RecensioniSerie TV
Fallout Stagione 2×01: Il “Progresso” è tornato (e le teste esplodono che è un piacere)
Fallout è tornato col botto; tra teste che esplodono stile Kenshiro, il segreto del Vault 24 e inquietanti paralleli con i social moderni ecco la recensione dell’episodio 2×01 “The Innovator”
Stavo aspettando l’uscita della prima puntata di Fallout come uno studente fuori sede aspetta di ritornare a casa, con l’unica differenza che loro spendono 203.848€ per fare 500 km, mentre io ne spendo poche decine l’anno per vedere una delle serie più fighe di Prime Video. E meno male, perché l’investimento ha pagato.
Fallout Ep. 2×01: “The Innovator”

Amazon ha sganciato una bella bomba con la seconda stagione di Fallout e “The Innovator” ci ricorda subito perché ci siamo innamorati di questo disastro nucleare, spazzando via ogni dubbio sul fatto che la serie potesse essersi ammorbidita.
I primi minuti mettono subito le cose in chiaro: questo episodio è letteralmente un tripudio di bastardi e stronzi che si sfrantumano ed esplodono manco stessi guardando una puntata di Ken il Guerriero. La critica loda il ritmo, ma è la violenza improvvisa e grottesca a colpire alla pancia.
Devo essere onesto, non mi aspettavo un inizio così pulp e splatter. Il poveraccio telecomandato che salta in aria mi ha lasciato gasato come una Nuka-Cola sbattuta a mille, per non parlare dell’inizio: quella che pensavo fosse la classica scazzottata fuori dal bar si è trasformata in un frullato di sangue e cervella.
È il biglietto da visita della stagione: il mondo è brutale e la regia non ci risparmia nulla.
Ma dietro tutto questo sangue c’è una filosofia precisa, riassunta in quella frase che rimbomba per tutto l’episodio: “Il mondo potrà anche finire, ma il progresso è inarrestabile”. Nei flashback vediamo un giovane Robert House e la genesi di questo pensiero malato che guida le azioni di Hank MacLean. Hank non è un semplice cattivo, è un burocrate del “progresso” per cui radere al suolo città come Shady Sands non è omicidio, ma semplice “management”.

Una visione agghiacciante che tocca l’apice nella visita al Vault 24, forse la parte più folle per chi ama la lore. Lucy entra aspettandosi il peggio dai “comunisti”, ma la realtà è un’ironia tagliente: quel Vault non ospitava nemici, serviva a crearli. Hanno preso patrioti americani e li hanno torturati con propaganda in loop per trasformarli in comunisti. È tutto così fottutamente attuale che fa paura.
Dimostra che alla Vault-Tec – così come a certi miliardari di oggi, tra chi compra social network per plasmare il dibattito e chi usa le piattaforme per riscrivere la verità – non frega nulla dell’ideologia (rossa o blu che sia). Interessa solo l’algoritmo del controllo. Non conta chi sei, conta chi ha il dito sul bottone del feed (o del Vault).

Mentre fuori è un western nucleare, sottoterra la serie diventa un thriller aziendale ansiogeno. Ho la sensazione che Norm stia diventando uno dei personaggi migliori, e dire che pensavo fosse un errore di sceneggiatura della prima stagione. Da inetto si trasforma in un investigatore letale, e quella frase detta con lo sguardo super cazzuto – “I piani sono complessi, il caos è facile” – lo dimostra.
Lo stress dei sovrintendenti nei Vault 32 e 33 è palpabile, le risorse mancano e la gente sbrocca, ma la soluzione della Vault-Tec è terrificante nella sua semplicità: non democrazia, ma scongelare l’ennesimo manager dal freezer del Vault 31 per ristabilire l’ordine.

In tutto questo delirio di teste che saltano, complotti aziendali e Ghoul pistoleri, però, una domanda sorge spontanea: e Maximus dov’è?
Mentre Lucy cerca suo padre e Norm gioca a fare il detective, l’assenza del nostro Cavaliere preferito pesa. Senza di lui il trio è incompleto, e speriamo che abbia solo perso l’autobus (o il Vertibird) e si unisca alla festa dalla prossima puntata.
In definitiva, è un inizio col botto che mette d’accordo fan e critica. La scrittura è solida, la violenza è al punto giusto e la trama si è espansa in modo intelligente verso New Vegas. Se il resto della stagione mantiene questo livello, mi toccherà tatuarmi Lucy sul braccio!
Voto: 8.5 su 10 (Tappi)

Fumetti
Recensione Zorro: Man of the Dead di Sean Murphy
Recensione di Zorro: Man of the Dead, reinterpretazione in chiave moderna del leggendario spadaccino mascherato a cura di Sean Murphy.
Animazione
Toy Story 5: fine dei giochi
La recensione dell’ultimo capitolo della leggendaria saga di Toy Story. L’amaro epilogo dei giochi e la mancanza di idee in casa Pixar
“L’alternativa al rischiare su nuove idee sarebbe arrivare a fare Toy Story 27“
Pete Docter, storico regista e volto della Pixar, si pronuncia così ai microfoni di IGN in merito al flop del film Elio, uscito nelle sale a giugno 2025. Ed è vero, è un periodo molto complesso per l’animazione ed in generale per le nuove idee al cinema.
Esistono eccezioni che scaturiscono anche da giovani menti, come il successo di Backrooms di Kane Parsons oppure Obsession di Curry Barker, ma esse sono tali proprio perché il grande sistema rifiuta il rischio sempre più in maniera categorica per inseguire ciò che il pubblico già conosce.
Sono anni ormai che il più grande e storico studio d’animazione americano vive nello stagno del riciclo. Sequel e canovacci già visti e rivisti, morali che cercano di non ferire nessuno e di accontentare tutti: la Disney non è più in grado di dettare la legge, non è più in grado di generare altre realtà che si inginocchiano e cercano (anche maldestramente) di imitarla.
Pixar segue di conseguenza, e i nuovi progetti annunciati rincorrono una linea che richiama le parole del buon Docter: Gli Incredibili 3, Coco 2, il terzo film su Monsters & Co. Reiterare in funzione della maledetta nostalgia diventa l’unico modo per addolcire i produttori nel finanziare progetti da (minimo) 200 milioni di dollari, che vengono ancora più appesantiti dal costo di grandi star nel cast o collaborazioni musicali con cifre da capogiro solo nella speranza che i nomi portino più spettatori in sala.

La tecnica è l’ultima a morire
Toy Story 5, esattamente come il precedente quarto capitolo, nasce per fare cassa. Niente di più, niente di meno. Tuttavia fin dal primo annuncio, tanti appassionati nutrivano ancora flebile speranza grazie al nome messo a capo dell’operazione: Andrew Stanton.
Insieme a Docter, Stanton è uno degli ultimissimi artisti ancora rimasti in Pixar che hanno visto nascere l’azienda e che hanno maturato un metodo di lavoro segnato dall’epoca d’oro dei primi dieci anni di produzione. Un talento notato fin da subito dal grande John Lasseter (creatore della saga di Toy Story) e coltivato nelle regie di A Bug’s Life e Alla ricerca di Nemo.
Il buon Andrew si distingue negli anni fino ad arrivare al culmine della carriera dirigendo il capolavoro Wall-E e collaudando anche il linguaggio dei sequel con il delizioso Alla ricerca di Dory. Un regista dunque completo, senza paura di esporsi sui temi che decideva di trattare e con una cura maniacale nella realizzazione tecnica (come dimostra tutto lo studio fatto sui movimenti della fauna della barriera corallina utilizzato per Nemo).
Fin da subito infatti il talento tecnico di Stanton è lampante anche nel quinto capitolo di Toy Story: tutti i design dei nuovi giocattoli elettronici sono meravigliosi ed immediatamente riconoscibili, la regia va ben oltre il mestiere, seppur priva di particolari guizzi, e l’animazione in computer grafica è (ormai da tanti anni) la migliore del panorama mondiale.
C’è anche una piccola vena sperimentale in alcuni inserti dedicati ai momenti del “gioco di fantasia”: le scene in cui i giocattoli interpretano i ruoli delle storie create dai bambini adoperano un cambio stilistico tingendosi di un tratto più morbido, con colori ad acquerello e una linea da libro illustrato deliziosa, che spero non rimanga fine a sé stessa per i prossimi prodotti.

Qualcuno pensi ai genitori
Tutto il lato tecnico deve però confluire in un racconto efficace. In Toy Story 5 il tema del rapporto fra bambino e tecnologia viene raccontato solo mostrando una situazione. Nelle prime fasi del film i giocattoli e gli spettatori prendono coscienza del cambiamento dettato dai nuovi dispositivi, fino all’arrivo del nuovo tablet della protagonista Bonnie: Lilypad.
Tuttavia la pellicola sembra prendere tempo fino al suo epilogo, evitando frasi che possano minimamente ricondurre a prese di posizione in merito al tema. Tutta l’operazione si struttura infatti su pochi passaggi: l’arrivo di Lilypad, il pigiama party di Bonnie, l’avventura “in trasferta” di Jessie e la risoluzione finale.
Eppure sembrano sezioni vuote, dove l’effetto del tablet viene solo mostrato, per poi passare alla reazione sconsolata e sconfitta dei giocattoli che gridano all’estinzione.
Non c’è mai una reazione non caricaturale, un approfondimento legato a ciò che viene inquadrato, tutto si riduce ad una grande litigata fine a sé stessa fra giochi elettronici e tradizionali che senza la sorpresa di nessuno terminerà con tutti felici e contenti.
La paura si percepisce solo nell’azienda produttrice, che ovviamente si guarda bene sia dall’accusare direttamente il tablet (considerando che poi è lì che i suoi utenti guardano il caro Disney+) sia dall’incolpare i genitori del mancato controllo della situazione (sennò chi paga i biglietti per tutta la famiglia al cinema?).

Ci si trova davanti anche a semplificazioni troppo ingenue. Jessie si scaglia contro i giocattoli elettronici accusandoli in maniera anche denigratoria, ma raggruppare tutti i nuovi personaggi nella categoria “tecnologia” bollandoli come problemi di egual misura è una generalizzazione veramente miope sulla sitazione.
Come puoi paragonare un tablet con milioni di funzionalità, chat integrata e giochi di ogni tipo con un giocattolo come Smarty Pants, con 3 pulsanti e una riga a 16 bit? Non sono la stessa cosa e soprattutto non hanno lo stesso effetto sui bambini.
Il dispiacere è ancora più grande se si ripensa al fatto che 15 anni fa Andrew Stanton riusciva a raccontare una società distopica in maniera esemplare, inserendo anche momenti inquietanti come la scuola sull’astronave in Wall-E, dove i bambini imparano le lettere dell’alfabeto associandole non a semplici parole, ma ai nomi delle multinazionali. Oggi invece non sembra neanche in grado di distinguere i dispositivi elettronici, oppure (più probabile) gli ordini dall’alto hanno preso il sopravvento sulla sceneggiatura.

Smarty Pants e Jessie
Niente più gioco di squadra
Il primo Toy Story era una scusa per raccontare la società umana. All’arrivo del nuovo “collega” Buzz Lightyear tutto lo storico cast reagiva in maniera diversa: c’era chi lo odiava perché aveva paura di perdere il comando, chi lo accoglieva calorosamente, chi faceva il lecchino e chi invece rimaneva cinico e distaccato.
La coralità è sempre stata centrale nell’alchimia della saga, anche nel terzo capitolo in cui tutti i personaggi continuavano (a distanza di 15 anni dal primo film) a proporre gag ed interazioni interessanti e divertenti che riaccendevano l’amore anche per i secondari.
In Toy Story 4 questo aspetto veniva già drasticamente ridotto, proponendo un’avventura praticamente in solitaria con Woody in cerca della forchetta di plastica Forky. Questa volta invece la palla del protagonista passa a Jessie, ma rimane un racconto privo della forza del gruppo.
Slinky, Rex, Mr. Potato, Hamm e tutti gli altri storici giocattoli di Andy hanno, se va bene, una battuta in Toy Story 5, poi vengono dimenticati in una scatola per raccontare la diatriba tra la cowgirl e Lilypad.
Woody ritorna per aiutare i suoi vecchi amici, ma risulta solo un agglomerato di gag sulla vecchiaia, mentre Buzz, con un copione composto al 75% dalla parola “matrimonio”, rimane inspiegabilmente intrappolato in un vortice di stupidità iniziato col quarto capitolo (in cui “inseguiva la sua voce interiore”, nonostante avesse imparato da 3 film di essere un giocattolo).
Sono icone ridotte a parlare solamente per svegliare il pubblico ricordandogli che esistono ancora e che non devono preoccuparsi.

Neanche il nuovo cast basta per rimpiazzare i personaggi storici: Lilypad è tanto ottusa quanto inconsapevole delle sue stesse funzionalità base, in quanto non ha problemi ad auto-hackerarsi ma non riesce a disattivare il microfono per i comandi vocali, mentre Smarty Pants & co. non riescono mai a risultare incisivi, risultando solo un contorno necessario forse dovuto proprio alla consapevolezza dei creativi Pixar di dover per forza trovare una coralità, anche forzandola.
L’unica squadra interessante è quella dei nuovi modelli Buzz Lightyear: tutte le loro scene sono divertenti e le loro tappe verso la ricerca del “comando stellare” funzionano se prese a sé stanti, ma nell’insieme risultano troppo sconnesse dall’avventura principale, almeno fino alla conclusione. Sembrano quasi derivare da un cortometraggio introdotto a forza in questa pellicola solo a beneficio del minutaggio.
In conclusione
Toy Story 5 è purtroppo un contenitore quasi vuoto. Un’eccellenza tecnica con piccoli tratti sperimentali, che però spegne immediatamente l’entusiasmo se si pensa al suo contenuto.
Una storia dal tema spinoso che viene continuamente evitato solo in favore di gag o litigi fra giocattoli, una reiterazione di personaggi storici presenti ma allo stesso tempo assenti. Woody e Buzz utilizzati come portabandiera del nome di una saga leggendaria che non rinuncia a lasciarsi andare al ricordo della splendida iniziale trilogia.
Il risultato di una Pixar spaventata, che vive di rendita e che si vergogna ad essere nuovamente la regina dell’animazione mondiale. Purtroppo credo che anche gli ultimi storici creativi, come il caro Andrew Stanton, abbiano finito di giocare e divertirsi con le loro creazioni.
VOTO POPCORNERD: 6,5 / 10

Cinema
Superman: il più umano tra noi
Qualche riflessione su ‘Superman’ di James Gunn, primo tassello del nuovo Universo DC Comics al cinema, a distanza di un anno dall’uscita!
Ci sono supereroi che ho imparato ad amare grazie a grandi pellicole a loro dedicate. Prima c’è stato Sam Raimi, che ha fatto nascere in me la passione per Spider-Man.
In 27 anni ho visto, rivisto e stravisto i suoi 3 film decine di volte, da solo e in compagnia, al cinema e a casa, senza stancarmi mai e rimanendo estasiato ogni singola volta. È banale intuire che sia immediatamente diventato il mio supereroe preferito: ho letto centinaia di fumetti dedicati al Tessiragnatele, ho poster, disegni e figure disseminati per tutta la casa…e la sera, non me ne vergogno, prima di andare a dormire, indosso il suo pigiama.
Nel 2022, poi, è arrivato Matt Reeves e mi sono innamorato anche di The Batman. Non era la prima volta che vedevo l’Uomo Pipistrello in azione sul grande schermo ma nessuna incarnazione aveva mai fatto breccia così profondamente dentro di me come quella interpretata da Robert Pattinson. Nemmeno i fumetti ci erano riusciti.
Nel 2025, invece, è arrivato nelle sale Superman di James Gunn.
Viste le premesse, non è una sorpresa pensare, per voi che state leggendo, che anche l’Uomo d’Acciaio sia entrato nel mio personale Pantheon supereroistico. Per me, invece, lo è stata, anche se forse avrei dovuto aspettarmelo.

Il regista James Gunn alla première di ‘Superman’
L’uomo giusto al momento giusto
Mentre la Marvel e i suoi supereroi, dai primi anni 2000 in poi, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tutti grazie a pellicole ad alto budget, (quasi sempre) spettacolari e coinvolgenti, la DC Comics, al cinema, è stata molto altalenante.
Certo, i tre film sul Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan sono sempre nelle classifiche delle migliori trilogie cinematografiche di tutti i tempi e la Harley Quinn di Margot Robbie è stata fin da subito iconica, portando decine di cosplayer alle fiere del fumetto a vestire i suoi panni. Ma ciò non è bastato: film non all’altezza delle aspettative, narrazione poco coesa e personaggi snaturati completamente.
Alla Warner Bros. (casa di produzione cinematografica che detiene i diritti dei personaggi DC), per tanto tempo, infatti, è mancata una figura che tenesse insieme le redini del progetto, qualcuno che avesse familiarità con le storie a fumetti che si volevano trasporre e che, allo stesso tempo, avesse esperienza nel mondo del Cinema. Insomma, è mancata una figura come quella di Kevin Feige, lato Disney/Marvel.
Ecco che quindi il 1° Novembre 2022 arriva un fulmine a ciel sereno: David Zaslav (CEO di Warner Bros. Discovery) annuncia Peter Safran e James Gunn come nuovi Presidenti dei DC Studios.

Peter Safran e James Gunn nella sede dei DC Studios di Burbank, California
Safran è un manager e produttore cinematografico di lungo corso e si occuperà della parte economica e burocratica del progetto che lancerà il nuovo Universo della DC. Gunn, invece, grande artista e appassionato di storie supereroistiche fin da bambino curerà la parte creativa: a lui spetterà l’arduo compito di far capire al pubblico che personaggi della Justice League non hanno nulla da invidiare a quelli degli Avengers, anzi.
Per quest’ultimo, l’occasione arriva al momento giusto: ha da poco finito di girare il terzo e ultimo capitolo di Guardiani della Galassia per la Marvel ed è libero di dedicarsi completamente ai personaggi della Distinta Concorrenza, senza distrazioni.
Grande Cinema d’Intrattenimento
Come volevasi dimostrare, il regista non delude le aspettative: la pellicola è ricca di inquadrature dinamiche e d’impatto, dal grande respiro, piene di colori vividi, che ricordano le splash page dei fumetti.
E Superman è proprio questo: un fumetto per ragazzi che prende vita, che non ha paura di rendere esplicito il medium da cui è tratto.
Tutto ciò che vediamo a schermo è chiaro e ben leggibile, la CGI è di ottima fattura e i combattimenti e le scene d’azione sono spettacolari e ricche di pathos: non ce ne era bisogno ma, ancora una volta, James Gunn ha dimostrato una grande padronanza della macchina da presa.
Come se non bastasse, le immagini sono arricchite da una colonna sonora e da canzoni pop che restano impresse, anche ore dopo essere usciti dalla sala, anche a distanza di un anno. Ne deriva un gioiello tecnico di rara bellezza.

David Corenswet nei panni di Superman
Il ritorno di Superman
Tutti i personaggi, buoni o cattivi che siano, sono scritti in chiave moderna e attuale (tanto attuale che non mancano chiari riferimenti a conflitti in corso e a politici discutibili del nostro tempo).
Clark e Lois, ad esempio, sono una coppia come tante altre: ridono, scherzano, litigano, si allontanano, poi si avvicinano, chiariscono, risolvono, ricominciano. È chiaro, però, che Lois ha bisogno di Clark e Clark ha bisogno di Lois.
La collega e fidanzata del nostro eroe non è rappresentata più come la classica damsel in distress, anzi è proprio lei a mettere in discussione alcune scelte del compagno e a mettersi in gioco fisicamente, insieme a Mr. Terrific, per aiutarlo in un momento di estrema difficoltà.

Mr. Terrific (Edi Gathegi) e Lois Lane (Rache Brosnahan)
E poi ci sono Pa e Ma Kent, che si vedono poco, ma si sentono molto.
Quante volte, sulle scale di casa, abbiamo avuto bisogno di una parola di conforto da parte di nostro padre; quante volte nostra madre ci ha “ripulito gli stivali” affinché fossimo pronti. A me, personalmente, è successo molte volte.

Ma (Neva Howell) e Pa (Pruitt Taylor Vince) Kent, i VERI genitori di Clark
Momenti familiari, toccanti, che riassumono il cuore del film e l’essenza di Superman, anzi di Clark: non un Dio triste che ha sulle sue spalle il destino della Terra ma un semplice ragazzo di campagna, un essere umano con i suoi dubbi e le sue fragilità, con il dono e la volontà di poter fare del bene.

E si potrebbe continuare ad elogiare la scrittura anche di altri eroi: Krypto, il cane di Kara, cugina di Clark, è premuroso e imprevedibile, Mr. Terrific, che col suo essere risoluto e solitario ruba la scena, per non parlare di Guy Gardner, la Lanterna Verde “fuori di testa” interpretata da Nathan Fillion, attore feticcio di Gunn, comic relief del film.

Il potere dell’Anello all’opera
Non solo eroi
Per rendere grande un eroe, però, c’è anche bisogno di un cattivo che si rispetti e sappiamo che il cattivo per eccellenza di Superman è Lex Luthor.
Il magnate della Luthorcorp è un personaggio estremamente riuscito, che odi dal primo all’ultimo istante del film. È sadico, spietato, irascibile, narcisista: il suo unico obiettivo è dimostrare la sua superiorità, tutto il resto non importa.
Non ha poteri, ma vuole essere meglio di Superman, essere che disprezza e odia fino al midollo.
Ciò che non capisce, però, nonostante la sua smisurata intelligenza è che non sarà mai come il supereroe di Metropolis, non perché sia privo di abilità sovrumane, ma perché non ha la minima idea di cosa sia l’empatia e il rispetto per il prossimo; concetto che durante il film l’Azzurrone cercherà di fargli capire in tutti i modi.
Ma c’è poco da fare: è l’esatto contrario di Superman. Tra i due, è lui l’alieno.

Il perfido Luthor interpretato da Nicholas Hoult
Una speranza per il futuro
Tutto questo (e molto altro) fa sì che Superman sia un film d’intrattenimento come non se ne vedono più tanti. Tra i migliori in ambito supereroistico degli ultimi anni (e non solo), che ti fa venir voglia di tornare e ritornare a vederlo. Io stesso ho avuto il piacere di vederlo due volte al cinema l’anno scorso.
Certo, è solo il primo pezzo di un mosaico molto più grande e gli altri tasselli potrebbero non essere all’altezza, però se il buongiorno si vede dal mattino…
Arrivati a questo punto, poi, non dobbiamo nemmeno aspettare più di tanto perché a giorni uscirà nelle sale di tutto il mondo Supergirl, film incentrato sulle avventure (e disavventure) della cugina kryptoniana di Clark e seconda pellicola del nuovo DCU. E dagli ultimi trailer rilasciati, pare che comparirà (molto probabilmente per un cameo) anche il nostro Azzurrone preferito.
Speriamo di vederne delle belle!

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