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PK: Trent’anni (tra evroniani e razziatori) e non sentirli!
Festeggiamo i trent’anni di PK: Paperinik New Adventures, serie Disney uscita proprio il 14 marzo 1996, ripercorrendo un po’ quello che è stato un vero e proprio fenomeno editoriale
Sono passati 30 anni, e invece sembra ieri (per chi c’era già, ovviamente).
È il 14 marzo 1996 quando nelle edicole compare un albo Disney decisamente insolito: spillato, in formato comic book americano e con una cover accattivante in cui Paperinik appare inginocchiato, quasi in segno di sconfitta, sotto il tiro di paperi armati che sembrano usciti da una serie TV sci-fi in stile Babylon 5 o Star Trek: The Next Generation. Sopra tutto campeggia imponente il titolo della testata: PK – Paperinik New Adventures.
Il numero “0”, intitolato EVRONIANI, fu il primo epico albo di una serie a fumetti italiana di stampo disneyano che ha segnato un’epoca sia per i lettori sia per gli artisti e gli autori che ci hanno lavorato.
Con PK Disney ruppe tutti gli schemi dello stereotipo di fumetto che aveva prodotto fino a quel momento. L’obiettivo? Avvicinare un nuovo target di lettori, abituati al genere supereroistico o ai manga sci-fi e cyberpunk che tanto andavano di moda in quegli anni, al fumetto Disney.
Serviva un personaggio che stesse simpatico a tutti e che tutti conoscessero, come Paperino, ma anche una situazione e un contesto che rendessero il fumetto più intrigante e “maturo”, attingendo dalla storia del fumetto americano senza snaturare, e senza dimenticare, che si trattava pur sempre di un fumetto di stampo disneyano.
Paperinik era il protagonista perfetto… e il successo sembrava già scritto per questa testata.
Ora, a distanza di 30 anni, Disney e Panini Comics celebrano l’inizio di questa grande avventura partorita dalle menti dello sceneggiatore Alessandro Sisti, autore anche di diversi albi della serie; Max Monteduro, artista di numerose copertine di Paperinik e altri supereroi e mente dietro l’idea di un’ambientazione tecnologica e futuristica per le avventure di PK; e Alberto Lavoradori, creatore degli studi, degli schizzi e delle idee che hanno portato alla nascita degli alieni paperosi viola e di uno dei più temibili avversari di Paperinik: gli Evroniani.
Paperinik: Born Again
Mi perdonerete se cito direttamente una delle pietre miliari del fumetto americano di Frank Miller, ma per Paperinik l’operazione PK fu una vera e propria rinascita editoriale.
Un esperimento intraprendente che elevava Paperinik a vero e proprio supereroe.
Aspettate però: non c’era nulla che non funzionasse nelle storie di Paperinik pubblicate fino a quel momento, che rispecchiavano perfettamente lo spirito e la comicità Disney, e che continuarono ad andare avanti in parallelo. L’eroe era semplicemente l’identità segreta di Paperino, che manteneva tutte le caratteristiche classiche dell’irascibile papero, compresi comprimari e nemici come la Banda Bassotti.
Con PK, però, le cose cambiano: il papero sotto la maschera viene messo in secondo piano per mettere sotto i riflettori il supereroe.
Lo stravolgimento è totale, a partire dalla numerazione: tre numeri “0” (0, 0/2 e 0/3) e poi si parte con il numero 1. Per dirla in termini televisivi, tre episodi pilota per testare il pubblico e poi la serie vera e propria.
Ma il cambiamento riguarda tutto ciò che ruota intorno a Pikappa, a cominciare dalle atmosfere: pura fantascienza e storie ad altissimo tasso tecnologico.
Paperino diventa il custode della Ducklair Tower in assenza del suo proprietario, che diventerà la nuova base di PK, sostituendo la modesta casa del nipote di Zio Paperone.
Anche i comprimari cambiano: via Qui, Quo, Qua, Zio Paperone (se non con fugaci apparizioni), cugini e tutto il classico cast delle avventure di Paperinik. Al loro posto arrivano personaggi nuovi di zecca come la sensuale giornalista robotica Lyla Lay e il suo collega Angus Fangus, una versione paperosa caratterialmente molto vicina al J. Jonah Jameson di Spider-Man.
Il vero fiore all’occhiello sono però i nemici di PK, che fanno capire subito come l’asticella si sia alzata notevolmente: Paperinik non potrà più sconfiggere i villain con stivaletti a molle o qualche marchingegno da cui esce un guantone da boxe dalla cintura.
Gli Evroniani, il Razziatore, viaggiatore del tempo, l’I.A. Due e la stessa Xadhoom — alleata ma estremamente letale — possiedono tratti psicologici e caratteristiche da veri antagonisti cinematografici: spietati, senza scrupoli e pericolosi… molto pericolosi.
Gli autori di PK, però, pensano a tutto. Come diceva una vecchia pubblicità: “Per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello”, e quindi per sconfiggere grandi cattivi ci vuole un grande supereroe.

Angus Fangus sempre a caccia dello scoop da prima pagina
Questo per dire che anche l’arsenale di Paperinik cambia, si evolve e si eleva, diventando quello di un vero supereroe. A cominciare dall’auto: la Pi-Kar, versione Disney della Batmobile, che accantona la vecchia 313, compagna di mille avventure ma decisamente inutile contro l’Impero Evroniano.
Anche le armi risultano all’avanguardia: lo Scudo Extratransformer è un vero portento tecnologico che nasconde al suo interno una moltitudine di strumenti degni di 007.
Inventato da Everett Ducklair, racchiude diverse armi, tra cui il Crasher, ovvero il Pugno (percussore eiettabile utile nei combattimenti ravvicinati e anche mano artificiale), e il Paralizzatore bradionico, capace di sospendere il tempo soggettivo di chi viene colpito dal raggio.
Ma la vera particolarità è la presenza al suo interno dell’I.A. Uno, l’intelligenza sintetica creata sempre dal genio di Ducklair, che diventa a tutti gli effetti uno dei personaggi più importanti dell’intera saga di Pikappa, nonché la fedele spalla del nostro eroe.
Un fumetto Disney diverso da tutti gli altri
Quello che compare improvvisamente in PK è quanto di più lontano ci sia dalle classiche storie Disney.
Si conservano la comicità e i momenti di leggerezza, ma aumentano le situazioni di mistero e complessità. L’Impero Evroniano, con le sue caste e i suoi ruoli militari, non è certo di facile comprensione per un bambino di sette o otto anni.
E soprattutto, per la prima volta, viene lasciato molto spazio alla componente drammatica.
Se in Paperinik il lieto fine era quasi scontato, in PK non era affatto così. Il pericolo veniva percepito dal lettore, il nemico terrorizzava alla stessa maniera del Dottor Octopus di Spider-Man o del Joker di Batman e, soprattutto… le storie lasciavano spazio al classico “TO BE CONTINUED”.
Il fumetto Disney, con Pikappa, scoprì continuity e cliffhanger.
Gli episodi erano per la maggior parte autoconclusivi, ma esisteva sempre una storia di fondo che mese dopo mese si evolveva e andava avanti.
Le citazioni e gli omaggi culturali in PK: tra comics e cinema
Uno degli elementi che hanno contribuito a rendere PK – Paperinik New Adventures una serie diversa dal classico fumetto Disney è la grande quantità di citazioni, omaggi e riferimenti alla cultura pop, in particolare alla fantascienza, alla letteratura e al cinema.

L’I.A. Uno, fedele partner di PK
Gli autori della serie hanno costruito un universo narrativo ricco di rimandi che spaziano principalmente dal cinema sci-fi ai fumetti americani.
Molte storie di PK contengono riferimenti diretti o parodie di celebri film di fantascienza. In alcuni episodi, ad esempio, Paperinik o l’intelligenza artificiale Uno guardano in televisione pellicole come Alien o L’invasione degli ultracorpi, mentre in un’altra storia compare una copia di lavorazione del film immaginario Battaglie Stellari, chiaro omaggio alla saga di Star Wars.
PK è anche ricco di citazioni legate al fumetto internazionale. Alcuni personaggi secondari prendono il nome da celebri autori del settore, come i soldati Miller e Janson, evidente omaggio a Frank Miller e Klaus Janson.
In altre occasioni gli autori hanno inserito richiami visivi a opere celebri: una veduta notturna di Paperopoli richiama una tavola di Moebius, mentre la copertina dell’episodio Urk è stata ispirata a quella di un numero della serie fantascientifica italiana Nathan Never.
Un progetto che ha creato una generazione di PK-fan
Tra i lettori di quegli anni ci fu un grande apprezzamento, dovuto anche a una campagna pubblicitaria importante. Molti adolescenti (tra cui il sottoscritto), che nel frattempo erano passati al fumetto supereroistico di Marvel, DC Comics e Image, si riavvicinarono al fumetto Disney. A questo tipo di fumetto Disney.
Ma non solo: ricordo che in quel periodo anche mio zio e mio padre leggevano PK, attratti dalle avventure del Paperinik degli anni ’90.
Fu una vera boccata d’aria fresca per i lettori, che avevano l’opportunità di leggere storie con trame interessanti e tavole dinamiche e moderne, non “costrette” nella classica griglia delle vignette Disney.
Quelle storie sono fresche ancora oggi, leggibili dai lettori dell’epoca ma perfettamente proponibili anche ai lettori di oggi. E non sembra affatto che abbiano spento 30 candeline.
Il merito va anche al cosiddetto PK Team, il parterre di autori che ha visto passare (o esordire) sulle pagine di Pikappa sceneggiatori e disegnatori oggi tra i volti più affermati della Disney.
Claudio Sciarrone, Tito Faraci, Paolo Mottura, Francesco Artibani, Lorenzo e Alessandro Pastrovicchio, Andrea Freccero, Silvia Ziche, Fabio Celoni sono solo alcuni degli autori che hanno contribuito, ognuno a modo proprio, a rendere grande questo esperimento chiamato PK – The New Adventures, durato cinque anni prima di ripartire in nuove vesti, senza però raggiungere il successo della prima serie.
Disney, vista l’accoglienza di Pikappa, tentò di percorrere nuovamente questa strada con due serie entrambe dedicate a Topolino: la crime Mickey Mouse Mystery Magazine (bimestrale durato poco più di due anni) e X-Mickey, una testata horror durata circa trenta numeri in due anni e mezzo.
Entrambe furono buone serie, ma mai quanto PK.
Buon compleanno PK
Albi speciali, copertine di Topolino dedicate all’eroe e gadget a lui ispirati sono usciti nei giorni scorsi grazie a Panini Disney per ricordare e festeggiare il compleanno di un vero e proprio fenomeno editoriale.
Oggi Paperinik è tornato da tempo all’ovile, sulle pagine della rivista Topolino, con storie più classiche, i soliti Bassotti da sconfiggere e i nipotini e lo Zione a fare da comprimari. Eppure qualcosa è cambiato dopo PK.
Chiunque sia nato o cresciuto a cavallo di quegli anni, quando sente parlare di Pikappa, sa esattamente di cosa si tratta: un fumetto all’avanguardia, fuori dai canoni Disney, probabilmente un unicum nella storia dell’editoria Disney italiana, ma destinato a essere ricordato come il più bello e intraprendente esperimento mai realizzato su carta.
Buon compleanno PK.
30 anni e non sentirli.
Graphic novels
Storie da Spoon River: la graphic novel di Rizzo e Allo che reinterpreta l’opera di Masters
Marco Rizzo ha raccontato al Circolo dei lettori di Torino la genesi della graphic novel Storie da Spoon River, disegnata dall’artista Deborah Allo e ispirata all’opera originale di Edgar Lee Masters
È sempre bello quando gli autori vengono a raccontarsi nella mia Torino, città ricca d’arte e capitale della letteratura italiana una volta all’anno grazie al Salone Internazionale del Libro. A maggior ragione quando gli incontri si tengono all’interno della fantastica cornice rappresentata dal Circolo dei Lettori di Torino, gli appuntamenti assumono una connotazione… magica.
In questa occasione ospite e protagonista è stato Marco Rizzo, autore e giornalista famoso per il suo lavoro su Spider-Man e su opere di graphic journalism, nonché redattore Panini Comics, che è stato nel capoluogo piemontese per promuovere una serie di incontri legati a un progetto della Cooperativa Letteraria, che porta il fumetto direttamente nelle scuole. Non semplici eventi, ma percorsi strutturati dove gli studenti lavorano sui testi prima e dopo l’incontro, trasformando il fumetto in uno strumento didattico continuo.
Durante queste giornate è stato spiegato che sono state affrontate opere diverse ma accomunate da una forte valenza civile e culturale; da Jan Karski. L’uomo che scoprì l’Olocausto a Per amore di Monna Lisa, fino agli incontri dedicati a figure come Peppino Impastato. Un approccio che riflette perfettamente la poetica di Rizzo: usare il fumetto per raccontare la realtà.
Ma torniamo al tema principale dell’incontro della serata dello scorso 15 aprile, ovvero la presentazione al pubblico in sala da parte dello scrittore siciliano di Storie da Spoon River.

La genesi e la sfida di Storie da Spoon River
Storie da Spoon River, è la graphic novel scritta per l’appunto da Marco Rizzo e disegnata dall’artista Deborah Allo, pubblicata da Feltrinelli Comics nel 2024 e ispirata all’opera di Edgar Lee Masters Antologia di Spoon River (1914).
Il progetto, ha raccontato Rizzo, nasce su proposta di Tito Faraci, curatore editoriale di Feltrinelli Comics:
Mentirei se dicessi che è stata una mia idea perché è stata una proposta, anzi un invito obbligato [ride n.d.r.] dal mio mentore e amico Tito Faraci, curatore della collana Feltrinelli Comics. Un bel giorno mi chiama e dice “senti vorrei che ti occupassi di adattare a fumetti Spoon River.”

In foto Marco Rizzo che presenta Storie da Spoon River
Inizialmente titubante, Rizzo accetta la sfida trovando una chiave narrativa personale e coinvolgendo la disegnatrice Deborah Allo, il cui stile gotico si è rivelato ideale per dare forma visiva ai testi:
Questo libro è nato con Deborah. Ho in mente i suoi disegni e credo che sia cucito su di lei e sul suo tratto gotico
Tra oltre 200 epitaffi dell’opera originale, lo scrittore ne ha selezionati alcuni, costruendo una rete di storie interconnesse, sottolineando di aver cercato di non portare nella sua opera, personaggi che già avevano avuto un adattamento, come, ad esempio, quelli trattati da Fabrizio De Andrè nel suo album Non al denaro, non all’amore nè al cielo (1971). In alcuni casi, invece, ha inserito personaggi che magari non erano protagonisti dei singoli capitoli, ma che facevano parte della cosmologia di Spoon River.
Si è trattato di un lavoro di adattamento complesso e meticoloso, supportato da una vera e propria “mappa” dei personaggi, fatta di linee temporali e collegamenti.
Ho preso un tabellone, ho preso i colori di mia figlia e ho disegnato delle linee temporali: ognuna per ogni personaggio. […] E a me questa cosa è servita per darmi una visione d’insieme di come si muovessero dei personaggi e come interagissero fra di loro.
Johnnie Sayre, Daisy Fraser e gli altri personaggi protagonisti di Storie da Spoon River, intrecciano le loro vite a cavallo di tre decenni: 1880, 1890, 1900.
Ed è stato uno degli aspetti più complessi del progetto quello legato alla creazione e costruzione della rete di connessioni tra i personaggi con un obiettivo specifico ovvero creare un’opera che potesse essere letta anche in modo non lineare, proprio come l’antologia originale.

La trasformazione da poesia a fumetto, raccontando sempre l’essere umano
Trasformare un’opera poetica in fumetto significa cambiare linguaggio, non tradire l’originale.
Per Rizzo, poesia e fumetto condividono lo stesso obiettivo: raccontare l’essere umano.
Nonostante le novelle siano state scritte e ispirate alla società di oltre un secolo fa, diversi temi sono sempre i medesimi così come le persone nonostante siano passati oltre 100 anni.
Gli abitanti Spoon River siamo noi: gli sfruttati, gli sfruttatori, le puttane, i venduti, gli assassini, i santi, la disabile, l’alleato e il poveraccio
Gli incidenti sul lavoro, lo stupro, l’aborto clandestino e molti altri temi che sono centrali nella graphic novel di Rizzo e Allo, sono ancora riconducibili a situazioni della società attuale nonostante siano passate generazioni dall’opera di Masters. E la potenza, probabilmente, consiste proprio in questo: nell’identificarsi in personaggi del passato e nei loro problemi sotto altre forme.
Storie da Spoon River permette di visualizzare attraverso l’arte della Allo ciò che nella poesia è suggerito, mantenendo però intatta la profondità emotiva di Masters. La graphic novel può, anzi, diventare un ponte per nuovi lettori, incuriosendoli e spingendoli a scoprire il testo originale.
Qui ha fatto un ottimo lavoro Masters. Quindi per Deborah è bastato immaginarsi questi personaggi. Lei tra l’altro, partendo dalle poesia, aveva in testa volti degli attori legati a certi personaggi.

Daisy Fraser, personaggio anticonformista che ha stregato l’autore
Tra i tanti personaggi di Spoon River, Marco Rizzo ha raccontato di essersi particolarmente affezionato a Daisy Fraser, una delle prostitute del villaggio, principalmente per ciò che rappresenta: una figura anticonformista, capace di restare sé stessa nonostante le difficoltà e le circostanze che spesso la rendono vittima.
E’ il personaggio che porto nel cuore e anche il preferito di Deborah da realizzare e credo che si veda. E quello a cui mi sono affezionato di più.
Ma lo sceneggiatore sottolinea una cosa importante: non si è mai immedesimato direttamente nei personaggi, ma il suo punto di vista è piuttosto quello di un osservatore esterno, quasi “dall’alto”, simboleggiato nel fumetto dalla presenza di un falco che sorvola il cimitero. Uno sguardo neutrale, che non giudica ma osserva, proprio come fanno gli animali.
La potenza del linguaggio del fumetto: tempo, ellissi e narrazione visiva

Passando a un aspetto più ‘tecnico’, Rizzo ha spiegato quanto interessante sia l’uso del linguaggio fumettistico. Rizzo racconta una sequenza a cui è particolarmente legato: quella che coinvolge Daisy e Benjamin.
In questa scena, il tempo non è definito in modo preciso. Tra una vignetta e l’altra possono passare minuti o ore, e il lettore non ha bisogno di saperlo. L’unico elemento costante è un cane che attende dietro la porta, sottolineando con la sua presenza il passare del tempo in modo implicito.
Il cane aspetta fedele dietro la porta si muove ogni tanto come fanno i cani quando dormono. Si mette a pancia all’aria, si rigira, poi ritorna alla sua posizione. Non sappiamo quanto tempo passa. Non ci è dato saperlo, non ci interessa.
Il momento chiave arriva con il cambio di scena: girando pagina, il lettore scopre che sono passati anni e che da quell’incontro è nato un figlio. È un esempio perfetto di come il fumetto riesca a condensare tempo e significato attraverso immagini e ritmo narrativo.
Il lavoro a quattro mani con Deborah Allo

Rizzo ha spiegato nel dettaglio il processo di collaborazione con la disegnatrice Deborah Allo, un lavoro che parte dalla scrittura di soggetti e sceneggiature, spesso inviati a blocchi, capitolo per capitolo.
Le sue sceneggiature sono molto dettagliate, a detta dello stesso Rizzo, con indicazioni precise su inquadrature, azioni e ritmo. Tuttavia, il confronto con Deborah risulta fondamentale, in quanto l’artista ha rielaborato le indicazioni attraverso bozzetti e layout, proponendo soluzioni visive che possono anche modificare l’idea iniziale.
È proprio in questa fase che è nato il vero dialogo creativo tra i due e che ha portato alla nascita di Storie da Spoon River.
Il fascino dannato di personaggi complessi dalla morale ambigua
Uno degli elementi più forti di Spoon River è la complessità dei personaggi, mai davvero senza macchia e integerrimi, ma anzi; moralmente discutibili. Eppure sia l’opera originale che la graphic novel di Rizzo e Allo riescono a generare empatia anche attraverso queste figure ambigue, sempre al limite della moralità e per questo profondamente umani. Ma sono tutti tratti distintivi del lavoro di Edgar Lee Masters che è stato cercato di riportare in questa nuova veste dagli autori di Storie da Spoon River.
E il risultato è un’opera fascinosa e poetica, a detta di chi scrive, che dimostra ancora una volta quanto potente sia il fumetto per raccontare (per la prima volta o nuovamente) storie, e quanto possa essere forte la connessione con la letteratura del passato, indipendentemente dall’epoca in cui è stata scritta.
Dove trovare Storie da Spoon River
Storie da Spoon River è disponibile nei negozi di libri e sul sito Feltrinelli al costo di €19.00.
Fumetti
Il coatto Ran(k)xerox s’è desto
La storia di RanXerox, il coatto cibernetico che cambiò il fumetto italiano. Un’icona immortale portabandiera dell’ironia e della rivolta sociale.
Era l’epoca del punk. Era l’epoca di fortunati artisti in attività fra il Sessantotto e l’edonismo della cosiddetta “Milano da bere” della decadenza (all’ora ancora non percepita come tale).
Era l’epoca di giovani menti creative che frequentavano cinema e teatri, che ascoltavano Brian Eno, che leggevano Robert Crumb e che partecipavano con eccitazione all’esplosione delle radio libere, nate con la liberalizzazione delle frequenze a metà del decennio.
Un periodo ribelle in cui l’intera Penisola riusciva chiaramente a vedere una prospettiva di cambiamento. Le riviste a fumetti italiane come Linus non si limitavano più a tradurre ed importare la scuola americana, ma cominciavano a dar spazio a roboanti nuove voci desiderose di farsi ascoltare.
A far scoppiare questi nuovi talenti era anche la grande contestazione alla circolare emessa dal ministero della Pubblica Istruzione Malfatti nel 1976, la quale vanificava molte vittorie ottenute dagli studenti nel ’68.
In tutt’Italia i giovani scendevano in piazza, occupavano le università e si scontravano, anche con esiti tragici, contro le forze dell’ordine in una gigantesca azione ricordata come il Movimento del ’77.

Il Movimento del ’77 a Bologna
Dei poteri faccio senza
Intanto, direttamente dalla facoltà di Lettere a Roma, si sentiva l’eco di una matricola chiamata Stefano Tamburini, che ispirato da quei giorni dava vita alla rivista Cannibale, sotto l’agenzia di controinformazione Stampa Alternativa.
Non tardarono a salire a bordo del progetto altri improbabili geni: un piccolo nevrotico chiamato Filippo Scòzzari, il defilato Massimo Mattioli e due fuggitivi del Liceo Artistico di Pescara, Andrea Pazienza e Gaetano (detto Tanino) Liberatore.
Una squadra sovversiva fondata sul saldo principio dell’ironia, che esordiva con uno spillato dall’irrisorio prezzo di cinquecento lire, mentre si sbeffeggiava delle formule in voga della sinistra istituzionale discetta di “equilibri più avanzati” definendosi organo degli “squilibri più avanzati”.
È proprio da Tamburini però che scaturisce l’idea di un eroe anarchico e violento, pronto a diventare il nuovo volto di Cannibale. Rank Xerox è infatti figlio diretto di una contestazione studentesca: dopo uno scontro tra le forze armate e gli studenti, il buon Stefano assiste ad una indimenticabile scena di violenza da parte di un gruppo di universitari che inveiscono contro una povera macchina fotocopiatrice.
Col vivido ricordo in testa, Tamburini elabora il concetto dell’androide creato da uno “studelinquente” (un neologismo popolare dell’epoca scaturito dalla macchietta radiofonica del Professor Aristogitone) del DAMS con alcune parti di una fotocopiatrice, ripensando anche ai coatti di borgata che girovagavano tra le fila del Movimento del ’77 non per ideali politici, ma per semplice insoddisfazione o circolo di droga.

Da sinistra in alto: Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Filippo Scozzari e Massimo Mattioli; in basso: Stefano Tamburini e Andrea Pazienza
La Banana Comics è lieta di presentare….un fumetto pieno di violenza gratuita!
I giochi erano fatti. Il nuovo soggetto sociale degli imminenti anni ’80 era pronto ad esordire sul numero di giugno 1978 con una storia scritta da Tamburini e con le matite di Tanino Liberatore, Andrea Pazienza (che inaugurava la copertina con la sua iconica verve cabarettistica e la sua massima comica “ma infatti!”) e dello stesso Stefano.
Le prime apparizioni di Rank Xerox su Cannibale non presentano solo la genesi del personaggio e dell’immancabile comprimaria Lubna, la dodicenne sbarazzina di cui il cyber-coatto è follemente innamorato, ma servono anche per delineare la scuola di riferimento della produzione.
All’epoca il fumetto era un linguaggio urlato. I silenzi erano un lusso che non ci si poteva permettere per via delle poche pagine a disposizione di ciascun autore su una rivista, dunque avere la possibilità di realizzare una puntata di, per esempio, 26 pagine significava già cimentarsi in una produzione lunghissima.
Visto il tardivo arrivo del fumetto orientale, si volgeva lo sguardo all’America, da cui la squadra dei “cannibalisti” recuperava una narrazione molto serrata, che amplificava la tendenza artistico-psicologica dell’horror vacui in cui ogni vignetta doveva riuscire ad attirare l’attenzione del lettore il più velocemente possibile.
D’altronde, l’universo di Ranx e Lubna è esso stesso chiassoso: una Roma punk dai tratti americaneggianti con panorami di tecnologia e degrado soverchianti.

Coatto, e pure spiritoso
Al di là della violenza gratuita, che comunque troneggia in ogni interazione fra i personaggi e l’androide Ranx, le prime storie del coatto sono un concentrato di vita ed omaggi della banda messa in piedi da Tamburini: Lubna è il nome di una diciassettenne mediorientale che frequentava le stesse compagnie degli autori, alcuni omaggi all’interno delle puntate derivano direttamente dalle storie prese in simpatia da Liberatore, come il Mickey Mouse strafatto tratto dall’indimenticabile storia di Andrea Pazienza Perché Pippo sembra uno sballato?, oppure lo stacchetto comico dei topolini Nip e Tuk del disegnatore underground canadese Rand Holmes, letto direttamente da Ranx in una delle sue avventure.
Dopo una breve apparizione anche sulla rivista Il Male, il successo di questo bestione cibernetico non sfugge alla filiale italiana della Rank Xerox (l’omonima ditta di fotocopiatrici che aveva ispirato Tamburini), che intima gli autori del Cannibale ad evitare di usare quel nome con la minaccia di percorrere vie legali.
La cosa spaventa qualcuno? Assolutamente no, anzi. Tamburini risponde pubblicando un’ultima vignetta in cui il coatto parla a suo nome rispondendo all’azienda: “E io mi vedrò costretto a ròmpeve èr culo!”. Un’ironia reazionaria purtroppo fine a sé stessa, visto il successivo fallimento della rivista dopo il flop in edicola ed il mancato sostegno de Il Male.

Provaci ancora Rank
Tuttavia, nel 1980 la squadra di Stefano Tamburini ritorna con una nuova fiammante proposta editoriale: Frigidaire. Una nuova veste grafica inaugura quella che è, ancora oggi, una delle più interessanti realtà sperimentali del fumetto italiano ed un brillante modello per le testate future.
Dalle ceneri risorge anche il nostro eroe, ribattezzato Ranxerox per evitare le noie legali. Le nuove pagine a colori e patinate permettono al coatto il salto di qualità: questa volta l’intera veste grafica viene affidata a Tanino Liberatore, che realizza magnifiche tavole pittoriche e dettagliatissime, che trasformano l’androide in un ammasso di muscoli vibranti con jeans e t-shirt al limite dell’iperrealismo.
Le provocazioni politiche lasciano invece il posto all’azione pura, per un fumetto dissacrante in grado di elaborare situazioni estreme con grande ricercatezza e con l’ironia di uno spontaneo romanesco.
Persino la scrittura cambia leggermente volto. Oltre alla violenza, questa volta ad essere centrale è anche l’evoluzione del sentimento di Ranx per la sua “sbarba” Lubna, la quale muove con regolarità tutte le azioni e le motivazioni dell’androide.

L’ultimo znórt
All’apice del suo successo, dopo la pubblicazione in Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone (dove andrà incontro ad una violenta censura), purtroppo la produzione subisce un arresto a causa dell’improvvisa morte di Stefano Tamburini a soli 30 anni.
La sua scomparsa lascia un enorme vuoto non solo all’interno del circolo Frigidaire, ma nell’intero mondo del fumetto in cui era ormai un genio riconosciuto e apprezzato universalmente. Il suo collega Liberatore, nel mentre, si allarga anche al mercato francese, realizzando copertine per manifesti pubblicitari, cinema e musica, come l’iconica illustrazione per il disco The Man from Utopia (1983) di Frank Zappa.
Grazie al suo amico attore e regista Alain Chabat, Tanino decide, vista l’enorme richiesta, di riportare ancora una volta in vita il coatto per un’ultima volta. Il nuovo episodio di Ranxerox, intitolato Amen!, riparte con un’androide riprogrammato e mostrato sotto le vesti di un prete.
Sebbene il tratto di Liberatore rimanga eccelso, si sente comunque la mancanza della geniale follia di Tamburini. L’addio del coatto è infatti amaro, malinconico, con un’ultima vignetta in cui Lubna si lamenta per l’ennesima volta di non voler più vedere quell’androide in vita sua.
È la fine brusca di una storia anarchica, che esce di scena senza nessun inchino, in maniera violenta ed irriverente.

Fumetti
Comicon Napoli 2026: Fumetti del passato e del presente
Durante il Comicon Napoli 2026, si è tenuto un panel molto interessante sul fumetto e l’evoluzione del medium nel corso della sua storia attraverso le parole dell’esperto in materia Gino Frezza, che ha presentato il suo libro, Kinematici
Per tutti gli appassionati di nona arte, l’appuntamento del secondo giorno del Comicon Napoli 2026 con protagonista Gino Frezza è stato sicuramente affascinante.
Per chi non lo conosce, Frezza è un rinomato studioso italiano del fumetto e dei media, che al panel Fumetti del passato e del presente. Un dialogo sui mutamenti della Nona Arte ha parlato del suo libro Kinematici, un’opera che non si limita a raccontare il fumetto, ma lo utilizza come lente per osservare come è mutato l’intero ecosistema che ci ruota intorno, partendo dagli inizi e arrivando sino all’attualità.
La memoria del Comicon e il peso delle origini
Una normale giornata al Comicon Napoli degli ultimi anni
Moderato da Diego Del Pozzo, l’incontro, prima ancora di entrare nel vivo del discorso, si apre con un momento personale sia per il moderatore che per il Dott. Frezza. La sala che ospita la presentazione, dedicata a Dino De Matteo, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla memoria.
Si torna indietro nel tempo, per la precisione al 1998 e al primo Comicon Napoli di Castel Sant’Elmo, dove è nato quello che all’epoca era ancora il “Salone del Fumetto” e non il grande festival internazionale della cultura pop che conosciamo oggi.
Del Pozzo era parte del nucleo organizzativo originario del Comicon, insieme a De Matteo, che oggi purtroppo, non è più in vita.
Da quei primi eventi che hanno visto protagonisti oltre lo stesso Frezza anche altre figure fondamentali, come Valerio Evangelisti, è partita la riflessione, che è contenuta anche all’interno di Kinematici, sull’evento nato come semplice Salone del Fumetto, e arrivato a essere il Festival della cultura pop che è oggi, che tutti conoscono come Comicon Napoli.
Il fumetto come sistema culturale
Frezza parte dal concetto che il fumetto non è un linguaggio isolato; è parte di un sistema più ampio che include cinema, televisione, letteratura, arti visive.
Un sistema che nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e che continua a evolversi ancora oggi.
Non è un caso che nel suo discorso emergano riferimenti a figure come Italo Calvino e Umberto Eco: autori che, pur non essendo fumettisti, hanno compreso prima di molti altri il valore culturale e simbolico del fumetto.
Il fumetto non è solo intrattenimento, ma è un dispositivo narrativo complesso, capace di dialogare con altri media e di influenzarli.
Le grandi trasformazioni del fumetto

Il fumetto ha attraversato diverse trasformazioni storiche, e per capire quella attuale è necessario guardare al passato.
Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Venti del Novecento, il fumetto si sviluppa come forma ibrida, ancora in cerca di una propria identità. È l’epoca delle tavole domenicali, delle strisce sui giornali, di un linguaggio ancora in formazione.
Negli anni ’30 c’è la svolta con l’arrivo dei grandi fumetti avventurosi, come Flash Gordon e Tarzan, che porta una narrazione più strutturata, epica e coinvolgente.

Flash Gordon
Si tratta di un mutamento che ha un impatto enorme anche in Italia, influenzando riviste e autori e contribuendo alla nascita di un pubblico sempre più ampio.
Fino agli anni Settanta, il fumetto è un vero e proprio medium di massa, non solo per la diffusione, ma per il tipo di relazione che instaura con il pubblico.
Frezza racconta episodi emblematici: lettori che protestano per la morte di un personaggio, comunità che si mobilitano, un coinvolgimento emotivo che oggi associamo ai social media ma che esisteva già allora, in forme diverse.
Il rapporto con la cultura dei comics americani

Uno dei temi più stimolanti del libro è il rapporto tra fumetto italiano e fumetto americano.
L’influenza degli Stati Uniti è evidente fin dalle origini, ma non si tratta di un semplice processo di imitazione, bensì di un dialogo continuo, fatto di adattamenti, reinterpretazioni, resistenze.
Un esempio emblematico è quello del Corriere dei Piccoli, che trasforma i balloon in didascalie in rima: una scelta che modifica profondamente il linguaggio del fumetto in Italia.
Allo stesso tempo, autori italiani sviluppano una propria identità, dando vita a tradizioni uniche, come quella del fumetto popolare.

Gli anni Sessanta e la rivoluzione italiana
Se c’è un momento in cui il fumetto italiano dimostra davvero la sua capacità innovativa, è negli anni Sessanta.
È l’epoca dei fumetti neri, dei personaggi ambigui, delle narrazioni più adulte tra cui spicca Diabolik, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli più duraturi del fumetto italiano.

Questa fase segna un cambiamento fondamentale: il fumetto non è più solo per ragazzi, ma diventa uno strumento per esplorare temi più complessi e controversi.
Nel racconto di Frezza emerge anche il ruolo cruciale degli editori; case editrici come Sergio Bonelli Editore e Mondadori non sono semplici produttori di contenuti, ma sono diventati negli anni dei veri e propri motori culturali, con scelte editoriali che hanno contribuito (e lo fanno tutt’ora) a definire il gusto del pubblico, a orientare il mercato, a costruire l’immaginario collettivo.
Autori, sperimentazione e contaminazione: Micheluzzi, Rubino a Zavattini
La seconda parte del libro si concentra su autori e opere, intrecciando analisi storica e critica. Tra le figure citate emerge Attilio Micheluzzi, a cui sono dedicati i premi del Comicon, un autore che incarna perfettamente la capacità del fumetto di dialogare con altri linguaggi, in particolare con il cinema.

Premio Attilio Micheluzzi
E proprio il rapporto tra fumetto e cinema fatto di influenze reciproche, scambi continui, sperimentazioni è uno dei temi centrali del lavoro di Frezza.
Un passaggio particolarmente interessante riguarda Antonio Rubino, figura spesso sottovalutata ma fondamentale.
Rubino non è solo un autore di fumetti, ma anche un pioniere del cinema d’animazione italiano e il suo lavoro dimostra come, fin dalle origini, il fumetto fosse già in dialogo con altri media. Questo tipo di contaminazione non è un’eccezione, ma una costante nella storia del fumetto.
Un altro nome chiave è quello di Cesare Zavattini che prima di diventare uno dei padri del neorealismo cinematografico, ha lavorato anche nel fumetto, contribuendo a creare alcune delle opere più significative degli anni Trenta.
La sua presenza nel libro di Frezza non è casuale: rappresenta un ponte tra fumetto e cinema.
Che cos’è il fumetto oggi: tra crisi e rinascita

Arrivando al presente, Frezza parla di una nuova trasformazione. Il fumetto non è più il medium di massa che era negli anni Settanta, ma si è trasformato, adattato e reinventato.
Oggi il fumetto vive in un ecosistema diverso, in cui convivono graphic novel, webcomic, adattamenti cinematografici, serie TV. E proprio in questa complessità sta la sua forza.
Uno degli aspetti più riusciti del libro è la sua capacità di aprire nuove prospettive.
È un libro che si rivolge non solo a chi vuole approfondire, ma anche a chi semplicemente ama il fumetto e vuole capirlo meglio.
Il fumetto come cultura pop totale

Alla fine, il messaggio di Frezza è semplice ma potente: il fumetto è una forma totale di cultura pop.
Non è inferiore ad altri linguaggi, ma è un medium complesso, stratificato, capace di raccontare il mondo in modi unici.
E il fatto che questo discorso venga fatto a una fiera come il Comicon Napoli, che oggi abbraccia tutte le forme della cultura pop, rende tutto ancora più significativo.
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