Connect with us

RecensioniSerie TV

Gigolò per caso: la Sex Guru – Qualche sorriso e nulla più

Gigolò per caso: la Sex Guru è la nuova stagione della serie TV di Prime Video con Christian De Sica e Pietro Sermonti. Vi diciamo cosa ne pensiamo

Avatar photo

Pubblicato

il

È arrivata su Prime Video la seconda stagione di Gigolò per caso, che riporta sullo schermo l’improbabile coppia formata da Christian De Sica e Pietro Sermonti nella parte, rispettivamente, di padre (Giacomo Bremer) e figlio (Alfonso Bremer), che portano avanti un’attività di famiglia “poco convenzionale”: quella del gigolò d’alto borgo.

I buoni ascolti della prima stagione hanno promosso Gigolò per caso, che è stata rinnovata per una stagione 2 (e molto probabilmente per una terza), con aggiunte importanti a un cast italiano già di tutto rispetto che comprendeva, oltre a De Sica e Sermonti, anche un’Ambra Angiolini dall’intramontabile bellezza, nei panni di Margherita, insoddisfatta moglie di Alfonso, e un clericale Frank Matano nelle vesti di Don Luigi, sacerdote e amico dei Bremer.

In Gigolò per caso: la Sex Guru vediamo le new entry Sabrina Ferilli, nei panni dell’antagonista (definirla cattiva mi sembra decisamente esagerato) Rossana Astri, scrittrice e guru femminista, Valerio Lundini (dottor Michele Ravallo) e Gianmarco Tognazzi (Marco Aurelio Coregone). Diretta da Eros Puglielli, la serie è il remake di una serie TV francese dal titolo Alphonse.

Nella prima stagione avevamo fatto la conoscenza dei Bremer e, in particolare, quello che aveva funzionato era proprio la buona intesa tra De Sica e Sermonti: il Giacomo Bremer di De Sica è un gigolò attempato, ma ancora elegante, affascinante e appetibile dalle donne di tutte le età. Un personaggio che vede l’attore di tanti cinepanettoni riprendere il ruolo di tombeur de femme, portandolo però in un contesto assolutamente in linea con l’età dell’attore, senza rinunciare alla sua classica comicità un po’ “buzzicona”.

L’Alfonso Bremer di Pietro Sermonti, dal look decisamente cringe, con un capello biondo e un baffo che sanno di attore hard anni ’80, è vistosamente l’antitesi di Stanis La Rochelle che l’attore ha interpretato per anni nella serie Boris. Alfonso è più insicuro, impacciato e in difficoltà nel complicato rapporto di coppia con la moglie Margherita.

L’introduzione di Alfonso al mestiere e al famigerato “metodo Bremer” (infallibile per soddisfare le esigenti clienti della classe borghese romana) da parte di Giacomo, e i vari appuntamenti che si susseguivano episodio dopo episodio che vedevano Alfonso all’opera con donne e situazioni di ogni tipo, risultavano decisamente divertenti e godibili.

Qualcosa in questa seconda stagione si è inceppato e, possiamo già anticiparlo, gli episodi de La Sex Guru sono decisamente più fiacchi rispetto a quelli della prima stagione.

Gigolò per caso: i Bremer contro il femminismo per salvare il lavoro e la reputazione

I problemi di coppia che sembravano risolti tra Margherita e Alfonso riaffiorano e tutto pare ricondurre alla nuova “infatuazione” della donna per una guru femminista che sta attirando l’attenzione di molte donne nell’ambiente romano: Rossana Astri. La scrittrice sta dimostrando a sempre più donne che la soddisfazione sessuale femminile non comporta per forza la presenza dell’uomo che, anzi, ostacola il piacere.

Questo vuol dire solo una cosa per i Bremer: un calo della clientela e una nemica da sconfiggere per evitare di finire sul lastrico.

Comincia una guerra d’astuzia, soprattutto tra Giacomo e Rossana, per cercare di mettere i bastoni tra le ruote l’uno all’altro, mentre Alfonso torna a fare il mestiere del gigolò, a dare una mano al padre nel difendere professione e il metodo Bremer.

Più centrale in questa seconda stagione la figura di Don Luigi, messo a seria prova dalla castità: per la prima volta in vita sua si ritrova attratto da una donna, Eva Bitonti, la madre single e vicina di casa di Alfonso. Come andrà a finire?

Un buon cast, ma pochi sorrisi

Da Gigolò per caso: la Sex Guru ci si aspettava qualcosa di più dopo la prima stagione. L’introduzione della sempre affascinante Sabrina Ferilli, attrice che ha già lavorato con De Sica e con cui spesso abbiamo visto, nei lavori precedenti, un rapporto più vivace e scintillante tra i due sul set, non dà i frutti sperati.

Sabrina Ferilli e Christian De Sica in una scena della serie

La guerra tra Giacomo e Rossana è stanca e anche l’alchimia tra i due è appena sufficiente. Nei sei episodi non c’è mai un momento, quando sullo schermo ci sono i due insieme, in cui si ride, e questo è un gran peccato.

Altro personaggio da cui ci si aspettava qualcosa in più è Alfonso. Il Bremer jr. di Sermonti non ha alcuna evoluzione dalla prima stagione ed anzi, nell’episodio di apertura de La Sex Guru, si ritrova nuovamente nella stessa situazione di partenza dell’episodio 1 della stagione 1. Alfonso sembra sempre accettare quasi tutti gli eventi che gli accadono, senza però prendere mai veramente posizione.

Per far decollare il personaggio viene anche introdotta una love story alla Pretty Woman, ma al contrario, con il giovane Bremer che si innamora di una cliente seguace della Astri, che però ho trovato forzata all’interno di questa stagione. La presenza nelle puntate di una vena romantica, rende meno ‘mordenti’ e piccanti gli incontri con le altre clienti, che nella stagione 1 erano stati tra i momenti più divertenti e punto di forza di una serie comedy su dei gigolò.

Stranamente, e lo dico da non fan del comico, funziona il personaggio di Frank Matano: il suo Don Luigi è spassoso in questa stagione in ogni sua apparizione, anche solo per tutte le ‘visioni celestiali’ che ha e per le situazioni equivoche in cui si ritrova.

Eva Bitonti, amore impossibile di Don Luigi (Frank Matano)?

Divertenti anche alcuni siparietti tra De Sica e Sermonti, che riescono comunque a tenere su la baracca, e anche Valerio Lundini riesce a strappare più di un sorriso con la sua comicità surreale. La Angiolini, ancora una volta, risulta non pervenuta: la sua Margherita è un personaggio problematico, sbilanciato e ogni volta che appare non incide mai e, anzi, risulta patetica e ripetitiva nei suoi capricci (e alla fine anche Alfonso pare capirlo).

Quello che ne viene fuori meglio è senza ombra di dubbio Christian De Sica: ancora una volta il suo Giacomo Bremer è credibile e calzante ed anzi l’attore è in discreta forma dopo alcune prove attoriali decisamente appannate degli ultimi anni. È una gran bella notizia, questa.

Perché vedere Gigolò per caso: la Sex Guru?

La serie non è un capolavoro, ma come prodotto di intrattenimento per la TV funziona (poco, ma funziona). Il cast è buono e De Sica e Sermonti, quando sono insieme, sono i Bremer perfetti; il problema sopraggiunge nelle scene separate, dove lo show perde un po’ di appeal.

La trama segue il canovaccio della stagione precedente per molti versi, con l’aggiunta della sola Ferilli/Astri che cerca di ostacolare gli affari dei Bremer, senza però essere realmente un vero e proprio problema.

Ma le prove di alcuni attori secondari, oltre ai due protagonisti, rendono Gigolò per caso: la Sex Guru una serie di accompagnamento per un paio di serate (i sei episodi durano circa 30 minuti l’uno). Non vi lascerà molto, con ogni probabilità, se non la scena finale della stagione che termina con uno dei cliffhanger più classici (e trash) del prodotto seriale televisivo.

Pare che nella stagione 3 i Bremer avranno un altro problema (e protagonista) da affrontare…


VOTO POPCORNERD: 5,5/10

Fumetti

Recensione Zorro: Man of the Dead di Sean Murphy

Recensione di Zorro: Man of the Dead, reinterpretazione in chiave moderna del leggendario spadaccino mascherato a cura di Sean Murphy.

Avatar photo

Pubblicato

il

Quando si parla di Sergio Bonelli Editore, il pensiero corre inevitabilmente a personaggi come Dylan Dog, Martin Mystère o Tex, serie che nel corso dei decenni hanno contribuito a rendere celebre la casa editrice milanese. Bonelli, però, non è nuova alla pubblicazione di opere provenienti dal mercato internazionale delle graphic novel e negli ultimi anni ha più volte dimostrato la volontà di ampliare il proprio catalogo con proposte diverse rispetto alla tradizione bonelliana.

Tra queste troviamo Zorro: Man of the Dead, miniserie in quattro capitoli scritta e disegnata da Sean Gordon Murphy, autore che molti lettori conoscono soprattutto per Batman: White Knight. Pubblicata originariamente negli Stati Uniti nel 2024 e arrivata in Italia nel maggio 2026 grazie a Bonelli, l’opera viene proposta in un elegante volume cartonato che raccoglie l’intera storia, con la collaborazione del letterer D. C. Hopkins e del colorista Simon Gough.

Zorro torna, ma non come ve lo aspettate

La prima sorpresa arriva già dalle prime pagine. Zorro: Man of the Dead non ci porta infatti nella California dell’Ottocento, scenario tradizionalmente associato al personaggio, ma nella cittadina messicana di La Vega, dove due secoli prima Zorro avrebbe lasciato la sua iconica “Z” incisa sulla facciata della chiesa locale.

La città si prepara a celebrare la memoria dell’eroe mascherato, ma i narcos che controllano il territorio vedono quella figura come una minaccia, anche se ormai relegata al passato. La situazione precipita quando l’attore incaricato di interpretare Zorro durante la festa del paese viene assassinato davanti agli occhi dei suoi due figli.

Vent’anni dopo, quei due bambini sono diventati adulti. Cresciuti separatamente e con vite completamente diverse, si ritrovano costretti a collaborare per affrontare la criminalità che soffoca La Vega. È da qui che prende forma una reinterpretazione moderna della leggenda di Zorro, che sostituisce governatori corrotti e soldati spagnoli con narcotrafficanti e cartelli criminali.

Una bella storia che però non ha soddisfatto le mie aspettative

Premetto una cosa: non sono il fan numero uno di Zorro. Conosco il personaggio, ricordo di aver visto il film con Antonio Banderas (La Maschera di Zorro) e poco altro. Nonostante questo, avevo aspettative piuttosto precise nei confronti di questa graphic novel.

Forse proprio perché proveniva dalla penna di Sean Murphy, mi aspettavo una sorta di rilancio classico del personaggio, magari una storia delle origini capace di reintrodurre Zorro a una nuova generazione di lettori. Invece mi sono trovato davanti a qualcosa di molto diverso: una reinterpretazione contemporanea che utilizza il mito di Zorro più come punto di partenza che come elemento centrale del racconto.

Questo non significa che la storia sia brutta. Anzi, oggettivamente funziona e si lascia leggere con piacere. Alcune scelte narrative, però, mi hanno fatto storcere il naso. Tra tutte, l’introduzione di una volpe addestrata – “zorro” in spagnolo significa proprio volpe – che accompagna i protagonisti come una sorta di sidekick. Una trovata che ho trovato un po’ infantile e che, personalmente, stona con il tono generale della vicenda.

Messe da parte queste perplessità, bisogna riconoscere che Murphy riesce comunque a mantenere vivi i temi che hanno sempre definito il personaggio. Libertà, giustizia sociale, lotta contro la repressione e difesa dei più deboli continuano ad essere il cuore del racconto.

Se nelle storie classiche questi concetti venivano raccontati nella California del XIX secolo sotto l’influenza spagnola, qui vengono trasposti nel Messico contemporaneo dominato dai cartelli della droga. Ed è probabilmente questa l’intuizione più interessante dell’opera: nonostante il cambio di ambientazione e di contesto storico, Murphy riesce a costruire un mondo in cui la figura di Zorro continua ad apparire necessaria, quasi inevitabile.

Sean Murphy fa quasi un one-man show

Se sul fronte narrativo sono rimasto leggermente deluso rispetto alle aspettative iniziali, sul piano artistico non ho davvero nulla da recriminare.

In Zorro: Man of the Dead Sean Murphy si occupa non soltanto della sceneggiatura, ma anche dei disegni, realizzando di fatto un piccolo one-man show che mette in mostra tutto il suo talento come fumettista.

Ed è proprio osservando le tavole che si percepisce quanto l’autore si sia divertito a lavorare su questo progetto.

Le sequenze d’azione sono probabilmente il punto più alto dell’intera opera. Che si tratti di inseguimenti a cavallo, combattimenti con la spada o scontri a fuoco, Murphy riesce sempre a trasmettere velocità, impatto e senso del movimento. Le tavole risultano dinamiche e cinematografiche, caratteristiche che ormai rappresentano una vera e propria firma dell’autore.

Al suo fianco troviamo il lavoro di Simon Gough, che contribuisce a dare profondità e atmosfera alle ambientazioni messicane attraverso una colorazione efficace.

Ancora una volta Murphy dimostra di essere uno degli artisti più versatili del fumetto americano contemporaneo, perfettamente a suo agio anche lontano dal genere supereroistico che lo ha reso famoso.

Un prezzo che potrebbe frenare qualche lettore

Mi sento però di muovere una piccola critica alla stessa Sergio Bonelli Editore.

L’edizione è indubbiamente curata e l’adattamento italiano è realizzato con la consueta attenzione che contraddistingue la casa editrice. Tuttavia, i 25 euro richiesti per un volume di 112 pagine – delle quali alcune dedicate a indice e cover gallery – mi sono sembrati leggermente elevati.

Naturalmente non conosco le dinamiche economiche che regolano l’acquisizione dei diritti di opere internazionali di questo tipo, ma da semplice lettore ho avuto la sensazione che il prezzo possa rappresentare una barriera per il pubblico occasionale. Soprattutto per chi conosce Zorro solo superficialmente e vorrebbe semplicemente provare qualcosa di diverso dal solito.

A chi consiglierei Zorro: Man of the Dead?

Non è una lettura che mi sento di consigliare indiscriminatamente a tutti.

Se cercate una storia classica di Zorro, probabilmente questa non è l’opera che fa per voi. Murphy prende infatti il mito dello spadaccino mascherato e lo trasforma in qualcosa di diverso, più moderno e più vicino ai giorni nostri.

Per questo motivo penso che il pubblico ideale sia costituito soprattutto dai fan di Zorro interessati a vedere il personaggio reinterpretato in una chiave nuova oppure dai lettori che apprezzano il lavoro di Sean Murphy e vogliono seguirlo anche al di fuori del contesto supereroistico.

Conclusione

Zorro: Man of the Dead è una reinterpretazione moderna della leggenda dello spadaccino mascherato che, pur allontanandosi da molti degli elementi classici associati al personaggio, riesce a conservarne i valori fondamentali: la lotta contro l’oppressione, la difesa dei più deboli e la ricerca della giustizia.

La storia non ha soddisfatto pienamente le aspettative che avevo costruito attorno al progetto, soprattutto perché mi aspettavo un approccio più tradizionale al personaggio. Nonostante questo, ho comunque trovato una lettura piacevole e accompagnata da un comparto grafico di altissimo livello.

Se c’è un motivo per recuperare questo volume, infatti, è proprio il lavoro di Sean Gordon Murphy, che conferma ancora una volta il proprio talento come artista e storyteller. E anche quando la sceneggiatura non colpisce sempre nel segno, le sue tavole riescono quasi sempre a far dimenticare qualsiasi difetto.

VOTO POPCORNERD 6.0/10

Continua a leggere

Animazione

Toy Story 5: fine dei giochi

La recensione dell’ultimo capitolo della leggendaria saga di Toy Story. L’amaro epilogo dei giochi e la mancanza di idee in casa Pixar

Pubblicato

il

“L’alternativa al rischiare su nuove idee sarebbe arrivare a fare Toy Story 27

Pete Docter, storico regista e volto della Pixar, si pronuncia così ai microfoni di IGN in merito al flop del film Elio, uscito nelle sale a giugno 2025. Ed è vero, è un periodo molto complesso per l’animazione ed in generale per le nuove idee al cinema.

Esistono eccezioni che scaturiscono anche da giovani menti, come il successo di Backrooms di Kane Parsons oppure Obsession di Curry Barker, ma esse sono tali proprio perché il grande sistema rifiuta il rischio sempre più in maniera categorica per inseguire ciò che il pubblico già conosce.

Sono anni ormai che il più grande e storico studio d’animazione americano vive nello stagno del riciclo. Sequel e canovacci già visti e rivisti, morali che cercano di non ferire nessuno e di accontentare tutti: la Disney non è più in grado di dettare la legge, non è più in grado di generare altre realtà che si inginocchiano e cercano (anche maldestramente) di imitarla.

Pixar segue di conseguenza, e i nuovi progetti annunciati rincorrono una linea che richiama le parole del buon Docter: Gli Incredibili 3, Coco 2, il terzo film su Monsters & Co. Reiterare in funzione della maledetta nostalgia diventa l’unico modo per addolcire i produttori nel finanziare progetti da (minimo) 200 milioni di dollari, che vengono ancora più appesantiti dal costo di grandi star nel cast o collaborazioni musicali con cifre da capogiro solo nella speranza che i nomi portino più spettatori in sala.

La tecnica è l’ultima a morire

Toy Story 5, esattamente come il precedente quarto capitolo, nasce per fare cassa. Niente di più, niente di meno. Tuttavia fin dal primo annuncio, tanti appassionati nutrivano ancora flebile speranza grazie al nome messo a capo dell’operazione: Andrew Stanton.

Insieme a Docter, Stanton è uno degli ultimissimi artisti ancora rimasti in Pixar che hanno visto nascere l’azienda e che hanno maturato un metodo di lavoro segnato dall’epoca d’oro dei primi dieci anni di produzione. Un talento notato fin da subito dal grande John Lasseter (creatore della saga di Toy Story) e coltivato nelle regie di A Bug’s Life Alla ricerca di Nemo

Il buon Andrew si distingue negli anni fino ad arrivare al culmine della carriera dirigendo il capolavoro Wall-E e collaudando anche il linguaggio dei sequel con il delizioso Alla ricerca di Dory. Un regista dunque completo, senza paura di esporsi sui temi che decideva di trattare e con una cura maniacale nella realizzazione tecnica (come dimostra tutto lo studio fatto sui movimenti della fauna della barriera corallina utilizzato per Nemo).

Fin da subito infatti il talento tecnico di Stanton è lampante anche nel quinto capitolo di Toy Story: tutti i design dei nuovi giocattoli elettronici sono meravigliosi ed immediatamente riconoscibili, la regia va ben oltre il mestiere, seppur priva di particolari guizzi, e l’animazione in computer grafica è (ormai da tanti anni) la migliore del panorama mondiale.

C’è anche una piccola vena sperimentale in alcuni inserti dedicati ai momenti del “gioco di fantasia”: le scene in cui i giocattoli interpretano i ruoli delle storie create dai bambini adoperano un cambio stilistico tingendosi di un tratto più morbido, con colori ad acquerello e una linea da libro illustrato deliziosa, che spero non rimanga fine a sé stessa per i prossimi prodotti.

Qualcuno pensi ai genitori

Tutto il lato tecnico deve però confluire in un racconto efficace. In Toy Story 5 il tema del rapporto fra bambino e tecnologia viene raccontato solo mostrando una situazione. Nelle prime fasi del film i giocattoli e gli spettatori prendono coscienza del cambiamento dettato dai nuovi dispositivi, fino all’arrivo del nuovo tablet della protagonista Bonnie: Lilypad.

Tuttavia la pellicola sembra prendere tempo fino al suo epilogo, evitando frasi che possano minimamente ricondurre a prese di posizione in merito al tema. Tutta l’operazione si struttura infatti su pochi passaggi: l’arrivo di Lilypad, il pigiama party di Bonnie, l’avventura “in trasferta” di Jessie e la risoluzione finale.

Eppure sembrano sezioni vuote, dove l’effetto del tablet viene solo mostrato, per poi passare alla reazione sconsolata e sconfitta dei giocattoli che gridano all’estinzione.

Non c’è mai una reazione non caricaturale, un approfondimento legato a ciò che viene inquadrato, tutto si riduce ad una grande litigata fine a sé stessa fra giochi elettronici e tradizionali che senza la sorpresa di nessuno terminerà con tutti felici e contenti.

La paura si percepisce solo nell’azienda produttrice, che ovviamente si guarda bene sia dall’accusare direttamente il tablet (considerando che poi è lì che i suoi utenti guardano il caro Disney+) sia dall’incolpare i genitori del mancato controllo della situazione (sennò chi paga i biglietti per tutta la famiglia al cinema?).

Ci si trova davanti anche a semplificazioni troppo ingenue. Jessie si scaglia contro i giocattoli elettronici accusandoli in maniera anche denigratoria, ma raggruppare tutti i nuovi personaggi nella categoria “tecnologia” bollandoli come problemi di egual misura è una generalizzazione veramente miope sulla sitazione.

Come puoi paragonare un tablet con milioni di funzionalità, chat integrata e giochi di ogni tipo con un giocattolo come Smarty Pants, con 3 pulsanti e una riga a 16 bit? Non sono la stessa cosa e soprattutto non hanno lo stesso effetto sui bambini.

Il dispiacere è ancora più grande se si ripensa al fatto che 15 anni fa Andrew Stanton riusciva a raccontare una società distopica in maniera esemplare, inserendo anche momenti inquietanti come la scuola sull’astronave in Wall-E, dove i bambini imparano le lettere dell’alfabeto associandole non a semplici parole, ma ai nomi delle multinazionali. Oggi invece non sembra neanche in grado di distinguere i dispositivi elettronici, oppure (più probabile) gli ordini dall’alto hanno preso il sopravvento sulla sceneggiatura.

Smarty Pants e Jessie

Niente più gioco di squadra

Il primo Toy Story era una scusa per raccontare la società umana. All’arrivo del nuovo “collega” Buzz Lightyear tutto lo storico cast reagiva in maniera diversa: c’era chi lo odiava perché aveva paura di perdere il comando, chi lo accoglieva calorosamente, chi faceva il lecchino e chi invece rimaneva cinico e distaccato.

La coralità è sempre stata centrale nell’alchimia della saga, anche nel terzo capitolo in cui tutti i personaggi continuavano (a distanza di 15 anni dal primo film) a proporre gag ed interazioni interessanti e divertenti che riaccendevano l’amore anche per i secondari.

In Toy Story 4 questo aspetto veniva già drasticamente ridotto, proponendo un’avventura praticamente in solitaria con Woody in cerca della forchetta di plastica Forky. Questa volta invece la palla del protagonista passa a Jessie, ma rimane un racconto privo della forza del gruppo.

Slinky, Rex, Mr. Potato, Hamm e tutti gli altri storici giocattoli di Andy hanno, se va bene, una battuta in Toy Story 5, poi vengono dimenticati in una scatola per raccontare la diatriba tra la cowgirl e Lilypad.

Woody ritorna per aiutare i suoi vecchi amici, ma risulta solo un agglomerato di gag sulla vecchiaia, mentre Buzz, con un copione composto al 75% dalla parola “matrimonio”, rimane inspiegabilmente intrappolato in un vortice di stupidità iniziato col quarto capitolo (in cui “inseguiva la sua voce interiore”, nonostante avesse imparato da 3 film di essere un giocattolo).

Sono icone ridotte a parlare solamente per svegliare il pubblico ricordandogli che esistono ancora e che non devono preoccuparsi.

Neanche il nuovo cast basta per rimpiazzare i personaggi storici: Lilypad è tanto ottusa quanto inconsapevole delle sue stesse funzionalità base, in quanto non ha problemi ad auto-hackerarsi ma non riesce a disattivare il microfono per i comandi vocali, mentre Smarty Pants & co. non riescono mai a risultare incisivi, risultando solo un contorno necessario forse dovuto proprio alla consapevolezza dei creativi Pixar di dover per forza trovare una coralità, anche forzandola.

L’unica squadra interessante è quella dei nuovi modelli Buzz Lightyear: tutte le loro scene sono divertenti e le loro tappe verso la ricerca del “comando stellare” funzionano se prese a sé stanti, ma nell’insieme risultano troppo sconnesse dall’avventura principale, almeno fino alla conclusione. Sembrano quasi derivare da un cortometraggio introdotto a forza in questa pellicola solo a beneficio del minutaggio.

In conclusione

Toy Story 5 è purtroppo un contenitore quasi vuoto. Un’eccellenza tecnica con piccoli tratti sperimentali, che però spegne immediatamente l’entusiasmo se si pensa al suo contenuto.

Una storia dal tema spinoso che viene continuamente evitato solo in favore di gag o litigi fra giocattoli, una reiterazione di personaggi storici presenti ma allo stesso tempo assenti. Woody e Buzz utilizzati come portabandiera del nome di una saga leggendaria che non rinuncia a lasciarsi andare al ricordo della splendida iniziale trilogia.

Il risultato di una Pixar spaventata, che vive di rendita e che si vergogna ad essere nuovamente la regina dell’animazione mondiale. Purtroppo credo che anche gli ultimi storici creativi, come il caro Andrew Stanton, abbiano finito di giocare e divertirsi con le loro creazioni.


VOTO POPCORNERD: 6,5 / 10

Continua a leggere

Cinema

Superman: il più umano tra noi

Qualche riflessione su ‘Superman’ di James Gunn, primo tassello del nuovo Universo DC Comics al cinema, a distanza di un anno dall’uscita!

Avatar photo

Pubblicato

il

Ci sono supereroi che ho imparato ad amare grazie a grandi pellicole a loro dedicate. Prima c’è stato Sam Raimi, che ha fatto nascere in me la passione per Spider-Man.

In 27 anni ho visto, rivisto e stravisto i suoi 3 film decine di volte, da solo e in compagnia, al cinema e a casa, senza stancarmi mai e rimanendo estasiato ogni singola volta. È banale intuire che sia immediatamente diventato il mio supereroe preferito: ho letto centinaia di fumetti dedicati al Tessiragnatele, ho poster, disegni e figure disseminati per tutta la casa…e la sera, non me ne vergogno, prima di andare a dormire, indosso il suo pigiama.

Nel 2022, poi, è arrivato Matt Reeves e mi sono innamorato anche di The Batman. Non era la prima volta che vedevo l’Uomo Pipistrello in azione sul grande schermo ma nessuna incarnazione aveva mai fatto breccia così profondamente dentro di me come quella interpretata da Robert Pattinson. Nemmeno i fumetti ci erano riusciti.

Nel 2025, invece, è arrivato nelle sale Superman di James Gunn.

Viste le premesse, non è una sorpresa pensare, per voi che state leggendo, che anche l’Uomo d’Acciaio sia entrato nel mio personale Pantheon supereroistico. Per me, invece, lo è stata, anche se forse avrei dovuto aspettarmelo.

Il regista James Gunn alla première di ‘Superman’

L’uomo giusto al momento giusto

Mentre la Marvel e i suoi supereroi, dai primi anni 2000 in poi, sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tutti grazie a pellicole ad alto budget, (quasi sempre) spettacolari  e coinvolgenti, la DC Comics, al cinema, è stata molto altalenante.

Certo, i tre film sul Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan sono sempre nelle classifiche delle migliori trilogie cinematografiche di tutti i tempi e la Harley Quinn di Margot Robbie è stata fin da subito iconica, portando decine di cosplayer alle fiere del fumetto a vestire i suoi panni. Ma ciò non è bastato: film non all’altezza delle aspettative, narrazione poco coesa e personaggi snaturati completamente.

Alla Warner Bros. (casa di produzione cinematografica che detiene i diritti dei personaggi DC), per tanto tempo, infatti, è mancata una figura che tenesse insieme le redini del progetto, qualcuno che avesse familiarità con le storie a fumetti che si volevano trasporre e che, allo stesso tempo, avesse esperienza nel mondo del Cinema. Insomma, è mancata una figura come quella di Kevin Feige, lato Disney/Marvel.

Ecco che quindi il 1° Novembre 2022 arriva un fulmine a ciel sereno: David Zaslav (CEO di Warner Bros. Discovery) annuncia Peter Safran e James Gunn come nuovi Presidenti dei DC Studios.

Peter Safran e James Gunn nella sede dei DC Studios di Burbank, California

Safran è un manager e produttore cinematografico di lungo corso e si occuperà della parte economica e burocratica del progetto che lancerà il nuovo Universo della DC. Gunn, invece, grande artista e appassionato di storie supereroistiche fin da bambino curerà la parte creativa: a lui spetterà l’arduo compito di far capire al pubblico che personaggi della Justice League non hanno nulla da invidiare a quelli degli Avengers, anzi.

Per quest’ultimo, l’occasione arriva al momento giusto: ha da poco finito di girare il terzo e ultimo capitolo di Guardiani della Galassia per la Marvel ed è libero di dedicarsi completamente ai personaggi della Distinta Concorrenza, senza distrazioni.

Grande Cinema d’Intrattenimento

Come volevasi dimostrare, il regista non delude le aspettative: la pellicola è ricca di inquadrature dinamiche e d’impatto, dal grande respiro, piene di colori vividi, che ricordano le splash page dei fumetti.

E Superman è proprio questo: un fumetto per ragazzi che prende vita, che non ha paura di rendere esplicito il medium da cui è tratto.

Tutto ciò che vediamo a schermo è chiaro e ben leggibile, la CGI è di ottima fattura e i combattimenti e le scene d’azione sono spettacolari e ricche di pathos: non ce ne era bisogno ma, ancora una volta, James Gunn ha dimostrato una grande padronanza della macchina da presa.

Come se non bastasse, le immagini sono arricchite da una colonna sonora e da canzoni pop che restano impresse, anche ore dopo essere usciti dalla sala, anche a distanza di un anno. Ne deriva un gioiello tecnico di rara bellezza.

David Corenswet nei panni di Superman

Il ritorno di Superman

Tutti i personaggi, buoni o cattivi che siano, sono scritti in chiave moderna e attuale (tanto attuale che non mancano chiari riferimenti a conflitti in corso e a politici discutibili del nostro tempo).

Clark e Lois, ad esempio, sono una coppia come tante altre: ridono, scherzano, litigano, si allontanano, poi si avvicinano, chiariscono, risolvono, ricominciano. È chiaro, però, che Lois ha bisogno di Clark e Clark ha bisogno di Lois.

La collega e fidanzata del nostro eroe non è rappresentata più come la classica damsel in distress, anzi è proprio lei a mettere in discussione alcune scelte del compagno e a mettersi in gioco fisicamente, insieme a Mr. Terrific, per aiutarlo in un momento di estrema difficoltà.

Mr. Terrific (Edi Gathegi) e Lois Lane (Rache Brosnahan)

E poi ci sono Pa e Ma Kent, che si vedono poco, ma si sentono molto.

Quante volte, sulle scale di casa, abbiamo avuto bisogno di una parola di conforto da parte di nostro padre; quante volte nostra madre ci ha “ripulito gli stivali” affinché fossimo pronti. A me, personalmente, è successo molte volte.

Ma (Neva Howell) e Pa (Pruitt Taylor Vince) Kent, i VERI genitori di Clark

Momenti familiari, toccanti, che riassumono il cuore del film e l’essenza di Superman, anzi di Clark: non un Dio triste che ha sulle sue spalle il destino della Terra ma un semplice ragazzo di campagna, un essere umano con i suoi dubbi e le sue fragilità, con il dono e la volontà di poter fare del bene.

E si potrebbe continuare ad elogiare la scrittura anche di altri eroi: Krypto, il cane di Kara, cugina di Clark, è premuroso e imprevedibile, Mr. Terrific, che col suo essere risoluto e solitario ruba la scena, per non parlare di Guy Gardner, la Lanterna Verde “fuori di testa” interpretata da Nathan Fillion, attore feticcio di Gunn, comic relief del film.

Il potere dell’Anello all’opera

Non solo eroi

Per rendere grande un eroe, però, c’è anche bisogno di un cattivo che si rispetti e sappiamo che il cattivo per eccellenza di Superman è Lex Luthor.

Il magnate della Luthorcorp è un personaggio estremamente riuscito, che odi dal primo all’ultimo istante del film. È sadico, spietato, irascibile, narcisista: il suo unico obiettivo è dimostrare la sua superiorità, tutto il resto non importa.

Non ha poteri, ma vuole essere meglio di Superman, essere che disprezza e odia fino al midollo.

Ciò che non capisce, però, nonostante la sua smisurata intelligenza è che non sarà mai come il supereroe di Metropolis, non perché sia privo di abilità sovrumane, ma perché non ha la minima idea di cosa sia l’empatia e il rispetto per il prossimo; concetto che durante il film l’Azzurrone cercherà di fargli capire in tutti i modi.

Ma c’è poco da fare: è l’esatto contrario di Superman. Tra i due, è lui l’alieno.

Il perfido Luthor interpretato da Nicholas Hoult

Una speranza per il futuro

Tutto questo (e molto altro) fa sì che Superman sia un film d’intrattenimento come non se ne vedono più tanti. Tra i migliori in ambito supereroistico degli ultimi anni (e non solo), che ti fa venir voglia di tornare e ritornare a vederlo. Io stesso ho avuto il piacere di vederlo due volte al cinema l’anno scorso.

Certo, è solo il primo pezzo di un mosaico molto più grande e gli altri tasselli potrebbero non essere all’altezza, però se il buongiorno si vede dal mattino…

Arrivati a questo punto, poi, non dobbiamo nemmeno aspettare più di tanto perché a giorni uscirà nelle sale di tutto il mondo Supergirl, film incentrato sulle avventure (e disavventure) della cugina kryptoniana di Clark e seconda pellicola del nuovo DCU. E dagli ultimi trailer rilasciati, pare che comparirà (molto probabilmente per un cameo) anche il nostro Azzurrone preferito.

Speriamo di vederne delle belle!

Continua a leggere

In evidenza

Copyright © 2026 Popcornerd by Viaggipop | Designed & Developed by Webbo.eu