosa sta ricominciando a nascere.

Bonus content

Per apprezzare maggiormente l’incredibile lavoro di Miller e Mazzucchelli, ecco alcune pagine di Daredevil: Born Again Artist’s Edition.

Conclusione

Lessi Daredevil: Born Again qualche anno fa e ricordo di esserne rimasto stregato. Rileggerlo oggi, a distanza di tempo, significa coglierne ancora di più il peso e l’importanza, non solo per il fumetto degli anni Ottanta, ma per tutto ciò che è venuto dopo.

L’introduzione, da parte di Frank Miller, di temi come la tossicodipendenza, la depressione e una violenza così cruda e diretta – raramente vista nei fumetti fino a quel momento – trasforma questa storia in qualcosa di profondamente diverso. Un punto di rottura. Un nuovo standard.

Su queste fondamenta si innesta il lavoro di David Mazzucchelli, che eleva il racconto a un livello superiore. Il suo stile, fatto di linee dure e marcate e di un uso delle luci tanto essenziale quanto espressivo, non si limita ad accompagnare la storia: la amplifica e la rende definitiva.

A questo si aggiunge un lavoro sul layout che, per l’epoca, risulta straordinariamente innovativo. Le pagine sono costruite con un ritmo dinamico, quasi cinematografico, dove la composizione delle vignette guida lo sguardo del lettore come una regia attenta. L’uso degli spazi, delle inquadrature e delle sequenze rende la lettura fluida, immersiva, dando spesso la sensazione di “guardare” la storia più che leggerla. Un esempio perfetto di questo approccio si trova nella pagina di apertura della issue intitolata “Born Again”.

Matt Murdock è in fin di vita, e gli autori scelgono di mostrarcelo in modo diretto ma estremamente efficace: attraverso il ritmo del suo battito cardiaco. La narrazione si sviluppa in modo incalzante, alternando il battitore sempre più debole del suo cuore a immagini legate ai suoi ricordi più traumatici, per poi tornare nuovamente a quel battito, come un respiro che si accorcia e si riprende. Questo continuo passaggio tra presente e memoria crea un effetto ipnotico. La tensione cresce progressivamente, mentre il lettore viene trascinato dentro la mente e il corpo del protagonista. È uno storytelling ridotto all’essenziale ma potentissimo, che dimostra quanto il lavoro di Frank Miller e David Mazzucchelli fosse già, di per sé, un linguaggio narrativo innovativo.

Ma ciò che rende davvero Born Again un’opera senza tempo è la sua idea centrale.

La distruzione non è il punto di arrivo. È il passaggio necessario per trasformarsi in qualcosa di migliore.

Matt Murdock perde tutto: il lavoro, la casa, la dignità, la sanità mentale. Viene svuotato, ridotto all’essenziale. E proprio lì, nel punto più basso, trova la forza di rialzarsi. Perché alla fine, Born Again non è solo la storia di un eroe che cade. È la storia di un uomo che sceglie di rialzarsi.

E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di quarant’anni, continua a parlarci con la stessa forza di allora.

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30 anni di Kingdom Come, il migliore Elseworlds di sempre

30 anni dopo, Kingdom Come di Mark Waid e Alex Ross è ancora un capolavoro e forse il migliore Elseworlds mai realizzato da DC Comics

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A distanza di trent’anni (sì perché sono passati tre decenni) Kingdom Come viene ricordata non solo come una grande storia, ma bensì come la storia Elseworlds per eccellenza della DC Comics. E più passa il tempo, più quest’idea diventa una certezza confermando quanto Kingdom Come sia un vero e proprio capolavoro.

Nel 1996, Mark Waid e Alex Ross hanno fatto qualcosa che, all’epoca, sembrava quasi controcorrente. Mentre l’industria spingeva sempre di più verso un’estetica cupa, violenta e “estrema”, loro hanno preso l’Universo DC e lo hanno proiettato nel futuro, costruendo una storia progressista che rifletteva anche su tutto quello che i supereroi erano stati fino a quel momento.

Quando si parla di Elseworlds, il primo pensiero va subito alle versioni alternative dei personaggi. Un Batman diverso, un Superman fuori contesto, una Wonder Woman reinterpretata. Tra fine anni ’80 e primi 2000, l’etichetta Elseworlds ha giocato tantissimo con questa idea: “cosa succederebbe se…?”.

Poi arriva Kingdom Come e cambia le regole del gioco.

Il futuro distopico di Kingdom Come

La storia ci porta in un domani dove la Justice League non esiste più. Superman si è ritirato, il mondo è andato avanti senza di lui… e non è andata benissimo.

Al suo posto c’è una nuova generazione di metaumani, più aggressiva, impulsiva, decisamente meno interessata a concetti come responsabilità o controllo. Il simbolo di questo cambiamento è Magog, che incarna perfettamente lo spirito “anti-eroico” degli anni ’90.

Quando la morte di Captain Atom provoca una catastrofe devastante nel cuore degli Stati Uniti, Kal-El è costretto a tornare. E quello che trova è un mondo che non riconosce più.

Da lì parte tutto: la ricostruzione della Justice League, il ritorno di figure storiche, il tentativo disperato di rimettere ordine in un sistema ormai fuori controllo. Ma Kingdom Come non è una storia di rinascita classica. È una storia di scontro, di incomprensione tra generazioni, di scelte sbagliate fatte anche dalle persone giuste.

A fare da “testimoni” ci sono Spectre e Norman McCay, un uomo comune trascinato in mezzo a qualcosa di troppo grande. È attraverso i loro occhi che vediamo il conflitto tra umani e superumani diventare sempre più insanabile.

Il momento in cui tutto esplode

C’è un punto in cui Kingdom Come smette di essere una riflessione e diventa tragedia pura.

Superman, nel tentativo di controllare la situazione, costruisce una prigione per metaumani: o ti unisci alla League, o vieni rinchiuso. Una scelta estrema e inusuale per l’Uomo d’Acciaio, quasi autoritaria, che segna il punto di non ritorno.

Nel frattempo Lex Luthor muove i fili nell’ombra, manipolando eventi e persone. Tra queste c’è Billy Batson, la chiave di tutto. Quando Billy torna a essere Shazam, si schiera contro Superman. E lì arriva l’inevitabile: lo scontro totale.

Nel mezzo, l’umanità decide di intervenire. Le Nazioni Unite lanciano un’arma nucleare. Fine dei giochi. O quasi.

Il sacrificio di Shazam è uno dei momenti più potenti della storia: un gesto disperato per salvare ciò che resta. Ma il danno è fatto. La maggior parte dei metaumani muore. Il mondo cambia per sempre.

Le conseguenze dei propri errori

Ed è qui che Kingdom Come fa qualcosa che pochissime storie riescono a fare davvero bene: non si limita alla distruzione, ma guarda alle conseguenze.

Batman, Superman e Wonder Woman non tornano semplicemente a essere gli eroi di sempre, ma cambiano ed evolvono.

Clark e Diana si dedicano alla riabilitazione, mentre Bruce trasforma Villa Wayne in un ospedale. Non è più una questione di combattere, ma di costruire riparando dagli errori.

È una chiusura che parla di eredità, di responsabilità, di evoluzione. L’idea che l’eroismo non sia statico, ma qualcosa che deve adattarsi al mondo.

Uno schiaffo agli anni ’90 (fatto con classe)

Per capire davvero Kingdom Come, bisogna guardare però al contesto. Gli anni ’90 erano il periodo di Image Comics, di personaggi ipertrofici, armi enormi, violenza ovunque. Titoli come Spawn o Youngblood stavano ridefinendo il mercato.

Marvel e DC, nel tentativo di stare al passo, hanno iniziato a inseguire quel modello. Armature, oscurità, storie sempre più estreme. Kingdom Come è la risposta a tutto questo.

Waid e Ross prendono quell’idea di “eroe senza regole”, la portano alle estreme conseguenze e il risultato è un mondo che implode.

Elseworlds, ma fatto davvero bene

Prima di Kingdom Come, Elseworlds era spesso un gioco: prendi un personaggio, mettilo in un contesto diverso e segui lo schema. E funzionava.

Ma Kingdom Come sembra qualcosa di più vicino a una “fine possibile” dell’Universo DC. Non è solo un’idea alternativa: è una riflessione completa su cosa succede quando gli ideali vengono messi da parte.

E infatti è una delle poche storie Elseworlds che, nel tempo, ha influenzato anche la continuity principale. Personaggi come Magog sono stati ripresi, elementi narrativi sono stati integrati, e il dibattito che ha aperto è ancora vivo.

Trent’anni dopo, Kingdom Come è ancora attuale

La cosa impressionante è che Kingdom Come non è invecchiato. Il conflitto tra visione classica e reinterpretazione moderna dei supereroi è ancora lì. Basta guardare le varie fasi editoriali della DC, dai reboot alle rinascite, fino ai nuovi universi narrativi.

Ma quello che la storia di Waid e Ross aveva capito già nel ’96 è semplice: spingere troppo verso l’estremo porta a perdere il senso di ciò che rende un eroe… un eroe.

Oggi certe derive sono state ridimensionate. Il codice morale è tornato centrale. Ma quella tensione tra luce e oscurità non è mai scomparsa. Ed è proprio per questo che Kingdom Come continua a funzionare.

*Fonte del presente articolo il sito CBR.com

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Intervista a Giuseppe Camuncoli, artista al servizio del fumetto (e Foodmetto)

PopCorNerd intervista un grandissimo artista italiano: Giuseppe Camuncoli. Tra Foodmetti e fumetti, tra cui gli ultimi progetti (come le cover speciali realizzate per il Comicon di Napoli 2026) ecco cosa ci ha raccontato

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Di disegnatori del calibro di Giuseppe Camuncoli ce ne vorrebbero di più.

L’Italia è ricca di arte e di artisti talentuosi che stanno ottenendo grande successo oltreoceano nel campo dei comics. Giuseppe, detto anche “Cammo”, è uno di questi: lavora e ha lavorato per Image Comics, DC Comics, Marvel, Star Wars e, ultimamente, ha messo anche la “bandierina” in territorio Disney con il lavoro su Zio Paperone insieme a Jason Aaron, ma soprattutto con la sua cover variant di Topolino n. 3675, che sarà disponibile in anteprima al Comicon Napoli 2026 e che conterrà anche una storia da lui disegnata “Topolino e lo sbandieramento vacanziero”, firmata ai testi da Gianluca Fru (co-autore del soggetto), Roberto Gagnor (sceneggiatura).

Ma non è ‘solo’ il suo lavoro nel fumetto a renderlo un artista incredibile: dall’attività di docente alla Scuola di Comics di Reggio Emilia fino a Foodmetti, sono davvero tanti i progetti che lo vedono protagonista.

Dovete capire, quindi, che non è stato facile preparare una serie di domande per il Cammo, dalle cui risposte potesse trasparire tutta la sua arte e le sue attività in pochi minuti di conversazione… perché ci sarebbero volute ore e ore di chiacchiere!

E tra la Milan Games Week 2025 e un paio di domande fattegli recentemente sui suoi ultimi lavori (per cui ci ha concesso ancora un po’ del suo tempo) l’autore ha rilasciato a PopCorNerd una bellissima intervista che segue e che racconta principalmente quante cose fa (e ha fatto) Giuseppe Camuncoli.

Preparatevi, perché sono tante e tutte molto interessanti. Buona lettura!


Giuseppe Camuncoli: da Gotham a Paperopoli, passando per Napoli insieme a… Dr. Destino e Fru

Grazie mille, Giuseppe, per essere qui con noi su PopCorNerd. Prima di parlare del tuo lavoro da autore, vorrei partire da un progetto che ti vede molto coinvolto personalmente: Foodmetti. Come è nato e come hai convinto CB Cebulski, editor in chief della Marvel, e gli altri tuoi ‘compagni d’avventura’ a creare questa associazione?

Giuseppe Camuncoli – Foodmetti è una società dedicata al mondo del fumetto, formata da persone che amano sia i fumetti che il cibo. È nata principalmente da una chiacchierata a tavola con Cristiano Tomei, chef del ristorante L’Imbuto, di cui ero fan e cliente ancor prima che diventasse un amico.
Gli avevo proposto una semplice collaborazione per un’illustrazione del ristorante, e lui mi ha rilanciato dicendo: “Perché non facciamo qualcosa che unisca fumetti e cibo?”.

Abbiamo iniziato a parlare di progetti editoriali, poi insieme a SaldaPress e all’amico Carlo Spinelli, critico gastronomico appassionato di fumetti, è nata l’idea di proporre a Lucca un contenuto nuovo: un salone tematico dedicato appunto a cibo e fumetto.
Così abbiamo fatto incontrare due mondi molto creativi e aperti alla collaborazione: tantissimi chef hanno accettato subito di partecipare, e allo stesso modo molti fumettisti si sono messi in gioco cucinando o preparando cocktail.

Ieri sera [giovedì 27 novembre 2025 n.d.r.], ad esempio, a Parigi, nella libreria Les Merveilles, abbiamo organizzato un evento gestito da Foodmetti con gli autori Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido per i 25 anni di Blacksad. C’era anche Giovanni Rigano, autore dello spin-off Weekly, insieme alla chef stellata italiana ma che vive a Parigi, Alessandra Del Favero, che ha preparato piatti a tema Blacksad.

Organizziamo spesso anche eventi esterni come questo. La chef si è prestata molto, ha giocato e ha studiato per riprodurre dei piatti che fossero ispirati all’epoca di Blacksad.

A noi piace portare sul tavolo idee che nascono dal food e avvicinarle al fumetto, o viceversa, e creare progetti che funzionino da entrambi i lati e divertano tutti: chi li fa e chi li vive degustando, assaggiando… insomma, esplorando entrambe le cose.

C.B. Cebulski ritratto da Giuseppe Camuncoli per Foodmetti

Passiamo ora al tuo lavoro da autore. Negli ultimi tempi ti troviamo ovunque: sui fumetti Marvel, Image, DC Comics, ora anche Disney. Insomma non ti fermi mai!

Giuseppe Camuncoli – Eh, cosa vuoi… è un peccato di gola! [risata n.d.r.] Da piccolo leggevo un po’ di tutto. Quando sono diventato autore ho iniziato in DC Comics, poi sono passato in Marvel e non ho mai voluto abbandonare nessuna delle due.
Poi è arrivata Image, e ancora il progetto Disney per Marvel America con la storia di Zio Paperone [Uncle Scrooge: Earth’s Mightiest Duck scritto da Jason Aaron n.d.r.] … Sono tutte cose che mi divertono e che trovo stimolanti. Mi annoio facilmente se faccio sempre le stesse cose.

Il mercato americano ti permette di variare molto, anche se fai sei anni su Spider-Man come è capitato a me: i ritmi sono velocissimi e cambi spesso quello che devi disegnare. Se c’è un personaggio che mi piace e non ho mai fatto, mi butto.
La sfida di Uncle Scrooge, per esempio, era fuori dalla mia comfort zone, ma è stata divertentissima.

Tra i personaggi che più associamo al tuo nome ci sono Hellblazer, Spider-Man e Batman. Qual è quello in cui ti senti più a tuo agio?

Giuseppe Camuncoli – John Constantine mi è sempre piaciuto fin da adolescente: è tormentato, ha un lato “sporco”, è maledetto, pieno di contrasti, luci e ombre.
È un personaggio super sfaccettato, che può permettersi cose che altri non possono fare, tipo fumare, che sì, non è politicamente corretto, ma fa parte del personaggio e mi piace che abbia mantenuto questa caratteristica.

Batman mi ha sempre affascinato enormemente, da quando ho letto The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Spider-Man è più solare, ma ha i suoi lati oscuri, le sue difficoltà e viene messo in ombra dai fatti della vita. È difficile scegliere: hanno tutti cast fortissimi e autori che hanno lasciato il segno. E io ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori che hanno fatto la storia di questi personaggi.

Spider-Man è come Certi amori di Antonello Venditti: non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna. Dopo Superior eccoti su Radioactive Spider-Man, miniserie all’interno dell’evento mutante Age of Revelation e su Giant-Size Amazing Spider-Man 1

Giuseppe Camuncoli – Su Radioactive Spider-Man ho fatto solo le copertine. Le faccio sempre molto volentieri.
L’anno scorso, invece, ho lavorato su Giant-Size con Kevin Smith ed è stato incredibile: sono suo fan dai tempi di Clerks. L’avevo già incontrato anni fa a New York durante una signing Marvel.

Lavorare con lui è stato emozionante: la storia era davvero divertente. Tornare su Spider-Man è sempre una gioia. Nonostante i sei anni passati a disegnarlo, se arrivasse di nuovo l’occasione, direi subito di sì. Tra poco finirò Undiscovered Country, quindi avrò più tempo per pensare ai prossimi progetti. A Spider-Man si dice sempre di sì.

Pagina tratta da Giant-Size Amazing Spider-Man 1 disegnata dal Cammo

A proposito di Undiscovered Country, la saga co-creata con Scott Snyder e Charles Soule è arrivata quasi alla sua conclusione. Una lunghissima avventura on the road in giro per questi Stati Uniti dal futuro distopico. Ogni 5 capitoli corrispondono a un viaggio dei protagonisti all’interno di una regione completamente diversa da quella precedente. A livello artistico è stato complesso dover gestire ambientazioni totalmente diverse l’una dall’altra?

Giuseppe Camuncoli – No, anzi: è stato entusiasmante proprio perché cambiavo scenario ogni volta. Ambientazioni diverse, abitanti diversi, atmosfere diverse. Io spesso mi annoio facilmente, quindi cambiare sempre è stato fantastico.

La fase creativa iniziale è la mia preferita: lo storytelling, i layout, immaginare le pose, costruire la scena… Anche nelle copertine cerco sempre un’impronta narrativa. Poi l’esecuzione è un’altra fase, più “artigianale”, comunque bella ma meno eccitante.

Tornando su Undiscovered Country, poter ripartire da zero immaginare nuovi scenari, villain e comprimari diversi è stato molto bello. Mi sono fatto aiutare molto da Charles e Scott che, essendo americani, mi hanno informato su diversi aspetti culturali e storici sugli Stati Uniti che ignoravo. Sono stati fantastici collaboratori.

Undiscovered Country, opera distopica Image Comics arrivata alle battute finali

Dopo averlo conosciuto a Lucca l’anno scorso mi piace definire Scott Snyder il “Tarantino dei fumetti” per l’entusiasmo in cui scrive e racconta le sue storie..

Giuseppe Camuncoli – [risata n.d.r.] il paragone con Tarantino ci sta.

Restando in tema Scott Snyder: parliamo dell’Absolute Universe. Hai debuttato all’interno dello speciale Absolute Evil. In questo numero esordisce anche Absolute Green Arrow, graficamente creato da te. Cosa hai voluto mantenere del vecchio Oliver Queen e cosa invece hai voluto cambiare?

Giuseppe Camuncoli – Sì, ho disegnato una storia per il Free Comic Book Day: otto pagine che introducevano il villain Absolute Mirror Master. Poi ho fatto Absolute Evil, che introduce un sacco di personaggi in versione Absolute, compresi Hawkman e Lex Luthor.

Mi è stato chiesto anche di disegnare Green Arrow, ma non posso dire molto perché hanno dei piani. Ho cercato di renderlo riconoscibile e classico, non troppo diverso. Ma la sua caratterizzazione è diversa a livello di formazione: quando appare non è ancora l’arciere conosciuto dai lettori, ma si sta allenando.
Al Ewing voleva una sorta di tuta da palestra verde. Gli ho messo il cappuccio perché funzionava sia per quel contesto che come richiamo al costume tradizionale.

Certo, che poi… vabbè, non spoileriamo, ma dovrebbe uscire un progetto a lui dedicato [DC Comics ha annunciato Absolute Green Arrow in arrivo a maggio 2026 negli U.S.A. n.d.r.].

Lavorare su Absolute Evil è stato bellissimo: adoro i cattivi. Ci sono tanti dialoghi e tensioni interne: una Justice League al contrario che si riunisce per la prima volta per contrastare i “buoni” e le dinamiche interne tra i vari personaggi sono fantastiche.

In più ho la fortuna di lavorare sempre con scrittori molto bravi come Al Ewing o Jeff Lemire sulla storia breve. È stato un ottimo team. Non mi posso lamentare.

A Lucca Comics 2025 ho visto diversi robot sparsi per la città e ho scoperto dopo che sono frutto di un progetto che ti hanno visto collaborare con Hera. A livello grafico sei tu che hai ideato stilisticamente questi robot. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?

Giuseppe Camuncoli – Ho creato il design di questi ‘mecha’, 6 robot più un settimo che è stato creato per Ecomondo, fiera post Lucca Comics. Gli studenti di tre scuole d’arte hanno costruito i robot partendo dalle mie basi. Alla fine i robot sono cambiati molto, perché io avevo dato solo una traccia: non sapevo quali materiali avrebbero usato, erano tutti pezzi di recupero.

Quindi poi, ripartendo dalle foto dei robot ‘veri’, insieme al mio ex allievo Giacomo Gheduzzi abbiamo poi realizzato le illustrazioni definitive e ufficiali, che sono poi diventate magliette, portachiavi, tovagliette, e anche un portfolio a tiratura limitata e firmata.

All’inizio non sapevamo che nel progetto sarebbe entrata anche Lamborghini, arrivata in un secondo momento: quando è successo, hanno utilizzato parecchi pezzi di scarto ‘Lambo’, e questo ha dato ai robot una connotazione più “alla Transformers”.

L’idea di Hera è di riutilizzare materiali destinati allo scarto per creare opere d’arte. Ogni anno organizzano un progetto diverso, e quest’anno volevano superarsi con i robot.

Vederli dal vivo a Lucca è stato incredibile. Sono rimasto folgorato da come i bambini sono rimasti affascinati, perché anch’io da piccolo ne sarei rimasto estasiato da delle opere del genere, quasi a pensare che siano veri.
Ho conosciuto molti dei ragazzi che li hanno costruiti: hanno fatto un lavoro pazzesco. E anche Lamborghini ha espresso un apprezzamento, cosa non scontata.

Insomma, un bellissimo progetto che ha dato a tutti grandissime soddisfazioni!

In foto: Giuseppe Camuncoli in mezzo ad alcuni incaricati del progetto, con alle loro spalle i robot HERA

*In fase di adattamento dell’intervista, Giuseppe si è reso disponibile per rispondere a due ultime domande su progetti attualissimi e contemporanei!

Su Logan Black White e Blood 4 [disponibile attualmente negli U.S.A. n.d.r.] realizzi la tua prima storia come autore unico. Come è stato approcciarsi anche alla scrittura rispetto al lavorare su una sceneggiatura di altri colleghi?

Giuseppe Camuncoli – Beh, è stato emozionante, davvero quasi come se fosse il mio primo fumetto. Erano anni che mi chiedevo se prima o poi mi sarebbe mai capitato di scrivere qualcosa, mi veniva continuamente chiesto in conferenze e interviste, e mi sono sempre detto che l’avrei fatto solo se mi fossi sentito pronto a farlo. È capitato che l’editor Mark Basso mi abbia proposto di scrivere questa short story di Logan, personaggio che adoro da sempre, che avrei dovuto solo disegnare e mi sono detto che, perchè no, questa poteva essere l’occasione buona. Del resto erano solo dieci pagine e Mark mi ha seguito e aiutato davvero tantissimo, soprattutto in fase di elaborazione e sviluppo dell’idea.

Mi sono sentito subito a mio agio, e del resto ci speravo perchè in tutti questi decenni (che ormai sono quasi tre) di lavoro a stretto contatto con scrittori bravissimi un qualcosa l’ avrò pur imparato. Sono rimasto davvero molto soddisfatto di questo piccolo ma importantissimo lavoro, e ho atteso come un debuttante le recensioni che finora sono state davvero molto lusinghiere. Ripeto, questo lavoro mi ha fatto tornare a emozionarmi come non capitava da anni.

Poi peraltro è successo che, altrettanto casualmente, poco dopo Peach Momoko mi ha chiesto di scrivere e disegnare un’altra sequenza breve di cinque pagine per il suo progetto antologico Sai: Dimensional Rivals, e dato che ero ancora ‘caldo’ dalla prima esperienza ho accettato.

Devo dire che mi piace molto questo assetto da ‘autore unico’. Vado molto per gradi e naturalmente ancora non saprei dire se potrò essere in grado di gestire qualcosa di più complesso rispetto qualche storia breve e semplice. Ma intanto il passo è stato fatto, e anche se non dovessi mai più scrivere nessun fumetto, almeno mi sono tolto la soddisfazione.

Ultima domanda: per il Comicon di Napoli 2026 hai realizzato due cover variant cover incredibili: una per Topolino con protagonista Fru dei The Jackal, comico napoletano in versione disneyzzata, e una per l’ottavo numero della maxi-serie Un mondo sotto Destino che vede Victor Von Doom ritratto su un muro al posto di un mito e dio per i tifosi di calcio napoletani: Maradona! Come nasce la realizzazione di queste copertine così speciali?

Giuseppe Camuncoli – Beh intanto avere questo doppio incarico è un grande onore e un grande piacere, dato che Napoli è una città per me molto importante. Non solo perché la amo e frequento da trent’anni, e non solo perché al Comicon io e Matteo Casali vincemmo, tantissimi anni fa, il nostro primo premio per il nostro fumetto d’esordio, Bonerest, ma anche (e soprattutto) perché da Napoli viene mia moglie Jessica.

Sono legato a questa città in maniera viscerale, e queste due copertine, ognuna a modo loro, vogliono essere un omaggio sentito e in qualche modo sentimentale.

Quella di Topolino vede il nostro Topo preferito e Jean Luke Froow, l’alter ego Disney di Fru, zaini in spalla a spasso per San Gregorio Armeno, nei vicoli e in mezzo alla gente di Napoli, con in mano un trancio di pizza e una classica pizza a portafoglio. Mi sembrava un bel modo di raccontare un momento di pausa durante un viaggio, essendo la storia all’interno dell’albo dedicata a rocamboleschi viaggi per mare in compagnia del fido Pippo.

La location mi è stata suggerita da mia cognata Roberta, che conosce Napoli benissimo, e ho poi scoperto che anche lo stesso Fru è un amante dello street food, per cui la mia idea è risultata azzeccata.

Invece la richiesta e l’idea per la variant di Destino viene dall’ottimo Nicola Peruzzi di Panini, e mi è sembrato subito un colpo di genio quello di rappresentare Doom l’usurpatore e spietato tiranno al posto del divino Diego, in un altro angolo di Napoli che è unico e iconico. Spero che queste copertine possano piacere ai lettori così come è piaciuto a me realizzarle. Ci ho messo un pezzo di cuore.

Grazie mille Giuseppe per essere stato con noi su PopCorNerd. Alla prossima, che, sicuramente, ci sarà!

Giuseppe Camuncoli – Volentieri! Grazie a voi.


Giuseppe Camuncoli: biografia

Giuseppe Camuncoli, disegnatore classe 1975, esordisce professionalmente con l’autoproduzione Bonerest, in seguito tradotta e pubblicata anche negli Stati Uniti da Image Comics.

Dopo alcune altre uscite italiane, sbarca sul mercato americano con Swamp Thing (scritta da Brian K. Vaughan). Da allora lavora principalmente per DC Comics e Marvel Comics su testate come BatmanHellblazerBatman: EuropaThe Amazing Spider-Man e Darth Vader. È disegnatore e co-autore della serie Image Comics Undiscovered Country, scritta da Scott Snyder e Charles Soule.

Nel 2022 è l’ideatore e il co-fondatore di FOODMETTI, il salone che coniuga il mondo del fumetto con quello del food & beverage, che debutta lo stesso anno a Lucca Comics & Games.

È inoltre direttore artistico e docente di fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, città in cui vive con la moglie Jessica e la figlia Martina.

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Comics Legends: intervista a Fabian Nicieza, co-creatore di Deadpool

Su Comics Legends oggi abbiamo ospite Fabian Nicieza, scrittore di razza dei comics, che ha lavorato molto sulle testate mutanti della Marvel e che ha co-creato il mutante più famoso del cinema: Deadpool

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Gli inizi degli anni ’90 hanno segnato la consacrazione in casa Marvel di numerose serie dedicate ai team di supereroi. The New Warriors e X-Force sono stati tra i gruppi più amati dai lettori dell’epoca, e al timone c’era un unico scrittore: Fabian Nicieza.

Lo sceneggiatore argentino divenne in breve tempo, uno degli autori più prolifici e innovativi nel panorama del fumetto supereroistico della Casa delle Idee.

Nonostante abbia creato alcuni personaggi all’interno dell’universo Marvel, Nicieza è ricordato soprattutto per essere il co-creatore, insieme a Rob Liefeld, di un personaggio che ha avuto una lunga carriera editoriale e che è letteralmente esploso dopo il debutto al cinema: Deadpool.

Complice anche l’interpretazione di Ryan Reynolds che, a quanto pare, si è interessato al personaggio proprio grazie a una storia scritta da Nicieza che lo citava (e di cui parleremo nell’intervista) il successo iconico di Deadpool si deve anche al lavoro dello sceneggiatore e alla sua caratterizzazione del “Mercenario Chiacchierone” sulle pagine dei fumetti che ha scritto per anni.

Già solo per questo, Fabian Nicieza rientra di diritto tra le “Comics Legends” di cui (e con cui) mi piace parlare, ma soprattutto ascoltare le storie che hanno da raccontare.

E Fabian, di aneddoti, ne ha davvero molti nell’intervista che segue, raccontati spesso in modo diretto, schietto e sincero.

Per me è un grande onore ospitare su PopCorNerd e all’interno della rubrica Comics Legends uno dei punti fermi della scrittura supereroistica degli anni ’90: Fabian Nicieza.


Fabian Nicieza: dal Mercenario chiacchierone allo scrivere di romanzi

Grazie mille, Fabian per il tuo prezioso tempo e… benvenuto su PopCorNerd.it! È per me un grande onore ospitare uno degli autori Marvel più importanti degli anni ’90. Vorrei partire dal tuo ingresso nel mondo dei comics che coincide con il tuo arrivo in Marvel. Ma non hai iniziato subito come sceneggiatore, bensì nel settore pubblicitario della Casa delle Idee. Ricordi come è avvenuto il passaggio alla scrittura degli albi Marvel?

Fabian Nicieza – È successo più o meno come per chiunque lavorasse in redazione all’epoca: conosci gli editor, capisci cosa gli piace e quali sono le loro scadenze, e poi chiedi se puoi proporre delle storie. A quel punto possono dirti sì oppure no.

Ho aspettato circa un anno prima di proporre una “inventory story” [storia di scorta da inserire quando necessario n.d.r.] di Spider-Man: essendoci tre testate, avevano spesso bisogno di storie “fill-in” o di magazzino, quindi c’erano più probabilità che servisse nuovo materiale. Ho sviluppato una storia per l’editor Jim Owsley, ma fu licenziato prima che un disegnatore iniziasse a lavorarci. Il nuovo editor, Jim Salicrup, non apprezzò la storia e la bocciò.

Qualche mese dopo, Bob Budiansky, editor dei progetti speciali e anche di una serie del New Universe, mi chiese se volessi proporre una inventory story per Psi-Force (all’epoca tutte le otto serie del New Universe avevano grossi problemi di programmazione). Lo feci e la storia che scrissi uscì subito all’interno di Psi-Force #9. Da lì ho continuato.

Indipendentemente dal carico di lavoro freelance, avevo comunque il mio impiego dalle 9 alle 17 in Marvel come Advertising Manager (poi diventato editor), quindi scrivevo mentre facevo il pendolare in autobus o in treno, oppure la sera e nei weekend.

L’albo che cambiò tutto: lo storico The New Warriors #1 di Fabian Nicieza e Mark Bagley

New Warriors è il tuo primo grande lavoro da scrittore: una serie che presenta un team di giovani eroi (Night Thrasher, Nova, Speedball, Namorita, Marvel Boy, Silhouette e Firestar), completamente diverso e originale rispetto a quanto visto in Marvel fino a quel momento. Non sei il creatore del team, ma sei colui che, da sceneggiatore, lo ha portato al successo editoriale. Quanto ha inciso la freschezza del team creativo , tuo e di Mark Bagley, e quanto, invece, altri fattori?

Fabian Nicieza – Penso che New Warriors sia stato il risultato di una perfetta convergenza di fattori.

Talenti nuovi, desiderosi di lasciare il segno con la loro prima serie supereroistica mainstream; un editor appena riassunto, quindi inizialmente prudente ma consapevole di avere tra le mani un ottimo fumetto e disposto a rischiare; una casa editrice e un mercato con aspettative molto basse per la serie, che ci hanno dato il vantaggio di essere degli outsider capaci di sorprendere.

C’era un personaggio dei New Warriors che ti divertiva particolarmente scrivere rispetto agli altri?

Fabian Nicieza – Non proprio. Mi piacevano tutti. Col senno di poi, avrei voluto fare di più con Firestar, e lo avrei fatto se fossi rimasto più a lungo sulla serie. Ma ciò che apprezzavo di più era il modo in cui tutte le personalità si incastravano tra loro, creando qualcosa di più grande della somma delle singole parti.

Passiamo al tuo lavoro sulle testate mutanti: fai parte di quella schiera di autori che ha contribuito in modo determinante al successo delle serie degli X-Men negli anni ’90.
Tra i tanti lavori spicca il tuo impegno sulla prima serie di X-Force. Hai preso i New Mutants e li hai trasformati in un team d’assalto guidato da Nathan Summers, alias Cable. Come è nata l’idea di far “rinascere” i New Mutants come X-Force?

Fabian Nicieza – È stata tutta un’idea di  [Rob] Liefeld, che all’epoca fu accolta con molta esitazione da quasi tutti negli uffici. Cancellare e rilanciare una testata nella top 10 è una mossa rischiosa, ma lui era convinto che avrebbe portato il titolo ancora più in alto. Ha lavorato duramente per convincere chi doveva approvare questa direzione, e alla fine si è rivelato avere ragione al 100%.

Fabian Nicieza e Rob Liefeld autori di uno degli X-Team simbolo degli anni ’90: X-Force

X-Force sembra rappresentare un passo avanti nel tuo sviluppo come autore rispetto a New Warriors: durante la tua gestione diventano sempre più centrali le dinamiche tra i personaggi (in particolare il rapporto tra Domino e Cable), ed è forse anche per questo che la serie è ricordata con tanto affetto dai lettori. Cosa ne pensi?

Fabian Nicieza – Non sono d’accordo con questa lettura, dato che scrivevo entrambe le serie nello stesso periodo e, a mio avviso, New Warriors era complessivamente un fumetto supereroistico mainstream migliore.

Se la serie è ricordata con affetto è perché gli attuali quarantenni e cinquantenni avevano tra i 10 e i 16 anni quando uscì X-Force, cioè l’età perfetta per creare i ricordi più nostalgici legati ai fumetti di supereroi.

È come se chiedessi a me delle run degli Avengers di Englehart/Shooter, Perez/Byrne.

The New Mutants #98: esordisce Deadpool, il personaggio più iconico di Fabian Nicieza co-creato insieme a Rob Liefeld

Quando tu e Rob avete creato Deadpool, avevate già la sensazione del suo potenziale a lungo termine all’interno della Marvel?

Fabian Nicieza – Certo che sì… e certo che no. Non puoi prevedere che un personaggio diventerà un fenomeno globale, ma puoi percepire fin da subito che qualcosa, a livello di “alchimia”, sta funzionando.

Realizzammo una carta di Deadpool, una delle cinque inserite nei polybag di X-Force #1, solo pochi mesi dopo il suo debutto in New Mutants, quindi credo che tutti noi avessimo capito che il personaggio aveva un grande potenziale.

All’epoca, mi aspettavo che un intraprendente ragazzino canadese delle scuole medie avrebbe un giorno voluto interpretarlo in un film? Be’, direi di sì, visto che ho scelto proprio quel ragazzo per il ruolo nel 2004, anni prima che apparisse in Wolverine Origins, vincitore dell’Academy Award

Ti è piaciuta la rappresentazione di Deadpool al cinema? Hai un film preferito tra i tre, e perché?

Fabian Nicieza – Sì. Il primo, perché è stato, proprio come il personaggio, una splendida storia da outsider, sia sullo schermo sia dal punto di vista delle dinamiche produttive hollywoodiane.

Il Deadpool cinematografico interpretato da Ryan Reynolds… e chi se lo dimentica!

Cable & Deadpool è una serie che ha avuto una gestione movimentata, nonostante sia una delle run in cui hai dato maggiore spazio all’immaginazione e, sembra, ti sia divertito molto. È lì che pensi di aver fatto il tuo miglior lavoro con questi personaggi?

Fabian Nicieza – Non so se “turbolenta” sia la parola giusta. Eravamo sempre sotto la minaccia della cancellazione e continuavamo a ricevere quelli che sembravano “rinnovi di sei numeri” per tutta la durata della serie.

Ho avuto la possibilità di scrivere i personaggi nel modo in cui ritenevo dovessero essere scritti, avevamo un seguito incredibilmente fedele e stabile, e ho lavorato con artisti eccellenti, quindi sì, è stato un incarico piacevole. A parte gli avvocati interni della Marvel e la mia editor, la fantastica Nicole Boose, non credo che alla Marvel si rendessero davvero conto di pubblicare quella serie, e questo ci dava una certa libertà…

…finché non decisero di rimuovere Cable da un fumetto intitolato “Cable & Deadpool”. Quello sì che è stato divertente.

Puoi raccontarci qualcosa di più specifico sull’episodio che collega te, la serie Cable & Deadpool, che all’epoca scrivevi, e Ryan Reynolds, prima che diventasse Deadpool? Si dice che un riferimento in uno dei tuoi numeri di quella serie, lo abbia fatto appassionare al personaggio, portandolo anni dopo a interpretarlo sul grande schermo.

Fabian Nicieza – All’inizio degli anni ’90, la “voce” che avevo in mente per il personaggio era quella del comico Dennis Leary e delle sue pubblicità in bianco e nero su MTV, in cui interpretava un uomo arrabbiato che fumava sigarette.

Dieci anni dopo, avevo bisogno di un nuovo punto di riferimento per il tono e il ritmo del personaggio, perché si era “ammorbidito” dopo anni come protagonista di una serie mensile, rispetto al mercenario più duro delle origini. Dovevo sentire la voce giusta nella mia testa, e ho pensato a Ryan Reynolds per via dei film di Van Wilder e, se ricordo bene la tempistica, della sua recente apparizione all’epoca in Blade 3.

C’è quella scena in Cable & Deadpool #2 in cui Deadpool si strappa la maschera, arrabbiato con Cable, che non capiva perché per lui non fosse un problema avere l’opportunità di sembrare “come tutti gli altri”. Avevo bisogno di un riferimento visivo e verbale per come il personaggio vedeva se stesso. E così è nata la battuta “Ryan Reynolds incrociato con uno Shar-Pei”.

Gli avvocati della Marvel mi chiesero di cambiare il nome per paura di essere citati in giudizio da Ryan, quindi ho tolto la “y” dal cognome per confondere sia gli avvocati sia Ryan. Solo gli avvocati si confusero.

La scena ‘galeotta’ che fece scattare la scintilla tra Ryan Reynolds e il Mercenario chiacchierone della Marvel

L’Era di Apocalisse è la saga che mi ha fatto conoscere gli X-Men ed è probabilmente la mia preferita. Come nasce un progetto così complesso, che coinvolge tanti autori, artisti e un mondo in cui il sogno di Xavier è fallito?

Fabian Nicieza – A quanto pare, nasce in modo brillante e disastroso allo stesso tempo.

Credo che l’editor Bob Harras abbia avuto un’idea geniale per L’Era di Apocalisse. Era un piano editoriale molto coraggioso e, allo stesso tempo, un po’ caotico dal punto di vista narrativo. Le mie frustrazioni per quest’ultimo aspetto non diminuiscono in alcun modo l’orgoglio e la soddisfazione per il primo.

Gli X-Men dell’Era di Apocalisse

Sei anche lo sceneggiatore che, in X-Men #41, ha letteralmente “ucciso” il Professor Xavier, dando il via agli eventi di L’Era di Apocalisse. È stata una decisione editoriale, dettata dalle circostanze, o sei stato tu a volerla portare avanti?

Fabian Nicieza – Sono abbastanza sicuro che il fatto che la mia serie facesse da introduzione alla saga sia stato casuale: avrebbe potuto essere tranquillamente Uncanny X-Men.

Una volta stabilito quando L’Era di Apocalisse sarebbe iniziata, abbiamo definito come la storyline di Legion Quest avrebbe portato a quel punto e X-Men #41, probabilmente per questioni di calendario editoriale, è diventato il capitolo che dava il via alla storia.

X-Men #41: Legion Quest parte 4, albo dove muore Xavier e scatena l’Era di Apocalisse

Passiamo ai Thunderbolts: sei lo sceneggiatore che ha scritto più storie con il team creato da Kurt Busiek e Mark Bagley. È vero che consideri il tuo ciclo uno dei tuoi lavori migliori in Marvel, anche grazie alla collaborazione con alcuni dei migliori artisti dell’epoca?

Fabian Nicieza – È tra le cinque cose che preferisco tra quelle che ho fatto, ma non rientra nella top 3. È difficile entrare nella top 3 con una serie da cui sono stato licenziato due volte! 🙂

Amavo il concept, i personaggi, gli artisti con cui ho avuto modo di lavorare e la direzione editoriale che ha mantenuto la nave a galla.

Quando hai preso in mano Thunderbolts, su quali elementi e personaggi ti sei concentrato per dare alla serie una tua identità?

Fabian Nicieza – Una delle cose che mi è piaciuta di più quando ho iniziato è che, sei mesi dopo il mio primo numero, la maggior parte delle lettere continuava a essere indirizzata a “Kurt e Mark”, il che significava che molti lettori non si erano nemmeno accorti che fossi io a scrivere la serie.

Per me, quindi, si trattava molto meno di imporre una “mia identità” e molto più di rispettare quella del fumetto. Volevo semplicemente “mettere alla prova il motore” e far andare la macchina un po’ più veloce di prima, quindi mi sono concentrato soprattutto sull’accelerare le trame.

Sei tornato a scrivere Cable molti anni dopo, in un contesto diverso, nella miniserie Cable: United We Fall e in X-Force con una storia speciale per il numero 300. Il tuo approccio ai personaggi è rimasto lo stesso oppure è cambiato nel tempo?

Fabian Nicieza – Ho anche scritto la storia digitale di Cable & DeadpoolSplit Second” nel mezzo, poi raccolta in albi e in volume, quindi in realtà non c’è stata una grande pausa mentale tra un periodo e l’altro con il personaggio.

Il mio approccio a Cable cambia solo in base allo status quo del personaggio nella continuity nel momento in cui mi viene chiesto di scriverlo. Le sue circostanze modificano i parametri delle sue azioni, ma non necessariamente chi è come persona.

Oltre ai fumetti, negli ultimi anni hai scritto anche romanzi crime. Suburban Dicks segna il tuo debutto come romanziere: quanto è diverso, e magari più complesso, scrivere un romanzo rispetto a un fumetto?

Fabian Nicieza – È molto diverso in termini di struttura, ritmo, presentazione e tempo necessario per scrivere un libro, ma alla fine si tratta sempre di raccontare una storia.

Devi trovare un’idea interessante, ambientarla in un contesto interessante, con personaggi interessanti, e poi raccontarla. Facile, no?

Mi sto davvero godendo il fatto che la narrativa in prosa sia diventata il focus del mio lavoro in questa “fase finale” della mia carriera, perché volevo scrivere libri fin da bambino, ma da adulto non ero mai stato soddisfatto dei miei tentativi fino a Suburban Dicks.

Hai lavorato anche ai fumetti di Buffy l’ammazzavampiri. Com’è stato confrontarsi con un adattamento da una serie TV? E… ti sei divertito a scrivere una teenager che dà la caccia ai vampiri?

Fabian Nicieza – Questa è una domanda inaspettata! Amavo la serie TV ed ero felice di dare una mano alla Dark Horse e al mio ex collega sugli X-Men, Scott Lobdell, scrivendo episodi che lui aveva ideato e lavorando con un eccellente artista e narratore come Cliff Richards, quindi è stato onestamente solo un lavoro divertente di scrittura.

Il vero piacere per me è arrivato quando ho avuto l’opportunità di scrivere da solo l’ultimo arco narrativo della serie mensile, “A Stake to the Heart”, una storia di cui sono stato molto orgoglioso e che è stata accolta molto positivamente sia dall’editor che dai lettori.

Nel corso della tua carriera sei stato spesso associato alla scrittura di storie corali con team di supereroi. Ti senti più a tuo agio con i gruppi piuttosto che con storie incentrate su un singolo personaggio?

Fabian Nicieza – Non proprio. Ci sono stati aspetti più semplici o più complessi in entrambi i casi.

Spesso dipendeva dalle dinamiche tra i personaggi e dalle capacità dell’artista nel raccontare e rappresentare le espressioni, che potevano rendere una serie con protagonista un team più “facile” o più “difficile”.

C’è un fumetto, Marvel o di altro tipo, che ti piacerebbe ancora scrivere, nonostante la tua lunga carriera? O un titolo su cui non hai mai lavorato ma che ti affascina particolarmente?

Fabian Nicieza – Ci sono sicuramente personaggi mainstream su cui avrei sempre voluto fare un ciclo in passato, Captain America, Doctor Strange, Nightwing e Hawkman, tra gli altri, ma la parte importante è “in passato”.

Non ci penso più di quanto serva per rispondere a questa domanda. Scrivere fumetti di supereroi su incarico non è più la mia attività principale da molti anni.

Free Agents, tra gli ultimissimi lavori nel campo dei fumetti di Fabian Nicieza

Ultima domanda: cosa c’è nel futuro di Fabian Nicieza nei fumetti? Ci sono progetti in arrivo di cui puoi parlarci?

Fabian Nicieza – Attualmente sto lavorando al secondo arco narrativo di FREE AGENTS, la serie Image che co-scrivo con Kurt Busiek e disegnata da Stephen Mooney, che spero esca nel 2026. Per il resto, il mio focus principale è sulla narrativa in prosa.

Il mio terzo romanzo, provvisoriamente intitolato THE SIN PUPPET, un thriller psicologico con leggere sfumature fantascientifiche, uscirà nel 2027 per St. Martin’s Press e sto già iniziando a lavorare su un nuovo libro.

Potrei ricevere una chiamata domani da un editor di fumetti con una proposta, e accetterei o rifiuterei in base a vari fattori, ma non sto attivamente cercando lavoro nel mondo dei fumetti.

Grazie infinite a Fabian Nicieza per la bellissima intervista che ci ha rilasciato!


Fabian Nicieza: Biografia

Fabian Nicieza (Buenos Aires, 31 dicembre 1961) è uno sceneggiatore ed editor di fumetti argentino naturalizzato statunitense, noto soprattutto per il suo lavoro con la Marvel Comics.

Cresciuto nel New Jersey, inizia la sua carriera nell’editoria libraria presso la Berkley Publishing Group prima di entrare in Marvel nel 1985, dove lavora inizialmente nel reparto produzione e pubblicità. Parallelamente esordisce come sceneggiatore, ottenendo il primo grande successo con la serie New Warriors.

Negli anni ’90 diventa uno degli autori chiave degli X-Men, contribuendo alla creazione di personaggi come Deadpool insieme a Rob Liefeld e definendone la personalità. Lavora anche su serie come X-Force e Cable, diventando una figura centrale del fumetto supereroistico dell’epoca.

Nel corso della carriera collabora anche con la DC Comics e firma run importanti su titoli come Thunderbolts e Cable & Deadpool. Parallelamente si occupa di sviluppo narrativo per franchise e pubblica romanzi come Suburban Dicks.

Autore prolifico e versatile, Nicieza ha contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’immaginario Marvel moderno.

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