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Approfondimenti e Curiosità

E se… Batman fosse il vero problema di Gotham City?

Batman è il Cavaliere e il protettore di Gotham City. La sua eterna lotta contro Joker e gli altri nemici fa sorgere, però, un quesito: e se fosse l’Uomo Pipistrello il vero nemico che destabilizza la città con le sue azioni?

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Da sempre Batman e Joker coltivano un legame indissolubile, dal quale sembra che, per qualche morboso e grottesco scherzo del destino, l’uno dipenda dall’altro. Due poli opposti, due facce della stessa medaglia, destinati a scontrarsi senza mai arrivare a un vero epilogo.

Rimarrà negli annali la frase recitata da Heath Ledger nei panni del Joker nelle battute finali del film di Christopher Nolan, Batman: Il Cavaliere Oscuro:

Tu non mi uccidi per un malriposto senso di superiorità e io non ti ucciderò perché tu sei troppo divertente. Credo che io e te siamo destinati a lottare per sempre… – Heath Ledger 

È una rivalità che negli anni è stata analizzata, decostruita e arricchita nei fumetti da innumerevoli autori, ognuno con una propria voce e visione.

Heath Ledger e Christian Bale nei panni di Joker e Batman, acerrimi nemici da sempre

Eppure, dietro questa dinamica apparentemente chiara, si nasconde una domanda molto più scomoda che potrebbe ribaltare la visione di tutti i lettori e spettatori fan dell’Uomo Pipistrello: e se fosse Batman il vero responsabile della deriva di Gotham? E se, fin dall’inizio, il Cavaliere Oscuro avesse contribuito a spingere la città verso un abisso ancora più profondo?

Gotham: una città dannata che Batman ha contribuito a peggiorare?

La storia di Gotham City è da sempre segnata dalla corruzione: una metropoli plasmata dai potenti, dai ricchi e da élite che non hanno mai davvero agito nell’interesse della popolazione ma solamente per i propri loschi fini.

Il caos, in fondo, è sempre stato parte integrante del tessuto urbano dove criminalità, disuguaglianze e giochi di potere hanno contribuito a creare un ambiente instabile, pronto a esplodere.

Eppure, c’è chi sostiene che l’arrivo di Batman abbia rappresentato un punto di rottura: non una soluzione, ma un elemento da cui è scaturita una scintilla che ha trasformato una situazione già fragile in qualcosa di molto più pericoloso.

Se questa chiave di lettura fosse corretta, allora anche Bruce Wayne dovrebbe rispondere delle conseguenze delle sue azioni.

Il piano del Joker: distruggere il simbolo

Nel corso degli anni, Joker non si è limitato a combattere Batman sul piano fisico, ma ha cercato di sconfiggere il Cavaliere Oscuro in maniera più viscerale.

Al di là di quegli scontri e vendette personali, il Pagliaccio del Crimine punta da sempre a qualcosa di più ambizioso: smontare il significato stesso di Batman. Uccidere il simbolo è più importante che eliminare l’uomo.

E se quel simbolo venisse corrotto, proprio come tutto il resto a Gotham, l’intera identità di Bruce Wayne rischierebbe di crollare.

Joker lo sa bene: in un mondo costruito su immagini e reputazione, basta insinuare il dubbio per far vacillare tutto. Se Batman smette di essere visto come un eroe, se il suo ruolo viene messo in discussione, allora ciò che rappresenta perde valore. E in questo scenario, il Joker avrebbe già ottenuto una vittoria.

Quel confine sottile tra eroe e criminale

Da sempre, Batman è considerato moralmente superiore al suo nemico. Ma cosa succede quando è lui stesso a mettere in dubbio le proprie azioni?

Il solo fatto di confrontarsi con Joker su questo piano rappresenta un punto critico. Perché mentre il Principe del Crimine prospera nel caos e nell’ambiguità, Batman è costretto a confrontarsi con un codice etico che rischia di incrinarsi.

Ogni notte, Bruce Wayne infrange la legge agendo fuori da qualsiasi sistema, portando avanti una guerra personale contro il crimine. Lo fa convinto di essere dalla parte giusta, ma il confine è più sottile di quanto sembri.

Se Joker riuscisse davvero a insinuarsi nella sua mente, a destabilizzare la sua identità, allora Batman potrebbe trovarsi davanti alla sua più grande crisi.

Perché esiste una possibilità inquietante: Joker potrebbe avere ragione. Ogni intervento di Batman potrebbe alimentare un’escalation, generando nuova violenza e nuove vittime.

‘L’effetto Batman’: escalation e criminalità mascherata

Osservando Gotham nel suo insieme, emerge un dato evidente: la città è sempre stata problematica, ma mai così fuori controllo come dall’arrivo di Batman.

In molte versioni della sua storia, il passato di Gotham è segnato da società segrete, famiglie potenti e decisioni discutibili prese nell’ombra. Tuttavia, il livello di minaccia era diverso, meno caotico rispetto a quello attuale.

Con l’arrivo di Batman, qualcosa cambia. Alla criminalità tradizionale si affiancano i criminali mascherati e i supercriminali.

È come se la presenza del Cavaliere Oscuro avesse innescato una reazione a catena. Un’escalation in cui i criminali sentono il bisogno di rispondere allo stesso livello, adottando identità e metodi sempre più estremi.

È una trasformazione più profonda e radicale che ha subito la città e che quindi pone il quesito: non è che Batman oltre a combattere il crimine, contribuisce involontariamente a ridefinirlo?

Gotham città specchio del suo protettore, simbolo diverso dagli altri eroi DC

Se si confronta Gotham con altre città dell’universo DC Comics, la differenza è evidente.

Metropolis o Central City non vivono lo stesso livello di instabilità e una delle ragioni potrebbe risiedere proprio nel tipo di eroe che le protegge.

Figure come Superman o Wonder Woman rappresentano speranza, luce e fonte d’ispirazione, mentre Batman, invece, incarna la paura agendo nell’ombra, colpendo duramente, e costruendo la propria leggenda su un’immagine intimidatoria.

Di conseguenza, anche la risposta dei criminali cambia: meno razionale, più violenta, spesso guidata dalla vendetta.

Il risultato è una Gotham intrappolata in un conflitto sempre più personale, dove ogni scontro contribuisce ad alimentare il ciclo.

E se Batman appendesse il mantello al chiodo?

A questo punto, la domanda diventa inevitabile: cosa accadrebbe se Batman sparisse? Se Bruce Wayne decidesse di abbandonare il mantello, le conseguenze potrebbero essere molteplici.

Da un lato, la criminalità potrebbe approfittare del vuoto di potere e aumentare la propria pressione su una città che subirebbe il tracollo definitivo verso un abisso da cui non sarebbe più possibile uscire.

Dall’altro, però, si aprirebbe anche la possibilità di un riequilibrio.

Senza una figura così dominante e temuta, alcuni criminali potrebbero ridimensionare le proprie ambizioni o, semplicemente, non avendo più lo stimolo della competizione che Batman può insinuare a livello psicologico, sposterebbero la propria attenzione altrove. Gotham potrebbe così giovarne, ritrovandosi con una situazione interna più gestibile.

Allo stesso tempo, Bruce Wayne potrebbe continuare ad aiutare la città in modo diverso. Attraverso la sua ricchezza e la sua influenza, potrebbe contrastare la corruzione dall’interno, sostenere progetti sociali e promuovere un cambiamento strutturale.

La DC Comics ha già esplorato questa possibilità, mostrando come il solo denaro non basti, ma combinato con l’assenza di Batman, potrebbe generare un effetto diverso.

La verità ‘scomoda’ del Joker

Forse Joker ha ragione. Forse Batman, pur con le migliori intenzioni, ha contribuito a rendere Gotham un luogo ancora più pericoloso.

Un ritorno definitivo a Bruce Wayne potrebbe portare a un nuovo equilibrio, forse persino a una forma di speranza. Ma solo a patto che Wayne continui a lottare con la stessa determinazione.

Il problema è che il rischio è enorme. Senza Batman, Gotham perderebbe il suo difensore più efficace. E ogni conseguenza negativa ricadrebbe inevitabilmente su Bruce Wayne. Per questo, il ciclo continua.

La battaglia tra Batman e Joker non si ferma, alimentandosi da sola in un equilibrio instabile. Un paradossale equilibrio che nella sua follia, in fondo, Joker ha sempre voluto e che manterrà con tutte le sue forze. Perché Batman è troppo divertente per lui.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

Anime

PopChop Express: Lupin III: Il castello di Cagliostro – Le identità politiche del ladro gentiluomo

La riscoperta dell’esordio cinematografico di Hayao Miyazaki: l’avventura politicamente schierata del ladro gentiluomo Lupin III, in Lupin III: Il castello di Cagliostro nella nuova puntata del PopChop Express

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Molti grandi artisti hanno dovuto fare una gavetta. Chi viene oggi considerato autore o addirittura maestro nel mondo dell’animazione ha comunque seguito un percorso costellato di consigli, correzioni e rimproveri da parte di insegnanti già navigati. Il tempo trascorso in questo apprendistato ha contribuito a consolidare esperienza ed identità artistica per le allora considerate nuove leve.

È il caso di un giovane studente di scienze politiche ed economia di nome Hayao Miyazaki, che decide di voler diventare un animatore dopo essere rimasto folgorato dalla visione del film La leggenda del serpente bianco (1958).

Dopo la laurea, iniziano per lui le vere lezioni all’interno dello staff di disegnatori dello studio Toei Animation. Il suo docente di riferimento è Yasuo Ōtsuka, che dieci anni prima già lavorava a quel film fondamentale per la vocazione di Miyazaki e che nel 1967 si occupa di sorreggere l’esordio alla regia del “compagno di banco” Isao Takahata.

Il giovane Hayao Miyazaki e il suo mentore Yasuo Ōtsuka

Nascita di un ladro

In quello stesso anno compare un nuovo mito in Giappone. La rivista a fumetti Weekly Manga Action pubblica sul numero di agosto il primo capitolo della serie Lupin III, disegnata da Kazuhiko Katō sotto lo pseudonimo di Monkey Punch.

Lo straordinario successo del personaggio porta prima alla realizzazione di un episodio pilota affidato a Masaaki Ōsumi e Yasuo Ōtsuka e poi ad una vera e propria serie animata televisiva.

Tuttavia, il primo episodio lavorato da Ōsumi non riscuote l’adeguato successo sperato. Si decide dunque di togliere il regista dall’incarico ed affidare l’intera operazione seriale al buon Yasuo.

Nonostante il materiale di partenza sia chiaro, c’è comunque resistenza nel proseguire una linea produttiva in continuità con il primo pilota. Questa ritrosia è dettata dalla volontà di Ōtsuka, il quale nel frattempo recluta nella produzione sia Hayao Miyazaki sia Isao Takahata, di provare a raccontare qualcosa di diverso e soprattutto distante dalla visione originale di Monkey Punch.

Inizia così la grande rivoluzione del ladro gentiluomo.

Illustrazione realizzata da Monkey Punch

Una giacca politica

La giacca che indossa Lupin porta con sé un intero immaginario. Con il passare del tempo, il colore del vestiario del ladro ha rappresentato le sue diverse incarnazioni. La preferita di Monkey Punch era sicuramente quella rossa, da lui stesso concepita per la sua serie manga.

Veniva indossata da un ladro spietato, non curante del prossimo e che non aveva problemi nell’usare donne e amici come oggetti da sacrificare all’occorrenza per aver salva la pelle.

Un fuorilegge alla guida di una Mercedes Benz SSK, la macchina rappresentante della destra autoritaria del partito nazista, parente del modello 770K con la quale Adolf Hitler sfilava nelle sue parate militari.

Un criminale che uccideva a sangue freddo anche civili ed innocenti con una pistola Walther P38, prodotta in serie proprio in Germania a partire dal 1938.

Un’icona spietata che rifletteva l’ideologia di un artista dichiaratamente di destra.

Non è dunque difficile intuire le motivazioni della reticenza di Ōtsuka, Miyazaki e Takahata nei confronti del fumetto originale. Nei primi episodi della serie Le avventure di Lupin III (1971) si nota infatti una leggera crisi identitaria.

Il cambio con la giacca verde già mette in chiaro le intenzioni, tuttavia rimane per le prime puntate qualche elemento proveniente dal ladro in rosso, come i giochetti sessuali con Fujiko Mine, la crudezza delle sparatorie o la presenza ricorrente del sangue nelle scene d’azione.

La direzione cambia in maniera comunque rapida e la serie si trasforma in una riduzione del personaggio molto più calma e positiva. La canaglia di Monkey Punch diventa un sorridente ladro gentiluomo che agisce per amore di Fujiko e nel rispetto dei suoi amici Jigen e Goemon, con una comicità in stile Tom & Jerry maturata insieme all’immancabile ispettore Zenigata.

Da sinistra: Jigen Daisuke, Lupin III e Goemon Ishikawa

Gli schieramenti del partito cinematografico

La divergenza autoriale viene ulteriormente enfatizzata in terreno cinematografico. Il primo lungometraggio dedicato al ladro, ovvero Lupin III: La pietra della saggezza (1978) diretto da Sōji Yoshikawa, ottiene la benedizione del suo creatore proprio per la visione condivisa tra mangaka e regista.

Questa gotica avventura fra Egitto e Transilvania segna, in un certo senso, un ritorno alle origini. Non solo per la ritrovata giacca rossa, ma anche per la violenza e gli impulsi sessuali nuovamente centrali, oltre al rapporto più distaccato fra Lupin e i comprimari.

La lotta per la sconfitta del perfido Mamoo ha sicuramente un tono più sporco e psichedelico, nonché di maggior attinenza alle ideologie di Monkey Punch anche per l’inserimento di figure storiche autoritarie come Napoleone e Hitler.

Dall’altro lato, la squadra di Yasuo Ōtsuka prepara la consacrazione della giacca verde con l’esordio alla regia di Miyazaki: Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979). In questo film, il ladro gentiluomo diventa un definitivo eroe della sinistra proletaria, creato da un team di marxisti dichiarati che impianta nuovi valori morali.

L’intenzione va a braccetto con l’economia: Lupin si libera della Mercedes per guidare una Fiat 500, che Ōtsuka e Miyazaki stessi utilizzavano nella loro vita quotidiana e che non faticavano a replicare sopra gli acetati.

L’ulteriore fortuna è la forza popolare di questo tipo di mezzi: l’uomo medio giapponese ottiene un contatto ancora maggiore con l’icona animata ed empatizza ancora di più con l’ideologia romantica del ladro dalla giacca verde.

Specchio di un’identità stilistica

Chiunque conosca la filmografia di Hayao Miyazaki riconoscerà da subito gli elementi che il futuro maestro porterà con sé anche nelle sue pellicole future. L’apprendistato sotto Ōtsuka ha aiutato il regista ad avere una primordiale forma espressiva che verrà sviluppata dopo la fondazione del leggendario Studio Ghibli.

Oltre alla palese somiglianza tra la duchessa di Cagliostro Clarisse e la principessa della valle del vento Nausicaa, è ben riconoscibile il ritmo classico delle produzioni di Miyazaki.

Vi è un costante senso di pace, un’attenzione minuziosa ai fondali naturali (sicuramente recuperati anche dalla realizzazione della serie Heidi insieme ad Isao Takahata) e sonorità orchestrali che ricordano tracce provenienti da La città incantata (2001) e dai migliori lavori del compositore Joe Hisaishi.

Un Lupin che diventa specchio dell’autore di riferimento nell’ideologia e nei comportamenti (basta guardare l’abbondanza di sigarette consumate da Lupin nel film, dipendenza condivisa da Miyazaki), in un’avventura romantica e dalla morale tutt’altro che egoista.

Negli anni, la maschera di Lupin si è trasformata in una delle più cangianti della storia dell’animazione giapponese.

Le nuove incarnazioni moderne, dalla versione demenziale ed anarchica della giacca rosa, fino al rilancio cinematografico firmato da Takeshi Koike, continuano a far vivere nella memoria collettiva il nipote di Arsenio Lupin.

Un ladro indescrivibile, dalle mille personalità e dagli obbiettivi imprevedibili, rappresentante di ideologie fra centinaia di autori che ancora oggi cercano di creare nuove avventure e tesori da rubare.


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Approfondimenti e Curiosità

Lo strano caso che ha portato Nintendo a creare Donkey Kong… grazie a Popeye !?

Oggi vi raccontiamo di come il celebre videogame della Nintendo, Donkey Kong, sia nato grazie alle idee che Shigeru Miyamoto aveva sviluppato per un gioco su Popeye

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In questi giorni amanti (grandi e piccini) della Nintendo stanno correndo al cinema a vedere il secondo capitolo cinematografico prodotto da Illumination con protagonista il celebre idraulico italiano baffuto, star dei videogame: Super Mario Galaxy – il Film.

Ma oggi non siamo qua per raccontarvi del film (di cui abbiamo già parlato qui), bensì per svelarvi un retroscena, una di quelle sliding doors che poteva cambiare tutto per Nintendo.

Perché in questa storia scopriremo che Mario e Donkey Kong, protagonisti indiscussi dei giochi Nintendo che contano milioni di fan in tutto il mondo, potevano non vedere la luce ed essere sostituiti da due personaggi dei fumetti molto gettonati all’inizio degli anni ’80: Popeye e Bluto.

Voi potreste anche pensare “WTF !??!” ma è così! Però, andiamo con ordine.

Tutto inizia con Warner e Atari

Nel 1976, Warner Communications decise di entrare con decisione nel mercato videoludico acquistando Atari per una cifra vicina ai 30 milioni di dollari. Tra le prime mosse strategiche, l’azienda spinse Atari a sviluppare un videogioco dedicato a Superman, cavalcando il successo del film del 1978. Il titolo, pubblicato nel 1979, è ricordato come il primo adattamento videoludico tratto da un personaggio dei fumetti.

Il boom degli arcade e la scommessa di Nintendo

Qualche anno più tardi, nel 1981, Nintendo provò a seguire una strada simile tentando di realizzare un gioco basato su Popeye, ma il progetto però non andò a buon fine.

Da quello nacque invece Donkey Kong, destinato a diventare uno dei videogiochi più importanti di sempre e a introdurre due icone assolute come Mario e Donkey Kong.

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare alla fine degli anni ’70. Nel 1978 Space Invaders rivoluzionò il settore, rendendo le sale giochi un business sostenibile e replicabile. Due anni dopo, Pac-Man consolidò ulteriormente il fenomeno, dando il via a una crescita senza precedenti.

In questo scenario si inserisce Minoru Arakawa, primo presidente di Nintendo of America, che decise di puntare tutto su Radar Scope, considerato la risposta Nintendo a Space Invaders. Vennero prodotti circa 3.000 cabinati, ma il gioco si rivelò un fallimento commerciale.

Con migliaia di cabinati invenduti, Nintendo si trovò davanti a una scelta cruciale. La soluzione fu tanto semplice quanto efficace: riutilizzare quelle macchine installando un gioco completamente nuovo.

Seguendo l’esempio del titolo dedicato a Superman, la compagnia decise di puntare su un personaggio famoso. La scelta ricadde su Popeye, all’epoca tornato sotto i riflettori grazie al film del 1980 con Robin Williams.

Robin Williams nei panni di Popeye!

Come spiegò anni dopo Shigeru Miyamoto, il concept era perfetto per un videogioco: un eroe, un antagonista e una figura da salvare.

Ho abbozzato alcune idee per dei giochi ispirandomi a Popeye. A quel punto, Yokoi-san [Gunpei Yokoi, ingegnere capo di Nintendo e responsabile del progetto – a.C.] ebbe la gentilezza di portare queste idee all’attenzione del Presidente e alla fine una di esse ricevette l’approvazione ufficiale. Yokoi-san riteneva che i designer sarebbero diventati membri indispensabili dei team di sviluppo per la creazione di videogiochi in futuro. – Shigeru Miyamoto

Il progetto venne quindi impostato con Popeye impegnato a sconfiggere Bluto per salvare Olivia.

Il problema dei diritti e la svolta creativa che portò a Donkey Kong e Mario

Quando tutto sembrava pronto, però, ecco l’intoppo che si rivelò decisivo: Nintendo non riuscì a trovare un accordo con King Features Syndicate per l’utilizzo del personaggio di Popeye.

A differenza del caso di Superman, dove Warner controllava direttamente i diritti, qui serviva un’intesa commerciale che non si concretizzò e il progetto rischiò di naufragare.

Fu proprio in questo momento che entrò in gioco la creatività di Shigeru Miyamoto. Lo stesso qualche anno fa su questo momento specifico ha dichiarato:

Ma, pur non ricordando esattamente il motivo, non potemmo usare Popeye in quel titolo. Ci sembrò davvero che ci avessero tolto la scala da sotto i piedi, per così dire… all’epoca non sapevamo come procedere. Poi pensammo: “Perché non inventarci un personaggio originale?” – Shigeru Miyamoto

Invece di abbandonare tutto, il designer decise di mantenere la struttura del gameplay, reinventando completamente personaggi e ambientazione.

Da Popeye a Donkey Kong: la nascita di un’icona

Da King Kong alla fiaba de La Bella e la Bestia, diverse idee e influenze presero forma nella mente di Miyamoto e  il risultato fu un’idea completamente nuova.

Bluto venne trasformato in un gorilla, per l’appunto Donkey Kong, mentre Popeye diventò Jumpman, poi evoluto nel celebre Mario. Olivia, invece, si trasformò in Pauline.

La trama era semplice ma rivoluzionaria: il gorilla rapisce la ragazza e il protagonista deve salvarla affrontando una serie di ostacoli, tra cui i celebri barili lanciati dall’alto.

Nel 1981 uscì Donkey Kong, un titolo destinato a cambiare per sempre il linguaggio dei videogiochi, scrivendone la storia!

Il paradosso finale: il ritorno di Popeye

Il successo di Donkey Kong fu tale da ribaltare completamente la situazione. Dopo aver inizialmente negato i diritti, King Features Syndicate concesse finalmente a Nintendo la licenza per utilizzare Popeye.

Nel 1982 uscì quindi Popeye, un gioco ufficiale che riprendeva molte delle meccaniche introdotte proprio da Donkey Kong.

Un scherzo del destino se si pensa: un titolo mai realizzato che finisce per influenzare quello ufficiale che poi diventa a sua volta fonte di ispirazione.

Un fallimento di cui Nintendo ringrazia

Senza il fallimento di Radar Scope e senza l’impossibilità di usare Popeye, probabilmente non sarebbero mai nati Mario e Donkey Kong. E, di conseguenza, una parte fondamentale della storia dei videogiochi sarebbe stata completamente diversa. E quindi alla fine direi che è andata molto meglio così. E tutto grazie a un fallimento della Nintendo…

*Fonte del presente articolo CBR.com

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Approfondimenti e Curiosità

GialappaShow parte forte con 1 milione 303 mila spettatori per la 1°puntata

Cresce GialappaShow con 1 milione 303 mila spettatori per la prima puntata e +18% rispetto alla scorsa edizione

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PIENO DI ASCOLTI PER GIALAPPASHOW:

PRIMA PUNTATA CON 1 MILIONE 303 MILA SPETTATORI IN TOTAL AUDIENCE SU TV8 E SKY

+18% RISPETTO ALL’ULTIMA STAGIONE

E 5,6% DI SHARE SOLO SU TV8

IN CONDUZIONE IL MAGO FOREST

CON JOVANOTTI 

IL RITORNO DI MACCIO CAPATONDA 

NUOVE IRRESISTIBILI PARODIE:

IVA ZANICCHI, SABRINA FERILLI, FABRIZIO CORONA

E FRANCESCO GABBANI 

SUI SOCIAL #GIALAPPASHOW È IN TENDENZA PER TUTTA LA SERATA

Ottima partenza per la settima edizione di GialappaShow, il programma della Gialappa’s Band con Marco Santin e Giorgio Gherarducci, condotto ancora una volta dall’inossidabile Mago Forest che nella puntata di ieri sera era affiancato da Jovanotti.

La prima puntata dello show – su TV8 e su Sky Uno/+ e on demand – ha registrato complessivamente 1 milione 303 mila spettatori medi in Total Audience segnando un +18% rispetto alla media dell’ultima edizione.

Su TV8 il primo passaggio ha totalizzato il 5,6% di share e 853 mila spettatori medi in Total Audience, +22% rispetto all’esordio dell’ultima edizione

L’hashtag ufficiale #GialappaShow è stato in tendenza per tutta la serata.

Nuove e irresistibili parodie per la puntata d’esordio: Gigi è stato protagonista della nuova rubrica “Falserrimo” nei panni di un Fabrizio Corona sempre più spregiudicato. Gradito ritorno al GialappaShow per Maccio Capatonda, che sotto le mentite spoglie del divulgatore Sandro Sgruffa è al centro della trama di “Storie male”, un podcast crime del tutto inedito.

Tra i debutti eccellenti di questa edizione, quello di una Iva Zanicchi molto disinibita, portata in scena da Giulia Vecchio, e di Sabrina Ferilli, di cui Valentina Barbieri ha proposto una divertente parodia, mostrandoci i bloopers catturati dalle telecamere durante la registrazione della sua ultima serie televisiva.

Dopo una sempre surreale puntata di Vererrimo, con ospite Vinicio Marchioni, Brenda Lodigiani ha regalato un nuovo personaggio: Bereguarda, una cantante un po’ naïf che si lamenta sempre delle sue disavventure sentimentali.

Prima apparizione anche per un novello Francesco Gabbani, sotto il cui trucco si cela Ross, che canta i suoi nuovi testi, basati sulle sue ormai famose freddure.

Prima irresistibile puntata della serie più attesa di questa stagione: “Pechino Expresssss – Viaggio nel terzo mondo”. Tra le coppie in gara, in viaggio per la Cina, “Gli opposti”, Michelle Hunziker (Valentina Barbieri) e Pif (Giovanni Vernia); “Il ministro e il portaborse”, Matteo Salvini (Alessandro Betti) con il suo portaborse; “Il bello e la bestia”, Roberto Bolle (Gigi) e Amedeo (Ross) del duo comico Pio e Amedeo. Alla conduzione naturalmente Costantino della Gherardesca (Ubaldo Pantani).

Il GialappaShow ha anche segnato il ritorno di una delle serie più cult: Sensualità a Corte, con la partecipazione straordinaria di Claudio Santamaria.

E non poteva mancare la serie Ultimo appuntamento, con le nuove avventure di Gineprio, che anche questa settimana resterà illibato.

Trio d’eccezione per i Neri Per Caso con Jovanotti e Max Tempia sulle note di “Bambina se sapessi” di Sergio Caputo, guidati dal Maestro Vittorio Cosma.

GialappaShow è un programma di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Lucio Wilson, scritto con Michele Foresta, Adriano Roncari, Antonio De Luca, Marco Vicari, Martino Migli, Giovanni Tamborrino, Claudio Fois, Giuliano Rinaldi, Albert Huliselan Canepa, Carmelo La Rocca e Laura Bernini. La regia è di Andrea Fantonelli.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Sky e Now TV per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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